Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo23

023 ARTI DI SEDUZIONE DI UNA VEDOVA · IN CUI TRIPITAKA NON DIMENTICA LA SUA NATURA DI BUDDHA, QUANDO QUATTRO SANTITÀ METTONO ALLA PROVA LO SPIRITO DI MEDITAZIONE.

È ben lunga la via per l'Occidente,

Quando la brina fa cadere i fiori.

Non allentar le briglie della scimmia,

Frena il ronzino senza usar la frusta!

Madre del legno, padre del metallo,

Donna gialla e neonato vanno insieme.

Chi è nel vero coi denti spezza il ferro:

Così pervieni a perfetta saggezza.

In altre parole, questo capitolo mostra che la strada della ricerca delle scritture è di quelle che richiedono alla persona di consacrarsi interamente all'essenziale.

I quattro pellegrini, dopo aver compreso la verità dell'essenza delle cose, avevano spezzato le illusorie catene di polvere e varcato le sabbie mobili dell'oceano della natura che era in loro. Superati gli ostacoli, avanzavano sulla strada maestra dell'Ovest. Attraversarono innumerevoli colline azzurre e acque verdi, perdendosi nella contemplazione dei fiori selvatici e delle immense distese d'erba. Succedendosi i giorni e le notti, anche l'autunno volgeva al termine. Ecco:

Aceri rossi dominano i colli.

Vanno tacendo le ultime cicale,

Stridono lamentose cavallette.

Si apron del loto i ventagli venati,

Globi d'oro ricoprono l'arancio.

Stormi di oche selvatiche punteggiano

In lunghe file lo spazio infinito.

Mentre camminavano, venne la sera.

"Discepoli miei" disse Tripitaka, "ecco che si fa tardi; dove troveremo un riparo per la notte?"

"Maestro" replicò Scimmiotto, "vi sbagliate. La gente come noi, che ha lasciato la sua famiglia, vive d'aria pura e di acqua fresca, dorme sotto la luna su un guanciale di brina: dappertutto è a casa sua. A che ci serve un riparo per la notte?"

"Fratellone" protestò Porcellino, "devi pur rendertene conto: tu te ne vai in giro come un ballerino, a mani vuote, e non badi ai poveri cristi che ti portano le valigie. Da quando abbiamo attraversato il Fiume delle Sabbie Mobili, so io quante salite abbiamo fatto, e per quanto mi riguarda, tutte con un bel carico sulle spalle. Dobbiamo pur trovare un posto per ristorarci e riprendere le energie: è la sola cosa sensata da fare."

"Via, bestione mio" replicò Scimmiotto, "non prendere quel tono di rimprovero. Non sei mica più con i Gao, dove prendevi quello che ti faceva comodo e davi se ne avevi voglia. Adesso sei nella comunità monastica, c'è una regola da rispettare; le pene e le privazioni da sopportare fanno l'orgoglio del bravo discepolo."

"Fratello, ma tu lo sai quanto pesa questa roba?"

"Fratellino, siete voi che la portate, io non la tocco più da un pezzo. Non me ne ricordo nemmeno."

"Ma tu fa un po' il conto:

Quattro stuoie di giunco ed otto corde

Più o meno lunghe, roba da proteggere

Dalla pioggia. Poi aggiungi le coperte

Di feltro, tre o quattro. Il tutto appoggia

Su una pertica alquanto scivolosa,

Benché alle estremità abbia aggiunto un chiodo.

Poi c'è il bastone pastorale, in ferro

Damaschinato in bronzo, che ha un bel peso.

E per finire la cappa di giunco.

Il tuo vecchio Porcellino pena tutti i giorni sotto questi pesi. Tu fai il discepolo elegante del signor maestro, ma io ci sto solo a fare il facchino."

"Bestione!" disse Scimmiotto mettendosi a ridere. "Ma con chi stai parlando?"

"Parlo con voi, signore."

"Be', hai torto di prendertela con me. Io mi occupo del maestro, tu e Sabbioso dei bagagli e del cavallo. Se non fai il tuo lavoro, come gli altri fanno il loro, finirai per rimediare qualche scapaccione."

"Non incominciamo a minacciare violenze, per il gusto di umiliare la gente. Figuriamoci se tu porteresti pesi, con le arie che ti dài. Il cavallo però è grande e grosso, più bestione di me, e porta solo un vecchio monaco non tanto grasso. Gli si potrebbe mettere in groppa qualcosa di più, sarebbe un segno di solidarietà fraterna fra condiscepoli."

"Non vorrai mica trattarlo da cavallo! Guarda che non è un quadrupede qualsiasi: è il figlio di Aojun, il re drago dei mari occidentali, ha i titoli di cavallo-drago e di terzo principe. Aveva provocato un incendio in una sala del palazzo, e certe perle erano andate distrutte. Suo padre lo accusò di aver mancato di pietà filiale e lui fu condannato a morte: gli salvò la vita la pusa Guanyin. Rimase per parecchio tempo ad aspettare il maestro al Torrente del Dolore dell'Aquila. La pusa gli ha tolto le scaglie, levato le corna e ritirato la collana di perle per trasformarlo in cavallo, affinché adempia il voto di trasportare il maestro che va a presentare i suoi omaggi al Buddha. Ciascuno ha le sue prove e i suoi meriti; non sono fatti tuoi."

