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024 UNA COPPIA DI RAGAZZINI IMMORTALI · IN CUI L'EMINENTE IMMORTALE FA INTRATTENERE IL SUO VECCHIO AMICO SUL MONTE DELLA LONGEVITÀ, E SCIMMIOTTO SOTTRAE FRUTTI DI GINSENG AL TEMPIO TAOISTA…

Si diceva che i pellegrini si addentrarono nella foresta: non tardarono a scoprire il bestione legato a un albero. Soffriva dolori insopportabili e gemeva continuamente.

Scimmiotto si fece avanti ridendo: "Eccolo, il nostro bel genero! A quest'ora sta ancora lì a gingillarsi e a farsi bello, invece di alzarsi per andare a ringraziare i parenti e a portare al maestro la buona novella. E la suocera? E tua moglie? Mi pare che ti abbiano ben impacchettato, e messo al palo della tortura."

Confuso e umiliato, Porcellino serrò i denti e ammutolì. Sabbioso sentì compassione per lui, posò i bagagli e si avvicinò per soccorrerlo e slegarlo.

Porcellino ringraziò tutti prosternandosi fino a toccare il suolo con la fronte. Si vergognava molto. Si ricordino questi versi, da cantare sull'aria della Luna sopra il fiume dell'Ovest:

L'amore è come una spada tagliente,

I suoi diletti conducono a morte.

Dolcissima fanciulla sedicenne

Ti espone a più pericoli del diavolo.

Le tue risorse sono limitate,

Puoi solo spendere, non guadagnare.

Gestisci il capitale con prudenza

E senza sprechi, per farlo bastare!

Porcellino raccolse un pizzico di terra a mo' d'incenso, e pregò rivolto allo spazio.

"Avevi riconosciuto i pusa?" chiese Scimmiotto.

"Mi girava la testa da non reggermi in piedi, vedevo doppio. Non avrei potuto riconoscere nemmeno mio padre."

Scimmiotto gli tese il biglietto. Leggendo i versi, Porcellino si sentì ancor più umiliato e pieno di vergogna.

"Il nostro secondo fratello e condiscepolo ne ha avuta proprio tanta, di fortuna!" sbottò a ridere Scimmiotto. "Non uno, ma quattro pusa son piovuti dal cielo nel suo letto!"

"Non parlarne più, ti prego. Mi sento proprio avvilito, escluso dal genere umano. Non sarò mai più così sconsiderato. Dovessi rompermi le ossa e consumarmi le spalle sotto i carichi, seguirò il maestro fino al paese dell'Ovest."

"Ora sei ragionevole" approvò Tripitaka.

Il Novizio li guidò alla strada maestra. Dopo un bel po' che camminavano, videro un'alta montagna che sbarrava il passaggio. Tripitaka tirò le redini e posò il frustino.

"Discepoli" disse, "attenti a quella montagna: temo che ospiti diavoli ed esseri malefici pronti a nuocere."

"Siamo qui in tre, davanti al vostro cavallo" replicò Scimmiotto. "Quale mostro può farvi paura?"

Rassicurato, il reverendo riprese il cammino.

La montagna era magnifica:

Alta montagna dai ripidi fianchi

Che maestosa domina il paese:

Le radici piantate nel Kunlun

E la cima svettante nelle nuvole.

Sui ginepri si posano le gru

In bianche piume, ed i gibboni scuri

Saltan fra i rami reggendosi a liane.

Sul bosco verde chiaro si riflettono

Raggi di sole e fanno evaporare

Brume in lente volute. Si alza il vento

Dai profondi burroni e in movimento

Mette soffici nubi [...]

Vedi fiori sbocciare ed appassire.

È la superba cima uno spettacolo

Di picchi aguzzi su cui corron nuvole.

"Cari discepoli!" esclamò allegro Tripitaka dall'alto della sua cavalcatura. "Da quando sono partito per l'occidente ho attraversato molti paesaggi montuosi; ogni volta c'era almeno qualche elemento sinistro e minaccioso, niente di simile al bellissimo spettacolo che ci offre questa montagna. Può darsi che dipenda dalla prossimità al Monastero del Colpo di Tuono; se fosse così, dovremmo incominciare a prepararci per incontrare con decoro e raccoglimento il Reverendo di tutti reverendi."

"Nemmeno per sogno!" rise Scimmiotto. "Ne abbiamo ancora molta, di strada da fare."

"A che distanza saremo dal Colpo di Tuono?" chiese Sabbioso.

"Cento ottomila li. Sì e no, avremo percorso la decima parte della distanza."

"Ma per quanti anni dovremo ancora camminare?" s'inquietò Porcellino.

"A voi due soli potrebbe bastare una diecina di giorni, saggi condiscepoli" rispose Scimmiotto. "Quanto a me, potrei andare e venire una cinquantina di volte in giornata, prima che scenda il buio. Ma il maestro? Lasciamo stare, non ci pensate."

