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021 IN CERCA D'UN OCULISTA · IN CUI IL DIFENSORE DELLA LEGGE FA SORGERE UNA FATTORIA PER DARE RIFUGIO AL GRANDE SANTO, E BUON AUGURIO DEL PICCOLO SUMERU DOMA IL RE DIAVOLO VENTO GIALLO.

Ritorniamo alla cinquantina di mostriciattoli in rotta, che si riversavano nella grotta con le bandiere lacere e i tamburi sfondati. "Grande re" annunciarono, "la nostra tigre d'avanguardia non è riuscita a sostenere gli assalti del monaco dalla faccia pelosa, che la sta inseguendo sul pendio orientale della montagna."

La notizia contrariò vivamente l'orco. Mentre soprappensiero rifletteva agli stratagemmi più opportuni da adottare, arrivò un altro mostriciattolo con questa notizia: "Grande re, la nostra tigre d'avanguardia è stata uccisa dal monaco dalla faccia pelosa, che ha trascinato il suo corpo davanti all'ingresso per sfidarci a combattere."

"Quel giovanotto manca di buon senso!" esclamò il vecchio mostro, più contrariato che mai. "Non l'ho mica ancora mangiato il suo maestro, perché lui passi addirittura alle rappresaglie. Brutto vigliacco! Portatemi l'armatura. Lasciatelo aspettare, questo Scimmiotto detto il Novizio, di cui si parla tanto: vedremo se è proprio un monaco a nove teste e otto code. Ve lo porterò qui, perché risponda della vita della nostra avanguardia."

I mostriciattoli corsero a portargli l'armatura. Dopo averla allacciata e aggiustata, egli brandì un tridente d'acciaio e balzò fuori dalla caverna alla testa dei suoi diavoli. Il grande santo lo aspettava ritto davanti all'ingresso; senza dubbio, il mostro che ne vide emergere aveva un aspetto malvagio e aggressivo. Guardate:

Scintillano elmo e corazza dorati

Ed è il piastrone uno specchio accecante.

Gran cimiero di penne di fagiano

E tunica di seta giallo chiara;

È la cintura un drago acciambellato

Di vividi colori. Gli stivali

Di daino sono tinti con i fiori

Di sofora. La gonna di broccato

Reca un disegno con foglie di salice.

Un aguzzo tridente tiene in mano,

Simile a quello del gran santo Erlang.

"Saresti tu Scimmiotto il Novizio?" gridò il mostro con voce tonante.

Con il piede calcato sui resti della tigre, in mano il randello A piacer vostro, Scimmiotto rispose: "È proprio arrivato tuo nonno Scimmiotto; restituiscimi il mio maestro."

Osservandolo attentamente, il mostro constatò che era deforme, con le guance incavate, e soprattutto piccolo di statura: non raggiungeva quattro piedi. Scoppiò a ridere e incominciò a prenderlo in giro: "Meschinello! Credevo di aver a che fare con qualche eroe invincibile, e mi trovo davanti un pupazzo."

"Figliolo, te ne intendi poco" replicò Scimmiotto ridendo. "Il tuo nonnetto è piccolo piccolo, ma se lo picchi sulla testa con il tuo tridente, vedrai come cresce."

"Se ti piace prenderle, ti accontento subito."

Scimmiotto attendeva a pie' fermo. Quando il mostro gli calò in testa il tridente, si accontentò di chinare un po' la schiena e di crescere di statura di sei piedi; il mostro, spaventato, si sforzava di contrastare la crescita premendo sul tridente.

"Novizio Scimmiotto" gridava, "non cercare di scapolartela con questi giochetti da fiera. Lascia perdere i trucchi da saltimbanco. Combatti lealmente, e vediamo chi vale di più."

"Figliolo" replicò Scimmiotto ridendo, "tientelo per detto: quando c'è da picchiare, ogni colpo vale. Una volta che si è venuti alle mani, non è più tempo di buone maniere: e le mani del tuo nonnino sono pesanti. Ho paura che non reggerai nemmeno la prima randellata."

Il mostro non era d'umore da far conversazione: vibrò il tridente dritto al petto di Scimmiotto. Questo rispose con calma di esperto, parando il colpo con la mossa detta il drago nero spazza il terreno, e indirizzò un colpo alla testa. Era feroce, il duello davanti alla Grotta del Vento Giallo!

