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002 A SCUOLA DI IMMORTALITÀ · COMPLETA COSCIENZA DELLA VERITÀ MERAVIGLIOSA DELL'ILLUMINAZIONE; UNIONE DELL'ANIMA ATTRAVERSO DISTRUZIONE DEI DEMONI E RITORNO AL PROPRIO INTIMO.

Il nostro Bel Re Scimmia fu così felice di ricevere nome e soprannome che si mise a saltare di gioia, indirizzando a Subhûti molte riverenze per esprimergli la propria gratitudine. Il patriarca ordinò dunque alla comunità di condurre Scimmiotto negli appartamenti interni e di insegnargli ad annaffiare e scopare, obbedire e rispondere, avanzare, ritirarsi e volgersi di qua e di là, secondo le regole della buona creanza. Per la notte egli fu provvisoriamente sistemato sotto il portico.

Nei giorni successivi continuò la sua educazione nel comportamento e nel linguaggio. Inoltre discuteva delle Scritture e del Tao, si esercitava nella calligrafia e bruciava incenso. Nei momenti liberi scopava il pavimento e si occupava del giardino, piantava fiori e potava alberi, raccoglieva legna e accendeva il fuoco, attingeva acqua e la metteva a bollire. Trascorse così nella grotta sei o sette anni, senza rendersi conto del tempo che passava.

Un giorno il patriarca montò in cattedra sull'alta pedana, convocò tutti i discepoli e parlò loro del Grande Tao.

Era proprio di un'eloquenza

Da far piovere fiori celesti,

Da far sbocciare dorati fior di loto!

La sottile dottrina dei tre veicoli

Scende nel più riposto della Legge.

Cadon perle dalla coda di yak,

Alla voce di tuono il cielo trema!

Parla della meditazione e della Via,

Le tre dottrine in una.

Vi riconduce alla sana ragione,

All'arcano che esclude la reincarnazione.

Scimmiotto era tanto contento di ascoltare il sermone che continuava a grattarsi le orecchie e stropicciarsi le guance, sgranava gli occhi e faceva smorfie allegre, mentre mani e piedi si muovevano al ritmo delle parole. Il patriarca se ne accorse e lo interpellò: "Tu, laggiù, che cosa ti ha preso per agitarti come un matto, invece di ascoltare?"

"Il vostro discepolo ascolta con tutto il cuore, ma nei punti più sublimi del sermone, maestro, non sta in sé dalla gioia: le mie gambe si muovono da sole. Perdonatemi, venerato maestro!"

"Va bene, poiché comprendi queste cose sottili, ti farò una domanda: da quanto tempo sei arrivato alla grotta?"

"Il vostro discepolo confessa la sua innata stupidità: non so più da quanto. Ricordo solo di avere scoperto una collina piena di peschi magnifici, mentre raccoglievo legna da ardere dietro la montagna, e di esserci andato sette volte a rimpinzarmi di pesche."

"Si chiama il Monte delle Pesche Mature. Se ne hai mangiate sette volte, sarai qui da sette anni. E allora che cosa vuoi imparare da me?"

"Ciò che mi vorrete insegnare, venerato maestro: purché ci sia qualcosa del Tao, il vostro discepolo si impegnerà senza risparmio."

"Ci sono trecentosessanta porte secondarie per entrare nel Tao, e tutte conducono al giusto frutto. Non so quale ti interessi."

"Quella che mi suggerite, venerato maestro. Il vostro discepolo è tutto obbedienza."

"Ti devo insegnare l'arte della magia? Che ne pensi?"

"Che cos'è la magia?"

"Consiste per esempio nell'evocare gli immortali, cavalcare le fenici, tirare le sorti con l'achillea. Saresti capace di evitare le disgrazie e di andare verso la felicità."

"Così si può ottenere lunga vita?"

"Nemmeno per sogno!"

"Allora non mi interessa."

"Vuoi che ti insegni la via delle correnti?"

"Quale cerimoniale occorre per la porta delle correnti?"

"Sono le correnti di pensiero delle diverse scuole: confucianesimo, buddismo, taoismo, scuola dello Yin e dello Yang, mohismo, medicina. Un po' si leggono le Scritture, un po' si prega Buddha, ci si occupa dello zen, si evocano i santi e altre cose del genere."

"E si ottiene lunga vita?"

"Se si vuole la lunga vita, questo è come mettere un pilastro nel muro."

"Maestro, io sono un sempliciotto, non me la cavo con il gergo del mercato" confessò Scimmiotto ridendo. "Che cosa vuol dire mettere un pilastro nel muro?"

"Be', quando si costruisce una casa, se la si vuole salda, si inserisce un pilastro nel muro. Ma quando la casa diventerà vecchia da crollare, anche il pilastro sarà marcito."

