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022 SABBIOSO · IN CUI PORCELLINO AFFRONTA UN GRAN DUELLO NELLE ACQUE DEL FIUME DELLE SABBIE MOBILI, E MOKSA ASSOGGETTA CONSAPEVOLE DELLA PUREZZA PER ORDINE DELLA LEGGE E DI GUANYIN.

Dice il racconto che il monaco cinese e i suoi due discepoli, superata felicemente la prova, impiegarono più di una giornata per valicare la catena montuosa del Vento Giallo e, sempre avanzando verso l'Ovest, giunsero in una vasta pianura. Nel rapido alternarsi della luce e delle tenebre, l'autunno era succeduto all'estate. Sui salici spogli sopravviveva qualche cicala intorpidita, la costellazione del Grande Fuoco volgeva anch'essa a ovest. Proseguendo il cammino, raggiunsero una vasta distesa di acque, ribollente di onde e di gorghi.

"Discepoli miei!" gridò sgomento Tripitaka dall'alto della sua cavalcatura. "Guardate quell'immensa distesa di acque. Com'è possibile che non ci navighi neppure un'imbarcazione? Come faremo ad attraversarla?"

"Sono acque turbolente; non meraviglia che non ci siano imbarcazioni ad affrontarle" rispose Porcellino, davanti allo spettacolo che si offriva ai loro occhi.

Scimmiotto balzò per aria e, facendosi solecchio con la mano, scrutò l'orizzonte. Si spaventò anche lui: "Maestro, è un bel guaio! Se non fosse che per il vostro vecchio Scimmiotto, basterebbe un colpetto di reni per trovarsi di là dal fiume. Ma per voi, maestro, non so proprio; sembrerebbe impossibile."

"Io non riesco nemmeno a vedere l'altra riva. A che distanza è?"

"Non mi stupisce; bisogna attraversare ottocento li buoni."

"E come lo sai, fratellone?" si stupì Porcellino.

"Devi sapere, mio saggio condiscepolo, che il vecchio Scimmiotto ha un paio d'occhi che gli permettono di vedere distintamente fortuna e disgrazia a una distanza di mille li, alla luce del giorno. Dall'alto non ho potuto vedere dove sfoci questo fiume, ma ho constatato che la larghezza è appunto di ottocento li."

Tripitaka, molto contrariato, sospirava e gemeva di disperazione; mentre stava per volgere indietro il cavallo, scorse sulla riva una stele. Si avvicinarono tutti e tre, e videro che la pietra recava nella parte superiore questa iscrizione in tre caratteri sigillari:

FIUME DELLE SABBIE MOBILI

Al centro si allineavano quattro colonne di piccoli caratteri in stile regolare normale:

PER OTTOCENTO LI LE SABBIE MOBILI.

PROFONDITÀ: TRE MIGLIA DI ACQUE MORTE.

LA PIUMA D'OCA NON PUÒ GALLEGGIARE,

FIORE DI GIUNCO COLEREBBE A PICCO.

Mentre maestro e discepoli leggevano la stele, le acque si sollevarono in onde altissime e ricaddero fragorosamente. Sorse dal loro seno il più orribile dei mostri:

Sulla testa un groviglio di capelli

Rosso fiamma. Pupille come lampade.

Fra blu e nera la faccia, color indaco.

Voce di tuono, da drago notturno.

Si copre il corpo di una cappa gialla

Che cintura di giunchi serra in vita.

Nove teschi gli pendono dal collo.

Reca in mano una mazza minacciosa.

Il mostro montò sulla riva come un uragano e si scagliò contro il monaco cinese. Scimmiotto, preso alla sprovvista, afferrò il maestro e volse la schiena, correndo verso le alture circostanti. Porcellino lasciò cadere i bagagli, impugnò il suo rastrello e calò un fendente sull'essere malefico; questi parò con la mazza, e i due si impegnarono a mostrare il loro valore in riva al Fiume delle Sabbie Mobili. Che duello!

Rastrello a nove denti contro mazza malefica,

I due si contrappongono in epico duello.

Fu l'uno l'ammiraglio dei Canneti Celesti,

L'altro, da generale, cortine arrotolava.

Essi, che in altri tempi si incontrarono a corte,

Si abbandonano adesso a lotta forsennata.

Al rastrello che affonda i suoi artigli di drago

La mazza contrappone la forza d'elefante.

Senza tregua si attaccano con ogni loro forza,

L'uno coi graffi e l'altro con i colpi robusti.

