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018 PORCELLINO · DOPO AVER LIBERATO TRIPITAKA DALLA PROVA DEL MONASTERO DI GUANYIN, IL GRANDE SANTO SCACCIA DALLA TENUTA DEL VECCHIO GAO UN MOSTRO DI ORIGINE SUINA.

Scimmiotto, preso congedo da Guanyin, appese il kasâya a un odoroso albero della canfora, levò il randello da dietro l'orecchio e si precipitò dentro il covo di Vento Nero. Dei diavoletti, era scomparsa ogni traccia. Quando avevano visto apparire la pusa, e il loro capo e padrone dapprima rotolarsi per terra, poi definitivamente sconfitto, si erano dispersi ai quattro venti. Ma l'umore vendicativo di Scimmiotto cercava uno sfogo: accatastò legna secca dappertutto, alle entrate, alle uscite, davanti e dietro, e vi mise fuoco; il Vento Nero diventò Vento Rosso. Poi raccolse l'abito buddista, salì sulla sua nuvola e la diresse a nord.

Tripitaka attendeva il Novizio con impazienza crescente, e si chiedeva se Guanyin si fosse per caso rifiutata di intervenire, o se magari quel furbacchione avesse colto l'occasione per svignarsela. Mentre ipotesi e timori lo tormentavano, apparve in cielo una nuvoletta colorata, ne discese Scimmiotto e corse a inginocchiarsi ai piedi della scala: "Maestro, ecco il kasâya."

Tripitaka si sentì finalmente sollevato, e gli altri monaci ancora di più: "Evviva! Meno male! Ora siamo sicuri di averla scampata."

"Consapevole del Vuoto" domandò Tripitaka prendendo l'abito, "stamane, alla tua partenza, mi avevi promesso di ritornare entro mezzogiorno. Come mai ritorni soltanto quando il sole volge al tramonto?"

Scimmiotto gli raccontò l'accaduto, con molti particolari, e il ruolo sostenuto da Guanyin. Tripitaka si fece portare un altare per l'incenso e pregò rivolto a sud; poi disse al suo discepolo: "Ora che abbiamo ricuperato il vestito, raccogliamo le nostre cose e andiamocene."

"Quanta fretta! Presto scenderà la sera, non è il momento di mettersi in cammino. Lo faremo domattina di buon'ora."

I monaci si inginocchiarono a insistere: "Signoria, ha ragione Scimmiotto, è tardi. E poi noi avevamo fatto un voto. Poiché abbiamo ritrovato la pace e il tesoro, ci auguriamo che, per adempiere questo voto, vogliate officiare una cerimonia di ringraziamento."

"Giusto. Concesso." acconsentì Scimmiotto.

I monaci vuotarono tasche e sacche, il poco che avevano salvato dall'incendio, e offrirono l'occorrente per preparare un banchetto, bruciare carta votiva per implorare pace e protezione, e recitare sutra per scongiurare ogni disgrazia e calamità. La cerimonia fu senz'altro celebrata.

La mattina seguente i pellegrini strigliarono il cavallo, lo sellarono, fecero fagotto e uscirono dal convento. La folla dei monaci li accompagnò per un bel pezzo; Scimmiotto camminava in testa. La primavera era in fiore:

Sull'erba tenera, tracce di zoccoli;

I fili d'oro pendono dai salici,

Sono fioriti peschi ed albicocchi,

Scompaiono i sentieri sotto l'erba.

Dormono al sole anitre mandarine

In coppia sulla sabbia accovacciate.

I profumi stordiscon le farfalle.

Si viaggiò nell'autunno e nell'inverno,

Ora la primavera è alla metà:

Quando sarà finito il lungo viaggio?

Maestro e discepolo camminavano da cinque o sei giorni in una regione desolata quando, al calar del sole, videro in lontananza un cascinale.

"Consapevole del Vuoto" suggerì Tripitaka, "guarda quei casolari laggiù ai piedi della montagna: potremmo farci ospitare per la notte e ripartire domattina. Che ne pensi?"

