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019 IL SUTRA DEL CUORE · SCIMMIOTTO CATTURA OTTO DIVIETI NELLA GROTTA DELLA PASSERELLA DI NUVOLE, E SUL MONTE DELLO STUPA TRIPITAKA RICEVE IL SUTRA DEL CUORE.

Raggi di fiamma inseguiti da una nube multicolore: il mostro inseguito da Scimmiotto. All'improvviso apparve davanti a loro un'alta montagna. I raggi di fiamma si raccolsero insieme, il mostro riprese la sua solita forma, si precipitò in una grotta e ne uscì un momento dopo armato di un rastrello a nove punte.

"Maledetta creatura!" gli gridò il Novizio. "Da dove sbuchi, mostro perverso? Come hai saputo il mio nome? Che poteri hai? Confessa la verità, se vuoi risparmiare la pelle."

"Ignori i miei trascorsi e le mie virtù? Avvicinati e tienti forte: ti racconterò tutto.

Da giovane il mio spirito era ottuso,

Mi piaceva poltrire e mangiar molto.

Senza pensieri passavo il mio tempo:

Certo non praticavo la virtù,

Né alimentavo in me natura e spirito.

Fu un immortale che incontrai per caso

A indirizzarmi sulla retta via.

Mi esortava a riflettere, spiegava

Che la vita è il peggiore dei peccati.

"Quando sarà compiuto il tuo destino,

Gli impedimenti renderanno vano

Rimpiangere occasioni ormai perdute."

Mi convinse, mi spinse ad imparare

E a praticare. Riconobbi in lui

Il maestro che mi era destinato

Per insegnarmi la terra ed il cielo.

Cinabro nove volte trasmutato

Preparai, lavorando giorno e notte:

Ero impegnato dalla testa ai piedi.

Dentro il lago fiorito che si trova

Sotto la lingua va l'acqua dei reni

E rende caldo il campo di cinabro.

Bianca fanciulla con fanciullo alchemico:

Son Yin e Yang, che uniti insieme vanno

Come mercurio e piombo, luna e sole.

In miscela armoniosa drago e tigre,

La tartaruga succhia tutto il sangue

Del corvo d'oro. I tre fiori riuniti

La comune radice qui ritrovano.

I cinque soffi cospirano in uno.

Esperto in queste pratiche, potei

Salire al Cielo e rendermi immortale.

Sotto i miei piedi nascevano nuvole,

Lieve il mio corpo sulla Porta d'Oro.

L'Imperatore di Giada invitava

A un gran banchetto le divinità

Secondo il rango. Ricevetti il titolo

Di Ammiraglio dei Canneti Celesti.

Quando la grande Festa delle Pesche

Fu celebrata allo Stagno di Diaspro,

Eccedetti nel bere, la mia testa

Restò confusa, persi ogni controllo.

Mi trovai nel palazzo della Luna,

Che prende nome Castità Glaciale,

Dove vidi una splendida ragazza

Che svegliò in me gli istinti di una volta.

Senza pensare alla classe sociale,

Su quella smorfiosetta virtuosa

Allungavo le mani, e le proposi

Senza riguardi di portarla a letto.

Essa si rifiutò tre o quattro volte,

Mi respingeva, correva a nascondersi,

Era proprio seccata. Io mi sentivo

Una gran voglia, non mi contenevo,

Avrei buttato giù tutte le porte.

Le mie allegre schermaglie non sfuggirono

A quel brutto impiccione di Maestro

Di Perspicacia, che andò a riferire

Come stavo insidiando la virtù

Della dea, nientemeno, della Luna!

L'Imperatore di Giada decise

Della mia sorte; mandò a circondare

Tutto il palazzo senza vie d'uscita:

Fui catturato con le braghe in mano.

Alla corte imperiale fui tradotto,

E certo sarei stato condannato

A morte, se non fosse intervenuto

Impetrando la grazia il dio di Venere.

Mi diedero comunque senza indugio

Ben duemila vergate: le ossa rotte,

Le carni lacerate e sanguinanti.

A stento ne uscii vivo. Fui bandito

Dal Cielo e in questi monti ebbi rifugio.

Se mi incarnai così modestamente,

Dentro spoglie suine, ciò è dovuto

Al crimine che ho appena raccontato."

"Dunque tu sei l'avatara della divinità acquatica dei Canneti Celesti!" esclamò Scimmiotto. "Non mi stupisce che conoscessi il mio nome."

"Accidenti a te, equipuzio della malora, sapessi quante noie dovemmo subire l'anno in cui provocasti tutti quei disordini! E adesso ci riprovi. Se non righi dritto, dovrò farti assaggiare il mio rastrello."