"Dunque non è una cosa che duri; non mi interessa, non mi interessa!"

"Ti devo insegnare l'atarassia?"

"A che cosa conduce?"

"Consiste nel rinunciare ai cereali, mantenersi in puro riposo con la non-azione, dedicarsi a meditare accovacciati come i sarti, misurare le parole, mangiare di magro, guadagnare meriti in sonno e in veglia, immergersi nella totale concentrazione o nel completo isolamento, e così via."

"E questo dà lunga vita?"

"Sono tegole crude davanti al forno."

"Maestro, questo è turco! Ve l'ho detto che il gergo del mercato non lo capisco. Che cosa vuol dire tegole crude davanti al forno?"

"I mattoni e le tegole davanti al forno, hanno un bell'essere modellati; finché non hanno passato la prova del fuoco e dell'acqua, basta la pioggia per scioglierli e disperderli."

"Dunque neppure così si arriva lontano: non mi interessa."

"E se ti insegnassi il movimento?"

"In che cosa consiste la porta del movimento?"

"È praticare il fare e l'agire, aspirare lo Yin per rinforzare lo Yang, tendere l'arco e caricare la balestra, stropicciarsi l'ombelico per far passare il soffio, preparare decotti secondo le ricette, bruciare la paglia per forgiare il tripode, assorbire piombo rosso, trasmutare pietra autunnale, bere latte di donna e altre cose del genere."

"Ed è un modo per ottenere lunga vita?"

"Tanto vale pescare la luna riflessa nello stagno."

"Ci risiamo col turco! Che cos'è pescare la luna riflessa nello stagno?"

"Quando la luna sale in cielo, si riflette nell'acqua. Benché la si veda, non c'è modo di toccarla o di afferrarla, perché in fin dei conti è un'illusione."

"Ah no, nemmeno questo mi interessa."

A queste parole il patriarca emise un brontolio, saltò giù dalla pedana e, puntando su Scimmiotto il regolo di disciplina che teneva in mano, esclamò: "Dannato macaco! 'Questo non mi interessa, quello non mi piace!' Si può sapere che cosa vuoi da me?"

Marciò su Scimmiotto stringendo il regolo, glielo picchiò in testa tre volte e, incrociando le mani dietro la schiena, se ne tornò dentro casa, chiudendo la porta centrale e abbandonando i discepoli. Gli astanti erano atterriti. Tutti ce l'avevano con Scimmiotto e si misero a rimproverarlo: "Questa canaglia di una scimmia è un bell'impudente. Come ti permetti di discutere con il maestro, invece di imparare quello che ti dice? L'hai tanto offeso che non si sa quando si farà rivedere." Tutti erano al colmo dell'indignazione e gli dimostravano ostilità. Ma Scimmiotto non se ne preoccupava e sorrideva beato. Il fatto è che il re scimmia, dentro di sé, aveva risolto l'indovinello; perciò non si imbarcava a discutere e sopportava in silenzio.

Colpendolo tre volte, il Maestro gli aveva indicato di essere pronto per la terza veglia notturna; incrociando le mani dietro la schiena e chiudendo la porta, lo invitava a entrare dall'uscio posteriore per trasmettergli il Tao in segreto.

Scimmiotto trascorse dunque la giornata con i condiscepoli in perfetto buonumore, alzando spesso lo sguardo al cielo davanti alla grotta d'immortali delle Tre Stelle, perché non vedeva l'ora che scendesse la sera. Al crepuscolo si ritirò per dormire con tutti gli altri, ma finse soltanto di chiudere gli occhi e di respirare profondamente, mentre invece si concentrava.

Nessuno in montagna annuncia le ore notturne; perciò non sapeva l'ora e doveva stimarla contando i propri respiri. Verso la metà della notte si alzò pian piano, si vestì, aprì furtivamente la porta e uscì mentre tutti dormivano. Levò gli occhi a contemplare lo spettacolo che gli si offriva:

Luna chiara e rugiada fredda e pura;

Agli otto poli, non un gran di polvere!

Nei boschi intorno dormono gli uccelli:

Scorrono mormorando acque sorgive.

Le lucciole combattono le ombre,

Passano in cielo scuri stormi d'oche.

Questo è il momento di cercare il Tao.

Eccolo che segue il sentiero familiare verso l'ingresso posteriore. Vedendo la porta socchiusa Scimmiotto si rallegrò: "Il maestro aveva proprio l'intenzione di trasmettermi il Tao: ecco perché la porta non è chiusa."

Scivolò dentro a passi felpati e si recò ai piedi del letto in cui dormiva il patriarca, tutto raggomitolato e rivolto verso la parete. Scimmiotto, che non osava disturbarlo, si inginocchiò accanto al letto. Dopo un po' il maestro si svegliò e stirò le gambe, cantilenando a bassa voce:

"Difficile, difficile,

Il Tao è sottile, non si deve prendere

Cinabro d'oro alla leggera!

