Il maestro, che spronava il cavallo, e il discepolo giunsero davanti al portale e constatarono che si trattava proprio di un grande monastero. Ecco qua:
File e file di padiglioni,
Gallerie in ogni direzione,
Un baldacchino colorato
Sopra l'ingresso della Sala
Delle Cinque Felicità.
Si allineano pini e bambù,
Profuma il bosco di ginepri.
Pini e bambù allineati:
Pura bellezza senza età.
Bosco fragrante di ginepri:
Aspetto e modi civettuoli.
Vedi la torre del tamburo,
Come s'innalza la pagoda!
I monaci van meditando,
Intorno cantano gli uccelli.
Non v'è quiete senza purezza,
Né il vuoto giunge ad efficacia
Senza la Via.
Lo ricordano i versi:
Un luogo verde e vasto
Come il gran Jetavana.
Nei più bei posticini
Trovi annidati i monaci!
Il reverendo smontò dalla sua cavalcatura, mentre il Novizio posava il suo carico. Mentre si avviavano al portale, ne uscì un monaco. Che aspetto aveva? Eccolo qui:
Il copricapo agganciato a sinistra,
Drappeggiato di veste immacolata,
Con grandi anelli di bronzo alle orecchie.
Serra la vita cintura di seta,
Va spedito nei sandali di paglia.
Regge il pesce di legno ovunque vada,
Borbottando preghiere senza tregua
In perenne ricerca di saggezza.
Vedendolo Tripitaka si fermò e congiunse le mani. Il monaco gli rese premurosamente il saluto e disse sorridendo: "Scusate, vi stavo mancando di rispetto. Da dove venite? Vogliate entrare nella mia cella a prendere il tè."
"Il vostro discepolo è un inviato imperiale delle terre dell'Est, incaricato di chiedere le scritture al Buddha nel Monastero del Colpo di Tuono. Poiché il cielo scuriva quando siamo arrivati da queste parti, avremmo voluto approfittare del vostro eminente monastero per trascorrervi la notte."
"Entrate a sedervi, prego!"
Tripitaka fece segno al Novizio di entrare con il cavallo. Il monaco notò allora l'aspetto di Scimmiotto e chiese allarmato: "E quello chi è? quel coso che conduce la bestia".
"Zitto, per carità! È un tipo irritabile; se vi sente chiamarlo coso si arrabbierà. È il mio discepolo."
"Prendersi per discepolo un tipo così ripugnante, così strano!" esclamò il monaco mordendosi le dita e rabbrividendo.
"Non bisogna badare alle apparenze; per quanto sia brutto, mi ha reso grandi servigi."
Il monaco li accompagnò nel recinto, dove l'edificio principale portava sulla facciata la scritta in grandi caratteri:
CORTE DI MEDITAZIONE DI GUANYIN
Tripitaka se ne rallegrò ed esclamò: "Il vostro discepolo ha goduto molte volte della santa grazia di Guanyin, senza avere la possibilità di ringraziarla. Trovarsi nel suo monastero è un po' come incontrarla di persona: una bella occasione per esprimerle la mia gratitudine."
Il monaco fece aprire le porte da un inserviente e invitò Tripitaka a pregare. Scimmiotto legò il cavallo, mise a terra i bagagli e lo accompagnò. Tripitaka, lungo disteso, batteva la testa per terra davanti all'immagine di Guanyin, mentre il monaco percuoteva il tamburo e Scimmiotto suonava la campana. Prostrato davanti all'altare, Tripitaka riversava il suo cuore nelle preghiere. Quando finì, il monaco depose il tamburo, ma il Novizio continuava a scampanare senza fermarsi, ora a tutta forza, ora piano.
"La preghiera è finita, non serve più suonare" gli disse l'inserviente. Infine il Novizio si decise a posare il batacchio di legno e rispose ridendo: "Non capisci niente. Applico il proverbio: chi fa il monaco, batte campana."
Intanto tutto il monastero era sottosopra; giovani e vecchi, monaci e monacelli, reverendi delle celle di sopra e di quelle di sotto, tutti uscirono al gran fracasso chiedendo: "Chi è questo selvaggio che sta pestando campane e tamburi?"
Scimmiotto balzò fuori dalla sala e sbottò a ridere: "Sono io, il nonnetto delle vostre mogli, che mi diverto a suonarvi le campane."
Non appena lo videro i monaci furono presi dal panico, tremavano, cadevano a terra e rotolavano da tutte le parti, gridando di paura: "Il Cielo ci scampi, è nostro signore il padre del tuono!"
"Veramente il tuono è solo il mio bisnipotino" rispose Scimmiotto. "In piedi, alzatevi! Siamo dei signori venuti dal paese dei grandi Tang, nell'Est."
