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017 UN MOSTRO ELEGANTE · IN CUI SCIMMIOTTO FA IL DIAVOLO A QUATTRO SUL MONTE DEL VENTO NERO, E GUANYIN SOGGIOGA IL MOSTRO PLANTIGRADO.

Sappiate dunque che, quando Scimmiotto partì con la sua capriola nelle nuvole, i monaci giovani e vecchi, dhûta, servitori e domestici ne furono tanto impressionati che esclamarono: "Signoria, siete proprio una divinità discesa sulla terra, che cavalca brume e nuvole. È chiaro che il fuoco non vi poteva danneggiare. E dire che quella vecchia canaglia non lo aveva capito, e ha fatto di tutto per attirarci questa sciagura."

"Signori, alzatevi" disse Tripitaka. "Non prendetevela con il vostro patriarca. Scimmiotto è partito in cerca del kasâya: se lo ritrova, tutto sarà dimenticato. Devo ammettere che, in caso contrario, non so che cosa sarà di voi, considerato il caratteraccio del mio discepolo. Temo proprio che nessuno di voi gli potrà sfuggire."

Queste parole provocarono il panico: tutti imploravano il Cielo, con il cuore tremante, che la veste fosse ritrovata e le loro vite preservate.

Quanto a Scimmiotto, giunse subito sul Monte del Vento Nero. Scese dalla sua nuvola e osservò con attenzione il paesaggio, che era magnifico in quel tempo di primavera. Eccolo qui:

Cadono a gara le acque dei torrenti,

Mille rupi si slanciano nel cielo.

Cantan gli uccelli nascosti fra i rami,

Cadono i fiori esalando profumi.

Dopo la pioggia l'azzurro è più limpido,

Formano i pini una quinta di giada.

Si apron fra l'erba i fiori di montagna

Risalendo i pendii, regno del glicine.

Sull'altopiano magnifici boschi

Che il taglialegna non ha mai toccato.

Bevono nel ruscello fianco a fianco

Le gru dal lungo collo; sulle rupi

Folleggiano scimmiette. Lunghe liane

Di un verde cupo pendono dagli alberi

Nella limpida luce delle altezze.

Scimmiotto stava contemplando il paesaggio, quando sentì voci risuonare sul pendio erboso. A passi cauti si andò a nascondere dietro una roccia, per osservare senza esser visto. Sul prato erano seduti tre mostri, uno grosso e di pelo scuro al posto d'onore, un prete taoista a sinistra e un letterato vestito di bianco a destra. Erano immersi in un'animata conversazione su fornelli e calderoni, preparazione del cinabro ed elaborazione del mercurio: neve bianca e gemme gialle, il Tao di una setta eterodossa. A un certo punto, quello grosso disse sorridendo: "Dopodomani sarà l'anniversario delle doglie di mia madre; mi farete l'onore di una visita?"

"Tutti gli anni celebriamo il vostro compleanno, mahârâja. Potremmo forse mancare?" replicò il letterato vestito di bianco.

"La notte passata mi sono imbattuto in un tesoro, una lunga tunica buddista di broccato, una cosa superba. Ne approfitterò per allietare la celebrazione del mio compleanno festeggiando anche il ritrovamento di questa veste con un grande banchetto, che incomincerà dopodomani e a cui inviterò tutte le divinità taoiste della montagna. Lo chiameremo il Convegno dell'Abito Buddista. Che ne dite?"

"Benone!" rispose il taoista sorridendo. "Domani verrò a presentarvi gli auguri e dopodomani ritornerò per partecipare al banchetto."

Scimmiotto si convinse che l'abito buddista di cui si parlava era il kasâya. Non riuscì a contenere la collera e saltò fuori brandendo a due mani la sbarra cerchiata d'oro. Urlava: "Ve la faccio vedere io, banda di mostri ladri! L'hai rubato tu il nostro kasâya, e adesso vuoi farci sopra delle feste. Tiralo fuori, invece, prima che sia troppo tardi!"

Poi, tuonando: "Guai a chi si muove!", roteò il randello e voleva assestarlo sulle loro teste, quando il moro trovò scampo nella fuga, trasformandosi in una corrente d'aria, e il taoista si rifugiò sulle nuvole. Non restava che il letterato vestito di bianco, che ci lasciò la pelle. Quando Scimmiotto esaminò il cadavere, vide che si trattava di un serpente picchiettato di bianco. Lo tagliò a pezzetti, lo gettò nel burrone e partì alla ricerca del moro. Aggirando picchi aguzzi e seguendo ripidi pendii, scoprì ai piedi di una roccia un'abitazione rupestre. Era così:

Foresta fitta e cupa.

La porta è circondata

Di pini e di cipressi.

Per entrar si attraversa

La tavola di legno.

Ovunque cresce il glicine.

Gli uccellini amoreggiano

Sui grandi alberi intorno.

La brezza è profumata.

Sul salice cinguetta

Il rigogolo; vola

La farfalla fra i peschi.