"Prima di decidere, lasciatemi controllare se è tutto in ordine."

Il maestro tirò le redini e il Novizio concentrò lo sguardo per esaminare attentamente il luogo. C'erano

Le siepi di bambù, tetti di stoppie,

Le grandi chiome d'alberi all'ingresso,

Case riflesse nel rivo sinuoso.

Il salice sul bordo della strada

È verde tenero. I fiori sbocciati

Riempion tutta la corte di profumi.

Nel crepuscolo cantano gli uccelli.

Rientrano gli armenti. Sale il fumo

Dalla cucina. Nello stabbio dormono

I maiali. Sonnecchian le galline

Sopra i trespoli. Giù per il sentiero

Viene il vecchio vicino che ha bevuto

Un po' troppo e canticchia filastrocche.

Conclusi i suoi rilievi, Scimmiotto dichiarò: "Può andare. È certo brava gente, ci possiamo passare la notte."

Il reverendo spronò il cavallo. Presto giunsero a un crocicchio, dove incontrarono un giovanotto che recava in testa un turbante di cotone; indossava una giacchetta bianca, teneva un ombrello sottobraccio, sacco in spalla, pantaloni rimboccati e ai piedi sandali di paglia a tre orecchie. Si stava allontanando in fretta dall'abitato, a passi decisi. Il Novizio lo agguantò: "Dove corri? Ti devo chiedere una piccola informazione: come si chiama questo posto?"

"Non potete chiedere a qualcun altro?" gridò l'uomo cercando di liberarsi. "Lasciatemi stare!"

"Non prendetevela, caro donatore" replicò il Novizio con un sorriso largo da un'orecchia all'altra. "Aiutare gli altri, non è come aiutare se stessi? Che male ci sarebbe a spifferarmi il nome di questo posto? Magari il problema che vi affligge lo posso risolvere io."

"Non me ne va una dritta!" gridava il giovanotto pestando i piedi per la rabbia e cercando senza successo di sfuggire alla presa di Scimmiotto. "Prima mi frega il padrone, e poi mi capita addosso questa zucca pelata che gioca a fare la madonnina infilzata."

"Se sei capace di farmi aprire questa mano, ti lascerò andare" propose Scimmiotto.

L'uomo gliela torse da una parte e dall'altra, ma non riuscì a smuovere un dito, manco fosse la morsa di una pinza d'acciaio. L'uomo, esasperato, gettò fagotto e ombrello per liberare le braccia e cercò di tempestare di pugni il Novizio, che si limitava a tenerlo a distanza con una mano, mentre con l'altra reggeva i bagagli. Il giovanotto non riusciva a mettere un colpo a segno. Tripitaka si sentì in dovere di intervenire: "Consapevole del Vuoto, sta arrivando un'altra persona. Chiederemo a quella. Lascialo andare, che senso c'è a trattenerlo per forza?"

"Non capite, maestro" replicò il Novizio ridendo. "Non serve a niente interrogare un altro. È proprio lui che fa al caso nostro."

Poiché Scimmiotto non mollava, il giovanotto dovette sputare il rospo: "Qui siamo nel Tibet, e questa è la tenuta del vecchio Gao, perché la maggior parte della gente del posto si chiama Gao. E adesso lasciatemi andare."

"Equipaggiato come sei, non stai certo facendo due passi nel vicinato. Dimmi dove vai e che cosa cerchi. Quando mi avrai detto anche questo, ti lascerò."

