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026 AFFANNOSA RICERCA DI UN RIMEDIO · IN CUI SCIMMIOTTO PERCORRE LE TRE ISOLE ALLA VANA RICERCA DI UN RIMEDIO, E GUANYIN RIPORTA ALLA VITA CON LA RUGIADA L'ALBERO DI GINSENG.

Dice un poema:

Àrmati nella vita di pazienza,

Nulla potrai ottener se non perseveri;

La collera è cattiva consigliera.

Un uomo superiore mai non cerca

La lite, ed ama il santo la virtù.

Se vinci la violenza con violenza,

Anche la tua violenza sarà vinta.

Il grande immortale del Primordiale Soggiogato afferrò la mano di Scimmiotto e gli disse: "Conosco le tue capacità e la tua reputazione, ma questa volta hai passato il limite della ragione e hai tradito la tua coscienza. Qualunque capriola tu faccia, non mi sfuggirai. Anche se balzassi fino al Paradiso dell'Ovest ti seguirei, saluterei il Buddha e continuerei a chiederti di rendermi l'albero di ginseng. Le gare di magia qui non servono."

"Caro maestro, in fondo siete un bell'avaro. Non volete altro che riavere vivo il vostro albero? Non è difficile. Vi sareste risparmiato tutti questi scontri, se me lo aveste detto prima."

"Non crederai che ti possa perdonare!"

"Se liberate il mio maestro, vi restituirò l'albero vivo. Che ne dite?"

"Se hai questo potere, mi legherò a te con gli otto saluti e diventerò tuo fratello giurato."

"Non chiedo tanto. Lasciate liberi i miei, e vi garantisco che il vecchio Scimmiotto troverà il modo di rendere la vita al vostro albero."

Il grande immortale, sicuro che in ogni modo non gli potevano sfuggire, fece liberare Tripitaka, Porcellino e Sabbioso.

"Maestro" disse Sabbioso, "mi chiedo che diavoleria conta di fare il nostro condiscepolo."

"Che diavolerie vuoi che faccia?" intervenne Porcellino. "Quello lì usa il trucco del diavolo pentito. Non è roba che faccia tornare in vita le piante morte. Come al solito fa il grand'uomo per abbagliare la gente; poi, con la scusa di andarsi a procurare chissà quali rimedi, se la batte e non lo vediamo più. Noi siamo l'ultimo dei suoi pensieri."

"Non avrà il coraggio di abbandonarci" assicurò Tripitaka. "Chiediamogli dove conta di andare." E gli gridò: "Consapevole del Vuoto, che storie hai raccontato all'immortale per indurlo a liberarci?"

"Io non racconto mai storie, dico sempre la verità."

"Dove conti di trovare i mezzi per mantenere le tue promesse?"

"Un vecchio detto dice che la buona medicina vien dal mare. Conto di recarmi nell'oceano orientale e di fare il giro delle tre isole e dei dieci scogli per visitare i più antichi santi e immortali. Chiederò alla loro esperienza i metodi per ridare vita a ciò che è morto, e di sicuro troverò qualcosa che si adatti a quest'albero."

"Quando pensi di ritornare?"

"Mi basteranno tre giorni."

"Va bene, avrai i tre giorni che chiedi. Tre giorni e non di più. Quando saranno trascorsi, se non sarai di ritorno, io reciterò il sutra che sai."

"Ho capito, ubbidisco."

Si strinse alla vita il grembiule di pelle di tigre e prese congedo dal grande immortale dicendo: "State tranquillo, messere, che sarò puntuale. Ma nel frattempo dovete provvedere al mio maestro. Non gli deve mancare niente: tre tè e sei pasti al giorno. Altrimenti, quando ritornerò, dovrete fare i conti con me; tanto per incominciare vi sfonderò tutte le pignatte di casa. Quando la sua biancheria è sporca, va lavata e inamidata. Non voglio ritrovarlo pallido né smagrito; se lo fosse, non vi sbarazzereste facilmente di me."

"Ma parti, dunque!" si spazientì il grande immortale. "Sta tranquillo che non lo lascerò morir di fame."

Il bravo re scimmia, con una capriola nelle nuvole, lasciò il Tempio delle Cinque Fattorie in direzione del grande oceano orientale. Attraversava lo spazio con la velocità del lampo o di una meteora, e presto raggiunse le isole Penglai, la contrada degli immortali. Un posto bellissimo, come testimoniano i versi:

Sacro e vasto paese d'immortali,

Isole dove convergono i flutti;

Alte torri di diaspro la cui ombra

Rinfresca il cielo, archi giganteschi

Che si vedono splendere dal mare.

