L'eminente sovrano, con decreto ufficiale,
L'ha inviato a cercare le fonti dello zen.
Xuanzang va alla ricerca della Grotta del Drago,
Ben deciso a salir il Picco degli Avvoltoi.
Lascia l'imperatore e a Occidente si avvia,
In viaggio alla scoperta del vuoto sconfinato.
Come abbiamo raccontato, Tripitaka ebbe l'insigne favore di essere accompagnato alla barriera daziaria della città di Chang'an dall'imperatore in persona, con grande seguito, tre giorni prima della metà della nona luna del tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù.
Dopo due giorni di buon trotto, Tripitaka e i due compagni che gli erano stati assegnati giunsero al Monastero della Porta della Legge. Il superiore lo accolse alla testa dei suoi cinquecento monaci debitamente schierati, e gli offrì il tè. Poi fu servito un pasto di magro, che si prolungò sino al cuore della notte.
La Via lattea è un'ombra impalpabile,
La luna netta senza un gran di polvere.
Gridano da lontano oche selvatiche,
In cucina rumori familiari.
Posan gli uccelli sugli alberi spogli.
I monaci discutono seduti
Comodamente su stuoie di giunco;
In sanscrito si senton cicalare
Fin verso mezzanotte.
Alla luce delle lampade i monaci conversavano della dottrina del Buddha e della decisione di andarne a cercare le scritture fino al Paradiso dell'Ovest. Chi parlava degli immensi corsi d'acqua da attraversare e delle montagne da scalare, chi di tigri e pantere che infestavano la strada. Chi pensava che le maggiori difficoltà sarebbero venute da picchi e scarpate, chi da esseri malefici e diavoli perversi.
Tripitaka taceva; ogni tanto scuoteva il capo e additava il proprio cuore. I monaci giunsero le mani per chiedergli che cosa voleva significare: "Maestro, perché scuotete il capo e additate il vostro cuore?"
"I diavoli sono prodotti dal nostro spirito, nascono e muoiono con lui. Il vostro discepolo ha fatto un solenne giuramento davanti al Buddha; in realtà compiere la mia missione dipende solo da me. A ogni costo devo giungere nel Paradiso dell'Ovest, vedere il Buddha e avere i sutra. Allora la nostra ruota della legge girerà, e l'augusto territorio del nostro sacro sovrano sarà prospero."
I monaci non lesinavano espressioni di ammirazione: "Che lealtà! Che coraggio!" E gli offrirono un comodo letto augurandogli buon riposo.
All'alba, quando il suono delle bacchette di bambù annunciò la quinta veglia, i monaci si alzarono per riscaldare l'acqua del tè e preparare la colazione. Xuanzang indossò il suo kasâya, salì alla sala principale e pregò davanti all'immagine del Buddha: "Il tuo discepolo è partito in cerca delle scritture, ma la vista offuscata e limitata dei suoi occhi carnali ignora la vera forma del Buddha vivente. Faccio voto di bruciare incenso in ogni monastero che incontrerò sul mio cammino, di pregare tutti i buddha che incontrerò, di nettare la soglia di tutti gli stupa. Ma voglia il Buddha dimostrarmi la sua compassione, rivelandomi al più presto il suo corpo dorato alto sedici piedi e donandomi i sutra autentici, perché si diffondano e vengano conservati nella terra dell'Est."
Poi fece colazione nella cella del superiore; e i suoi compagni sellarono i cavalli e sollecitarono la partenza.
Sulla porta del monastero Tripitaka si congedò dai monaci; essi erano tanto dispiaciuti di vederlo partire che lo accompagnarono per dieci li e se ne ritornarono trattenendo a stento le lacrime.
Tripitaka proseguiva la strada verso l'Ovest. Era la fine d'autunno:
Gli alberi del villaggio sono spogli,
Sparse dell'acero le foglie rosse,
Rari i passanti sotto piogge e nebbie,
Fioriscon crisantemi malinconici.
