Quando i tre discepoli giunsero nella sala grande, dissero al maestro: "Il riso è quasi pronto. Occorre qualcosa?"
"Discepoli, non è del pranzo che vi volevo parlare. In questo tempio ci sono dei frutti particolari, che si chiamano ginseng e assomigliano a neonati. Chi di voi ne ha rubati e mangiati?"
"Io non voglio storie" farfugliò Porcellino. "Io non so niente e non ho visto niente."
"È stato quello che ride!" gridò Vento Puro. "È stato lui!"
"Il vecchio Scimmiotto è nato allegro e ride sempre: non vorrai mica che mi metta a piangere perché tu non trovi la frutta."
"Discepolo" intervenne Tripitaka "calma! Noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie non possiamo mentire, e non ci è consentito di godere qualsiasi vantaggio a scapito della nostra coscienza. Se avete mangiato quei frutti, dovete chiedere scusa. Che senso ci sarebbe a negarlo a tutti i costi?"
L'argomentazione del maestro parve a Scimmiotto molto sensata, e si decise a dire la verità: "In realtà non è stata colpa mia. Porcellino aveva origliato la conversazione dei giovanotti di là dalla parete e gli era venuta una gran voglia di assaggiare un cibo sconosciuto; perciò mi ha mandato a coglierne tre. Ne abbiamo mangiato uno per uno. Ciò che è mangiato, non c'è più. Che ci si può fare?"
"Quattro, ne hanno rubati!" protestò Vento Puro. "E secondo questo bonzo, non sarebbero dei banditi!"
"Emituofo! Se ne sono scomparsi quattro, perché noi ne abbiamo visti solo tre? Uno lo avevi fatto scomparire tu!" gridò quel cretino di Porcellino, facendo un gran baccano.
Dal momento che l'esito dell'interrogatorio confermava i loro sospetti, i due piccoli immortali divennero più arroganti che mai. I denti d'acciaio del grande santo stridevano di furore represso, roteava gli occhi furibondi, tastava con mani nervose la sua sbarra cerchiata d'oro con una voglia incontenibile di adoperarla: "Maledetti discoli, va bene! Gli lascio l'ultima parola. Incasso e non dico niente, ma la cosa non finisce qui: giuro che quella frutta del diavolo non la mangerà più nessuno."
E bravo Scimmiotto! Si strappò un pelo dalla nuca, vi alitò un soffio magico e lo trasformò in un altro sé stesso. Lasciò questo sosia a sorbirsi pazientemente le ramanzine dei due pupattoli, e se ne andò dritto filato all'albero di ginseng. Tirò fuori la sua sbarra cerchiata d'oro e, con un solo botto tanto poderoso da rovesciare una montagna, lo abbatté.
Povera pianta! Sconvolta la chioma,
Mostra le sue radici a cielo aperto.
L'elisir vegetale dei taoisti
Con questo colpo è perduto per sempre.
Rovesciato l'albero, il grande santo frugò tra le fronde in cerca dei frutti, ma non trovò niente. Il fatto è che i frutti erano caduti all'urto della sbarra di metallo, avevano toccato il suolo e ne erano stati immediatamente assorbiti.
"Amen" si disse Scimmiotto. "Meglio allontanarsi."
Nascose la sbarra, ritornò al punto di partenza e ricuperò il suo pelo; nessuna persona ordinaria avrebbe potuto accorgersi di queste operazioni, tanto rapidamente venivano eseguite.
I due giovani immortali si stavano cavando il gusto di maledire a sazietà i poveri pellegrini, quando Vento Puro si sentì sfiorare da un dubbio: "Chiaro di Luna, hai visto come incassano tutto questi bonzi? Gliene abbiamo dette di tutti i colori, ma loro non fiatano. E se dopo tutto non avessero rubato? Se avessimo contato male noi, a quell'altezza e in mezzo ai rami? Non li vorrei insultare a torto; forse è meglio fare un'altra verifica."
"Hai ragione" rispose Chiaro di Luna.
Ritornano nel parco, e la prima cosa che vedono è il gigantesco groviglio delle radici rivolte al cielo; rami spezzati, foglie cadute, di frutti nemmeno l'ombra. A Vento Puro non reggono più le gambe, e cade a terra; Chiaro di Luna si sente la schiena spezzata, trema tutto, gli si odono scrocchiare le ossa. A entrambi sembra di morire. Lo testimoniano i versi:
Giunsero al Monte di Longevità,
Dove Scimmiotto distrusse il cinabro
Vegetale. Strappata la radice
Dell'immortalità, restan ghiacciati
D'orrore Vento Puro e Chiar di luna.
Giacevano entrambi nella polvere, balbettavano parole incoerenti e ripetevano: "E adesso che si fa? Come faremo? Il cinabro distrutto! La discendenza interrotta! Che dirà il maestro?"
