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027 TRUCCHI DELLA SIGNORA DAL BIANCO SCHELETRO · IN CUI LA DIAVOLESSA DAL BIANCO SCHELETRO INSIDIA PER TRE VOLTE TRIPITAKA, E IL SANTO MONACO, ESASPERATO, SCACCIA IL BEL RE SCIMMIA.

L'indomani all'alba Tripitaka e i suoi discepoli si prepararono a proseguire il loro viaggio. Fra Scimmiotto e il Maestro del Primordiale Soggiogato, dopo che si erano giurati fratellanza, si era stabilita una tale corrente di simpatia, che il secondo non avrebbe voluto vederli andar via così presto; anzi aveva dato disposizioni per festeggiarli cinque o sei giorni di seguito. Ma Tripitaka era divenuto irrequieto: l'elisir vegetale che aveva mangiato gli dava una sensazione di rinnovamento dalla testa ai piedi, gli rinvigoriva lo spirito e il corpo. Questa sensazione accresceva la sua determinazione nella ricerca delle scritture e alimentava l'ansia per i ritardi già subiti. Non ci fu niente da fare, non si poté trattenerlo.

Maestro e discepoli si erano da poco rimessi in strada dopo gli addii, quando si trovarono davanti a un'alta montagna.

"Quella montagna ha un aspetto pericoloso, ed è così ripida che forse il cavallo non riuscirà a scalarla. Stiamo ben attenti, discepoli!"

"State tranquillo, maestro; conosciamo il nostro mestiere" rispose Scimmiotto.

Il bravo re scimmia apriva la strada, davanti al cavallo, con la sua sbarra appoggiata di traverso sulle spalle. Dopo avere scalato un'alta rupe, si trovarono di fronte un immenso panorama:

Dal picco che sovrasta le alte creste

A terrazze, si vedon serpeggiare

Fragorosi torrenti nei burroni;

Le tigri solitarie, orde di lupi,

Le famiglie dei daini e dei cinghiali,

Cervi e cerbiatti in branchi, lepri e volpi

Che dovunque s'aggirano. Un pitone

È lungo mille piedi e un gran serpente

Si srotola per diecimila tese.

Sputa il pitone nebbie velenose

Ed il serpente un gran vento maligno.

Rovi spinosi ingombrano i sentieri

Spesso interrotti da folti di pini

E da alti cedri. Pendono dagli alberi

Ovunque liane fino all'erba folta

E la luce intercettano, creando

Glauchi recessi. Regna in questi luoghi

Dominati da mille picchi gelidi

L'atmosfera di un mondo primordiale.

C'era di che spaventare il reverendo sul suo cavallo, ma Scimmiotto mise in mostra le sue abilità agitando il randello e diede un ruggito che mise in fuga tigri e leopardi, mentre lupi e serpenti si rintanavano impauriti. I pellegrini giunsero ai piedi di un'altra rupe, ancor più ripida, e Tripitaka dichiarò: "Consapevole del Vuoto, abbiamo fatto una lunga marcia, ho fame. Va a chiedere in elemosina del cibo di magro."

"Maestro" rispose Scimmiotto con un sorriso contrariato, "non è un'idea furba. Ci troviamo fra le montagne, non si vede da nessuna parte traccia di abitato. Non c'è dove chiedere cibo, né in elemosina né pagando."

"Benedetta scimmia" replicò Tripitaka di malumore, "quando penso che ti ho trovato incastrato dentro un cofano di pietra, dove potevi muovere soltanto la lingua! Io ti ho salvato la vita e ti ho ricevuto fra i miei discepoli, e tu rifiuti di fare una piccola cosa per me. Non sei che un pigro."

"Mi pare invece di essere diligente. Quando mai avrei mostrato il contrario?"

"Ti pretendi devoto e diligente, e rifiuti di mendicare cibo per me. A pancia vuota non si cammina. In questo stato e fra queste montagne pestilenziali, non avrò mai la forza di raggiungere il Monastero del Colpo di Tuono."

"Va bene, maestro, non dite altro. Conosco il vostro carattere ombroso: per poco che vi contrari, vi metterete a recitare quella roba. Smontate da cavallo e sedetevi tranquillo, mentre cerco un abitato in cui elemosinare cibo."

Scimmiotto balzò su una nuvola e osservò i dintorni, facendosi solecchio con la mano. In quel tratto la strada dell'Ovest era proprio deserta; non si vedeva segno di presenza umana. È il caso di dirlo: un posto dove ci son più alberi che uomini. Però, osservando attentamente, notò sul versante esposto al sole una piccola area di puntini rosso vivo.