Se insegni arcani a chi non è perfetto,

Invano sprechi il tempo e le parole."

Scimmiotto rispose: "Sono qui maestro! Il vostro discepolo aspetta da un bel pezzo."

Il patriarca riconobbe la voce di Consapevole del Vuoto. Si alzò subito a sedere nella posa del sarto, drappeggiandosi la veste, e gridò: "Brutto macaco, che cosa sei venuto a fare qui, invece di dormire nel tuo letto?"

"Mi avete autorizzato voi, maestro, nel sermone di ieri, davanti a tutti: mi avete detto di passare dalla porta posteriore, a mezzanotte, per imparare il Tao. Ecco perché ho osato venire dritto filato al letto di vostra eminenza."

Queste parole rallegrarono il patriarca, che pensava: "Questo bel tomo è nato davvero dal cielo e dalla terra, altrimenti non avrebbe saputo risolvere il mio enigma."

"Qui non ci sono orecchie indiscrete" riprese Scimmiotto. "C'è solo il vostro discepolo, caro maestro, che spera avrete la grande compassione di insegnargli l'arte di lunga vita; non dimenticherò mai la vostra bontà!"

"Così vuole il tuo destino; quanto a me, sono contento di ammetterlo. Poiché hai compreso le mie istruzioni nascoste, avvicinati e ascolta attentamente: ti insegnerò la sublime via di lunga vita."

Scimmiotto ringraziò prosternandosi fino a battere la fronte per terra e restò inginocchiato ai piedi del letto, con lo spirito attento e le orecchie tese. Ecco il discorso che recitò il patriarca:

"Ti presento chiaro e tondo il segreto senza pari

Esso- ed esoterico:

Dosa e nutri in ogni istante il tuo spirito vitale,

Il segreto è tutto qui!

Ogni forza vien da seme, soffio ed anima: risparmiati,

Fortifica le viscere.

Se il tuo corpo sai proteggere, senza perdita di sorta,

Il Tao spicca il volo.

Con le formule appropriate puoi raggiunger la purezza

E scacciare il vizio.

La purezza guadagnata è una fiamma limpida

Sotto il chiaro di luna

Rivolta alla terrazza di cinabro.

Nasconde la luna lepre di giada,

Dissimula la sera un nero corvo,

Tartaruga allacciata da serpente.

Questo nodo consolida la vita,

Loti d'oro potrete seminare

Nel fuoco.

I cinque elementi del cosmo

Rovesciate nell'ordine, ed usateli:

E diverrete buddha od immortali!"

Mentre gli veniva rivelata l'Origine Radicale, l'anima di Scimmiotto conobbe la perfetta felicità. Dopo aver mandato accuratamente a memoria le formule, si inchinò al patriarca per esprimergli la sua profonda gratitudine. Poi uscì dalla porticina e vide che albeggiava. Ritornò all'entrata anteriore, spinse piano la porta, si sedette dove avrebbe dovuto dormire e, scuotendo le coperte e facendo baccano, gridò: "È giorno, sveglia, è giorno!"

Gli altri discepoli, che ancora dormivano, ignoravano quale colpo di fortuna fosse toccato a Scimmiotto. Quel giorno egli si abbandonò alle solite stramberie, ma in segreto si esercitava praticando gli esercizi di respirazione, prima dell'ora del topo e dopo l'ora del cavallo.

Tre anni trascorsero in breve. Infine, il patriarca montò di nuovo in cattedra per predicare. Esponeva parabole e casi insolubili, discorreva sull'apparenza esteriore del comportamento. A un tratto chiese: "Dov'è Consapevole del Vuoto?"

"Il vostro discepolo è qui" rispose Scimmiotto, dopo essersi fatto avanti e inginocchiato.

"Quale via hai praticato in questi ultimi tempi?"

"Il vostro discepolo ha incominciato a penetrare la natura delle cose e consolida la sua conoscenza dell'Origine Radicale."

"Poiché penetri la natura delle cose e apprendi l'Origine Radicale, tu sei già partecipe del corpo divino. Ma devi inoltre guardarti dalle tre più terribili calamità."

Scimmiotto rifletté a lungo e intensamente prima di rispondere: "Maestro, vi sbagliate: ho sempre sentito dire che vivrà a lungo quanto il cielo chi raggiunge l'altezza del Tao e il sommo della virtù, e che non possono affliggerlo né l'acqua, né il fuoco, né alcuna malattia. Come potrei essere minacciato da tre calamità?"