"Ma è proprio un drago?" intervenne Sabbioso.

"Si capisce."

"Fratello" riprese Porcellino, "ho sentito raccontare che, secondo gli antichi, il drago sa soffiare nuvole, produrre nebbia, spandere polvere, sollevare sabbia; che può scavalcare montagne con un salto, invertire il corso del fiume, sconvolgere il mare. Ma allora, come mai quello lì cammina così piano?"

"Perché, vuoi vederlo correre? Ti servo subito."

Il bravo Scimmiotto scosse la sua sbarra cerchiata d'oro, producendo nell'aria mille scie colorate. Il cavallo, per timore di essere battuto, alzò gli zoccoli e schizzò via come il lampo. Il maestro, che non aveva la forza di trattenerlo, gli si abbandonò aggrappandosi alla criniera, finché in cima al pendio il cavallo rallentò l'andatura.

Allora Tripitaka riprese fiato, alzò gli occhi e vide magnifici edifici all'ombra di un boschetto di pini:

Fronde di cedri incornician le porte

Degli edifici in cima al colle azzurro,

Tra pini alteri e bambù variegati.

Siepi di crisantemi decorate

Dalla brina, dal ponte le orchidee

Rosso sangue ricadono sull'acqua.

In serena e maestosa architettura,

Alte sale delimitano i nitidi

Muri a calce. Non vi è essere vivente

Nella pace d'autunno.

Il maestro, appoggiato alla sella, esaminava la scena quando il discepolo Consapevole del Vuoto lo raggiunse: "Non sarete mica cascato dal cavallo, maestro?"

"Maledetta scimmia, ti ho visto! Sei stato tu a spaventare il cavallo. Per fortuna sono riuscito a conservare l'equilibrio."

"Maestro, non prendetevela" disse Scimmiotto sorridendo. "È colpa di Porcellino, criticava il cavallo perché camminava troppo piano. Perciò l'ho fatto andare più svelto."

Il bestione, che aveva dovuto affrettare il passo sulle orme del cavallo, arrivò ansimante brontolando: "Non ne posso più! Ho la pancia vuota e la schiena rotta, sapete. Ho già un carico troppo pesante, che non riesco a portare, e per di più mi fate correre a perdifiato dietro al cavallo."

"Discepoli, guardate là" invitò Tripitaka; "c'è una residenza dove potremmo chiedere di pernottare."

Scimmiotto, guardando in alto, notò che gli edifici erano sovrastati da una cappa di brume di buon augurio. Capì che doveva trattarsi di trasformazioni soprannaturali predisposte da buddha e immortali, ma si guardò bene dallo svelare i celesti disegni e si accontentò di rispondere: "Va bene, andiamo a chiedere ospitalità."

Tripitaka, sceso da cavallo, vide che la torre d'ingresso era decorata da spirali di loto e da trombe d'elefante, con pilastri dipinti e travi scolpite. Sabbioso teneva il cavallo, mentre Porcellino posò il carico e osservò: "È una casa di gente ricca."

Scimmiotto si mosse per entrare, ma Tripitaka lo trattenne: "No! Siamo monaci, tu e io, e dobbiamo evitare qualsiasi comportamento criticabile. Non si può entrare senza permesso. Aspettiamo che qualcuno si faccia vedere, e gli chiederemo rispettosamente asilo. Non si può fare altro."

Porcellino andò a legare il cavallo e si accasciò sull'erba, ai piedi del muro di cinta, Tripitaka si sedette su un tamburo di pietra, Scimmiotto e Sabbioso si appoggiarono al parapetto della terrazza. Aspettarono un pezzo, ma nessuno comparve. Scimmiotto finì per spazientirsi e, senza chiedere il parere di nessuno, entrò a esplorare: vide una grande sala a tre campate, rivolta a sud, con alti tendaggi. Sopra la porta pieghevole era appeso un dipinto di formato orizzontale, che rappresentava paesaggi di montagne di longevità e mari di felicità. Sulle colonne laccate d'oro erano appesi cartoncini scarlatti che recavano distici per l'anno nuovo, come:

Esile salice dondola i rami

Sul ponte sottile la sera.

Nevican petali di fior di pesco

Nell'ampia corte a primavera.

Al centro era collocato un tavolino nero di lacca opaca, che reggeva un antico brucia profumi di bronzo in forma di animale fantastico. C'erano sei poltrone. Ai quattro angoli delle pareti erano appesi quattro pannelli che rappresentavano le stagioni.

Scimmiotto stava appunto sbirciando qua e là, quando udì rumor di passi dalla porta che dava verso l'interno e vide apparire una signora di una certa età che gli chiese con voce musicale: "Chi siete? Siete entrato non invitato nella casa di una vedova."