Salgon spire di brume colorate

Nel cielo azzurro; i nove luminari

Si rifletton su tartarughe d'oro.

Le bellezze fatate qui si recano

Per recare in offerta ai tre immortali

Pesche d'eternità.

Scimmiotto attraversò il paesaggio senza potersi saziare dello spettacolo, e giunse alla Grotta delle Nuvole Bianche, davanti alla quale vide fra i pini tre vegliardi che giocavano a go. Precisamente, gli avversari erano la stella della Fortuna e quella della Ricchezza, mentre la stella della Longevità fungeva da spettatore. Scimmiotto si avvicinò e disse: "Vi saluto, fratelli maggiori."

Vedendolo, le stelle respinsero la scacchiera e risposero al suo saluto: "Qual buon vento vi mena, grande santo?"

"Vi sono venuto a trovare per distrarmi in vostra compagnia."

"Ho sentito dire che avete lasciato il taoismo per il buddismo" commentò la stella della Longevità, "e che vi siete dedicato a proteggere il monaco cinese che va a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Quindi dovrete passare i giorni per monti e per valli: come fate a trovare tempo per distrarvi?"

"Vi dirò tutto, signori. Le cose stanno come dite, ma lungo la strada per l'Ovest ho avuto qualche noia. Sono venuto a trovarvi perché vorrei chiedervi un piccolo servizio, sempre che siate d'accordo."

"Che genere di noie?" volle sapere la stella della Fortuna. "In quale posto le avete incontrate? Bisogna che ci diate informazioni esaurienti, perché noi possiamo rispondere."

"I guai sono avvenuti mentre passavamo dal Tempio delle Cinque Fattorie, sul Monte della Longevità."

"Ma ci abita il grande immortale del Primordiale Soggiogato!" esclamarono i tre vecchi. "Non avrai per caso rubato i suoi frutti di ginseng per mangiarteli?"

"E se fosse?" replicò Scimmiotto ridendo.

"Benedetta scimmia, non conosce il valore delle cose! Sono frutti che dànno trecento sessant'anni di vita ad annusarli, quarantasettemila anni a mangiarne uno. Si chiamano cinabro trasmutato vegetale. Il nostro livello nel Tao è molto inferiore a quello del grande immortale: non è escluso che possieda una longevità uguale al Cielo, semplicemente per la dieta che fa. Noialtri invece ci dobbiamo impegnare in continue fatiche: nutrire l'essenza seminale, esercitare il respiro, mantenere la concentrazione dello spirito, mescolare la tigre e il drago, usare l'acqua per rafforzare il fuoco. Come puoi prendere alla leggera dei frutti così nutrienti? È una radice di efficacia senza pari al mondo."

"Non parliamo di efficacia della radice: l'ho appunto sradicata."

"Come sarebbe a dire, sradicata?" esclamarono spaventati i tre vegliardi.

"L'altro giorno, quando arrivammo al tempio, il grande immortale non era in casa. Aveva lasciato due ragazzetti, che offrirono al nostro maestro frutti di ginseng; ma lui non capì che cosa fossero, gli sembravano dei neonati e perciò rifiutò di assaggiarli. I due ragazzi non girarono l'offerta a noi discepoli, come avrebbero dovuto, ma preferirono mangiarsi tutto loro. Allora rubai tre frutti e li divisi fraternamente con i miei compagni. Per questo i due piccoli immortali ci coprirono di contumelie, senza il minimo rispetto. Mi saltò la mosca al naso, e al primo colpetto che diedi l'albero andò lungo disteso: scomparsi i frutti, cadute le foglie, rami spezzati e radici per aria; un albero morto. Si provarono a rinchiuderci e noi fuggimmo, ma quando il messere ritornò a casa e vide l'accaduto, ci inseguì. Avemmo una discussione con qualche battuta antipatica da parte sua, cui seguì un parapiglia; ma si concluse presto, perché ci imprigionò tutti nella sua manica. La notte successiva, dopo una giornata di frustate, fuggimmo di nuovo, ma fummo riacciuffati come la volta precedente; fu un vero spettacolo vedere l'immortale, con indosso una semplice veste di casa, tenere in scacco tre eccellenti armi magiche con un semplice scacciamosche. Il maestro e i condiscepoli vennero impacchettati e laccati come anitre da cucinare, mentre io fui senz'altro messo a friggere nell'olio. Ma usai i miei mezzi per fuggire e per rompere la pignatta. Dopo tutte queste peripezie, constatando che non c'era verso di tenermi fermo, l'immortale ha incominciato a prendermi sul serio e abbiamo combinato un affare: lui ha liberato i miei, e io ho promesso di riportare in vita il suo albero. Sono venuto da queste parti, pensando che la buona medicina vien dal mare. Se conoscete ricette per riportare in vita gli alberi, vi prego di insegnarmele subito, perché è urgente liberare il monaco cinese dalle sofferenze che sta sopportando."