Sopra le Sabbie Mobili regna uno incontrastato,

L'altro si è assunto il compito di difender la fede.

Sostennero venti assalti senza giungere a una conclusione. Intanto Scimmiotto assicurava la protezione di Tripitaka, che aveva portato in luogo sicuro con cavallo e bagagli. Ma a vedere i due in battaglia, digrignava i denti e stringeva i pugni. Alla fine non ne poté più e tirò fuori la sua sbarra, con l'intenzione di partecipare alla mischia: "Maestro, restatevene qui seduto, tranquillo e senza paura; io avrei bisogno di sgranchirmi un pochino giocando con i ragazzi."

Tripitaka lo supplicò inutilmente di lasciar perdere; lui lanciò un sibilo e si precipitò sulla scena del combattimento nel momento più appassionante, mentre i due si impegnavano corpo a corpo. Scimmiotto roteò la sbarra e la calò sul cranio del mostro, che ebbe appena il tempo di rendersene conto e di disimpegnarsi a precipizio: scivolò nel fiume e scomparve sotto le acque. Porcellino schiumava dalla rabbia: "Stronzo, perché ti immischi? Cominciava appunto a indebolirsi e ad ansimare nel parare i miei colpi. In tre o quattro riprese lo avrei catturato. Ma quando ha visto il tuo brutto muso, non ha potuto far altro che scappare. E adesso come facciamo?"

Scimmiotto si mise a ridere: "Fratellino, non te la prendere. È un mese che non faccio ginnastica, da quando abbiamo vinto Vento Giallo e abbiamo lasciato le montagne. A vedere come te la godevi ad azzuffarti con questo bel mostro, non ho potuto resistere e ho fatto un salto per giocare anch'io. Ma questo tipo non è capace di divertirsi e preferisce scappare; chi l'avrebbe detto?"

Ritornarono da Tripitaka tenendosi per mano, chiacchierando e scherzando.

"Lo avete catturato, il mostro?" chiese il monaco cinese.

"Ha alzato i tacchi e si è rituffato nelle acque del fiume" rispose Scimmiotto.

"Discepoli miei, chissà da quanto tempo il mostro vive in questi paraggi: saprà tutto sul livello dell'acqua. Per guidarci attraverso questa distesa sconfinata di acque morte, dove non c'è alcuna imbarcazione, ci occorrerebbe proprio qualcuno con la sua esperienza."

"Giusto!" approvò Scimmiotto. "Lo dice anche il proverbio: rosso chi tocca il cinabro, nero chi tocca l'inchiostro. A forza di vivere qui, il mostro si intenderà per forza di problemi acquatici. Non dobbiamo ucciderlo, ma solo catturarlo e chiedergli di aiutarci a traghettare il maestro. Della sua sorte decideremo dopo."

"Dài, fratellone, non perdiamo altro tempo. Lascia come al solito al tuo vecchio Porcellino il compito di badare al maestro."

"Saggio condiscepolo" replicò ridendo Scimmiotto, "in questo caso, non mi potrei vantare di muovermi nel mio elemento: nell'acqua non sono del tutto a mio agio. Anche solo per camminarci dentro, devo recitare l'incantesimo che allontana le acque; oppure mi devo trasformare in pesce, gambero, granchio o tartaruga. Quanto ai trucchi, per terra, in montagna o per aria li conosco tutti e posso affrontare qualunque situazione, per quanto strana o insolita. Ma nell'acqua è meno difficile mettermi in imbarazzo."

"Be', il tuo vecchio Porcellino, quand'era Ammiraglio dei Canneti Celesti, comandava qualcosa come ottantamila marinai. Un'idea di che cosa sia l'acqua me la sono fatta. Ma se arrivasse tutta la banda, giovani e vecchi, sette od otto generazioni di branchie e pinne, gusci e chele, non so se riuscirei a cavarmela. E se riuscissero a incastrarmi?"

"Facciamo così: entri nell'acqua per ingaggiar battaglia, ma non ti fai agganciare più di tanto, non cerchi di batterlo ma gli lasci una certa prevalenza; poi lo attiri sulla riva, e lì si acquatta il tuo vecchio Scimmiotto e viene a darti manforte."

"Hai ragione, faremo così."

Si tolse abito e stivali ed entrò nell'acqua palleggiando il rastrello fra le mani. Con una tecnica che aveva appreso in altri tempi, si tuffò a testa in giù lanciando i piedi in aria, raggiunse il fondo e prese a camminarvi.

