Ce lo insegna la strofa:
Erano cielo e terra sottosopra
Prima che il buio caos fosse dissolto.
Quando Pan Gu spezzò l'immensa nuvola
Diede l'urto iniziale al nostro mondo.
Si separarono il torbido e il puro,
Ogni vita ne fu sollecitata
Ed ogni essere giunse a compimento.
Se del tempo conoscere le imprese
Volete e non sapete risalire
Fino al caos degli inizi, qui leggete
Le vicende del Viaggio in Occidente.
Perché sembra che un ciclo dell'universo conti centoventinovemila e seicento anni. Se lo si divide in dodici momenti - che corrispondono ai rami terrestri di topo, bue, tigre, lepre, drago, serpente, cavallo, ariete, scimmia, gallo, cane e porco - la durata di ogni momento dev'essere di diecimila e ottocento anni.
Eccone la successione in una giornata terrestre: all'ora del topo scompare ogni influsso solare, a quella del bue canta il gallo, all'ora della tigre albeggia, a quella della lepre si alza il sole; all'ora del drago si fa colazione; si è pronti al lavoro all'ora del serpente; il sole è allo zenit all'ora del cavallo e declina verso ovest l'ora dopo; si fa merenda nell'ora della scimmia e, a quella del gallo, il sole tramonta; cade il crepuscolo all'ora del cane e l'uomo si riposa in quella del porco.
In un grande ciclo la sequenza è simile: a metà del momento del cane, l'universo si oscura e ogni cosa si dissolve. Dopo cinquemila e quattrocento anni incomincia il momento del porco, che si chiama caos perché è fatto di tenebre, in cui non esistono più né terra né cielo né uomo né niente. Dopo altri cinquemila e quattrocento anni quel momento finisce, si leva il segno della virtù e si avvicina il primo momento di un nuovo ciclo, che a poco a poco riporta la luce. Come dice Shao Yong:
Nell'inverno del topo
immobile il cuore e freddo il cielo.
Ma si muove lo Yang
Ancor prima che nascano creature.
È in questa situazione che il cielo mette radici. Trascorsi cinquemila e quattrocento anni, quando si giunge a metà del momento del topo, incomincia a esistere l'azzurro puro e leggero, provvisto di sole, luna, astri e stelle: le quattro figure del firmamento. Perciò si dice che il cielo si apre nel segno del topo. Ancora cinquemila e quattrocento anni e il momento del topo lascia il posto a quello del bue: le cose incominciano a prendere consistenza. Come dice il Classico delle mutazioni:
Quanto è grande il segno originale del firmamento, com'è perfetto il segno originale della terra! Essi contengono il germe di ogni cosa, secondo la volontà del Cielo.
È allora che la terra incomincia a solidificarsi. Altri cinquemila e quattrocento anni e si arriva a metà del bue, quando si condensa il torbido pesante che forma acqua, fuoco, montagne, rocce e terra: le cinque forme. Perciò si dice che la terra incomincia sotto il segno del bue. Passano cinquemila e quattrocento anni, si compie il momento del bue e spunta la tigre, che fa nascere gli esseri e le cose.
Come ripetono i calendari:
Scende soffio di cielo, sale soffio di terra. Dalla loro unione nasce la folla delle cose e dei viventi.
È allora che si uniscono il puro cielo e la fervente terra, Yang maschio e Yin femmina. Con altri cinquemila e quattrocento anni si è in piena tigre, quando nascono uomini, bestie e uccelli; a questo punto sono al loro posto le tre entità: cielo, terra e uomini. Perciò si dice che l'uomo nasce nel segno della tigre.
Toccati dall'iniziativa di Pan Gu, i tre Augusti ordinarono il mondo e i cinque Imperatori stabilirono le regole delle relazioni sociali. Così l'universo fu diviso in quattro grandi continenti: Est, Ovest, Sud e Nord.
In questo libro parleremo solo dell'Est(1).
Al di là dei mari si trovava il paese di Aolai, proprio in riva all'oceano, dove si innalzava il famoso Monte di Fiori e Frutti, che costituiva la catena principale di dieci isolotti e il gran drago di tre isole. Esso era sorto quando il puro si era separato dal torbido, dopo la divisione della nuvola primordiale. Era proprio una bella montagna, come testimoniano questi versi:
Domina il vasto oceano, soggioga il mare di diaspro.
Riceve il tributo dell'oceano
Quando le onde spingono i pesci nelle sue grotte marine.
Riceve il tributo del mare
Quando le spume le portano strane conchiglie.
Da sud-est, presso il Bosco di Fuoco, salgono le alture,
Si slanciano verso il mare orientale.
Scogliere rosse, rocce bizzarre, scarpate e picchi.
Cantano sugli scogli variopinte fenici.