"Benedetta scimmia, non sa proprio stare al suo posto!" esclamarono le tre divinità, molto contrariate. "Il maestro del Primordiale Soggiogato è il decano degli immortali terrestri, come noi siamo i patriarchi di quelli celesti. È vero che una posizione in Cielo ce l'hai anche tu, ma non dimentichiamo che sei fuori ruolo, nella pianta organica dell'Unità suprema non esisti nemmeno. Tu che non sei ancora entrato a far parte del vero corpo degli immortali, come puoi pretendere di prevalere su di lui? Se tu avessi ammazzato qualunque bestia, uccello, insetto o rettile, basterebbe a riportarlo in vita un gran di miglio del nostro elisir. Ma i frutti di ginseng nascono dalla radice del legno di immortalità, al quale la vita non si può rendere. La ricetta che ti servirebbe sarebbe contraddittoria, non può esistere."

A una risposta così recisa, le sopracciglia di Scimmiotto si aggrottarono e la sua fronte si increspò di mille rughe.

"Grande santo" aggiunse gentilmente la stella della Fortuna, "non prendertela tanto. Mettiamola così: qui non abbiamo una soluzione, ma può darsi che se ne trovino altrove."

"Si capisce, potrei cercare altrove. Potrei percorrere cieli e mari da un capo all'altro; attraverserei come niente le trentasei sfere celesti. Ma la legge del mio maestro è severa, la sua indulgenza è a tempo definito: mi ha dato tre giorni. Dopo tre giorni reciterà l'incantesimo della costrizione del cerchio."

"Be', non è una cattiva idea" risero le tre divinità. "Se non ti tenesse sotto controllo, saresti capace di intrufolarti di nuovo in Paradiso."

"Comunque rassicùrati" aggiunse la stella della Longevità, "e non angosciarti. Il rango del grande immortale è superiore al nostro, ma ci conosce. Non ci vediamo da molto tempo, ma per aiutarti gli faremo visita e riferiremo i tuoi problemi al monaco cinese, perché non reciti quell'incantesimo. Conta pure di disporre di tutti i giorni che servono: lui aspetterà che tu ritorni con il rimedio adatto. Sino ad allora, non ci muoveremo di là."

"Non so come ringraziarvi" rispose Scimmiotto. "Dunque potreste senz'altro mettervi in cammino. Anch'io parto subito." E si congedò.

Le tre stelle salirono su di un'augusta luce e si diressero al Tempio delle Cinque Fattorie. La gente nella corte sentì gridare le gru nel vasto cielo: era l'annuncio che i tre vecchi del buon augurio si avvicinavano. Si vedevano

Dardi di luce attraversar lo spazio,

Rari profumi spiravan nel vento:

Fra brandelli di brume colorate,

Su alti trofei di nuvole si avanzano [...]

A questo spettacolo, un giovane immortale corse trafelato ad annunciare: "Maestro, arrivano le tre stelle del mare!"

Il grande immortale stava conversando con Tripitaka e i suoi discepoli. A questo annuncio, scese la scala incontro ai visitatori.

Quando Porcellino vide la stella della Longevità, con il suo gran testone completamente calvo, l'afferrò per un braccio e disse ridendo: "Non hai perso nulla della tua ciccia, vecchio mio. È un pezzo che non ci vediamo. E sfidi sempre le tempeste: non porti nemmeno il berretto in capo."

Le mise in testa il proprio berretto da monaco e glielo calcò ben bene, scoppiando a ridere: "Quanto ti dona! È il caso di dirlo: se gli aggiungi il berretto, arriva la Ricchezza."

