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020 VENTO GIALLO · SUL MONTE DEL VENTO GIALLO TRIPITAKA SI TROVA IN DIFFICOLTÀ, E PORCELLINO PRENDE L'INIZIATIVA DEL COMBATTIMENTO.

Prendono vita i dharma nello spirito

E attraverso lo spirito scompaiono.

E chi genera nascita e scomparsa?

Riflettete! Se viene dallo spirito

Ogni cosa, perché parlarne ad altri?

Un po' d'impegno è più che sufficiente,

Basta spingere il ferro al primo sangue.

Convien tenere il vuoto ben legato

Con guinzaglio di seta al grande albero

Del non-agire, perché non ci turbi.

Non prendete per figli i sensi ladri,

Dimenticate lo spirito e i dharma!

Non lasciate beffare il vostro io,

Con i pugni stendeteli al tappeto!

Lo spirito che vedi non è più,

La legge che compare non è Legge.

Quando l'uomo ed il bufalo scompaiono,

Il cielo resta azzurro come sempre.

Luna d'autunno resta sempre tonda:

Come distinguerai l'uno dall'altro

I mondi?

L'autore di questi versi è Tripitaka, il maestro della legge Xuanzang, che li scrisse quando ebbe compreso a fondo il Sutra del Cuore e gli si aprirono le porte dell'illuminazione. Il reverendo lo recitava e lo teneva sempre presente nello spirito, penetrato dalla sua luce soprannaturale.

I tre pellegrini proseguivano per la loro strada, pascendosi di vento e riposando accanto all'acqua, vestiti di stelle e coperti di luna. Presto ritornarono i paesaggi d'estate sotto il cielo torrido. C'erano

Intorno ai fiori vizzi, la farfalla sperduta,

Tra le chiome degli alberi, i canti di cicala,

I bozzoli selvatici, melograni scarlatti,

Sopra lo stagno in mostra i fiori di ninfea [...]

Quel giorno, verso sera, videro dei casolari sul bordo della strada di montagna che stavano percorrendo.

"Consapevole del Vuoto" disse Tripitaka, "guarda il sole che nasconde il suo specchio di fuoco dietro le colline a ovest, e il gelido disco della luna che sorge dal mare orientale. È una bella fortuna trovare un abitato sul bordo della strada. Chiediamo riparo per la notte!"

"Giusto" approvò Porcellino; "tanto più che ho una bella fame: chiediamo anche qualcosa da mangiare. Ho bisogno di ristorare le forze per portare i bagagli."

"Sei un marmocchio viziato" replicò Scimmiotto. "Non sono tre mesi che hai lasciato la famiglia, e già incominci a lamentarti."

"Eh, fratello! Non sono capace, come te, di bere vento e masticar fumo. Se sapessi quanto mi costa seguire il maestro in questi giorni, mezzo morto di fame come sono!"

"Consapevole delle Proprie Capacità" intervenne Tripitaka, "se nel tuo cuore resti tanto attaccato alla famiglia, vuol dire che non riesci ad abbandonarla; forse ti converrebbe ritornarci."

"Maestro!" implorò il bestione spaventato, gettandosi ai suoi piedi, "non ascoltate le chiacchiere del mio condiscepolo. A lui piace parlar male della gente. Io non mi stavo lamentando; lo dice lui che brontolo sempre! Basta che io dica: 'ho fame, tanto vale che mendichiamo un po' di cibo', perché lui mi dia del marmocchio viziato. Maestro, mi ha precettato la pusa in persona, e voi mi avete concesso la vostra compassione: io voglio soltanto servirvi e venire nel Paradiso dell'Ovest, non rimpiango proprio niente. Non è forse quello che si dice: praticare una dura austerità? Non mi potete rimproverare di non voler abbandonare la famiglia."

"Va bene, alzati; sia come tu vuoi" rispose Tripitaka.

Il bestione si riprese e balzò in piedi; si rimise il carico in spalla e seguì gli altri con passo deciso, brontolando fra sé. Presto giunsero alle case.

Tripitaka smontò da cavallo, lasciando redini e frustino a Scimmiotto, Porcellino posò i bagagli e tutti e tre sostarono all'ombra di un albero. Poi Tripitaka, stringendo in una mano il bastone da monaco con nove anelli e reggendo nell'altra il cappello da pioggia di giunchi e strisce di bambù, si avvicinò a un uscio socchiuso e vide un vegliardo, seduto su un letto di canna d'India, che mormorava preghiere al Buddha.