Questo è un luogo selvaggio,

Ma val bene un giardino!

Scimmiotto giunse all'ingresso, e lo trovò solidamente chiuso da due battenti di pietra. Sopra la porta una targa di pietra recava sei grandi caratteri tracciati con cura:

GROTTA DEL VENTO NERO DEL MONTE DEL VENTO NERO

"Aprite!" gridò Scimmiotto roteando il suo randello.

Il diavoletto portinaio aprì e chiese: "Tu chi sei, per osar di bussare alla nostra grotta di immortali?"

"Brutto mostro! Che cosa ci sarebbe in questo buco per farlo considerare una grotta di immortali? Per caso saresti tu l'immortale? Sbrigati ad annunciarmi a quel pelo scuro del tuo padrone e digli di restituirmi subito il kasâya: se no butterò per aria tutta la baracca."

Il diavoletto corse ad annunciare: "Mahârâja, non si potrà più fare il convegno dell'abito buddista. C'è alla porta un monaco con la faccia pelosa e una voce da duca del tuono, che vuole farselo restituire."

Il moro era appena rientrato dopo essere stato messo in fuga dal Novizio, e a stento aveva avuto il tempo di sedersi. Si chiese da dove poteva uscire quel cafone che si permetteva di far cagnara alla sua porta. Si fece portare l'armatura, la indossò e uscì impugnando una lancia con un guidone nero.

Scimmiotto si era ritirato a una certa distanza e teneva gli occhi ben aperti: in effetti il mostro aveva un aspetto temibile.

L'elmo di ferro ha cupi riflessi,

È tutto corazzato d'oro nero

Con tunica di seta a larghe maniche,

Cintura verde-nera a lunghe ghiande,

Nero guidone sulla lunga lancia

E porta neri pure gli stivali.

Lampeggiano le sue pupille d'oro.

È Vento Nero, il re del monte chiaro.

Scimmiotto rise fra sé: "Il giovanotto sembra un carbonaio, a meno che lavori invece in una fornace. Suppongo che si guadagni la vita scavando carbone; altrimenti, perché sarebbe così nero dalla testa ai piedi?"

"Che razza di monaco sei, per portare la tua impudenza a passeggio da queste parti?" gridò il mostro con forte voce.

Scimmiotto si fece avanti impugnando il randello: "Restituisci un po' il kasâya al tuo nonnino."

"Dove hai perduto la tua palandrana, per venire a reclamarla da me?"

"Il nostro kasâya era in deposito presso il patriarca del monastero di Guanyin, pochi li a nord. Gli edifici hanno preso fuoco e tu, caro mio, hai approfittato della confusione per darti allo sciacallaggio. Non puoi negarlo. Volevi addirittura festeggiare il tuo compleanno con il convegno dell'abito buddista. Sbrigati a restituirmelo, se vuoi salvare la pelle. Osa dire di no, e ti rovescio in testa il tuo Monte del Vento Nero, squarcio la grotta e polverizzo tutta la tua banda diabolica."

Il mostro rise sarcastico: "Che furfante! Sei stato tu ad attizzare il fuoco. Ti ho visto sul tetto a far sortilegi per alzare il vento. Un camicione l'ho preso: e allora? Che cosa ci vuoi fare? E poi, da dove vieni, come ti chiami, quali poteri hai per fare tutte queste minacce?"

"Piccolotto, non riconosci più tuo nonno? Il nonno è discepolo del maestro della legge Tripitaka, fratello di sua maestà nell'eminente paese dei grandi Tang. Mi chiamo Scimmiotto, in religione Consapevole del Vuoto, di soprannome il Novizio. Vuoi sapere i miei poteri: se te li dicessi, le tue anime ti uscirebbero dal corpo e tu cadresti stecchito."

"Intanto continuo a non sapere niente di questi poteri. Sentiamo."

"Tienti stretto, bambino" rispose Scimmiotto ridendo, "e ascolta bene. Io

Sapevo trasformarmi per istinto

Fin da bambino per dote divina.

Coltivai il vero, nutrii la natura

E uscii dal ciclo della morte impura.

Camminai verso il Tao con cuor sincero

Sopra il Monte Lingtai cogliendo i semplici.

Su quel monte viveva un immortale

In età di diciottomila anni.

Io lo pregai di prendermi apprendista

E di insegnarmi l'immortalità.

Mi rivelò che stanno in noi quei farmaci

Che nessun farmacista ci prepara.

Da lui appresi le formule immortali

E le basi per renderle efficaci.

Illuminato da luce interiore,

Ho realizzato impavido equilibrio.

Mi volsi al Nulla, lasciai i desideri,

Purificati i sensi rafforzai

Il corpo ed imboccavo alfin la strada

Di santità. Se trattieni energia

Dopo tre anni avrai corpo divino,

Che la gente comune non può offendere.

Ho corso tutti i dieci continenti

Fino all'estremità di mare e cielo.

Vissi così più di trecento anni,

Prima di pervenire nell'empireo.