Scimmiotto, al momento, non si sentiva di umore tollerante; perciò alzò la sbarra di ferro e la calò mirando alla testa. Incominciò un duello che si prolungò nella notte scura. Che botte, avi miei!

Gettano lampi le pupille d'oro

Di Scimmiotto; del mostro gli occhi tondi

Fan crepitare dei fiori d'argento.

Nuvole colorate emette l'uno,

La nebbia rossa va sputando l'altro.

Sbarra contro rastrello in forti mani.

L'uno Ammiraglio, l'altro Grande Santo:

Gente che è stata in Cielo, in vita sua!

Benché l'uno per scarsa correttezza

Sia divenuto un mostro, mentre l'altro

Superate le prove è divenuto

Il compagno del monaco cinese.

Graffia il rastrello come unghie di drago,

Sfonda ogni cosa la sbarra di ferro.

L'uno grida: "Tu rompi un matrimonio:

Peggio che un parricidio!" L'altro replica:

"Metto fine a uno stupro! Ed è un reato

Che per te, a quanto pare, è abituale."

Grida e tumulto. I colpi vanno e vengono.

Il duello continua fino all'alba,

Quando il mostro si sente le ossa rotte.

Si batterono dalla seconda veglia fino al primo albeggiare. Poi il mostro non ne poté più, ritornò a trasformarsi in vento di uragano per poter riguadagnare la grotta e ci si chiuse dentro.

Sulla porta Scimmiotto notò una targa con l'iscrizione:

GROTTA DELLA PASSERELLA DELLE NUVOLE

Vedendo che il mostro non ricompariva e che ormai era sorto il sole, il Novizio si disse: "Il maestro sarà impaziente: converrà che ritorni un momento da lui. Tanto questa creatura non mi può sfuggire."

Perciò ritornò alla casa del vecchio Gao.

Tripitaka aveva passato tutta la notte conversando con gli anziani del presente e del passato. Si stava appunto domandando che ne fosse stato di Scimmiotto, quando lo vide ritto nella corte. Il Novizio fece sparire la sbarra di ferro, si rassettò ed entrò nella sala gridando: "Maestro, eccomi qua!"

Presi alla sprovvista, gli anziani si inchinarono premurosamente, ringraziando senza saper di che: "Quanta pena dovete esservi dato!"

"Consapevole del Vuoto" chiese Tripitaka, "dov'è questo mostro? L'avrai ben catturato, visto che ci hai impiegato tutta la notte."

"Maestro, quella creatura non è un mostro qualsiasi, né una qualche strana bestia di montagna. È l'ammiraglio in capo dei Canneti Celesti, anche se ha una strana testa di cinghiale, dovuta a qualche incidente di percorso durante la reincarnazione. Ma non ha dimenticato la sua natura spirituale, e dice di chiamarsi Porcellino Setole Rade solo per l'aspetto che ha preso per sbaglio. Quando ho impugnato il mio randello, nella baracca in fondo al cortile, si è trasformato in uragano ed è fuggito. Ho legnato ben bene l'uragano, e lui si è trasformato in raggi di fuoco, è tornato al suo rifugio e ne è uscito con un rastrello a nove denti. Abbiamo combattuto tutta la notte. All'alba ha gettato la spugna e si è rifugiato nella sua grotta. Avrei potuto provarmi a forzare l'ingresso per decidere lo scontro, ma ho temuto che voi foste in ansia. Perciò ho preferito rientrare un momento a riferire."

Il vecchio signor Gao si fece avanti e si inginocchiò: "Che devo dire, reverendo? Scacciato, lo avete scacciato; ma se ritorna quando sarete partiti, che cosa potremo fare? Scusatemi se insisto a chiedervi di catturarlo. Saremo tranquilli solo quando questa disgrazia sarà estirpata dalla radice. Credetemi, saprò dimostrare la mia riconoscenza. Dividerò con voi in parti uguali i miei beni e le mie proprietà: sono pronto a garantirlo per iscritto, con la testimonianza di amici e parenti. Basta che salviate il buon nome della nostra famiglia, sarchiando l'erbaccia con la sua radice."

"Questo vecchio non sa riconoscere a ciascuno il suo" replicò Scimmiotto ridendo. "Ne ho ben parlato con il mostro: certo ha una fame robusta e si è divorato un bel po' di riso e di tè; ma è molto di più quello che ha fatto per voi. In questi ultimi anni hai guadagnato molto, ed è solo merito suo. Non è certo vissuto a sbafo. Ti converrà davvero di cacciarlo via? A starlo a sentire, è un dio venuto qui apposta per aiutarvi; a parte il fatto che finora a tua figlia non ha torto un capello. A conti fatti non è un genero da buttar via, non rovina il buon nome di nessuno e non c'è proprio da vergognarsene. Non sarebbe meglio ripensarci?"