I monaci si decisero a salutarlo, ma si sentirono un po' rassicurati solo quando videro Tripitaka. Fra loro avanzò il superiore del monastero e li invitò a bere il tè nella sua cella, sul lato posteriore.
Il Novizio slegò il cavallo, lo prese per la briglia e, sollevando i bagagli, vi si recò aggirando l'edificio principale. Ciascuno si sedette secondo il rango.
Dopo il tè fu servito un pasto di magro, benché fosse ancora presto per mangiare. Mentre Tripitaka porgeva i suoi ringraziamenti, comparvero due ragazzi che reggevano un vecchissimo monaco; ecco in quale stato era:
In capo un berretto alla Vairocana
Sormontato da un gran crisoberillo.
La tunica di lana e di broccato
Con frange d'oro e piume colorate.
Brillan gli otto tesori sulle scarpe.
Pietre stellanti incrostano il bastone.
Reca più rughe in volto che la strega
Dei Monti Li; i suoi occhi son più torbidi
Di quei del drago dei mari dell'Est.
Bocca sdentata aperta a tutti i venti,
Schiena storta, gibbosa e rattrappita.
"Ecco il nostro patriarca" annunciarono i monaci. Tripitaka s'inchinò e gli disse: "Venerato maestro del monastero, il vostro discepolo vi saluta umilmente."
Il vecchio monaco gli rese la cortesia e ciascuno si sedette. Prese la parola il patriarca: "I ragazzi mi hanno detto che vostra signoria viene dalla corte dei Tang, nelle terre dell'Est; perciò sono accorso a salutarvi."
"Abbiamo invaso senza complimenti il vostro prezioso ritiro, vogliate perdonarci."
"Prego, prego! Vostra signoria, quanto è lunga la strada da qui alle terre dell'Est?"
"Da Chang'an al Monte delle Due Frontiere, dove ho trovato il mio discepolo, ci sono più di cinquemila li. Per arrivare qui abbiamo dovuto percorrere altri cinque o seimila li, in due mesi di viaggio, attraversando il paese di Hami, abitato dai barbari."
"Sono dunque diecimila li. Il vostro discepolo è vissuto invano, perché non è mai uscito dalle mura di questo monastero. È il caso di dirlo, si è accontentato di restar seduto a contemplare il mondo dal fondo del pozzo. Sono proprio un inutile pezzo di legno marcio."
"Qual'è il numero dei vostri nobili anni?"
"Ho raggiunto il duecento sessantesimo anno, senza perdere la mia innata stupidità."
"Fate conto di essere un mio nipotino della decimillesima generazione" intervenne Scimmiotto.
Tripitaka lo guardò di traverso: "Bada come parli. Non si apostrofano così le persone, senza riguardo al loro rango."
Il patriarca si rivolse a Scimmiotto: "E la vostra età qual'è?"
"Non oso dirvela."
Il vecchio credette che fosse uno scherzo e, senza insistere, ordinò il tè. Un ragazzo recò, su un vassoio di giada candido come grasso di montone, tre coppe franche damaschinate d'oro. Un altro ragazzo reggeva una teiera di metallo bianco; ne versò un tè profumato, più vellutato dei boccioli di melograno e più fragrante dei fiori di cannella.
"Che begli oggetti! E la bevanda è degna del recipiente!" esclamava Tripitaka lodandoli senza fine.
"Sono oggetti che offuscano la vista e imbrattano lo sguardo" rispose modestamente il patriarca. "Non mancano certo prodotti rari e preziosi nel paese della corte celeste da cui vengono le vostre signorie. Questi recipienti non meritano tanti elogi. Non avete da mostrare qualche tesoro del nobile paese da cui venite?"
"Sono desolato, le nostre terre dell'Est non hanno alcun tesoro degno di menzione. E se ci fosse, la strada sarebbe troppo lunga per portarselo dietro."
"Maestro" interloquì Scimmiotto "non è un tesoro il kasâya che sta nel vostro sacco? Perché non glielo fate vedere?"
Alla menzione di un kasâya non vi fu monaco presente che trattenesse un risolino di disprezzo.
"Perché ghignate, voialtri?" scattò Scimmiotto.
"Bisogna ammettere che è buffo considerare un kasâya come un tesoro" spiegò il superiore. "Se stiamo parlando della veste monacale, nessuno qui ne ha meno di venti o trenta; non parliamo poi del nostro patriarca, monaco da duecento sessant'anni, che ne avrà almeno sette od ottocento." Poi comandò: "Portateli qui, facciamo dare un'occhiata."
Per il vecchio monaco era una bella occasione di farsi valere: fece aprire il magazzino dall'inserviente e fece portare i cofani dai dhûta; ne furono allineati dodici nella corte. Si portarono attaccapanni e si tesero corde tutto intorno, mentre venivano aperte le serrature. I kasâya venivano tolti, scossi e appesi uno a uno. Poi si invitò Tripitaka a esaminarli. Tutta la sala era piena di squisiti ricami, le pareti erano coperte di finissime sete.