Tripitaka richiamò la sua attenzione, senza osare di alzare la voce, dicendo piano: "Vi saluto, caro donatore."

Il vecchio balzò giù dal letto, si abbottonò precipitosamente il vestito e venne sull'uscio a restituire la cortesia, dicendo: "Scusatemi, reverendo, non vi avevo visto. Da che regione venite? A che cosa devo l'onore della vostra visita?"

"La mia umile persona è un monaco dei grandi Tang, nell'Est, che ha ricevuto la missione imperiale di recarsi al monastero del Colpo di Tuono per sollecitare le scritture dal Buddha. Poiché giungiamo nella vostra nobile contrada al calar del sole, pensavamo di chiedere riparo per la notte nella vostra magnifica dimora, nell'ardente speranza di non recarvi incomodo."

"Ma non arriverete mai!" fece il vegliardo scuotendo il capo e allargando le braccia. "È molto difficile ottenere i sutra del Paradiso dell'Ovest; andate piuttosto a cercarli in quello dell'Est."

Tripitaka pensava: "La pusa dice di andare a ovest; come mai questo vecchio invita ad andare a est? Non ci sono scritture da trovare, a est."

Era tanto imbarazzato, che rimase in silenzio.

Scimmiotto invece, con il suo temperamento impulsivo, non si contenne, si fece avanti e lo apostrofò: "Caro il mio vecchio, con tutti i tuoi anni, sei un bel babbeo. Veniamo da molto lontano e ti chiediamo asilo, e tu in risposta cerchi di scoraggiarci. Se la tua casa è troppo piccola per ospitarci, non ti preoccupare, ci arrangeremo a passar la notte sotto un albero e non ti disturberemo."

Il vecchio trasse a sé Tripitaka: "Maestro, mentre voi non dite niente, come si permette il vostro discepolo di rivolgersi in questo modo offensivo a una persona anziana? Lui che ha quella faccia da ruffiano, quelle guance flosce, una gola da duca del Tuono, gli occhi rossi spiritati e l'aria da diavolo delle epidemie."

"Non se ne intende proprio, questo vecchio!" replicò Scimmiotto ridendo. "Non bisogna fidarsi delle apparenze: 'bello da vedere' non è 'buono da mangiare'! Pensa per esempio quanti muscoli ha sotto la pelle un piccoletto ben piantato come me."

"Immagino volentieri che tu disponga di qualche capacità."

"Be', senza vantarmi, mi difendo bene."

"Dove vive la tua famiglia? Perché hai preso la tonsura?"

"Abitavo nella Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai. Ho imparato a fare il mostro fin da piccolo, con il nome di Consapevole del Vuoto. Grazie ai miei talenti, sono diventato Grande Santo Uguale al Cielo. Dal momento che l'Imperatore di Giada non mi aveva dato una sistemazione come si deve, ho provocato un bel parapiglia nel palazzo celeste, e ciò mi ha procurato noie. Le ho superate e mi sono accostato alla porta del Buddha, per ottenere il giusto frutto. Se vado nel Paradiso dell'Ovest a pregare il Buddha, proteggendo il mio maestro inviato dalla corte dei Tang, perché dovrei aver paura che le montagne siano alte, le strade pericolose e i fiumi larghi? Ma il tuo vecchio Scimmiotto è capace di atterrare mostri, soggiogare diavoli, sottomettere tigri e catturare draghi. Me ne intendo tanto di saltare in cielo, quanto di scendere in fondo al pozzo. Se per caso in casa tua ci si sente (tegole che volano, pentole che parlano, porte che sbattono senza corrente d'aria) dillo a me, che ti sistemo tutto."

A questo discorso il vecchio fece una risata: "Hai una bella parlantina, per essere un monaco mendicante."

"La parlantina ce l'ha tua nonna! Di questi tempi, con le fatiche del viaggio, sono troppo stanco per dire tutto quello che penso."

"Meno male. Se tu fossi meno stanco, non credo che riuscirei a sopravvivere alle tue chiacchiere. Con quello che dici di saper fare, si capisce che potrete andare a ovest finché vorrete. Quanti siete? Vi prego di venirvi a riposare nella mia capanna."

"Vi ringrazio, caro donatore, di non esservi offeso" rispose Tripitaka. "Siamo in tre."

"Dov'è il terzo?"

"Hai la vista cattiva" disse Scimmiotto. "Secondo te, chi è quello lì nell'ombra?"