Dorme l'unicorno nei cavi delle scarpate.
Si ode sui picchi il grido del fagiano dorato.
Nelle grotte rocciose si avvicendano i draghi.
Nel bosco vivono l'antico cervo e la volpe immortale.
Sui rami, uccelli leggiadri e nere gru.
Primavera perpetua offre fiori
Che mai appassiscono, verdi pini, cipressi alteri.
Maturano le pesche degli immortali. Nei bambù s'impigliano le nuvole.
Erba novella, liane e viticci tappezzano ogni dove.
È il pilastro del cielo, sbocco di mille fiumi,
Asse immutabile della terra per diecimila kalpa.
Al sommo di questa montagna, proprio nel bel mezzo, si trovava una rupe di immortali. L'altezza era di trentasei piedi e cinque pollici, il circuito di ventiquattro piedi: le dimensioni corrispondevano ai trecentosessantacinque gradi dell'eclittica e alle ventiquattro divisioni del calendario. Era scavata da nove cavità e perforata da otto fori, come le nove case e gli otto trigrammi. Non era ombreggiata da alberi, ma qua e là l'adornavano angeliche e orchidee.
Ora, dall'inizio del mondo, giorno dopo giorno, essa era stata impregnata dalla limpidezza celeste e dal rigoglio terrestre, dai vigorosi raggi di sole e dal dolce chiaro di luna. Così a lungo accarezzata, finì per essere penetrata da un pensiero, si ritrovò divinamente incinta e un bel giorno si spaccò, partorendo un uovo di pietra grande come un pallone. Esposto all'aria aperta, esso si trasformò in una scimmia provvista dei cinque sensi e munita delle quattro membra.
Imparò subito a camminare e ad arrampicarsi, e salutò i quattro orienti. Nel far ciò il suo sguardo scintillante dardeggiò due raggi d'oro fino al Palazzo della Stella Polare.
Ebbe un soprassalto l'Imperatore di Giada, il Gran Compassionevole delle alte sfere celesti, che troneggiava nella sala preziosa delle Nuvole Misteriose del Palazzo dell'Arco d'Oro, fra immortali e ministri. Vedendo il lampo d'oro fiammeggiante, ordinò a Occhio Mille Leghe e a Odi Buon Vento di andare ad aprire la porta celeste del Sud per vedere che cos'era capitato.
Deferenti alla direttiva imperiale, i due capitani uscirono, e videro così bene e udirono con tanta chiarezza, che ritornarono subito a far rapporto:
"In conformità dell'ordine di Vostra Maestà, i vostri servitori hanno individuato con la vista e l'udito il luogo da cui viene il lampo d'oro: al margine del piccolo paese di Aolai, all'est del mare del continente orientale, si trova il Monte di Fiori e Frutti. Sulla cima una rupe d'immortali ha prodotto un uovo che, sotto l'effetto del vento, si è trasformato in scimmia. Essa si è inchinata ai quattro orienti e dagli occhi ha lanciato un raggio fino al Palazzo della Stella Polare. Ma è una luce che si spegnerà subito, perché ora la scimmia mangia e beve acqua."
L'Imperatore volle accondiscendere a mostrare la sua compassione dicendo: "Questi esseri di Sotto non hanno niente di speciale..."
La nostra scimmia, sulla montagna, sapeva camminare, correre, saltare, nutrirsi di erbe, bere alle sorgenti e ai ruscelli, cogliere fiori alpestri, spiccar frutti dagli alberi, unirsi alle bestie selvagge, tigri o pantere, fare amicizia con daini e cervi, entrare in confidenza con gibboni e macachi. Passava la notte sotto le scogliere e al mattino sgambettava tra picchi e grotte. È proprio il caso di dirlo:
Non conta il tempo sulla montagna
Quand'è finita la stagione fredda.
Una mattina di caldo torrido si riparava, in branco con le scimmie, giocando all'ombra dei pini. Guardate come si divertivano:
Qualcuno salta di ramo in ramo alla ricerca di fiori e frutti.
Altri si lanciano i sassolini o con la sabbia fanno pagode.
Caccia libellule, acchiappa lucertole.
Chi sembra rendere omaggio al Cielo, chi con le liane fa pagliericci.
Ed i servizi: caccia alle pulci, liscia pellicce, netta le unghie.
Sfregano, grattano, tirano e spingono di qua e di là.
Liberi giocano fra i pini azzurri, liberi sguazzano nell'acqua verde.
Per completare il divertimento, la banda delle scimmie si andò a bagnare nel torrente. L'acqua correva via spumeggiando e spruzzando.