Scimmiotto li guardò attentamente: abiti di broccato dai magnifici disegni, ricamati in oro.
"Belli, belli! Metteteli via. Adesso vi mostriamo il nostro."
Tripitaka lo tirò per la manica e gli disse in un orecchio: "Discepolo, non conviene competere con gli altri in ricchezza. Siamo in paese straniero, soli e senza scorta, tu e io. Ho paura che tu abbia fatto uno sbaglio."
"Che male c'è a mostrare il kasâya?"
"Tu non hai compreso il detto degli antichi: non esporre cose belle e rare alla vista di chi è cupido e perfido. Gli occhi guardano, lo spirito si mette in agitazione ed escogita progetti. Per evitare il peggio, sei costretto a cedere, o puoi avere grossi guai, fino a perdere la vita. Non prendere il pericolo alla leggera."
"Calma, state tranquillo. Ci penso io."
Scimmiotto va ad aprire il sacco, dove la veste splendeva attraverso il doppio strato della carta oleata che l'avvolgeva. Apre l'involucro e toglie il kasâya; non appena lo scuote e lo dispiega, un rosso splendore riempie e illumina la sala. I monaci sono pieni di meraviglia e ne cantano le lodi. Che superbo kasâya!
C'erano sopra
Di chiare perle lucidi pendenti,
I tesori del Buddha in mille modi,
Barbe-di-drago di seta leggera
E gli orli di broccati sontuosi.
Solo a indossarlo fa fuggire i diavoli,
Distrugge tutti gli esseri perversi.
Le mani delle fate l'han cucito,
Sol può indossarlo un monaco modesto.
In effetti il vecchio patriarca, alla vista di un simile tesoro, fu agitato da cattivi pensieri. Si fece avanti, si inginocchiò davanti a Tripitaka e gli disse con le lacrime agli occhi: "Il vostro discepolo non ha proprio fortuna."
"Che volete dire, venerato maestro?" gli chiese Tripitaka aiutandolo a rialzarsi.
"Questo tesoro che esponete ai nostri occhi, non riesco a vederlo bene con i miei occhi malati, ora che è caduta la sera. Non è una sfortuna?"
"Fate portare delle lampade."
"Ma è già un tesoro splendente. Se accendessimo lampade mi accecherebbe, e non lo vedrei più del tutto."
"E allora come lo volete vedere?"
"Se aveste la generosità di accordarmi questo favore, dovreste lasciarmelo portare in camera mia: passerei la notte a esaminarne tutti i particolari. Domattina, prima che ripartiate, ve lo restituirei. Che ne dite?"
La proposta riempì di inquietudine Tripitaka, che se la prese con Scimmiotto: "Hai visto? Colpa tua!"
"Non ci farà mica paura quello lì" replicò Scimmiotto. "Aspettate che lo riavvolga nella carta, perché lo prenda e se lo guardi finché vuole. Ci penso io. Se ci sarà qualche manovra losca, metterò tutto a posto."
Tripitaka non poteva rifiutare e acconsentì che il kasâya fosse consegnato al vecchio monaco:
"Guardatelo a vostro piacere, ma domattina me lo dovete rendere. Vi raccomando di non sporcarlo né danneggiarlo in alcun modo."
Mentre un giovane domestico portava via l'abito, il vecchio monaco, soddisfatto, fece spazzare la sala di meditazione anteriore, vi fece portare due letti di bambù e disporre coperte e lenzuola, per metterla a disposizione degli ospiti. Diede anche ordine che l'indomani, prima della partenza, fosse servito un pasto di magro. Ci si separò. Maestro e discepolo chiusero l'uscio della sala e si addormentarono.
Il patriarca, dopo averli indotti ad affidargli la veste, l'aveva fatta portare nella sua camera. Ora stava ritto sotto le lampade di fronte al kasâya e singhiozzava. Il superiore, preoccupato, non osava ritirarsi. Uno dei ragazzi, che non sapeva il motivo di quei segni di dolore, andò ad annunciare agli altri monaci: "Il nonno continua a piangere; è la seconda veglia, e non ha ancora smesso di singhiozzare."
Due giovani discepoli, fra i suoi beniamini, gli andarono a chiedere: "Patriarca, perché piangete?"
"Piango sulla sfortuna di non poter contemplare il tesoro del monaco cinese."
"Nonno, alla vostra età siete un po' svanito. Il kasâya è qui davanti a voi: basta aprire l'involucro e lo si può guardare finché si vuole. Che bisogno c'è di piangere?"