"Quella che pratichi non è una via ordinaria: tu hai rubato il potere di trasformazione del cielo e della terra, hai violato il mistero del sole e della luna. Quando avrai realizzato l'elisir di immortalità, dèi e diavoli non lo sopporteranno a lungo: per quanto conservi la giovinezza e prolunghi la vita, fra cinquecento anni il cielo ti colpirà con la sua folgore. Dovrai tenerti bene in guardia per evitarla. Se riuscirai, godrai di una longevità uguale a quella del cielo; altrimenti morrai. Dopo altri cinquecento anni il cielo farà cadere la calamità del fuoco per bruciarti. Non sarà fuoco del cielo, né un fuoco ordinario, ma quello che si chiama fuoco yin, un fuoco interiore; sale dalla cavità della pianta dei piedi, la cavità della sorgente zampillante, dritto fino alla sommità del cranio, il palazzo dai muri d'argilla, e riduce in cenere le cinque viscere, dissolve le quattro membra. Così mille anni di dura ascesi saranno ridotti a niente. Dopo altri cinquecento anni, farà soffiare su di te la calamità del vento. Non sarà un vento dell'est, o dell'ovest, o del nord, o del sud, e nemmeno un vento di stagione o una brezza di fiori, salici, pini o bambù, ma un vento furioso che ti entrerà dalle suture del cranio e si riverserà nei sei organi, attraverserà il campo di cinabro e uscirà dalle nove aperture, sconnettendo ossa e carne, in modo da disintegrare il corpo. Avrai bisogno di evitare tutte queste cose."

Atterrito dal discorso, Scimmiotto si profuse in inchini e prosternazioni:

"Spero ardentemente che vostra eminenza, nella sua grande mansuetudine, si degnerà di insegnarmi il modo per sottrarmi alle tre calamità. Saprò essergliene eternamente grato."

"Non c'è niente di più facile. Solo che non te lo posso insegnare, perché sei diverso dagli altri."

"Ho anch'io testa rotonda rivolta al cielo e piedi quadrati posati per terra, quattro membra e nove aperture, cinque viscere e sei organi: perché sarei diverso dagli altri?"

"È vero che sembri un uomo, ma non hai guance."

In effetti la scimmia aveva le guance incavate e la bocca appuntita. Scimmiotto si tastò la faccia con la mano e si mise a ridere: "Maestro, non avete fatto bene i conti. Non avrò guance, ma la mia bocca ha tasche naturali che le compensano ampiamente."

"Va bene. Che metodo vuoi imparare? C'è quello dell'Orsa Maggiore, con trentasei trasformazioni, e quello degli influssi ctonii che ne ha settantadue."

"Il vostro discepolo vorrebbe accumulare il più possibile: studierò le settantadue."

"Se è così avvicinati, che ti insegno le formule."

E gli bisbigliò all'orecchio chissà quali meravigliose procedure. Come Scimmiotto apprendeva un trucco, ne sapeva cento: ripeté a mente più volte le formule magiche, fece un po' di pratica e seppe servirsi a perfezione delle settantadue trasformazioni.

Un giorno che il patriarca, con i suoi discepoli, si godeva il tramonto davanti alla grotta delle Tre Stelle, gli chiese: "Scimmiotto, hai finito?"

"Maestro, grazie alla vostra bontà grande come l'oceano, il vostro discepolo ha proprio finito: posso già volare e salire fino alle nuvole."

"Vediamo che cosa sai fare."

Preoccupato di far bella figura Scimmiotto, di slancio, fece una capriola che lo proiettò a cinque o sei tese da terra: camminava nelle nuvole! Vi restò per il tempo della colazione e ricadde davanti al patriarca, con le mani rispettosamente incrociate, dopo aver percorso non più di tre li fra andata e ritorno:

"Maestro, è quello che si dice cavalcare le nuvole!"

Il patriarca si mise a ridere: "Al massimo è uno strisciarci sopra. Cavalcare le nuvole! Non si racconta forse dell'immortale che la mattina attraversa il mare del nord e al crepuscolo raggiunge Cangwu? Se ti occorre mezza giornata per percorrere meno di tre li, non puoi chiamarlo nemmeno strisciare sulle nuvole."

"Che cosa vuol dire al mattino attraversa il mare del nord e al crepuscolo raggiunge Cangwu?"

"Il vero cavaliere delle nuvole parte al mattino dal mare del nord e attraversa quelli dell'est, dell'ovest e del sud per ritornare a Cangwu - questo è un altro nome di Lingling, nel mare del nord. Cavalcare le nuvole è scavalcare i quattro mari in un giorno solo."

"Dev'essere dannatamente difficile!"

"Niente al mondo è difficile, se non manca la volontà."