Non ti stupir se cade un po' di neve.
Vola lontano un'anitra isolata,
Dall'orizzonte vengono le nubi,
Migran le rondini. Le oche selvatiche
Lanciano stridi rochi e laceranti.
Con qualche giorno di cammino, il maestro e i suoi compagni raggiunsero Gongzhou, dove mandarini e funzionari li accolsero e li accompagnarono in città. Ne ripartirono il mattino dopo.
Dedicando solo il tempo indispensabile al cibo e al sonno, due o tre giorni dopo raggiunsero Hezhou, città di frontiera al confine dell'impero dei Tang. Il comandante della guarnigione e i monaci locali, buddisti e taoisti, vennero a presentare i loro rispetti al maestro della legge, fratello imperiale, inviato al Buddha in missione ufficiale.
Si riposarono al Monastero della Sorgente di Felicità. Quando ebbero consumato il pasto di magro, Tripitaka raccomandò ai suoi compagni di dare al cavallo una razione abbondante in vista della partenza all'alba. Quando i galli cantarono, bevuto il tè, si misero in cammino e oltrepassarono la frontiera.
In effetti, traditi dall'impazienza, si erano alzati troppo presto. In autunno avanzato i galli cantano prima del solito, piuttosto alla quarta veglia che alla quinta. I tre uomini e il cavallo camminavano sul terreno ghiacciato al chiaro di luna; dopo qualche li, riconobbero una catena montuosa. Si camminava fra gli sterpi, avanzare sul pendio era sempre più difficoltoso, tanto da far dubitare di aver perso la strada. Mentre si muovevano incerti e a fatica, il terreno mancò loro sotto i piedi: uomini e cavallo precipitarono in una fossa. Tripitaka era sconvolto, i suoi compagni battevano i denti dalla paura, quando si sentì una voce selvaggia come un ruggito urlare: "Portatemeli qua!"
Sull'orlo della fossa comparvero parecchi mostri che li tolsero dalla trappola. Basito di paura, il povero maestro della legge si azzardò a sbirciare per vedere che cosa accadeva: al posto d'onore troneggiava un orrendo re dei diavoli.
Un gigante da dar la pelle d'oca:
Ghigno feroce da farti svenire,
Occhi che fulminano, voce di tuono,
Denti come una sega e grandi zanne,
Radi mustacchi come fil di ferro
Ed artigli affilati come lame.
Semi vestito con lusso barbarico.
Anche a chi fosse assai più coraggioso
Di Tripitaka farebbe paura,
Questo gran capo dei monti del Sud.
In effetti Tripitaka credeva di morire e i suoi compagni si squagliavano come burro. Il re urlò l'ordine di legarli, che venne subito eseguito. La banda arrotava i denti e sembrava disporsi a usarli sulle carni dei malcapitati, quando qualcuno venne ad annunciare: "Arrivano il signore di Monte Orso e l'eremita Zebù."
Tripitaka vide avanzarsi un forzuto di pelo scuro:
Corpaccione coraggioso
Pien di forza e pien di foga,
Fitto bosco od acqua in piena
Non trattengon la sua corsa.
Visto in sogno, dà fortuna.
Scala gli alberi, o li spezza.
Sa che tempo fa domani.
È il signor della montagna.
Lo seguiva un altro bestione ben piantato:
Grandi corna ben aguzze,
Grande gobba sulla schiena,
Pelo nero, indole docile,
Viene avanti a passi lenti.
Questo è l'utile zebù.
Le due creature fecero un ingresso solenne e il re diavolo le accolse con riguardo.
Il signore di Monte Orso diceva: "Generale Yin, a quanto vedo siete in buona salute; mi felicito." E l'eremita Zebù: "Siete proprio più in forma che mai, generale Yin, ne sono lietissimo."
"E voi, signori, come ve la passate?"
"Come al solito" rispose il signore di Monte Orso.
