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014 SCIMMIOTTO · QUANDO LA SCIMMIA DEL CUORE E DELLO SPIRITO RITORNA ALL'OVILE, I SEI BRIGANTI DEI SENSI PERDONO LA BATTAGLIA.

Abita il Buddha in cuore, perché il cuore è il Buddha.

Che Buddha e cuore contino, questo tutti lo sanno.

Ma vero cuore e Buddha, e corpo della Legge,

È solo chi comprende che essi non esistono.

Buddha e Legge non hanno una forma oggettiva,

Sono sfera di luce che assorbe ogni fenomeno.

I corpi fenomenici non hanno realtà,

Son corpi incorporali i soli corpi autentici.

Ciò che non è, è l'autentico; il reale è irreale.

Non vi è vuoto né pieno; l'andata ed il ritorno

Non avvengono mai. Uguale e differente,

Essere e nulla, il prendere ed il lasciar, non sono.

Si diffonde una luce uguale dappertutto,

Contiene un gran di sabbia tutto il regno del Buddha

E racchiude migliaia e migliaia di mondi.

Il cuore di un sol corpo vale tutti i fenomeni.

Chi comprende si astiene da qualsiasi pensiero

E si conserva puro da contaminazioni.

Cessar di incatenarsi al bene come al male:

Per il saggio dei Sâkya è questo il vero omaggio.

Il cacciatore e Tripitaka, impauriti, udirono di nuovo gridare: "Il maestro è arrivato!"

"A gridare dev'essere la vecchia scimmia chiusa nel cofano di pietra ai piedi della montagna" suggerirono i giovani domestici.

"Si capisce, dev'essere proprio lei" esclamò il cacciatore.

"Di quale vecchia scimmia si tratta?" chiese Tripitaka.

"Una volta questo monte si chiamava Montagna dei Cinque Elementi. Il suo nome è stato cambiato in Monte delle due Frontiere dopo le campagne militari che il nostro imperatore ha condotto in Occidente per assicurare i confini del paese. I vecchi raccontano che moltissimo tempo fa, al tempo in cui Wang Mang usurpò il trono dei Han, questa montagna cadde dal cielo per imprigionare una scimmia divina. Non soffre né il caldo né il freddo, non mangia e non beve; se ha fame, la divinità locale che l'ha in custodia le dà biglie di ferro, se ha sete bronzo fuso. Eppure è sopravvissuta fino ad ora. Di certo è lei che grida. Non abbiate paura, reverendo. Scendiamo la montagna e andiamo a vederla."

Tripitaka lo seguì tirandosi dietro il cavallo. Bastò una marcia di pochi li per portarli dove si vedeva una scimmia che spingeva il naso e sporgeva le dita dagli interstizi di un cofano di pietra, agitandosi disperatamente ed esclamando: "Maestro, ce ne avete messo di tempo! Comunque, meglio tardi che mai: benvenuto! Tiratemi fuori di qui, e vi scorterò fino al Paradiso dell'Ovest."

Il monaco si avvicinò per vederla meglio. Che aspetto aveva?

Appuntita la bocca, guance cave,

Occhi di fuoco con pupille d'oro;

Muschi e licheni le copron la testa

E le liane le spuntan dagli orecchi.

Sulle sue tempie cresce l'erba verde

E carici sul mento a mo' di barba,

Del fango in fronte, terra dentro il naso.

È assai depressa, non ha bella cera.

Mani piene di calli e di sporcizia

Con dita intorpidite. Va ancor bene

Se ha possibilità di muover gli occhi.

Certo la lingua nessuno la ferma,

Ma quel povero corpo è paralitico.

È il nostro buon Scimmiotto, il grande santo,

Che dopo cinque secoli di pena

Ormai scontata, è pronto per uscire.

Il cacciatore era talmente audace che si accostò fino a levarle la vegetazione che le cresceva sulle tempie e sul mento, e le chiese: "Che cos'hai da dire?"

"A te niente. Fa venir qui il maestro della legge, che devo parlare con lui."

"Che cosa vuoi da me?" chiese Tripitaka.

"Non saresti per caso la persona che il grande re delle terre dell'Est ha inviato a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest?"

"Sono proprio io. Perché me lo chiedi?"

"Io sono il Grande Santo Uguale al Cielo. Ne avevo fatto di casino in Cielo, cinquecento anni fa! Per qualche scherzetto ai superiori, niente di più, il Buddha mi ha incastrato qua sotto. Ultimamente la pusa Guanyin è passata di qua mentre, per ordine del Buddha, andava nell'Est a scegliere qualcuno che partisse in cerca delle scritture. Le ho chiesto di fare qualcosa per me, e lei mi ha impegnato a rinunciare alla violenza, a seguire la legge del Buddha e a proteggere il pellegrino, accompagnandolo nell'Ovest a rendere omaggio al Buddha. Un'impresa così non può che farmi bene. Perciò sono rimasto all'erta giorno e notte, con il cuore che mi batteva mattina e sera, ad aspettare che arrivaste e mi tiraste fuori, maestro. Sono pronto a proteggere la vostra ricerca e a diventare vostro discepolo."

"Il tuo è un buon proposito e gli ordini della pusa sono sacri" gli rispose Tripitaka, lieto della sua buona disposizione. "Ma io non ho strumenti per liberarti."