"L'umile monaco che sono" rispose Scimmiotto preso alla sprovvista, assumendo un atteggiamento contrito, "viene dal paese dei grandi Tang dell'Est e ha la missione di recarsi a ovest per sollecitare le scritture dal Buddha. Siamo quattro persone e stavamo attraversando questa nobile regione al cader della sera. Perciò ci siamo presi la libertà di accostarci alla pia dimora della nostra rispettabile donatrice, per sollecitare l'ospitalità per una notte."

"Reverendo" rispose la donna con un sorriso di buona accoglienza "dove sono gli altri tre? Vi prego, fateli entrare."

Scimmiotto si mise a gridare a squarciagola: "Maestro, ci pregano di entrare!"

Tripitaka si decise ad avventurarsi all'interno, accompagnato da Porcellino e Sabbioso con bagagli e cavallo. La donna andò loro incontro per accoglierli; Porcellino la squadrava dalla testa ai piedi a occhi socchiusi, con aria di intenditore. Vi chiederete com'era abbigliata:

Vestiva un abito di broccato tessuto in ramia, color verde mandarino, e sopra un bolero rosa; alla vita era serrata una gonna di broccato ricamata in giallo zampa d'oca, con calzature fiorite dai tacchi alti.

L'acconciatura alla moda di corte, sotto un velo di garza nera, distribuiva i capelli in due chignon bicolori a forma di drago acciambellato, trattenuti da un pettine d'avorio con smalti vermigli e smeraldo. Ai lati i capelli erano fissati da due spille d'oro rosso. Le bande vaporose volavano come ali di fenice; dagli orecchini pendevano varie file di perle.

Senza cipria né belletto, la bellezza naturale del suo incarnato conservava il fascino della giovinezza.

Vedendoli tutti insieme, raddoppiò la sua amabilità e li invitò a entrare nella sala di ricevimento. Dopo gli scambi di cortesie, li fece sedere e li pregò di attendere il tè. Una piccola cameriera con le crocchie di capelli ricadenti comparve discreta da dietro un paravento, recando tazze di giada bianca su un vassoio d'oro:

Si spande il caldo vapore del tè profumato,

Strani frutti sprigionano misteriosa fragranza.

Rimboccando le larghe maniche di seta dai colori cangianti, per scoprire dita sottili come le più delicate cipolline primaverili, la dama prese a due mani le tazze, una per una, per onorare ciascuno e offrirgli il tè. Poi ordinò di preparare un pranzo vegetariano.

"Nobile donatrice" chiese Tripitaka giungendo le mani, "posso permettermi di informarmi sul vostro nome e sul vostro paese?"

"Vi trovate nel continente Godâniya, dell'Ovest. Il nome della famiglia della vostra umile serva è Mentì(24), e quello del suo defunto marito Noncè(25). Avemmo la sfortuna di perdere i miei suoceri quando eravamo molto giovani, ed ereditammo il loro patrimonio: centinaia di migliaia di filze di sapeche, diecine di migliaia di arpenti di terreni fertili. Il destino non ci concesse figli maschi: ho avuto solo tre figlie. Da due anni la sventura mi ha colpito di nuovo, facendomi perdere il marito; il periodo di lutto si è compiuto appunto quest'anno. Questo ingente patrimonio ci è stato lasciato invano: non abbiamo altri parenti. Mi vorrei risposare, ma è difficile abbandonare tante ricchezze. La vostra visita, reverendi, oltre a onorarmi, viene al momento giusto. Anche noi, madre e figlie, siamo quattro, e ci vorremmo sposare con mariti che vengano a stabilirsi qui. Mi sembra una coincidenza davvero fortunata, ma non so ancora che cosa ne pensiate, né se acconsentireste."

A queste parole Tripitaka si finse sordo e muto. Chiuse gli occhi per calmare i battiti del cuore e restò in silenzio.

"Abbiamo più di trecento mu di terre irrigue" riprese la vedova; "più di trentamila mu di altre terre agricole, un'estensione non minore di foresta, prato e frutteto, mille capi di bufali gialli, mandrie di cavalli e di muli, una quantità innumerevole di maiali e di pecore. Disponiamo ai quattro orienti di una settantina di granai con le loro aie per la trebbiatura. Abbiamo scorte di granaglie per otto o nove anni, di seta per dieci, e poi oro argento che non riuscireste mai a spendere tutto nel corso di una vita intera. Non parliamo poi della freschezza primaverile celata dietro le nostre cortine di broccato, dove vi attendono bellezze ornate da due file di spille d'oro. Se acconsentite, maestro e discepoli, a mutare i vostri piani e rinunciare ai vostri voti, se accettate di entrare come mariti nella nostra umile dimora, godrete di ogni lusso, agio e voluttà. Non è meglio che penare e faticare tanto per seguire la strada dell'Ovest?"

Tripitaka restava inebetito, muto come un sasso.