"Reverendo, non mi lamento della moralità di quel signore, ma certo una buona fama non ce la procura. La gente dice: 'Hai visto che mostro, il genero dei Gao?' Non si può andare avanti così."

"Consapevole del Vuoto" intervenne Tripitaka, "quello che ti impegni a fare lo devi portare a conclusione."

"Mi divertivo a metterlo alla prova" replicò il Novizio. "Ve l'ho detto che ho fatto un salto qui solo per informarvi. Ora ritorno sul posto, lo catturo e ve lo porto."

Si rivolse a Gao: "Tu bada al mio maestro, io me ne vado."

Subito scomparve e, d'un balzo, era già sulla montagna e giungeva all'ingresso della grotta. Impugnò la sbarra di ferro, colpì i battenti della porta e li fece volar via in minute schegge.

"Sacco di segatura, vieni fuori a misurarti con il vecchio Scimmiotto!"

Il mostro russava pacificamente in fondo alla caverna. Quando udì quel baccano all'uscio e si sentì chiamare sacco di segatura, lo prese una gran collera; raccolse tutte le sue energie e corse fuori con il rastrello.

"Maledetto equipuzio, sei peggio della peste!" gridava. "Che cosa ti ho fatto io, perché tu mi venga a rompere la porta? Dài un'occhiata ai codici: l'effrazione di una porta d'ingresso principale è punibile con la pena capitale."

"Povero fesso" replicava Scimmiotto. "Certo che ho rotto la tua porta, ma c'è una giusta causa. Tu invece ti sei impadronito di una ragazza senza testimoni né mezzana, e senza celebrare i riti del tè e del vino; questo sì, è punito con la pena capitale: zac, giù la testa!"

"Tutte balle! Bada piuttosto al rastrello del vecchio Porcellino!"

"Col tuo rastrello ci puoi giusto raspare la terra del vecchio Gao e piantargli l'insalatina" schernì Scimmiotto parando il colpo. "Non crederai mica di farmi paura con quel ferrovecchio."

"Si vede che non te ne intendi. Altro che ferrovecchio! Sta a sentire:

Un'arma forgiata con l'arte più fine

In ferro temprato con ghiaccio divino.

Laozi di persona batteva il martello,

A lui il dio del fuoco porgeva il metallo.

Poteri vi misero i cinque orienti,

Sapere vi infusero il giorno e la notte.

Preziosi i suoi denti son come la giada

In oro legata. Ornato di stelle,

Presenta le quattro stagioni dell'anno

Nonché le otto feste. Le sue proporzioni

Conformi alla terra e al cielo, ubbidiscono

Del nostro universo all'ordine arcano.

Quest'aureo rastrello, supremo tesoro,

All'Imperatore di Giada fu offerto.

Fu quando alla corte io fui ricevuto

E fui nominato Ammiraglio imperiale,

Che l'arma celeste mi fu conferita.

In alto brandito, esso fa fuoco e fiamme;

Se invece lo abbassi, fa vento con neve.

Lo temono in Cielo i grandi guerrieri,

E sa spaventare i sovrani infernali.

Acciaio migliore al mondo non trovi,

Né un'arma che possa con questa competere.

L'ho avuta compagna in ogni vicenda,

Disposta a esaudire ogni mio desiderio.

Ormai da molti anni l'ho sempre al mio fianco,

Che mangi o che dorma, la tengo con me.

L'avevo alla corte celeste, alla festa

In cui bevvi troppo e fui condannato,

Con me la portai nell'esilio del mondo.

Non l'abbandonai quando a viver mi diedi

Mangiando i passanti, né quando pentito

Mi presi una moglie, pur senza rituale.

Con essa ho frugato il fondo del mare,

I lupi e le tigri ho trafitto nel covo.

Mi è cara quest'arma, per me nessun'altra

Può sostituirla. È facile vincere

Con questo rastrello; non lascia nemmeno

Fierezza al guerriero: fa tutto da solo.

Avessi la testa di bronzo ed il corpo

Di ferro, sta in guardia: lui ti piegherà!"

"Non sei stufo di ciaccolare, babbeo?" gridò Scimmiotto abbassando il randello. "Ecco qua la mia testa, provaci, mena un colpo del tuo rastrello e sta a vedere che cosa riesce a piegare."