"Quest'anno compio duecento sessant'anni, e mi son dato inutilmente la pena di procurarmi qualche centinaio di kasâya. Come posso diventare proprietario di questo? Come posso diventare monaco cinese?"
"È una pazzia. Il cinese è un monaco mendicante che ha abbandonato il suo pozzo e il suo villaggio. Voi avete avuto la fortuna di vivere tanti anni; non è meglio? Che ci guadagnereste a diventare monaco mendicante come lui?"
"È vero che ho un comodo riparo per la mia vecchiaia; ma non ho il suo kasâya da indossare di tanto in tanto. Se lo potessi avere, anche solo per un giorno, morirei senza rimpianti; sarebbe il compimento della mia vocazione di monaco in questo mondo."
"Ma è assurdo!" gridavano i monaci. "Mettetevelo quel vestito, che cosa ve lo impedisce? Li tratterremo un giorno di più, e voi lo porterete per tutto il giorno; se volete, li tratterremo dieci giorni, ecco tutto. Perché ridursi in uno stato simile?"
"Anche se li tratterrete un anno, io non l'avrò che per un anno. In fondo non sarebbe una soddisfazione durevole. Quando se ne andranno, lo dovrò restituire. Come posso fare per tenermelo indefinitamente?"
Un giovane monaco, di nome Vasta Sapienza, suggerì: "Nonno, se è questo che volete, non è difficile."
"Figlio mio" replicò il patriarca tutto contento; "quale eminente consiglio mi proponi?"
"I due monaci cinesi percorrono una lunga strada e si affaticano molto: perciò dormono sodo. Credo che i più robusti di noi potrebbero armarsi di picche e coltelli, forzare la porta della sala di meditazione e assassinarli. Basterebbe sotterrarli nella corte posteriore, e nessuno all'infuori di noi ne saprebbe niente. Ci guadagneremmo anche il cavallo bianco e i bagagli. Il kasâya resterebbe il nostro tesoro, da tramandare di generazione in generazione. Non è un piano che darebbe vantaggi anche ai nostri bisnipoti?"
Il patriarca fu entusiasta della proposta, asciugò le lacrime ed esclamò: "Bravo, è proprio quello che ci vuole."
E senz'altro prepararono le armi.
Ma un altro giovane monaco, condiscepolo di Vasta Sapienza e che si chiamava Vasto Progetto, si fece avanti a dire: "Non è un piano sicuro. Prima di ammazzarli bisogna analizzare la situazione: con quello dalla faccia pallida sarebbe facile, ma con quello dalla faccia pelosa credo proprio di no. Se dovessimo fallire, non ci attireremmo le peggiori disgrazie? Vi propongo un modo per raggiungere lo scopo senza usare le armi. Qual'è la vostra rispettabile opinione?"
"Ragazzo mio, che cosa ci proponi?" chiese il patriarca.
"A mio umile avviso, dovremmo riunire tutti i residenti dell'ala est, giovani e vecchi, e chieder loro di portare ciascuno una fascina di legna secca. Sacrifichiamo la sala di meditazione mettendola a fuoco: se blocchiamo le porte, non avranno via d'uscita e moriranno tutti e due, più il cavallo. Quando gli altri nel monastero lo vedranno, basterà dire che sono stati i pellegrini a incendiare e distruggere per negligenza la nostra sala di meditazione. Quei due saranno ridotti in cenere, non vi pare? E chi s'è visto s'è visto. Il kasâya resterà il nostro tesoro, da tramandare di generazione in generazione."
Tutti i monaci si rallegrarono e approvarono il suggerimento: "Ancor meglio! Questo è il piano migliore."
I responsabili delle celle portarono la legna: un bel progetto, che avrebbe posto fine alla lunga vita di un patriarca dall'età tanto veneranda, e ridotto in cenere tutto il monastero di Guanyin.
C'erano settanta od ottanta celle, in cui vivevano un paio di centinaia di persone. Quella notte ammucchiarono legna tutto intorno alla sala di meditazione, in modo da intercettare ogni via d'uscita, e si apprestavano a darvi fuoco.
Tripitaka e il suo discepolo dormivano. Ma il Novizio aveva facoltà soprannaturali; anche dormendo manteneva lo spirito concentrato per esercitare il respiro, e gli occhi erano all'erta sotto le palpebre semichiuse. Sentì andare e venire all'esterno, la legna scricchiolare, il vento soffiare; e gli venne qualche sospetto: "Perché tutti questi passi a quest'ora di notte? Non ci saranno in giro dei briganti?"
Balzò in piedi, e avrebbe aperto la porta per vedere che cosa accadeva, se non avesse temuto di svegliare il maestro. Eccolo che usa i suoi poteri magici, si dà uno scrollone e si trasforma in un'ape. È il caso di dirlo:
Bocca di miele, coda di veleno,
Piccola taglia con un corpo lesto,
Va tra salici e fiori come freccia,
Coglie polline e insegue ogni profumo.
