Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo28

028 RITORNO A CASA · I MOSTRI DEL MONTE DI FIORI E FRUTTI TENGONO CONSIGLIO. TRIPITAKA SI IMBATTE IN UN DIAVOLO NELLA FORESTA DEL PINO NERO.

Si parlava del grande santo, scacciato dal monaco cinese, che alla vista del vasto oceano orientale cadde in preda alla nostalgia. "Non facevo questa strada da cinquecento anni" pensava.

Batte nelle alte ondate il polso della terra,

Dai flutti salgon brume ad annebbiare il cielo:

Rombando come tuono la marea va montando

E sommerge le baie come un vasto uragano.

Sorvolano immortali, cavalcando gru o draghi.

Rive disabitate, senza città o villaggi.

Son pochi i pescatori che navigan quelle acque,

Che sembran rotolare neve di mille anni

Sotto un vento mugghiante di bufera invernale.

Non ci son barche in vista. Questo è il regno dei pesci.

Lo strido dei gabbiani risuona da lontano.

Stormi d'oche selvatiche vanno solcando il cielo.

Infine Scimmiotto scavalcò l'oceano con un balzo e subito raggiunse il Monte di Fiori e Frutti. Abbassò la sua nuvola, scrutò il suolo, e che vide? La montagna era brulla e deserta, non ne salivano vapori né si vedevano segni di vita: rupi diroccate, foreste calcinate. Che cos'era accaduto? In effetti, durante la guerra in cui Scimmiotto era stato catturato e condotto prigioniero nel mondo di Sopra, Erlang e i suoi fratelli del Monte dei Susini avevano devastato tutta la zona, lasciandola in quello stato. Scimmiotto si sentì ancor più depresso; lo dice questa elegia in stile antico sul paesaggio desolato:

Piango quando ci penso,

Raddoppia la mia pena

Al veder devastato

Il Monte del mio cuore,

Che io credevo immune

Da qualunque sciagura [...]

Furono i miei misfatti

D'altri tempi a condurmi

Al presente cordoglio.

Il povero Scimmiotto affogava in un mare di tristezza. Ed ecco che dalle rocce sparse sul pendio sbucarono sette od otto scimmiette, che gli corsero incontro e si prosternarono gridando: "Grande santo! Padre! Siete qui!"

"Perché stavate nascosti? A prima vista sembrava che qui non abitasse più nessuno: come mai?"

Le scimmie piansero: "Dal tempo in cui foste condotto prigioniero nel mondo di Sopra, noi siamo rimasti a far da selvaggina ai cacciatori. Come possiamo difenderci dai loro archi potenti, dalle spietate balestre, da astori crudeli e cani feroci, da reti e giavellotti? Nessuno di noi osa giocare all'aperto, perché rischierebbe la vita. Viviamo in fondo alla grotta, o ci ripariamo in piccole tane. Per nutrirci ci accontentiamo dei radi ciuffi d'erba che ancora crescono qua e là, per bere scendiamo a leccare qualche goccia d'acqua alla piccola sorgente in fondo alla gola. Solo la vostra presenza ci ha incitato ad affrontare il pericolo di uscire allo scoperto, nell'ardente speranza del vostro aiuto."

"Quanti siete rimasti?" domandò Scimmiotto immerso nello sconforto.

"Fra grandi e piccoli, non più di mille."

"Eravate quarantasettemila. Che ne è stato degli altri?"

"Dopo la vostra partenza, il pusa Erlang incendiò la montagna: la maggior parte di noi finì bruciata o massacrata mentre cercava di fuggire. Chi si salvò si era calato nei pozzi, o rimpiattato in fondo alla gola, o nascosto sotto il ponte delle lastre di ferro. Quando si spense il fuoco e si disperse il fumo, uscimmo all'aperto, ma non trovammo più una vegetazione che ci assicurasse di che vivere. Metà dei sopravvissuti se n'è andata altrove in cerca di mezzi di sussistenza; metà dei rimasti è stata uccisa o catturata dai cacciatori in questi ultimi anni."

"Ma perché vi dànno la caccia?"

"Sono gente malvagia. Quelli che ammazzano, con frecce, giavellotti o randelli, li scorticano e disossano per cucinarli: chi finisce cotto in salsa d'aceto, chi stufato con contorno di riso, chi fritto nell'olio o infornato sotto sale. Chi è preso vivo, con reti o trappole, deve imparare giochi da saltimbanco: far capriole, camminare a testa in giù, rullare il tamburo e battere il gong per essere esibito nelle piazze."

"Chi è il vostro comandante?" domandò Scimmiotto, mentre la collera incominciava a prendere in lui il posto dello sconforto.