"Non ce n'è bisogno. Basta che vogliate, e da qui mi libererò da solo."

"Certo che voglio; ma tu come farai?"

"In cima alla montagna c'è un sigillo con lettere d'oro del beato Buddha. Basta che vi ci arrampichiate e leviate il sigillo: allora uscirò."

Tripitaka acconsentì e si rivolse al cacciatore: "Gran protettore, andiamo su a vedere di che cosa si tratta."

"Ma sarà vero?" replicò Boqin.

"Certo che è vero!" strillò la scimmia. "Figurarsi se ho voglia di dir bugie!"

Boqin chiamò i giovani domestici e affidò loro il cavallo; poi, sorreggendo Tripitaka, ricominciò l'ascensione della montagna. Raggiunsero la cresta, aggrappandosi ai cespugli, e scoprirono che da un certo punto provenivano raggi d'oro ed effluvi di buon augurio. Lì c'era una grande lastra di pietra cui era applicato un sigillo in lettere d'oro, con la scritta: Om mani padme hûm.

Tripitaka si inginocchiò e si inchinò più volte alle lettere d'oro della lastra; poi, rivolto a ovest, pregò: "Il vostro discepolo Chen Xuanzang ha ricevuto da voi la missione di cercare i sutra; se la scimmia divina è davvero destinata a divenire mio discepolo, che mi sia dato di togliere il sigillo e di liberarla, e di salire con lei il Picco degli Avvoltoi. Se invece non è che un mostro pericoloso, che mi inganna e non aiuterebbe la nostra impresa, che mi sia impossibile di levare il sigillo."

Dopo la preghiera si chinò sulla lastra e sollevò senza sforzo l'iscrizione in lettere d'oro. Una brezza profumata gli fece volar via tra le dita il nastro che la recava, mentre una voce diceva: "Sono il guardiano del santo. Ora che la sua punizione è scontata, ritornerò dal Buddha a rendergli il sigillo."

Tripitaka, il cacciatore e i loro accompagnatori erano così sorpresi, che per qualche minuto rimasero a discutere ad alta voce con lo spazio vuoto.

Ridiscesero al cofano di pietra e annunciarono alla scimmia: "Il sigillo è stato tolto, puoi uscire." Scimmiotto gridò tutto allegro: "Fatevi in là, per favore! Non vorrei spaventarvi."

Il gruppo s'incamminò verso oriente. Si fermarono dopo sei o sette li, ma la scimmia gridò: "Un po' più in là, continuate!"

Tripitaka aveva continuato il cammino per allontanarsi, quando sentì un boato spaventoso, come se la terra si aprisse e la montagna vi sprofondasse. Erano inchiodati dal terrore, quando la scimmia comparve davanti al cavallo del monaco. Si inginocchiò, nuda come un verme, gridando: "Maestro, eccomi qua!"

Si inchinò quattro volte a Tripitaka e fece una grande riverenza anche al cacciatore: "Fratello, grazie di esserti dato la pena di scortare il mio maestro, e anche di avermi diserbato la faccia."

Poi andò ad armeggiare con i bagagli. Il cavallo, a sentirselo vicino, tremava tutto e abbassava la testa: Scimmiotto, come antico equipuzio dei cavalli-drago del Cielo, aveva su tutti gli equini una tale autorità, da intimidirli al solo accostarsi.

Visto che sembrava pieno di buone intenzioni e aveva il piglio di un vero sramana, Tripitaka gli chiese: "Qual'è il tuo nome, caro discepolo?"

"Mi chiamo Scimmiotto."

"Ti darò un nome in religione, che convenga meglio al nostro uso."

"Grazie della generosa iniziativa, ma ho già anche quello; il mio nome completo è: Scimmiotto Consapevole del Vuoto."

"Un nome molto adatto alla nostra scuola. Ma con la tua aria di piccolo dhûta ti vorrei dare anche il soprannome di Novizio. Ti va?"

"Va benissimo!"

Da allora Scimmiotto si chiamò anche il Novizio.

Boqin, visto che Scimmiotto dava segno di voler partire, si rivolse a Tripitaka per salutarlo: "Reverendo, avete avuto la fortuna di trovare questo ottimo discepolo. Congratulazioni! Io, a questo punto, me ne tornerei indietro."

"Vi ho portato molto lontano da casa e vi sono infinitamente grato" rispose Tripitaka inchinandosi e profondendosi in complimenti. "Al vostro ritorno, salutatemi le signore, che ho tanto disturbato. Spero che le rivedrò, sulla strada del ritorno, per rinnovare i miei ringraziamenti."

E con molte cerimonie si separarono.

Scimmiotto invitò Tripitaka a montare sul cavallo, da cui aveva tolto i bagagli per metterseli in spalla, e partì a gran passi, tutto nudo. Mentre valicavano il Monte delle Due Frontiere, si fece loro incontro una tigre feroce che ruggiva minacciosa. Dall'alto del cavallo Tripitaka tremava, ma Scimmiotto gli disse allegramente: "Niente paura, è quello che ci voleva: il garzone del sarto mi consegna i pantaloni."

Posò i bagagli, da dietro l'orecchio estrasse un ago che trasformò in una grossa sbarra di ferro, e la guardò sorridendo: "Quanti anni che non ti adopero, vecchio tesoro! Ma oggi mi devi procurare qualcosa da mettere addosso."