Come dice l'adagio: ogni bestia ha il suo linguaggio. Le scimmie dicevano: "Donde viene tutta quest'acqua? Oggi non abbiamo altro da fare: risaliamo il torrente e cerchiamo la sorgente, tanto per divertirci!" Lanciarono un sol grido e partirono tutte insieme correndo, chiamandosi e tirandosi, maschi e femmine, grandi e piccini. Scalarono la montagna seguendo il corso d'acqua senza fermarsi fino all'origine, che risultò essere la magnifica cascata che vedete:
Volano spruzzi di neve
Come bianchi arcobaleni.
S'acquatta la luna
Sotto il fresco soffio che fende le falde verdi
Umide di piccole gocce.
La cascata è un fuggevole sipario.
Le scimmie battevano le mani per l'ammirazione:
"Che bell'acqua! È dunque da qui che scorre via fino al mare."
Dicevano: "Chi fosse capace di scivolarci a trovare il punto preciso da cui sgorgano le acque, e di ritornarne sano e salvo, lo faremmo re."
Lo avevano ripetuto tre volte quando, a un tratto, la scimmia di pietra balzò fuori dal gruppo e gridò:
"Vado io, amici, vado io!"
Che brava scimmia! Non è appunto il momento in cui
Brilla la sua fama,
È giunta la sua ora?
Qui l'attende il destino:
Entra da re nel suo palazzo.
Ecco che chiude gli occhi, si raccoglie e balza al di là della massa d'acqua che cade: alza la testa, sgrana gli occhi e che vede? Né onde né flutti là dentro, ma un ponte scintillante. Si fermò per concentrarsi meglio e guardò attentamente: era un ponte di liste di ferro; l'acqua, che sgorgava da una cavità della roccia, ricadeva mascherandone l'accesso. La scimmia, avanzando a schiena curva e guardandosi intorno, ebbe l'impressione di entrare in un luogo fatto per abitarci, davvero un bel posticino. Vedete un po':
Azzurra nebbiolina sotto la bianca giada, con luci arcobaleno.
Le grandi stanze vuote dalle calme finestre; fiori sui banchi lisci.
Stalattiti-mammelle versan perle di drago su strane concrezioni.
Ci sono vasi e coppe, piatti e tazze di pietra su tavole rugose.
Le pentole e i fornelli serban tracce di fuoco. Leggiadre panche e letti.
Svetta il bambù, fiorisce qualche ramo di prugno. I pini azzurri
Lucidi nella pioggia. Non sembra forse una dimora umana?
Dopo aver lungamente contemplato, saltò sul ponte e, osservando a destra e a manca, scoprì nel mezzo una stele che recava nella parte superiore una colonna di grandi caratteri in calligrafia quadrata:
TERRA BENEDETTA DEL MONTE DI FIORI E FRUTTI
PARADISO CAVERNOSO DELLA GROTTA DEL SIPARIO TORRENZIALE
La scimmia di pietra non stava in sé dalla gioia; fece dietro-front per uscire, si raccolse, chiuse di nuovo gli occhi e balzò d'un tratto oltre lo sbarramento acquatico. Rideva e gridava:
"Che occasione inaudita! Che fortuna!"
"Che cosa c'è là dentro?" chiedeva la folla delle scimmie che la circondava. "È profonda l'acqua?"
"Non c'è acqua! Non ce n'è affatto! C'è invece un ponte di liste di ferro. E accanto un patrimonio che è dono del cielo e regalo della terra."
"Quale patrimonio?"
"Tutta quest'acqua passa sotto il ponte attraverso la roccia e, ricadendo, nasconde l'ingresso", spiegava allegra la scimmia di pietra. "Presso il ponte ci sono alberi e fiori, e una casa di pietra con forno e focolare, piatti e tazze, letti e sedili di pietra, e nel mezzo una stele su cui è incisa l'iscrizione Terra benedetta del Monte di Fiori e Frutti, Paradiso cavernoso della Grotta del Sipario Torrenziale: proprio così! Un posto in cui saremo ben riparati. Ed è spazioso, potremo facilmente abitarci in cento e mille. Andiamo a sistemarci e risparmiamoci le bizze del cielo venerando! Perché una volta là dentro
Non ci raggiungerà il vento,
Né pioggia ci bagnerà.
Non temeremo il gelo,
Più non udremo il tuono.
Come una stufa, caldo vaporoso.
D'anno in anno verdeggiano i bambù
E brillano ogni giorno nuovi fiori."
Il discorso riempì tutti di gioia, nella folla delle scimmie. Gridarono in coro:
"Va avanti e guidaci!"
La scimmia di pietra si raccolse di nuovo chiudendo gli occhi e saltò gridando:
"Seguitemi tutti, entrate!"
I più audaci avevano saltato, ma i meno arditi allungavano il collo, poi incassavano la testa nelle spalle, si grattavano le orecchie, si strofinavano le guance, strillavano; dopo qualche incertezza, entrarono tutti.