"Maestro, qualcosa ho trovato" dichiarò scendendo dalla nuvola.

Alla domanda di che cosa si trattasse, precisò: "Non ho visto gente cui si possa chiedere del riso, ma sul pendio meridionale della montagna ci sono dei punti rossi: devono essere pesche selvatiche mature. Per calmare la vostra fame, coglierò quelle."

"Trovare delle pesche da mangiare è già una bella fortuna, per chi ha abbandonato la sua famiglia" commentò rasserenato Tripitaka.

Scimmiotto prese con sé la ciotola delle elemosine e si catapultò nel luogo della raccolta, rapido come il lampo e lasciandosi dietro una scia di vapori.

Dice il proverbio: non c'è monte senza fantasma, né vetta senza maleficio.

Nelle montagne di cui parliamo viveva una diavolessa, la cui attenzione fu attratta dai movimenti di Scimmiotto. Venne a dare un'occhiata, fendendo le nubi spinta da un vento d'oltretomba, e quando vide Tripitaka che si era seduto a terra per riposare si rallegrò: "Che bella fortuna, che meraviglia! Si parla da un pezzo di questo monaco cinese che deve cercare il Grande Veicolo, e che sarebbe poi la reincarnazione di Cicala d'Oro. La sua carne è stata sapientemente coltivata attraverso dieci successive generazioni: basterà mangiarne un pezzetto per godere di longevità senza fine. Finalmente è giunto il momento tanto atteso."

La diavolessa voleva farsi avanti per impadronirsi di lui senza complimenti, ma vide che due guerrieri lo proteggevano a destra e a sinistra, e sostò chiedendosi chi fossero quei grandi capi. Per quanto fossero decaduti, Porcellino era stato Ammiraglio dei Canneti Celesti, e Sabbioso Generale delle Cortine Arrotolate; essi conservavano una traccia del loro prestigio di altri tempi e ciò induceva la diavolessa alla prudenza: "Sarà più sicuro giocare d'astuzia."

Ci sapeva fare, la diavolessa. Diresse a breve distanza il suo vento malefico e con una scossa si trasformò in una fanciulla in fiore, dal volto di luna. Non si finirebbe mai di descrivere com'era pura la linea dei suoi sopraccigli e com'erano vivi i suoi occhi, bianchi i suoi denti, rosse le sue labbra. Tenendo nella mano sinistra un vaso di ceramica azzurra e in quella destra uno di porcellana verde-grigia, camminò verso il monaco cinese come se percorresse la strada venendo da ovest.

Mentre il monaco riposa,

Si avvicina una fanciulla:

Dalle maniche leggere

Dita spuntano di giada,

Dalla gonna pieghettata

I piedini loto-d'oro.

Il sudore sul suo viso

È rugiada sopra un fiore,

E la cipria sopra l'arco

Di falena dei suoi occhi

Come bruma sopra il salice.

Calamita col suo incedere

Ogni sguardo intorno a sé.

"Porcellino, Sabbioso!" gridò Tripitaka. "Un momento fa Consapevole del Vuoto diceva che questi posti sono selvaggi e deserti. Ma non sembra anche a voi che venga una persona nella nostra direzione?"

"Maestro" rispose Porcellino, "restate qui con Sabbioso. Io vado a fare un'ispezione."

Posò il rastrello, si rassettò e si diresse verso la ragazza, cercando di darsi un contegno. Come si usa dire: da lontano oscuro, da vicino sicuro. La ragazza aveva

La pelle di albicocca sulla lieve ossatura,

Il collo delicato sopra un tenero petto.

Le mandorle degli occhi come stelle fulgenti

Sotto l'arco blu-notte dei fini sopraccigli.

Portamento grazioso della persona snella

Come un salice dove la rondine fa il nido.

La voce è d'usignolo che canti nella pergola.

Come rosa al mattino sotto i raggi dorati,

Come peonia splendida che va aprendo i suoi petali.

Alla vista della bella ragazza, il bestione si lasciò andare a pensieri profani e ad approcci galanti: "Dove siete diretta, bella donatrice? Che cosa portate di bello nelle vostre manine?"

Evidentemente non era capace di scoprire con chi aveva a che fare. La giovane donna gli lanciò l'amo rispondendo: "Reverendo, nel vaso azzurro ho del riso aromatizzato, in quello verde-grigio della farina di grano finissima. Sono diretta dove possa compiere il mio voto di nutrire monaci."