Intanto il mostro messo in fuga si era riparato nella sua tana; aveva avuto giusto il tempo di riprendere fiato, quando udì il rumore dell'acqua mossa da qualche intruso; si guardò intorno e vide che era Porcellino armato del suo rastrello.

"Ehi tu, monaco, dove credi di andare? Attento a te!" gli gridò il mostro brandendo la mazza.

Porcellino parò il colpo con il rastrello e rispose: "E tu che mostro sei, per avere l'audacia di sbarrarci la strada?"

"Così non mi conosci! Non sono né un mostro né un fantasma, e il mio nome e cognome ce l'ho anch'io."

"Se non sei un diavolo, perché uccidi la gente? Su, dimmi il tuo nome, se vuoi che ti risparmi la vita."

Il mostro dichiarò:

"Fin da ragazzo avevo forte temperamento,

Le strade percorrevo da vero giramondo.

Mi sono fatto un nome e sono divenuto

Dappertutto un modello per gente coraggiosa.

Andavo un po' dovunque, sulla terra e sull'acqua.

Con lo spirito teso ad apprendere il Tao

E cercare un maestro, viaggiavo per il mondo

Tendendo la fedele ciotola da elemosine.

Tanto viaggiai che infine finii per ripassare

Cento volte da luoghi già noti e frequentati.

Quando raggiunsi il vero e la luce del Tao,

Raccolsi la fanciulla ed il fanciullo alchemico,

Il metallo ed il legno dai padri separai.

Cola l'acqua dei reni nel lago Sala Chiara

Ed il fuoco del fegato penetra in Alta Torre.

Dopo tremila imprese potei vedere il Cielo

Ed il viso rivolsi alla Luce Verace.

L'Imperator di Giada, seduto sul suo trono,

Mi fece generale delle sacre Cortine

Arrotolate. Il titolo comporta grandi onori

Alla porta del Cielo e fin dentro la Sala

Di Nubi Misteriose. Là portavo l'emblema

Della tigre e la mazza per colpir la canaglia,

In capo un elmo d'oro più brillante del sole

E indosso un'armatura di prima qualità.

Fra le guardie del trono che intorno vanno e vengono

Nel celeste palazzo, avevo il primo posto.

Partecipavo un giorno ad un grande banchetto

Dalla regina madre, allo Stagno di Diaspro,

Là dove si teneva la Festa delle Pesche.

Fra quegli ospiti illustri, con stupor generale,

Ruppi una grande coppa. Fu una disattenzione.

Vide l'Imperatore di Giada e si adirò:

Si volse agli assessori, che emisero condanna.

Subito degradato, mi vidi trascinare

Al capestro. Ma volle interceder per me

L'Immortale dai Piedi Nudi, per mia fortuna.

Si mutò la sentenza dalla morte all'esilio

Presso le Sabbie Mobili. Qui giaccio e mi riposo

Quando son sazio, oppure vado a caccia di cibo.

Se incontro un boscaiolo, mi prendo la sua vita;

Sfortuna al pescatore: se mi vede, non torna!

Quanta gente ho mangiato, quanti peccati in più!

Oggi tu sei venuto a turbar casa mia,

Ma ti trovo attraente dal lato gastronomico.

Forse sarai coriaceo, ma ti si può tritare

E insaporire usando qualche salsina adatta."

Porcellino, a queste parole, vide rosso: "Brutto maleducato, figuriamoci! Porcellino è tutto polpa e sugo, e alla gente può solo far venire l'acquolina in bocca. Altro che coriaceo, da tritare, da insaporire con la salsa! Non sono mica un prosciuttello mummificato nel salnitro. Te la insegno io l'educazione: adesso ti do la rastrellata dei mortacci tuoi!"

Il mostro vide arrivare il colpo e lo schivò con la mossa chiamata la fenice abbassa la testa. La lotta si andò spostando dal fondo alla superficie, fino a svolgersi sulle onde ribollenti. Il duello fu molto diverso dal precedente, come potete vedere:

Generale delle Cortine

Arrotolate ed Ammiraglio

Dei Canneti celesti mostrano

Un bel repertorio di colpi.

Se rotea veloce la mazza,

Il tridente non è da meno.

S'innalzano le acque in tumulto,

Oscuran la luce del sole,

Come cadesse la cometa

Della disgrazia, o infuriassero

Tutti i diavoli dell'inferno.

L'uno difende il monaco cinese;

L'altro, acquatico mostro criminale.

Ferisce nove volte ad ogni colpo

Il rastrello terribile. La mazza

Ti spedisce all'inferno senza avviso.