Quando ebbero passato il ponte, andarono a gara nell'afferrare i piatti, impadronirsi delle tazze, monopolizzare il forno, occupare il letto, sposta questo, spingi quello, senza fermarsi un momento, come vuole il carattere giocoso e dispettoso delle scimmie: si fermarono solo quando non ne poterono più. Allora la scimmia di pietra, da una posizione dominante, li arringò solennemente:
"Amici! A che serve un uomo che non mantiene la sua parola?(2) Non avevate detto che avreste fatto re chi fosse capace di entrare e di uscire sano e salvo? Io non solo l'ho fatto, ma ci sono ritornato con voi, e vi ho mostrato una caverna in cui potrete riposare, amici, e dormire del tutto sicuri. Che cosa aspettate per prestare omaggio al vostro re, ora che abbiamo tutti la fortuna di metter su casa?"
A queste parole le scimmie, unanimi, si prosternarono rispettosamente senza protestare. Ciascuno si allineava secondo l'età e il rango. Giunsero le mani in omaggio al loro sovrano e gridarono tutti insieme:
"Viva il nostro gran re!"
Da allora, salendo sull'eminente trono reale, la scimmia abbandonò il nome di scimmia di pietra, e prese quello di Bel Re Scimmia.
Lo testimoniano i versi:
Quando nacque la vita dal Supremo Tre-Yang,
Rupe d'immortali raccolse vigore astrale,
E d'uovo in scimmia giunse al Grande Tao
Sotto un nome qualunque realizzato.
Dell'introspezione essa ignora il noumenico,
Solo conosce l'atto fenomenico.
Fa a modo suo, non dà retta a nessuno,
Come mostrano a volte anche i più saggi.
Alla testa della truppa di gibboni, macachi e babbuini, tra cui aveva nominato i propri servitori e consiglieri, il Bel Re Scimmia passeggiava il mattino sul Monte di Fiori e Frutti, e la sera si coricava nella Grotta del Sipario Torrenziale. Viveva in pace e accordo con i suoi sudditi, senza impicciarsi del volo degli stormi di uccelli, né seguire la corsa delle bestie selvagge, da monarca libero e indipendente, in felicità senza pari. Fu così che
La primavera vivevan di fiori,
Mangiavano d'estate dolci frutti,
D'autunno raccoglievano castagne,
E d'inverno sbarcavano il lunario.
Il Bel Re Scimmia aveva goduto della generosità della natura per tre o quattro secoli, magari cinque, quando un bel giorno, durante un allegro banchetto, d'improvviso gli cadde addosso la tristezza e si mise a piangere. Le scimmie, allarmate, gli chiesero inchinandosi profondamente:
"Perché si tormenta vostra maestà?"
"Ho un bel vivere nella gioia, non posso scacciare il pensiero del futuro: è questo che mi tormenta."
"Vostra maestà non è facile da accontentare" risposero ridendo le scimmie. "Noi ci riuniamo allegramente ogni giorno in questa terra benedetta della montagna degli immortali, in questa antica caverna e su questo divino continente. Nessuno ci ha mai assoggettato, né liocorno, né fenice, né monarca umano. La libertà e la spensieratezza sono felicità che non hanno prezzo; perché caricarsi di pensieri?"
"Certo, oggi non siamo soggetti alle leggi di re umani, né temiamo le minacce di animali; ma prima o poi, quando saremo decrepiti, non cadremo forse nelle mani del vecchio Yama, nel regno delle ombre? Quando il nostro corpo perirà, non risulterà inutile la nostra vita in questo mondo, se non potremo abitare indefinitamente fra gli esseri divini?"
A questo discorso ogni scimmia si coprì la faccia e si mise a singhiozzare pietosamente, tanto erano tutte oppresse dal pensiero della caducità. D'un tratto salta fuori dai ranghi un gibbone dalle lunghe braccia, che con forte voce si rivolge al re:
"Che un tale pensiero assalga vostra maestà significa in verità che il suo spirito incomincia ad aprirsi al Tao. Fra le cinque categorie di creature, solo tre non sono soggette alla giurisdizione del re degl'Inferi."
"Sai quali sono?"
"Quelle di buddha, di immortale e di santo(3), che si sottraggono al ciclo della trasmigrazione, non nascono e non muoiono. Esse godono della stessa longevità del cielo e della terra, dei fiumi e delle montagne."
"Dove abitano queste tre categorie?"
"In questo mondo, in grotte antiche e sulle montagne di immortali."
Le spiegazioni rimisero di buon umore il re scimmia, che dichiarò:
"Domani stesso vi saluterò e scenderò dalla montagna. Dovessi anche correre come una nuvola in capo al cielo o al mare, troverò qualcuno che appartenga a queste tre categorie, per imparare a restare giovane e vivere indefinitamente, e sfuggire per sempre alle imboscate che ci tende il Signore Yama."