Chiaro di Luna fu il primo a riprendersi: "Conviene che ci sforziamo di controllarci, caro fratello e condiscepolo. Ricomponiamoci, per non allarmare prematuramente questi bonzi. Di certo sono stati loro: quello con la faccia pelosa e la voce da duca del tuono deve aver usato la magia per devastare il nostro tesoro. Se discutiamo con lui negherà, finiremo per litigare e verremo alle mani. Credi che noi due potremmo farcela, contro loro quattro? È meglio l'astuzia; diciamo loro che non manca nulla, che avevamo sbagliato il conto, e presentiamo le nostre scuse. Il loro riso sarà cotto: aspettiamo che si siedano a tavola, portiamo loro qualche piattino di contorno per prolungare il pasto e intanto ci prepariamo, io a destra e tu a sinistra dell'ingresso. Quando avranno le ciotole in mano, chiudiamo la porta e tiriamo il catenaccio, verifichiamo che siano chiuse tutte le altre porte del tempio e li mettiamo al sicuro, perché non possano fuggire. A questo punto attenderemo il ritorno del maestro: deciderà lui della loro sorte. È un vecchio amico del bonzo; se vorrà perdonarlo, sarà effetto della sua bontà. In ogni caso, avremo almeno catturato i criminali: è l'unica cosa che possiamo fare per attenuare la nostra colpa."
"Mi sembra sensato, sono d'accordo" approvò Vento Puro.
Perciò ritornarono nella sala grande, sforzandosi di assumere un'aria disinvolta e un viso rasserenato. Si inchinarono al monaco cinese e gli dissero: "Maestro, speriamo che ci vorrete perdonare le parole grossolane e offensive che vi abbiamo rivolto poco fa."
"Che cosa intendete dire?" si meravigliò Tripitaka.
"In realtà i frutti non sono scomparsi. Avevamo contato male noi, fra quel fogliame folto a grande altezza. Ora abbiamo verificato e constatiamo che i conti tornano" precisò Vento Puro.
Porcellino ne approfittò subito per assumere un tono di dignità offesa: "Avete visto, pasticcioni? Questi pivelli ci sono venuti a insultare a casaccio, senza avere idea di come stavano le cose. E così ci avete accusato ingiustamente: è una bella porcheria!"
Scimmiotto, che sapeva tutto, si arrovellava dentro di sé senza dir parola: "Perché parlano così? Perché mentono? I loro frutti glieli ho sistemati io una volta per tutte, a meno che sappiano come rendere la vita ai morti."
"Se le cose stanno così" concluse Tripitaka, "si serva il riso; partiremo dopo pranzo."
Porcellino andò a riempire le tazze, mentre Sabbioso disponeva tavola e seggiole. I due ragazzi procurarono molti piattini di verdure, melanzane e zucchini in salsa di soia, navoni in feccia di vino, fagiolini sottaceto, radici di loto marinate, cavolo rosso sotto senape. Poi recarono una teiera colma e due caraffe di vino, e si affaccendarono a mescere. Ma quando i pellegrini ebbero le loro ciotole in mano, i due ragazzi si ritirarono precipitosamente, chiusero i battenti della porta principale e li sbarrarono con un grosso catenaccio di rame a due lucchetti.
"Che cosa fate, giovanotti?" esclamò ridendo Porcellino. "Sono ben strane le usanze del paese. Ci si chiude a chiave per pranzare, da queste parti?"
"Proprio così" rispose da fuori Chiaro di Luna. "Apriremo quando avrete vuotato i calici fino in fondo."
Ma Vento Puro perse le staffe: "Maledette zucche pelate, ghiottoni svergognati! Non vi è bastato rubare i nostri frutti di immortalità, avete anche abbattuto l'albero, avete sradicato il nostro santuario, e non vi vergognate di parlare con quel tono? E voi vorreste raggiungere il Paradiso dell'Ovest e vedere in faccia il Buddha? Ma sapete, invece, quante volte ancora dovrete spingere il carro delle reincarnazioni, e quali forme schifose dovrete assumere?"
A queste parole la ciotola di riso cadde di mano a Tripitaka e un grande peso gli gravò sul cuore.
I ragazzi tirarono i catenacci delle porte tutto intorno, poi ritornarono davanti alla porta principale e vi restarono fino a sera a proferire vituperi: ladri di qua, briganti di là; infine se ne andarono a cena e si misero a letto.
Tripitaka se la prendeva con Scimmiotto: "Benedetto zuccone di una scimmia! Ci metti sempre nei guai. Dopo tutto la frutta l'avevi rubata davvero; potevi lasciarli sfogare, incassare gli insulti che ti eri andato a cercare e chiuderla lì. Che bisogno c'era di abbattergli l'albero? In un caso del genere, se ti citassero in giudizio, non ti assolverebbe nemmeno tuo nonno."
"Maestro, non vi riducete in questo stato" replicò Scimmiotto asciugandogli la fronte sudata. "Quei ragazzotti sono andati a nanna: lasciamoli dormire. Noi intanto ce ne andremo via di qua."