"Io sono nata all'ora del gallo, il terzo giorno della terza luna dell'anno del porco. Quest'anno compio quarantacinque anni; il mio defunto marito aveva tre anni più di me" precisò la vedova. "La mia prima si chiama Sincerità e ha vent'anni; la seconda Amore e ha diciott'anni; l'ultima, Amata, ha sedici anni. Nessuna è fidanzata. Mi troverete brutta, ma per fortuna le mie figlie non sono male. Non c'è nessun lavoro femminile, dal ricamo alla sartoria, in cui non siano esperte. E, in mancanza di fratelli maschi, hanno ricevuto anche una cultura da maschi. Sin da piccole hanno imparato a leggere i classici confuciani, sanno recitare poemi e comporre distici. Benché vivano fra i monti, sono persone fini. Credo proprio, signori, che siano in tutto degne di voi. Basta che vi rilassiate, vi abbandoniate alla dolce vita, vi lasciate crescere i capelli, per divenire i padroni della nostra umile dimora. Non sono più comodi da indossare broccati e sete, che lana di bigello, sandali di paglia, cappelli di foglie di bambù, con la ciotola delle elemosine in mano?"

Impietrito al posto d'onore, il povero Tripitaka sembrava un epilettico paralizzato dal fulmine, con qualcosa del ranocchio infradiciato: stralunava gli occhi, sembrava sul punto di traboccare per terra. Porcellino, ad ascoltare quant'erano ricche e quant'erano belle, si sentiva venire tali pruriti che non riusciva a star fermo: si contorceva sulla sedia come se avesse le natiche punte da spilli. Alla fine non ne poté più, si avvicinò a Tripitaka, lo scosse ed esclamò: "La signora vi sta parlando, maestro: vi fa nientemeno che una dichiarazione! Perché non state attento? Alle domande bisogna rispondere!"

Tripitaka alzò bruscamente il capo e gettò un grido roco, che fece dare un passo indietro a Porcellino: "Bestia maledetta! Noi siamo gente che ha abbandonato la sua famiglia: sarebbe insensato che ci facessimo attirare dalla ricchezza o commuovere dalla bellezza."

"Poverini, poverini!" esclamò la vedova sorridendo. "Ma perché poi si dovrebbe rinunciare a qualsiasi famiglia?"

"Cara signora, e che vantaggio ci può essere a restare in famiglia?" replicò Tripitaka.

"Via, rilassatevi un po', reverendo, e io vi racconterò i vantaggi che ci sono a restare in famiglia. C'è una poesia che ne parla:

Abiti nuovi in seta indossi a primavera;

Con altri più leggeri contempli i loti in fiore;

Quando viene l'autunno, bevi vino novello;

L'inverno, in nido morbido, ti ubriachi a tuo piacere.

Cogli di ogni stagione i diletti che porta,

Le otto feste ti recano ciascuna le sue gioie.

Una notte di nozze fra piumini di seta

È molto più gradevole che vagar per le strade,

Mendicare e levare preghiere ad Amitâbha."

"È vero, signora, in famiglia voi godete di lusso, onori e ricchezze: ed è certo una buona cosa avere di che vestire, nutrire e tenere uniti i figli" replicò Tripitaka. "Ma sembra che ignoriate i vantaggi della nostra vita di monaci vaganti. C'è un'altra poesia per descrivere anche quelli:

Serve una volontà più forte del comune

Per abbatter la casa dell'amore e dell'odio.

Nessun disturbo esterno più muove le tue labbra

E l'essere si trova in perfetto equilibrio.

Di fronte all'Arca d'Oro, acquisiti i tuoi meriti,

Recàti a limpidezza la natura e lo spirito,

Ritorni alla tua patria. È meglio che nutrirsi

Del sangue altrui e marcire nelle spoglie di carne."

A questa risposta la vedova andò in collera: "Questo monaco screanzato mi manca di rispetto! Vi direi tutto quello che penso, se non veniste da tanto lontano. Io vi proponevo sinceramente di entrare nella nostra famiglia e di condividere i nostri beni, e voi mi rispondete cercando di ferirmi. Va bene, voi avete ricevuto i vostri comandamenti, fatto i vostri voti, e non volete ritornare indietro; non se ne parli più. Ma mi accontenterei di acquisire per genero uno dei vostri discepoli. Perché incatenarsi così ostinatamente alla legge del Buddha?"

Tripitaka, vedendola in collera, s'intimidì e fece appello a Scimmiotto: "Che ne dici, Consapevole del Vuoto? Potresti restare qui."

"Fin da ragazzo, sono sempre stato goffo in queste cose. Dovrebbe essere un'occasione attraente per Otto Divieti."

"Ehi, fratello" replicò Porcellino, "non facciamo scherzi! Sarebbe un argomento da esplorare meglio."

"Se nessuno dei due è d'accordo, può restare Consapevole della Purezza."