Ciascun dei due è deciso a prevalere.

Il pellegrino in cerca di scritture

Si è trovato così nella tempesta.

Perche e carpe ci perdono le scaglie,

Le tartarughe il guscio; i gamberetti,

Poverini, ci lasciano la buccia.

Gli dèi delle acque innalzano preghiere

Perché cessi il baccano. Tutto il mondo

Sotto il cielo offuscato si spaventa.

Lottarono per quattro ore buone, senza vincitore né vinto. Era la battaglia del catino di bronzo contro la scopa di ferro, della pietra di giada contro la campana di metallo.

Intanto Scimmiotto montava la guardia accanto al monaco cinese: mentre da lontano contemplava la lotta sulle acque, la sua impazienza cresceva; ma il momento di intervenire non era ancora giunto. A un tratto vide Porcellino, dopo un colpo del rastrello andato a vuoto, fingere la disfatta e fuggire verso la riva orientale. Il mostro lo inseguiva e stava per giungere a riva quando Scimmiotto, non potendone più, abbandonò il maestro, sfoderò la sua sbarra, balzò in riva al fiume e calò un fendente sulla sua testa. Il mostro ebbe il tempo di rendersi conto della situazione e si rituffò nell'acqua.

"Equipuzio di merda!" urlò Porcellino. "Sei il solito scimmione precipitoso! Se tu avessi saputo scegliere il tempo, me lo sarei tirato dietro su un'altura, in modo da tagliargli la ritirata. Adesso che hai fatto cilecca e te lo sei fatto scappare, quando pensi che si degnerà di farsi rivedere?"

"Dài, bestione, non strillare" replicò ridendo Scimmiotto. "Lascia perdere. Ritorniamo dal maestro."

Porcellino e Scimmiotto risalirono l'altura verso Tripitaka.

"Cari discepoli, quanta pena vi date!" disse il maestro inchinandosi.

"Non me ne parlate!" rispose Porcellino. "Sarebbe andato tutto bene se avessimo catturato il mostro per farvi attraversare il fiume."

"Come si è svolto il combattimento?"

"Il mostro è della forza del vostro vecchio Porcellino. Ho finto di perdere e di fuggire, e sono riuscito a farmi inseguire sulla riva. Ma appena ha visto il mio condiscepolo con la sbarra in mano, si è di nuovo messo in salvo nell'acqua."

"E allora che cosa faremo, adesso?"

"Non prendetevela, maestro" intervenne Scimmiotto, "e non preoccupatevi. Ormai è sera: restate qui mentre vado a mendicare del cibo adatto; quando avremo mangiato dormiremo, e domani riesamineremo la situazione."

"D'accordo; vai e ritorna presto" concluse Porcellino.

Scimmiotto balzò nelle nuvole e ritornò poco dopo con cibo di magro, che aveva mendicato nel Nord. Vedendolo ritornare così presto, Tripitaka suggerì: "Consapevole del Vuoto, perché non andiamo da questa gente che ti ha fatto l'elemosina? Non sarebbe meglio chiedere aiuto a loro per attraversare il fiume, che prendersela con il mostro?"

"Ma non è gente che stia da queste parti" replicò Scimmiotto scoppiando a ridere. "Abiteranno perlomeno a sei o settemila li di distanza. Che ne possono sapere di questo fiume? Non serve nemmeno chiederglielo."

"Non prenderci in giro, fratellone" fece Porcellino. "Sei o settemila li! E come avresti fatto ad andare e tornare in un baleno?"

"Ma non sai che, con la capriola nelle nuvole, faccio balzi di cento ottomila li? Figurati per una distanza così corta: alzo un dito e sono andato e tornato. Per me è una sciocchezza."

"Se è così facile, prenditi in groppa il maestro, alza il dito e salta dall'altra parte del fiume. Perché star qui a prendersela con i mostri locali?"

"Sulle nuvole sei capace di salire anche tu. Perché non te lo porti tu dall'altra parte del fiume?"

"Il fatto è che il maestro, con le sue ossa e i suoi muscoli di mortale, pesa più del Monte Tai. Non riuscirei mai a sollevarlo sulle nuvole. Ci vuole proprio il tuo metodo della capriola."