"Consapevole del Vuoto, dicci invece quando possiamo arrivare" insisté Tripitaka.

"Se incominciaste il cammino nella prima giovinezza e continuaste fino all'estrema vecchiaia, e poi riusciste a ricuperare la giovinezza, e ciò si ripetesse mille volte: non credo che questo basterebbe per arrivare alla meta. Ma se realizzate con determinazione e sincerità la percezione della vostra natura di buddha, e vi dedicate ogni pensiero in ogni istante: questo sì, può bastare per giungere al Monte degli Avvoltoi."

"Fratello maggiore" intervenne Sabbioso, "anche se questa non è la regione del Colpo di Tuono, in un paesaggio così bello e perfetto può comunque abitare soltanto gente nobile e buona."

"Dici bene" approvò Scimmiotto. "Nemmeno io vedo traccia di manifestazioni malefiche. Di sicuro è il paese di qualche santo o immortale. Possiamo percorrerlo passeggiando in tutta tranquillità."

In effetti il luogo si chiamava Monte della Longevità e vi si trovava un tempio taoista, detto delle Cinque Fattorie, in cui viveva un venerato immortale. Il suo nome in religione era Maestro del Primordiale Soggiogato, ma di solito lo si chiamava con il soprannome di Signore Uguale al Mondo. La specialità del tempio era la produzione di un frutto meraviglioso, che valeva più di un tesoro; la sua origine risaliva all'inizio della separazione del caos, quando la nuvola primordiale incominciava appena a prender forma, ancor prima che si separassero cielo e terra. Dei quattro continenti dell'universo, solo quello dell'Ovest, e solo in questo tempio, produce ciò che si chiama cinabro trasmutato vegetale, oppure frutto del ginseng. Il fiore richiede tremila anni per sbocciare; nel corso di tremila anni si va formando il frutto, che matura in non meno di altri tremila anni: diciamo, per prudenza, che dopo diecimila anni si può mangiare un frutto. L'aspetto è un po' strano: il frutto si presenta come un neonato con meno di tre giorni di vita, ben formato in ogni parte, con le sue quattro membra e cinque sensi. Chi ha l'inaudita fortuna di annusare uno di questi frutti, ci guadagna trecento sessant'anni di vita. Arrivare a mangiarne uno, vale quarantasettemila anni di longevità.

Quel giorno il grande immortale del Primordiale Soggiogato era stato invitato dall'Imperatore di Giada nel palazzo celeste della Purezza Suprema, ad ascoltare un sermone sul frutto del caos primordiale secondo il Tao. Il grande immortale aveva addestrato nel tempo moltissimi discepoli, divenuti immortali a loro volta; ne aveva ancora con sé quarantotto, che erano tutti completamente veri e avevano conseguito il Tao. Quarantasei lo avevano accompagnato nel mondo superiore ad ascoltare il sermone, mentre i due più giovani erano rimasti a casa: Vento Puro, un ragazzo di mille trecentovent'anni, e Chiaro di Luna, un fanciullo che aveva appena compiuto mille duecento anni. Il maestro aveva detto loro: "Non mi posso sottrarre all'invito della nostra eminente e venerata divinità celeste: voi resterete tutti e due a sorvegliare la casa. Fra poco passerà di qui un mio amico: trattatelo gentilmente. Potrete cogliere e offrirgli due frutti di ginseng, per testimoniargli il mio affetto dei vecchi tempi."

"Chi è questo amico? Vogliate dircelo perché possiamo riconoscerlo e trattarlo adeguatamente."

"È un santo monaco al servizio dell'imperatore dei grandi Tang dell'Est. Il suo nome in religione è Tripitaka. È il bonzo che si sta recando nel Paradiso dell'Ovest per salutare il Buddha e sollecitare le scritture."

"Ma Confucio non diceva che non si consulta gente che segue un'altra via?(26)" obiettarono ridendo quei ragazzi leggeroni. "Siamo noi la Porta Misteriosa dell'Unità Suprema: perché dovremmo bazzicare bonzi?"

"Non capite ancora queste cose. Quel bonzo è la reincarnazione di Cicala d'Oro, il secondo discepolo del venerato Beato Buddha dell'Ovest. Feci la sua conoscenza cinquecento anni fa, a una festa Ullambana. Mi servì il tè con le sue mani, mentre i figli del Buddha mi rivolgevano segni di rispetto. Perciò lo considero un amico."

Queste parole convinsero i due giovani immortali a prendere sul serio le istruzioni ricevute. Prima di partire, il maestro raccomandò: "I miei frutti sono contati. Ne potete cogliere due, non di più."

"All'apertura del giardino" precisò Vento Puro "ce ne eravamo divisi due, fra tutti noi. Ne restano ventotto. Non ci permetteremo certo di sprecarli."