Eccolo che si fa avanti a grida: "E tu, bestiaccia, dove vai?"

La belva si accuccia nella polvere e non osa muoversi. Ma il randello le sfiora appena il cranio, che il suo cervello vola intorno in mille petali sanguinosi, e i denti schizzano via come sassolini di giada bianca. Il monaco fu tanto esterrefatto da cadere da cavallo.

"Santo cielo!" borbottava. "Il cacciatore Liu, l'altro giorno, venne a capo del felino picchiettato dopo ore di combattimento. Scimmiotto non ha nemmeno combattuto: ha menato un colpo, ed ecco la tigre cucinata. È il caso di dirlo: a forzuto, forzuto e mezzo!"

Il Novizio ritornò trascinando la bestia: "Maestro, sedetevi un momento, che levo il vestito a questa tigre e me lo metto io; poi riprenderemo la strada."

"Ma non ha vestiti."

"Non preoccupatevi, so io come fare."

Il bravo re scimmia si strappa un pelo, ci soffia sopra e lo trasforma in un coltello tagliente a orecchio di bue. Taglia la pelle a partire dal ventre e la strappa via tutta intera. Taglia le zampe, stacca la testa, riduce la pelliccia a un rettangolo e la soppesa: "È un po' larghetta, si può tagliare in due."

Riprende il coltello, la taglia a metà, arrotola e ripone una parte, si cinge l'altra intorno alla vita; sul bordo della strada taglia una liana e la annoda solidamente come cintura. Coperta in questo modo la parte inferiore del corpo, dice: "Per ora può andare, possiamo ripartire. Quando ne avremo l'occasione, mi farò prestare ago e filo, e cucirò questo perizoma."

Quanto alla sbarra di ferro, aveva ripreso le dimensioni di un ago ed era stata rimessa dietro l'orecchio. Si mise in spalla i bagagli e pregò il monaco di risalire a cavallo.

Mentre camminavano, Tripitaka chiese: "Consapevole del Vuoto, che ne hai fatto dalla sbarra con cui hai ucciso la tigre?"

"Maestro" rispose ridendo Scimmiotto, "voi non sapete la storia del mio randello: viene dal palazzo del drago dell'oceano orientale. Si chiama Prezioso ferro magico per sondare il fiume celeste, o anche Bastone a Piacer Vostro cerchiato d'oro. Gli devo molto: l'anno che mi ribellai al Cielo mi rese molti servizi. Si può ingrandire e rimpicciolire. Ora ne ho fatto un ago da ricamo e me lo sono infilato dietro l'orecchio. Lo tiro fuori solo quando occorre."

Tripitaka continuò: "Come mai, poco fa, la tigre si era acquattata e non si muoveva? Si è lasciata colpire con tutto comodo. Che cosa significa?"

"Non posso nascondervi che a vedermi, non dico una tigre, ma nemmeno un drago oserebbe fare lo spiritoso. Il vostro vecchio Scimmiotto sa sottomettere tigri e draghi, sa far risalire le correnti dei fiumi e sollevare gli oceani. So leggere le facce e penetrare il senso di ogni rumore. Posso ingrandirmi come l'universo e ridurmi più piccolo di un pelo. So fare una quantità di trasformazioni, scomparire e riapparire. Scorticare questa tigre non è stato niente di speciale. Vedrete i miei talenti quando ci troveremo in difficoltà."

Il discorso rasserenò Tripitaka, che si sentì così sollevato dai suoi perpetui timori, da arrivare a spronare il cavallo per affrettarne il passo. Mentre maestro e discepolo camminavano e chiacchieravano, scendeva la sera:

Raggi obliqui di luce son riflessi

Dalle nubi che vengon dall'oceano.

Stormi d'uccelli cercano rifugio

Dentro i boschi levando i loro stridi.

Riparano le fiere nelle tane.

Giovane luna come falce in cielo

Spicca fra mille stelle scintillanti.

"Maestro, allunghiamo il passo, si fa tardi! Quel boschetto laggiù ha l'aria di appartenere a una fattoria: ci converrà cercare rifugio da quella parte."

Spronando di nuovo il cavallo, Tripitaka seguì l'indicazione. Giunsero presto alla tenuta e Scimmiotto, messi a terra i bagagli, si fece avanti gridando: "Ehi, aprite!"

Un vecchio appoggiato a una canna di bambù incominciò ad aprire la porta cigolante, ma quando vide l'orrido aspetto del Novizio, con la pelle di tigre cinta alla vita e la voce da dio del tuono, si sentì tremare le gambe e balbettò: "Un diavolo, questo è proprio il diavolo!"

Tripitaka si fece avanti per sorreggerlo: "Non temete, caro donatore, è il mio discepolo, non è un mostro."

Il vecchio, rassicurato dai lineamenti straordinariamente puri del monaco, chiese: "Da quale monastero vieni, per portarti dietro questa orrenda creatura?"

"Vengo dalla corte dei Tang e vado al Paradiso dell'Ovest per cercare le scritture. La nostra strada passa da qui. Poiché si sta facendo tardi, ci permettiamo di sollecitare l'elemosina di una notte da passare nella vostra residenza. Ripartiremo domattina, prima dell'alba. Speriamo proprio che ci concederete questa piccola agevolazione."