"I metodi si assomigliano tutti: la differenza sta solo nella distanza che si riesce a coprire. Tu non lo puoi sollevare, e non posso nemmeno io. Non si dice forse che il Monte Tai è leggero da sollevare più di un grano di senape, in confronto allo sforzo che ci vorrebbe per togliere un mortale dalla polvere di questo basso mondo? Anche quel mostro tremendo, che sapeva soffiare quel vento impossibile di tutti i diavoli, avrebbe potuto tirarsi dietro il maestro o trascinarlo per terra - mai sollevarlo nello spazio. Eppure di trucchi ne conosco anch'io: so rendermi invisibile, accorciare le distanze, di tutto un po'. Ma occorre invece che il maestro attraversi tutti questi strani paesi, uno dopo l'altro, senza poter scavalcare l'oceano di amarezza. Perciò ogni passo ci costerà fatica. Noi possiamo soltanto fargli da guardiani, proteggere la vita e la persona. Non possiamo prendere su di noi le sue sofferenze, né cercare le scritture per lui. Se corressimo noi davanti al Buddha, non ci darebbe i sutra, né a te né a me. È il caso di dirlo: ciò che è facile da ottenere, non vale niente."

Porcellino ascoltava il discorso edificante e lo approvava parola per parola. Consumarono il loro semplice pasto senza contorni, e si stesero a riposare con il maestro ai piedi di una rupe, a est del Fiume delle Sabbie Mobili.

L'indomani mattina Tripitaka chiese: "Consapevole del Vuoto, oggi che cosa facciamo?"

"Non mi pare che ci sia gran che da fare, salvo mandare al fiume Otto Divieti."

"Come dire che non te ne vuoi più immischiare, e che devo sbrigarmela da solo, fratellone?" chiese Porcellino.

"Questa volta, saggio condiscepolo, voglio frenare i bollenti spiriti. Ti lascerò il tempo di attirarlo sulla riva e di portarlo dove si possa tagliargli la ritirata. Abbiamo proprio bisogno di prenderlo."

Il bravo Porcellino si strofinò la faccia, raccolse le sue energie, impugnò il rastrello, scese al fiume, ci si tuffò e ritornò alla tana del mostro. Questi si stava giusto svegliando, quando avvertì il rumore nell'acqua. Sporse il capo per vedere che cosa avveniva, e vide avvicinarsi Porcellino con il suo rastrello. Subito balzò a sbarrargli la strada gridando: "Non un passo di più, attento a te!"

Porcellino parò il colpo: "Quel bastone lì è buono da portare ai funerali, dove puoi dare ordini ai tuoi bisavoli, figlio mio" motteggiò.

"Povero scemo, tu non sai che cos'è questa mazza!

È una mazza famosa, fabbricata

Con il legno del sâla, grande pianta

Che cresce sulla luna. Fu Wu Gang

Che un ramo ne tagliò, mentre Lu Ban

La fabbricò con tutta la sua arte:

D'oro massiccio dentro mise un cuore

E la legò di perle tutto attorno.

Il suo nome è la Mazza Spaccadiavoli,

Un'arma fabbricata per la corte.

Quando fui nominato generale

Mi fu affidata dall'imperatore.

Si allunga o si raccorcia su richiesta,

Posso farla più grossa o assottigliarla.

Proteggeva il sovrano nei banchetti

E vedeva inchinarsi gli immortali

Davanti alle cortine arrotolate.

Questa è un'arma divina, misteriosa,

Non è oggetto da semplici mortali.

Da quando mi cacciarono dal Cielo

Sempre mi ha accompagnato fino ad oggi.

Senza vantarmi posso ribadire

Che nessun'arma è degna di affrontarla.

Altro che quel tuo misero rastrello,

Buono soltanto per raspare l'erba!"

Porcellino si mise a ridere: "Brutta bestia, vedo che hai bisogno di una lezione. Lascia stare l'erba: quando l'avrò data a te, una raspatina, non saprai nemmeno dove spalmarti la pomata e schizzerai sangue da nove buchi. Se non ci lascerai la buccia, perlomeno resterai storto per il resto dei tuoi giorni."

Vennero alle mani, e ancora una volta la lotta si spostò dal fondo alla superficie. Fu un duello ancor più duro del precedente. Ecco qua:

Rotea la mazza, s'abbatte il rastrello:

Non parole, ma fatti corpo a corpo.

Non si vedono vinto e vincitore,

Ma solo acque in tumulto per i colpi.

L'uno brucia per l'ira, freme l'altro

Di amor proprio ferito. Le prodezze

Di rastrello e di mazza si moltiplicano.

Sbuffano e penan nell'acqua sconvolta.

Quello con il rastrello vuol portare

Il nemico alla riva; mentre l'altro

Tende prudente a rimanere sotto.