"Secondo il tempo che fa" soggiunse l'eremita Zebù.
Si sedettero a chiacchierare e a ridere. Uno dei compagni di Tripitaka si lasciò sfuggire un gemito, perché la corda che lo legava stretto gli faceva male.
"E questi da dove escono?" chiese il forzuto.
"Gente che si è presentata volontaria" sogghignò il re diavolo.
"Non potreste servirli ai vostri ospiti?" suggerì l'eremita, scoprendo i denti in una risata.
"Ma certo, con piacere."
"Non bisogna dar fondo alle provviste senza criterio" obiettò il signore di Monte Orso. "Ne mangiamo due e mettiamo in dispensa il terzo, d'accordo?"
Il re diavolo acconsentì e fece chiamare il cuoco, che strappò il cuore e svuotò delle interiora i compagni di Tripitaka, e poi ne tagliò le carni a pezzetti. Teste, cuori e fegati furono offerti agli invitati, gli arti al padron di casa e il resto fu diviso fra gli altri. Gli ossi scricchiolavano sotto le mascelle, come quando una tigre divora un agnello: in pochi minuti furono masticati e inghiottiti. Il reverendo era morto di paura; e questa era soltanto la prima delle prove terribili che lo attendevano da quando era partito da Chang'an.
Mentre l'angoscia lo torturava, incominciava appena ad albeggiare. I due esseri malefici se ne andarono solo all'aurora, scambiando abbracci e dicendo: "Ci avete convitato magnificamente; la prossima volta ci permetterete di ricambiare."
Mentre il sole rosso saliva in cielo, Tripitaka era rimasto in un tale stato di sbalordimento, che non sarebbe riuscito a distinguere la destra dalla sinistra. Mentre se ne stava lì tutto istupidito, gli comparve davanti un vecchio che impugnava un bastone. Bastò che sfiorasse i suoi legami, perché si spezzassero. Ma Tripitaka ritornò in sé solo quando il vecchio gli alitò in volto. Allora si inginocchiò: "Grazie, nobile vegliardo, di aver salvato la vita all'umile monaco che sono."
"Alzati" rispose il vecchio. "Non ti pare di aver perduto qualcosa?"
"La mia scorta è stata divorata. Dovrebbero rimanere il cavallo e i bagagli, ma non so dove sono."
"Là" fece il vecchio indicando con il bastone. "Quelli non sono un cavallo e due fagotti?"
Tripitaka volse la testa e si consolò vedendo che non aveva perduto tutto. Chiese al vecchio: "Che posto è questo? E voi come vi ci trovate?"
"Si chiama Montagna della Doppia Forca. Come vi è venuto in mente di venirvi a ficcare in questo rifugio di tigri e lupi?"
"Siamo partiti dal posto di frontiera di Hezhou al canto del gallo, ma era più presto del dovuto. Ci siamo aperti la strada come potevamo sul ghiaccio, e siamo caduti in una fossa. Un diavolo orribile ci ha fatto legare, me, il vostro umile monaco, e i due compagni che avevo. Poi sono comparsi un forzuto di pelo scuro, che si diceva signore di Monte Orso, e un grassone, l'eremita Zebù. Si rivolgevano al diavolo chiamandolo 'generale Yin'. Hanno divorato i miei compagni e, al sorgere del sole, si sono separati. Non avevo più speranza di avere l'inaudita fortuna di essere soccorso."
"L'eremita è lo spirito malefico di un toro selvaggio, il signore della montagna quello di un orso e il generale Yin quello di una tigre. I loro seguaci sono spiriti della montagna, fantasmi degli alberi e strane bestie. Il motivo per cui non hanno mangiato te è che non potevano farlo, per la chiarezza originaria della tua natura fondamentale. Vieni con me: ti condurrò sulla strada giusta."
Sommerso dalla gratitudine, Tripitaka caricò i fagotti e seguì il vecchio, tirando il cavallo per la briglia.