Il mostro è trascinato dalla collera,

Compostamente il santo gli si oppone.

La collera vorrebbe vendicare

La morte della tigre d'avanguardia,

Mentre il composto attacco ha l'obiettivo

Di liberare il monaco cinese.

Colpi inferti e parati dalle parti.

Sulla montagna l'uno regna; l'altro

È il Bel Re Scimmia e difende la Legge.

Combattono dapprima nella polvere

E continuano alzandosi nell'aria.

Ben affilato è il tridente d'acciaio

Ed il randello è di pesante ferro.

Letale è la stoccata del tridente,

Mandati a comparire dà il randello

Davanti ai magistrati dell'Inferno.

Prontezza e colpo d'occhio si misurano,

Così come la forza e la potenza.

Lotta senza quartiere, ma il suo esito

Fra gli avversari resta ancora incerto.

Una trentina di scontri non risultarono decisivi. Risoluto a spuntarla, Scimmiotto ricorse al metodo del corpo oltre il corpo: si strappò un ciuffo di peli, li masticò, li sputò intorno e ordinò loro di trasformarsi in un centinaio di piccoli sosia, ciascuno armato di una sbarra. La creatura malefica, circondata da tutte le parti, si spaventò e ricorse anche lei a un sotterfugio: rivolse la faccia a sud ovest e soffiò tre volte, generando un violento vento giallo. Che uragano!

Questo vento gelato e sibilante

Sconvolge terra e cielo con un turbine

Di sabbia, senz'ombra e senza forma:

Investe le foresta, abbatte i pini,

Gli ostacoli rovescia. Il Fiume Giallo

Viene rimescolato dal profondo,

Van turbinando le acque della Xiang.

Il palazzo del Toro ne vien scosso,

Sembra crollare la sala Senluo.

I cinquecento arhat chiedono aiuto,

Gridan gli otto guardiani spaventati.

Di Wenshu il gran leone è volto in fuga

E l'elefante bianco di Puxian

Chissà dov'è nascosto: non si trova.

[...] Scricchiola l'universo, monti e fiumi

Nel mondo intero vengono squassati.

La tromba d'aria trascinò nel suo movimento rotatorio i piccoli Novizi risultanti dalla trasformazione dei peli di Scimmiotto, impedendo loro di avvicinarsi al nemico e di maneggiare le sbarre. Scimmiotto si scrollò, ricuperò i suoi peli e si fece avanti da solo per un nuovo scontro, brandendo il suo randello. Ma il mostro gli soffiò in faccia il suo terribile vento giallo, costringendolo a chiudere gli occhi di fuoco dalle pupille d'oro. Scimmiotto non poteva picchiare con il randello senza aprire gli occhi: perciò dovette confessarsi vinto, mentre il mostro si rintanava nel suo covo dopo avere ricuperato il vento.

Intanto Porcellino, che aveva visto levarsi il vento di sabbia, e cielo e terra oscurarsi, era corso a cercare riparo con il cavallo nella cavità rocciosa in cui giacevano i bagagli; non osava nemmeno alzar la testa o aprire gli occhi, non faceva che pregare fervidamente il Buddha. Non aveva idea della riuscita di Scimmiotto, né se il maestro fosse ancora vivo. Mentre mille dubbi lo tormentavano, il vento cessò e il cielo ritornò azzurro; tese il capo in direzione dell'ingresso della grotta, ma non vide alcun movimento né udì rumore di scontri. Il bestione avrebbe voluto avvicinarsi per saperne di più, ma non sapeva a chi affidare cavallo e bagagli. Mentre era in preda alla perplessità, non sapendo che male scegliere, vide Scimmiotto arrivare di corsa da ovest. Si inchinò e disse: "Che vento ha soffiato, fratello! Tu da dove vieni?"

"È successo un disastro!" esclamò il Novizio, battendo concitato le mani. "In vita mia non avevo mai visto un uragano simile. Il mostro combatteva con un tridente. Dopo una trentina di scontri, ho usato la moltiplicazione del corpo per circondarlo, ma il panico lo ha indotto a produrre quel vento: facevo fatica a reggermi in piedi, ho dovuto raccogliere le mie carabattole e venirmene via. Che vento, avi miei! Anch'io so fare pioggia e vento, ma niente di così malvagio come quel brutto diavolo."