"Vedo che tu sei un cinese dei Tang, ma quello lì, il tuo spaventoso compagno, non lo è di sicuro."

"Eh, caro il mio vecchio, stai proprio diventando cieco!" gridò Scimmiotto con voce tonante. "Si capisce che il mio maestro è della corte cinese, e io non sono né cinese né cortese(16). Io sono il Grande Santo Uguale al Cielo. I tuoi mi conoscono benissimo, e ho già visto anche te."

"E dove mi avresti visto?"

"Da giovane non mi venivi sotto il naso, in cerca di legna e di erbe?"

"Che scemenze! E dove avremmo abitato, quando cercavo legna ed erbe vicino al tuo naso?"

"Proprio non ci arrivi! Tu non mi riconosci, ma io sono il grande santo del cofano di pietra del Monte delle Due Frontiere. Guarda meglio!"

"Be', è vero che un po' gli assomigli; ma come ne saresti uscito?" esclamò il vecchio, che finalmente incominciava a capire.

Scimmiotto gli raccontò per filo e per segno come era stato reclutato da Guanyin per la buona causa, e liberato con l'intervento del monaco cinese che aveva tolto i sigilli.

Finalmente il vecchio si decise a salutarli e a invitarli a entrare, chiamando moglie e figli perché si facessero vedere. Raccontò loro com'erano andate le cose e li fece divertire. Poi fece servire il tè e disse a Scimmiotto: "Grande santo, anche tu ormai dovresti avere una certa età."

"Tu che età hai compiuto quest'anno?"

"Sono cresciuto in età, ma non in saggezza, fino a cento trent'anni."

"Potresti essere il bisnipote del mio bisnipotino. Non ricordo nemmeno quando sono nato; solo il tempo passato sotto questa montagna, è mezzo millennio."

"Sì, sì, ricordo le storie del mio bisnonno: la montagna era caduta dal cielo e aveva imprigionato una scimmia divina; e non ne sei uscito che oggi. Ti ho visto quand'ero un ragazzino: avevi la faccia piena di fango, ti cresceva l'erba in testa. Allora non mi facevi paura. Sembri un po' smagrito, senza fango né erbe in testa. Con questa pelle di tigre intorno alla vita, come si fa a distinguerti da un mostro?"

A questa osservazione tutti risero. Il vecchio, che non era privo di saggezza, fece servire un pasto di magro.

"Qual'è il vostro nome?" chiese Scimmiotto quando ebbero finito di mangiare.

"Ci chiamiamo Chen" rispose il vecchio.

Tripitaka si alzò e levò le mani giunte: "L'umile monaco che sono ha in comune con voi gli illustri antenati, caro donatore."

"Maestro, ma voi vi chiamate Tang" intervenne Scimmiotto. "Come potete avere gli stessi antenati?"

"La mia famiglia d'origine è Chen, della Tenuta dei Saggi Riuniti nella commenda di Honnong a Haizhou, nell'impero dei Tang(17). Il mio nome in religione è Xuanzang. Se porto il nome di Tang è perché l'imperatore Taizong, degli eminenti Tang, mi ha accordato di divenire suo fratello adottivo con il nome di Tripitaka."

Il vecchio era molto contento di sapere che avevano lo stesso cognome.

"Mio caro vecchio Chen, ho un altro disturbo da darti: non faccio il bagno giusto da cinquecento anni. Non ci potresti far preparare l'acqua calda? Te ne saremo molto riconoscenti."

Il vecchio fece scaldare l'acqua, portare le tinozze e accendere un braciere. Dopo il bagno, mentre erano seduti davanti al braciere, Scimmiotto riprese: "Non ho ancora finito. Vecchio Chen, avresti ago e filo da prestarmi?"

"Ma certo!"

La vecchia moglie portò ago e filo, e li tese a Scimmiotto. Questi aveva l'occhio attento; aveva notato che il maestro, per prendere il bagno, si era tolto una tunichetta diritta di tela bianca, e ancora non l'aveva indossata. Se la tira vicino e l'infila, mentre si toglie la pelle di tigre; di quest'ultima riunisce i bordi con la piega detta testa di cavallo, se la rimette alla vita fermandola con una striscia di giunco e si presenta a Tripitaka: "In questo modo il vecchio Scimmiotto non ha un'aria più decente?"

"Molto bene: ora sembri davvero un novizio. Se la tunica non ti sembra troppo vecchia e consunta, la puoi tenere."

"Grazie del regalo" rispose Scimmiotto, facendo una riverenza.

Procurò fieno al cavallo e poi, quando ciascuno finì le proprie incombenze, maestro, discepolo e ospiti se ne andarono a dormire.

Il giorno dopo Scimmiotto si alzò di buon'ora e pregò il maestro di rimettersi in cammino. Mentre Tripitaka si vestiva, il Novizio rassettava la stanza e raccoglieva i bagagli. Il vecchio portò acqua calda per lavarsi il viso e una colazione di magro; partirono dopo averla consumata. Tripitaka cavalcava dietro il Novizio. Mangiando e bevendo secondo le necessità, riparandosi la sera e ripartendo all'alba, giunsero insensibilmente all'inizio dell'inverno. Erano

Ricoperte di brina rosse foglie cadute,

Ma sempre verdeggianti i cipressi ed i pini.