Il mostro levò l'arma più alta che poté e l'abbattè a tutta forza. Bam! Il rastrello rimbalzò in un gran fascio di scintille, ma non riuscì nemmeno a graffiare la pelle del cranio di Scimmiotto. Porcellino restò lì con le mani indolenzite e le gambe molli a ripetere: "Dio, che cranio!"

"Resti a bocca aperta, eh? Quando avevo messo in subbuglio il paradiso rubando pillole di immortalità, pesche e vino della riserva personale di sua maestà, il piccolo santo Erlang mi catturò e mi portò al Palazzo della Stella Polare, dove gli dèi si provarono a tritarmi, spiaccicarmi, sbudellarmi, trapanarmi, incendiarmi, folgorarmi, senza riuscire a farmi nemmeno il solletico. Laozi mi mise nel forno degli otto trigrammi, il fuoco divino doveva pur avere ragione di me; il risultato fu che, effettivamente, mi sono rimasti gli occhi un pochino irritabili. Ma per il resto: pupille d'oro, testa di bronzo e braccia di ferro. Se non sei convinto e pensi di poter combinare qualcosa, prova ancora senza complimenti."

"Scimmia incredibile! Mi ricordo che a quel tempo abitavi la Grotta del Sipario Torrenziale, sul Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai del continente orientale. Da allora non si è più sentito parlare di te. Come sei arrivato qui ad attaccar briga con me? Possibile che ti sia davvero venuto a scovare mio suocero?"

"No, no, è stato un caso. Io sono tornato sulla buona strada, abbandonando il taoismo per il buddismo, con il compito di proteggere un monaco; si tratta di un certo Tripitaka, fratello del grande imperatore dei Tang nelle terre dell'Est. Viaggiamo verso il Paradiso dell'Ovest per chiedere al Buddha le scritture, e ci è capitato di passare verso sera dal villaggio dei Gao. Il vecchietto è venuto a parlarci di te e mi ha pregato di salvare sua figlia dalle tue grinfie, sacco di segatura che non sei altro!"

A queste parole il mostro lasciò cadere il rastrello, fece una grande riverenza e chiese: "Dov'è questo pellegrino in cerca delle scritture? Ti sarò molto grato se mi vorrai presentare a lui."

"Perché lo vuoi vedere?"

"Di fatto sono tornato anch'io sulla buona strada, per intervento della pusa Guanyin, che mi ha detto di restar qui, di fare una dieta vegetariana e di aspettare quest'uomo in cerca dei sutra per seguirlo al Paradiso dell'Ovest, in modo da rimediare ai miei sbagli, acquistar meriti e conseguire il giusto frutto. In realtà aspetto da vari anni, senza notizie. Visto che sei il suo discepolo, potevi dirmelo prima, invece di picchiarmi e di buttar giù la mia porta."

"Non cercherai mica di abbindolarmi raccontando frottole? Se vuoi proprio accompagnare il monaco cinese, senza inganno, giuralo davanti al Cielo. Solo a questa condizione ti porterò dal mio maestro."

Il mostro si gettò in ginocchio, rivolto a ovest, e si mise a battere la fronte per terra al ritmo di un pestello che batte nel mortaio: "Amitâbha, namo Buddha, se non ho parlato sinceramente e con ferma intenzione, se ho violato le leggi divine, possa il mio cadavere essere disperso in mille pezzi."

"Se le cose stanno così" dichiarò Scimmiotto vedendolo giurare a quel modo, "dà fuoco alla tua residenza e vieni con me."

Il mostro ammucchiò molte fascine e le incendiò, trasformando la Grotta della Passerella di Nuvole in una specie di forno da vasaio.

"Ecco, ho rotto ogni legame: puoi portarmi con te" disse il mostro a Scimmiotto.

"Passami il rastrello."

Il mostro glielo tese. Scimmiotto si strappò un pelo e lo trasformò in una grossa corda di canapa tre volte ritorta, per legargli le mani dietro la schiena. Il mostro lasciava fare. Poi lo afferrò per un'orecchio e se lo tirò dietro gridando: "Via, di corsa, di corsa!"

"Vacci piano! Hai la mano pesante, l'orecchio mi fa male!"

"Come si fa a usare la mano leggera con te? Lo dice anche il proverbio: a buon grugno, mal pugno. Aspetta di aver visto il mio maestro; poi, se il tuo cuore è sincero, ti lascerò libero."

Fra nubi e brume ripercorsero la strada verso la casa dei Gao. Sempre stringendo in una mano il rastrello e tirando l'orecchio con l'altra, Scimmiotto disse al mostro: "Guarda giù nella sala: quello che è seduto diritto in poltrona è il mio maestro."