"Come lo valuti, dal punto di vista tecnico?"

"È un uomo a posto. Il tridente lo sa usare perfettamente. Direi che è un avversario alla mia altezza. Con quella risorsa del vento, non sarà facile vincerlo."

"E il nostro maestro, come lo salveremo?"

"Bisognerà inventare qualcos'altro. Mi chiedo se non si potrebbe trovare un oculista, da queste parti, per curarmi gli occhi."

"Che cos'hai agli occhi?"

"Il mostro mi ci ha soffiato quella roba: sento i globi degli occhi in fiamme e continuo a lacrimare."

"Vecchio mio, qui in montagna, e per di più la sera, non troveremo certo oculisti. Dovremo fare a meno anche di un riparo per dormire."

"Non è detto che non si trovi. Non credo che, per il momento, l'orco osi fare del male al maestro. Ritorniamo sulla strada maestra e cerchiamo un abitato. Domattina ritorneremo a occuparci del mostro."

"Giusto, sono d'accordo."

Tirandosi dietro il cavallo, scesero verso il fondo valle per raggiungere la strada. Mentre il crepuscolo incupiva, sentirono cani abbaiare. Si guardarono intorno e riconobbero le luci smorte di una fattoria. Abbandonata la strada, si gettarono di corsa giù per il pendio erboso, finché giunsero al cancello. Si vedevano

Muri di pietre bianche, funghi da esca

Sparsi qua e là nell'erba verde, sassi

Ricoperti di muschio; intermittenti

Bagliori delle lucciole. Dal lato

Verso il bosco, son teneri bambù

Piantati di recente ed orchidee

Dall'intenso profumo. In mezzo all'erba

Sgorga una fonte e corre in un ruscello

Sinuoso. Quel luogo è solitario,

Non frequentato da viandanti. All'uscio

Si vedono sbocciar fiori selvatici.

Non osando prendersi la libertà di entrare, gridarono dal cancello: "Aprite! Aprite!"

Comparve un vecchio, dietro il quale si teneva un gruppo di giovani contadini armati di forche, rastrelli e scope.

"Chi siete? Che cosa cercate?" chiedevano.

"Siamo i discepoli di un santo monaco dei grandi Tang dell'Est" rispose Scimmiotto inchinandosi. "Andiamo a ovest per chiedere al Buddha le scritture. La nostra strada passa da queste montagne, dove Vento Giallo ha rapito il nostro maestro. Non siamo ancora riusciti a liberarlo. È tanto tardi, che ci siamo presi la libertà di venirvi a chiedere il favore di ospitarci per la notte, nella speranza di non disturbarvi troppo."

"Scusate se non vi abbiamo accolto come meritate" rispose il vecchio con la stessa cortesia. "In questi posti ci sono più nuvole che gente: udendo le vostre voci, abbiamo temuto che si trattasse di volpi, tigri o briganti di montagna. Perciò i miei villici hanno preso un atteggiamento aggressivo: non sapevano che si trattasse di due reverendi. Vogliate entrare."

I condiscepoli entrarono, legarono il cavallo e deposero i bagagli per salutare come si deve il patriarca del luogo. Furono invitati a sedere e un servitore dalla testa canuta portò il tè, seguito da un'abbondante cena di riso al sesamo. Terminata la cena, l'ospite ordinò di preparare i letti per la notte.

"Non siamo tanto stanchi da metterci subito a dormire" assicurò Scimmiotto. "Posso chiedere al nostro benefattore se nel vostro nobile paese si trova in vendita qualche pomata per gli occhi?"

"Chi di voi ha gli occhi malati, reverendo?"

"Devo dire, caro amico, che noi monaci che abbiamo abbandonato la nostra famiglia non ci ammaliamo mai, non sappiamo nemmeno che cosa sia una malattia degli occhi."

"Perché allora cercate pomate, se i vostri occhi non soffrono?"

"Mentre combattevo per soccorrere il nostro maestro, all'ingresso della Grotta del Vento Giallo, il mostro mi ha soffiato d'improvviso negli occhi un vento ardente. Ora gli occhi mi dolgono e lacrimano: ecco perché mi servirebbe un rimedio."