La stella della Longevità si strappò il berretto e borbottò: "Stupido facchino, portami rispetto!"

"Io non sono un facchino; semmai un mestiere servile lo fate voi."

"Misura le parole, somaro!"

"Se non faceste un mestiere servile, la gente non vi ordinerebbe continuamente 'reca longevità!', 'porta fortuna!', 'procurami ricchezza!'."

Tripitaka gridò a Porcellino di farsi da parte, si rassettò e venne a salutare le tre stelle; queste non vollero sedere finché non ebbero reso omaggio al grande immortale in qualità di fratello maggiore. Dopo che si furono accomodate, prese la parola la stella della Fortuna, dicendo: "Ci vergognamo di aver lasciato passare tanto tempo prima di ritornare a presentare i nostri rispetti e a contemplare il vostro volto venerato. Oggi siamo venuti dopo aver saputo che il grande santo Scimmiotto aveva disturbato il vostro ritiro."

"Il Novizio Scimmiotto è dunque arrivato alle isole Penglai?" chiese il grande immortale.

"Proprio così" confermò la stella della Longevità. "Ci è venuto a chiedere una ricetta per ridar vita al vostro albero di immortalità, da lui abbattuto. Non eravamo in grado di aiutarlo, ed è subito ripartito per continuare la ricerca; ma temiamo che non gli bastino i tre giorni concessi dal santo monaco sotto pena di recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio. Siamo venuti qui innanzitutto per presentare i nostri rispetti, ma inoltre volevamo chiedere un rinvio per Scimmiotto."

"Per carità, mi guarderò bene dal recitare l'incantesimo" assicurò senza indugio Tripitaka.

Mentre conversavano Porcellino ritornò alla carica e si mise a molestare la stella della Fortuna chiedendole caramelle. Le tastava le maniche, frugava nella sua cintura, finì per sollevarle la veste.

"Porcellino, che modi son questi?" gli gridò Tripitaka, senza riuscire a trattenere le risa.

"Faccio le cose a ragion veduta; è quello che si dice: sfruttare la fortuna sino in fondo."

Tripitaka gli ingiunse di andarsene e Porcellino si allontanò rivolgendo uno sguardo intenso alla stella della Fortuna; questa reagì: "Somaro! Che cosa ti ho fatto, perché tu mi guardi male?"

"Non ti guardo male" replicò Porcellino. "Pratico il detto: volgere il capo alla fortuna."

Passando davanti alla cucina, Porcellino vide un ragazzo davanti a una credenza che stava cercando ciotole e dolci per servire il tè. Si avvicinò, si impadronì di quattro mestoli e corse nella sala grande; qui raccolse una pietra sonora e si mise a saltellare intorno percuotendola a tutto spiano con i mestoli.

"Questo bonzo fa sempre peggio, ha perduto ogni dignità" s'indignò il grande immortale.

"Non ho perduto la dignità" rispose ridendo Porcellino; "celebro la festa delle quattro stagioni."

Mentre Porcellino faceva il buffone, Scimmiotto, partito su una nuvola dalle isole Penglai, aveva raggiunto il monte Fangzhang. Era un posto magnifico, come testimoniano i versi:

Sulla montagna si alza un altro cielo,

Alto luogo d'incontro di immortali.

I tre puri sentieri la percorrono

Su alte terrazze, tra fiori fragranti.

Qui la fenice si viene a posare.

Sugo di giada cola nei ruscelli.

I frutti che maturano sugli alberi

Mille anni di vita ti promettono.

Scimmiotto vi discese, ma aveva perduto lo stato d'animo adatto a godere del paesaggio. A un tratto udì gridi di gru nere e sentì alitare una brezza profumata: un essere divino doveva trovarsi nei dintorni.

[...] Porta il nome di sovrano supremo

Dell'Est, fra gli immortali delle brume

E nebbie occupa il posto più importante,

In rapporti amichevoli col Buddha.

Scimmiotto gli andò incontro timidamente: "Signore, levo le mani per onorarvi."

Il sovrano supremo gli rese premurosamente il saluto: "Scusate, grande santo, se non vi sono venuto incontro. Entrate a prendere il tè nella mia umile dimora."

Prese per mano Scimmiotto e lo fece entrare nel suo sontuoso palazzo di immortale: piscine di diaspro, padiglioni di pietre preziose. Quando si sedettero per prendere il tè, da un paravento di giada sbucò fuori un ragazzo. Com'era vestito?