Sfiorite le corolle di ninfee e crisantemi.

Il ghiaccio copre il ponte sull'acqua gorgogliante.

Sotto pallide nubi che galleggiano in cielo,

Una brezza stizzosa ci tira per la manica:

Come sopporteremo il freddo della notte?

Maestro e discepolo viaggiavano da molto tempo quando, dal ciglio della strada, sbucarono urlando sei uomini armati di lunghe picche e spade corte, armi da taglio e robusti archi.

"Tu monaco, laggiù, dove credi di andare?" tuonavano. "Lascia il cavallo, molla i bagagli; e sbrigati, se ti vuoi portar via la pelle!"

Tripitaka, smarrito, cadde giù dal cavallo e non poteva articolar parola. Scimmiotto lo rialzò e gli disse: "Maestro, non preoccupatevi. Non c'è niente da temere. Questa brava gente ci porta viatico e vestiti per continuare il viaggio."

"Consapevole del Vuoto, devi avere le orecchie turate: ci ordinano di consegnargli cavallo e bagagli, e tu credi di poter chiedere qualcosa a loro?"

"Voi badate alla nostre cose e lasciate fare a me; vedrete come cambieranno idea!"

"Mano possente non vale due pugni, due pugni non valgono quattro mani: sono sei, e sono grandi e grossi; tu sei un piccoletto, come pensi di cavartela?"

Non era l'audacia che faceva difetto a Scimmiotto. Senza rispondere si fece avanti e salutò i sei uomini con le mani sul petto: "Signori, perché vorreste impedire al nostro povero monaco di continuare il suo cammino?"

"Noi siamo i briganti della strada maestra, i re di queste montagne, sempre pronti a prenderci cura dei viaggiatori. Siamo famosi da un bel pezzo, anche se tu hai l'aria di non saperlo. Mettete giù la vostra roba senza esitare, e potrete passare. Altrimenti vi tagliamo a pezzetti."

"Anch'io sono signore delle montagne da un bel po'. Ma i vostri illustri nomi non li ho mai sentiti."

"Se non li sai, eccoli qua: Occhio cui Tutto Piace, Orecchio che Sente la Collera, Naso che Annusa e Brama, Lingua che Gusta e Pregusta, Pensiero Vorace e infine Corpo che Soffre."

"Siete una bella banda di ladruncoli!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Ma non vi rendete conto che in questo campo noi monaci, anche se ci siamo ritirati dal mondo, possiamo insegnare a chiunque? E ci vorreste fermare! Tirate fuori tutto quello che avete sgraffignato: se ce lo spartiamo in sette parti uguali, voi e io, vi perdono e vi lascio andare."

L'effetto del discorso fu che, dei briganti, l'allegro rise, l'irritabile si arrabbiò, l'avaro divenne cupido, il voglioso concupiscente, il riflessivo invidioso e l'impressionabile inquieto. Si precipitarono avanti vociando: "Monaco impudente! Lui, che non ha un bel niente, vorrebbe dividere con noi!"

Si slanciano agitando le picche e brandendo le spade per colpire Scimmiotto: giù botte, per settanta od ottanta riprese. Consapevole del Vuoto se ne stava tranquillo in mezzo a loro, come se non se ne accorgesse nemmeno.

"Che zucca dura, questo dannato monaco!" gridò un brigante.

"Cominciate a capire" replicò ridendo Scimmiotto, "e magari vi sentite le manine un po' stanche. È tempo che tiri fuori il mio piccolo ago e vi faccia divertire un po'."

"Fa l'agopuntura, questo monaco? Ma noi non siamo mica malati: che cos'è questa storia dell'ago?"

Scimmiotto si levò l'ago da dietro l'orecchio, gli diede le dimensioni di una sbarra bella grossa e invitò: "Non andatevene adesso! Il vostro vecchio Scimmiotto vuol vedere se per caso non ha perso la mano a certi giochi."

I sei briganti terrorizzati fuggivano in tutte le direzioni ma, balzando di qua e di là, Scimmiotto li raggiunse uno dopo l'altro e li ammazzò tutti quanti. Poi li spogliò, si impadronì degli oggetti di valore e ritornò indietro dicendo con un largo sorriso: "Ecco qui, possiamo ripartire. I briganti non ci sono più, li ha sistemati il vecchio Scimmiotto."

"Ma può esserci una creatura più disastrosa di te?" gemette Tripitaka. "Erano dei bruti che ci volevano svaligiare, ma il magistrato non li avrebbe condannati a morte. Eri in grado di metterli in fuga; perché non li hai lasciati scappare e hai voluto ucciderli? Vuol dire attentare senza motivo alla vita degli altri. Come si può fare il monaco in questo modo? Noi che ci siamo ritirati dal mondo, dobbiamo stare attenti a non danneggiare le formiche quando spazziamo il pavimento, e metter garze sulle lampade per amore delle falene. Come hai potuto rompergli la testa senza necessità né processo? Sei proprio privo di qualunque compassione. E ci va bene che siamo in mezzo alle montagne e non ci sono testimoni. Se in città qualcuno ci si mette di traverso, e tu lo tratti in questo modo, io ci resterò coinvolto fino al collo, non potrò mica fare la parte del terzo che non sa niente."