"Via! Alla vostra giovane età, e monaco per giunta, non dovete mentire così. Il soffio del sovrano del Vento Giallo non è una brezza di primavera, o uno zefiro di pini e bambù, ma il più letale dei venti!"

"Suppongo" interloquì Porcellino "che sia il vento della meningite, o dell'epilessia, della lebbra, dell'emicrania?"

"È ben altro! È il vento divino del samâdhi."

"Di che cosa si tratta?" chiese Scimmiotto.

"È un vento che può immergere l'universo nelle tenebre, affliggere dèi e diavoli, fendere rocce e rovesciare rupi. Distrugge ogni vita umana. Se davvero l'aveste subìto, non sareste qui; solo un immortale potrebbe uscirne vivo."

"Si capisce!" esclamò Scimmiotto. "Naturalmente non siamo immortali - sono troppo giovani per noi - ma per ammazzare me ci vuol altro. Questo non toglie che gli occhi mi facciano maledettamente male."

"Se è come dite voi, gli appoggi non vi devono certo mancare. In questo posto fuori dal mondo nessuno vende pomate per gli occhi. Io però, che soffro di eccessiva lacrimazione, ho imparato da un forestiero la ricetta di un balsamo che si chiama dei tre fiori e nove grani: guarisce qualunque irritazione degli occhi dovuta al vento."

Scimmiotto chinò rispettosamente il capo e disse: "Vi sarei molto grato se me ne procuraste e mi consentiste di provarlo."

Il vecchio acconsentì, e andò a cercare in una stanza interna un vasetto di agata, di cui tolse il tappo. Ne cavò un po' di unguento con una spilla di giada e l'applicò sugli occhi di Scimmiotto, raccomandandogli di tenerli chiusi: l'indomani, al risveglio, si sarebbe trovato risanato. Poi il vecchio ripose il vasetto e si ritirò con i suoi servitori.

Porcellino aprì una sacca, stese sui letti le lenzuola e invitò a coricarsi Scimmiotto, che si muoveva a tentoni, con gli occhi chiusi.

"Maestro, dove hai lasciato il tuo bastone bianco?" lo burlava Porcellino.

"Sacco di segatura, già mi prendi per cieco?"

Il bestione continuava a ridacchiare mentre il sonno gli chiudeva le palpebre. Scimmiotto restò seduto sul letto per esercitarsi nelle arti magiche; si coricò solo alla terza veglia.

Quando giunse la quinta veglia e l'alba si avvicinava, Scimmiotto si strofinò gli occhi, li spalancò ed esclamò: "Era davvero un buon farmaco! Ci vedo cento volte più chiaro di prima."

Girò intorno lo sguardo: la capanna non c'era più; si vedevano solo vecchie sofore e alti salici. Erano coricati sull'erba. Anche Porcellino si svegliò: "Che ti prende, fratellone, perché fai tanto baccano?"

"Apri gli occhi, e guardati un po' intorno."

Il bestione si rese conto che si trovavano all'aperto, e saltò su come una molla: "Dov'è il mio cavallo?"

"Non lo vedi là, legato all'albero?"

"E i bagagli?"

"Non sono posati lì, accanto a te?"

"Certe volte la gente pensa solo ai suoi comodi: sloggiano e non ti dicono niente. Ne potevano parlare! E pensare che volevo fargli un regalo. Forse avevano noie per le tasse e gli occorreva tagliar la corda all'insaputa del capo del villaggio. Perciò se la saranno svignata nella notte. Ma noi dovevamo proprio dormire come ceppi: come avremo fatto a non sentire niente, mentre loro ci smontavano la casa sulla testa?"

"Gran bestia!" replicò Scimmiotto ridacchiando. "Smettila di dir sciocchezze. Va piuttosto a prendere quel biglietto appeso all'albero."

Porcellino lo prese e lo spiegò; conteneva la seguente quartina:

La fattoria non era dimora di mortali,

Ma asilo preparato dal protettor del cielo.

Il balsamo efficace per guarire i tuoi occhi

Ti è stato procurato per renderti più forte.

"Quella banda di fannulloni!" esclamò Scimmiotto. "Dopo la vicenda del drago trasformato in cavallo non li ho più convocati, e loro ne approfittano per prenderci in giro."