"Sono sempre i marescialli Ma e Liu e i generali Beng e Ba."

"Correte ad avvertirli che sono arrivato."

I piccoli mostri corsero nella grotta gridando: "Nostro padre il grande santo è ritornato!"

A questa notizia, Ma, Liu, Beng e Ba si affrettarono a uscire e a prosternarsi, e poi lo invitarono a entrare. Si sedette sul suo antico trono, con tutti i mostriciattoli che si affollavano intorno per rendergli omaggio e chiedevano: "Avevamo saputo che eravate stato liberato per proteggere un monaco cinese in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Come mai siete invece di ritorno sulla vostra montagna?"

"Piccoli miei, dovete sapere che quel monaco non sa distinguere un saggio da un cretino. Per un po' di tempo non ho fatto altro che catturare diavoli ed esseri malefici. Qualche mostro mi è capitato di doverlo ammazzare, e allora lui mi ha rimproverato di essere un violento, di esser dedito al male; ha rifiutato di tenermi come discepolo e mi ha scacciato. Mi ha scritto persino una lettera di licenziamento, per documentare che non mi assumerà mai più."

I mostri ridevano e applaudivano: "Che bella fortuna! Non avevate niente da guadagnare a fare il monaco. Restate con noi e aiutateci a ritornare ai bei tempi. Brindiamo col vino di palma per festeggiare il vostro ritorno!"

"C'è tempo per i brindisi. Ditemi piuttosto: con quale frequenza vengono qui quei cacciatori?"

"Grande santo" risposero Ma e Liu, "non si può dire con certezza, ma vengono molto spesso, quasi tutti i giorni."

"Oggi li avete visti?"

"No, ma potrebbero venire da un momento all'altro."

"Allora, ragazzi" ordinò il grande santo, "andate tutti a raccogliere sassi e schegge di roccia, e fatene dei bei mucchi regolari disposti qua e là. Ci faccio conto!"

Tutti si sparsero sulla montagna come uno sciame d'api, e presto i mucchi di pietre furono pronti. Allora Scimmiotto disse: "Ora nascondetevi nella grotta e lasciate fare a me."

Il grande santo si arrampicò sulla cima della montagna e vide venir su per i suoi fianchi un migliaio di uomini a cavallo, accompagnati da cani e falconi, armati di lance e spade, con accompagnamento di gong e tamburi. In effetti era gente d'aspetto marziale e feroce:

Hanno spalle coperte dalle pelli di volpe

Ed il torso serrato in giubbe di broccato,

Le faretre contengono frecce a dente di lupo,

Appesi alla cintura recano lunghi archi.

Uomini più crudeli delle tigri in agguato,

Cavalli come draghi, grandi mute di cani;

In gran numero recano, posati sulle braccia,

Falconi incappucciati ed aquile feroci.

Riposte nei panieri tengon armi da fuoco,

Recano centinaia di panie e di forche,

Molte trappole degne dei giudici infernali,

Corde che legherebbero il re Yama in persona.

Si spargon numerosi come stelle in un cielo

Di sciagura, lanciando dei gridi di richiamo.

Tutta questa gente che veniva a spadroneggiare sulla sua montagna fece digrignare i denti al grande santo. Fece un segno con la mano, recitò un incantesimo e soffiò verso sud ovest. Che tempesta si levò!

Prima si alza la polvere, poi la terra, le rocce,

Alberi sradicati, la foresta distrutta.

Le onde del mare si alzano come grandi montagne,

Sulle rive si infrangono e tutte le sommergono.

Cade il buio, le piante più robuste ruggiscono

Come tigri; nel bosco dei bambù mugghia il vento

Come un drago. Dà voce il cielo alla sua collera

E colpisce spietato uomini ed animali.

I mucchi di pietre che erano stati predisposti furono trascinati dal vento a grande velocità e colpirono gli infelici cavalieri come un'artiglieria:

Vedi esploder le teste dei nobili signori,

I cavalli al galoppo lascian strisce di sangue [...]

Dice il poema:

Gli uomini ed i cavalli mai più faran ritorno:

Si aggiran nei deserti, fantasmi senza nome.

Ricordiamo gli eroi, saggi o folli che fossero,

Già pieni di baldanza, poi esanimi nel sangue.

Scimmiotto osservò la situazione e commentò ridendo: "Che fortuna! Quand'ero bonzo, il monaco cinese diceva sempre: 'Il bene non basta praticarlo mille giorni di fila, ma il male è di troppo anche se praticato una sola volta.' Vedo che aveva ragione. In sua compagnia ammazzai pochissimi mostri, ma fu di troppo la quantità di rimproveri che ricevetti. Ora che sono tornato a casa, ho regolato in una volta sola il conto con tutta questa gente, ma non mancherò di ripeterlo se qualcun altro ci riprova."