"Maestro, se non li avessi battuti a morte, vi avrebbero ammazzato loro."

"Anche se fosse, per noi monaci è meglio morire che praticare la violenza. Se fosse toccata a me, ci sarebbe stato un morto solo, mentre così sono sei. Come si può giustificare? Se fosse un caso portato davanti al magistrato, non te la passeresti liscia neppure se il giudice fosse tuo nonno."

"Maestro, non vi posso nascondere che cinquecento anni fa, quando ero re del Monte di Fiori e Frutti, di gente ne ho ammazzata un bel po'. Se mi fossi comportato come dite voi, non sarei mai diventato Grande Santo Uguale al Cielo."

"Ma è stato proprio perché non ti sapevi controllare, e ti scatenavi in violenze quaggiù e in folli oltraggi lassù in Cielo, che ti è stata inflitta questa punizione di cinquecento anni. Ora che sei entrato nell'ordine come novizio, se continui a comportarti come poco fa e a distruggere vite, non potrai né diventare monaco né arrivare al Paradiso dell'Ovest. Il fatto è che sei troppo cattivo."

Scimmiotto non aveva mai sopportato le paternali. A sentire le invettive di Tripitaka, non ne poté più ed esplose: "È così che la mettete: non posso diventar monaco, né arrivare al Paradiso dell'Ovest? Non c'è bisogno che mi rintroniate le orecchie. Me ne vado per i fatti miei, e tanti saluti."

E prima che Tripitaka potesse rispondere, si scrollò e scomparve, gridando ancora: "Me ne vado!". Il monaco ebbe un bel guardarsi intorno da tutte le parti; notò soltanto che il breve grido si allontava verso est. Abbandonato, scosse la testa sospirando, profondamente afflitto e ferito: "Quel ragazzo! Come si può essere così ribelli al proprio direttore spirituale? Avevo appena aperto bocca, che è filato via senza lasciar traccia. Tanto peggio. Si vede che è il mio destino di non saper istruire discepoli e di restare solo come un cane. Del resto, anche volendo, dove lo potrei cercare adesso? Non resta che andare avanti."

Era pronto a procedere verso l'Ovest anche a costo della vita, a prendere tutto su di sé senza contare su alcun aiuto.

Ricaricò i bagagli sul cavallo e s'incamminò tristemente a piedi, reggendo le briglie in una mano e nell'altra il suo bastone da pellegrino. Camminava da un po', quando vide venirgli incontro sul sentiero di montagna una vecchia, che reggeva rispettosamente una veste di broccato su cui era posato un berretto ricamato. Quando furono vicini, Tripitaka si fece da parte per lasciarla passare.

"Da dove venite, reverendo" chiese lei, "che camminate solo soletto?"

"Il vostro discepolo è inviato al Paradiso dell'Ovest dall'eminente sovrano delle terre dell'Est, per salutare il Buddha vivente e chiedergli i veri sutra."

"Il Buddha dell'Ovest abita nel grande Monastero del Colpo di Tuono, in India, ed è lontano cento ottomila li. Solo con il cavallo, senza compagni né discepoli, come pensate di arrivarci?"

"Un discepolo lo avevo, ma con un carattere così tremendo e intrattabile che, per qualche parola di rimprovero, invece di accettare la lezione, si è eclissato."

"Questa tunica di broccato e questo berretto ricamato d'oro appartenevano a mio figlio, che sfortunatamente è morto giovane, dopo essere stato monaco per tre soli giorni. Sto appunto ritornando dal monastero, dove l'ho pianto. Quando mi sono congedata, il padre superiore mi ha dato questi abiti in memoria del mio ragazzo. Reverendo, dal momento che un discepolo lo avete, permettetemi di offrirli a voi."

"Vi ringrazio della generosa offerta, ma come vi ho detto il mio discepolo se n'è andato; non posso accettare."

"E da che parte è andato?"

"A giudicare da un grido che ha gettato, è partito verso est."

"Abito proprio a est, non lontano da qui. Vedrete che si fermerà a casa mia. Conosco un incantesimo che si chiama Autentiche parole di fissazione dello spirito, o anche Formula del cerchio che stringe. Imparate la formula a memoria, in modo da non dimenticarla mai, e mi raccomando, tenetela per voi, non fatela conoscere a nessun altro. Io ve lo acchiapperò e lo convincerò a ritornare da voi. Gli farete infilare la tunica e mettere in capo il berretto. Se dovesse disubbidirvi di nuovo, recitate a bassa voce l'incantesimo: vedrete che si guarderà bene dall'insistere e non oserà più abbandonarvi."

Tripitaka si inchinò per ringraziare. La vecchia si trasformò in un raggio di luce dorata e disparve a est. Egli comprese che a insegnargli l'incantesimo era stata la pusa Guanyin, si affrettò a raccogliere un pizzico di polvere dal suolo, a mo' d'incenso, e si inchinò rivolgendosi a est con rispettosa devozione.

Poi nascose veste e berretto nel suo sacco e si sedette sul ciglio della strada, a esercitarsi nella recitazione della formula di fissazione dello spirito. La ripeté finché la seppe a memoria e fu certo di non poterla più dimenticare.