Ritornati sulla strada, Tripitaka legò il cavallo a un arbusto e si girò per salutare il vecchio; ma questo, leggero come un alitar di brezza, inforcò una gru bianca con la testa rossa e scomparve in alto nel cielo. Scese ondeggiando un bigliettino, che recava la seguente quartina:
Sono la candida Stella dell'Ovest
Inviata dal Cielo per salvarti.
Se sul cammino trovi degli ostacoli,
Non volercene; noi ti aiuteremo.
Tripitaka si volse al cielo e pregò: "Ti sian rese grazie, Venere, pianeta d'oro, per avermi cavato da questi pericoli."
Riprese la briglia del cavallo e proseguì il suo faticoso cammino, solo nel paesaggio desolato.
Sui monti non c'erano che
Venti ghiacciati, alberi gocciolanti,
Le acque impetuose dei torrenti,
Inebrianti profumi di fiori
Selvatici, massi pericolanti.
Daini e caprioli si vedono a volte,
Tribù di scimmie strillano sugli alberi,
Cantano uccelli. Nessuna orma umana.
Il viaggiatore inquieto intirizzisce
E trema; il cavallo s'avanza a fatica.
Persuaso di doverci lasciare la pelle, Tripitaka si arrampicò sulla ripida cima. In capo a mezza giornata di cammino non aveva incontrato anima viva, né visto intorno l'ombra di un villaggio. La fame lo tormentava, il suolo accidentato lo spossava. A questo punto, ecco due tigri che gli sbarrano il cammino ruggendo. Alle sue spalle si avvolgevano le spire di giganteschi serpenti, a destra brulicavano bestie velenose, a sinistra esseri malefici. Il monaco non aveva altra scelta che di abbandonarsi alla volontà del cielo; mentre il cavallo zoppicante ed esausto finiva per cadere in avanti, piegando le zampe anteriori, e si rovesciava sul fianco. Non ci fu verso di farlo alzare: tirarlo per le briglie o batterlo non serviva a nulla. Il povero maestro della legge si sentì perduto. Ma non c'è pericolo disperato, che non trovi il soccorso appropriato.
In questa situazione senza uscita, a un tratto, le bestie velenose fuggirono, le creature malefiche volarono via, le tigri voltarono la schiena e i serpenti strisciarono a nascondersi. Tripitaka alzò la testa e vide un uomo armato di un tridente d'acciaio, con arco e frecce legate alla cintura. Era un pezzo d'uomo che sbucava dal fianco della montagna:
Berretto di leopardo maculato,
La tunica tessuta in lana e seta,
Alla vita un fermaglio col leone,
Ai piedi calzature di capriolo.
Occhi dalle pupille spiritate,
Arruffata e selvatica la barba.
Ha un turcasso di frecce avvelenate
E un tridente d'acciaio di gran pregio.
Fuggono gli animali a perdifiato,
I fagiani atterriti si dileguano,
Nell'udire la sua voce sonora.
Quando Tripitaka lo vide avvicinarsi, si inginocchiò sul bordo della strada, giunse le mani e gridò: "Mahârâja, aiuto, aiuto!"
Il pezzo d'uomo si avvicinò al monaco fuori di sé, posò il tridente, lo fece alzare da terra e gli disse: "Rassicuratevi, reverendo. Non sono mica un brigante, ma solo un cacciatore. Mi chiamano Grande Protettore Pacificatore della Montagna, ma il mio nome è Liu Boqin. Mi imbatto in voi mentre ero in cerca di cacciagione. Mi dispiace di avervi spaventato."
"Io sono un monaco inviato dall'imperatore al Paradiso dell'Ovest per pregare il Buddha e cercare le scritture. Mi trovavo circondato da serpenti e da bestie feroci che, quando vi hanno visto arrivare, sono scappate: mi avete salvato la vita, non so come ringraziarvi."