Sarà bastata questa semplice frase per farlo immediatamente uscire dalla rete della trasmigrazione e fargli raggiungere la posizione di Grande Santo Uguale al Cielo. Le scimmie battevano le mani in segno di ammirazione:
"Che bellezza! Domani scaleremo la montagna e scenderemo sull'altro versante in cerca di frutti, per offrire a sua maestà un grande banchetto d'addio."
Il giorno dopo le scimmie colsero pesche e frutti rari, andarono in cerca di semplici alpestri, scavarono radici di rabarbaro, colsero pistilli profumati di angeliche e di orchidee: in breve ogni specie di pianta preziosa e di fiore raro. Quando li ebbero accuratamente ordinati, disposero tavole e panche di pietra e vi posero in bella mostra vini e piatti divini. Vedete un po':
Sfere d'oro e sferette di perle,
Rossi scarlatti, gialli maturi,
Spiccano le ciliege selvatiche.
Prugne profumate ed asprette.
Manghi carnosi di buccia sottile.
Litchi di fuoco dal piccolo nocciolo.
Verdi mele selvatiche su rami.
Nespole gialle avvolte nelle foglie.
Pere testa-di-lepre, datteri come cuori,
Allontanan la sete, gli affanni e gli effetti del vino.
Pesche odorose, mandorle tenere
Più deliziose di elisir preziosi.
Artemisie dolce-aspre come iogurt.
Polpe rosse dai neri semi dei meloni maturi.
Petali gialli coprono i grandi cachi.
Spacchi di melograno in cui brillan rubini.
Castagne dalle carni come agata dorata.
Candide noci e mandorle col tè,
Con cocco ed uve si prepara il vino.
Piatti di frutta secca. Sopra i tavoli
Kumquat, canna da zucchero ed agrumi.
Le patate alla griglia,
Ben cotte le radici di rabarbaro,
Polline di ninfea;
Nelle pignatte cuoce lento il brodo.
Possono i nostri cibi ricercati
Paragonarsi alle raffinatezze
Di scimmie di montagna?
Le scimmie onoravano il loro re pregandolo di presiedere al banchetto, in cui occupavano i posti inferiori secondo l'età e il rango, offrendogli ciascuno vino, fiori e frutta. Per tutto il giorno si abbandonarono a copiose libagioni. L'indomani, alzandosi di buon'ora, il Bel Re Scimmia ordinò:
"Figli miei, tagliatemi del legno di pino e costruitemi una zattera. Trovatemi un ramo di bambù che mi serva da pertica per governarla, e raccoglietemi un po' di frutti e cibo. Voglio partire."
Eccolo che sale sulla zattera, la spinge a tutta forza e, trascinato dalla corrente e aiutato dal vento, fila dritto fra le onde dell'oceano e lo attraversa, grazie a un soffio divino, fino alla costa del continente meridionale. Ecco la sua partenza:
Scimmia immortale di nascita divina
Dalla montagna parte con la zattera.
Oltre l'oceano essa cerca la Via,
Con volontà tesa alle grandi imprese.
Ed un esperto vorrebbe incontrare
Che riveli il segreto delle origini.
Fu un'occasione venuta al momento giusto che, da quando era salito sulla zattera, soffiasse un forte vento di sud-est, che lo condusse sulla costa nord-ovest del continente meridionale. Esplorando il fondo con la sua pertica, constatò che l'acqua era poco profonda. Abbandonò la zattera, saltò a terra e vide sulla riva gente che pescava, altri che cacciavano oche selvatiche; chi dissotterrava conchiglie, chi raccoglieva sale.
Si avvicinò loro e si mise a dar spettacolo, facendo smorfie tali che la gente scappò a gambe levate, abbandonando reti e panieri. Egli afferrò un tizio paralizzato dalla paura, lo spogliò degli abiti e li indossò a imitazione di quello che vedeva. Passava da borgo a capoluogo, copiando nelle fiere e nei mercati gesti e parole degli uomini, e dandosi molte arie.
Che riposasse la notte o pranzasse a mezzogiorno, pensava una cosa sola: come incontrare un buddha, immortale o santo e ottenere la ricetta di lunga vita e di eterna giovinezza. Ma vedeva solo gente che voleva far parlare di sé e far soldi, nessuno che si preoccupasse di come sarebbe andato a finire.
Finirà questa caccia a cose vane?
In piedi all'alba, ti corichi a notte
E libero non sei. Trotti sul mulo
E sogni un palafreno. Sei un ministro,
Ti sogni duca o re. Ammucchi denaro
Dimenticando il timore di Yama.