Dentro l'acqua il tumulto è insostenibile,

Dèi e diavoli corrono a nascondersi.

Dopo più di trenta scontri equilibrati, Porcellino finse di nuovo di trovarsi in difficoltà e volse la schiena, e il mostro lo inseguì nuovamente verso la riva in un gran ribollire di onde e schiuma.

"Vedrai, maledetto! Sali sull'argine, che te la farò vedere io!" gridava Porcellino.

"Non mi prendi in giro, bello mio! Tu nascondi lì il tuo complice: torna nell'acqua! È qui che ci battiamo!"

Il mostro non ci cascava: continuava a gridare e ingiuriare, ma non usciva dall'acqua.

Scimmiotto, esasperato, non ne poteva più: "Maestro, restate qui seduto e lasciatemi fare il colpo dell'aquila affamata che si butta sulla preda."

Si lanciò nello spazio e cadde a piombo dall'alto per afferrare il mostro. Quest'ultimo, mentre proseguiva il suo duello verbale, udì un sibilo nell'aria, alzò la testa, vide Scimmiotto che gli precipitava addosso, si tuffò a testa in giù e scomparve senza lasciare traccia.

"Mi è scivolato via fra le dita!" gridò Scimmiotto a Porcellino. "Non tornerà certo a galla una terza volta. Come la mettiamo?"

"Non so che dire. Di metterlo sotto non sono capace. Anche se adopero tutta l'energia che ho succhiato con il latte di mia madre, resteremo sempre pari e patta."

"Andiamo a vedere il maestro."

Risalirono da lui sull'altura e gli esposero le difficoltà che incontravano nella cattura del mostro.

"Se siamo ridotti a questo punto, come passeremo?" gemeva Tripitaka, con gli occhi bagnati di lacrime.

"Non prendetevela troppo, maestro" rispose Scimmiotto. "Naturalmente è un bel problema andare avanti con questo mostro che si rimpiatta in fondo al fiume. Tu, Otto Divieti, resta qui con il maestro e non provocare altri scontri finché non sarò ritornato dai mari del Sud."

"Fratellone, che cosa ci vai a fare, nei mari del Sud?"

"Vado a sentire la pusa Guanyin. L'ha inventata lei questa storia della ricerca delle scritture: tocca a lei cavarci dai guai. Il Fiume delle Sabbie Mobili ci sbarra la strada: non si può andare avanti. Come ce la caviamo, senza il suo aiuto? Aspettate che la vada a sollecitare; è più pratico che continuare a battersi con questa creatura malefica, che sul più bello ci scappa via."

"Va bene, non hai tutti torti" disse Porcellino. "Quando la vedrai, non mancare di esprimerle la mia profonda riconoscenza per i suoi santi insegnamenti."

"Novizio" tagliò corto Tripitaka, "se devi andare dalla pusa, non stare a perder tempo: prima parti, prima torni."

Scimmiotto fece la capriola nelle nuvole e arrivò ai mari del Sud; in meno di un'ora il paesaggio del Monte Potalaka si presentava a suoi occhi. Discese davanti al boschetto dei bambù porporini, e le divinità delle ventiquattro strade gli vennero incontro.

"Che cosa conduce qui vostra santità?" chiesero.

"Vengo a consultare la pusa, perché il mio maestro si trova in difficoltà."

"Prego, accomodatevi attendete che vi annunciamo."

Il dio di servizio si recò nella Grotta del Rumore di Marea ad annunciare: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto chiede udienza per affari urgenti."

Guanyin, in compagnia della principessa del Drago Porta Perle, se ne stava appoggiata al parapetto dello Stagno dei Loti Preziosi a contemplare i fiori. Ricevuto l'annuncio, ritornò alla Rupe delle Nuvole e lo ricevette. Il grande santo salutò dignitosamente.

"Perché ritorni sempre qui, invece di restare a proteggere il monaco cinese?"

"Al villaggio dei Gao, il mio maestro ha accettato un nuovo discepolo, che si chiama Porcellino Otto Divieti, in religione Consapevole delle Proprie Capacità, per grazia vostra. Poi abbiamo attraversato la Catena del Vento Giallo e ora siamo davanti al Fiume delle Sabbie Mobili, largo ottocento li e profondo tre miglia di acque morte. Già non è facile farlo attraversare al maestro della legge. Per di più, il fiume ospita un mostro molto competente in fatto di arti marziali. Consapevole delle Proprie Capacità gli ha dato battaglia per tre volte nell'acqua, ed è stato bravissimo, ma non è riuscito a vincerlo. Continua a sbarrarci il cammino: non possiamo attraversare il fiume. Perciò sono venuto a esporvi la situazione, sperando che nella vostra grande bontà ci vorrete dare una mano."