Avvolto in una tunica dai riflessi cangianti,

Con la vita serrata in cintura di seta,

Sandali da scalare picchi divini ai piedi

Ed in capo un berretto da grande cerimonia.

Uscito dal suo guscio per ascendere al vero,

Realizzati i suoi meriti, viveva a piacer suo,

Penetrando il segreto dello sperma e del soffio.

Si teneva lontano da vanità e menzogna.

Godeva eterna vita rifuggendo ogni fama:

Su di lui non aveva il tempo alcuna presa.

In tre occasioni in cielo aveva di nascosto

Rubato ed assaggiato delle pesche immortali.

Il ragazzo che allora sbucò dal paravento

Altri non era che l'illustre Dongfang Shuo.

Riconoscendolo, Scimmiotto rise ed esclamò: "Sei qui, furfantello! Ma nella casa del sovrano supremo non ci sono pesche da rubare."

"E tu che ci vieni a fare, vecchio furfante?" ribattè Dongfang Shuo avanzandosi per rendere il saluto. "Qui non c'è da rubare nemmeno elisir."

"Zitto, Manqian!" gli gridò il sovrano supremo. "Vieni a servire il tè."

Manqian era il nome in religione di Dongfang Shuo. Quando il tè fu bevuto, Scimmiotto disse: "Sono venuto a chiedere un favore, ma non so se me lo farete."

"Di che cosa si tratta?" chiese il sovrano supremo. "Mettetemi al corrente."

"Di recente ho avuto l'incarico di proteggere il monaco cinese nel suo viaggio a ovest. Mentre passavamo dal Tempio delle Cinque Fattorie, ho perduto le staffe con i ragazzi del posto che mancavano di buone maniere e ho abbattuto l'albero del ginseng. Per questo siamo stati trattenuti. Dal momento che non saprei altrimenti come liberare il monaco cinese, sono venuto apposta alla vostra nobile residenza, sperando che non rifiuterete di insegnarmi un modo per ridar vita all'albero."

"Benedetta scimmia! Provochi catastrofi da tutte le parti senza curarti delle conseguenze. Il Maestro dell'Immortale Soggiogato che vive nel Tempio delle Cinque Fattorie si onora del sacro soprannome di Signore Uguale al Mondo, perché è il decano degli immortali terrestri. Come hai osato metterti in conflitto con lui? E il suo albero di ginseng dà una specie di elisir vegetale. Non ti è bastato di rubarne, hai voluto proprio buttar giù la pianta! Non avrai mica pensato che lui potesse ingoiare un tal rospo senza reagire?"

"In effetti ce l'eravamo svignata, ma lui ci ha riacchiappato e ci ha messo nella sua manica come fazzoletti. Mi son dovuto adattare a promettergli che avrei trovato un modo per ridare vita all'albero. È appunto per questo che vi sollecito."

"Possiedo un grano di cinabro dell'Unità suprema nove volte trasmutato, ma può curare solo gli esseri viventi; non gli alberi, che sono spiriti della terra e del legno, benedetti dal cielo e impregnati dalla terra. A rigore qualcosa si potrebbe fare su vegetazione ordinaria; ma quel Monte della Longevità è terra benedetta più antica del cielo, il Tempio delle Cinque Fattorie è una grotta-cielo del continente dell'Ovest e i frutti di ginseng sono nati direttamente dalla radice meravigliosa da cui ha preso origine l'universo. Non si può curare un albero così, non c'è rimedio."

"Se non c'è rimedio, mi congedo e vi saluto" concluse Scimmiotto.

Il sovrano supremo voleva trattenerlo per offrirgli una coppa di giada, ma Scimmiotto rifiutò: "Vi ringrazio, ma ho troppa fretta, non oso trattenermi."

Risalì su una nuvola e si recò nell'isola di Yingzhou. Un bel posto anche quello, come testimoniano i versi:

Illumina la bruma un albero di perle,

Le torri del palazzo montano fino al cielo.

Dalle azzurre colline scorrono verdi acque [...]