Voglion lasciare gloria e soldi ai figli,
Ma nessuno si ferma per riflettere.
Il re scimmia era dunque in cerca di immortalità, ma non era ancora destinato a incontrarla.
Attraversò grandi città e molti villaggi del continente meridionale. Dopo otto o nove anni si trovò inattesamente sulla riva dell'oceano occidentale. Convinto che al di là del mare avrebbe pur trovato qualche immortale, si costruì una zattera simile alla precedente e navigò sul mare dell'ovest fino al continente occidentale.
Quando fu sbarcato, errò a lungo prima di imbattersi in un'alta e bella montagna, nascosta alla base da una folta foresta. Senza temere lupi, né tigri o pantere, egli la scalò fino alla cima per godersi il panorama, che era proprio magnifico:
Mille picchi come alabarde
Rette da diecimila guardie.
Pioggia rinfresca le cime,
Riflessi di sole attraversano le brume.
Alberi antichi le liane rinserrano,
Scorron ruscelli lungo i sentieri,
Fiori nell'erba folta e selvaggia,
Bambù giganti sotto gli abeti:
Verde e fresca la terra benedetta.
Il gorgoglio delle sorgenti suona
Come il corteggio di timidi uccelli.
Burroni tappezzati di orchidee,
Dappertutto licheni e muschi morbidi.
Vene di drago che salgono e scendono:
In un monte così si cela un Grande.
Contemplava la veduta, quando udì una voce umana dal folto della foresta. Si infila fra gli alberi e tende l'orecchio. Era qualcuno che cantava:
"Con la scure abbatto gli alberi,
Imputridisce il manico durante la partita(4).
In capo alla valle, presso le nuvole,
Scambio fascine con vino, a piacere
Lo bevo e mi rallegro. Sul glauco sentiero
Nell'autunno avanzato poso il capo sul ceppo
Del pino per dormire. Quando all'alba mi sveglio
Riconosco ogni fronda. Mi arrampico sul monte,
Scure alla mano, e taglio liane secche.
Porto il ruvido carico al mercato vicino
Lo scambio con tre litri di riso o di granaglie.
Questo è il prezzo corrente. Io non so calcolare
Né intrigare. Non servo e non sono servito.
Perdura la mia vita nella tranquillità.
Solo incontro talvolta gli immortali:
Espongono gli arcani della Corte Gialla."
Le parole della canzone riempirono di gioia il re scimmia, che si disse:
"Ci sono dunque immortali nascosti da queste parti."
Balzò subito avanti nella foresta e, osservando con attenzione, scoprì un boscaiolo che alzava l'ascia per tagliare un albero. Com'era conciato!
In testa un cappello di foglie fresche di bambù. Sul dorso una tunica di tela leggera, tessuta con cotone locale. Alla vita una cintura di una strana seta, sputata da qualche vecchio bruco del bosco. Ai piedi sandali di paglia legati con foglie di carice arrotolate. Teneva in mano un'ascia di acciaio fino, fissata al manico da una corda di canapa. Chi meglio di questo boscaiolo saprebbe spezzare alberi morti e abbattere pini?
Il re scimmia si avvicinò per interpellarlo:
"Salute, venerabile immortale! Il vostro discepolo giunge le mani!"
Sorpreso da lasciar cadere l'ascia, il boscaiolo si volse per rendere il saluto:
"Sono un pover'uomo che fatica a nutrirsi e vestirsi. Come oserei lasciarmi trattare da immortale?"
"Se non sei un immortale, perché parli come loro?"
"Che cosa posso aver detto?"
"Sul bordo della foresta ti ho sentito cantare: 'Solo incontro talvolta gli immortali, espongono gli arcani della Corte Gialla.' Ora, la Corte Gialla contiene le parole veridiche del Tao e della Virtù. Come dunque non saresti un immortale?"
"Ti dirò" rispose ridendo il boscaiolo: "questi versi cantati sull'aria della Corte piena di profumi li ho effettivamente imparati da un immortale. Abita non lontano dalla mia capanna. Poiché mi vedeva penare, e spesso di cattivo umore, mi ha insegnato a recitare i versi quando ho qualche noia, per distendere lo spirito e superare le difficoltà. Un momento fa mi sentivo un po' preoccupato e mi son messo a cantarli, senza sapere che tu mi ascoltassi."
"Dal momento che hai questo vicino, perché non ti fai suo discepolo per imparare la ricetta dell'immortalità? Non ti farebbe comodo?"