Ottenni questa sbarra a cerchi d'oro

Da un drago soggiogato in fondo al mare.

Governai il Monte dei Fiori e dei Frutti

Riunendo molti mostri nella grotta.

L'Imperatore di Giada mi diede

Il titolo più alto: Grande santo.

Turbai più volte la sua residenza,

Rubai le pesche alla regina madre.

Fui attaccato da centomila uomini

E mi difesi senza spaventarmi.

I re celesti furono respinti,

Nata fuggì subendo la disfatta.

Solo Erlang non riuscivo a superare.

L'imperatore e Guanyin assistevano

Al mio duello alla porta del Cielo.

Intervenne Laozi con un trucchetto,

Che ad Erlang diede infine il sopravvento.

Catturato e legato mi trovai

Al palo del supplizio, ma nessuno

Con nessun'arma poteva ferirmi.

Si cercò di bruciarmi con il fulmine,

Ma Scimmiotto conosce tanti trucchi

Che non riuscì nemmeno di inquietarlo.

Il buon signor Laozi mi mise in forno

Perché gli dei del fuoco mi arrostissero.

Finita la cottura uscii più vispo

Di prima da quel forno, e col randello

Corsi qua e là per tutto il paradiso.

Niente mi resisteva; sottosopra

Misi i trentatré cieli ed altro ancora.

Il Buddha, col potere della legge,

Di persona dovette intervenire

E mi schiacciò sotto una gran montagna.

Restai là sotto cinquecento anni,

Finché non mi raggiunse Tripitaka.

Son ritornato sulla buona strada

E faccio questo viaggio verso l'ovest

Indirizzato alla Luce di Giada.

Va e chiedi ai quattro angoli del mondo

Se mai ci fu un demonio più famoso!"

A questo discorso il mostro si mise a ridere: "Così tu saresti il famoso equipuzio, che fece quella baraonda in paradiso."

Niente contrariava Scimmiotto più che il sentirsi trattare da equipuzio. Andò su tutte le furie, gli si rizzarono tutti i peli e berciò: "Stronzo! Non mi restituisci il kasâya e per di più mi insulti! Aspetta, che ti faccio vedere!"

Il moro saltò da lato per schivare il colpo, brandì la lancia e partì a sua volta all'attacco. Seguì una bella mischia:

La sbarra a piacer vostro, la lancia col guidone:

S'affrontano i guerrieri all'ingresso dell'antro.

Se l'uno mira al cuore, l'altro mira alla testa;

L'uno sa roteare, l'altro colpire dritto.

Balza la tigre bianca sfoderando gli artigli,

Il drago acciambellato si srotola e colpisce.

Lanciano fumo e fiamme quei mostri imprevedibili,

Gran Santo Uguale al Cielo e Re Nero malefico.

Guarda che guerra avviene per la veste buddista!

Il mostro e Scimmiotto si affrontarono una diecina e più di volte senza esito. Il sole saliva allo zenit quando il moro, opponendo la lancia alla sbarra di ferro, propose: "Ohé, Novizio, fermiamoci un momento. Riprenderemo a combattere quando avrò fatto uno spuntino."

"Sei un bel guerriero, brutta bestia! Forse che un guerriero ha bisogno di farsi un panino, dopo nemmeno mezza giornata di lavoro? E io che sono stato cinquecento anni sotto la montagna, senza una goccia d'acqua o di minestra, mi lamentavo forse per la fame? Niente scappatoie. Se vuoi mangiare, restituisci il kasâya."

Ma il mostro fece una finta, riuscì a disimpegnarsi e si precipitò nella grotta, sbattendo la pesante porta di pietra. Chiamò a raccolta i suoi diavoletti e li incaricò di preparare il banchetto e di recapitare i biglietti di invito a tutti i re diavoli della montagna.

Lasciamolo là. Da parte sua Scimmiotto, non potendo forzare la porta, era ritornato al Monastero di Guanyin. I monaci avevano dato sepoltura al patriarca ed erano indaffarati intorno a Tripitaka, che da poco aveva fatto colazione. Ora gli stavano servendo il pranzo. Mentre cambiavano l'acqua in tavola e portavano la zuppa, videro il Novizio scendere dall'alto: tutti lo circondarono per salutarlo e per condurlo dal monaco cinese.

"Eccoti qui, Consapevole del Vuoto" disse Tripitaka. "E il kasâya?"

"So dov'è. Per fortuna non ce la siamo presa più di tanto con questi monaci, perché in effetti lo ha rubato il mostro del Monte del Vento Nero. Lo avevo sorpreso a conversare in un prato con un taoista e un letterato, e ho ascoltato in pratica una confessione spontanea. Voleva invitare i mostri dei dintorni per il suo compleanno, e raccontava di essersi procurato nella notte un abito di broccato, che gli avrebbe permesso di qualificare il suo banchetto come convegno dell'abito buddista. Quando ho abbattuto il mio randello, c'è rimasto solo il letterato, che è risultato un serpente picchiettato di bianco; gli altri due si sono eclissati. Ho inseguito il ladro fino alla porta di casa sua e l'ho sfidato. Lui ha raccolto la sfida e ci siamo battuti per mezza giornata, senza vinto né vincitore. Poi gli è venuta fame, si è chiuso nel suo antro e si è rifiutato di metter fuori il naso: ha paura di riprendere il duello. Io sono tornato per informarvi, maestro. Ora che sappiamo dov'è il kasâya, niente paura, ce lo faremo restituire."