"Mi chiamo Gao Cai. In casa nostra la figlia più giovane del padron di casa, che ha appena compiuto vent'anni e non è ancora sposata, da tre anni è stata accaparrata da un mostro. Fa la parte del genero, questo mostro, ma il padrone ne è scontento perché, dice, la situazione non può durare. Ne soffre la nostra reputazione e si perde la possibilità di imparentarsi con un'altra famiglia. Il padrone se ne vorrebbe sbarazzare, ma non c'è verso. Anzi, il mostro ha sequestrato la ragazza nella sua capanna e da sei mesi non la lascia uscire, nemmeno per vedere i suoi. Il padrone mi ha affidato qualche tael d'argento, perché vada in cerca di un esorcista capace di scacciarlo. È un pezzo che vado e vengo; ho portato qui tre o quattro persone che non hanno saputo risolvere il problema: monaci buddisti fannulloni, o preti taoisti balordi. Mi ha coperto di rimproveri, mi ha dato un altro mezzo tael e mi ha mandato a cercare un maestro della legge che sia capace di vincere questo fottuto mostro. Mi ci mancava soltanto di restare bloccato per strada! Ecco i miei problemi. Non ho tempo per essere più gentile. Non immaginavo che tu avessi una presa così forte, e ti ho raccontato tutta la storia perché mi lasci andare. Soddisfatto?"

"Questa volta sei stato fortunato: sono io quello che fa per te. Puoi vantarti che ti è uscito il numero buono, il quattro col sei. È inutile che tu vada in giro a spendere soldi. Noi non siamo né monaci fannulloni, né taoisti balordi. Per scacciare mostri, siamo provetti. Puoi proprio dirlo: sei gentile col medico, e ti guarisce l'orzaiolo. Ritorna in casa e dì al tuo padrone che siamo santi monaci, fratelli dell'imperatore delle terre dell'Est, incaricati di pregare il Buddha e di cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest, e specializzati nel soggiogare mostri e incatenare diavoli."

"Non raccontarmi balle, ne ho fin sopra la testa! Se mi prendete in giro e non sapete acchiappar mostri, la colpa sarà di nuovo mia."

"Ma te lo garantisco, non racconto storie. Su, accompagnaci dentro."

Gao Cai non poté che raccogliere fagotto e ombrello, e ritornare sui propri passi per condurre maestro e discepolo all'ingresso.

"Reverendi, sedetevi un momento su questa panca, mentre avverto il padrone."

Solo a questo punto Scimmiotto lasciò la presa, posò i bagagli e sostò accanto al maestro, che si era seduto accanto alla porta.

Quando Gao Cai entrò in casa, il vecchio Gao lo coprì di invettive: "Pezzo di somaro, che cosa fai qui, invece di essere in viaggio per la tua ricerca?"

"Lasciatemi parlare, padrone" replicò il giovanotto posando sacca e ombrello. "Mentre partivo ho incontrato due monaci, uno a cavallo e l'altro a piedi con i bagagli; quest'ultimo mi ha afferrato stretto e mi ha chiesto dove andavo. Io non volevo rispondere, ma lui non mi ha mollato finché non gli ho raccontato i fatti di casa. Lui si è rallegrato e ha detto che garantisce la cattura del mostro."

"Da dove vengono, quei due?"

"Si tratterebbe di santi monaci, fratelli dell'imperatore delle terre dell'Est che li ha incaricati di andare a chiedere le scritture al Buddha nel Paradiso dell'Ovest."

"Se vengono davvero da tanto lontano, questi monaci, devono pur avere qualche potere. E adesso dove sono?"

"Aspettano alla porta."

Il vecchio corse a riceverli, accompagnato da Gao Cai e trattandoli da reverendi.

Udendo questo appellativo, Tripitaka si volse e si trovò davanti un vecchietto con un copricapo di raso nero, un abito di broccato del Sichuan bianco cipolla, stivali di vitello conciato e una cintura verde-nera. Sorrideva e diceva: "Saluto rispettosamente il reverendo."

Tripitaka ricambiò la cortesia, ma Scimmiotto se ne stava sulle sue. Il suo aspetto ripugnante dissuase il vecchietto dal rivolgersi anche a lui.

"E il vecchio Scimmiotto non ha diritto al saluto?"

Il padron di casa se la prese con Gao Cai: "Mi hai giocato un altro tiro mancino, pendaglio di forca. Già ci dobbiamo sbarazzare di quel brutto genero con la testa bislacca, e tu mi porti anche quest'altro duca del tuono per terrorizzarci."