"Ma hanno tirato tutti i catenacci" obiettò Sabbioso; "ci hanno chiuso dentro. Come si fa a uscire?"
"Non ti preoccupare, il vecchio Scimmiotto sa sempre cavarsela. Ho già in mente come fare."
"Si capisce, non c'è pericolo che tu non te la cavi" replicò Porcellino. "Tu diventi un insettino e voli via da una fessura. Ma noi che non ci sappiamo trasformare, resteremo qui come fessi a prenderci tutte le colpe: noi dobbiamo pur preoccuparci!"
"Non ce lo farà, lo scherzo di scappare da solo e di lasciarci qui" intervenne Tripitaka. "Perché, se ci provasse, io reciterei un certo sutra ben noto, che gli farebbe cambiare idea."
"Maestro, che sutra è?" domandò Porcellino, inquieto ma a un tempo molto interessato. "Ho sentito parlare del Sûrangama sûtra, del sutra del Loto della Buona Legge, del sutra del Pavone, del sutra di Guanyin, del sutra del Diamante; il sutra Ben Noto non lo avevo mai sentito."
"Fratellino, ma allora non lo sai? Il cerchio d'oro che porto in capo" spiegò Scimmiotto "è un regalo della pusa Guanyin al nostro caro maestro, che mi ha indotto con l'inganno a posarlo sulla testa, dove ha messo radici: adesso è impossibile toglierlo. Il sutra di cui parlava il maestro è un incantesimo che stringe il cerchio. Se lo recita mi fa venire il mal di testa; si tiene in mano questo mezzuccio per mettermi in difficoltà. Maestro, lasciate stare, non ho mai pensato di piantarvi in asso. Vi garantisco che ce ne andremo tutti insieme."
Intanto calò la notte.
"A quest'ora la musica è finita, si alza la luna in ciel; è il momento buono per filarcela" dichiarò Scimmiotto.
"Ma non è il momento di prenderci in giro" brontolò Porcellino. "Come squagliarsela da tutte queste porte sbarrate?"
"Ti farò vedere un'altra delle mie abilità" replicò Scimmiotto impugnando la sua sbarra. Le impresse il movimento che apre le serrature e la puntò verso la porta: con un fracasso di metallo spezzato, i catenacci caddero a terra e i battenti si spalancarono violentemente, come per un colpo di vento.
"Che bel lavoretto!" esclamò Porcellino. "Nessun fabbro saprebbe far meglio."
"Queste sono porte da ridere. Con una buona concentrazione, farei saltare le serrature della porta est del Cielo."
Scimmiotto invitò il maestro a uscire e a rimontare a cavallo, e si lanciarono sulla strada maestra dell'Ovest, Sabbioso accanto al cavallo e Porcellino dietro con i bagagli.
"Non prendetevela troppo calda!" gridò Scimmiotto. "Datemi il tempo di assicurarmi che i bambini facciano la nanna, diciamo un mesetto di sogni d'oro."
"Discepolo!" s'inquietò Tripitaka. "Non devi attentare alla loro vita, altrimenti aggraverai la tua posizione: ti renderai colpevole di omicidio a scopo di lucro."
"So, so" rispose Scimmiotto. Fece dietro front, rientrò nel tempio e si accostò alla cella in cui dormivano i due giovani taoisti.
Portava con sé, legati alla cintura, certi insetti del sonno che aveva vinto giocando a indovinala grillo con il re celeste Anima Lunga, alla porta orientale del Cielo. Li palpò per scegliere i due più grassocci e li gettò con un buffetto attraverso un forellino della finestra. I due volarono dritti in faccia ai dormienti e li punsero; il loro sonno divenne tanto profondo, che non li avrebbero svegliati le trombe del giudizio.
Scimmiotto raggiunse a gran passi Tripitaka e gli altri pellegrini, che si affrettavano lungo la strada maestra.
"Questa scimmia sarà la mia morte!" gemette Tripitaka. "Per colpa della tua ghiottoneria, devo passare la notte in bianco."
"Non me ne vogliate troppo. Potete riposare un po' in questo bosco lungo la strada: quando vi sentirete ristorato, ripartiremo."
Al reverendo non restò che scendere da cavallo e sedersi ai piedi di un pino in posizione di meditazione. Sabbioso diede un grande sbadiglio e si addormentò subito. Così fece anche Porcellino, appoggiando il capo su una roccia a mo' di guanciale. Scimmiotto aveva altri modi di riposarsi: rimasto solo, si divertì a saltare di ramo in ramo fra gli alberi del bosco.
Intanto il grande immortale, terminata la riunione al palazzo dell'Imperatore di Giada, era uscito con la sua scolaresca di giovani immortali dal paradiso Tusita, aveva attraversato il cielo di diaspro su nuvole di buon augurio e non aveva tardato a ritrovarsi al portale del Tempio delle Cinque Fattorie.