"Il fatto è che la mia vita è sempre stata dura: devo ai miei genitori di avermi cresciuto fino a otto o nove anni, ma ero appena in grado di capire qualcosa quando mio padre morì e lasciò vedova mia madre. Poiché non ho né fratelli né sorelle, non c'ero che io a vegliare su di lei. Ora che è vecchia, ne ha un bisogno ancor maggiore. E poi la nostra terra è sterile e incolta, non abbiamo di che nutrirci e vestirci. Io posso soltanto tagliare fascine e portarle al mercato, per cavarne qualche sapeca di merce e qualche litro di riso, che cuocio e preparo con le mie mani per servirlo alla mia vecchia madre con un po' di tè. Ecco perché non mi è possibile coltivare il Tao."
"A quanto vedo sei un bravo figlio, pieno di pietà filiale. Questo ti sarà certo messo in conto. Ma spero che tu mi dica dove abita l'immortale, perché possa vederlo."
"Non è affatto lontano. Questa montagna si chiama Monte della Terrazza degli Dei di un Pollice Quadrato - vale a dire il cuore; l'immortale vive nella Grotta della Luna Pendente e delle Tre Stelle, e si chiama il patriarca Subhûti. In vita sua ha avuto innumerevoli discepoli. Al momento ce ne sono quaranta o cinquanta che praticano sotto la sua guida. Segui questo sentiero, cammina verso sud per sei od otto li e sarai arrivato."
"Amico" insisté il re scimmia trattenendo il boscaiolo per la mano "vieni con me. Se ne ricavo beneficio, non dimenticherò la bontà che avrai avuto di accompagnarmi."
"Non te l'ho appena detto? Non vuoi capire! Non ti entra nella zucca? Se vengo, chi lavorerà per me? Chi si occuperà della mia vecchia madre? Io devo raccogliere le fascine. Vacci tu, se vuoi."
Il re scimmia non poté che congedarsi. Uscì dalla fitta foresta, cercò il sentiero, discese il fianco della montagna e, sette od otto li più lontano, scorse una dimora rupestre. Il posto era superbo:
Tavolozza cangiante di brume e nebbioline
Rende di sole e luna i riflessi dorati:
Mille cipressi, diecimila snelli bambù!
Vecchi cipressi dipingono in verde
La metà dello spazio. Bruma azzurra
Sfuma dentro la gola le canne dei bambù.
Un broccato di fiori si distende all'ingresso.
Come profuma all'imbocco del ponte
L'erba di diaspro!
Sopra i bordi sporgenti cresce scuro lichene.
I muschi verde giada fino al bordo del cielo.
La gru degli immortali fa sentire il suo grido,
S'alzano le fenici dispiegando le ali.
Passa il nero gibbone, corrono bianchi cervi,
Leoni ed elefanti son signori del luogo.
È terra benedetta, meglio del paradiso!
La porta della dimora sotterranea era solidamente chiusa, tutto era calmo e silenzioso, senza alcuna traccia di presenza umana. Volgendo la testa, vide in cima alla rupe una lastra di pietra alta tre tese e più, larga otto piedi. Vi si allineava in dieci grandi caratteri la seguente iscrizione:
MONTE DELLA TERRAZZA DEGLI DEI DI UN POLLICE QUADRATO
GROTTA DELLA LUNA PENDENTE E DELLE TRE STELLE
Al colmo della gioia, il Bel Re Scimmia si disse: "Brava gente si incontra in questi posti! L'informazione era precisa!" Guardò per un bel po', senza osar di bussare; poi finì per saltare su un ramo e si divertì a cogliere pigne, sgranocchiarne i pinoli e gettare i gusci qua e là.
A un certo punto si udì un cigolio, la porta della grotta si aprì e ne uscì un ragazzino immortale, pieno di grazia e dignità, dal volto straordinariamente puro: niente in comune con i soliti marmocchi.
Eccolo qua:
Doppio nastro di seta gli annodava i capelli,
Abito a larghe maniche lievi come pensieri.
Portamento distinto come dà un cuore vacuo.
È lontano dal mondo il fanciullo dei monti.
È netto da ogni polvere, non conosce intemperie.
Appena uscito, si mise a gridare:
"Chi è venuto qui a far baccano?"
Il re scimmia saltò giù dall'albero, si avanzò e si presentò inchinandosi:
"Ragazzino immortale, sono un discepolo in cerca del Tao e dell'immortalità, e mi guarderei bene dal far baccano."
"Tu saresti in cerca del Tao?" chiese il ragazzino sorridendo.
"Sì."
"Il maestro si era appena alzato dal giaciglio per salire in cattedra e parlare del Tao; ma ancor prima di annunciare il tema mi ha detto di aprire la porta: 'È arrivato un aspirante del Tao e aspetta fuori; va a riceverlo!' Suppongo che sia tu."
"Certo che sono io!" scoppiò a ridere il re scimmia. "Sono proprio io!"