A questo racconto i monaci si misero a pregare, gli uni giungendo le mani, gli altri prosternandosi: "Namo Emituofo! Ora che si sa dov'è, siamo salvi."

"Non godete mica troppo!" li avvertì il Novizio. "Io non ci ho ancora messo le mani sopra, e il maestro è sempre qui. Aspettate che abbiamo ricuperato il kasâya, poi ci accompagnerete alla partenza come si deve, e solo dopo ritornerete tranquilli. Alla minima mancanza, constaterete che il vecchio Scimmiotto non è un padrone comodo. L'avete servito bene, il maestro? Ha avuto fieno buono, il cavallo?"

"Ma certo, ma certo!" risposero i monaci a una voce. "Abbiamo applicato scrupolosamente tutta la nostra diligenza al servizio di sua signoria."

"Da quando mi hai lasciato stamane" precisò Tripitaka "mi hanno servito il tè tre volte e il pasto due volte. Non ho fatto che mangiare e bere, sono stati diligenti. Ma il mio vestito me lo devi assolutamente riportare."

"Non c'è fretta, l'importante è sapere dov'è. Ve lo garantisco: catturerò il malfattore e vi riporterò la refurtiva. Non vi inquietate, state tranquillo."

Il superiore del convento invitò anche Scimmiotto a tavola. Il Novizio sgranocchiò qualcosa, risalì sulla sua nuvola e riprese le ricerche. Mentre era in giro, vide un diavoletto che stringeva sotto l'ascella un cofanetto di legno di pero e se ne veniva giù per la strada maestra. Indovinando che la scatola doveva contenere un messaggio, spiaccicò il malcapitato con un tocco, lo gettò nel fosso e aprì il cofanetto: in effetti c'era dentro un biglietto di invito. Si leggeva:

L'Orso vostro servitore si inchina profondamente al venerato e rispettabilissimo superiore della Camera di Cinabro dello Stagno d'Oro: vi sono profondamente riconoscente dei favori insigni che in più occasioni mi avete accordato. La notte scorsa ho osservato che avete subito un incendio e sono desolato di non avervi potuto aiutare. Spero che vorrete perdonarmi e che non abbiate subito altri danni. Il caso ha posto nelle mie mani un abito buddista, che mi auguro possa dare occasione a un convegno elegante. Ho rispettosamente preparato bevande, che amerei offrire al giudizio del grande intenditore. Vi supplico di volerci fare l'onore e il piacere di una visita quando vorrete, considerando che l'invito viene portato a vostra conoscenza, per la presente, con due giorni di anticipo.

Scimmiotto rideva come un matto: "Che bella canaglia! Ha ben meritato la fine che ha fatto. Faceva comunella con il mostro, ecco perché è vissuto duecento sessant'anni. Suppongo che il mostro gli avrà suggerito qualche trucchetto per alimentare il respiro. Ricordo benissimo il suo aspetto: mi metamorfoserò per fare un sopralluogo nella grotta e annusare dove è nascosto il kasâya. E se mi dovesse venire sotto mano, lo sgraffignerò senz'altro e mi risparmierò un mucchio di fatica."

Bravo Scimmiotto! Recitò un incantesimo, rivolto al vento, e si trasformò nel sosia del patriarca. Nascose la sua sbarra di ferro, si diresse a grandi passi verso la grotta e gridò: "Aprite!"

Il diavoletto aprì e corse ad annunciare: "Mahârâja, c'è il Superiore dello Stagno d'Oro."

"Che strano, gli ho spedito il cartoncino un momento fa" esclamò il mostro meravigliato. "Come fa a essere già qui? Il piccolo non ha nemmeno avuto il tempo di arrivare a destinazione. Scommetto che Scimmiotto gli avrà chiesto di venire a reclamare il kasâya. Maggiordomo, va subito a nascondere questo vestito. Non lo deve vedere."

Scimmiotto entrò dalla porta principale e si trovò in una corte in cui pini e bambù mescolavano le fronde, peschi e susini rivaleggiavano in bellezza; le piante erano in fiore, le orchidee spandevano il loro profumo: quella grotta era un incanto. Sugli stipiti della porta interna si leggevano queste iscrizioni parallele:

NELLA PACE DELLA MONTAGNA PROFONDA

RIFUGIO DELLA GIOIA SENZA OMBRE

"Questo mostro è un ragazzo che sa vivere" si disse Scimmiotto. Dopo la porta interna, attraversò una terza porta; dappertutto pilastri scolpiti, travi decorate, porte e finestre ariose. Il moro comparve in veste da camera di seta verde e nera, con una cappa di damasco nero corvino ricamata a colori vivaci, in capo un berretto scuro a tre corni e ai piedi morbidi stivaletti neri di capretto: un figurino. Quando vide Scimmiotto, rassettò l'abbigliamento e discese i gradini per andargli incontro dicendo: "Mio vecchio amico dello Stagno d'Oro, mi siete molto mancato. Ve ne prego, vogliate accomodarvi a vostro agio!"