"Naturalmente Tripitaka è un amico, ma è sempre meglio non fidarsi troppo: chissà che gente indisciplinata lo accompagna. Bisogna che non ne sappiano niente."

I ragazzi promisero, e l'immortale volò via verso il Cielo con tutta la classe.

Intanto i quattro pellegrini camminavano già sulla montagna. Alzando gli occhi, scorsero torri e padiglioni che sbucavano da un boschetto di pini e di bambù.

"Consapevole del Vuoto, secondo te, di che cosa si tratta?" chiese Tripitaka.

"Tempio taoista o monastero buddista" rispose Scimmiotto, dopo aver esaminato i luoghi. "Ancora pochi passi, e lo sapremo di preciso."

Infatti giunsero presto al portale, dove si vedeva

Fresco e ombreggiato il pendio sotto i pini,

Sentiero solitario fra i bambù.

Le gru candide andavano e venivano,

Salivano e scendevano i gibboni.

Sullo stagno le lunghe ombre degli alberi,

Dentro le fenditure cresce il muschio. [...]

Avresti contemplato senza fine

Scene ispirate al Tao ed alla virtù,

Vasta dimora di immortali e dèi.

Smontato da cavallo, Tripitaka notò a sinistra dell'ingresso una stele con dieci grossi caratteri:

TERRA BENEDETTA DEL MONTE DELLA LONGEVITÀ

CIELO DELLA GROTTA DEL TEMPIO DELLE CINQUE FATTORIE

"In effetti, discepoli, è un tempio taoista" concluse Tripitaka.

"Maestro" insisté Sabbioso, "a giudicare da com'è bello e fresco questo posto, deve abitare qui un uomo nobile e buono. Perché non entriamo a vedere? E quando saremo sulla strada del ritorno, sarebbe bello ritornare da queste parti."

"Ben detto" approvò Tripitaka.

Perciò entrarono tutti insieme, e sopra la seconda porta videro il seguente distico di capodanno:

Residenza di eterna giovinezza,

Casa taoista di età uguale al Cielo.

Scimmiotto si mise a ridere: "Questo taoista si vanta per impressionare la gente. Quando buttai per aria tutto il paradiso, cinquecento anni fa, non trovai tante pretese nemmeno alla porta del signore Laozi."

"Lascia stare" intervenne Porcellino, "entriamo! Non si sa mai, questo taoista potrebbe anche avere acquisito qualche virtù."

Sulla porta della seconda corte vennero loro incontro due giovanotti. Che aspetto avevano?

Lindi e puri fino all'osso, i musetti assai carini,

Aria vispa, in testa portano due ciuffetti di capelli.

Si direbbe che le tonache non racchiudano che nuvole,

Tanto vanno svolazzando, e le maniche fan vento.

I fermagli alle cinture sono teste di dragone,

Le scarpette lievi legano delle stringhe in vera seta.

No, non son gente qualsiasi; son speciali e assai eleganti,

Introdotti negli arcani: Vento Puro e Chiar di Luna.

I due ragazzi corsero loro incontro curvando la schiena e si inchinarono profondamente a Tripitaka, dicendo: "Reverendo maestro, vi preghiamo di scusarci. Vogliate accomodarvi all'interno."

Lietamente sorpreso dall'accoglienza, Tripitaka li seguì nella sala grande, guardandosi intorno. Era una vasta sala a cinque campate, orientata a sud, con le pareti completamente ricoperte di pannelli scolpiti, pieni in basso e traforati in alto. I ragazzi ne aprirono parecchi e pregarono il monaco cinese di entrare. Al centro erano appesi i due grandi caratteri Cielo e Terra, ricamati in cinque colori. Su un tavolino da incenso in lacca rossa riccamente decorato era posato un brucia profumi a forma di vasetto, e accanto incenso della qualità più fine.

Il monaco cinese si avvicinò, prese con la mano sinistra alcune bacchette d'incenso e le mise nel brucia profumi; poi si prosternò tre volte. Si rivolse quindi ai giovani immortali: "Il vostro tempio delle Cinque Fattorie è certo un grande centro di spiritualità nell'Ovest. Ma come mai non offrite culto ai tre puri, ai sovrani dei quattro orienti, alle divinità che governano il cielo, ma vi limitate a bruciare l'incenso ai due caratteri del Cielo e della Terra?"

"Non vi possiamo nascondere, maestro" rispose sorridendo uno dei due ragazzi, "che, anche di questi caratteri, solo il primo merita il nostro omaggio. Il secondo non dovrebbe nemmeno annusare il profumo del nostro incenso, benché il nostro maestro lo abbia messo lì per adularne l'amor proprio."

"Come sarebbe a dire, adulare l'amor proprio?"