Trovando la porta spalancata e il suolo spazzato, l'immortale esclamò: "Vedo con stupore che Vento Puro e Chiaro di Luna stanno scoprendo le gioie del lavoro. Di solito fanno fatica a stirarsi nel letto quando il sole è già alto tre tese. Ma oggi, che erano soli in casa, si devono essere alzati prestissimo e hanno già aperto la porta e spazzato l'entrata."
Tutti i giovani immortali manifestavano il loro compiacimento. Ma quando entrarono nella sala grande, non ci trovarono nulla di pronto, né fuoco né incenso; nessuna traccia di presenza umana. Non parliamo poi di Vento Puro e Chiaro di Luna.
"Avranno approfittato della nostra assenza per rubare qualcosa e scappare" suggerì qualche benevolo condiscepolo.
"Che assurdità!" li rimproverò l'immortale. "Chi coltiva l'immortalità non commette certe bassezze. Piuttosto, per come li conosco, si saranno dimenticati di chiudere la porta al momento di coricarsi, e staranno ancora dormendo della grossa."
I discepoli si recarono alla porta della loro cella: in effetti era chiusa a chiave, e dentro si sentiva russare. Si ebbe un bel bussare, scrollare, chiamare, gridare: quelli ronfavano come se niente fosse. Infine i giovani immortali forzarono la porta e li levarono dal letto, ma non cambiò nulla: il loro placido russare continuava imperturbato. Il grande immortale si mise a ridere: "Benedetti ragazzi! Chi diviene immortale dovrebbe impegnare tanto il suo spirito da non pensare più a dormire. Ma perché dovrebbero essere tanto stanchi? Non sono mai stati dei grandi lavoratori. Che qualcuno gli abbia giocato un brutto tiro? Portatemi subito dell'acqua!"
Uno dei discepoli portò un bicchier d'acqua e lo porse al maestro. Questi recitò un incantesimo, si versò in bocca un sorso e lo spruzzò sui loro visi, liberandoli dall'influsso del demone del sonno.
Aprirono gli occhi, si stropicciarono il viso, riconobbero il maestro e la folla dei discepoli chini su di loro. Presi dal panico, balzarono su e si prosternarono ripetutamente dicendo: "Maestro, il vostro amico, quel bonzo orientale(27)... Sono una banda di briganti, sono molto pericolosi!"
"Cercate di calmarvi" disse sorridendo il grande immortale. "Raccontatemi per ordine che cosa è accaduto."
"Maestro, poco dopo la vostra partenza, si sono presentati quattro bonzi, fra cui il monaco cinese, con un cavallo. Noi, maestro, abbiamo seguito scrupolosamente le vostre istruzioni: ci siamo accertati della loro identità e siamo andati a cogliere due frutti di ginseng, per offrirli al monaco cinese. Ma con i suoi occhi di volgare profano e il suo spirito limitato, non ha saputo riconoscere il nostro tesoro di immortalità. Rifiutava assolutamente di mangiarli, perché credeva che fossero neonati; perciò li abbiamo mangiati noi, uno a testa. Senza che ce lo aspettassimo, uno dei suoi discepoli, un certo Scimmiotto Consapevole del Vuoto, ci ha rubato altri quattro frutti. Noi abbiamo cercato di ricondurlo alla ragione, di discuterne francamente, ma lui non ha voluto saperne, deve aver usato di nascosto il procedimento di uscita dell'anima dal corpo e... è spaventoso!"
A questo punto del racconto, i due ragazzi scoppiarono in lacrime.
"Il bonzo vi ha picchiato?" chiedevano i condiscepoli.
"No, no, ben altro! Ha abbattuto il nostro albero di ginseng!"
Anche di fronte a questa terribile rivelazione, il grande immortale si dominò: "Basta, smettete di piangere. Voi non sapevate che questo Scimmiotto ha enormi poteri magici, è un immortale vagabondo dell'Unità suprema, e del resto ha già provocato gravi danni in Paradiso. Dunque il nostro prezioso albero è stato abbattuto. Sapreste riconoscerli, questi bonzi?"
"Ma certo, tutti quanti" assicurò Vento Puro.
"Allora venite con me. Voialtri, preparate il necessario per il supplizio che gli infliggeremo quando saremo di ritorno."
I discepoli ubbidirono, mentre il grande immortale, in compagnia di Vento Puro e Chiaro di Luna, saliva su una nuvola di buon augurio e partiva all'inseguimento del monaco cinese. In un istante aveva già superato mille li. Il grande immortale era intento a guardare verso ovest, ma non trovava traccia dei pellegrini. Quando si volse a guardare a est, si rese conto di averli superati: pur camminando di buon passo fino alla sosta per il riposo, Tripitaka non era riuscito a percorrere più di cento venti li. Gli inseguitori tornarono indietro.
"Maestro, eccolo là, ai piedi di quell'albero sul bordo della strada: è lui!" annunciarono i ragazzi.
"Vedo" rispose il grande immortale. "Ritornate a casa e preparate delle corde. Provvedo io a catturarli." Vento Puro e il compagno ritornarono a casa.