Entusiasmato, Porcellino corse verso Tripitaka agitandosi come un epilettico: "Maestro, è proprio vero che il cielo sa ricompensare i suoi. Qui c'è una persona che viaggia apposta per nutrire i poveri monaci. Intanto, chissà dove sarà andata a perdere tempo quella scimmia, con la scusa di cercare pesche; che d'altronde, a mangiarne troppe, fanno borbottare la pancia e procurano diarrea."

"Non scherzare, balordo!" lo rimproverò Tripitaka che non poteva credergli. "Non abbiamo incontrato nessuno da quando ci siamo messi in cammino. Da dove uscirebbe un donatore?"

"E invece, maestro, eccola qui."

Come la vide, Tripitaka balzò in piedi e le si rivolse giungendo le mani sul petto: "Da dove venite, cara donatrice? Qual'è la vostra famiglia? Come mai avete fatto voto di nutrire i monaci?"

Nemmeno il maestro era capace di scoprire con chi aveva a che fare. La diavolessa assunse un'aria ipocrita e un tono mielato: "Queste montagne, temute persino dalle belve e dai serpenti, si chiamano la Catena della Tigre Bianca. Noi abitiamo ai piedi del loro versante occidentale. I miei genitori sono dediti alla lettura dei sutra e alle opere buone, e fanno offerte generose ai monaci di passaggio. Prima che nascessi, avevano pregato lungamente gli dèi di concedere loro dei figli. Mi avrebbero trovato un buon partito lontano da casa, se non avessero temuto di restare senza sostegno nella vecchiaia; perciò hanno preferito scegliere un genero che si adattasse a entrare nella nostra casa e si impegnasse ad assisterli."

"Mia cara donatrice, non è forse scritto nei santi libri? Finché i genitori sono in vita, il figlio non si allontanerà da casa; se le circostanze dovessero renderlo inevitabile, dirà almeno chiaramente dove va.(28) Non solo i vostri genitori sono in vita, ma vi hanno dato un marito; dovrebbe essere lui ad adempiere il vostro voto. Come mai camminate sola sulla montagna senza alcuna protezione? Non è il comportamento che conviene a una donna perbene."

"Maestro" corresse il tiro la giovane donna con un largo sorriso, "mio marito è andato con alcuni braccianti a zappare i campi in una valle lungo il fianco settentrionale della montagna. Quello che sto portando è il loro pasto di mezzodì. Con tutti i lavori che si devono fare in questa stagione della sesta luna, non c'era nessun'altro a disposizione da mandare, e i miei genitori sono troppo vecchi: ecco perché mi sono messa in cammino da sola. Non mi aspettavo di incontrarvi, ma quando vi ho veduto ho pensato a quanto mio padre e mia madre amano le opere buone; sono sicura che, se fossero qui, preferirebbero offrire il cibo ai monaci. Perciò sarò felice di farvi questa umile offerta, se non la disdegnate."

"Vi ringrazio" sospirò Tripitaka; "ma uno dei miei discepoli è andato a cogliere della frutta e ritornerà da un momento all'altro. Non oso mangiare ciò che mi offrite, perché vostro marito, se lo sapesse, ve ne farebbe rimprovero; e la colpa sarebbe del povero monaco che sono."

"Maestro" insisté la giovane donna, aumentando la seduzione del suo aspetto per forzare il rifiuto di Tripitaka, "il gusto di fare elemosine dei miei genitori non è niente a paragone dell'amore del bene che anima mio marito: la sua vita è tutta consacrata a costruire ponti, riparare strade, sostenere gli anziani e compatire i poveri. Quando saprà che ho dato a voi il suo pranzo, maestro, non solo non mi sgriderà, ma mi amerà più di prima."

Tripitaka non era convinto e continuava a rifiutare, ma Porcellino era esasperato. Teneva il broncio e brontolava dentro di sé: "Di tutti i bonzi della terra, questo è il peggior pappamolle. Il pasto è pronto e basta appena per tre, ma lui tira in lungo: così ritornerà la scimmia e bisognerà dividere in quattro." Perse la pazienza e andò a grufolare in un vaso, rovesciandolo a terra; stava per mettersi a tavola, senza chiedere il permesso a nessuno, quando Scimmiotto ricomparve con un balzo dal versante meridionale, recando in mano la ciotola per le elemosine e le pesche che aveva raccolto. I suoi occhi dalle pupille d'oro constatarono subito che sotto le mentite spoglie della bella donna si nascondeva un essere malefico; per cui posò la ciotola, afferrò il randello e glielo avrebbe assestato sulla testa, se Tripitaka spaventato non fosse corso ad arrestargli la mano: "Consapevole del Vuoto, non sai che cosa fai!"