Intanto Scimmiotto, lasciato il maestro, con una capriola nelle nuvole era balzato nell'oceano orientale. Sceso dalla sua nuvola, separando le acque era filato dritto al Palazzo Acquatico di Cristallo, e aveva messo in allarme il re drago, che gli uscì incontro per accoglierlo. Dopo averlo fatto accomodare e avere scambiato i complimenti d'uso, il re drago disse: "Ho sentito dire ultimamente che le vostre prove erano finite: scusate se non mi sono ancora congratulato con voi. Suppongo che avrete ripreso il controllo della montagna degli immortali e sarete ritornato a stabilirvi nella vostra grotta."

"Pensavo appunto di fare in questo modo, ma invece mi sono fatto monaco."

"Come sarebbe a dire, monaco?"

"La pusa dei mari del Sud mi ha arruolato per fare il bene e conseguire il giusto frutto, accompagnando il monaco Tang inviato al Buddha dell'Ovest. Sono entrato nell'ordine come sramana, perciò mi chiamo anche Novizio."

"Come sono contento! Una decisione proprio commendevole: pentirsi, seguire la retta via, dominare le cattive inclinazioni, indirizzarsi al bene... Che belle cose mi dite! Ma se dovete andare a ovest, perché invece ritornate a est?"

"Il fatto è che quel monaco cinese non capisce niente di psicologia" rispose Scimmiotto con una risatina imbarazzata. "Per strada ci avevano fermato certi ladruncoli, e quando me ne sono sbarazzato lui ha incominciato a rimproverarmi e a farmi prediche che non finivano più. Ti pare che il vecchio Scimmiotto sia capace di sopportare certe rotture di scatole? Perciò l'ho lasciato perdere e sono venuto qui a farti una visitina e ad accettare una tazza di tè."

"È un grande onore, grazie di essere venuto."

Figli e nipoti del drago vennero a servire del tè profumato.

Vuotata la tazza, mentre si guardava intorno, Scimmiotto scoprì un quadro appeso al muro che raffigurava la presentazione dei sandali presso il Ponte di Terra. Il Novizio chiese: "Di che cosa si tratta?"

"È un episodio che non conoscete, perché è più recente dei tempi vostri. Il titolo è La tripla presentazione dei sandali al ponte di Yi."

"E che cosa sarebbe la tripla presentazione dei sandali?"

"Il fatto si svolge all'epoca dei Han. L'immortale è Huang Shigong e il ragazzo Zhang Liang. Huang si era seduto sulla spalletta del ponte e uno dei suoi sandali cadde di sotto. Allora chiese a Zhang Liang di andarglielo a cercare, e il giovanotto lo fece - è quello che si vede lì inginocchiato davanti a lui. La scena si ripeté tre volte, senza che Zhang Liang mostrasse alcun segno di indolenza o insolenza. Shigong apprezzò la sua sollecitudine, gli insegnò seduta stante il Libro celeste e ne fece il sostegno del fondatore della dinastia Han. In seguito Zhang Liang divenne un eminente stratega e, nella sua tenda di comandante, prese le decisioni che condussero a vittorie di mille li e oltre. Quando si ristabilì la pace, rinunciò al suo posto, ritornò fra le montagne e realizzò il Tao dell'immortalità seguendo Pinolo Rosso nei suoi vagabondaggi. Grande santo, senza offesa, voi non lo state proteggendo, quel monaco cinese; se non fate del vostro meglio e non ubbidite alle istruzioni, resterete sempre un immortale perverso, e il giusto frutto non lo otterrete."

Consapevole del Vuoto rimase zitto.

"Grande santo" riprese il re drago, "bisogna che decidiate qualcosa; non dovreste compromettere il vostro avvenire per il gusto di prendervela comoda."

"Va bene, va bene, basta così. Ritornerò a prenderlo sotto la mia protezione."

"Se è così" replicò allegro il re drago "mi guarderò bene dal trattenervi ancora: vi prego di manifestare la vostra compassione non prolungando di un minuto di più la solitudine del vostro maestro."

In effetti Scimmiotto balzò dal rifugio acquatico verso occidente. Strada facendo incrociò la pusa, che lo apostrofò: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto! Come ti permetti di non dare ascolto al tuo maestro e di bighellonare da queste parti, invece di proteggerlo?"

Il Novizio, pieno di imbarazzo, spiegò: "Credetemi, vi sono grato delle vostre buone parole. In effetti è arrivato il monaco cinese e ha levato il sigillo; mi ha salvato la vita e io sono diventato suo discepolo. Però a un certo punto si è messo a rimproverarmi il mio carattere: questo è il motivo per cui l'ho piantato in asso un momentino. Ma come vedete sto ritornando da lui a tutta velocità."

"Sbrigati, prima di cambiare idea."

E ciascuno proseguì verso la sua meta.

Un momento dopo Scimmiotto vide Tripitaka seduto tristemente sul ciglio della strada, e si avvicinò: "Maestro, perché ve ne state seduto invece di continuare a camminare?"

"Dov'eri andato?" chiese il monaco levando la testa. "Mi hai lasciato qui solo ad aspettarti, senza che osassi muovere un passo di più."

"Sono andato a bere il tè da un mio amico, il re drago dell'oceano orientale."