Il grande immortale scese allora dalla sua nuvola e con una scossa si trasformò in un viandante taoista della setta della Verità completamente sublimata. Com'era conciato?
Un abito di cenci e di rammendi,
Pieno di cinghie, alla moda di Lü;
Agita in mano la coda di yak
E tamburella sul pesce di legno.
Calza ai piedi dei sandali a tre orecchie,
Berretto a nove Yang sopra la testa.
Va sventolando attorno larghe maniche
E leva canti alla luna crescente.
Si diresse verso l'albero e gridò al monaco cinese: "Reverendo, l'umile taoista che sono vi saluta."
Tripitaka rese premurosamente il saluto: "Vi prego di perdonare la mia involontaria scortesia: non vi avevo visto."
"Da dove venite, reverendo? Perché vi siete seduto sul bordo della strada?"
"Il vostro umile servitore è stato inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Questa appunto è la strada che seguiamo, e io mi sono seduto per riposare un momento."
"Poiché venite dall'est, sareste per caso passato dalla nostra desolata montagna?" inquisì il grande immortale, fingendosi sorpreso.
"Qual'è la vostra preziosa montagna?"
"La mia umile dimora è il Tempio delle Cinque Fattorie sul Monte della Longevità."
A queste parole intervenne precipitosamente Scimmiotto, che aveva la coda di paglia: "No, no, siamo passati da un'altra strada."
"Ti ho colto, maledetta scimmia!" replicò il grande immortale, tendendo il dito accusatore e mettendosi a ridere. "Chi credi di imbrogliare? Sei stato proprio nel nostro tempio, e hai rovesciato l'albero di ginseng. Poi siete fuggiti, questa notte stessa. Che cosa aspetti a confessare? Dove credi di trovare un alibi? Vieni qui e rendimi il mio albero, prima che sia troppo tardi."
Apostrofato in questo modo, Scimmiotto fu invaso dal furore: cavò la sbarra e, senza perdere tempo a commentare, la calò sulla testa del grande immortale, che la schivò balzando da lato e subito si alzò in cielo su un alone di buon augurio. Scimmiotto lo inseguì con una nuvola. Una volta in aria, l'immortale riprese il proprio aspetto. Ecco com'era vestito:
In testa una corona d'oro puro,
Avvolto in una cappa di piumino
Di gru, bianco splendente, gran stivali
E cintura di seta. Un incarnato
Di donna reca in viso, ma inquadrato
Da barba e favoriti. I suoi capelli
Son legati in due crocchie ala-di-corvo.
Nel fronteggiar Scimmiotto, non è armato
D'altro che della sua coda di yak.
Scimmiotto pestava senza tanti riguardi con la sua sbarra, ma quella coda di yak con il manico di giada parava ogni colpo. Dopo avere resistito in questo modo a due o tre assalti, l'immortale ricorse al trucco detto dell'universo nella manica: dal bordo della nuvola dove si teneva ritto tese controvento la manica della sua cappa, l'aprì dolcemente e, op là! i quattro pellegrini e il cavallo vi furono aspirati e rinchiusi.
"Porca miseria, dove siamo finiti?" esclamò Porcellino. "Dentro un sacco!"
"Non è un sacco, scemo" disse Scimmiotto. "Ci ha infilati nella sua manica."
"Allora non è grave: dò una rastrellata e faccio un buco" propose Porcellino. "Basterà che ci lasciamo cadere da lì. Lui penserà di averci perduto per disattenzione, perché non aveva badato che la manica era scucita."
In effetti il bestione si mise al lavoro, ma non serviva a nulla: quel tessuto, così morbido a toccarlo, resisteva al rastrello più dell'acciaio.
Il grande immortale ritornò con la sua nuvola al tempio e ordinò ai discepoli di portare le corde. Sotto gli sguardi attenti dei giovani immortali, estrasse dalla manica i pellegrini, uno dopo l'altro, come se fossero marionette: per primo il monaco cinese, che fu legato a un pilastro della tettoia all'ingresso della sala grande; poi gli altri tre, che furono legati ciascuno a una colonna; il cavallo lo legarono nella corte e gli portarono il fieno. I bagagli furono gettati a terra sotto il portico.
"Discepoli" disse l'immortale, "questi bonzi sono gente che ha abbandonato la sua famiglia: non si possono usare armi bianche su di loro. Portate qui lo staffile a strisce di cuoio e dategli una bella correzione, che ci vendicherà dei frutti del ginseng."
I discepoli corsero a prendere lo staffile di cuoio, che non era di vacca o montone, di camoscio o bufalo, ma di pelle di drago: quella che si chiama sette stelle, ed era stata ben imbevuta d'acqua. Un giovane immortale dei più robusti impugnò baldanzoso lo staffile e chiese: "Da chi incominciamo?"
"Tripitaka è il più anziano di questa banda disonorata. Incomincia da lui."
Scimmiotto pensò: "Il nostro vecchio bonzo non sopporterà la fustigazione. Se muore, non sarò forse io a portarne la responsabilità?"