"Maestro, questa qui non è la brava persona che credete voi: è un fior di mostro, che sta cercando di perdervi."

"Testa di legno d'una scimmia! Hai perso anche il poco buon senso che avevi, parli a vanvera. La nostra cara donatrice ci stava offrendo del cibo, e tu la tratti da mostro."

"Maestro" replicò Scimmiotto ridendo, "come al solito non capite niente. Quand'ero mostro alla Grotta del Sipario Torrenziale, ne avevo anch'io di belle trovate, quando mi veniva voglia di mangiare carne umana(29): mi trasformavo in un pezzo d'oro o d'argento, o magari in belvedere adatto ad ammirare il panorama; ma le trasformazioni più correnti erano in ubriaco o, appunto, in bella ragazza. Chi era tanto stupido da venirmi dietro, finiva imprigionato nella grotta ed era nelle mie mani: di solito finiva nella pentola del lesso, oppure cotto al vapore. Se però la carne era molta, una parte la facevo essiccare al sole per metterla in dispensa, come riserva per i tempi grami. Meno male che sono ritornato in tempo; altrimenti, caro maestro, vi sareste fatto prendere e sareste finito come dicevo."

Ma Tripitaka non credeva una parola e continuava a difendere la bella donatrice.

"Maestro" ne dedusse Scimmiotto, "ho capito. È chiaro che vi piace. Se volete, Porcellino può abbattere qualche pianta e Sabbioso raccogliere l'erba per il materasso. Io farò da carpentiere e vi costruirò un bel nido d'amore, perché possiate cavarvi la voglia. E ce ne andremo ciascuno per la sua strada. Non è meglio così? Si vede che non valeva la pena di darsi tanto da fare per cercare quei sutra del cavolo."

Tripitaka arrossì fino alla punta dei capelli; per quanto fosse la dolcezza in persona, c'erano cose che non poteva perdonare. Scimmiotto approfittò del suo imbarazzo per riprendere il randello e abbatterlo in testa al mostro. La diavolessa, però, non era priva di risorse: lo teneva d'occhio per valutare l'istante preciso in cui avrebbe colpito e a quel punto se la filò, con il trucco della liberazione del cadavere, lasciando per terra come morto un finto corpo. Il reverendo tremava tutto e borbottava: "Che scimmia senza riguardi! Ignora i miei rimproveri e distrugge vite umane senza ragione."

"Non prendetevela con me, maestro; piuttosto venite a vedere che cosa c'era nei vasi."

Tripitaka si avvicinò sulle gambe tremebonde, con il sostegno di Sabbioso. In realtà, al posto del riso aromatizzato si vedeva un groviglio di grassi bruchi bianchi velenosi, e la farina finissima erano rospi e ranocchie che si misero a saltare intorno da tutte le parti. Il reverendo era perplesso, ma Porcellino, pieno di rancori, fece del suo meglio per aizzarlo: "Pensate, era una brava ragazza di campagna che si recava nei campi per portare la colazione ai suoi; perché mai trattarla da mostro? Il fratellino, qui, ha la mano pesante; la voleva spaventare, e invece l'ha ammazzata al primo colpo. Poi ha avuto paura che, per castigarlo, voi recitaste il sutra della costrizione del cerchio, e ha usato i suoi trucchi per far comparire delle bestie schifose al posto del cibo che dovevamo mangiare. Ma è un imbroglio, sta solo cercando di passarla liscia."

Tripitaka, che pure dava fiducia anche alle diavolesse, aveva motivi per non darla a Scimmiotto. Fece con la mano il segno adatto e recitò la formula della costrizione.

"La mia povera testa!" urlava Scimmiotto. "Ferma! Se avete qualcosa da dire, parlate!"

"Non ho proprio niente da dire" rispose Tripitaka. "Quelli che hanno abbandonato la propria famiglia si devono dedicare senza posa al bene altrui, essere caritatevoli in ogni istante e in ogni pensiero, prendersi cura dell'integrità delle formiche quando scopano il pavimento, mascherare le lampade per proteggere le falene; tu invece ti lasci dominare dalla violenza. Che meriti si possono acquistare nella ricerca delle scritture, se si ammazza un essere innocente del popolo di dio? Vattene!"

"E dove volete che vada, maestro?"

"Non sei più mio discepolo."