In effetti il vecchio non ci vedeva bene. Strizzando gli occhi, distinse la faccia di Porcellino e ne ebbe un tale spavento che corse verso la sua camera, incespicando e gridando: "I mostri!"

Scimmiotto lo acciuffò: "Non aver paura, non è un mostro: è il mio condiscepolo."

"A meraviglia!" esclamò il vecchio tremando come una foglia. "Siete uno più spaventoso dell'altro."

"Caro signore" sentenziò Porcellino avvicinandosi, "se giudicate le persone da come sembrano, non farete che commettere uno sbaglio dopo l'altro. Per brutti che siamo, entrambi possiamo renderci molto utili."

Mentre discutevano col vecchio, sopraggiunsero due giovanotti che venivano da sud, seguiti da una vecchia con tre o quattro bambini, maschi e femmine, a piedi nudi e con gli abiti rimboccati, perché erano stati a piantare insalate nell'orto. Alla vista del cavallo bianco lanciarono gridi di sorpresa e si precipitarono incuriositi a vedere che cosa stava avvenendo.

Ma quando Porcellino girò la testa verso di loro, e per soprammercato scosse le orecchie ed emise un grugnito, li terrorizzò al punto che non si tenevano ritti in piedi.

Tripitaka, preoccupatissimo, non faceva che ripetere: "Non vi spaventate! Rassicuratevi! Non siamo per niente pericolosi, siamo dei monaci per bene."

Il vegliardo si avanzò a sostenere la vecchia e le disse: "Tirati su, mamma, non ti ridurre in questo stato. Questo maestro viene della corte dei Tang; solo che i suoi discepoli non sono molto belli: meschino aspetto, ma fermo cuore. Portate in casa i bambini."

La donna entrò appoggiandosi a lui, mentre i giovanotti conducevano in casa i bambini.

Sedutosi sul letto di canna d'India, Tripitaka rimbrottò i suoi discepoli: "Mi mettete in difficoltà, siete troppo brutti e troppo volgari nel parlare; per colpa vostra tutta la famiglia si è spaventata."

"Maestro, non si può negare" assicurò Porcellino "che da quando sono con voi mi comporto in un modo molto più elegante del solito. Quando ero con i Gao, mi bastava alzare il naso e muovere le orecchie per far morire di spavento venti o trenta persone alla volta."

"Ne hai dette abbastanza, scemo" disse Scimmiotto ridendo. "Farai meglio a darti una sistemata."

"Questa è bella" replicò Tripitaka. "È nato così, come si dovrebbe sistemare?"

"Per esempio potrebbe ficcare il suo grugno di porcello sotto un lembo del vestito e non farlo più vedere. Quanto a quelle orecchie grandi come ventagli di giunco, se le potrebbe tenere incollate alla testa ed evitare di muoverle. Non sarebbe darsi una sistemata?"

In effetti Porcellino, ritto accanto al maestro, nascose il grugno fra le mani e abbassò le orecchie. Mentre Scimmiotto portava dentro i bagagli e legava il cavallo, il vecchio fece portare da uno dei giovanotti un vassoio di legno con tre tazze di tè, poi ordinò di servire un pasto di magro. Il giovanotto portò nella corte una vecchia tavola di legno grezzo piena di buchi e delle seggiole zoppe, e li pregò di sedersi al fresco.

"Qual'è il vostro eminente nome, caro donatore?" chiese Tripitaka.

"Il vostro servitore si chiama Wang."

"Quanti discendenti avete?"

"Ho due figli e tre nipoti."

"Me ne congratulo con voi. E quanti anni avete?"

"Sono cresciuto in età, ma non in saggezza, fino a sessantun'anni."

"È una bella cosa" commentò Scimmiotto. "Incominciate un nuovo ciclo di vita di sessant'anni."

"Caro donatore" riprese Tripitaka, "dicevate poco fa che la ricerca delle scritture nell'Ovest dovrebbe essere difficile; perché?"

"Non intendevo dire che sia difficile ottenere i sutra, ma la strada è certo piena di trabocchetti e di pericoli. A trenta li da questo posto, verso ovest, ci sono i Monti del Vento Giallo, che si estendono per ottocento li e sono infestati da mostri e da esseri malefici. Sono queste le difficoltà cui pensavo. Ma dal momento che il vostro giovane reverendo assicura di poter contare su grandi capacità, supererete certo ogni ostacolo."

"Si capisce, non ci sono problemi. Non c'è mostro che osi attaccar briga con il vecchio Scimmiotto e con il suo condiscepolo."