"Questa è mancanza di giudizio. Temo che il vecchio Gao sia invecchiato inutilmente. Eppure l'hai avuto, il tempo di imparare che è sbagliato giudicare la gente dalla sua faccia. Il tuo vecchio Scimmiotto, per brutto che sia, qualcosa sa fare. Per esempio, catturare il mostro, levarti di torno il genero, restituirti la figlia; per te non sarebbe male, vero? E allora perché ti lamenti del mio aspetto?"

Il vecchietto si intimidì; dovette raccogliere tutto il coraggio che poté per gridare: "Vogliate entrare!"

Scimmiotto lasciò i bagagli a Gao Cai ed entrò con Tripitaka. Senza curarsi delle buone maniere, si tirò dietro il cavallo per la briglia e lo legò a un pilastro della sala, si impadronì della poltrona di lacca opaca del padron di casa per farvi accomodare il suo maestro, e le avvicinò una seggiola su cui si sedette.

"Ma bene, il giovane reverendo si sente proprio a casa sua!" esclamò il vecchio signor Gao.

"Se mi tieni qui altri sei mesi, mi sentirò proprio a casa mia" replicò il Novizio.

Quando si furono sistemati, prese la parola il vecchio Gao: "Reverendi, mio figlio mi ha detto che venite dalle terre dell'Est."

"È così" rispose Tripitaka. "La corte ci ha affidato la missione di raggiungere il Paradiso dell'Ovest per salutare il Buddha e cercare i sutra. Perciò ci siamo permessi di passare dalla vostra nobile tenuta, nella speranza di ottenere un rifugio per la notte e ripartire domani all'alba."

"Dunque stavate semplicemente cercando un posto per dormire. E allora, perché avete detto che sapete catturare i mostri?"

"Dal momento che siamo qui per passare la notte" intervenne Scimmiotto, "tanto vale che tiriamo l'ora di andare a letto facendo fuori qualche mostro. Posso spingere l'indiscrezione fino a chiedere quante creature di quella specie mantenete nella vostra nobile residenza?"

"Santo cielo, quante ne dovrei mantenere? Da solo, quel genero mi ha già ridotto in rovina."

"Raccontatemi da principio tutta la storia del mostro, e spiegatemi quali sono i suoi poteri, perché possa acchiapparlo a ragion veduta."

"Per quanto so e ricordo, nella nostra proprietà non si erano mai visti demoni, diavoli o mostri. La disgrazia del vecchio ottuso che sono è di non avere figli maschi. Ho avuto solo tre figlie: Orchidea Profumata, la maggiore; Orchidea di Giada, la seconda; e la beniamina, Orchidea Azzurra. Le due più grandi erano fidanzate già in tenera età a persone del villaggio, ma per la minore avrei voluto un genero che fosse disposto a vivere con noi: qualcuno che fosse attivo, capace e servizievole, e si prendesse cura della mia vecchiaia. Tre anni fa capitò qui un tizio che, devo dire, si presentava abbastanza bene; diceva di chiamarsi Porcellino e di venire dai monti Fuling. Non aveva più genitori, né fratelli; perciò era disposto a entrare in famiglia come genero. Mi pareva appunto il tipo di persona che mi occorreva, senza altri obblighi né legami. Nei primi tempi lavorava molto: arava ed erpicava senza attrezzi né bufali, mieteva senza falce. Si alzava all'alba e rientrava a notte. Non si può dire che andasse male. L'unico inconveniente era quella faccia, specialmente la bocca, che a poco a poco cambiava."

"Cambiava come?" chiese Scimmiotto, interessato.

"All'arrivo era un discreto pezzo d'uomo, un moro; ma un po' per volta prese un aspetto da scemo, con un grugno lungo lungo e orecchie larghe; dietro la nuca gli sbucarono certe lunghe setole rade. Il corpo prese proporzioni enormi. La testa, in poche parole, è quella di un grosso maiale. E l'appetito! In un pasto si mangia quattro o cinque moggi di riso. Solo per la prima colazione, gli occorrono un centinaio di focacce. E grazie al cielo che mangia di magro! Se chiedesse carne e vino, nel giro di sei mesi al vecchio stupido che sono non resterebbe niente, di tutta la produzione delle sue proprietà."