"I tre puri sono amici di famiglia, i quattro sovrani vecchi conoscenti, i nove luminari giovani colleghi e la divinità del Nuovo Anno, quando la invitiamo, è comunque un ospite di rango inferiore."

All'udire queste parole, Scimmiotto si piegava in due dalle risate.

"Cosa c'è da ridere, fratello?" domandò Porcellino.

"Ho sempre sostenuto che, come sbruffone, nessuno poteva competere con il vecchio Scimmiotto. Ma adesso trovo qui queste fighette taoiste, che son più brave di me ad acchiappare vento e tritarlo fino fino."

"Il vostro maestro dov'è?" inquisì Tripitaka.

"Non è in casa, è partito, perché l'Imperatore di Giada lo ha invitato al palazzo celeste della Purezza Suprema, ad ascoltare un sermone sul frutto del caos primordiale."

Questo fu troppo per Scimmiotto, che esplose:

"Voi, merdoline taoiste, la sapete riconoscere la gente che incontrate? Ma lo sapete a chi state raccontando queste stronzate? E chi sarebbe questo famoso immortale dei castelli in aria, che ha invitato il vostro don Pisellone per predicargli sa il cacchio che cosa?"

Tripitaka si spaventò; sapeva che, se i ragazzi si fossero provati a replicare, poteva uscirne un finimondo al di là di ogni possibilità di controllo. Perciò credette necessario intervenire: "Consapevole del Vuoto, per favore, non aggredire. Andarcene via appena arrivati sarebbe segno di una deplorevole mancanza di sentimento ecumenico. Anche il proverbio dice che cane non mangia cane. Il loro maestro non è nemmeno qui, perché prendersela con loro? Vai a far pascolare il cavallo. Intanto Sabbioso sorveglierà i bagagli. Dovresti dire a Porcellino di aprire il sacco del grano e di farsi prestare forno e pignatte per cuocere il cibo. Quando ripartiremo, pagheremo qualche sapeca per la legna che avremo consumata, e questo è quanto. Fate come vi ho detto e lasciatemi qui a riposare un po'. Dopo mangiato, ripartiremo subito."

I tre, in effetti, se ne andarono a svolgere i compiti assegnati.

Chiaro di Luna e Vento Puro erano rimasti impressionati: "Che bonzo energico! È un vero santo del Paradiso dell'Ovest, disceso in terra senza offuscare la sua natura originaria. Il nostro maestro ci aveva incaricato di offrirgli il ginseng per testimoniare la sua vecchia amicizia, ma ci aveva anche messo in guardia contro i suoi servitori: in effetti sono molto rozzi, e che facce patibolari! Per fortuna li ha allontanati. Se fossero rimasti qui, di ginseng non si sarebbe potuto nemmeno parlare."

"Fratello" mormorò Vento Puro, "in realtà non ci siamo ancora accertati che questo bonzo sia proprio l'amico del nostro maestro. Sarà meglio che glielo chiediamo, per essere sicuri di non commettere sbagli."

I due ragazzi si fecero nuovamente avanti: "Permetteteci di chiedere se siete voi Tripitaka dei grandi Tang, che si reca al Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture."

"Sono proprio io" rispose Tripitaka, restituendo il saluto. "Ma voi come sapete il mio umile nome?"

"Prima di partire il nostro maestro ci aveva raccomandato di venirvi incontro per strada. Ma voi siete arrivato così presto, che non abbiamo avuto modo di adempiere l'incarico. Vogliate sedervi, maestro, e consentire ai vostri discepoli di servirvi il tè."

"Mi confondete con le vostre squisite cortesie."

Chiaro di Luna corse a preparare una tazza di tè profumato e venne a servirla al reverendo. Bevuto il tè, Vento Puro disse al condiscepolo: "Andiamo a raccogliere la frutta: dobbiamo ubbidire alle istruzioni del nostro maestro."

I due ragazzi chiesero licenza a Tripitaka e ritornarono nella propria camera, dove l'uno prese un martelletto d'oro e l'altro un vassoio da cinabro, di cui coprì il fondo con fazzoletti di seta. Poi uscirono nel giardino, dove Vento Puro si arrampicò sull'albero per battere i frutti con il martelletto, mentre Chiaro di Luna, ai suoi piedi, li riceveva nel vassoio. In un momento, l'uno staccò due frutti e l'altro li prese in consegna. Rientrarono nella sala grande e li offrirono al monaco cinese: "Il nostro tempio delle Cinque Fattorie è sperduto in mezzo a montagne senza risorse; non abbiamo altro da offrirvi che questi due frutti, semplici prodotti locali, che forse potreste trovare dissetanti."

Tripitaka fremette d'orrore e fece precipitosamente due passi indietro, esclamando: "Bontà divina! Eppure quest'anno il raccolto non è stato tanto cattivo da ridurci alla fame e al cannibalismo. Come potete pensare che mi disseti mangiando neonati?"