Il vecchio Gao, i parenti e gli amici videro improvvisamente comparire il Novizio, che teneva per l'orecchio il mostro con le mani legate dietro la schiena. Tutti si precipitarono loro incontro allegramente nella corte: "È proprio lui, reverendo, è il genero!"

Il mostro si fece avanti, cadde in ginocchio e si prosternò, benché avesse le mani legate, gridando: "Maestro, perdonate se il vostro discepolo non è venuto ad accogliervi. Se avessi saputo che eravate ospite di mio suocero, sarei subito venuto a rendervi omaggio e mi sarei risparmiato molte noie."

"Consapevole del Vuoto, come hai fatto per condurlo qui a rendermi omaggio?"

Finalmente Scimmiotto lasciò andare l'orecchio, gli diede un colpetto con il manico del rastrello e gli disse: "Dài, scemo, parla!"

Il mostro narrò in tutti i particolari come Guanyin l'avesse arruolato sulla via del bene.

Tripitaka ne fu molto contento e chiese in prestito al vecchio Gao la tavola per bruciare l'incenso. Gao si affrettò a fargliela portare. Tripitaka si purificò le mani, accese l'incenso e si rivolse a sud per pregare e ringraziare Guanyin. Gli anziani si unirono alla preghiera.

Poi Tripitaka ritornò a sedersi al posto d'onore e chiese a Scimmiotto di liberare il genero di Gao; egli si scrollò per ricuperare il suo pelo, e la corda cadde da sé.

Il mostro rinnovò gli inchini a Tripitaka e dichiarò di volerlo seguire nel viaggio a ovest. Poi salutò il Novizio come fratello maggiore, perché lo aveva preceduto come discepolo del medesimo maestro.

"Dal momento che hai deciso di seguirmi per ottenere i frutti del bene come mio discepolo" dichiarò Tripitaka, "devo assegnarti un nome in religione, con il quale d'ora in poi ti chiameremo."

"Maestro, la pusa me ne ha già dato uno, quando mi ha posato la mano sulla testa e mi ha fatto accettare i divieti: mi chiamo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità."

"Va bene" esclamò sorridendo Tripitaka. "Il tuo condiscepolo si chiama Consapevole del Vuoto, e tu Consapevole delle Proprie Capacità: in effetti sono nomi corrispondenti all'uso della nostra setta."

"Maestro" precisò Consapevole delle Proprie Capacità, "quando ho promesso alla pusa la pratica dei divieti, ho rinunciato ai cinque cibi forti e alle tre carni ripugnanti e ho sempre rispettato una dieta vegetariana, anche presso mio suocero. Ora che vi ho incontrato, maestro, permettetemi di abbandonare la dieta."

"Non se ne parla nemmeno!" rispose Tripitaka. "Dal momento che non mangi i cinque cibi forti né le tre carni ripugnanti, ti darò un altro nome in aggiunta a quelli che hai già: sarai Otto Divieti."

"Come volete voi" rispose la bestia. E ricevette il nome di Porcellino Otto Divieti.

Il vecchio signor Gao, a vederlo rinunciare al male per seguire il bene, fu ancora più contento, e ordinò ai domestici di preparare un banchetto di ringraziamento per il monaco cinese. Otto Divieti lo prese da parte: "Papà, invita la mia umile sposa a venire a salutare lo zio e il prozio; d'accordo?"

"Mio saggio fratello" commentò Scimmiotto ridendo, "ora sei un monaco della comunità del Buddha. Non la puoi mica avere, adesso, un'umile sposa. Solo i preti taoisti continuano a tenersi una famiglia. Lo hai mai visto un bonzo sposato? Piuttosto sediamoci e mangiamo questo pasto di magro; dovremo rimetterci in cammino di buon'ora verso il Paradiso dell'Ovest."

Il vecchio signor Gao fece disporre le seggiole e offrì a Tripitaka il posto d'onore; il Novizio e Otto Divieti lo affiancarono. Poi si accomodarono i parenti. Il vecchio Gao sturò un orciolo di vino da libazioni e ne riempì una tazza, che offrì al cielo e alla terra prima di presentarla a Tripitaka; ma questi si scusò: "Non posso nascondervi, nonno, che praticavo l'astinenza già nel ventre di mia madre. Non ho mai assaggiato cibi forti."

"Lo so, reverendo maestro. Conosco la vostra purezza e non mi permetterei mai di offrirvi cibi del genere. Ma questo è vino da libazioni: vi prego, una coppa non può farvi male."

"Non oso bere vino. Per noi monaci del Buddha è il primo divieto."