"Non sarà che mangi semplicemente in proporzione al lavoro che fa?" chiese Tripitaka.

"Ma quanto mangia non è il peggio. Ha imparato a giocare col vento, sale sulle nuvole, solleva sabbia e fa rotolare pietre; terrorizza noi e tutti quanti qui intorno, i vicini di destra e quelli di sinistra. Non si vive più tranquilli. E soprattutto ha sequestrato la mia Orchidea Azzurra nella baracca in fondo al cortile; non l'ho più vista da sei mesi, non so nemmeno se sia ancora viva. Queste sono cose da mostro. Ci occorre un esorcista, un maestro della legge, che lo cacci via, lo levi di torno."

"Niente paura!" replicò il Novizio. "Lo acciuffo questa notte stessa, ve lo garantisco. Volete che lui vi firmi un atto di rinuncia al matrimonio, prima di restituirvi la figlia?"

"Le formalità non fanno differenza, ma pensate che danno per la nostra reputazione, quanti parenti hanno rotto i rapporti con noi. Se lo catturate, non mi importa di aver firme. Basta che sradichiate questa radice di tanti guai" rispose soddisfatto il vecchio Gao.

"È facilissimo, ve l'ho detto; vedrete il risultato questa notte."

Il vecchio si sentiva alle stelle; fece preparare la tavola e disporre le sedie per un pasto di magro. Dopo cena, mentre calava la notte, il vecchio chiese: "Quali armi vi occorrono? Quanta gente devo riunire per spalleggiarvi? Converrà che ci prepariamo."

"Ho già tutto quello che mi serve" rispose Scimmiotto.

"Ma fra tutti e due avete soltanto un bastone da pellegrino; con quello il mostro non lo vincete."

Il Novizio si cavò allora da dietro l'orecchio un ago da ricamo, e lo trasformò in un baleno in una grossa sbarra di ferro cerchiata d'oro. Poi chiese, rivolgendosi al vecchio Gao: "Che ne dite di questo randello? Varrà pure le armi che potete avere voi. C'è di che picchiare anche un mostro, non vi pare?"

"L'arma l'avete; ma non vi occorre gente?"

"Non per aiutarmi. Vorrei però che qualche persona molto anziana e virtuosa tenesse compagnia al mio maestro e lo intrattenesse, mentre sono occupato. E voi aspettate che catturi la creatura malefica e la costringa a una pubblica confessione dei suoi misfatti, in modo da sbarazzarvi una volta per tutte da questo malanno."

Il vecchio mandò subito i garzoni della fattoria a cercare amici e conoscenti, che presto giunsero. Dopo le presentazioni, Scimmiotto disse: "Maestro, voi mettetevi comodo, devo andare."

Brandì la sua sbarra di ferro e si tirò dietro il vecchio Gao: "Portatemi a quella baracca in fondo al cortile, che veda com'è fatta."

Il vecchio Gao lo guidò alla porta della baracca.

"Tirate fuori la chiave."

"Se avessi la chiave, non avrei bisogno di voi."

"Vecchio mio" gridò Scimmiotto ridendo, "arrivare alla vostra età senza imparare a capire una burla! Scherzavo, e voi mi prendete sul serio."

Si fa avanti tastoni e constata che la serratura è rafforzata da colate di bronzo. Perde la pazienza, picchia con il randello e sfonda i battenti. All'interno regna la completa oscurità.

"Venite qui, chiamate. Dovrebbe esserci vostra figlia."

Raccogliendo tutto il suo coraggio, il vecchio gridò: "Mia piccola terza!"

La ragazza riconobbe la voce di suo padre e rispose con un debole mormorio: "Sono qui, papà."

Dilatando le sue pupille d'oro, Scimmiotto scrutò nelle tenebre.

Che aspetto aveva la ragazza? mi chiederete. Ecco qui:

La crocchia dei capelli spettinata,

Il viso non conosce più il sapone,

Solo il cuore è rimasto inalterato.