Piccolo corpo reca grandi carichi,
Ali leggere ronzano nel vento.
L'ape scivola via da una fessura
E osserva tutto col suo sguardo limpido.
Vide i monaci tutti indaffarati a portare legna e paglia, di cui avevano circondato l'edificio; non restava che di darvi fuoco. Scimmiotto se la rideva sotto i baffi: "È proprio come diceva il mio maestro. Ci vogliono ammazzare per impadronirsi del kasâya. Potrei fargli assaggiare il mio bastone, ma al primo tocco resterebbero spiaccicati, poverelli; e il maestro tornerebbe a rimproverarmi di violenza. Va bene. Ritorciamo lo stratagemma contro di loro; come si dice: se il montone si è smarrito, tanto vale che lo porti a casa tua. Gli renderemo dura la vita."
Bravo Scimmiotto! Con una capriola raggiunse la porta sud del Cielo. I guardiani della porta si allarmarono; gli uni si inchinavano, gli altri curvavano la schiena. Tutti esclamarono: "Catastrofe! Riecco qua l'autore di tutti i disastri di una volta."
Scimmiotto fece segno con la mano di lasciar perdere: "Lusingatissimo, cari miei, ma non vi spaventate. Cercavo semplicemente il Re Celeste Vasto Sguardo."
Immediatamente si presentò il devarâja e lo accolse con queste parole: "Non ci siamo più visti da un pezzo. Ho sentito che Guanyin aveva fatto una scappata dall'Imperatore di Giada per farsi prestare protettori, vigili delle tenebre, guardie della luce e rivelatori di verità, per proteggere un monaco cinese che doveva cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Lei diceva che tu eri diventato discepolo di questo monaco. Come hai trovato il tempo di venirci a visitare?"
"Non me ne parlare! Il monaco si è imbattuto in una banda di malfattori che vogliono bruciarlo vivo: è un caso di emergenza. Sono venuto a chiederti in prestito il coperchio ignifugo, mi occorre per cavarmi dall'impiccio. Corri a cercarmelo. Appena avrò finito, te lo restituirò."
"Ti stai sbagliando. Se devi spegnere un incendio ti servirà dell'acqua, non il coperchio."
"Non sai cosa c'è sotto. Se usassi l'acqua spegnerei tutto, e gli farei un piacere. Con il coperchio proteggerò solo il mio monaco; il resto vada pure in cenere, son fatti loro. Dài, sbrigati! Al minimo ritardo, mi rovini tutta l'operazione."
"Diavolo di una scimmia, che carogna sei!" replicò ridendo il devarâja. "Lui pensa solo ai suoi, e gli altri vadano a farsi friggere."
"Insomma, sbrigati, abbiamo chiacchierato abbastanza. Mi rovini un'operazione importante."
Il re celeste non si poteva sottrarre, e tese il coperchio a Scimmiotto.
Il Novizio lo afferrò, salì su una nuvola, atterrò sul tetto della sala di meditazione e dispose la protezione di Tripitaka, del cavallo bianco e dei bagagli. Poi si andò a sedere sul tetto della cella del patriarca, per proteggere anche il kasâya. Quando vide i monaci accendere il fuoco, fece un passaggio, recitò un incantesimo e incominciò a soffiare rivolto a sud ovest. Ciò provocò un vento così violento, che il fuoco divampò subito in enormi fiammate. Che incendio, che falò notturno! Ecco qua:
Da colonne di fumo scaturiscono fiamme,
Rossi bagliori contro il cielo senza stelle.
Son serpenti dorati, poi cavalli di sangue.
I tre venti del sud vanno soffiando a gara.
Il grande dio del Fuoco mostra la sua potenza.
Quando le fiamme giungono alle porte oleate
Si sprigiona il calore più che nel forno alchemico.
Si diffonde l'incendio doloso con violenza:
Il crimine è aiutato, invece di impedirlo.
Il fuoco è secondato dalla forza del vento:
Fiamme salgono al cielo per più di mille tese,
Le ceneri ricadono di là dall'orizzonte.
Si odono scoppi come petardi a capodanno
E rimbombi che sembrano dei colpi di cannone.
Alle fiamme non sfuggono le immagini del Buddha
Né degli dèi guardiani. È un incendio peggiore
Che del Palazzo Epang o della Rupe Rossa!
È il caso di ricordarlo: una scintilla può bruciare diecimila arpenti. Le fiamme attizzate dal vento avevano trasformato l'intero monastero di Guanyin in un rogo rosseggiante. I monaci cercavano di mettere in salvo cofani e panieri, spostavano tavoli, gettavano stoviglie; si udivano dappertutto gemiti e lamenti.