"Benedetta scimmia, sei sempre il solito! Troppo presuntuoso! Perché non hai parlato a quel mostro della tua missione di proteggere il monaco cinese?"

"Tutto ciò che volevamo da lui, era di catturarlo per farci aiutare a traghettare il nostro maestro. Io non sono pratico dell'acqua, chi è andato a cercarlo è stato Consapevole delle Proprie Capacità. Lui gli ha parlato, ma non so se abbia menzionato la ricerca delle scritture; non credo."

"Questo mostro del Fiume delle Sabbie Mobili è il Generale delle Cortine Arrotolate esiliato sulla terra, che ho convertito al bene e incaricato di proteggere il pellegrino in cerca dei sutra. Se tu gli avessi detto che eravate gente dell'Est in viaggio per cercare le scritture, non vi avrebbe combattuto, ma si sarebbe messo spontaneamente a vostra disposizione."

"Adesso ha paura e non vuole risalire a galla. Si è insabbiato sul fondo. Come fare a sottometterlo e a farci aiutare per traghettare il maestro di là dalle acque morte?"

La pusa fece chiamare Hui'an, cavò dalla manica una piccola zucca rossa e gliela porse dicendo: "Prendila e accompagna Scimmiotto Consapevole del Vuoto al Fiume delle Sabbie Mobili. Chiamerai Consapevole della Purezza, e quando emergerà gli chiederai di mettersi a disposizione del monaco cinese. Poi unirai i nove teschi nella disposizione dei nove palazzi, e collocherai la zucca nel mezzo. Così otterrai una barca della Legge, capace di traghettare il monaco cinese."

Hui'an prese rispettosamente le consegne e uscì dalla grotta in compagnia di Scimmiotto, che reggeva la zucca. Partirono dal boschetto di bambù per eseguire gli ordini ricevuti. Lo attestano i versi:

Riconoscerà il maestro assegnato

Ponendo gli elementi in armonia.

Elaborato l'io, la base è pronta:

Egli discernerà il bene dal male.

Il metallo ritorna alla natura

Ed il legno sollecita misura.

La doppia terra assume la pienezza(23).

Mescolati, acqua e fuoco non fan polvere.

La loro nuvola li portò presto sulla riva del fiume. Porcellino riconobbe in Hui'an il novizio Moksa e lo condusse dal maestro. Mentre si scambiavano i saluti, Porcellino disse: "Grazie alle vostre istruzioni, ho avuto il privilegio di incontrare la pusa e, seguendo i suoi insegnamenti, ho avuto la fortuna di entrare nell'ordine monastico. Poiché siamo sempre stati in viaggio, finora mi è mancata l'occasione di esprimervi la mia riconoscenza. Vogliate scusarmi."

"Lascia perdere le finezze" interruppe Scimmiotto, "dobbiamo sistemare quel bel tipo."

"Di chi parli?" chiese Tripitaka.

"Ho raccontato la nostra situazione alla pusa, e lei mi ha detto che il mostro non è altri che il Generale delle Cortine Arrotolate, mandato in esilio per una colpa commessa in Cielo. Diventato mostro aveva scordato la sua prima forma; ma la pusa lo ha nuovamente convertito al bene e lo ha incaricato di accompagnarci nell'Ovest. Noi però non abbiamo pensato di parlargli della ricerca delle scritture: solo per questo si è battuto con noi. Guanyin ha mandato Moksa con questa zucca, che servirà per fabbricare una barca della Legge, con cui potrete attraversare il fiume."

A queste parole, Tripitaka rivolse segni di rispetto verso sud e disse a Moksa: "Reverendissimo, spero tanto che la cosa non prenda molto tempo."

Moksa prese la zucca, fra nubi e brume si portò sul fiume e gridò: "Consapevole della Purezza! Consapevole della Purezza! È un pezzo che ti attendono, i pellegrini in cerca delle scritture. Che cosa aspetti a presentarti?"

Sappiamo che il mostro, per paura di Scimmiotto, si era rifugiato in fondo alle acque e riposava nella sua tana. Quando si sentì chiamare con il suo nome in religione, non poté dubitare che Guanyin c'entrasse in qualche modo. Quando poi sentì dire che i pellegrini erano giunti, senza più pensare ad armi e pericoli, mise fuori la testa e riconobbe il novizio Moksa. Gli si accostò tutto contento e lo salutò dicendo: "Reverendissimo, scusatemi di non essere venuto ad accogliervi. Ma dov'è la pusa?"