A Yingzhou Scimmiotto vide, sotto l'albero di perle, ai piedi delle rupi di cinabro, nove immortali dai volti fanciulleschi, con capelli candidi e splendenti disposti in crocchie a forma di cicogna. Giocavano a go o a scacchi, bevevano, chiacchieravano, ridevano e cantavano. Erano davvero

Nubi di buon augurio che irradiavano luce,

Scie di brume felici ondeggianti nell'aria,

Canti melodiosi di fenici variopinte,

Danze di nere gru in cima alla montagna [...]

Ai vegliardi che così si trastullavano, Scimmiotto gridò: "Avete niente in contrario che mi venga a divertire con voi?"

Tutti gli andarono incontro, come testimoniano i versi:

Spezzata la radice dell'albero immortale,

Cercava il grande santo un adatto rimedio.

Dal prezioso boschetto avvolto nelle brume

Uscirono ad accoglierlo i vegliardi immortali.

Scimmiotto li riconobbe e disse ridendo: "Cari vecchi condiscepoli, vi trovo bene."

"Se il grande santo fosse rimasto sulla buona strada e non avesse provocato disordini in Cielo, starebbe bene quanto noi. Ma infine le cose si sono aggiustate; a quanto si dice, hai scelto la parte giusta e ti stai recando nell'Ovest per prestare omaggio al Buddha. Come hai trovato il tempo di venire fin qui?"

Scimmiotto spiegò che cosa cercava, e i nove anziani ne furono molto impressionati: "Tu sei sempre esagerato! Quanti danni combini! Ci dispiace, ma non sapremmo come aiutarti."

"In tal caso, mi devo congedare."

I nove vegliardi gli proposero una sosta per bere nettare di giada e mangiare radici di loto azzurro, ma riuscirono soltanto a fargli vuotare una coppa e assaggiare un pezzettino di radice, senza nemmeno mettersi seduto. Lasciò poi Yingzhou in direzione del vasto oceano orientale e giunse in vista del monte Potalaka. Abbassò la nube sulla sua cima e vide la pusa Guanyin, nel boschetto dei bambù porporini, intenta a predicare e commentare i sutra per le divinità guardiane del cielo, Moksa e le fanciulle-drago. Come dicono i versi:

Nell'isola regnante sopra il mare

Pieno d'inesauribili tesori,

S'insegna come le trasformazioni

A migliaia provengono da un solo

Articolo di fede: il giusto frutto

Di quattro sante verità ti libera.

Conserva il suo profumo la foresta

Di giovinezza, i frutti la dolcezza

Ed i fiori risplendono scarlatti.

La pusa si accorse dell'arrivo di Scimmiotto e gli mandò incontro il gran dio protettore della montagna, che uscì dal boschetto e gridò: "Dove vai, Consapevole del Vuoto?"

"Orso scarruffato!" tuonò Scimmiotto. "Come ti permetti di darmi del 'tu'? Se il vecchio Scimmiotto non ti avesse risparmiato, a questo punto non saresti altro che un fantasma sul Monte del Vento Nero. Ora che hai messo su casa sulla montagna santa, vivi con la pusa e ne prendi lezioni, non ti degni più di darmi del 'voi'?"

In effetti, se l'orso nero aveva conseguito il giusto frutto e acquisito il titolo di 'gran dio' come protettore del Potalaka, un po' lo doveva anche a Scimmiotto. Non seppe far altro che rispondere sorridendo: "Grande santo, dicono gli antichi: il vero gentiluomo sa dimenticare i torti. Perché ritornarci sopra? La pusa mi manda a ricevervi."

Scimmiotto si diede l'aria più decente e rispettosa che poté, nel seguire il gran dio dentro il boschetto dei bambù porporini per presentare i suoi omaggi a Guanyin.

"Consapevole del Vuoto" chiese lei, "a che punto è il monaco cinese?"

"È sul Monte della Longevità, nel continente dell'Ovest."

"Su quel monte c'è il Tempio delle Cinque Fattorie. Hai incontrato il grande immortale Primordiale Soggiogato?"

"Il fatto è che non lo conoscevo" confessò Scimmiotto prosternandosi fino a terra, "e, arrivati al tempio, ho distrutto l'albero del ginseng; perciò lui trattiene il nostro maestro e ci impedisce di proseguire il viaggio."

"Che maledetta scimmia, senza nozione del valore delle cose!" lo rimproverò Guanyin, che in realtà sapeva già tutto. "Il suo albero del ginseng è una radice meravigliosa che risale alle origini del cielo e della terra. E lui è il decano degli immortali terrestri; figúrati che in un certo senso, in certi casi limitati, io stessa dovrei quasi cedergli la precedenza. Come hai potuto abbattere quella pianta?"