A queste parole Scimmiotto si profuse in inchini e prosternazioni, e supplicò: "Maestro, ciò che fai per gli altri, non farlo a metà: mostratemi senza perdere un minuto la vostra grande compassione, spiattellandomi subito l'arte di cavalcare le nuvole. Non lo dimenticherò mai."

"Tutti gli immortali che cavalcano nuvole battono il piede a terra per alzarsi, e tu non l'hai fatto. Ho visto come sei partito: hai usato una capriola per prendere lo slancio. Terrò presente questa tua particolarità per insegnarti la capriola nelle nuvole."

Scimmiotto si mise a riverire e supplicare il patriarca, che gli insegnò una nuova formula dicendo: "Traccia il segno, recita l'incantesimo, stringi bene i pugni, prendi lo slancio e salta: una capriola ti proietterà a cento ottomila li."

A queste parole, tutti lo prendevano in giro: "Scimmiotto ha una bella fortuna. Se impara questo trucco potrà farsi assumere dalle regie poste, consegnare raccomandate, distribuire partecipazioni: saprà sempre come guadagnarsi il pane."

Poiché il cielo scuriva, maestro e discepoli ritornarono nella grotta.

La notte stessa Scimmiotto imparò la capriola nelle nuvole, mettendo tutta l'anima ad affinare il metodo. Già poteva godersi a proprio agio la felicità di lunga vita, senza ostacoli o pastoie, un giorno dopo l'altro.

Dopo la primavera, sull'inizio dell'estate, un giorno i discepoli parlavano e discutevano fra loro. Qualcuno chiese a Scimmiotto: "In quale esistenza ti sei guadagnato il privilegio di farti bisbigliare all'orecchio dal maestro le formule per trasformarsi e per sottrarsi alle tre calamità? Le hai imparate, tutte queste cose?"

"Per dirvi tutto, fratelli maggiori" rispose ridendo Scimmiotto, "grazie all'insegnamento del maestro e al culo che mi son fatto giorno e notte, questi trucchetti li conosco a menadito."

"Approfittiamo del bel tempo per una dimostrazione. Facci vedere che cosa sai fare."

Punto sul vivo da queste parole, Scimmiotto non stava nella pelle dalla fretta di dimostrare i suoi nuovi talenti: "Cari condiscepoli, datemi il tema: quale trasformazione volete vedere?"

"Per esempio, in un pino."

Scimmiotto fece un segno con le dita, recitò la formula, si scosse e diventò un albero, che era appunto un pino. Vedete voi:

Sfida la chioma le quattro stagioni:

Né più mostrano i lunghi rami antichi,

Adatti a sostenere nevi e brine,

Segno alcuno del magico Scimmiotto.

Gli spettatori applaudivano, si sbellicavano dalle risa e gridavano: "Diavolo d'una scimmia, com'è in gamba!", senza rendersi conto che il fracasso disturbava il patriarca. Questi uscì a precipizio, trascinandosi dietro il bastone cui era solito appoggiarsi.

"Che cos'è questo disordine?" gridò.

Alla sua voce i discepoli ammutolirono e si rassettarono prima di farsi avanti. Scimmiotto, che aveva ripreso la forma originaria e si era mescolato alla folla, dichiarò:

"Mi permetto di portare a vostra conoscenza, venerato maestro, che ci eravamo riuniti per discutere; nessun estraneo è venuto a portare disordine."

"Ma voi stavate sbraitando e strillando" s'indignava il patriarca. "Non è il modo di fare dei praticanti del Tao! Per un praticante aprir bocca è dissipare inutilmente il suo soffio vitale, muovere la lingua è suscitare il pro e il contro. Su, ditemi che cosa avevate da ridere e da gridare?"

"Non sapremmo nascondervelo, maestro" confessarono i discepoli. "È stato Consapevole del Vuoto che si è divertito a trasformarsi. Gli avevamo chiesto di diventare un pino, e lui lo ha fatto. Eravamo talmente sbalorditi che abbiamo strillato, senza renderci conto che portavamo disturbo alla vostra venerabile persona. Speriamo che avrete l'indulgenza di perdonarci."

"In piedi e allontanatevi!" disse il patriarca. Poi a Scimmiotto: "Vieni qui. Ti chiedo: che senso ha mettere in mostra la propria forza spirituale? E poi per trasformarsi in che cosa? In un pino! Ti sembrano poteri fatti per divertire la platea? Se vedessi un altro che li ha, non gli chiederesti di insegnarteli? Certo che adesso i tuoi compagni continueranno a chiedertelo. Per non aver noie, finirai per accontentarli; se rifiuterai, correrai dei rischi. Ecco che hai messo la tua vita in pericolo."

"Spero solo nella vostra indulgenza, maestro."

"Non è che ti voglia punire, ma bisogna che te ne vada."