A questo punto della conversazione, uno dei figli venne a portare il cibo. Posò il riso sulla tavola e disse: "Vogliate favorire!"

Tripitaka giunse le mani, ma prima che iniziasse il sutra del pasto Porcellino aveva già inghiottito il contenuto di una tazza. Mentre la preghiera veniva recitata, ne inghiottì altre tre.

"Stupidone, come sei vorace!" esclamò Scimmiotto. "Siamo proprio incappati nel fantasma della fame."

Il vecchio Wang prese la cosa con filosofia: "Sembra che il reverendo sia davvero affamato. Sarà meglio mettere in tavola altro riso."

In effetti l'appetito del bestione era enorme; senza alzare il capo dalla tavola vuotò un'altra diecina di tazze, prima che Tripitaka e Scimmiotto ne finissero due; e nemmeno questo gli bastò, ma continuò con lo stesso ritmo.

"È un pasto preparato in fretta, senza piatti raffinati" riprese il vecchio Wang. "Non vorrei insistere troppo, ma vi prego di servirvi ancora."

"Abbiamo mangiato più che a sufficienza" risposero Tripitaka e Scimmiotto.

"Che cosa borbotta il vecchio?" bofonchiò Porcellino. "Chi se ne frega degli affinati(22)! A che cosa servirebbero tanti piatti diversi? Se c'è dell'altro riso, si porti quello, non occorre altro."

In breve il bestione si mangiò tutto il riso di casa; e commentò che si era saziato a metà. Infine si sparecchiò la tavola, gli ospiti stesero le lenzuola e se ne andarono a dormire, chi sul letto di canna d'India, chi sul pavimento.

L'indomani mattina, Scimmiotto sellò il cavallo, mentre Porcellino faceva i bagagli. Il vecchio Wang fece preparare dalla moglie una colazione di zuppe e stuzzichini per i tre pellegrini, ed essi ringraziarono e si congedarono.

"Se doveste avere problemi insuperabili lungo il cammino, ritornate alla mia capanna" disse loro il vecchio.

"Al diavolo il disfattismo!" replicò Scimmiotto. "Noi, che abbiamo lasciato le nostre famiglie, non ritorniamo mai sui nostri passi."

E ripresero il viaggio. Ma, ahimè, questa volta non fu la buona strada: in effetti diavoli perversi preparavano loro gravi calamità.

Dopo nemmeno mezza giornata di cammino, si trovarono davanti enormi montagne di aspetto pericoloso. Avvicinandosi alle rupi, Tripitaka contemplava il paesaggio chinandosi sulla sua preziosa sella.

Grande catena

Alta montagna

Ripida rupe

Scosceso abisso

Torrente rapido

Fiori olezzanti.

Salivano le cime fino al cielo,

Sprofondavan le gole nell'Inferno.

Rocce di strane forme risalivano

I pendii fino al cielo nuvoloso.

Le schiere innumerevoli di rupi

Torreggianti, di diecimila tese,

Ti stringevano il cuore. Là si aprivano

Le grotte serpeggianti dei dragoni,

Dove perpetuamente l'acqua cade

A goccia a goccia. Si vedevan cervi

Dalle corna ramose, stolte antilopi

Dallo sguardo perduto, acciambellati

Gli scagliosi pitoni, pazze scimmie

Dal muso bianco. Quando vien la sera

Escon le tigri dalla tana, all'alba

Emergono dall'acqua i grandi draghi.

L'ingresso delle grotte all'improvviso

Può animarsi di lotte e di rumori,

A sorpresa dall'erba prende il volo

Il fagiano. Si muovon circospetti

Nella foresta gli animali, i cuori

Tremano quando passa la gran belva [...]

Il cavallo del maestro rallentava l'andatura, Scimmiotto perdeva tempo, Porcellino si curvava sotto il peso dei bagagli. Mentre si guardavano intorno, udirono rumori di temporale.

"Consapevole del Vuoto, si alza il vento!" gridò inquieto Tripitaka dall'alto del suo cavallo.

"Che c'è di male nel vento? È il respiro del cielo attraverso le stagioni; che ci sarebbe da temere?" replicò Scimmiotto.

"Ma è troppo violento per essere naturale; questo è un vento malvagio."

"Come sarebbe a dire che non è naturale?"

"Osserva:

Questo è un soffio brutale ed imperioso,

Sembra oscurare lo spazio che invade

Mentre sconquassa la foresta e mugghia.