"Il vostro umile discepolo non si rendeva conto della situazione" rispose Scimmiotto inchinandosi ancora. "Lui non era in casa, quel giorno, e ci avevano ricevuto due giovani immortali. Porcellino sentì parlare di questi frutti di ginseng e gli venne una gran voglia di assaggiare un cibo sconosciuto: perciò ne rubai tre e ce li dividemmo. Quando i ragazzi lo scoprirono fecero tante di quelle storie, che persi la pazienza e gli buttai giù l'albero. Il giorno dopo l'immortale ci catturò, ci chiuse nella manica e ci fece legare, frustare e interrogare tutto il giorno. Scappammo di nuovo, ma senza fortuna. La terza volta capii che non c'era altra via d'uscita e gli promisi di guarire la sua maledetta pianta. Ho girato i mari per trovare un rimedio, ma nelle tre isole e altrove nessun dio o immortale ha saputo aiutarmi. Perciò sono venuto a salutare voi, sperando umilmente nella vostra infinita compassione, perché mi aiutiate a salvare il monaco cinese e a permettergli di riprendere il viaggio a occidente."

"Perché non sei venuto subito da me, invece di perder tempo nelle isole?"

Il rimprovero diede a Scimmiotto un bel sollievo: "Meno male! Dunque a venir qui non ho perso tempo." E riprese a supplicarla.

"La rugiada del mio vaso immacolato è un prodotto di prima qualità, per curare piante magiche."

"L'avete già messa alla prova?"

"Si capisce. Una volta facemmo una scommessa con Laozi. Lui strappò un ramo del mio salice e lo calcinò nel forno del cinabro. Io me lo ripresi e lo misi nel vaso. Dopo un giorno e una notte, ritornò verde e bello come prima."

"È una fortuna!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Un ricostituente che può curare una pianta ridotta in cenere, non avrà certo difficoltà a rimetterne in sesto un'altra che è semplicemente sradicata. Quindi è tutto a posto."

"Tenete d'occhio il boschetto, torno subito" raccomandò Guanyin ai suoi. Prese il suo vaso immacolato e il suo pappagallino bianco, che tubava pian piano, e partì seguita da Scimmiotto. Lo dicono i versi:

La veneranda immagine dorata

Della Compassionevole, che visse

Accanto al Buddha prima di incarnarsi

Nel corpo attuale per purificare

L'onda dei desideri. Dalla dolce

Rugiada vien lavato da ogni polvere

Il cuore e vien restituito a vita

Immortale il santo albero.

Il grande immortale intratteneva in conversazione i tre santi vegliardi, quando si vide Scimmiotto scendere da una nuvola gridando: "Arriva la pusa, venite ad accoglierla!"

Le tre stelle e il Maestro del Primordiale Soggiogato si precipitarono fuori dalla sala, seguiti da Tripitaka e dai suoi discepoli. Guanyin fermò la sua nuvola e salutò per primo il grande immortale, poi le tre stelle. Quando si fu accomodata e furono scambiati nuovi saluti, Scimmiotto condusse a renderle omaggio Tripitaka, Porcellino e Sabbioso. Poi fu la volta degli immortali del tempio.

"Su, non tergiversiamo, grande immortale" gridò Scimmiotto. "Prepara l'altare e l'incenso, e prega la pusa di rimetterti in piedi quell'albero dei miei stivali."

Il grande immortale si inchinò per ringraziare: "Come avrei osato scomodarvi per così piccola cosa?"

"Il monaco cinese è mio discepolo, e se Scimmiotto vi ha offeso, secondo ragione, è compito mio risarcirvi."

"Se le cose stanno così" intervennero i tre vegliardi, "bando ai complimenti: preghiamo la pusa di venire in giardino a esaminare la situazione."

Il grande immortale fece preparare una tavola per l'incenso e fece spazzare la corte posteriore, poi invitò Guanyin a uscire per prima, seguita dai tre anziani. Quando giunsero nel parco, seguiti da Tripitaka, dai discepoli e dalla folla degli immortali, ciascuno poté constatare che l'albero giaceva al suolo con le radici all'aria; tutte le foglie erano appassite e cadute dai rami.

"Porgimi la mano, Consapevole del Vuoto" ordinò Guanyin.