Scimmiotto copriva la residenza del patriarca nella parte posteriore, mentre il coperchio ignifugo proteggeva la sala di meditazione in quella anteriore. Tutto il resto bruciava allegramente fino a riempire il cielo di rossi bagliori e perforare i muri con vampe dorate.
Lo scoppio dell'incendio attirò l'attenzione di un mostro della montagna. A venti li dal monastero, in direzione sud, si trovava il Monte del Vento Nero, dove una caverna con lo stesso nome serviva da rifugio all'essere malefico. Mentre si rigirava nel sonno, i bagliori colpirono i suoi occhi; li aprì credendo che si levasse il sole. Ma quando uscì a vedere, scoprì che si trattava di un grande incendio che ardeva a nord.
"Quello è il Monastero di Guanyin che ha preso fuoco. Sono così negligenti quei monaci! Andiamo a vedere se posso dar loro una mano."
Che bravo mostro! Si alzò su una nuvola e giunse subito sul posto: si erano dovuti abbandonare tutti gli edifici della parte anteriore, e il fuoco infuriava nelle gallerie.
Il mostro avanzò a gran passi e aveva l'intenzione di forzare l'ingresso e di gridare che si portasse acqua, quando si accorse che sul tetto di un edificio posteriore, che non aveva preso fuoco, qualcuno provocava tutto quel vento. Incominciò a farsi un'idea di che cosa stava accadendo, e si introdusse in quell'edificio. La stanza era illuminata da alcune lampade, e sul tavolo era appoggiato un pacco avvolto in carta oleata. Lo aprì e vide che conteneva un kasâya di broccato come non ne aveva mai visti; si rese conto che doveva essere un raro tesoro della setta del Buddha.
Nessuno resta insensibile alla vista della ricchezza. Abbandonò l'idea di aiutare a domare l'incendio e di chiedere acqua, afferrò l'oggetto e, approfittando della confusione per passare inosservato, risalì sulla sua nuvola e se ne tornò a casa.
Il fuoco non si spense prima dell'alba. I monaci avevano perso tutto; piangendo e gemendo frugavano nelle ceneri in cerca di resti di bronzo o ferro, di frammenti d'oro o argento. Chi cercava di erigere un riparo di fortuna appoggiato a un resto di muro calcinato, chi di disseppellire una pignatta in cui cuocere un po' di riso, sempre lagnandosi della sorte iniqua, nel disordine e nella confusione che potete immaginare.
Scimmiotto prese il coperchio ignifugo e, con una capriola, lo andò a riportare alla porta sud del Cielo, per restituirlo al devarâja Vasto Sguardo: "Grazie del prestito."
"Sei una persona seria, grande santo" disse il devarâja riprendendo l'oggetto. "Mi stavo giusto chiedendo come avrei fatto a ritrovarti, se non me lo avessi riportato. Sono proprio contento di ricuperarlo senza problemi."
"Il tuo vecchio Scimmiotto non giuoca mai brutti tiri. Non si dice forse: chi rende il prestito non avrà difficoltà a ottenerne un altro?"
"È tanto che non ci facciamo due chiacchiere. Vieni dentro a bere il tè."
"Son cambiati i tempi: il vecchio Scimmiotto non ha più tempo di sedersi sulla panca tarlata per abbandonarsi ad alte e sublimi considerazioni. Devo badare al mio monaco cinese, e non ho un momento di respiro. Scusami tanto!"
Con questo saluto frettoloso, discese sulla sua nuvola. Sorgeva il sole quando giunse davanti alla sala di meditazione; si scrollò e si mutò in ape per entrare. Una volta dentro, riprese la propria forma. Il monaco cinese dormiva ancora profondamente.
"Maestro" gridò il Novizio, "sveglia, si fa giorno!"
"Vedo, vedo" rispose Tripitaka girandosi dall'altra parte; ma dopo qualche altro appello si svegliò.
Quando si fu vestito e aprì la porta, non si trovò davanti che pochi mozziconi di muri.
"Dove sono gli edifici e le torri? Come mai non si vedono che questi muretti calcinati?"
"Non vi siete ancora svegliato bene. Il fatto è che qui, stanotte, c'è stato un incendio."
"Come mai non ne so niente?"
"Dormivate, non vi ho voluto disturbare. D'altronde la sala era protetta."
"Se potevi proteggere la sala, perché non hai protetto anche il resto?"
Scimmiotto si mise a ridere: "Ve lo devo spiegare, maestro: come dicevate voi, questa gente si è effettivamente innamorata del kasâya, e per averlo contavano di bruciarci vivi. Se non me ne fossi accorto, a quest'ora saremmo ridotti in cenere."
"Vuoi dire che l'incendio è stato attizzato da loro?" chiese Tripitaka allarmato.
"E da chi altri?"