"Le bestie hanno paura di me, perché vivo abbattendole e catturandole; da queste parti non ci sono molte altre risorse. Visto che venite dalla corte dei Tang, siamo compatrioti. Questo territorio è ancora soggetto ai Tang; viviamo sulle terre del medesimo sovrano. Non abbiate paura, e venite con me. Anche il vostro cavallo potrà riposare nella mia capanna, e domattina vi riaccompagnerò sulla buona strada."
Rinfrancato da queste parole, Tripitaka lo seguì tirandosi dietro il cavallo.
Mentre camminavano sul fianco della montagna, il vento portò un ululato.
"Reverendo, sedetevi qui e non muovetevi. Questo rumore indica la presenza di una lince: aspettate che la catturi, ve la servirò a pranzo."
Tripitaka si sentiva il cuore in gola, figurarsi se si sarebbe mosso. Il cacciatore brandì il tridente e mosse a gran passi verso la fiera, una specie di tigre picchiettata che si acquattava nell'erba. Alla vista dell'uomo, fece dietro-front e scappò.
"Dove scappi, bestiaccia?" tuonò Boqin.
Inseguita, la fiera si rivoltò e gli balzò addosso sguainando gli artigli, ma il cacciatore le oppose il tridente brandito a due mani. Tripitaka era inchiodato dal terrore; da quando era uscito dal ventre di sua madre non aveva mai assistito a gesta simili. Il gran protettore e il felino sul pendio della montagna, la lotta fra l'uomo e la belva: che scontro!
Ira crescente e violento uragano.
L'ira accresce l'audacia al cacciatore,
Violenza senza freni è nella belva.
Se l'uno cerca il colpo decisivo,
L'altra sfodera artigli e mostra zanne.
Brillan le punte acute del tridente,
Nubi di sabbia solleva la coda.
L'un punta al cuore e l'altra al buon boccone.
Se vuoi salvarti, tientene lontano,
O ti aspetta una visita all'Inferno.
Senti come ruggisce questa belva,
E che voce di tuono il cacciatore!
Ruggiti da spaccare le montagne,
Grida da lacerar le nubi in cielo.
Gli occhi sembrano uscire dalle orbite,
Il duro sforzo fa scoppiar la milza.
Uomo e tigre si batton per la vita:
Chi sbaglia un colpo è sicuro di perderla.
Dopo due ore buone, il felino diradò gli assalti; quando diede segno di accasciarsi, il cacciatore gli affondò il tridente nel petto e lo abbatté. Povera bestia! Gettava sangue come una fontana; il cacciatore l'afferrò per le orecchie e la trascinò sulla strada.
Lui non aveva nemmeno il fiato grosso, né il suo viso aveva cambiato colore. Si volse a Tripitaka: "Ci è andata bene. È un gatto di montagna bello grasso, può sfamarci per un giorno intero."
"Siete veramente il dio della montagna!" esclamò Tripitaka, e si profuse in elogi.
"Che cosa posso aver fatto per meritarmi lodi così eccessive? Semplicemente, mi avete portato fortuna. Venite che lo scuoiamo e lo mettiamo a cuocere per offrirvi un pasto decente."
Andava avanti per mostrare il cammino, reggendo il tridente in una mano e trascinando la fiera con l'altra. Tripitaka lo seguiva tirando il suo cavallo per la briglia. Quando ebbero aggirato il fianco della montagna per un sentiero serpeggiante, si offrì al loro sguardo una piccola tenuta alpestre. All'ingresso
Alberi antichi, alti fino al cielo,
Sentieri invasi dalle erbe selvatiche.
Da mille gole soffia un vento freddo.
Su dalle erbe esalano profumi.
Le macchie di bambù son verde cupo.
La capanna e la corte con le siepi
Certo meriterebbero un quadretto.
Muri sbiancati a calce, un ponte in pietra.
L'autunno ha preso un volto chiaro e fresco:
Nubi bianche sonnecchian sulle cime,
Foglie gialle sui bordi del sentiero.