"Maestro, per piacere, non è leale!" protestò Sabbioso. "La pusa mi ha convertito, ho rispettato divieti e comandamenti mentre vi aspettavo; poi voi mi avete accettato e mi avete dato i vostri insegnamenti. Dopo nemmeno due mesi che sono con voi, prima che abbia avuto modo di acquistare il minimo merito, come oserei desiderare queste ricchezze estranee? Io voglio a tutti i costi arrivare al Paradiso dell'Ovest. Non commetterò mai la perfidia che mi suggerite."

La donna, constatato che uno dopo l'altro cercavano pretesti per rifiutare, voltò le spalle e scomparve dietro il paravento; si udì il rumore della porta che si chiudeva. Maestro e discepoli si videro abbandonati, senza cibo né bevanda. Non compariva più nessuno.

Porcellino, che ardeva d'impazienza, se la prese con il monaco cinese: "Maestro, non siete proprio stato furbo a risponderle in modo così secco e maleducato. Che cosa vi sarebbe costato farle qualche moina e restare più nel vago, in modo da cavarle almeno qualche cosa da mettere sotto i denti, per passare una buona serata? Quanto a risponderle di sì o di no, sarebbe dipeso soltanto da me e da voi: avremmo potuto pensarci domattina. Adesso che ci ha sbattuto la porta in faccia, come la passiamo la notte, accanto alla cenere fredda del forno?"

"Secondo discepolo" suggerì Sabbioso, "restate qui voi, a far da genero."

"Non fare il provocatore! Bisogna pensarci su."

"Pensare cosa?" intervenne Scimmiotto. "Se acconsenti, il maestro e la dama faranno da genitori alla cerimonia. Con i soldi che ha la famiglia, la sposa ti porterà un corredo con i fiocchi, e ci sarà un bel banchetto di nozze, che farà comodo a tutti noi. Tu ritorni laico e tutti saremo contenti, noi e loro."

"Hai un bel dire" obiettò Porcellino. "Sarebbe un po' confuso: avrei abbandonato il secolo per ritornarci subito dopo, avrei ripudiato una moglie solo per impalmarne un'altra."

"Come, il nostro secondo fratello è stato sposato?" si meravigliò Sabbioso.

"Quante cose non sai!" disse Scimmiotto. "Era genero del capofamiglia dei Gao, nel villaggio del vecchio Gao, in Tibet. Per ordine della pusa e perché lo avevo catturato, non ha avuto altra scelta che di abbandonare la moglie, farsi bonzo e seguire il maestro nell'Ovest. Da allora, ho l'impressione che ci abbia ripensato spesso, alla sua mogliettina; solo a parlarne, gli deve venire l'acquolina in bocca. Dài bestione, ritorna al mestiere di genero! Chiedilo per favore, fammi un bel salamelecco, io passo la spugna e ti assolvo."

"Balle, balle!" brontolò Porcellino. "La voglia ce l'avete anche voi, ma tu cerchi di mettere in imbarazzo me solo. Lo dice anche il proverbio che il bonzo è un fantasma affamato, ha tutte le voglie del mondo. Vorrei vedere chi non le ha. Facciamo tante storie e recitiamo la commedia, con il bel risultato che perdiamo le occasioni. Questa sera, per esempio, non avremo una goccia d'acqua per il tè e nessuno ci accenderà il fuoco. E poi quel povero cavallo non può stare così; noi possiamo anche passare la notte al freddo, ma lui domani dovrà camminare tutto il giorno con un uomo in groppa. Se passa la notte a digiuno, si ridurrà pelle e ossa. Voi restate qui, che vado a far pascolare quel povero animale."

Il bestione si accostò al cavallo, lo slegò e se ne andò di furia.

"Sabbioso, resta a fare compagnia al maestro" disse Scimmiotto, "che io vado a vedere che specie di pascolo va cercando il nostro amico."

"Consapevole del Vuoto" raccomandò Tripitaka, "tienilo pure d'occhio, ma non andare a stuzzicarlo."

"D'accordo."

Il grande santo uscì dalla sala, con una scossa si trasformò in una libellula rossa e se la filò attraverso il portale per raggiungere Porcellino.

Il bestione aveva portato il cavallo sul prato, ma invece di farlo brucare, gli gridava e lo spingeva a destra e a manca senza lasciarlo in pace; finché non lo ebbe spinto, come per caso, davanti alla porta posteriore della residenza. Qui vide la vedova e le tre figlie che si divertivano a contemplare i crisantemi. Alla vista di Porcellino, le tre bellezze scivolarono come ombre all'interno, ma la madre si accostò alla porta.

"Dove va, il nostro giovane reverendo?"

"Signora, portavo il cavallo a pascolare" fece il bestione abbandonando le redini e accostandosi con una riverenza.

"È un bel pignolo, quel vostro maestro, con i suoi regolamenti monacali. Non sarebbe un affare migliore entrare come genero nella mia famiglia, che mendicare per tutta la strada dell'Ovest?"