Perciò aprì bocca: "Maestro, vi sbagliate: i frutti li ho rubati io e li ho mangiati io; l'albero l'ho abbattuto io. Che cosa c'entra lui? Si deve incominciare da me."
"Questa maledetta scimmia ha stile, a modo suo" esclamò ridendo il grande immortale. "Va bene, incominciamo da lui."
"Quanti colpi?" chiese il fustigatore.
"Tanti quanti i frutti dell'albero: trenta."
Il discepolo levò alto lo staffile per abbatterlo a tutta forza. Scimmiotto, preoccupato dalla potenza dei mezzi di cui disponevano questi taoisti, seguiva i movimenti con attenzione per capire dove lo avrebbero colpito: vide che si mirava alle gambe. Con una scossettina, le trasformò in pezzi di ferro di forgia.
Somministrati i trenta colpi a intervalli stabiliti, era passato mezzogiorno. A questo punto il grande immortale ordinò: "Ora puniremo Tripitaka per il lassismo del suo insegnamento. Il suo testardo discepolo si è scatenato sotto la sua responsabilità."
Il fustigatore si apprestava di nuovo a colpire, quando Scimmiotto parlò di nuovo: "Fate un altro sbaglio, maestro. Mentre rubavamo i frutti, il nostro maestro stava conversando con i vostri ragazzi nella sala di ricevimento: non sapeva nulla dei nostri intrighi. E anche se fosse colpevole di non averci educato con sufficiente fermezza, toccherebbe a me, suo discepolo anziano, di subire il castigo per lui. Frustatemi un'altra volta."
"Questa maledetta scimmia è furba e incallita nel male, ma almeno mostra qualche traccia di pietà filiale. Se è questo che vuole, frustatela ancora." ordinò il grande immortale.
E il fustigatore gli inflisse altri trenta colpi. Scimmiotto, abbassando gli occhi, vide le proprie gambe lustre e scintillanti come specchi, dopo tanti colpi; ma non sentiva nulla.
Quando scese la sera, il grande immortale ordinò di rimettere a mollo lo staffile nell'acqua, per riprendere la somministrazione del supplizio la mattina dopo. I discepoli ubbidirono, poi se ne andarono a cena e si ritirarono nelle loro celle per dormire.
Quando i pellegrini rimasero soli, Tripitaka, con gli occhi pieni di lacrime, se la prese con i suoi discepoli: "Queste disgrazie le avete provocate voi, ma le conseguenze le pago io. E adesso come faremo?"
"Non incominciate a far lagne. A che serve? I colpi li hanno dati solo a me" ricordò Scimmiotto, "e a lamentarvi siete voi, che finora nessuno ha toccato."
"Non mi hanno ancora picchiato, ma sono tutto indolenzito per via delle corde che mi legano."
"Maestro" ricordò Sabbioso, "siamo tutti nella stessa situazione."
"Basta rugare, voialtri" tagliò corto Scimmiotto. "Dobbiamo rimetterci in cammino."
"Fratello" obiettò Porcellino, "non ricominciare a fare il cacciapalle: queste corde di canapa bagnate, che si stanno asciugando e stringendo, mi fanno già abbastanza male. Qui ci vuol altro che la tua abilità di scassinatore di catenacci."
"Senza vantarmi, non sono certo queste corde di canapa bagnata a tripla torsione che mi fanno paura. Del resto, anche un ormeggio di fibre di palma del diametro di una colonna mi farebbe sì e no il solletico."
Mentre parlottavano fra loro, intorno regnava da un pezzo il silenzio; la quiete era calata sull'universo.
Che bravo Scimmiotto! Si rimpicciolì per liberarsi dai legami e sussurrò: "Maestro, andiamocene!"
Sabbioso, allarmato, diceva: "Ehi, fratello maggiore, aiuta anche noi!"
"Piano! Parlate piano!" sibilò Scimmiotto, e slegò uno dopo l'altro Tripitaka, Porcellino e Sabbioso. Rivestirono le loro tuniche, sellarono il cavallo, raccolsero i loro bagagli sotto il portico e guadagnarono l'uscita.
"Tagliami quattro salici giovani ai piedi della rupe e portali qui" ordinò Scimmiotto a Porcellino.
"A che cosa ti servono?" si stupì Porcellino.
"Mi servono e basta. Sbrigati."
Il bestione non era furbo, ma era robusto. Con pochi colpi ben assestati abbatté quattro salici e li riportò sotto braccio. Scimmiotto ne tolse i rami e fece portare i tronchi nella corte dai suoi condiscepoli, che li legarono dove erano stati tenuti prigionieri. Il grande santo recitò un incantesimo, si morse la punta della lingua, sputò su ciascuno di loro una goccia di sangue e ordinò loro di trasformarsi: uno dei tronchi prese il suo aspetto, un altro diventò un convincente Tripitaka, gli altri due presero l'aspetto di Sabbioso e di Porcellino. Non solo erano somiglianti, ma sapevano rispondere se li si chiamava per nome. Poi ritornarono dal maestro e camminarono tutta la notte, per mettere la più grande distanza possibile fra loro il Tempio delle Cinque Fattorie.