"Se non mi tenete come discepolo, temo che non arriverete mai alla fine del vostro cammino verso il Paradiso dell'Ovest."

"La mia vita è nelle mani del Cielo. Se un mostro mi vorrà lessare o cuocere al vapore, pazienza. Non sarai tu che potrai sottrarmi al limite destinato alla mia vita come a ogni altra. Non stare a discutere e vattene."

"Va bene, me ne andrò. Ma non mi sono ancora disobbligato del beneficio che vi devo."

"Quale beneficio?"

Il grande santo si inginocchiò e si prosternò dicendo: "Il vecchio Scimmiotto era stato schiacciato dal Buddha sotto il Monte delle Due Frontiere. Ho avuto la fortuna di essere convertito da Guanyin e liberato da voi, maestro. Se non avessi accettato di accompagnarvi al Paradiso dell'Ovest sarei stato manifestamente ingrato e

Chi non è grato non è gentiluomo,

Anzi merita solo eterna infamia!"

Tripitaka era un santo monaco compassionevole. A vedere Scimmiotto che lo supplicava con tanto ardore, cedette e disse: "Per questa volta ti perdono. Ma non ricominciare a mancarmi di rispetto. Se ci dovessi riprovare, ripeterò l'incantesimo venti volte."

"Anche trenta, se vorrete; ma io mi guarderò dal colpire chiunque."

Aiutò il monaco cinese a rimontare a cavallo e gli porse le pesche che aveva raccolto. Si avviarono, mentre Tripitaka, cavalcando, mangiava le pesche per quietare l'appetito.

Intanto la diavolessa, che si era sottratta in tempo al colpo di Scimmiotto ed era fuggita su una nuvola, digrignava i denti furiosa contro il suo assalitore: "Avevo già sentito parlare delle sue capacità straordinarie" pensava, "e devo ammettere che non è una fama usurpata. Il monaco cinese stava già allungando le mani verso il mio riso: sarebbe bastato che lo annusasse, e l'avrei avuto in mio potere. Ma quel guastafeste mi ha rovinato l'operazione, e poco è mancato che mi prendessi una bella legnata. Se adesso lascio perdere il bonzo, mi sarò data tanto da fare per nulla. Torno giù e vedo se riesco a farli divertire in un altro modo."

Che bravo mostro! Abbassò la sua nuvola sulla montagna, a qualche distanza dai pellegrini, e prese la forma di una vecchietta sull'ottantina. Si appoggiava a una canna di bambù dall'estremità ricurva e veniva avanti pian piano, piangendo a dirotto. Come la vide, Porcellino si allarmò ed esclamò: "Maestro, è un bel guaio: adesso incontriamo la madre in cerca della figlia."

"Quale madre e quale figlia?" chiese Tripitaka.

"Ma è la madre della donna che il nostro condiscepolo ha ammazzato!"

"Non dir scemenze, fratellino" sghignazzò Scimmiotto. "La ragazza dimostrava sì e no diciott'anni, questa vecchietta ne mostra ottanta passati; secondo te, avrebbe partorito una figlia a sessant'anni e più. Fammi vedere da vicino: scommetto che è un altro imbroglio".

Il bravo Scimmiotto avanzò a gran passi per esaminare meglio l'essere malefico:

Ora si è trasformata in una vecchia:

Coi capelli più bianchi della neve,

Avanza a passi lenti e zoppicanti.

È magra rinsecchita ed il suo viso,

Da cui spuntano zigomi pungenti

Mentre ne pende una bocca cascante,

È più avvizzito di una foglia secca.

Era meglio l'aspetto precedente!

Scimmiotto la riconobbe subito e non si seppe trattenere: senza altre formalità processuali, la colpì in testa. Essa reagì come la volta precedente, fuggendo in forma di spirito e abbandonando un altro falso cadavere sul ciglio della strada.

La scena riempì di tale orrore il monaco cinese, che cadde da cavallo come un sacco e restò per terra a recitare venti volte di fila l'incantesimo della costrizione del cerchio. La testa di Scimmiotto prendeva la forma di una di quelle zucche allungate con una strozzatura in mezzo e lui, povera bestia, si rotolava per terra e urlava: "Basta! Basta! Non è leale!"

"Un monaco che ha la fortuna di ricevere un buon ammaestramento non ricade nell'inferno. Dopo tante esortazioni che ti ho fatto, perché persisti nella violenza? Avevi appena ucciso un essere del popolo di dio, e ne uccidi un altro. Dove credi di arrivare?"

"Ma era un mostro!"