A queste parole gli occhi di Scimmiotto si riempirono di lacrime: "E dove volete che me ne vada, maestro?"

"Ritorna da dove vieni, ecco tutto."

"Il fatto è che vengo dalla Grotta del Sipario Torrenziale, sul Monte di Fiori e Frutti del paese di Aolai, nel continente orientale" rispose Scimmiotto, cui tornò bruscamente la memoria.

"Ritornaci subito, se hai cara la vita. Qui non puoi proprio restare."

Scimmiotto riconobbe il suo sbaglio: "Permettetemi di dirlo, maestro: ho lasciato la famiglia da vent'anni e non dimentico i miei, quelli di una volta. Ma se penso all'ingratitudine per la vostra immensa generosità, non mi so decidere a partire."

"Ma che ingratitudine! Basta che tu non provochi qualche disgrazia, basta che non mi ci trascini: è tutto quello che ti chiedo."

Rendendosi conto che non c'era niente da fare, Scimmiotto non poté che prendere congedo e salutare i suoi condiscepoli. Il maestro gli disse:

"Da questa partenza non uscirà niente di buono. Qualunque disgrazia provochi o qualunque porcheria combini, son fatti tuoi; ma ti vieto di andare in giro a dire che hai imparato da me. Alla minima indiscrezione, io lo saprò: ti strapperò la pelle e stritolerò le tue ossa di macaco, precipiterò la tua anima nelle nonuple tenebre, da cui non uscirai per diecimila kalpa."

"Non avrò certo l'audacia di fare il vostro nome, maestro" promise Scimmiotto. "Dirò semplicemente che ho imparato da solo."

Dopo essersi scusato, Scimmiotto si mise in disparte, tracciò il segno magico, fece una capriola e, con un balzo fra le nuvole, ritornò sul continente orientale. In meno di un'ora era già in vista della Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti. Il Bel Re Scimmia si sentiva forte e allegro, e si diceva:

"Con un corpo pesante questi luoghi lasciai

Alla cerca del Tao che mi rende leggero.

Per sondare del mondo meraviglie e segreti,

Basta volere!

Dura e lunga l'andata, il ritorno veloce:

Sento ancora suonare le parole d'addio

E già vedo l'arrivo."

Scimmiotto aveva puntato la sua nuvola dritta sul Monte di Fiori e Frutti. Camminava alla ricerca del sentiero, quando sentì versi di gru e grida di scimmie: il verso degli uccelli si sente fin sopra le nuvole, ma quello delle scimmie è come un singhiozzo, da far morire di tristezza. Scimmiotto si mise a gridare a gola spiegata: "Piccoli miei, sono tornato!"

Dalle fessure della roccia ai piedi della rupe e dagli alberi dei boschi saltarono e sbucarono scimmie a migliaia, piccole e grandi; facevano cerchio intorno al Bel Re Scimmia, si prosternavano e gridavano:

"Gran re! Ve la siete presa comoda! Come avete potuto stare lontano così a lungo e abbandonarci qui, mentre aspettavamo come affamati e assetati? Da un pezzo ci perseguita un demone che ci vuol togliere a viva forza la nostra grotta. Noi lo combattiamo disperatamente, ma lui ci ruba le cose e rapisce i nostri giovani; giorno e notte non possiamo mai dormire per proteggere i nostri beni. Per fortuna è ritornata vostra maestà! Altrimenti noi e la grotta saremmo caduti in preda ad altri prima della fine dell'anno."

"Chi è il mostro che osa comportarsi così?" esclamò Scimmiotto, in preda a una violenta collera. "Raccontatemi tutto, perché lo trovi e vi vendichi!"

Le scimmie si prosternarono: "Informiamo vostra maestà che l'individuo si dichiara Re Diavolo del Caos, e abita nel Nord."

"Se è così, non abbiate paura. Divertitevi, mentre io vado a trovarlo."

Il nostro buon re scimmia prese lo slancio e d'un balzo scomparve: con una capriola raggiunse il Nord e vide un'alta e ripida montagna. Che montagna!

Dal picco ritto al ciel come un pennello

I ruscelli serpeggiano profondi.

Come freccia buca il picco le nuvole,

Discendono i ruscelli agli abitati.

Crescono fra due rupi alberi e fiori,

Pini e bambù sono sparsi fra l'erba.

A destra il drago, sottomesso e docile,

A sinistra s'appiatta quieta tigre.

Accanto al bue di pietra sulla riva

Cresce l'erba-moneta; in mezzo agli alberi

Cantano uccelli ed il sole contemplano

Le fenici.

Rocce polite dalle acque pazienti

Mostran forme inquietanti, orride, strane.

Sulle montagne dai nomi famosi

S'aprono ed appassiscon fiori funebri.