"Il fatto è che non osano disubbidire all'ordine sovrano del monarca dei Tang" rispose sorridendo Porcellino; "non se la sentono di prendersi questa responsabilità. Non hanno fatto altro che punzecchiare me, in quella sala: mi facevano stare sulle spine. La mia difficoltà sarebbe questa: non è, per caso, che mi troviate le orecchie troppo grandi e il grugno troppo lungo?"

"Personalmente non mi sembra un problema; e poi, dal momento che siamo senza capo famiglia, è meglio avere un genero come te che non avere nessuno. Certo, può darsi che le mie figlie non ti trovino una bellezza."

"Signora e cara mamma, dovreste spiegare alle vostre amate figlie che un uomo non si sceglie con questo criterio. Pensate al nostro maestro, il monaco cinese: lui sì che è bello, fine ed elegante, eppure è completamente inutilizzabile. Io invece sono brutto, non dico di no, ma accidenti se sono utilizzabile!"

"Utilizzabile come?"

"Io

D'aspetto sono brutto, non lo nego,

Ma lavorare so come una bestia.

Son gli arpenti a migliaia, dici tu?

Non servono né i bovi né l'aratro,

Mi basteranno i muscoli e il rastrello;

E vedrai le sementi come rendono!

Se occorre pioggia, penso a convocarla,

Se occorre vento, lo provoco io.

Se la casa ti sembra troppo bassa,

Le aggiungerò quanti piani vorrai.

Spazzerò il pavimento quando occorre

E drenerò il fossato, se si intasa.

Ogni provvedimento utile in casa,

Piccolo o grande, io lo realizzerò."

"Se tu sei così bravo in casa, ritorna a parlarne con il tuo maestro. Se non ci sono ostacoli, ti prenderò come genero."

"Perché dovrei chiedere il suo consenso? Non è mio padre, né mia madre. Qualunque decisione appartiene a me solo."

"Va bene. Aspetta che ne parli alle mie figlie."

Ed entrò in casa chiudendosi la porta alle spalle.

Porcellino riportò davanti alla casa il cavallo, che non aveva avuto modo di pascolare. Non sospettava che Scimmiotto avesse sentito tutto. Questi volò in casa, riprese la propria forma e si presentò a Tripitaka: "Consapevole delle Proprie Capacità riconduce il cavallo alla briglia."

"Lo terrà alla briglia perché non si perda."

Scimmiotto scoppiò a ridere e gli raccontò il colloquio fra Porcellino e la dama con tutti i particolari. Tripitaka non sapeva se dargli credito.

Un momento dopo ricomparve il bestione e legò il cavallo.

"L'hai fatto pascolare?" chiese Tripitaka.

"L'erba non era granché; non ho trovato un posto adatto."

"Il posto non era adatto al pascolo, ma poteva andare per le proposte matrimoniali" fece Scimmiotto.

A queste parole il bestione capì che sapevano tutto. Restò lì zitto, a testa bassa e collo torto, con la bocca imbronciata e le sopracciglia aggrottate.

A un tratto si udì un cigolio, la porta si aprì e vennero avanti un paio di lanterne rosse e un incensiere. La signora conduceva le tre ragazze, tra effluvi profumati e tintinnio di giade. Sincerità, Amore e Amata salutarono i pellegrini in cerca delle scritture; stavano in piedi, l'una accanto all'altra, ed erano proprio carine. Guardatele:

Gli occhi sono truccati con aloni

Azzurrini, come ali di farfalla.

Visi primaverili sotto il lieve

Velo di cipria. Fan fremere i cuori

Le bellezze smaglianti, che potrebbero

Espugnare città. Fiori e gioielli

Ne adornano le grazie, e le cinture

Fan risaltar le forme delicate.

Le labbra semiaperte sono rosse

Come ciliege. Ad ogni loro passo

Diffondono un profumo d'orchidea.

Ricche le acconciature dei capelli,

Con perle, giade e spilloni dorati.

Reti di fiori d'oro i corpi avvolgono

Che emanano gli aromi più squisiti.

Chi trova bella la donna di Chu,

Pupattola in confronto, od attraente

La fatalona d'ovest, volgaruccia?

Queste son fate venute dal Cielo,

Chang'e discesa in terra dalla luna!

Tripitaka teneva la testa bassa e le mani giunte, Scimmiotto faceva finta di niente e Sabbioso volgeva loro addirittura la schiena. Ma Porcellino sgranava gli occhi, tutto il suo sistema viscerale era impegnato a secernere concupiscenza. Pieno di imbarazzo, balbettò: "Grazie, signora, di esservi data la pena di mostrarci questi esseri celesti; ma ora, vi prego, fatele ritirare."

Le tre ragazze scomparvero dietro il paravento, lasciando sul posto le lanterne in garza di seta.

"Dunque ditemi" fece la madre; "avete deciso chi di voi quattro sposerà una mia figlia?"

"Ne abbiamo discusso" rispose Sabbioso. "Toccherà a Porcellino divenire vostro genero."