Piega i salici, strappa fiori e foglie.

Fa rinforzar gli ormeggi al pescatore,

Abbassare le vele e gettar l'ancore.

Il viandante non vede più la strada,

Il boscaiolo non regge la legna.

Nel bosco si disperdono le scimmie,

I cerbiatti riparano nel folto.

Se bambù e pini resistono a stento,

I ginepri non reggono lo sforzo.

Mescola terra, solleva la sabbia,

Rotola i sassi, sconvolge le acque."

Porcellino si avvicinò a Scimmiotto: "Come soffia! Mettiamoci al riparo!"

"Ti arrendi, fratellino?" replicò Scimmiotto ridendo. "Se ti tiri da parte perché si leva un po' di vento, che cosa farai faccia a faccia col mostro?"

"Fratello, lo conosci il proverbio: temi la donna più del nemico, temi il vento più della freccia. Non c'è niente di male se ci ripariamo."

"Aspetta. Fammi prendere una manciata di questo vento e sentire che odore ha."

"Che cosa ti viene in mente, fratellone?" scoppiò a ridere Porcellino. "Non puoi prendere in mano il vento per dargli un'annusatina. Anche se ne prendi una bracciata intera, prova un po' a tenerlo fermo, se sei capace."

"Dunque non credi che il vecchio Scimmiotto sappia acchiappare il vento."

Il bravo Scimmiotto lasciò passare la testa del vento, lo acchiappò per la coda e lo annusò: esalava un sospetto di odore fetido. Dichiarò: "È proprio un vento malvagio. Ti lascia nel naso un puzzo di tigre o di qualche altra creatura malefica. Di sicuro c'è qualcosa di losco."

Stava ancora parlando, che una feroce tigre scese il pendio della montagna sulle sue zampe potenti, spazzando l'aria con la coda. Per lo spavento, Tripitaka perse l'equilibrio e ruzzolò giù dal cavallo, finendo lungo disteso sul bordo della strada, più morto che vivo. Porcellino abbandonò i bagagli, afferrò il suo rastrello, balzò avanti anticipando Scimmiotto e gridò: "Dove credi di andare, brutta bestia?"

E calò l'arma mirando alla testa. La tigre si alzò sulle zampe posteriori e, con un colpo degli artigli della zampa sinistra, si aprì il petto. Strappò la pelle dall'alto in basso, con uno stridore agghiacciante, se ne sbarazzò e restò ritta sul ciglio della strada. Figuratevi che spettacolo disgustoso! Ecco qua:

Il corpo scorticato e sanguinante,

Le tozze gambe storte ripugnanti,

Conserva in testa il pelo scarmigliato

Con sopracciglia rade e setolose,

Zanne affilate d'un bianco accecante:

L'insolente ruggito fa sentire.

"Andiamoci piano!" urlava. "Sono io, sono l'avanguardia delle forze del grande re Vento Giallo. Sto pattugliando la montagna per ordine espresso di sua maestà, con la missione di riportargli qualche tipetto da sgranocchiare, come stuzzichino per accompagnare il vino. Voi monaci, come vi permettete di attaccarmi?"

"Ti faccio vedere io, maledetto!" tuonava Porcellino. "Noi non siamo gente qualsiasi, ma i discepoli di Tripitaka, fratello del grande imperatore dei Tang nell'Est, che ha la missione imperiale di cercare i sutra nel Paradiso dell'Ovest. Se vuoi scamparla, ti converrà farti subito da parte e non farti più vedere, altro che spaventare il nostro maestro! Ma se continui a fare l'insolente, non sfuggirai al mio rastrello."

Senza altre parole, il mostro gli corse addosso in atteggiamento minaccioso, sfoderando gli artigli e mirando al viso. Porcellino lo schivò, roteò il rastrello e lo abbatté su di lui. La creatura, che non era armata, cercò scampo nella fuga, inseguita da Porcellino. Ai piedi del pendio il mostro disseppellì due sciabole di bronzo, che erano nascoste fra le pietre, le brandì e attese Porcellino a pie' fermo. Fu lì che si batterono, con una bella successione di scontri.

Scimmiotto intanto aveva aiutato Tripitaka a rialzarsi e gli diceva: "Non temete, maestro. Sedetevi qui tranquillamente, mentre do una mano a Otto Divieti per abbattere il mostro e sbarazzare la strada."

Tripitaka, che tremava come una foglia, si lasciò convincere a fatica; va da sé che, seduto, non faceva che ripetere il Sutra del Cuore.