"Questa maledetta scimmia vede mostri dappertutto. La verità è che non hai alcuna inclinazione al bene, sei portato solo alla malvagità. Vattene!"

"Mi ordinate di nuovo di andarmene e lo farò, se è questo che volete. Ma c'è qualcosa che non va."

"Che cosa non va?"

"Maestro" intervenne Porcellino, "vuol dividere i bagagli. Vi ha accompagnato per tanto tempo e non vuole ritornarsene a mani vuote. Dategli qualche vecchia tunica, un cappello sfondato."

"Gli spacco i denti, a questo cretino!" esplose Scimmiotto, irritato dalle insinuazioni. "Ho sempre osservato il voto di povertà, non sono mai stato avido né invidioso. Figuriamoci se penso ai bagagli!"

"Visto che non sei avido né invidioso" replicò il monaco cinese, "che cosa aspetti a levarti dai piedi?"

"Vedete" spiegò Scimmiotto, "cinquecento anni fa vivevo da gran signore, nella Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti: avevo sottomesso i diavoli di settantadue caverne e disponevo di un esercito di quarantasettemila mostri. Portavo in testa una corona d'oro, addosso una veste color ocra, alla vita una cintura di giada di Lantian, ai piedi calzature da calpestare le nuvole e in mano la mia sbarra cerchiata d'oro, come uno scettro. Ero qualcuno. Dopo che il nirvana mi ha condotto fuori dal peccato e ho avuto la tonsura e ho imboccato la giusta via, accompagnandovi come discepolo, la mia testa è stata serrata in questo cerchio d'oro. Non posso ritornare fra i miei in questo stato. Maestro, se non volete più saperne di me, recitate, vi prego, un incantesimo che mi consenta di levarlo. Ve lo restituirò, perché possiate metterlo in testa a qualcun altro. Non vi chiedo altro. Dopo tutto ho vissuto con voi per un bel po', credo che dovreste farmi questo piccolo favore."

"Consapevole del Vuoto" esclamò allarmato Tripitaka, "la pusa mi ha insegnato solo come si stringe il cerchio; non lo so togliere."

"In questo caso sarà meglio che non mi mandiate via."

"Alzati!" ordinò Tripitaka, che non vedeva alternative. "Ti perdono per la seconda volta, ma bada di non ricominciare."

"State tranquillo" promise Scimmiotto; aiutò il maestro a rimontare a cavallo e riprese il suo posto di battistrada.

Intanto il mostro, sfuggito anche al secondo colpo di Scimmiotto, li seguiva da una nube e faceva le sue considerazioni: "Che occhio sicuro, quel re scimmia! Mi ha riconosciuta anche in quest'altro travestimento. Quei bonzi camminano in fretta: gli restano da percorrere quaranta li e poi, passata la montagna, usciranno dal mio territorio. Se un altro diavolo se li becca (che gli vadano di traverso!) sarà una bella delusione per me. Sarà meglio che ci riprovi."

Un colpo di vento malefico la portò ad atterrare sul fianco della montagna, dove si trasformò in un venerabile vegliardo:

Canuto più del dio della vecchiaia,

Mezzo cieco e sordastro, egli si regge

Con la mano tremante sul bastone.

Lo avvolge un manto in piumino di gru,

Sgrana il rosario e borbotta i suoi sutra.

Quando Tripitaka lo vide, esclamò lietamente: "Amitâbha buddha! L'Ovest è una terra benedetta. Quel vegliardo si trascina a stento, ma non rinuncia a recitare i suoi sutra."

"Maestro" fece notare Porcellino, "non rallegratevi tanto, stiamo solo incontrando nuovi guai."

"Come sarebbe a dire?"

"Il mio caro fratello e condiscepolo prima ha ammazzato la figlia e poi la moglie di quel vecchio. È chiaro che lui le sta cercando. Se cadiamo nelle sue mani, maestro, voi la pagherete con la pena capitale e il vecchio Porcellino sarà deportato per complicità. Sabbioso forse se la caverà con i lavori forzati, per aver eseguito ordini. E il fratello maggiore troverà il modo di svignarsela e di lasciare noi a pagare per lui."

"Triplo imbecille!" gli gridò Scimmiotto. "Non spaventare il maestro con le tue scemenze. Aspettatemi che vado a dare un'occhiata."

Nascose il suo randello e si fece incontro all'essere malefico salutandolo: "Emerito mandarino, i miei rispetti! Dove siete diretto? Perché pregate durante il cammino?"