"Non prendermi in giro!" replicò Porcellino. "Bisogna che ci riflettiamo insieme."

"Riflettere su cosa?" intervenne Scimmiotto. "Ti sei già messo d'accordo alla porta posteriore, l'hai persino chiamata mamma, figuriamoci un po'! Cos'altro vuoi riflettere? Il maestro farà da padre dello sposo, la signora il suo ruolo ce l'ha, io farò da testimone e Sabbioso da mezzana. È inutile stare a consultare l'almanacco, non si potrebbe trovare un giorno più fausto di questo. Dài, presenta al maestro i tuoi rispetti e adempi i tuoi doveri di genero."

"Ma non si fa così, non è possibile! Non farò mai una cosa simile."

"Bestione, smettila di far commedie! L'ha trattata da mamma, signora, signora mamma, e adesso non vuol fare queste cose. Troppo tardi! Sbrigati ad acconsentire e offrici il brindisi del festeggiamento: almeno ci guadagneremo qualcosa anche noi."

Prese una mano di Porcellino, una mano della vedova, e disse: "Suocera, introducete vostro genero."

Il bestione si disponeva a farsi trascinare dentro, mentre la padrona di casa ordinava a un giovane domestico: "Pulisci tavola e seggiole, servi un pasto di magro e occupati dei miei tre parenti. Io accompagno il signor genero nella sua stanza."

Diede disposizioni al cuoco per il pranzo di nozze dell'indomani. I servitori ubbidirono, i tre pellegrini cenarono, distesero le coperte e si coricarono nella sala di ricevimento.

Quanto a Porcellino, seguendo la suocera, superava una porta dopo l'altra, in numero incalcolabile. Quella casa era piena di soglie in cui inciampare e di stipiti in cui battere la testa.

"Mamma, andate piano! Non conosco la strada, guidatemi per piacere" implorava Porcellino.

"Questi sono soltanto granai, magazzini, stanze per la molitura e simili; non siamo arrivati nemmeno alla cucina."

"Che casa immensa!" esclamava Porcellino.

Camminò ancora per un bel pezzo, sempre procedendo a tentoni e urtando da tutte le parti, prima di giungere agli appartamenti privati.

"Caro genero" disse la vedova, "ti ho invitato a entrare perché il tuo condiscepolo ha detto che non si potrebbe trovare un giorno più fausto di questo, grazie al cielo. Ma la gran precipitazione non mi ha lasciato il tempo di far venire l'astrologo, di pregare all'altare degli antenati e di gettare il riso nella camera nuziale. Accontentati di pregare il cielo; basterà che tu lo faccia otto volte."

"Giusto, signora. Sedetevi al posto d'onore; io vi rivolgerò degli atti di rispetto, che serviranno da devozioni al cielo e alla terra, e insieme a esprimervi la mia gratitudine. Non è pratico, per semplificare la cerimonia?"

"Va bene" fece la suocera ridendo, "sei un genero molto pratico, che sa economizzare il tempo. Sono pronta; incominciamo?"

Tutta la sala scintillava di candelieri d'argento; il bestione si prosternava e pregava. Quando ebbe finito, chiese: "Signora, quale figlia mi darete?"

"È una bella domanda. Se ti do la più grande, la seconda si lagnerà; ma se ti do la seconda, si indispettirà la più piccola. Se poi ti dessi la più piccola, credo che la maggiore si offenderebbe. Non so proprio come uscirne" rispose la futura suocera.

"Non dobbiamo indispettire nessuno. Se temete malcontenti, datemele tutte e tre: vi risparmierete polemiche e battibecchi che rovinerebbero la pace familiare."

"Nemmeno per sogno! Non vorrai accaparrarti da solo tutte e tre le mie figlie!"

"Pensateci: chi, al giorno d'oggi, non ha tre mogli e quattro concubine? Io me la caverei bene anche con molte di più: fin da giovane, per le battaglie fra le lenzuola, ho avuto un'alta scuola. Vi garantisco che le soddisferò tutte alla perfezione."

"Non se ne parla nemmeno, ho detto di no! Avvolgi la testa in questo panno e nascondici la faccia: faremo una scelta a caso, secondo la volontà del Cielo. Le ragazze ti sfileranno davanti, e tu sposerai quella che riuscirai ad afferrare tendendo le braccia."

Il bestione si coprì la testa. Come dice il poema:

Il folle non comprende i motivi profondi,

E non sa che l'amore è una spada che uccide.

Non segue i riti antichi, destinati allo scopo,

Ma si copre la testa come un povero stupido.

Quando si fu ben coperto, il bestione propose: "Signora mamma, le ragazze possono entrare."

La futura suocera chiama: "Sincerità, Amore, Amata, venite qui che facciamo l'estrazione a sorte per questo matrimonio."