Tuttavia all'alba il reverendo si assopiva sul suo cavallo, e vacillava minacciando di cadere. Scimmiotto se ne accorse e lo apostrofò: "Non siete proprio all'altezza, maestro. Per chi ha lasciato casa sua, queste non sono condizioni straordinarie. Il vostro vecchio Scimmiotto potrebbe saltare il sonno per mille notti di seguito, e non accorgersene neppure. Scendete giù, che se incontrassimo qualcuno vi rendereste ridicolo. Schiacciate un pisolino al riparo dal vento, e poi ripartiremo."
Mentre maestro e discepoli fanno una sosta, ritorniamo al tempio: al sorgere del giorno il grande immortale fece colazione e salì alla sala di ricevimento, ordinando di portare lo staffile: "E oggi incominciamo da Tripitaka."
Il fustigatore alzò il suo strumento e gridò: "È il tuo turno!"
"E allora dacci dentro" rispose il salice.
Con Sabbioso accadde la stessa cosa. Poi veniva Scimmiotto. Ma allora il vero Scimmiotto, che si trovava lontano sul bordo della strada maestra, ebbe un fremito ed esclamò: "Ahi, va male!"
"Che succede?" si allarmò Tripitaka.
"Quando ho trasformato quei salici, pensavo che oggi non mi avrebbero battuto, dopo la doppia correzione di ieri. Ma ecco che ricominciano a frustare l'emanazione del mio corpo, e confesso che mi dà molto fastidio. Sarà meglio metter fine all'esperimento."
E recitò una formula che spezzava l'incantesimo.
I giovani taoisti si presero una bella paura, mollarono lo staffile e corsero ad annunciare: "Maestro, a quanto pare non stiamo battendo i bonzi, ma dei tronchi di salice."
A queste parole, il grande immortale fece una risata cattiva: "Scimmiotto è pur sempre il Bel Re Scimmia! All'epoca dei gravi disordini che provocò in Cielo, si diceva che non riuscivano a fermarlo nemmeno le reti celesti: ora non stento a crederlo. Potevi limitarti a scappare, e va bene, poteva anche finire lì. Ma perché prenderti gioco di noi con questo infame trucco dei pezzi di legno? Questa non gliela perdono: dobbiamo riprenderli."
Detto fatto, si lanciò sulle nuvole e, osservando in direzione dell'Occidente, vide i bonzi che avanzavano sulla strada, con cavallo e bagagli.
Il grande immortale abbassò la sua nuvola su di loro e gridò: "Dove vai Scimmiotto? Rendimi l'albero di ginseng!"
"Rieccolo, ci ha fregato!" esclamò Porcellino.
"Maestro" disse Scimmiotto a Tripitaka "adesso per piacere mi lasciate riporre la parola bontà in attesa di tempi migliori, e non fate obiezioni se uso un po' di sana violenza; altrimenti non ne usciremo mai."
Tripitaka si mise a tremare come una foglia, ma i discepoli non rimasero ad aspettare che dicesse la sua opinione: Sabbioso tirò fuori la sua preziosa mazza, Porcellino il rastrello e Scimmiotto la sbarra cerchiata d'oro. Si slanciarono tutti insieme in aria, circondarono l'immortale e incominciarono a legnare senza troppi riguardi. Fu una lotta violenta, come testimoniano i versi:
Consapevole del Vuoto non capiva
Il segreto del Signore Uguale al Mondo:
Come egli resistesse a tre armi magiche,
Maneggiate con potenza e con ferocia,
Opponendovi la sua coda di yak.
A gran botte, movimenti impercettibili
Che le parano in qualunque direzione.
Così passa buona parte del mattino:
Quando mai riprenderan la loro strada?
I tre condiscepoli attaccavano congiuntamente con energia; ma quando l'immortale spiegò di nuovo la sua manica, come la prima volta, non poterono farci nulla e vi furono aspirati a precipizio, con il maestro, il cavallo e i bagagli.
L'immortale ritornò al suo tempio, entrò nella corte e di nuovo li estrasse dalla manica. Questa volta Tripitaka fu legato a una piccola sofora, ai piedi della scala, Porcellino e Sabbioso agli alberi che stavano a destra e a sinistra dell'ingresso della sala grande, e Scimmiotto, legato come un salame, fu gettato per terra davanti all'immortale.
"Mi vorranno interrogare" pensò Scimmiotto.
Poi vennero portate dieci pezze di grossa tela fabbricata in casa.
"Porcellino!" disse ridendo Scimmiotto. "Guarda come sono gentili: ci vogliono confezionare vestiti con le maniche a sbuffo. Certo che potrebbero risparmiare un bel po' di stoffa con le solite tuniche a campana."