Questo eterno paesaggio è incomparabile,

Non lo alteran solstizi né equinozi.

Il Monte della Fonte Perigliosa

Con le tre forme ed i cinque elementi

Nutre ed accresce la Caverna Acquosa.

Il Bel Re Scimmia contemplava muto la perfezione del paesaggio, quando intese un rumore di voci. Si mosse per cercarne l'origine sul sentiero che scendeva la montagna, e davanti alla ripida rupe scoprì in effetti la Caverna Acquosa. Certi diavoletti danzavano davanti all'entrata, ma se la svignarono alla vista di Scimmiotto. Lui gridò:

"Fermi dove siete! Ho bisogno di voi per portare un messaggio. Sono il padrone della Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti, nel Sud. Sembra che da voi ci sia un diavolo schifoso, di non so quale caos, che è venuto più volte a rompere le tasche ai miei piccoli. Vorrei vederlo in faccia e prendergli le misure."

A queste parole i diavolini si precipitarono nella grotta e corsero ad annunciare: "Gran re, disgrazia!"

"Che disgrazia?"

"All'entrata c'è una scimmia che si pretende padrone della Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti; dice che avete danneggiato i suoi piccoli. È venuto qui per misurarsi con voi."

"Ho sempre sentito quei gaglioffi di scimmie pretendere che avevano un gran re partito per praticare il Tao: sarà lui che è ritornato. Che aspetto ha? Com'è armato?"

"Non ha armi. È a testa nuda, con una veste rossa serrata da una cintura gialla, e porta stivali neri. È difficile dire se sia religioso o laico, ma non ha niente dell'immortale, né del prete taoista. Sta sull'uscio a schiamazzare a mani nude."

"Portatemi armi e armatura" disse il re diavolo.

I diavoletti eseguirono. Il diavolo si aggiustò elmo e corazza, impugnò la sciabola e uscì circondato dai diavoletti, urlando con voce potente: "Chi sarebbe questo padrone della Grotta del Sipario Torrenziale?"

Scimmiotto lo osservò bene:

Portava in testa un elmo d'oro nero

Che risplendeva nei raggi del sole,

Di scura seta sul corpo una tunica

Che il vento intorno faceva ondeggiare.

Di ferro nero robusta corazza

Chiusa da cinghie solide di cuoio,

Stivali doppi, ben ornati a sbalzo.

Maschio guerriero di gran portamento:

Almeno dieci braccia alla cintura

E più di dieci piedi la statura.

Lampeggiava la spada nelle mani

Di quel mostro terribile e famoso.

"A che cosa ti servono occhi così grandi, se non ce la fai nemmeno a vedere un amicone come me?" diceva Scimmiotto.

Finalmente il re diavolo lo vide e scoppiò a ridere: "Ma se non arrivi a quattro piedi di statura! Non hai manco trent'anni, non hai niente in mano e vieni qui a fare il gradasso. Come credi di potermi prendere le misure?"

Scimmiotto si mise a insultarlo: "Mostro schifoso, dove li hai gli occhi? Io sarò piccolo, ma se mi vuoi più grande non è un problema. Mi credi disarmato: ma con le mani potrei staccare la luna dal suo chiodo. Non preoccuparti, che uno scapaccione dal tuo vecchio compare non te lo leva nessuno."

Prese lo slancio e fece un balzo per sferrargli un diretto sul mento, ma il diavolo parò il colpo allungando semplicemente la mano: "Sta fermo, nanerottolo. Io sono un gigante con la sciabola, e tu mi aggredisci a mani nude. Potrei farti a pezzetti, ma non voglio rendermi ridicolo. Fammi posare le armi. Vediamo come te la cavi col pugilato."

"Ben detto, brav'uomo. Vieni qua!"

Il re diavolo fece un affondo e colpì, mentre Scimmiotto schivava e si faceva sotto. Seguì un rapido scambio di colpi, con le mani e con i piedi. I colpi lunghi possono mancare il bersaglio, ma quelli ravvicinati sono duri e sodi. Il diavolo le prendeva da tutte le parti; qualche bello spintone sottopancia stava per metterlo a terra, quando fece un passo indietro, afferrò la larga sciabola d'acciaio e l'abbattè mirando al cranio di Scimmiotto; ma il colpo andò a vuoto, perché la nostra scimmia l'aveva schivato in tempo.

Visto che diventava cattivo, Scimmiotto ricorse al metodo del corpo oltre il corpo. Si strappa un pelo, se lo ficca in bocca, mastica e lo sputa per aria gridando: "Trasformatevi!"; e subito due o trecento scimmiottini gli si affollano intorno.