"Non è il caso di sfottere, fratello. Perché mai dovrebbero venire a chiedere a te che cosa devono fare?" brontolò Porcellino.

"Fratellino, non sai niente. Devono essere stati i protettori dei monasteri; Guanyin li ha incaricati di proteggere segretamente il nostro maestro, insieme ai sei vigili delle tenebre, le sei guardie della luce, i rivelatori di verità dei cinque orienti e i quattro protettori del tempo. Da quando ti sei unito a noi non ne ho più avuto bisogno, perciò non ho più ripetuto l'appello, dopo che si erano fatti registrare la prima volta."

"Se la loro missione è segreta, non si potranno mostrare nel loro vero aspetto. Perciò saranno costretti a ricorrere a questi stratagemmi; non si può biasimarli. D'altra parte hanno il merito di averti curato gli occhi, e di avermi procurato una discreta cena. Non si può negare che facciano del loro meglio. Non prendiamocela con loro, ma andiamo a portare soccorso al nostro maestro."

"D'accordo, fratellino. La Grotta del Vento Giallo non è lontana. Tu resta qui nel bosco a sorvegliare il cavallo e il carico, e lasciami andare nella grotta per verificare in che stato si trova il maestro, prima di ingaggiare battaglia."

"Giusto, dobbiamo essere sicuri che sia ancora vivo. Se fosse morto, ciascuno di noi se ne potrebbe andare per i fatti suoi. E in ogni caso, prima di farsi sotto e mettercela tutta, bisogna essere sicuri che serva a qualcosa."

"Basta con le chiacchiere, io vado."

Con un balzo, Scimmiotto fu all'ingresso della grotta, dove tutti ancora dormivano. Si guardò bene dal disturbare i loro sonni, ma fece un passo magico, recitò un incantesimo e si trasformò in una minuscola zanzara zampe fiorite, come testimoniano i versi:

Piccolo il corpo, acuta la puntura,

È un minuscolo tuono il suo ronzio.

Scivola sotto la tenda di garza,

Ama il gran caldo che ti fa sudare.

I suoi nemici sono incenso, fumo

E colpi di ventaglio; fuoco e luce

L'attirano in un modo irresistibile.

Ecco che lieve ed agile s'intrufola

Nella tana dell'orco spaventoso.

Scimmiotto sorprese a russare il mostriciattolo di guardia in portineria, e lo punse in faccia; quello si svegliò esclamando: "Accidenti, che zanzara enorme! Senti come gonfia la puntura!" Spalancati gli occhi, constatò che si faceva giorno e aprì la porta interna sui cardini cigolanti. Scimmiotto ci ronzò dentro, e vide il vecchio diavolo che ordinava alle guardie di preparare le armi e di sorvegliare ogni ingresso: "Può darsi che il vento di ieri non sia stato sufficiente per ammazzarlo. Certo ritornerà, se è in condizione di farlo; e questa volta bisognerà metterlo definitivamente fuori combattimento."

Scimmiotto volò attraverso la sala per continuare la sua esplorazione. La porta verso l'interno era sbarrata da battenti, in cui finì per trovare una fessura. L'attraversò e si trovò in un'ampia corte deserta, salvo un palo con la banderuola per il vento, cui era legato il monaco cinese. Il maestro piangeva come una fontana, con il pensiero rivolto ai suoi discepoli Consapevole del Vuoto e Consapevole delle Proprie Capacità, chiedendosi dove fossero. Scimmiotto si posò sulla sua testa e lo chiamò: "Maestro!"

Tripitaka riconobbe la voce: "Consapevole del Vuoto, muoio se non mi aiuti! Da dove parli?"

"Sono sulla vostra testa, maestro. Non abbiate paura, portate pazienza: per farvi uscire da qui dobbiamo prima catturare il mostro."

"E quando lo farai, caro discepolo?"

"Otto Divieti ha già eliminato la tigre che vi aveva rapito. C'è solo il problema che il vecchio mostro dispone di un vento piuttosto pericoloso. La mia valutazione è che lo cattureremo in giornata. Intanto state calmo e smettete di piangere. Ora devo andare."