"Maestro!" s'inquietò Consapevole delle Proprie Capacità, "non ho rinunciato al vino, quando ho incominciato a rispettare le astinenze."

"Il vostro vecchio Scimmiotto, per quanto non sia un gran bevitore (tutta una giara non la saprei vuotare), non ha mai rinunciato a bere nemmeno lui."

"E allora, discepoli miei" concluse Tripitaka, "voi potete berlo, un po' di questo vino da libazioni. Ma è vietato ubriacarsi e comportarsi male!"

I due ne accettarono dunque una coppa come aperitivo; poi ci si sedette a tavola e fu servito il pasto di magro. L'abbondanza di piatti e manicaretti sfida ogni descrizione.

Alla fine del pasto, il vecchio Gao fece portare un vassoio laccato rosso cinabro su cui erano ammucchiate duecento once in pezzi d'oro e d'argento, offrendolo per le spese di viaggio dei tre monaci, insieme a tre cappe di seta.

"Ma siamo monaci vaganti, che vivono di elemosina nei villaggi lungo il cammino" protestò Tripitaka. "Come accettare metalli e tessuti preziosi?"

Il Novizio si avvicinò al vassoio, prese una manciata del suo contenuto e si rivolse a Gao Cai: "Ieri ti sei preso la pena di condurre qui il mio maestro, ciò che oggi gli ha procurato un nuovo discepolo. Poiché non abbiamo altro mezzo per ringraziarti, prendi questo oro e argento come ricompensa dei tuoi servigi. Di certo ti ci puoi comprare dei sandali nuovi. Se poi in futuro scoverai altri mostri e me li segnalerai, qualche modo per ringraziarti lo troverò sempre."

Gao Cai accettò e ringraziò prosternandosi.

"Maestri" riprese il vecchio Gao, "se non accettate denaro, almeno potrete accettare con un sorriso di indulgenza questi abiti grossolani, modesta espressione della mia riconoscenza."

"Noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie" replicò Tripitaka "rischieremmo di perdere il beneficio di mille kalpa di devozioni, se accettassimo un solo filo donato indebitamente. Invece vi saremmo grati se ci offriste i resti del banchetto come provviste di viaggio."

"Maestro" intervenne Otto Divieti "e tu, rispettato condiscepolo! Se voi non volete niente, son fatti vostri. Ma io qui ho fatto da genero per anni. Il mio lavoro non vale certo meno di tre moggi di grano. Caro suocero, il mio condiscepolo ieri mi ha strappato la tunica: datemi un kasâya nero. E i miei stivali sono sfondati: datemene un paio nuovo."

Il vecchio Gao non osò rifiutare, e procurò a Porcellino un paio di stivali e una tunica, in modo da rivestirlo a nuovo.

Messo in ghingheri e tutto vanitoso, Otto Divieti tirò giù un bell'inchino al vecchio Gao e gli disse: "Vogliate comunicare da parte mia alla suocera, alla prozia, alla seconda zia, allo zio acquisito, allo zio materno e a tutti gli altri parenti che io me ne vado a fare il monaco. Non se la prendano se non li saluto di persona. Caro suocero, la mia ex moglie trattatemela bene perché, in caso di imprevisti che mi riportino al laicato, conto senz'altro di ritornare vostro genero."

"Bestione!" gli gridò Scimmiotto. "Hai finito di parlare a vanvera?"

"Scusa tanto, ma sto solo usando il buon senso. Se qualcosa andasse storto, perché dovrei perdere tutto: sia la carriera di monaco, sia la moglie?"

"Piantala, che dobbiamo partire!"

Fecero i bagagli, e Otto Divieti se li caricò sulle spalle. Si sellò il cavallo bianco, e Tripitaka lo montò. Scimmiotto apriva allegramente la marcia con la sua sbarra di ferro appoggiata alla spalla. Congedatisi dal vecchio Gao e dai suoi, ripresero la strada verso l'Occidente. Lo testimoniano i versi:

Il monaco buddista con gran pena

Percorre boschi e valli sotto il vento.

Calma la fame mendicando il riso,

Trema nel suo vestito rappezzato.

Egli non cessa mai di stimolare

Il suo cavallo della volontà,

E non lascia la scimmia dello spirito

Correre e sgambettar come vorrebbe.

Natura e sentimento amalgamati:

Luna piena dorata divien calva(18).

Il viaggio proseguì per un mese senza incidenti. Avevano superato il confine del Tibet orientale, quando si trovarono di fronte a un'alta montagna. Tripitaka lasciò il frustino e trattenne il cavallo: "Consapevole del Vuoto, Consapevole delle Proprie Capacità, state attenti: quella è un'alta montagna!"