Scimmiotto tirò fuori la sua sbarra e gridò al condiscepolo: "Acciuffalo, tienilo fermo!"

Porcellino raddoppiava gli sforzi. Il mostro, vista la mala parata, scappò.

"Non bisogna dargli quartiere!" gridava Scimmiotto. "Bisogna prenderlo!"

Correvano giù per la montagna, uno roteando il rastrello, l'altro brandendo la sbarra. Il demone con una capriola riprese la sua forma naturale, che era di tigre. Naturalmente Scimmiotto e Porcellino non mollavano, decisi a distruggere l'essere malefico; stavano per raggiungerlo, quando la tigre, trovandosi nelle peste, ricorse allo stratagemma della cicala dorata che abbandona la crisalide. Si aprì di nuovo il petto, uscì dalla sua pelle e ne avviluppò una roccia, che ricordava la forma di una tigre accovacciata; da parte sua, si trasformò in un turbine di vento e risalì da dove veniva. Trovando sulla sua strada quel monaco che recitava sutra, lo rapì con sé. L'infelice Tripitaka

Sventure ne incontrava dalla nascita:

Accedere al nirvana non è comodo.

Giunto con il monaco rapito all'ingresso della grotta, il mostro disse al portinaio: "Annuncia al grande re che la tigre d'avanguardia ha preso un monaco, e attende i suoi ordini."

Furono subito introdotti. Il mostro, con le sciabole di bronzo alla cintura, si inginocchiò ed esibì Tripitaka: "Grande re, il vostro indegno ufficiale, mentre eseguiva l'ordine di pattugliare la montagna, si è imbattuto in questo monaco che è il maestro della legge Tripitaka, fratello dell'imperatore dei Tang nell'Est, mandato a cercare scritture nell'Ovest. L'ho catturato e ve lo offro, sperando che allieti il vostro pranzo."

Il padrone della grotta fu molto sorpreso: "Ho sentito dire che questo Tripitaka è un monaco divino e ha un discepolo di nome Scimmiotto, dotato di vasti poteri magici e di un'intelligenza non comune. Come sei riuscito a catturarlo?"

"I discepoli sono due: uno mi è venuto addosso con un rastrello a nove denti; ha una larga bocca e lunghe orecchie. L'altro impiega una sbarra di ferro cerchiata d'oro; ha occhi di fuoco e pupille d'oro. Stavano per raggiungermi, quando ho usato lo stratagemma della cicala che abbandona la crisalide. Così sono riuscito a sfuggire e a catturare il monaco che vi offro, con i miei rispetti, per il prossimo banchetto."

"Non lo mangeremo subito."

"Rifiutare un dono di cibo è un comportamento da brocco villano, grande re."

"Ma ci hai pensato bene? Non ho certo niente in contrario a mangiarlo, ma c'è il rischio che i due discepoli vengano a far cagnara alla nostra porta; potrebbero farcelo andare di traverso. Per ora conviene legarlo controvento a un palo nel cortile posteriore, e lasciarlo là per quattro o cinque giorni. Se nessuno lo verrà a reclamare, lo potremo ripulire a comodo nostro, e valuteremo se convenga lessarlo, oppure cuocerlo a vapore, o saltarlo in padella, o magari friggerlo con la pastella. E nessuno ci impedirà di assaporarlo e di digerirlo con comodo."

"Riconosco lo stratega esperto, vostra maestà" rispose soddisfatta la tigre d'avanguardia. "Sono completamente d'accordo con voi."

Il padrone ordinò: "Ragazzi, portatelo via."

Sette od otto accoliti, che stavano schierati lungo la parete, si precipitarono come falchi sul monaco cinese e lo legarono stretto.

Mai l'ex fanciullo abbandonato dal crudele destino aveva pensato tanto intensamente a Scimmiotto, il suo novizio; mai il monaco divino aveva sentito acutamente come in questa prova la mancanza del suo discepolo Consapevole del Vuoto. Si lagnava debolmente: "Discepoli miei, non so dove siate ora ad abbattere mostri e demoni, ma intanto io sono qui prigioniero di un diavolo da cui mi aspetto il peggio. Chissà se mai ci rivedremo. Me misero! Potete ancora salvarmi, se venite subito. Altrimenti niente mi proteggerà!"

Gemeva e piangeva come una fontana.