E ronzò via verso la sala anteriore, dove il vecchio diavolo troneggiava e faceva l'appello dei suoi ufficiali. Dall'ingresso sbucò un mostriciattolo che agitava la bandiera con le insegne di Vento Giallo, e si precipitò ad annunciare: "Maestà, mentre pattugliavo la montagna davanti al portale, ho visto seduto nel bosco un monaco con un lungo grugno e grandi orecchie. Gli sono sfuggito a stento. Ma il monaco di ieri, con la faccia pelosa, non c'era."

"Se non c'era il Novizio Scimmiotto, sarà perché il vento lo ha ammazzato. A meno che si sia allontanato per chiedere soccorsi."

"Grande re" commentò un altro mostriciattolo, "nel primo caso, sarebbe una bella fortuna. Ma se invece fosse andato a chiedere rinforzi celesti, come faremo?"

"Possiamo respingere anche truppe celesti" replicò il vecchio mostro. "Finché dispongo della forza del mio vento, non c'è nessuno da temere, salvo il pusa Buon Augurio."

Quando Scimmiotto, dall'alto della trave dove si era posato, sentì questa affermazione, se ne volò verso l'uscita con il cuore pieno di gioia. Giunse nel bosco, riprese la propria forma consueta e chiamò: "Fratellino!"

"Dove ti eri ficcato?" domandò Porcellino. "Un momento fa stavo cacciando un mostro che andava a passeggio con la bandiera di Vento Giallo."

"Hai fatto benissimo. Grazie a te ho avuto l'informazione che mi serviva" rispose ridendo Scimmiotto. "Mi ero trasformato in zanzara per entrare nella loro grotta e aver notizie del maestro: l'ho trovato che piangeva legato a un palo. L'ho consolato e mi sono posato su una trave per origliare. Il tuo mostriciattolo è corso dentro tutto ansimante per annunciare che lo avevi inseguito. Quando ha detto di non avermi visto nei dintorni, il vecchio si è dato alle supposizioni: che forse il vento mi aveva ucciso, o forse ero partito a cercare rinforzi. E senza sapere che lo ascoltavo, il buon babbeo mi ha rivelato il suo punto debole."

"Quale sarebbe?"

"Dice che il suo vento è invincibile, salvo che da un certo Buon Augurio. Hai idea di dove si trovi questo pusa?"

Mentre parlavano di queste cose, si vide apparire al bordo della strada un uomo anziano. Che aspetto aveva? Eccolo qui:

Corpo robusto, non cerca sostegno,

Candida barba, capelli di neve,

Occhi vivaci dallo sguardo impavido;

È magro e muscoloso. Lento viene

A capo chino, intento ai suoi pensieri.

Viso fresco, dai folti sopraccigli.

Mostra l'aspetto di un essere umano,

Ma è la Stella di Longevità.

Come lo vide, Porcellino esclamò allegramente: "Caro fratello, ricorda il proverbio: chi sale chieda la strada a chi scende. Chiediamolo a quel vecchio."

Scimmiotto nascose il suo randello, lisciò il vestito spiegazzato e gli andò incontro dicendo: "Vi saluto, nobile vegliardo."

"Da dove vieni, monaco?" borbottò il nuovo arrivato. "Che cosa fai da queste parti?"

"Siamo monaci in viaggio per cercare le scritture, ma abbiamo perduto il nostro maestro. Vorrei farvi una domanda: dove abita il pusa Buon Augurio?"

"Vive nel sud. A tremila li da qui c'è un monte che si chiama Piccolo Sumeru. Su quel monte c'è il monastero dove insegna il pusa. Sono i suoi sutra quelli che cercate?"

"No, non sono i suoi. Scusate se vi importuno ancora: mi sapreste indicare la strada?"

Il vecchio additò il sentiero verso sud: "È in capo a quel sentiero tortuoso."

Scimmiotto si lasciò sorprendere: come volse la testa per osservare la strada, il vecchio si dissolse in una corrente d'aria fresca. Sul ciglio della strada cadde ondeggiando un biglietto che recava un ditirambo in cinque versi:

Risposta al Grande Santo Uguale al Cielo:

Li Lunga Vita è il vecchio che incontrasti.

Là dove Buon Augurio ricevette

L'arma del Buddha, troverai il bastone

Che reca il nome di Drago Volante.