"Bella novità!" fece Porcellino. "È il Monte dello Stupa, ci vive il maestro di meditazione del Nido dei Corvi. Mi è già capitato di incontrarlo."

"E che cosa fa lassù?" chiese Tripitaka.

"Pratica il Tao, e non è certo un principiante. Mi voleva assumere, ma non ci sono andato."

Mentre chiacchieravano, si avvicinavano alla montagna. E che montagna! Guardate un po':

A sud pini azzurri, ginepri smeraldo;

A nord peschi rosa e salici glauchi.

Intenso brusio: gli uccelli conversano.

Le danze nell'aria: son gru di immortali.

Profumi e fragranze: son fiori a distesa.

I verdi diversi: ogni sorta di alberi.

È verde anche l'acqua che cade dall'alto.

S'impiglian le nuvole in cima alle rupi.

È proprio un paesaggio di rara bellezza,

Un calmo ritiro lontano dagli uomini.

Guardando lontano, dall'alto del suo cavallo, il maestro notò un nido di erbe e rami secchi in cima a un odoroso ginepro insolitamente alto. Da sinistra, cervi portavano fiori; da destra, scimmie di montagna offrivano frutta. Sul ginepro cantavano in coro fenici azzurre, gru nere e fagiani dorati.

"Quello dovrebbe essere il Nido dei Corvi del maestro di meditazione" disse Porcellino.

Tripitaka stimolò il cavallo col frustino, e presto giunse ai piedi dell'arbusto.

Il maestro di meditazione, che lo aveva visto avvicinarsi, ne discese. Tripitaka era smontato da cavallo per salutarlo, ma il maestro di meditazione lo trattenne e disse: "Alzatevi, vi prego, e scusatemi di non esservi venuto incontro."

"Saluti, maestro!" fece Porcellino.

"Guarda chi si vede: Porcellino Setole Rade dei Monti Fuling" si stupì il maestro. "Come hai ottenuto l'inaudita fortuna di accompagnare il santo monaco?"

"Mi ero impegnato a seguirlo come discepolo già da qualche anno, per esortazione della pusa Guanyin."

"Ne sono proprio contento" approvò il maestro di meditazione. Poi puntò il dito su Scimmiotto e chiese: "E questo chi è?"

"Com'è che il vecchio Chan conosce lui" replicò il Novizio ridendo "e non conosce me?"

"Perché non mi pare di aver mai avuto il piacere di fare la vostra conoscenza."

"È il mio discepolo più anziano, Consapevole del Vuoto" precisò Tripitaka.

"Vi porgo le mie scuse" disse sorridendo il maestro di meditazione.

Tripitaka rinnovò gli inchini e si permise di chiedere notizie sulla distanza da percorrere per arrivare al Monastero del Colpo di Tuono.

"È ancora molto, molto lontano. E la strada è infestata da tigri e da leopardi: non è facile da percorrere."

"Ma quanti li ci saranno, di preciso?" insisté rispettosamente Tripitaka.

"Per quanto lunga sia la strada, un giorno o l'altro ci arriverete. Difficili da disperdere sono gli ostacoli del demone dell'illusione. Ho qui un rotolo del Sutra del Cuore, in cinquantaquattro versi e duecentosettanta caratteri. Quando quel demone vi ostacolerà, sarà sufficiente recitarlo per evitare ogni danno."

Tripitaka si prosternò per chiedere di conoscerlo, e il maestro di meditazione glielo trasmise recitandolo. Ecco quel testo:

MAHÂ PRAJÑÂ PÂRAMITÂ HRDAYA SÛTRA(19)

La pusa Guanyin, penetrando la perfezione della sapienza, percepì la vanità dei cinque aggregati e superò ogni sofferenza. O Sâriputra, la realtà non è diversa dal vuoto, né il vuoto dalla realtà: la realtà è vuoto, e il vuoto realtà. Ciò vale anche per le sensazioni, i pensieri, le azioni e le conoscenze. O Sâriputra, tutti i buddha sono vane apparenze, senza nascita né estinzione, senza impurità né purezza, senza crescere né ridursi.

Perché nel vuoto non ci sono realtà, né sensazioni, pensieri, azioni o conoscenze, né occhi, orecchi, naso, lingua, corpo o spirito, né forma, suono, odore, gusto, tatto o fatto mentale.