"Discepolo! Un religioso non deve mai mentire. Sono due ore scarse che mi hai lasciato, e pretenderesti di aver bevuto il tè con il re drago?"

"Non vi posso nascondere, maestro" replicò Scimmiotto ridendo "che so fare una capriola nelle nuvole con cui supero in un balzo cento ottomila li. Perciò mi è bastato così poco tempo."

"Magari sono stato troppo duro con te, poco fa, quando ti sei indispettito e mi hai lasciato solo. Però tu, con i poteri che hai, puoi andartene a bere il tè quando ti pare; mentre io, che non mi posso muovere, resto qui a soffrire la fame. Ti dovresti sentire un po' in colpa, no?"

"Maestro, per carità, se avete fame vado subito a mendicare del cibo."

"Non occorre chiedere l'elemosina. Ho ancora nel sacco le provviste che mi ha dato la madre di Liu, il cacciatore. Prendi la tazza e cercami dell'acqua. Ripartiremo dopo aver mangiato."

Scimmiotto aprì il sacco e ci trovò qualche galletta, che tese al maestro. Ma, vedendo scintillare la tunica e il berretto ricamato d'oro, chiese: "Sono vestiti che avete portato con voi dall'Est?"

"Li portavo da ragazzo" mentì disinvolto Tripitaka. "Chi porta questo berretto, recita i sutra senza fare nemmeno la fatica di impararli; chi indossa la veste, pratica tutto il cerimoniale senza bisogno di esercitarsi."

"Siate gentile, fatemeli provare!"

"Non so se ti vadano bene; comunque puoi indossarli, se vuoi."

Scimmiotto si tolse la tunica di tela bianca e indossò quella di broccato: manco a dirlo, sembrava fatta su misura. Poi si mise il berretto. Quando Tripitaka glielo vide in testa, si mise a recitare sottovoce l'incantesimo del cerchio che stringe.

"Che mal di testa! Ma è tremendo, non ne posso più!" gemeva Scimmiotto.

Il maestro continuava a ripetere la formula, e il povero Novizio si rotolava per terra dal dolore e strappava i ricami dal berretto, senza riuscire a sfilarselo. Infine Tripitaka smise, solo per paura che il cerchio potesse rompersi. Subito il dolore scomparve. Scimmiotto si tastò cautamente la testa: un sottile filo d'oro ne serrava la sommità, e non c'era verso di levarlo né di spezzarlo; faceva tutt'uno con la pelle. Prese il suo ago e cercò di infilarlo sotto il cerchio per sollevarlo. Temendo che ci riuscisse, Tripitaka riprese a borbottare l'incantesimo. Lo stesso spaventoso dolore aggredì nuovamente la scimmia, facendola balzare e capitombolare qua e là all'impazzata. Aveva le orecchie paonazze, la faccia cianotica, gli occhi che schizzavano dalle orbite, si sentiva mancare.

Finalmente Tripitaka, vedendolo in quello stato, si trattenne dal continuare, e il dolore cessò.

"Siete voi, maestro, che gettate un incantesimo sulla mia testa!"

"Ho recitato il sutra del cerchio che stringe; non è un incantesimo."

"Vediamo che cosa succede, quando recitate questo genere di sutra."

Tripitaka riprese a borbottare. Scimmiotto strillava disperatamente: "Fermo, fermo, basta! Fa male fin dal primo momento. Ma che roba è?"

"Li ascolterai adesso i miei insegnamenti?"

"Finalmente ho capito!"

"Ti comporterai ancora male?"

"Per carità, me ne guarderò davvero!"

Ma le intenzioni erano le più nere. All'improvviso ingrandì la sbarra e si provò ad assestarla sulla testa di Tripitaka, che fece appena in tempo a borbottare qualche parola. Bastò perché la scimmia lasciasse cadere il randello e gridasse pietosamente: "Maestro, fermatevi! L'ho imparata, la lezione!"

"Come puoi concepire l'idea di colpirmi?"

"Ma no, non avrei mai osato! Chi ve l'ha insegnato, questo trucco?"

"È stata una vecchia che ho incontrato poco fa."

"Non occorre dire altro, è tutto chiaro" gridò il Novizio, furioso. "Chi sarà mai quella vecchia strega, se non Guanyin? Ma perché ce l'ha tanto con me? Io vado nei mari del Sud e la riempio di botte."

"Se ha insegnato il trucco a me, lo conosce anche lei. Lo userà, e questa volta non ne uscirai vivo."

Scimmiotto dovette riconoscere che l'obiezione era fondata, e non sapeva più che pesci pigliare. Non gli restava che fare marcia indietro e chiedere clemenza in ginocchio: "È l'imbroglio che ha inventato per mettermi a posto e costringermi a seguirvi nell'Ovest. Io ci starò, al mio posto, ma non pensate di prendere quell'incantesimo per un proverbio da citare quando viene in mente. Vedrete che vi proteggerò senza ripensamenti e senza venirvi meno."

"Se è così, aiutami a montare a cavallo."

Questa volta il Novizio aveva detto quello che pensava. Raccolse le energie, si aggiustò la tunica, si mise il bagaglio sulle spalle e i due si incamminarono nuovamente verso ovest.

Per sapere che cosa avvenne, dopo questa partenza, ascoltate il seguito.