La sua bellezza è dolce ma sciupata,

Pallide labbra, la schiena s'incurva,

Le pene stampan rughe sulla fronte.

Appare magra e tanto indebolita

Che la voce si spezza quando parla.

Si fece avanti, riconobbe il vecchio signor Gao, gli si appese al collo e incominciò a singhiozzare.

"Non è il momento di piangere, adesso. Rispondi invece a una domanda" disse Scimmiotto. "In che direzione si è allontanato il mostro?"

"Non lo so. In questi ultimi tempi parte sempre all'alba e ritorna di notte. Va per nuvole, non si vede che direzione prende. Fa così perché è sempre in guardia, sa che mio padre lo vuol far cacciare dagli esorcisti."

"Va bene, è inutile discuterne. Portate in casa vostra figlia e confortatela; io resto qui ad aspettare. Se non rientra, non è colpa mia; ma se mostra il suo grugno, l'erba sarà tagliata e la radice estirpata."

Il vecchio signor Gao, tutto contento, portò la figlia in casa.

Scimmiotto si trasformò nel sosia della ragazza e si sedette solo soletto nella stanza ad aspettare il mostro. Dopo un po', un colpo di vento sollevò la sabbia e fece rotolare le pietre. Proprio un bell'uragano!

Sembra all'inizio una brezza leggera,

Ma in breve prende forza sibilando.

Corre la terra e non conosce ostacoli,

Spezza il salice, sradica le piante

Come cogliesse cavoli nell'orto.

Solleva l'acque, inquieta cielo e terra.

Alla cerva cancella ogni sentiero,

Disorienta i va e vieni delle scimmie.

Sul Buddha fa crollare la pagoda,

Danneggia il tetto, abbatte le bandiere,

Scuote i pilastri dalle fondamenta:

Tegole volan via come le rondini.

Dentro il battello che rischia il naufragio

Tremante il barcaiolo per salvarsi

Promette sacrifici di montoni.

Perfino i draghi fanno una preghiera.

Al termine dell'uragano, scese dall'alto un mostro proprio brutto: aspetto scuro e setoloso, muso lungo, orecchie larghe. Indossava una lunga tunica diritta di tela grossolana, di incerto colore scuro, stretta alla vita da una fascia di cotone a fiori.

"Dunque devo vedermela con questo qui" pensò Scimmiotto ridendo dentro di sé.

Il bravo Novizio non si gettò addosso al mostro, ma si stese sul letto e gemette, fingendo di sentirsi male. Ignorando come stavano le cose, la strana creatura entrò nella stanza, lo prese in braccio e si provò a dargli un bacio sulla bocca.

"Così, il vecchio Scimmiotto ti alluzza con le sue grazie!"

E approfittò della presa che gli offriva il lungo grugno del mostro per fargli fare quella che si chiama piccola capriola, scaraventandolo sul pavimento.

"Tesoro, perché oggi ce l'hai con me?" chiese il mostro aggrappandosi al letto per rimettersi in piedi. "Forse perché torno troppo tardi?"

"Ma io non ce l'ho con te" rispose Scimmiotto.

"Se non ce l'hai, perché mi respingi così?"

"Ma si può essere tanto balordi da buttarsi ad abbracciare una persona che si sente male? Se no mi sarei alzata e ti sarei venuta incontro. Spogliati e vieni a letto."

Senza indovinare le sue intenzioni, il mostro incominciò a spogliarsi. Ma il Novizio balzò su e si accomodò sul vaso da notte. Il mostro si provò ad allungare una palpatina, ma nel letto non trovò nessuno: "Stellina, dove sei? Dài, spogliati anche tu e vieni a letto."

"Tu per primo. Io la sto facendo."

Il mostro si coricò.

"Bella fortuna che ho!" borbottava Scimmiotto.