Intanto Scimmiotto e Porcellino, inseguendo la tigre, credettero di vederla accovacciata ai piedi della rupe. Scimmiotto alzò il randello e lo abbassò a tutta forza, ma quello vibrò fino a fargli dolere le mani. Porcellino colpì anche lui con il rastrello, ma i denti rimbalzarono senza penetrare: era soltanto la pelle della tigre, che ricopriva una roccia dalla forma simile appunto a una tigre accovacciata.

"Porca miseria, siamo caduti nel tranello!" esclamò Scimmiotto allarmato.

"Che tranello?" chiese Porcellino.

"È il trucco della cicala che abbandona la crisalide: la pelle è rimasta qui, ma lui è scappato. Andiamo immediatamente a controllare che il maestro non sia per caso caduto nelle sue mani."

Si precipitarono nel punto in cui lo avevano lasciato, ma Tripitaka non c'era più.

"Che pasticcio!" si lagnava Scimmiotto con la sua vociona. "Si sono portati via il maestro."

Tirandosi dietro il cavallo, con gli occhi pieni di lacrime, Porcellino gemeva: "Santo cielo, e adesso che cosa facciamo?"

"Smettila di frignare" lo rimproverò Scimmiotto. "Piangere indebolisce il morale. Dovrà pur essere da qualche parte sulla montagna: lo dobbiamo trovare."

Tutti e due si lanciarono di corsa sulla montagna, valicarono colli, esplorarono ogni versante. Dopo un po' scoprirono una residenza rupestre. Si fermarono a osservare attentamente lo spaventoso paesaggio; eccolo qua:

Un picco alto ed aguzzo come torre:

Da quella parte serpeggia la strada,

Fra pini azzurri, bambù verdeggianti

E salici e sterculie; strane rocce

Disposte a coppie; solo rari uccelli

Volano in aria. Polisce il torrente

La parete rocciosa ed ai suoi piedi

Forma pozze fangose. Ricchi pascoli

Sotto nubi raminghe. Lepri astute

E le volpi perverse si avventurano

Dove i cervi combattono a cornate.

Pendon tra i rami liane millenarie,

Un cedro senza età domina il luogo.

Supera di grandezza il monte Hua,

Fiori ed uccelli più che nel Tiantai!

"Saggio fratello" disse Scimmiotto a Porcellino, "tu poserai i bagagli in quella cavità, al riparo dal vento, e farai pascolare il cavallo. È inutile che ti faccia vedere. Io vado alla porta e cerco di provocare al combattimento. Se non catturiamo il mostro, non liberiamo il maestro."

"Si capisce. Non starmi a dire le cose ovvie, spicciati!"

Scimmiotto si aggiustò la tunica, si strinse alla vita il grembiule di pelle di tigre, impugnò il randello e avanzò verso la porta, sopra la quale era scritto in sei grossi caratteri:

GROTTA DEL VENTO GIALLO, NELLA CATENA DEL VENTO GIALLO

Piantato a gambe larghe, impugnando saldamente il bastone, gridò: "Mostro! Restituisci il mio maestro prima che sia troppo tardi, se non vuoi che butti all'aria il tuo covo e distrugga la tua dimora."

A queste parole, i mostriciattoli di vedetta si spaventarono e corsero tremanti ad annunciare: "Grande re, disgrazia!"

"Che cosa succede?" chiese il mostro Vento Giallo, comodamente seduto sul suo trono.

"Alla porta c'è un monaco con la faccia pelosa e con la bocca da duca del tuono" spiegò un mostriciattolo. "Ha in mano una grande sbarra di ferro e reclama il suo maestro."

Il padrone della grotta, allarmato, convocò la tigre d'avanguardia: "In fondo mi aspettavo che acchiappassi un bufalo, o magari un cinghiale, o cervo o capriolo che fosse; ma tu mi hai portato un monaco cinese. Così hai provocato i suoi discepoli, che ora sono qui fuori a far baccano: come la mettiamo?"

"Vostra maestà non si preoccupi. Può dormire fra due guanciali. Il vostro indegno ufficiale è pronto a prendere il comando di una cinquantina di uomini per catturare anche il Novizio e aggiungerlo come portata al banchetto."

"Abbiamo sei o settecento uomini, senza contare gli ufficiali: scegli tu. Basta che tu riesca davvero a catturare Scimmiotto e mi faccia gustare in pace qualche buon boccone di quel monaco succulento. Se ci riesci, ti tratterò come un fratello. Ma non prendertela con me se, come temo, non ce la fai e ci rimetti le penne."

"Lasciate fare a me."