All'uscio addormentato va guaendo
Un cagnolino. Le galline chiocciano
Dentro il folto degli alberi.
Giunto all'uscio, Boqin gettò a terra la carcassa del felino e gridò: "Dove siete, figlioli?"
Tre o quattro ragazzi brutti e deformi uscirono di casa. Sollevarono la bestia e la portarono dentro. Boqin raccomandò loro di scuoiarla senza perder tempo e di prepararla per l'ospite, poi ritornò da Tripitaka e lo introdusse in casa. Dopo i saluti d'uso, il monaco rinnovò i ringraziamenti per avergli salvato la vita, e per la compassione e generosità che aveva dimostrato.
"Non mi ringraziate, fra compatrioti era il minimo che potessi fare!"
Si sedettero, bevvero il tè e una vecchia, accompagnata da una donna più giovane, si fece avanti a salutare.
"Queste sono mia madre e mia moglie."
"Pregate la vostra signora madre di occupare il posto d'onore, perché l'umile monaco che sono possa presentarle i suoi rispetti."
"Venite da lontano, reverendo" disse la vecchia. "Restate comodo, non fate complimenti!"
"Mamma, è stato mandato dal sovrano dei Tang a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Ci siamo incontrati sulla montagna e, dal momento che siamo compatrioti, l'ho invitato a casa. Così farà riposare il suo cavallo, e domani lo accompagnerò per un tratto."
"Bravo, càpita proprio al momento giusto. È l'anniversario della morte di tuo padre: chiediamo al reverendo di acquistargli meriti recitando qualche passo di sutra. Vorrà dire che lo accompagnerai dopodomani."
Liu Boqin, benché fosse un uccisore di tigri e si fregiasse del titolo di Grande Protettore Pacificatore della Montagna, non era privo di pietà filiale. Colse al volo il suggerimento di sua madre, corse a preparare incenso e carta moneta e insisté per trattenere Tripitaka.
Nel tardo pomeriggio, mentre stavano ancora conversando, i giovani domestici disposero tavola e sgabelli, e servirono piatti fumanti di carne di tigre. Il cacciatore invitò Tripitaka a servirsi; poi sarebbe venuto il riso.
"È molto gentile da parte vostra, ma non posso nascondervi" confessò Tripitaka giungendo le mani sul petto "che sono un monaco che non ha mai mangiato carni, fin dalla nascita."
Boqin rifletté a lungo prima di rispondere: "Reverendo, la nostra povera famiglia, per quanto si risalga nelle generazioni, non è mai vissuta osservando una dieta vegetariana. Anche se combinassimo il pranzo, diciamo, con qualche germoglio di bambù, delle orecchiette, dei legumi secchi e preparassimo del formaggio di soia, dovremmo poi cuocere tutto con grasso di cervo o di tigre, che non sono proprio ingredienti di magro. Le due pentole che abbiamo sono tutte incrostate di grassi del genere. Come facciamo? Mi dispiace, ho avuto torto a invitarvi."
"Non vi date pena, servitevi, vi prego! Posso benissimo sopportare la fame per tre o quattro giorni. Ma non potrei mai violare la regola che vieta il consumo della carne."
"E se vi trovaste sul punto di morir di fame?"
"In ogni caso vi sono molto grato di avermi tolto dalle unghie di quelle belve: morir di fame è sempre meglio che essere divorato da una tigre."
Ma la madre del cacciatore esclamò: "Ragazzo mio, non discutere con il reverendo monaco. Gli combino io un pasto di magro."
"E come ti procurerai l'occorrente?"
"Non preoccuparti, ho tutto quello che serve."
Si rivolse alla nuora, le fece portare la pentola piccola, la mise al fuoco per bruciare il grasso e la grattò e raspò a lungo, la lavò e rilavò, prima di rimetterla sul fornello.