La nostra scimmia si rassettò gli abiti e, con aria dignitosa, seguì il ragazzo nelle profondità della grotta, ammirando di passaggio file d'alcove profonde e torri d'agata, palazzi di perle e celle di madreperla, senza parlare di graziosi angolini che non si finirebbe mai di descrivere. In breve, fu condotto dritto alla pedana di diaspro su cui sedeva solennemente il patriarca Subhûti, circondato da una trentina di immortali di rango inferiore, che si tenevano in disparte ai due lati. In effetti il maestro era
Immortale d'oro del Grande Risveglio,
Subhûti, meraviglia in occidente.
Al di là della morte e della nascita,
Capace delle tre concentrazioni,
Ogni cosa comprende e compatisce.
Vuota e cangiante, libera e spontanea,
Tutto può far la sua propria natura.
Possiede forza, età, maestà del cielo,
Maestro della Legge, Illuminato!
Alla sua vista il Bel Re Scimmia si gettò a terra per prosternarsi e battere la fronte al suolo innumerevoli volte, ripetendo:
"Maestro, maestro! Io, tuo discepolo, ti rendo omaggio con cuore sincero; gli omaggi di un cuore sincero!"
"Da dove vieni? Dimmi nome, cognome e provenienza; che capisca bene! Poi potrai continuare a salutare."
"Il tuo discepolo viene dalla Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai del continente orientale."
"Buttatelo fuori!" gridò il patriarca. "È uno dei soliti imbroglioni. Quale Tao potrebbe mai conseguire?"
"Il tuo discepolo è semplice e onesto, senza ombra di furberia" affermò il re scimmia in preda allo sgomento, continuando a prosternarsi.
"Se ti pretendi onesto, come puoi dire che vieni dal continente orientale? Ci sono di mezzo due vasti oceani. Come pretenderesti di averli attraversati?"
"Mi sono lasciato portare dalle acque" replicò il re scimmia battendo la testa per terra; "e ho dovuto viaggiare dieci anni, dopo lo sbarco, per arrivare fin qui."
"Va bene, supponiamo che tu sia venuto con le tappe che ci volevano e mettendoci il tempo dovuto. Qual'è il tuo carattere?"
"Non ho carattere. Se mi insultano, non me la prendo; se mi picchiano, non protesto, saluto e me ne vado. Mai avuto carattere."
"Non parlavo di questo, ma del carattere che indica il nome di tuo padre o di tua madre."
"Non ho padre né madre."
"Non sarai mica cresciuto sugli alberi."
"Non sugli alberi, ma dentro una pietra; ricordo solo una rupe di immortali, sul Monte di Fiori e Frutti, che a suo tempo si aprì e mi mise al mondo."
"Come dire che ti hanno concepito il cielo e la terra" commentò il patriarca, rallegrandosi dentro di sé. "Alzati e fammi vedere come ti muovi."
La scimmia si mise a saltellare, stiracchiandosi qua e là, e fece due o tre giri zoppicando.
Il patriarca si mise a ridere:
"Bisogna dire che non sei bello, Ma infine non sei che una scimmia mangia-pinoli. Ti troverò un nome che convenga alla tua persona. Pensavo a hu, che significa scimmia: se dal carattere si leva il radicale degli animali, restano i due elementi antico e luna, che significano donna vecchia, perché antico è il vecchio, e luna è il femminile. Ma una donna vecchia non farebbe figli. Sarà meglio usare un altro nome della scimmia, per esempio sun. Se si leva il radicale degli animali, restano gli elementi ragazzo e cordone, il cordone ombelicale. Ciò corrisponde perfettamente alla teoria fondamentale del fanciullo androgino. Dunque ti chiamerò Sun, Scimmiotto."
Compiaciuto a questo discorso, il re scimmia si prosternò davanti al patriarca:
"Bravo! Mi piace! Solo oggi conosco finalmente il mio nome. Maestro, mi aspetto tutto dalla tua bontà. Poiché ora ho un nome, ti prego di darmi anche un soprannome per chiamarmi correntemente."
"Abbiamo dodici caratteri fra cui scegliere soprannomi. Ora, tu sei il decimo dei miei discepoli."
"Quali sono questi dodici caratteri?"
"Sono largo, grande, saggio, avveduto, vero, conforme, naturale, mare, vivo, consapevole, completo e risveglio. Ti tocca dunque consapevole. A partire da questa parola, ti do il nome in religione di Wukong, Consapevole del Vuoto, Sun Wukong."
"Che bellezza! D'accordo: ormai mi chiamerò Scimmiotto Consapevole del Vuoto", esclamò ridendo il re scimmia.
È il caso di dirlo:
Restava senza nomi la fine del caos primordiale.
Per spezzarla occorreva la coscienza del vuoto.
Se poi non sapete quali risultati ricaverà Scimmiotto da tutte queste austerità, vi converrà venire ad ascoltare il seguito, che li descriverà.