Scimmiotto rese la cortesia. Poi si sedettero e presero il tè. Dopo il tè, il mostro fece un bell'inchino rispettoso e chiese: "Stavo appunto inviandovi due parole di invito per dopodomani. A che debbo il piacere di una vostra visita fin da oggi, mio vecchio e venerato amico?"

"Venivo a presentarvi i miei rispetti, quando ho casualmente trovato per via il vostro messaggio così ben tornito. Voi parlavate di festeggiare un abito buddista, e io mi sono affrettato a venir qui nella speranza di poterlo ammirare."

"Temo che vi sbagliate, amico mio" replicò il mostro sorridendo. "Il proprietario del kasâya è appunto quel monaco cinese che è ospite vostro. Dunque dovreste averlo già visto, senza bisogno di venire da me."

"È vero che lo avevo preso in prestito, ma era notte e voi lo avete portato via prima che io potessi aprire il pacco ed esaminare il contenuto. D'altronde sapete bene che il monastero è stato devastato da un incendio, abbiamo perduto tutti i nostri beni. Nella confusione l'abito era scomparso, non si trovava più. Dal momento che avete avuto voi la fortuna di ritrovarlo, sono venuto ad ammirarlo qui da voi."

Mentre conversavano amabilmente, un diavoletto di pattuglia sulla montagna venne ad annunciare: "Disgrazia, grande re! Il messaggero che doveva recapitare gli inviti è stato ucciso dal Novizio, che ne ha approfittato per prendere l'aspetto del patriarca e venir qui a prendervi in giro."

Il mostro si disse: "Ecco il perché dell'arrivo così rapido. È lui!"

Afferrò la lancia e balzò su Scimmiotto, che estrasse il randello e riprese il proprio aspetto. Parò il colpo e si gettò dalla sala nella corte, continuando a combattere fino alla porta principale e terrorizzando tutti gli abitanti della caverna. Giovani e vecchi si sentivano morire di paura. Questa terribile battaglia sulla montagna non si può paragonare alla precedente. Che botte da orbi!

Audace l'uno sotto finte spoglie,

Prudente l'altro nascose l'oggetto.

Conversano con tatto e abilità,

Ma quel kasâya quando si vedrà?

Fa il diavoletto una rivelazione

Che spinge il nero mostro a dimostrare

Tutta la sua potenza in una lotta

Senza quartiere, lancia contro sbarra.

Trasformazioni inedite si vedono,

E trucchi di magia d'alto livello.

Uno tiene a quell'abito allo scopo

Di festeggiare il proprio compleanno;

Ma l'altro non ha scelta, deve renderlo

Al proprietario, o male gliene incoglie.

Dura è la lotta fra i due contendenti,

Nemmeno il Buddha li può separare.

Lottarono dall'entrata della grotta fino al sommo della montagna, e poi dalla montagna sulle nuvole, sputando vento e nebbia, sollevando la sabbia, rotolando le pietre. Continuarono a battersi finché il sole tramontò, senza vincitore né vinto.

"Fermati Scimmiotto" gridò il mostro. "Si fa tardi, non è più l'ora di battersi. Vattene via. Se vuoi torna domattina dopo le otto."

"Ragazzo mio, non se ne parla nemmeno. Chi vuol combattere, combatte sul serio, senza tirare in ballo l'orologio."

E Scimmiotto fece piovere una gragnola di colpi senza badare dove cadevano, ma il moro si mutò in corrente d'aria e sgattaiolò a rinchiudersi in casa, rifiutandosi di aprire.

Scimmiotto non aveva alternativa, e ritornò al Monastero di Guanyin. Scese dalla nuvola e chiamò: "Maestro!"

Tripitaka, che lo aspettava con impazienza, fu felice di vederselo davanti. Ma la gioia si mutò in delusione vedendo che ritornava a mani vuote: "Come mai, ancora una volta, non riporti il mio kasâya?"

"Maestro" rispose Scimmiotto cavandosi dalla manica il cartoncino di invito, che tese a Tripitaka. "Il mostro e quella vecchia canaglia dannata, di fatto erano amici. Il patriarca è stato persino invitato alla festa dell'abito buddista. Il vostro vecchio Scimmiotto, dopo aver liquidato il messaggero, si è introdotto in casa del nemico facendosi passare per il patriarca. Ci ho guadagnato una tazza di tè, ma non c'è stato verso di farmi mostrare il kasâya. Mentre ci si intratteneva, uno di pattuglia è venuto a rompere le uova nel paniere. Allora abbiamo combattuto, ed è andata avanti fino a poco fa, senza esito. Quando si è fatto tardi, quello si è rintanato in casa. Per il momento non mi restava che ritornare qui."