Il mostro, che non era all'altezza di un avversario del calibro di Scimmiotto, non seppe che riprendere le invenzioni precedenti: "I miei avi, reverendo, hanno sempre abitato da queste parti; io ho consacrato la mia vita al bene, a fare elemosine ai monaci, dir preghiere e recitare sutra. Il destino mi ha dato una sola figlia, che ho maritato con un genero disposto a vivere con noi. Stamane l'ho mandata nei campi per portare la colazione ai lavoranti, ma non l'abbiamo più rivista: temo che sia caduta sotto gli artigli di qualche tigre. Mia moglie era uscita per cercarla, ma nemmeno lei ha fatto ritorno. Non so che cosa sia accaduto, le sto appunto cercando. Se è quello che temo, non mi resterà altro da fare che raccogliere le loro spoglie e dar loro sepoltura."

Scimmiotto scoppiò a ridere: "E io sono il re dei conta frottole! Non penserai mica di darmela a bere. Ti conosco benissimo, essere malefico!"

Il mostro smascherato restò sbigottito. Scimmiotto rifletteva: "Se non lo colpisco, mi scappa; se lo ammazzo, il maestro recita di nuovo quella cosa. Ma se mi scappa, finirà per trovare il modo e l'occasione di rapire il maestro, e io dovrò faticare e spremermi le meningi per liberarlo. Mi conviene colpire; quando l'avrò ammazzato e il maestro reciterà l'incantesimo, troverò pure l'argomento buono per togliermi dai guai. La lingua sciolta non mi manca. E poi lo dice anche il proverbio che nemmeno la tigre più feroce mangia i suoi piccoli."

Il bravo Scimmiotto borbottò un incantesimo per convocare il dio locale e lo spirito della montagna, e chiese la loro collaborazione: "È la terza volta che questa diavolessa viene a insidiare il mio maestro. Questa volta la voglio abbattere: voi dovete farmi da testimoni e badare a tagliarle la ritirata."

Gli dèi acconsentirono: nessuno avrebbe osato disubbidirgli. Il grande santo impugnò il suo randello, e questa volta il colpo cadde diritto e spezzò l'esistenza del mostro.

Tripitaka, terrorizzato, batteva i denti e tremava tutto senza riuscire a dire una parola. Porcellino sogghignava con aria maligna: "Ma che bravo Novizio! Tre morti ammazzati in mezza giornata."

Mentre il monaco cinese si stava riprendendo e si apprestava a recitare l'incantesimo, Scimmiotto si precipitò verso di lui gridando: "Fermo, maestro, prima di recitare il sutra venite a vedere di che cosa si tratta."

Giaceva a terra un mucchio biancheggiante di ossa corrose dal tempo.

"Consapevole del Vuoto" esclamò Tripitaka stupefatto, "com'è possibile che sia appena morto e si presenti già ridotto in quel modo?"

"Non era altro che un cadavere malefico, che si aggirava sulla montagna per sviare i viandanti e derubarli della loro identità. Quella che vedete è la sua vera forma; leggete la colonna di caratteri incisa sulle sue vertebre: si chiamava la Signora dal Bianco Scheletro."

La spiegazione sembrava convincente, ma Porcellino ricominciò a insinuare: "Maestro, è cattivo e ha la mano pesante. L'ha ammazzato d'impulso e poi ha avuto paura che recitaste l'incantesimo; perciò ha inventato questa messinscena."

Tripitaka era influenzabile, dava sempre retta a chi parlava per ultimo. Perciò incominciò a recitare l'incantesimo.

Scimmiotto, inginocchiato sul ciglio della strada, batteva la testa per terra e gridava: "Vi supplico! Vi supplico! Parliamone!"

"Scimmia testarda, non c'è più niente da dire. Chi ha lasciato la sua famiglia e pratica il bene è come la pianta nel giardino a primavera: ogni giorno cresce impercettibilmente. Chi pratica il male è come la mola, che ogni giorno si consuma. In questi luoghi deserti hai potuto uccidere tre persone, una dopo l'altra, senza che nessuno alzasse un dito. Ma se ti mettessi a roteare il tuo randello della malora in città, dove c'è tanta gente, come pensi che potrei cavarmela, io, dagli impicci provocati dalle tue malefatte? Vattene via!"

"Maestro, i vostri rimproveri non sono fondati. Avete pur visto che si trattava di una diavolessa, e la sua intenzione era di uccidervi. Io vi salvo dai pericoli e voi prestate fede alle calunnie e ai sarcasmi di quel cretino, e insistete a scacciarmi. Dice l'adagio: in ogni cosa, mai più di tre volte. A questo punto potrebbe restare con voi solo un vile. Certo che me ne vado! Ma non avrete più nessuno a servirvi."