Il bestione sente tintinnare anelli e placchette di giada, annusa effluvi di muschio e di orchidea, come se lo circondassero le fate, e tende le braccia per acchiapparne una. Si slancia a destra, poi a sinistra, ma ovunque afferra il vuoto; va, viene e gli sembra che ci siano moltissime ragazze a turbinare intorno a lui: ma nessuna si fa prendere. Da questa parte urta contro una colonna, dall'altra va a sbattere in un tramezzo di legno. Corre da tutte le parti, la testa gli gira, non si regge più sulle gambe e barcolla come un ubriaco. Davanti inciampa in una soglia, dietro urta in un muro di mattoni. Incespicando e urtando, si era tutto coperto di lividi. Alla fine cadde seduto per terra, ansimando da non poterne più: "Ma queste ragazze mi scivolano fra le mani, signora! In questo modo non riuscirò mai a prenderne una."

"Genero mio" rispose la suocera sollevandogli il velo, "non è che le mie figlie scivolino fra le mani; il fatto è che sono modeste, e ti cedono l'una all'altra con bello spirito di rinuncia."

"Se loro non mi vogliono, prendetemi voi."

"Ma che bel genero, fa proposte anche alla suocera, senza rispetto all'età! Le mie tre figlie sono molto brave: ciascuna ha cucito una camicia di broccato ornata di perle. Te le proverai, e sposerai la ragazza che ha cucito la camicia che ti andrà bene."

"Così è meglio. Portatemi queste camicie, io le proverò. Si capisce che, se riesco a infilarmele tutte e tre, sposo tutte e tre le ragazze; d'accordo?"

La dama uscì dalla stanza e rientrò poco dopo tendendo una camicia a Porcellino. Il bestione si sfilò la sua tunica azzurra e infilò la camicia, ma ancor prima di averne annodato il laccio cadde a terra: il capo di vestiario era tutto pieno di cordine e funicelle, che lo strizzarono spietatamente e gli inflissero un'intollerabile tortura. Intanto le donne svanivano.

Ritorniamo a Tripitaka, Scimmiotto e Sabbioso, che già riemergevano dal sonno, mentre l'oriente si andava rischiarando. Quando aprirono gli occhi, i nobili edifici e le alte sale erano scomparsi, con le loro travi scolpite e pilastri decorati. In realtà avevano passato la notte in una foresta di pini e di cedri. Tripitaka, smarrito, si mise a chiamare Scimmiotto, mentre Sabbioso esclamava: "Ci siamo imbattuti nei fantasmi, ci hanno fregato!"

"Ma davvero?" fece Scimmiotto sorridendo sotto i baffi, perché sapeva benissimo com'erano andate le cose.

"Ma non vedi dove abbiamo dormito?" insisteva Tripitaka.

"Non ci siamo poi trovati tanto male" replicò Scimmiotto. "Mi chiedo dove quello scemo avrà ricevuto il suo castigo."

"Quale castigo?" s'inquietò Tripitaka.

Scimmiotto si mise a ridere: "Non avrete mica creduto alle storie di quelle donne! Madre e figlie erano delle pusa venute da chissà dove, che suppongo siano ripartite durante la notte, dopo averci ospitato e aver dato una lezione a Porcellino Otto Divieti."

A sentir parlare di pusa, Tripitaka giunse le mani e si inchinò rispettosamente.

Videro un biglietto che fremeva al vento, fissato a un cedro antico alle loro spalle. Sabbioso lo andò a staccare e lo portò al maestro, che vi lesse un inno in otto versi:

Madre del Monte Li qui è venuta stanotte,

Non di sua iniziativa, su invito di Guanyin

E in buona compagnia con Puxian e Wenshu,

In forma di avvenenti fanciulle delle selve.

Il monaco cinese ha abbandonato il mondo,

Ma Otto Divieti invero non si sa distaccare:

Occorrerà che trovi il modo di correggersi,

Perché non sia penosa la strada al negligente.

Il reverendo, il Novizio e Sabbioso stavano cantando l'inno a tre voci, quando udirono grida provenienti dal folto del bosco: "Maestro, queste corde mi strangolano! Aiuto! Non lo farò più!"

"Consapevole del Vuoto, non ti pare che sia la voce di Consapevole delle Proprie Capacità?" chiese Tripitaka.

"Certo che è lui" intervenne Sabbioso.

"Fratello, lascia perdere" tagliò corto Scimmiotto. "Andiamocene."

"So che quel bestione persevera nella sua stoltezza, ma è un cuore semplice; e poi la forza per portare i bagagli ce l'ha" obiettò Tripitaka. "Dobbiamo inoltre considerare che la pusa ce lo aveva destinato. Leviamolo dai guai e permettiamogli di seguirci; non credo che oserà ricominciare."

Mentre Sabbioso arrotolava le coperte e rifaceva i bagagli, Scimmiotto slegò il cavallo e andò con Tripitaka alla ricerca del discepolo perduto.

È proprio il caso di dirlo:

Per tener la via retta ti occorre la prudenza,

Scordando i desideri e la concupiscenza.

Ma se, in fin dei conti, non avete idea di che cosa era avvenuto a quel bestione di Porcellino, dovrete pure ascoltare il seguito!