"Sei in grado di spuntarla con lui?"

"Non sono molto più forte di lui; a forza press'a poco ci possiamo equivalere."

Tripitaka lesse il cartoncino e lo tese al superiore: "Il vostro patriarca non sarà stato anche lui un essere malefico?"

"Certo no, era un essere umano" rispose il superiore gettandosi in ginocchio. "Aveva rapporti amichevoli con il Re Nero, perché esso era pervenuto al Tao dell'umanità, veniva spesso a discutere di sutra e gli insegnava l'arte di alimentare il respiro."

"Non mi pare che questa banda di monaci puzzi di mostro" tagliò corto il Novizio. "Hanno tutti la testa tonda in aria e i piedi quadrati in terra: non sono esseri malefici, anche se sono poco furbi. Guardate il cartoncino, si parla di un orso: quello lì è un orso bruno divenuto spirito malefico."

"Ho sentito dire che, secondo gli antichi, orso e scimmia vengono dalla stessa radice. Comunque sono entrambi animali; come possono diventare spiriti?"

"Anche il vostro vecchio Scimmiotto è un animale" replicò ridendo il Novizio, "eppure è diventato Grande Santo Uguale al Cielo: che differenza fa? Come regola, tutte le creature del mondo provviste delle nove aperture possono coltivarsi e raggiungere l'immortalità."

"Dicevi che è forte come te. Come farai a vincerlo e a riportarmi il mio kasâya?"

"Di questo non vi date pensiero. Io so che cosa devo fare."

Mentre conversavano, i monaci portarono la cena e invitarono maestro e discepolo a mangiare. Tripitaka chiese delle lampade e si ritirarono nella sala di meditazione. I monaci dormivano sotto ripari di fortuna, lasciando ai superiori le comodità dell'unico edificio rimasto in piedi nella parte posteriore. La notte era quieta:

L'ombra della Via Lattea

Nella volta immacolata.

Le stelle brillano in cielo,

Mormora l'acqua che scorre:

Solo rumor che si sente

Nella notte silenziosa.

Taccion gli uccelli. Ogni fuoco

È spento in riva al ruscello.

Dalla pagoda distrutta

Non s'è udita la campana

Che suona l'ultima ora.

Riposavano nella sala di meditazione. Ma Tripitaka pensava al kasâya. Come trovar sonno? Si girava e rigirava nel letto, finché si accorse che spuntava l'alba: si alzò a sedere sul letto e gridò: "Consapevole del Vuoto, è giorno, corri a cercare il kasâya!"

Il Novizio fu subito in piedi. Vedendo i monaci che scaldavano l'acqua disse loro: "Prendetevi cura del maestro. Io vado."

Tripitaka si gettò giù dal letto, lo trattenne afferrandogli un lembo della veste e chiese: "Che cosa conti di fare?"

"A pensarci bene, le nostre difficoltà derivano dall'incuria della pusa Guanyin. Ha qui un monastero in cui la gente le viene a offrire l'incenso, e lei tollera la vicinanza di un mostro come quello. Vado da lei nei mari del Sud, per parlargliene e per chiedere che venga lei a reclamare il nostro kasâya dal mostro."

"E quando tornerai?"

"Se va bene dopo colazione; al più tardi a mezzogiorno, quando tutto sarà sistemato. Monaci, prendetevi cura di lui!"

E scomparve senza lasciar traccia. Giunto nei mari del Sud, fermò la sua nuvola per guardarsi intorno: non poteva saziarsi di quel bel paesaggio.

La vasta distesa dell'oceano

Congiunge le acque col cielo.

Luce che avvolge l'universo

Illumina fiumi e montagne [...]

Scimmiotto diresse la nuvola verso il boschetto di bambù, dove le divinità lo accolsero meravigliandosi del suo arrivo: "La pusa è stata così contenta di annunciarci la tua conversione al bene! Come hai trovato il tempo di venir qui, mentre devi proteggere il monaco cinese?"

"Sono qui proprio per quel motivo. Abbiamo avuto un incidente lungo il cammino. Fatemi il piacere di annunciarmi."

Gli dei si recarono dunque all'ingresso della grotta e Guanyin lo invitò a entrare. Scimmiotto avanzò sino ai piedi del prezioso piedistallo di loto e la salutò.

"Che sei venuto a fare?" chiese la pusa.

"Il mio maestro ha trovato sulla sua strada un monastero dedicato a voi. Ma mentre ci ricevete l'omaggio della gente, vi tenete per vicino un orso bruno malefico, e gli avete permesso di rubare il kasâya del mio maestro. Ora non ce lo vuole restituire, e io sono qui per reclamarlo da voi."

"Che insolente questa scimmia! Se il kasâya te l'ha rubato l'orso, perché te la prendi con me? È la tua solita impudente mania di attaccar briga. Dì la verità: hai avuto la tua parte nel distruggere con l'incendio uno dei miei insediamenti. E hai anche la faccia di venirmi a fare scenate."