"Questo bonzo" pensò Vento Puro "vive tutto nello spazio in cui combattono labbra e lingua, è immerso nell'oceano del bene e del male: le sue percezioni sono volgari, non sa riconoscere questo tesoro eccezionale della nostra casa di immortalità."

Chiaro di Luna cercò di spiegare: "Questo prodotto si chiama frutto di ginseng e non c'è alcuna controindicazione a mangiarne. Assaggiatene uno!"

"Ma via! Chissà quanto avranno sofferto i genitori che lo hanno concepito e messo al mondo. Voi glielo rapite, prima che abbia tre giorni, e me lo servite come un frutto commestibile. È criminoso!"

"Scusate, ma questa cosa è cresciuta su un albero" precisò Vento Puro.

"Che incredibili sciocchezze! Forse che i bebè spuntano sugli alberi? Portate via questa infamia!"

Di fronte al veemente rifiuto, i ragazzi portarono il vassoio nella propria camera. Bisogna ammettere che quella è frutta strana: non si può conservarla, perché presto indurisce e diventa immangiabile. Perciò non poterono far altro che sedersi sul bordo del letto e mangiarsela.

Ahimè, chi avrebbe immaginato il disastro imminente! Il fatto è che la loro camera era accanto alla cucina, e le pareti erano molto sottili: si udivano anche i bisbigli. Porcellino stava appunto preparando da mangiare, e già aveva ascoltato le loro battute sul martelletto e sul vassoio da cinabro, prendendone nota. Ora li udì di nuovo che discutevano del monaco cinese, che non aveva riconosciuto i frutti di ginseng e li aveva costretti a portarli via per mangiarseli da soli. La conversazione fece venire l'acquolina in bocca a Porcellino: "Quanto mi piacerebbe assaggiarli!" si diceva. Ma siccome era un balordo, non sapeva far nulla senza averne prima discusso con Scimmiotto. Non faceva più attenzione ai fornelli, tendeva continuamente il collo per vedere se il condiscepolo fosse di ritorno. In effetti dopo un po' lo vide ritornare e legare il cavallo a un albero di sofora. Scimmiotto si stava dirigendo verso il retro, quando vide Porcellino che faceva segni disperati dalla finestra della cucina e gridava: "Vieni da questa parte!"

Scimmiotto fece dietro front e si affacciò alla porta della cucina, esclamando: "Che c'è, bestione, perché gridi? Avrai poco riso, suppongo. Preparane per il vecchio secondo il suo appetito; noi ne mendicheremo dell'altro nelle case che ci sono più in là lungo la strada, ecco tutto."

"Vieni dentro. No, non è questione di riso. Lo sai che in questo tempio c'è un tesoro?"

"Che tesoro sarebbe?"

"So come si chiama, ma non l'ho mai visto" sghignazzò Porcellino. "E anche tu, se te lo portassero, non ci capiresti niente."

"Mi prendi in giro, scemo? Ho cercato il Tao per cinquecento anni, ho vagabondato ai quattro angoli dell'universo. Non ci dovrebbe essere molta roba che io non abbia mai visto."

"Li hai mai visti i frutti del ginseng?"

"No, è vero, non li ho mai visti; ne ho solo sentito parlare. Sarebbero il cosiddetto cinabro trasmutato vegetale, e dovrebbero essere il non plus ultra per procurare longevità. E dove si trovano?"

"Si trovano in questo posto. Quei ragazzi ne hanno offerto due al maestro, che li ha scambiati per neonati e non ha osato mangiarli. I ragazzi ne hanno approfittato per spassarsela. Se il maestro non li voleva, avrebbero dovuto offrirli a noi; invece si sono chiusi nella loro camera e ne hanno fatto una scorpacciata. Figùrati che li sentivo succhiare di gusto, mi han fatto venire una voglia! Vorrei sentire anch'io che sapore hanno, ma non sapevo come fare. Ho pensato a te, che sei sempre pieno di risorse. Vai nel giardino a sgraffignarne qualcuno, così ce ne facciamo un'idea. Ti va?"

"Niente di più facile. Aspetta qui, che te ne porto subito."

Mentre si volgeva bruscamente e stava per andarsene, Porcellino lo trattenne: "Dì, fratellino, quelli là parlavano di un martelletto d'oro che occorre per farli cadere. Bisogna seguir le regole, perché poi non si accorgano di niente."

"So, so!"

Quando il grande santo, resosi invisibile, penetrò nella cella, i due ragazzi non c'erano più; dopo aver mangiato i frutti, erano ritornati nella sala a conversare con il monaco cinese. Scimmiotto cercò in tutti gli angoli qualcosa che assomigliasse a un martelletto d'oro, e finì per scoprire una piccola barra di oro rosso, lunga un paio di piedi e grossa un pollice, appesa al graticcio della finestra; a un capo s'ingrossava alle dimensioni di una testa d'aglio, l'altro capo era forato e vi passava una funicella di lana verde, che serviva appunto per appenderla.