"Non è qui; ha mandato me a ordinarti di diventare senza indugio discepolo del monaco cinese. Mi ha anche detto di disporre i teschi che porti al collo come i nove palazzi, e di aggiungervi questa zucca in modo da formare una barca della Legge, che consenta la traversata delle acque morte."

"E dove sono i pellegrini in cerca delle scritture?" chiese Consapevole della Purezza.

"Eccoli là, seduti sulla riva orientale" rispose Moksa indicandoli.

"Mi domando da dove venga quella maledetta creatura, che mi ha combattuto per due giorni" esclamò Consapevole della Purezza vedendo Porcellino. "Non mi ha mica parlato di ricerche di scritture." Poi riconobbe anche Scimmiotto: "E quello lì è il suo complice, un tipo molto pericoloso. Mi dispiace, ma ci rinuncio."

"Uno è Porcellino Otto Divieti, l'altro Scimmiotto il Novizio. Non hai nulla da temere: sono entrambi discepoli del monaco cinese, convertiti dalla pusa. Vieni, che ti presento anche il monaco cinese."

Consapevole della Purezza si decise finalmente a posare la mazza, si rassettò e balzò sulla riva per andarsi a inginocchiare davanti a Tripitaka: "Maestro, il vostro discepolo deve aver perso le pupille degli occhi per non aver saputo riconoscere il vostro venerato volto. Vi ho molto offeso, ma spero ardentemente che mi perdonerete."

"Razza di scemo!" si intromise Porcellino. "Potevi pensarci prima, invece di perdere tempo ad attaccarmi. Che cos'hai da dire a tua discolpa?"

"Fratellino" intervenne ridendo Scimmiotto, "non lo sgridare. È colpa nostra se non gli abbiamo parlato della ricerca delle scritture, e non ci siamo nemmeno presentati."

"Vuoi tu abbracciare la nostra dottrina con cuore sincero?" domandò Tripitaka.

"Mi ha già convertito Guanyin; pensando al Fiume delle Sabbie Mobili, mi ha dato il nome di Sabbioso Consapevole della Purezza. Si capisce che non voglio altro che seguirvi, maestro."

"Se le cose stanno così" ordinò Tripitaka, "Consapevole del Vuoto, prendi il rasoio delle tonsure e radigli i capelli."

Scimmiotto ubbidì e ridusse la sua testa tonda rasa. Poi Consapevole della Purezza ritornò a presentare i suoi rispetti, nell'ordine, a Tripitaka, a Scimmiotto e a Porcellino; e lo faceva con così distinto stile monacale, che Tripitaka gli diede il soprannome di Bonzo. D'allora in poi fu chiamato anche Sabbioso il Bonzo.

"Poiché sostiene e abbraccia il nostro insegnamento, non perdiamo altro tempo" dichiarò Moksa. "Costruiamo senz'altro la barca della Legge."

Sabbioso seguì le istruzioni di Guanyin, costruì l'imbarcazione con i teschi e la zucca, e pregò il maestro di montarvi sopra. Tripitaka ubbidì e si sedette al centro: il natante era comodo e sicuro come una barca leggera. Porcellino e Sabbioso nuotavano a destra e a sinistra, Scimmiotto seguiva su una nuvola con il cavallo-drago, e Moksa dall'alto vegliava su tutti quanti.

Così il maestro attraversò senza intoppi il Fiume delle Sabbie Mobili, scivolando su acque rese calme e lisce.

La traversata avvenne con la rapidità di una freccia: in breve sbarcarono sull'altra riva. Il maestro non aveva subito né uno schizzo, né una pillacchera; piedi e mani erano asciutti; si conservava puro e immacolato nel non-agire. Quando i pellegrini furono sulla terraferma, Moksa scese dalla nuvola per ricuperare la sua zucca. I teschi invece scomparvero, trasformandosi in nove correnti d'aria yin.

Tripitaka si inchinò davanti a Moksa e gli affidò i suoi saluti e ringraziamenti per Guanyin. Fu così che

Ritornò Moksa nei mari del Sud,

Cavalcò Tripitaka verso l'Ovest.

Se poi, in fin dei conti, non sapete quanto tempo ci volle per ottenere il frutto della loro ricerca, ascoltate il seguito.