Constatando che sapeva tutto, Scimmiotto batté subito in ritirata, s'inchinò e disse: "Avete ragione, perdonate l'offesa del vostro discepolo. Ma non mi posso rassegnare al rifiuto di quel mostro, perché il maestro si vendica recitando l'incantesimo che mi procura un mal di testa insopportabile. Ecco perché mi sono permesso di importunarvi. Spero che sarete tanto compassionevole da aiutarmi a catturare il mostro e a ricuperare l'abito, perché possiamo proseguire il nostro viaggio."

"In effetti i poteri magici di quel mostro sono grandi, non inferiori ai tuoi. Va bene, farò un giretto con te; ma è solo per riguardo al monaco dei Tang."

Il Novizio si inchinò di nuovo in segno di gratitudine, e pregò la pusa di seguirlo. Salirono insieme su una nuvola e si recarono al Monte del Vento Nero, dirigendosi all'ingresso della grotta.

Mentre camminavano videro sull'altro lato della strada un taoista, che recava due pillole di cinabro di immortalità su un vassoio di vetro. Scimmiotto gli si avventò contro, trasse la sua sbarra di ferro e gli spaccò il cranio con un colpo, facendo schizzare intorno le cervella.

"Benedetta scimmia, sempre così impulsiva!" esclamò spaventata Guanyin. "Non te l'ha rubato lui il kasâya, non lo conosci nemmeno, torti non te ne ha fatto. E tu perché lo ammazzi?"

"Non sapete chi era: un amico dell'orso bruno. L'altro giorno parlava con lui e con un letterato vestito di bianco. Quel moraccio li invitava al convegno dell'abito buddista per festeggiare il suo compleanno. Il taoista diceva che oggi gli avrebbe fatto gli auguri e domani avrebbe partecipato alla festa. Ecco chi era. Di sicuro si stava recando a fare gli auguri."

"Se le cose stanno così, va bene."

Scimmiotto esaminò il cadavere e vide che si trattava di un lupo grigio. Sugli orli del vassoio erano graffiati i caratteri:

FABBRICATO DAL MAESTRO DEL VUOTO TRASCENDENTE

Vedendoli, Scimmiotto si mise a ridere: "Ma guarda che fortuna! Va proprio bene, per il vecchio Scimmiotto; e anche per voi, pusa, che farete poca fatica. Questo è meglio di una resa spontanea, e ci risparmia di menar le mani. È incastrato ben bene."

"Consapevole del Vuoto, che cosa vai dicendo?"

"A me piace molto il proverbio: a furbo, furbo e mezzo; ma non so se sarete d'accordo."

"Parla."

"Vedete, pusa, su questo vassoio ci sono due pillole: saranno il nostro biglietto d'ingresso in casa del mostro. L'iscrizione ci servirà per adescarlo. Se mi date retta, il piano che vi propongo ci risparmierà le fatiche di una campagna militare: il mostro sarà in tali pasticci, che l'abito buddista ricomparirà senza indugio. Se invece non vi sta bene, separiamoci: voi andate a ovest, io a est. E rimpiangete pure il kasâya, non lo rivedrete più: e tanto peggio per il monaco cinese."

Guanyin rise: "Sei una scimmia con la lingua sciolta."

"Me ne guardo bene; ma un piano ce l'ho."

"Sentiamo."

"L'iscrizione dice: Fabbricato dal Maestro del Vuoto Trascendente. Suppongo che fosse il nome del taoista. Se siete d'accordo, voi, pusa, assumete il suo aspetto; quanto a me, mi mangio una delle pillole e trasformo in pillola me stesso: mi farò leggermente più grosso di quella che rimane. Voi gli presenterete il vassoio come regalo di compleanno e gli offrirete la pillola più grossa. Quando l'avrà ingoiata e sarò dentro, mi impegno io a cambiare le sue intime disposizioni: se non ci renderà subito l'abito buddista, ne fabbricherò un altro con le sue budella annodate."

Guanyin non poté che approvare con un cenno del capo. "Allora, si va?" fece Scimmiotto ridendo.

Con la forza illimitata della sua immensa compassione, la sua infinita capacità di trasformarsi, la congruenza del suo spirito con la sua volontà, nonché della sua volontà con il suo corpo, in un istante essa assunse l'aspetto del taoista, l'Immortale del Vuoto Trascendente.

Svolazza la sua cappa in piumino di gru,

Si avanza a passi aerei, come stesse danzando;

Il volto mostra gli anni del pino e del cipresso:

Benché non abbia età, la carnagione è fresca.

Il tempo non dà tregua, lo stesso è differente;

Tutto va ritornando ad un'unica Legge

Dalla qual ci separa perversa incarnazione.

"Siete proprio una bellezza!" sghignazzò Scimmiotto a quella vista. "E ditemi: sareste una pusa-mostro, oppure un mostro-pusa?"