Scimmiotto le tese la mano sinistra. Guanyin inzuppò il ramo di salice nella rugiada del vaso e tracciò sul palmo della scimmia il segno della risurrezione. Poi gli disse di porre la mano sulle radici e di attendere che dal suolo sgorgasse acqua. Scimmiotto tastò fra le radici, finché sgorgò una sorgente di acqua pura.

"Quest'acqua non deve entrare in contatto con i cinque elementi. Bisogna raccoglierla in un vaso di giada, rizzare l'albero e annaffiarlo a partire dalla sommità: allora la scorza tornerà ad aderire ai rami e al tronco fino alle radici, spunteranno nuove foglie, si gonfieranno nuovi germogli e avremo nuovi frutti."

"Di corsa, piccoli taoisti, portatemi un vaso di giada!" gridò Scimmiotto.

"Sul monte diseredato del vostro umile servitore non abbiamo vasi di giada" si scusò il Maestro del Primordiale Soggiogato. "In giada abbiamo solo tazze da tè e coppe da vino. Possono servire?"

"L'importante è che siano oggetti di giada adatti a raccogliere l'acqua" rispose Guanyin. "Portate quello che avete, e vediamo se ha capacità sufficiente."

Il grande immortale fece portare trenta tazze e quarantacinque coppe, con cui fu raccolta l'acqua pura che sgorgava sotto le radici. Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso rizzarono l'albero e lo rincalzarono nel terreno. I recipienti con l'acqua sorgiva venivano porti uno dopo l'altro a Guanyin, che aspergeva l'albero con il suo ramo di salice, recitando un incantesimo. Esaurita l'acqua disponibile, non ci volle molto perché l'albero riprendesse a verdeggiare. Portava ventitré frutti.

"Ma l'altro giorno i frutti erano solo ventidue. Come mai ora ce n'è uno di più?" chiesero meravigliati Vento Puro e Chiaro di Luna.

"Il tempo rende giustizia" affermò Scimmiotto. "Io ne avevo rubati tre, come avevo detto; un altro era caduto a terra e, secondo il dio del luogo, il suolo lo aveva assorbito. Porcellino mi ha tanto rotto i corbelli sostenendo che me l'ero sbafato io. Adesso è dimostrato che non mentivo."

"Proprio così; il motivo è lo stesso che ha reso necessario usare per l'acqua un recipiente fatto di un materiale in cui non entrassero i cinque elementi" confermò Guanyin.

Il grande immortale si rasserenò completamente e fece portare il martelletto d'oro per cogliere dieci frutti; invitava infatti Guanyin e i tre vegliardi a ritornare nella sala grande per ricevere i suoi ringraziamenti e far festa con i frutti di ginseng. I piccoli immortali disposero seggiole, tavolini e vassoi di cinabro; Guanyin sedette al posto d'onore, con i tre anziani a sinistra e Tripitaka a destra; il grande immortale teneva loro compagnia su di uno sgabello. Ciascuno consumò un frutto. Come dicono i versi:

Nella grotta celeste degli antichi

Tempi, van maturando del ginseng

Frutti preziosi in novemila anni.

Restituì la rugiada foglie e frutti

All'albero che già distrutto giacque.

Tre vegliardi rivedon vecchi amici,

Per i monaci è un caso fortunato!

Mangiare frutti di ginseng significa

Gioventù senza fine e lunga vita.

Tripitaka si lasciò convincere dall'esempio di Guanyin e dei tre vegliardi a mangiare quel tesoro di immortali, che dapprima gli aveva ispirato orrore. I tre discepoli e il grande immortale tennero loro compagnia. Il decimo frutto venne diviso fra gli immortali del tempio.

Scimmiotto ringraziò la pusa che se ne ritornò sul Potalaka, dopo avere riaccompagnato i vecchi alle isole Penglai. Il Maestro del Primordiale Soggiogato fece servire vino e un pasto di magro, prima di giurare fraternità con Scimmiotto. È il caso di dirlo: la migliore amicizia incomincia da una lite.

A notte i quattro pellegrini poterono finalmente prendersi un riposo sereno. Oltre tutto il venerabile, grazie all'elisir vegetale che aveva mangiato, aveva molto accresciuto la sua capacità di resistere alle prove che orchi e diavoli potevano infliggergli.

Se poi, in fin dei conti, non sapete come si lasciarono il giorno dopo, ascoltate il seguito.