"Come, non avresti fortuna? Di che cosa ti puoi lamentare? Da quando sono entrato in famiglia, avrò consumato un po' di tè e di riso, ma non ho certo mangiato a ufo. Alla prosperità della tenuta provvedo io: per voi ho spazzato e rastrellato, portato tegole e mattoni, costruito terrapieni, alzato muri, arato ed erpicato, seminato il grano, piantato il riso. Non è forse di broccato, adesso, il tuo vestito? Non porti oro fra i capelli? In ogni stagione non ti mancano né fiori né frutta. Nelle otto feste trovi in cucina le tue verdure fresche. Che cosa ti manca, per lamentarti e borbottare?"

"Non si tratta di queste cose. Dall'altra parte del muro i miei non fanno che rimproverarmi."

"Ma perché?"

"Dal momento che ci siamo sposati, pensano che dovresti fargli da genero, e non mancargli completamente di riguardo come fai. E poi, uno così brutto, senza uno straccio di zio, nemmeno un parente acquisito! Sempre a bighellonare sulle nuvole! Non si sa da dove vieni, né come ti chiami: c'è da rovinare il buon nome della famiglia. Queste sono le cose che non mi piacciono, di questo mi lamento."

"Può darsi che non sia una bellezza, ma se volevano un elegantone potevano cercarselo. Quando sono arrivato qui ho parlato schiettamente, e sono entrato in famiglia perché erano d'accordo; adesso non possono cambiare idea! Una famiglia ce l'ho anch'io. Vengo dalla Grotta della Passerella di Nuvole sui monti Fuling e mi chiamo Porcellino: un nome che mi si adatta, come del resto il cognome, Setole Rade. Se i tuoi parenti lo vogliono sapere, diglielo."

"Bravo mostriciattolo!" pensava Scimmiotto. "Non occorre poi torturarlo, per farlo cantare. Ora che so nome e indirizzo, non mi scappi più."

"Vogliono chiamare un maestro della legge per catturarti" riprese Scimmiotto rivolto al mostro.

"Vieni a letto" replicò lui ridendo. "Dormiamo, lasciali perdere quelli là! Conosco tante trasformazioni quante sono le stelle dell'Orsa Maggiore, e col mio tridente a nove punte non c'è maestro della legge, monaco buddista o prete taoista che vorrebbe fare i conti. Se il tuo vecchio è così pio, si provi a far scendere dal nono cielo il Patriarca Ammazza Diavoli: ma anche lui è un vecchio amico, e non mi farebbe niente di male."

"Parlano di chiedere aiuto al Grande Santo Uguale al Cielo, un certo Scimmiotto, che cinquecento anni fa fece una bella cagnara in paradiso."

"Se è questo che dicono, vado via" replicò il mostro allarmato. "Mi dispiace, ma non possiamo più restare insieme."

"Perché scappi via così?"

"Ma non capisci? Questo equipuzio, che combinò il parapiglia nel palazzo celeste, ha poteri con cui non posso competere; non ho intenzione di fare cattiva figura."

Si riveste in fretta e furia, e infila l'uscio. Scimmiotto lo agguanta e riprende il suo normale aspetto.

"Dove vai, giovanotto? Dammi un po' un'occhiata."

Il mostro si vede davanti la fila di denti candidi nella bocca ghignante, gli occhi di fuoco con le pupille d'oro, la testa appuntita e il muso peloso: sembra il dio del tuono. Si sente le gambe molli, le mani paralizzate, ma con la forza della disperazione dà uno strattone, che lascia in mano a Scimmiotto il vestito strappato, si trasforma in un turbine di vento e vola via. Scimmiotto lo insegue, tira fuori il suo randello e mena gran colpi al vento.

Trasformato in una miriade di raggi di fiamma, il mostro si avventa verso i suoi monti. Scimmiotto lo tallona su una nuvola e grida: "Dove vuoi andare? Se sali in Cielo, ti verrò a cercare fin nella casa del Cucchiaio, o in quella del Toro. Se ti infili sotto terra, ti inseguirò fino agli Inferni di Malamorte."

Che galoppata! Se in fin dei conti non avete idea dell'esito dell'inseguimento, ascoltate ciò che ne dirà il prossimo capitolo.