"Consapevole del Vuoto" replicò sorridendo Guanyin, "mostro o buddha non sono che prodotti del pensiero; la loro realtà sfocia nel nulla in entrambi i casi."

Scimmiotto ci pensò su; poi toccò a lui di trasformarsi in pillola di immortalità.

Rotola e dondola

Tonda ed instabile.

Tre più tre: unione di Goulou.

Sei più sei: formula del giovane-vecchio.

Guanyin mise la nuova pillola sul vassoio, prese nota delle dimensioni lievemente maggiori, e si avviò alla grotta del mostro. Vedeva:

Cime e burroni, catene di monti

Da vaporose nubi incoronate;

Il vento soffia tra i pini e i cipressi.

Abitan mostri fra cime e burroni,

Vanno eremiti fra pini e cipressi.

Se risali alla fonte del torrente

E ascolti il canto dell'acqua che sgorga,

Le tue orecchie saran purificate.

Cervo su rupe, gru nella foresta

Si offrono incantevoli alla vista.

Quest'incontro con la compassionevole

Nel destino del mostro stava scritto.

Guanyin si rallegrava dello spettacolo: "Se questa creatura malvagia abita luoghi così sereni, significa che è destinata alla salvezza." E già si sentiva incline a compatire.

Davanti alla grotta, i diavoletti di servizio credettero di riconoscere l'Immortale del Vuoto Trascendente. Alcuni lo precedettero per annunciarlo, altri l'accompagnarono. Gli venne incontro il mostro: "Vi ringrazio di esservi dato la pena di onorare il mio umile abituro con la vostra preziosa presenza."

"L'umile taoista che sono" rispose Guanyin "vi presenta pillole di immortalità con i migliori auguri di lunga vita."

Terminati i saluti si sedettero, e il mostro portò la conversazione sugli incidenti del giorno prima. Guanyin, che non sapeva cosa rispondere, ricorse al vassoio: "Degnatevi di accettare questo modesto segno di affetto del vostro amico taoista." E spinse verso il mostro la pillola più grossa: "Possa il gran re vivere mille anni!"

Il mostro le offrì l'altra pillola: "Amerei dividerle con voi, maestro del Vuoto Trascendente."

Quando il mostro accostò la sua pillola alla bocca, essa vi entrò da sola e gli rotolò in fondo alla gola e dentro le viscere. Qui giunta riprese la sua forma originaria e incominciò a combinarne di tutti i colori; il mostro si rotolava per terra dal dolore. Guanyin si rivelò e reclamò l'abito buddista.

Presto Scimmiotto, che stava stretto e non vedeva nulla in quel buio viscerale, non ne poté più e uscì da una narice. Ma la pusa, che non si sentiva sicura del buon esito della lezione, appoggiò destramente sulla testa del mostro uno dei suoi cerchi costrittori.

Il mostro si poté rialzare e afferrò minaccioso la sua lancia, ma Guanyin si mise a recitare l'incantesimo. Il mostro lasciò cadere l'arma e si rotolò per terra peggio di prima. Quel gaglioffo del re scimmia guardava e rideva.

"Creatura malvagia!" disse Guanyin "ti vuoi convertire?"

"Di tutto cuore! Basta che la smettiate!" gridò il mostro.

Scimmiotto pensò che poteva essere una scusa per prendere tempo, e alzò la mano per colpirlo; ma Guanyin lo fermò: "Non lo toccare. Mi serve."

"A che serve conservare un mostro simile?"

"Ho giusto bisogno di un guardiacaccia per un boschetto sul versante posteriore del Monte Potalaka; lo voglio assumere come aiutante della divinità locale."

"Siete la solita santa misericordiosa e salvatrice" replicò Scimmiotto. "Se l'avessi io, la formula di quel mal di testa, ci fotterei ben bene lui e tutta la genia degli orsi bruni."

Il mostro si inginocchiò supplicando: "Non ascoltatelo, vi prego, risparmiatemi la vita e mi convertirò al giusto frutto."

Guanyin gli posò la mano sul capo e gli fece promettere di rispettare i cinque divieti; poi gli chiese di prendere la sua lancia e di seguirla. Quel giorno l'orso bruno vedeva

Estinta l'ambizione divorante,

Domata la sfrenata ostinazione.

"Consapevole del Vuoto, tu puoi ritornare dal monaco cinese. Mi raccomando, abbine cura e non provocare altri guai!"

"Vi ringrazio di essere venuta ad aiutarmi da tanto lontano. Il mio dovere è di riaccompagnarvi."

"Ma non è necessario."

Scimmiotto prese allora rispettosamente in consegna il kasâya, si prosternò per congedarsi e se ne andò. Guanyin ritornò nei mari del Sud con il suo orso bruno. Lo attestano i versi:

[...] Venne per aiutare la ricerca

Delle scritture e a casa ritornò.

Il mostro convertito l'accompagna

Ed il kasâya vien ricuperato.

Se poi non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il prossimo capitolo.