"Sarà questo il martelletto d'oro" si disse Scimmiotto; lo prese e uscì dalla cella. Corse dietro l'edificio, spinse una porta e si trovò in un bel giardino. Eccolo qua:

Le barriere vermiglie, le balaustre preziose,

Minuscole colline, vallette deliziose,

Fiori rari e svettanti bambù nel cielo azzurro.

Lo snello padiglione quasi scompare immerso

Fra i rami traboccanti di un gigantesco salice.

Terrazza della luna, che alti pini colorano.

L'erba verde è trapunta di rosse melagrane.

L'orchidea delle sabbie dà riflessi azzurrini

All'acqua del ruscello, che scorre inesauribile

Riflettendo le grandi chiome che la proteggono [...]

Luogo più incantatore non potresti trovare:

È certo il più bel parco fiorito d'Occidente.

Scimmiotto non si stancava di contemplare. Poi scoprì un'altra porticina e, spingendola, si trovò nell'orto:

Si trovano i legumi delle quattro stagioni:

Spinaci, porri, bietole, con sedani ed epatiche,

Germogli di bambù, zenzero, agli e cipolle,

Coriandolo e scalogno, le zucche ed i meloni.

Carfani ed artemisie, lagenarie e piantaggini,

Come le melanzane, attendono il trapianto.

Carote, rape e tuberi crescono sottoterra.

Senapi ed amaranti crescon qua e là fra i cavoli.

Scimmiotto pensava: "A questo taoista piace mangiare ciò che semina."

Attraversato l'orto, c'era una terza porticina, che spalancò: al centro dello spazio che si apriva, c'era un solo albero gigantesco, dalla chioma foltissima e aromatica. La forma delle foglie ricordava il banano, ma esse salivano a mille piedi di altezza. Il tronco aveva una circonferenza di sette od otto tese.

Appoggiandosi all'albero, Scimmiotto guardò su e vide un frutto di ginseng pendere da un ramo rivolto a mezzogiorno; sembrava davvero un neonato, con il picciolo che spuntava come una piccola coda. A vederlo dondolare lassù, si sarebbe detto che il bebè agitasse disperato braccia e gambe, scuotesse la testa e strillasse al vento che lo agitava. Scimmiotto si sentì pieno di soddisfazione e si congratulò con sé stesso: "Ecco una bella e buona cosa, che non si vede tutti i giorni."

Nessuno vale una scimmia, per arrampicarsi su un albero a rubare frutta. Appena sfiorato dal martelletto d'oro, il frutto si staccò e cadde. Scimmiotto saltò giù e lo andò a cercare nell'erba, ma non ne trovò traccia; frugò a lungo inutilmente.

"Che cosa strana!" si disse Scimmiotto. "Ha delle specie di gambe, supponiamo pure che sappia usarle per camminare; ma come avrebbe fatto a scavalcare un muro così alto? Credo di capire: l'avrà raccolto la divinità locale del giardino, per impedirmi di rubarlo."

Tracciò un incantesimo e recitò la sillaba om, per costringere il dio del giardino a presentarsi. Questi comparve, s'inchinò e chiese: "Mi avete chiamato, grande santo? Che cosa posso fare per servirvi?"

"Non sai che il vecchio Scimmiotto è il più famoso ladro solitario di tutto l'universo? L'anno in cui rubai le pesche di immortalità, saccheggiai le riserve di vino di Sua Maestà e depredai le pillole di elisir, nessuno osò pretendere di dividere con me. E tu, per qualche misero pezzo di frutta che stavo sgraffignando, pretenderesti di avere la prima scelta? La frutta che spunta sugli alberi, può beccarla ogni uccello che passa. Non sono nemmeno sicuro che sia un furto. Ma tu come ti sei permesso di portarmela via, dopo che l'avevo fatta cadere?"

"L'umile divinità che sono è accusata a torto, grande santo. Quel tesoro è un prodotto di immortali terrestri, mentre io sono un immortale del mondo dei fantasmi. Non avrei mai l'audacia di impadronirmi di quella roba, non mi sono mai permesso nemmeno di annusarla."

"Se non l'hai presa tu, come ha fatto a scomparire?"

"Forse voi conoscete soltanto l'efficacia di quel prezioso prodotto per acquistare longevità, ma non sapete le sue origini."

"Perché, che origini ha?"

"Questo prezioso prodotto richiede tremila anni perché il fiore si schiuda, altri tremila per formare il frutto, e almeno altri tremila perché maturi. In diecimila anni, l'albero ne produce solo trenta. Chi ha la fortuna di annusarli vive trecento sessant'anni; chi ne mangia, quarantasettemila anni. Tuttavia il prodotto teme i cinque elementi."