Poi preparò un infuso di foglie d'olmo, e vi fece cuocere sorgo e miglio; preparò anche dei legumi secchi e versò tutto in due tazze che posò sulla tavola. Quindi si rivolse a Tripitaka: "Servitevi, reverendo. È cibo della massima purezza che abbiamo preparato con le nostre mani, mia nuora e io."
Tripitaka scese dal seggiolone dove stava seduto, la ringraziò e si mise a tavola.
Boqin gli teneva compagnia, fra tazze e piatti di carni di tigre, daino muschiato, pitone, volpe e lepre, senza sale né salsa, oltre a fette di carne essiccata. Si era appena seduto e impugnava le bacchette, quando Tripitaka giunse le mani e recitò una preghiera. Il cacciatore ne fu tanto sconcertato che abbandonò le bacchette e balzò in piedi. Il monaco recitò pochi versi e invitò la compagnia a mangiare.
"Siete un monaco specializzato in sutra cortissimi."
"Non era un sutra" spiegò Tripitaka, "ma solo la formula che si recita prima di un pasto di magro."
"Certo che ne inventate di complicazioni, voialtri monaci. Persino prima di mangiare, c'è la formula!"
Concluso il pasto e dopo che si fu sparecchiato, Boqin guidò Tripitaka a visitare la proprietà. Percorsero un sentierino che li condusse a una capanna coperta di stoppie. Ne spinsero la porta: ai muri erano appesi pesanti archi e potenti balestre; molti turcassi colmi di frecce vi erano appoggiati. Dalla trave pendevano due pelli di tigre stese ad asciugare, puzzolenti e sporche di sangue raggrumato. Negli angoli erano appese lance, forche, spade e randelli. Due seggiole erano collocate in mezzo alla stanza, e Boqin invitò Tripitaka a sedersi. Ma l'ambiente minaccioso e ripugnante non incoraggiava a prolungare la visita. Quando uscirono raggiunsero un ampio giardino con aiuole di crisantemi gialli e ricche chiome di aceri dalle foglie rosse. Con un fruscio, sbucarono dagli alberi una diecina di cervi ben nutriti e un intero gregge di daini, che non mostravano alcun timore della presenza umana.
"Sono animali che avete addomesticato, suppongo?" chiese Tripitaka.
"Come i ricchi di Chang'an ammucchiano capitali e gli agricoltori il grano, così noi cacciatori alleviamo animali selvatici, per premunirci dalle carestie."
Mentre passeggiavano chiacchierando scese la notte, ed essi rientrarono in casa.
La mattina successiva tutti in casa, giovani e vecchi, si alzarono e si diedero da fare per preparare un pasto di magro per il reverendo, prima di invitarlo a recitare i sutra. Tripitaka si lavò le mani e, in compagnia del grande protettore, bruciò l'incenso e pregò davanti all'altare di famiglia. Poi, percuotendo il pesce di legno, recitò le parole della purificazione della bocca e le formule della pulizia del corpo e dello spirito, prima di svolgere il rotolo dei sutra per la salvezza dei morti.
Quando ebbe finito di salmodiare, il cacciatore lo pregò di redigere una supplica per raccomandare il defunto. Poi Tripitaka recitò il sutra del Diamante e quello di Guanyin. Aveva una voce alta, chiara e distinta. Dopo il pasto di magro del mezzogiorno, passò al sutra della Buona Legge e a quello di Amitâbha. Proseguì con un capitolo del sutra del Pavone e concluse con la storia della guarigione del monaco mendicante da parte del Buddha(15).
Ridiscese la sera. Durante tutta la giornata era stata offerta ogni sorta di incenso e bruciate le offerte di carta moneta, insieme alla supplica per la liberazione del trapassato. La cerimonia buddista si concluse e tutti andarono a letto.