Scimmiotto raccolse il biglietto e ritornò sui suoi passi.

"Fratello" disse Porcellino, "non mi pare che abbiamo molta fortuna negli ultimi tempi. È il secondo giorno consecutivo che incontriamo fantasmi. Chi era quel vecchio che si è trasformato in corrente d'aria?"

Scimmiotto gli tese il biglietto.

"E chi sarebbe Li Lunga Vita?" chiese dopo averlo letto.

"È il nome del Pianeta Venere, l'astro dell'Ovest."

Porcellino si inchinò premurosamente in quella direzione: "Grazie, benefattore! Se a suo tempo il pianeta del metallo non avesse messo una buona parola presso l'Imperatore di Giada, non credo che il vecchio Porcellino oggi sarebbe qui."

"Fratellino, la gratitudine è una bella cosa; ma adesso il meglio che puoi fare è di tenerti nascosto nei boschi, sorvegliare attentamente bagagli e cavallo, e aspettare che io vada al Monte Piccolo Sumeru per pregare il pusa di intervenire."

"Va bene, stai tranquillo. E tu spicciati. Quanto a me sono diventato un maestro nella strategia della tartaruga: ritirare la testa, quando non è il caso di sporgerla."

Il grande santo, con una capriola nelle nuvole, balzò nello spazio a tutta velocità, in direzione sud. Nel tempo che prenderebbe una scrollata del capo, aveva percorso tremila li. Vide un'alta montagna emergere dalla bruma, con la cima circondata da nuvolette di buon augurio. Un'ampia cavità sul suo fianco ospitava effettivamente un monastero: suonavano le campane, ronzavano le pietre sonore, saliva al cielo l'incenso.

Scimmiotto si diresse verso il portale e vide un religioso con il rosario al collo, che recitava preghiere al Buddha.

"Vi saluto, reverendo."

"Da dove venite, messere?" rispose inchinandosi il religioso.

"È qui che il pusa Buon Augurio spiega i sutra?"

"Proprio qui. Che cosa volete da lui?"

"Vi posso chiedere la cortesia di annunciarmi? Sono discepolo del maestro della legge Tripitaka, fratello di sua maestà dei grandi Tang del paese dell'Est; il mio nome è: Novizio Scimmiotto Consapevole del Vuoto, Grande Santo Uguale al Cielo, per servirvi. Vorrei vedere il pusa per un affare urgente."

Il religioso si mise a ridere: "Che nome lungo, messere! Non credo di essere capace di ricordarlo tutto."

"Basterà che diciate che è arrivato Scimmiotto, il discepolo del monaco cinese."

Il religioso salì alla sala della predicazione per annunciarlo. Il pusa indossò subito il kasâya e fece aggiungere incenso nel braciere per accogliere degnamente il visitatore.

Scimmiotto varcò la soglia e vide

Sala vasta e solenne, ornata di broccati.

Recitano i discepoli il sutra della Legge,

Mentre gli anziani suonano gong e pietre sonore.

Sull'altare del Buddha sono disposti cibi

Vegetariani e fiori di immortalità.

Le candele scintillano, creando arcobaleni.

Spire di fumo salgono dall'incenso che arde.

Gli astanti si concentrano, ascoltato il sermone:

È lo spirito libero come una nuvoletta

Che candida coroni di alto pino la cima.

Decapitato Mâra, viene ringuainata

La spada di sapienza dentro l'alta assemblea.

Il pusa si ricompose per accogliere il Novizio, lo invitò a occupare il posto dell'ospite e ordinò di servire il tè; ma Scimmiotto obiettò: "Non prendetevi questo disturbo; sono venuto soltanto per sollecitare il pusa a esercitare l'alta potenza della Legge, per abbattere un mostro e soccorrere il mio maestro in difficoltà sul Monte del Vento Giallo."

"In effetti il Beato Buddha mi aveva ordinato di sottomettere questo mostro. Il Beato mi diede una pillola per fermare il vento, e un prezioso bastone chiamato Drago Volante. Dopo averlo catturato, gli avevo risparmiato la vita a condizione che si ritirasse sulla montagna e si astenesse dal nuocere ad esseri viventi e da ogni ingiuria. Non sapevo che trasgredisse i miei ordini e volesse uccidere il vostro stimato maestro: è colpa mia."