"Questa scimmia è anche un bello screanzato!" esclamò indignato Tripitaka. "A sentire te, esisti tu solo; non ci sono forse Consapevole delle Proprie Capacità e Consapevole della Purezza?"

A sentir rammentare i suoi condiscepoli, Scimmiotto si sentì molto depresso: "Che tristezza! Lasciata Chang'an, foste accompagnato per un tratto da Liu Boqin. Poi mi liberaste, al Monte della Frontiera, e salutai in voi il mio maestro. Da allora ho penetrato antiche grotte, mi sono inoltrato in fitte foreste, ho battuto diavoli e catturato esseri malefici. Ho arruolato Porcellino, preso in servizio Sabbioso, ho faticato e penato. E oggi, accecato, avete perduto il buon senso e mi licenziate. Così sia: abbattuto l'uccello, si getta l'arco; uccisa la lepre, si mette in pentola il cane. Non parliamone più. Ma resta l'incantesimo della costrizione del cerchio, e questo è troppo."

"Non lo reciterò più" promise Tripitaka.

"Si fa presto a dirlo. Ma prima o poi vi troverete in difficoltà, alle prese con chissà quali diavoli, scoprirete che Porcellino e Sabbioso non sapranno liberarvi e penserete a me, vorrete chiamarmi. Allora finirete per recitarlo, l'incantesimo, e anche alla distanza di centomila li mi sentirò scoppiare la testa. Se deve succedere qualcosa del genere, tanto vale che rinunciate ad allontanarmi."

Questa insistenza portò Tripitaka all'esasperazione. Balzò giù dalla sella, chiese a Sabbioso carta e pennello, stemperò un po' d'inchiostro in acqua del ruscello e scrisse una formale lettera di licenziamento, che tese a Scimmiotto dicendo: "Tieni, zuccone, qui hai tutti i certificati che vuoi. Non voglio più saperne di te come discepolo. Se mai ti richiamassi, che io sia precipitato in fondo al diciottesimo inferno!"

"Maestro, è sempre meglio non fare simili giuramenti" replicò Scimmiotto prendendo la lettera. "Dunque me ne vado."

Piegò il foglio, se lo mise nella manica e fece un ultimo tentativo per ammansire Tripitaka: "Maestro, vi ho seguito fin qui anche perché me lo aveva detto la pusa Guanyin. Visto che devo andarmene senza concludere il mio compito, vi prego, almeno sedetevi e ricevete i miei omaggi, in modo che me ne possa andare più sereno."

Il monaco cinese gli voltava le spalle e brontolava: "Io sono una persona perbene, non voglio l'omaggio di un malvagio come te."

Se volle venirne a capo, Scimmiotto dovette ricorrere alla moltiplicazione della persona: strappò tre peli e li trasformò in altrettanti sosia. I quattro Scimmiotti (contando anche quello autentico) circondarono il maestro e gli resero omaggio da ogni parte, tanto che il reverendo non lo poté ricusare.

Poi il grande santo balzò in piedi, ricuperò i suoi peli e fece le sue raccomandazioni a Sabbioso: "Caro condiscepolo, tu sei un bravo ragazzo. Non fidarti di Porcellino, che è un calunniatore, e tieni gli occhi aperti. Se un mostro si impadronisse del maestro, digli che il primo dei suoi discepoli è il vecchio Scimmiotto. Per tenere in rispetto questi diavoli pelosi, può essere utile anche solo la mia fama."

"Un bravo monaco non può nemmeno pronunciare il nome di un malvagio come te" intervenne Tripitaka. "Va via!"

Di fronte all'ostinata cecità del reverendo, il grande santo non poteva che partire davvero. Eccolo qua:

Piangendo si prosterna e si congeda,

A Sabbioso dà le ultime istruzioni

E poi compie nell'aria un grande balzo

Volando sopra i monti e sopra i mari.

In un istante scompare ogni traccia,

In un momento raggiunge la meta.

Sarebbe bastata una semplice capriola nelle nuvole per raggiungere subito il Monte di Fiori e Frutti. Ma udì un rumore di acque e, guardando giù, vide che erano le onde dell'oceano orientale. Fermò la sua nuvola, ripensò al monaco cinese e versò qualche lacrima; sostò a lungo prima di riprendere la corsa.

Se poi non sapete, in fin dei conti, che cosa accadde al suo ritorno, vi toccherà di ascoltare il seguito.