La tigre d'avanguardia scelse i cinquanta mostri più robusti e uscì bandiere al vento, al rullo dei tamburi, brandendo le due sciabole di bronzo e urlando minacciosa: "Che cosa cerchi, scimmia di un monaco, per avere la sfrontatezza di venir qui a fare tanto baccano?"

"Scorticato schifoso! Prima mi fai il trucco della cicala per impadronirti del nostro maestro, e poi mi chiedi che cosa ci vengo a fare. Ridammelo senza storie, se non vuoi avere la peggio."

"Il tuo maestro l'ho preso per servirlo in tavola al nostro grande re. Levati di torno, se hai un po' di sale in zucca, altrimenti finirai anche tu su un piatto di portata. Come si dice: l'osso di giunta."

Scimmiotto vide rosso. Digrignava i denti d'acciaio, i suoi occhi di fuoco lampeggiavano. Brandì il randello urlando: "Che poteri hai tu per permetterti questo tono? Aspetta un po' che ti insegno io!"

L'altro alzò le sciabole per parare il colpo. Le grandi capacità dei due avversari diedero un bello spettacolo. Che battaglia!

Se quel mostro è davvero un uovo d'oca,

Fa Scimmiotto da pietra all'uovo d'oca.

Le sciabole che inquadrano il re scimmia

Non risultano infine più efficaci

Delle uova lanciate contro un muro.

Colomba non fa guerra alla fenice,

Il piccione non può battere il falco.

Per quanto il mostro ce la metta tutta,

In capo a pochi scontri si ritrova

La schiena rotta, perdute le forze.

Si volge per fuggire, ma Scimmiotto

Al vinto non vuol certo dar quartiere.

Presto il mostro non poté più sostenere gli assalti dell'avversario e si volse in fuga. Per essersi vantato vanamente, non osava rientrare nella grotta; perciò scese giù per la china, con Scimmiotto alle costole, che gridava senza tregua. Passarono accanto alla cavità dove Porcellino aveva posato i bagagli e faceva pascolare il cavallo. Otto Divieti, udendo le grida, alzò la testa e vide il mostro inseguito dal Novizio. Lasciò perdere il cavallo, alzò il rastrello, si fece incontro alla tigre d'avanguardia e glielo calò sulla testa. L'infelice

Per sfuggire alla rete,

Va a cader nella nassa.

Il colpo di Porcellino fece schizzare il suo sangue dai nove orifizi del corpo e svuotò il cranio del cervello. Lo testimoniano i versi:

Dopo il ritorno sulla buona strada,

Ch'era avvenuto ormai da qualche anno,

Otto Divieti, osservando i digiuni,

Sincero proteggeva Tripitaka

E concluse quel dì la prima impresa.

Il bestione appoggiò il piede sul dorso del caduto, roteò il rastrello e lo colpì un'altra volta. Scimmiotto corse a congratularsi: "Ben fatto, fratellino. Aveva avuto l'audacia di venirmi ad attaccare con i suoi mostriciattoli. Quando l'ho battuto, invece di rifugiarsi nella grotta, è corso da questa parte, incontro alla morte. Per fortuna eri pronto a riceverlo, se no poteva scappare un'altra volta."

"Dev'essere stato lui a rapire il nostro maestro, trasformato in turbine di vento."

"Proprio così."

"Sai dov'è imprigionato il maestro?"

"Il mostro lo aveva trascinato nella grotta e voleva servirlo in tavola al suo fottuto re. Questo mi ha fatto prudere le mani e mi sono scontrato con lui; ma sei stato tu ad abbatterlo. Fratellino, te lo sei messo nel carniere. Ma adesso non potresti restar qui a sorvegliare cavallo e bagagli, mentre riporto il cadavere alla grotta e cerco di provocare uno scontro più serio? Bisognerà catturare il mostro principale, per liberare il nostro maestro."

"Fratellone, hai ragione: va pure. Riempilo di botte, il vecchio diavolo; se scappa da questa parte, lo fermo io e lo ammazzo."

Bravo Scimmiotto! Con la sbarra di ferro in una mano e trascinando con l'altra la tigre morta, ritornò di corsa davanti alla grotta.

È il caso di ricordarlo:

Lo scontro con i mostri mette a prova

Il maestro della legge. L'armonia

Dei sentimenti sottomette il demone

Che promuove disordini e dissenso.

Se poi alla fine non sapete se e come giunse a soggiogare il mostro e a liberare il monaco cinese, ascoltate il seguito.