L'immortale ordinò: "Avvolgeteli nelle tele." E i discepoli ubbidirono.
Scimmiotto continuava a scherzare: "Guardate che bel sudario ci regalano da vivi."
Quando furono ben impacchettati, l'immortale fece portare della lacca con cui i pellegrini furono interamente spalmati, salvo la testa.
"Maestro" protestò Porcellino, "la testa è meno importante di quel che sembra. Ma in basso ci vuole un buco, per lasciare un po' di sfogo."
A questo punto venne portato un gigantesco calderone.
"Guarda che roba, Porcellino. È una pignatta su misura per il tuo appetito. Ne avremo di riso, a pranzo!"
"Tanto meglio. Se prima possiamo mangiare abbastanza, non ci resterà poi la cera di fantasmi affamati."
Il calderone venne posato ai piedi della scala, sopra una catasta di fascine che fecero un fuoco d'inferno.
"Ora riempite la caldaia d'olio, e quando sarà a bollore ci getterete il Novizio Scimmiotto. Lo friggeremo per vendicare il nostro albero di ginseng."
Scimmiotto ascoltò con piacere, e pensava: "È meglio di quanto temevo. Non prendo un bagno da un bel po', ho giusto la pelle arida che incomincia a irritarsi. Un bel bagno caldo è quello che mi ci vuole per mettermi in forma."
La caldaia incominciò a bollire. Tuttavia il grande santo si sentiva inquieto: temeva che, quando fosse nell'olio bollente, il taoista gli potesse giocare qualche brutto scherzo.
Perciò si guardò intorno; aveva vicino a sé, da una parte una meridiana, dall'altra un leone di pietra. Si diede una spinta per accostarsi al leone, si morse la punta della lingua e lo trasformò. Il leone prese l'aspetto di Scimmiotto, legato come un salame, mentre il vero Consapevole del Vuoto se ne volò su una nuvola e vi sedette a contemplare i taoisti.
Vide i giovani immortali che annunciavano: "Maestro, l'olio bolle." E quello rispondeva: "Sollevate Scimmiotto e gettatecelo dentro."
Quattro ragazzi ci provarono, ma senza risultato. Ne vennero otto di rinforzo, ma inutilmente; poi altri quattro, ma ancora non si riusciva a sollevarlo.
"Questa maledetta scimmia ama tanto la terra che non si riesce a staccarla dal suolo. È piccoletta di statura, ma quanto è pesante!" commentavano gli immortali. Finalmente in venti riuscirono a portarlo ansimanti fino al calderone e ce lo buttarono dentro: fece un grande schizzo, che spruzzò olio bollente sulle facce dei giovanotti e le riempì di vesciche.
Quelli che curavano il fuoco incominciarono a gridare: "Perde, perde, perde!"
Il fondo della marmitta si era spezzato, e tutto l'olio si sparse intorno. Il fatto è che ci avevano buttato di peso il leone di pietra.
"Ignobile scimmia!" gridò il grande immortale sconvolto dalla collera. "Com'è privo di riguardi! Scappa se vuoi, ma perché mi spacchi la caldaia? Adesso lo metto io nelle peste. Questa scimmia è inafferrabile, tanto varrebbe pretendere di trattenere la sabbia, stringere fra le dita il mercurio, afferrare l'ombra o ingabbiare il vento. Basta così. Se ne vada dove gli pare. Ma ora portate qui un'altra caldaia: per vendicare l'albero di ginseng, metteremo a friggere Tripitaka."
I giovani immortali si misero all'opera per rompere la tela laccata e tirarlo fuori.
Scimmiotto, per aria, sentiva tutto e si diceva: "Il maestro non sarà all'altezza della situazione: come toccherà l'olio bollente, cadrà morto stecchito; alla seconda passata avremo bonzo fritto da mettere in tavola, e alla terza bonzo carbonizzato. Sarà meglio che gli dia una mano."
Che bravo Scimmiotto! Scese giù e si presentò a mani giunte: "Non friggete il mio maestro! Ci vado io nella pentola dell'olio."
"Te la farò vedere io, maledetto!" tuonò il grande immortale. "Come ti sei permesso di rompere il mio calderone?"
"Non sei il primo a cui mi càpita di guastare i fornelli" replicò Scimmiotto ridendo. "Che cosa ho fatto di male? Il tuo amabile invito a prendermi un bagnetto di olio bollente lo gradivo molto, ma in quel momento mi scappavano sia il bisogno piccolo, sia quello grande. Mi dispiaceva sporcare un olio così fine, non credo che poi avresti più potuto usarlo per il fritto misto. Perciò ho fatto i miei bisogni da un'altra parte e ora sono qui, bello tranquillo e pulito, come si deve quando si va a farsi friggere: lascia il mio maestro e prendi me."
A queste parole, il grande immortale diede in una risata agghiacciante e si fece avanti per impadronirsi di Scimmiotto. Se non sapete quali proposte ricevette, né come le cose andarono a finire, ascoltate il seguito.