Passando attraverso lo stato di non-visione, si giunge a quello di non-coscienza, alla non-ignoranza, e anche all'esaurimento della non-ignoranza; si giunge allo stadio dell'assenza di vecchiaia e morte, e anche all'esaurimento di questo stadio. Non c'è né sofferenza, né estinzione, né via; non si conosce e non si ottiene. Dal non aver nulla da ottenere, si giunge allo stato di bodhisattva. Grazie alla perfezione della sapienza, lo spirito non incontra ostacoli. Grazie alla mancanza di ostacoli, è privo di ogni paura e angoscia. Allontanando sogni e illusioni, finisce per raggiungere il nirvana.

Grazie alla perfezione della sapienza, i buddha delle tre ere raggiungono l'anuttara-samyak-sambodhi(20). Ecco perché la perfezione della sapienza, prajnâpâramitâ, è il supremo incantesimo divino, l'incantesimo della suprema illuminazione, l'incantesimo senza pari: può allontanare ogni sofferenza. Una vera realtà che non è vana. Perciò, per pronunciare l'incantesimo della perfezione della sapienza, dite: Gate, gate! Pâragate! Pârasamgate! Bodhisvâhâ!(21)

Il maestro della legge della corte dei Tang possedeva la preparazione spirituale necessaria in un momento come quello: gli bastò ascoltare una volta sola il Sutra del Cuore per ritenerlo e trasmetterlo a tutti noi; ed è proprio quello che ancor'oggi recitiamo. Nessun sutra è più completo per coltivare la verità, nessuna porta è più sicura per diventare buddha.

Il maestro di meditazione, finito di trasmettere il testo, rimise piede sulla nuvola luminosa e si apprestava a risalire al Nido dei Corvi, quando Tripitaka lo trattenne, insistendo per saperne di più sulle tappe successive del viaggio a occidente. Il maestro di meditazione si mise a ridere:

"La strada non è poi tanto difficile:

Fate attenzione a quello che dirò.

Mille profondi fiumi e mille monti

Dovrete attraversar, senza contare

Gli ostacoli frapposti dai demoni.

Sulle rupi celesti, non temete!

Al grande precipizio Gratta Orecchi

Camminate da lato e state attenti

Dove posate i piedi. Giunti al bosco

Del Pino Nero, altre difficoltà:

Delle volpi malefiche vi attendono.

Troverete città piene di spettri

E montagne da mostri popolate.

I giudici son tigri travestite

Con lupi grigi come cancellieri.

I re sono leoni od elefanti,

I leopardi si fingono cocchieri.

Può sembrare un facchino: ma è un cinghiale.

Un po' più avanti sulla vostra strada

Troverete uno spirito dell'acque.

Una scimmia di pietra molto antica

Covava la sua collera repressa.

Chiedete a lei, che certo vi è ben nota:

Lei conosce la strada d'Occidente."

Scimmiotto rise sarcastico ed esclamò: "Andiamocene via, non perdiamo tempo con quello lì. Dice che basta chiedere a me."

Tripitaka non capiva. Il maestro di meditazione si trasformò in raggio d'oro e dardeggiò in cima al Nido dei Corvi, mentre il monaco, rivolto verso l'alto, pregava e ringraziava.

Scimmiotto, incollerito, tirava randellate al ginepro, ma riuscì soltanto a provocare l'apparizione di migliaia di fiori di loto, protetti da molti strati di nuvolette di buon augurio. Aveva la forza di sollevare i mari e di invertire il corso dei fiumi, ma a questo semplice nido non riuscì a recare alcun danno.

Tripitaka, inorridito, cercava di trattenerlo e gli chiese: "Che cosa ti prende, Consapevole del Vuoto, per voler rovesciare il nido di un così esimio pusa?"

"L'esimio ci stava prendendo in giro, questo è il fatto."

"Ma ci parlava della strada verso il Paradiso dell'Ovest. Quando mai ti ha preso in giro?"

"Secondo voi, sembra un facchino, ma è un cinghiale, chi sarebbe se non Porcellino? E la scimmia con la collera repressa, non sono forse io? Voglio fargli vedere come la reprimo, la collera!"

"Calmati, caro condiscepolo" intervenne Porcellino. "Lui conosce l'avvenire come il passato. Vedremo se è vero che dobbiamo trovare per strada lo spirito dell'acque. Lascialo perdere ora."

Il Novizio, che d'altronde non poteva far molto su quella barriera di fiori di loto e nuvolette, invitò il maestro a rimontare a cavallo, e insieme discesero la montagna verso ovest.

La prossima tappa insegnerà loro quanto sia rara la felicità in questo basso mondo, e quanto abbondino diavoli e disgrazie sulle montagne.

Ma se voi, in fin dei conti, di questa prossima tappa non sapete niente, ascoltate il seguito.