"E che cosa vuol dire?"

"Se lo tocca il metallo, il frutto cade; se lo tocca il legno, si dissecca; nell'acqua si dissolve; il fuoco lo calcina; la terra lo assorbe. Per questo motivo lo si bacchia con uno strumento di metallo; ma occorre poi raccoglierlo su un vassoio foderato di fazzoletti di seta. Se si usasse il legno, il frutto si disseccherebbe, diventerebbe immangiabile e comunque inefficace. Per consumarlo, semmai, si può scioglierlo in una tazza di porcellana riempita di acqua pura. Calcinato dal fuoco non servirebbe più a nulla. Quanto al contatto con il suolo, lo avete appena sperimentato: la terra lo ha subito assorbito, e non ne è rimasta traccia. E questa è una terra vecchia di quarantasettemila anni, una zappa di diamante non riuscirebbe nemmeno a graffiarla tanto è dura: tre o quattro volte di più del ferro forgiato. Perciò consumare quel frutto allunga tanto la vita. Se vostra santità non mi crede, provi a colpire il suolo."

Scimmiotto tirò fuori la sbarra cerchiata d'oro e la batté in terra con tutte le forze. La sbarra fece un gran rimbalzo, con un rumore di tuono, ma sul suolo non restò alcun segno.

"Guarda, guarda!" diceva Scimmiotto. "E pensare che la mia sbarra polverizza le rocce e lascia il segno anche sul ferro forgiato. Qui non è rimasto nemmeno un graffio. Devo ammettere che ti avevo accusato a torto; vai pure."

La divinità locale tornò subito a rimpiattarsi nel suo santuario.

Scimmiotto ci pensò su e trovò una soluzione: si arrampicò di nuovo sull'albero e, mentre con una mano impugnava il martelletto, con l'altra sollevava un lembo della sua lunga tunica di broccato, in modo da formare un sacco. Insinuandosi fra i rami e allontanando le foglie, riuscì a far cadere nel sacco tre frutti. Poi saltò giù e ritornò alla cucina, dove Porcellino gli chiese: "Ce l'hai fatta?"

"E questi che cosa sono? Il vecchio Scimmiotto non sbaglia mai il colpo. Per frutti così rari, non possiamo dimenticare Sabbioso: dagli una voce."

Porcellino lo chiamò facendo gran segni: "Consapevole della Purezza, da questa parte!"

Sabbioso posò i bagagli e corse in cucina a chiedere: "Che cosa c'è, fratelli?"

"Guarda qua" rispose Scimmiotto, aprendo la piega della sua tunica. "Hai un'idea di che cosa siano?"

"Si capisce, sono frutti di ginseng" disse Sabbioso.

"Ma allora tu conosci già questa roba. Dove li hai mangiati?"

"Non li ho mai mangiati; ma quand'ero generale delle Cortine Arrotolate, e scortavo il carro di fenice dell'Imperatore di Giada alla Festa della Pesche di Immortalità, mi è capitato di vedere degli immortali d'oltremare che portavano questa roba in omaggio. Vedere, ho visto; ma senza mai assaggiare. Fratello, ne fai assaggiare un po' anche a me?"

"È fuori discussione; ne ho preso apposta uno per ciascuno di noi."

Così ciascuno ebbe il suo frutto da mangiare. Ma Porcellino aveva una bocca molto capace, e il ventre ancora di più. Fin da quando aveva colto la conversazione fra i due ragazzi, si era sentito come se vermi voraci gli brulicassero nello stomaco. Come vide i frutti, si buttò avanti a bocca spalancata e ne inghiotti uno tutto intero: cadde nel suo ventre con un tonfo, come un sasso nel pozzo. Poi incominciò a stralunare gli occhi con aria mortificata e chiese a Scimmiotto e a Sabbioso: "Voialtri che cosa avete lì da mangiare?"

"Ginseng" disse Sabbioso.

"Che sapore ha?"

"Consapevole della Purezza" intervenne Scimmiotto, "non gli badare. Ha mangiato lui per primo. Dove vuole andare a parare?"

"Fratello" fece Porcellino, "il guaio è che l'ho mandato giù di furia, invece di masticare bene e di assaporare come state facendo voi. Mi è scappato giù per la gola, senza che riuscissi a capire se aveva nocciolo o no. Fratello, le buone azioni non si devono lasciare a metà. Ricominciano a brulicarmi quei vermi nella pancia. Perché non me ne vai a prendere un altro, tanto perché possa sentire anch'io il sapore?"

"Mai contento, mai sazio!" esclamò Scimmiotto. "Questi non sono i soliti quintali di riso o di tagliatelle di cui ti imbottisci a ogni occasione. Questa è roba che ne crescono trenta in diecimila anni. Poterne mangiare uno solo nella vita è già una fortuna incredibile, toccata a ben poca gente. Basta, piantala!"