Il pusa avrebbe voluto trattenere il Novizio e offrirgli un pasto vegetariano, ma Scimmiotto insisté per partire immediatamente. Perciò salirono su una nuvola, portando con sé il bastone Drago Volante, e giunsero in breve sul Monte del Vento Giallo.

"Grande santo" disse il pusa, "il mostro ha una gran paura di me. Sarà meglio che io resti nascosto sulla nuvola, mentre voi lo provocherete a combattere per attirarlo all'aperto; allora potrò esercitare su di lui la potenza della Legge."

Scimmiotto eseguì: scese dalla nuvola e, senza por tempo in mezzo, tirò fuori la sua sbarra e sfondò la porta della grotta, gridando: "Mostro, rendimi il mio maestro!"

Il diavolino portinaio corse a riferire.

"Quella maledetta scimmia non ha proprio maniere" brontolò il vecchio diavolo. "Invece di confessarsi vinta, mi viene a sfondare la porta. Ma questa volta le soffio addosso un vento, che di lei non lascerà nemmeno la cenere."

Indossò l'armatura, impugnò il tridente d'acciaio e uscì. Come vide il Novizio, senza stare a discutere, mirò al petto e fece un affondo. Scimmiotto parò e lo affrontò alzando il suo randello. Dopo poche mosse, il mostro volse il capo a sud ovest e spalancò la bocca per provocare il vento; quand'ecco che, dall'alto, Buon Augurio gettò il bastone magico pronunciando un incantesimo. La cosa si trasformò in un drago dorato con otto zampe armate di artigli. Questi artigli afferrarono il mostro, lo sollevarono da terra e lo portarono a sbattere due o tre volte contro la parete rocciosa, finché il malvagio assunse il suo aspetto originario: era una grossa martora di pelo giallo.

Scimmiotto la acciuffò, e stava per abbatterla con il suo randello quando il pusa lo trattenne dicendo: "Non ucciderla, grande santo! Devo farla comparire davanti al Beato. Era un roditore sulle pendici del Monte degli Avvoltoi, che aveva conseguito il Tao. Ma le piaceva sbevazzare l'olio delle lampade, tanto che una volta ne aveva fatto spegnere una. Per non essere arrestata dai guardiani armati di folgore, era fuggita da queste parti trasformandosi in mostro. Il Beato non l'aveva condannata alla pena capitale, ma mi aveva incaricato di tenerla in libertà vigilata; dal momento che non ha smesso di depredare, devo ricondurla al Monte degli Avvoltoi. Questa volta ha aggredito e rapito il monaco cinese, perciò è necessario che il Beato riesamini le sue responsabilità. Solo dopo si potrà fare il conto dei meriti acquistati."

Scimmiotto ringraziò, e il pusa se ne andò nell'Ovest.

Ritorniamo a Porcellino che, dentro il bosco, stava appunto pensando a Scimmiotto; a un tratto si sentì chiamare ai piedi del pendio: "Ehi, Otto Divieti, vieni giù con cavallo e bagagli!"

Il bestione riconobbe la voce, caricò in fretta e furia le sacche e uscì dal bosco incontro a Scimmiotto.

"Com'è andata, fratello?"

"Ho chiesto aiuto a Buon Augurio, che si è servito del bastone Drago Volante per catturare il mostro. In realtà era una specie di pantegana, una martora di pelo giallo. L'ha arrestata e portata in giudizio dal Buddha. Andiamo a tirar fuori il maestro dalla grotta."

Finalmente anche il bestione si poté rallegrare. Si precipitarono tutti e due nell'antro e fecero a pezzi tutti gli esseri malefici che incontrarono - lepri, volpi e cervi - l'uno con il suo rastrello, l'altro con la sbarra di ferro. Poi andarono a salutare e slegare il maestro nella corte posteriore. Quest'ultimo chiese: "Come siete riusciti a venire a capo del mostro?"

Scimmiotto narrò l'intervento del pusa. Il maestro espresse la propria infinita riconoscenza.

I due discepoli imbastirono un pasto di magro con il cibo che si trovava nella grotta. Dopo pranzo uscirono e ripresero la strada verso l'Ovest.

Se in fin dei conti non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il seguito.