"Non ci sarà sotto qualche tuo maneggio, per vendicarti che non ti trattavano con riguardo?"
"Sarei forse un vagabondo capace di far cose simili? Il fuoco l'han messo loro, ve lo assicuro. Semmai, quando mi sono accorto che erano malintenzionati, non li ho aiutati a spegnerlo e ci ho soffiato sopra un pochino di vento."
"Santo cielo, contro il fuoco si usa l'acqua, non il vento!"
"Conoscerete il proverbio: la tigre non aggredisce l'uomo che non vuol farle del male. Se non avessero acceso l'incendio, io non avrei fatto soffiare il vento."
"E adesso il kasâya dov'è? Non sarà mica bruciato!"
"No, no: la cella in cui era la veste non si è incendiata."
"Sarebbe tanto peggio per te!" esclamò Tripitaka esasperato. "Se è successo qualcosa al mio kasâya, per poco che sia, recito l'incantesimo e ti ammazzo."
"Fermo, fermo, maestro!" gridò il Novizio spaventato. "Ve la riporto, la vostra veste, aspettate che vada a cercarla. Così ci rimettiamo in viaggio."
Tripitaka prese la briglia del cavallo e Scimmiotto tirò su i bagagli. Uscirono dalla sala di meditazione per recarsi alla cella del patriarca.
I monaci in preda ai lamenti videro emergere dalle rovine e venire verso di loro il maestro, che conduceva il cavallo, e il discepolo con le sacche. Sul punto di venir meno dal terrore, urlavano: "I fantasmi! Le anime in pena vengono a vendicarsi!"
"Ma quali anime in pena!" gridò loro Scimmiotto. "Forza, tirate fuori il kasâya!"
I monaci caddero in ginocchio e si prosternarono: "Ogni misfatto ha il suo colpevole, come ogni debito il suo creditore. Le vostre signorie non devono chieder conto a noi delle loro vite; noi non c'entriamo. È tutto un intrigo del patriarca e di Vasto Progetto. Non chiedeteci le nostre vite."
"Dannate bestie" gridò Scimmiotto. "Che ce ne facciamo delle vostre vite? Datemi il kasâya, che ce ne andiamo."
"Signori!" risposero due monaci più coraggiosi degli altri. "Voi siete morti bruciati nella sala di meditazione, non è vero? Ma se reclamate il vestito - siete dei vivi o dei fantasmi?"
"Che banda di bestiacce viziose!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Là il fuoco non è arrivato. Andate a vedere e sappiatemi dire."
I monaci si alzarono e andarono a vedere nella parte anteriore del monastero: nella sala, sulle porte e sulle finestre non c'era la minima traccia di bruciatura. Stupefatti, riconobbero finalmente in Tripitaka una qualche specie di monaco divino, e nel suo discepolo un protettore della legge. Ritornarono a prosternarsi: "Dovevamo essere ciechi per non riconoscere in voi dei perfetti scesi sulla terra. Il vostro kasâya è là dietro, dal patriarca."
Tripitaka oltrepassò sospirando tre o quattro file di resti fumanti di muri, prima di raggiungere la residenza del patriarca, che in effetti era indenne. I monaci sgomitavano per farsi avanti ad annunciare: "Nonno, il monaco cinese è un dio! Non è bruciato. Al contrario, ci abbiamo rimesso noi. Restituitegli subito la sua veste!"
Il vecchio monaco era tutto afflitto e pieno delle più nere inquietudini: il monastero era bruciato, e il kasâya era scomparso. Non sapeva più che cosa fare, per quanto rimuginasse non vedeva via d'uscita. Con la schiena piegata in due, ecco che si slanciò di corsa con la testa contro il muro e se la fracassò, spargendo a terra sangue e cervella mentre le sue anime lo abbandonavano. Rese l'ultimo respiro e giacque nel suo sangue. Lo attestano i versi:
Ebbe quest'uomo una sorte pietosa,
Pur raggiungendo un'età veneranda.
Voleva impadronirsi della veste
A costo di coprirsi di vergogna.
Chi si comporta senza alcuno scrupolo
Incontra prima o poi la sua disfatta.
A che valgon gli astuti stratagemmi?
Alla lunga gli inganni non ti premiano.
I monaci piangevano: "Il patriarca si è suicidato e noi non troviamo più il kasâya; come possiamo fare?"
"Suppongo che lo abbiate rubato e lo teniate nascosto. Uscite tutti!" ordinò Scimmiotto. "Adesso voglio una lista completa dei nomi, farò l'appello e voglio esaminarvi uno per uno."