Il fatto è che, quando si ottiene corpo di immortale, non c'è trucco magico che non si impari a praticare: trasformazioni del corpo e uscite d'anima. Da quando il re scimmia aveva compreso il Tao, ciascuno degli ottantaquattromila peli del suo corpo poteva cambiarsi in qualunque cosa, a suo piacere. E tutti questi scimmiottini erano così vivi e così agili che la sciabola non li raggiungeva, né la lancia li toccava. Bisognava vederli balzare avanti, saltare indietro, infilarsi dappertutto, assediare il diavolo da tutte le parti: di qua ti acchiappo, di là ti agguanto. Gli scivolano tra le gambe, gli levano gli stivali. E lo prendono a calci e pugni, gli tirano i capelli, gli fanno gli occhi neri, gli tirano il naso, lo sollevano e lo buttano giù, lo battono come una bistecca. Allora Scimmiotto si impadronì della sciabola, spinse da parte i piccoli e, abbattendola sul cranio del mostro, lo tagliò in due. Poi si inoltrò nella caverna alla testa della moltitudine delle sue truppe e non diede quartiere finché non ebbe sterminato tutti i diavoli, grandi e piccini. Restavano solo le scimmiette che il diavolo aveva rapito dalla Grotta del Sipario Torrenziale.

"Voi che ci fate qui?" chiese Scimmiotto.

Erano una quarantina, e risposero con le lacrime agli occhi:

"Dopo la partenza di vostra maestà in cerca dell'immortalità, ci sono stati anni di conflitti in cui abbiamo perso tutto. Non vedete questi utensili, queste tazze e piatti di pietra, che vengono appunto dalla nostra grotta? Ci aveva rubato tutto."

"Dal momento che è roba nostra, riportiamocela via" ordinò Scimmiotto; poi mise fuoco alla caverna, che fu tutta devastata.

"Venite con me, si torna a casa."

"Gran re, tutto ciò che abbiamo percepito della strada, mentre venivamo, era il gran vento che ci fischiava nelle orecchie. Siamo arrivati qui navigando nello spazio. Non conosciamo la strada: come tornare indietro?"

"Niente di più facile, non era che uno scherzetto magico del vostro rapitore. Chi ne conosce uno, li sa tutti. Ma me ne intendo anch'io. Chiudete gli occhi, non abbiate paura."

Che bravo Scimmiotto! Recitò un incantesimo, si alzò cavalcando un violento colpo di vento e andò a posarsi su una nuvola. Dopo un certo tempo gridò: "Ragazzi, potete aprire gli occhi."

Avevano appena calpestato la terraferma, che riconobbero il paese natale e, tutti contenti, si precipitarono verso l'entrata della grotta che conoscevano bene. Le scimmie che erano rimaste sul posto vi entrarono in folla con loro e, in buon ordine secondo età e rango, resero omaggio al re scimmia. Si portarono vini e frutta per festeggiare il felice ritorno.

Alle rispettose domande sulla distruzione del demone e sul salvataggio dei piccoli, Scimmiotto rispose raccontando ogni particolare per filo e per segno, e raccolse interminabili applausi e manifestazioni d'ammirazione.

"Dove è dunque stata a studiare vostra maestà? Non avremmo mai pensato che potesse imparare tante cose."

"L'anno che vi ho lasciato, ho navigato sulle onde dell'oceano orientale finché ho raggiunto il continente del Sud, dove ho imparato le maniere degli uomini e ho indossato queste vesti e queste calzature che vedete. Ho bighellonato e vagabondato per otto o nove anni senza trovare il Tao. Poi ho attraversato un altro oceano fino alla costa del continente dell'Ovest e l'ho visitato a lungo, prima di avere la fortuna di incontrare un patriarca che mi ha trasmesso il vero potere della longevità uguale al cielo e il grande segreto dell'accesso alla lunga vita che non conosce la morte."

"Che fortuna inaudita, a cercarla per diecimila kalpa!" gridarono le scimmie congratulandosi.

"Figlioli miei, ho un'altra buona notizia che vi farà piacere: adesso ho un nome."

"Come si chiama vostra maestà?"

"Mi chiamo Scimmiotto; il mio nome in religione è Consapevole del Vuoto."

Tutti batterono allegri le mani: "Se vostra maestà è Scimmiotto Maggiore, noi siamo Scimmiotto Minore, Scimmiotto Piccolo, Scimmiotto Minuscolo, Scimmiotto Minimo: una grande famiglia di Scimmiotti, un antro, un paese di Scimmiotti!"

Tutti vennero a presentare a Scimmiotto Maggiore piatti e tazzine, vini di palma e d'uva, fiori e frutti divini: proprio una bella festa in famiglia.

Col nome ritroviamo fondamento;

Non ci resta che entrar fra gli immortali.

Se poi non sapete che cosa ne derivò, venite ad ascoltare il seguito e lo saprete nei particolari.