Si alzò, gettò il martelletto nella cella vicina attraverso un buco nel graticcio della finestra, e non si occupò più di Porcellino.

Intanto il bestione borbottava senza posa. Quando i due ragazzi ebbero occasione di ritornare nella loro camera, lo sentirono lamentarsi di aver inghiottito il ginseng senza sentirne il sapore e di non poterne avere dell'altro. Vento Puro si mise in allarme e disse a Chiaro di Luna: "Lo hai sentito, quel bonzo grassone, che parla di ginseng? Il nostro maestro ci aveva raccomandato di guardarci da questa gente. Non sarà, per caso, che ci abbiano rubato la nostra frutta preziosa?"

"C'è davvero qualcosa che non va, fratello" rispose Chiaro di Luna. "Guarda qui, il martelletto d'oro è caduto per terra. Come mai? Sarà meglio che diamo un'occhiata in giardino."

Infatti vi si precipitarono, e trovarono la porta aperta.

"Ma io l'avevo chiusa" si spaventò Vento Puro. "Che cos'è successo qui?"

Attraversarono di corsa il giardino, e trovarono aperta anche la porta dell'orto. Si precipitarono nel posto del ginseng e, naso all'aria, si misero a contare i frutti che pendevano dall'albero. Rifecero il conto in senso orario e nell'altro senso, ma non riuscivano a vedere più di ventidue frutti.

"Te ne intendi di conti?" chiese Chiaro di Luna.

"La contabilità un po' la conosco" rispose Vento Puro. "Vediamo di ricapitolare.

"In partenza c'erano trenta frutti. All'inaugurazione del parco, il maestro ne fece staccare due; così ne rimanevano ventotto. Due li abbiamo colti noi poco fa per il monaco cinese: dovrebbero restarne ventisei. Invece non se ne vedono più di ventidue. Questo vuol dire che ne mancano quattro, giusto? Non può essere stata che quella banda di furfanti. Andiamo a dire il fatto suo al monaco cinese."

Corsero dritti dal giardino alla sala grande. Tesero contro l'interdetto Tripitaka il dito accusatore e lo trattarono di crapa pelata, di topastro rubalardo, di tutto quello che gli venne in mente; una bella litania di insulti piuttosto volgari, che Tripitaka a un certo punto interruppe dicendo: "Ragazzi miei, che cosa vi salta in mente? Cercate di calmarvi. Se avete qualcosa da dirmi, spero che potrete trovare un modo civile per farmelo sapere. Ma, di grazia, smettete di parlare a vanvera."

"Sei sordo?" gridò Vento Puro. "Noi parleremmo a vanvera, come barbari? Ma tu i frutti di ginseng li hai rubati! Non penserai mica di farci tacere!"

"Che cosa sono, i frutti di ginseng?"

"Te ne abbiamo offerti poco fa; ti facevano impressione, sembravano neonati, no?"

"Emituofo! Quella cosa orribile, che mi ha fatto fremere appena l'ho vista, l'avrei rubata per mangiarla? Ma nemmeno nel più tremendo attacco di bulimia mi verrebbe in mente di fare una cosa simile. Non si deve accusare la gente a torto."

"Può darsi che non l'abbiate mangiata voi" concesse Vento Puro, "ma che lo abbiano fatto i vostri."

"Questo, non saprei, è possibile; ma vi prego, non gridate. Lasciate che li interroghi. Se fosse vero, li costringerò a rifondere il danno."

"Rifondere il danno!" esclamò Chiaro di Luna. "Non penserete che sia roba che si possa trovare in vendita!"

"Se il danno è irreparabile, varrà il detto giustizia e bontà valgono mille monete d'oro: gli dirò di chiedere scusa, e non ci sarà altro da fare. Del resto, non sappiamo ancora se sono stati loro."

"E chi sarebbe stato, se no? hanno anche bisticciato ad alta voce sulla divisione del bottino."

"Discepoli!" gridò Tripitaka. "Venite qui subito! Tutti!"

Udendo l'appello, Sabbioso fu preso dal panico: "Dio che disastro! Devono avere scoperto tutto. Il maestro ci vorrà interrogare, quei piccoli taoisti ci vorranno vituperare, che altro può essere?"

"Sì, è molto imbarazzante" confessò Scimmiotto. "È solo una storia di roba da mangiare, ma confessare vuol dire ammettere che siamo arrivati a rubare per pura ghiottoneria. Sarà meglio negare."

"Proprio così, hai ragione. Teniamo tutto nascosto, e basta" approvò Porcellino.

I tre complici uscirono in fila dalla cucina, uno dietro l'altro, e si avviarono verso la sala grande ostentando un volto spensierato.

Probabilmente non saprete, in fin dei conti, come negarono il loro misfatto; non vi resta dunque che di ascoltare il seguito.