L'anima del padre di Boqin, che durante la giornata era stata salvata dalla perdizione, apparve in sogno a tutta la famiglia, giovani e vecchi: "Mi sarebbe stato difficile sottrarmi alle sofferenze del mondo delle ombre, non me la sarei cavata tanto presto. Ma grazie al santo monaco e alle sue preghiere, che hanno cancellato le mie colpe, il re dell'Inferno Yama mi rimanda sulla terra benedetta della Cina, dove rinascerò in una famiglia eminente. Ringraziate il reverendo, mi raccomando, non mancate! Io me ne vado."
Il fatto è che
Di ogni fenomeno il significato
È liberare i morti dal peccato.
Quando la famiglia si risvegliò, il sole era già alto. La moglie del cacciatore disse al marito: "Ho sognato che il suocero era tornato a casa. Il santo monaco aveva cancellato i suoi peccati, e lui ci raccomandava di trattarlo con rispetto. Noi cercavamo di trattenerlo, ma non ci riuscivamo. Poi mi sono svegliata e mi sono resa conto che era stato un sogno."
"È strano: ho fatto lo stesso sogno anch'io. Parliamone alla mamma."
Ma la vecchia li anticipò, chiamando: "Boqin, vieni qui, ti devo dire una cosa."
Era seduta sul letto e raccontò: "Ho fatto un bel sogno. Papà era ritornato a casa; grazie al reverendo i suoi peccati erano stati cancellati, diceva; adesso doveva rinascere in Cina, in una famiglia importante."
La coppia si mise a ridere: "Abbiamo fatto tutti lo stesso sogno, anche noi te lo volevamo raccontare."
Svegliarono l'altra gente di casa per ringraziare tutti insieme Tripitaka e fare i preparativi per la sua partenza. Gli si presentarono davanti: "Non sappiamo come ringraziarti del grande beneficio che ci hai fatto: hai liberato il nostro defunto padre."
"L'umile monaco che sono non merita tanti ringraziamenti. Di quale potere potrei mai vantarmi?"
Boqin raccontò il sogno che tutti avevano fatto, e anche Tripitaka se ne rallegrò. Gli offrirono un pasto di magro e un tael, per dimostrare la propria gratitudine; ma per quanto insistessero, lui non volle accettare nemmeno una sapeca. Tuttavia disse: "Basterebbe che mi dimostraste la vostra compassione accompagnandomi per una sola tappa. Questo grande segno di amicizia mi farebbe molto piacere."
Boqin, la madre e la moglie non poterono fare altro che preparare in fretta e furia gallette di farina e altre provviste secche. Le donne pregarono il figlio e marito di partire con lui per accompagnarlo il più a lungo possibile. Tripitaka accettò con sollievo. Boqin portò con sé due o tre giovani domestici, muniti di trappole per i conigli selvatici, e si mise in via con il monaco. Camminando non si stancavano di contemplare l'aspetto selvaggio della montagna e il gioco del vento e del sole sulle cime.
Dopo mezza giornata di cammino, giunsero ai piedi di una montagna immensa, alta da toccare il cielo, ripida e minacciosa. Il cacciatore si arrampicava svelto come se avesse camminato in pianura. Arrivati a mezza costa, Boqin si fermò e disse: "Reverendo, qui vi devo lasciare e ritornare indietro."
Tripitaka quasi cadeva di sella: "Un'altra tappa, vi supplico, se potete darvene la pena!"
"Voi non sapete, reverendo, che questo è il Monte delle Due Frontiere: il versante orientale è ancora sotto la giurisdizione dei Tang, ma quello occidentale appartiene ai Tartari. Lupi e tigri dall'altra parte non sono più sotto il mio controllo; e comunque non ho passaporto: ci dovrete andare da solo."
Tripitaka era così inquieto che lo tratteneva per la manica e si mise a piangere a calde lacrime.
Proprio nel momento di questa straziante separazione, si udì salire dalle viscere della montagna una voce di tuono che gridava: "Finalmente il mio maestro è arrivato!"
Tripitaka restò impietrito, ma anche Boqin si mise a tremare.
Se poi, in fin dei conti, non sapete chi gridava, ascoltate il seguito.