Il superiore portò la lista dei monaci, dhûta, domestici e servi, in due registri che recavano duecento trenta nomi in tutto. Scimmiotto fece sedere Tripitaka su un seggio elevato, e fece l'appello e la perquisizione. Ciascuno si doveva spogliare, ma non si trovò nulla. Si frugò con la massima cura ogni cofano e paniere, senza trovar nulla. Sempre più contrariato, Tripitaka dall'alto del suo seggio incominciò a recitare l'incantesimo. Il Novizio cadde subito a terra stringendosi la testa, tanto il dolore era insopportabile. Supplicava: "Smettete, smettete! Ve lo troverò il kasâya!"
Persino i monaci, tutti tremanti, si gettarono in ginocchio per intercedere in suo favore. Tripitaka acconsentì a chiudere la bocca. Scimmiotto balzò in piedi, trasse il suo randello da dietro l'orecchio e l'avrebbe usato sui monaci, se Tripitaka non l'avesse fermato gridando: "Scimmia zuccona, non hai paura che te lo faccia ritornare, il mal di testa? Stai attento! Non muoverti e guardati dal far male a chiunque. Lascia che li interroghi di nuovo."
I monaci si prosternarono e pregarono Tripitaka di risparmiarli: "Non lo abbiamo proprio visto. È tutta colpa di quel vecchio diavolo. La notte passata non smetteva di piangere guardando il vostro kasâya. Guardarlo non gli bastava, voleva a tutti i costi appropriarsene e farne un tesoro ereditario. Voleva farvi morire nelle fiamme, ma quando il fuoco si accese si alzò un vento violento. Ciascuno di noi pensava solo a mettere in salvo quello che poteva. Che ne sia stato del kasâya, nessuno di noi ne ha la minima idea."
Furioso, il Novizio ritornò nella cella del patriarca, ne portò fuori il corpo, lo spogliò degli abiti e lo esaminò attentamente: niente. Fece scavare nella stanza fino a tre piedi di profondità: ancora niente. Scimmiotto si fermò a riflettere e chiese: "Non c'è per caso da queste parti qualche mostro che sia divenuto uno spirito malefico?"
"Se non lo aveste chiesto, non mi sarebbe venuto in mente" rispose il superiore. "In effetti a sud est c'è il Monte del Vento Nero, dove si trova una grotta con lo stesso nome; ci vive un mahârâja nero. Il nostro vecchio diavolo lo andava a trovare ogni tanto. Quello è uno spirito malefico; non ce ne sono altri qui."
"Quanto è lontana la montagna?"
"Non più di una ventina di li. È la cima che potete vedere laggiù."
"Maestro, rassicuratevi, è inutile continuare a discutere" esclamò Scimmiotto sorridendo. "Di sicuro lo ha rubato questo mostro nero."
"Ma è lontano venti li" obiettò Tripitaka. "Come fai a dire che è stato lui?"
"Non avete notato che di notte un incendio come questo si scorge a mille li, i bagliori salgono fino al terzo cielo? Altro che venti li! Tutto intorno è illuminato fino a duecento li. Il mostro avrà visto la luce dell'incendio e sarà venuto qui di nascosto. Si sarà reso conto che il nostro kasâya era un tesoro e avrà approfittato della confusione per portarselo via. Lasciate che vada a stanarlo."
"Ma se ti allontani, di chi mi posso fidare?"
"State tranquillo. Avete la protezione occulta degli dèi, e quanto ai servizi materiali convincerò questi monaci a renderveli."
Infatti li chiamò e ordinò loro: "Qualcuno di voi sotterri questo vecchio diavolo. Gli altri si mettano a disposizione del mio maestro e governino il cavallo bianco."
I monaci acconsentirono. Scimmiotto aggiunse: "Non bisogna dire di sì, e poi cambiare idea quando volterò la schiena. Il mio maestro va servito sorridendo amabilmente; il cavallo bianco deve avere la giusta proporzione di acqua e di fieno. Se non farete esattamente così, assaggerete il sapore del mio bastone: vi faccio una dimostrazione."
Con una sola botta del randello colpì uno dei muri sopravvissuti all'incendio, in modo che volò a terra facendo cadere in rapida successione altri sette od otto muri in fila. Ai monaci, basiti dalla paura, tremavano le gambe. Si inginocchiarono e si prosternarono piangendo a calde lacrime: "Partite tranquillo, ci occuperemo di sua signoria con tutte le forze e con tutto il cuore. Ci guarderemo dalla minima negligenza."
Il bravo Scimmiotto! Con una piccola capriola fu sul Monte del Vento Nero, in cerca del kasâya.
Cicala d'Oro in viaggio verso l'Ovest
Sulla sua strada trova tigri e lupi
Molto più che mercanti o pellegrini.
La forza del gran santo lo sostiene
Contro l'avidità di un bieco monaco.
Un incendio ha distrutto il monastero
E l'abito ha rubato un orso nero.
Se non sapete se il kasâya fu ritrovato e che cosa ne seguì, ascoltate il seguito.