Al richiamo del grande santo le scimmie, vedendo che la tempesta era passata, corsero fuori dalla caverna.

"Scendete lungo il pendio a sud e andate a spogliare i corpi dei cacciatori; laverete dagli abiti ogni traccia di sangue e li userete per proteggervi dal freddo. I cadaveri gettateli nel lago, che è profondo diecimila tese. Quanto ai corpi dei cavalli, dovete portarli alla grotta e scorticarli: con le pelli faremo scarpe, la carne la affumicheremo per conservarla nella dispensa. Archi e frecce, lance e spade ci serviranno per riprendere gli esercizi militari. Raccogliete anche stendardi e bandiere e portatemeli qui."

Le scimmie ubbidirono.

Tutti gli stendardi furono accuratamente lavati e cuciti insieme a formare un'immensa bandiera di tutti i colori, su cui vennero scritti quattordici grandi caratteri:

RIPRISTINO DELLA GROTTA DEL SIPARIO TORRENZIALE

SUL MONTE DI FIORI E FRUTTI

GRANDE SANTO UGUALE AL CIELO

Si drizzò un palo all'ingresso della grotta per alzare la bandiera. Ogni giorno Scimmiotto riceveva diavoli e belve, si occupava di ricostituire le scorte di grano e di foraggio, e non faceva o diceva nulla che avesse a che vedere con monaci o religione. Il suo prestigio e le sue estese relazioni gli permisero di farsi regalare acqua dolce di immortalità, con cui lavò la montagna per farla ritornare verde. Davanti piantò salici e olmi, dietro pini e cedri. Peschi, peri, giuggioli, susini, c'era un po' di tutto. La vita riprese nella calma e nella serenità.

Ma ritorniamo a Tripitaka, che era stato indotto da false insinuazioni a congedare la scimmia dello spirito e cavalcava aggrappato alla sella. I pellegrini camminavano verso l'Ovest, con Porcellino come battistrada e Sabbioso in coda a portare i bagagli. Dopo aver superato le creste della Tigre Bianca, scoprirono un pendio boscoso, ricoperto di rovi e liane, pini azzurri e verdi cipressi.

"Discepoli" dichiarò Tripitaka, "il pendio è ripido e ci porta a una fitta foresta. Stiamo attenti che non ci siano belve o mostri."

Il bestione consegnò a Sabbioso la briglia del cavallo e, aprendosi il cammino a colpi di rastrello, li condusse nel folto della pineta. Dopo un po' il reverendo arrestò il cavallo: "Porcellino, ho troppa fame dopo questa lunga giornata di viaggio. Non mi potresti trovare qualcosa da mangiare?"

"Maestro, smontate, vi prego, e aspettate che mi metta in cerca."

Tripitaka smontò, Sabbioso posò il carico e porse a Porcellino la ciotola delle elemosine.

"Io vado" disse quest'ultimo.

"Dove conti di dirigerti?" chiese Tripitaka.

"State tranquillo! Bucherei il ghiaccio per cavarne fuoco, spremerei la neve per estrarne olio: qualcosa di commestibile lo troverò."

Proseguì per una diecina di li, fino a uscire dalla foresta, senza trovare traccia umana; erano posti più adatti a lupi e tigri. La marcia incominciava a costargli fatica, e Porcellino rifletteva: "Quando c'era Scimmiotto, il vecchio bonzo otteneva tutto quello che voleva. Adesso che tocca a me, è proprio vero:

"Tu saprai quanto costan cibo e legna

Quando avrai la tua casa. E capirai

Quanto vale l'amore di tuo padre

Solo quando a tuo figlio lo darai.

"Non c'è proprio un buco in cui si possa mendicare un po' di cibo!"

Porcellino continuò a camminare, finché si sentì assalire dal sonno e pensò: "Se adesso ritorno indietro e racconto che non ho trovato donatori, il vecchio bonzo non crederà che abbia fatto tutta questa strada. Converrà che lasci passare un paio d'ore prima di farmi rivedere. Basta! Tanto vale che schiacci un pisolino sull'erba."

Il bestione posò il capo sull'erba e si addormentò. Nelle sue intenzioni doveva essere una piccola siesta; ma non si rendeva conto che, se ci si lascia andare dopo un lungo e penoso cammino, si cade in un sonno profondo.

Mentre Porcellino dormiva, il reverendo si sentiva pieno di inquietudini, gli ardevano i padiglioni delle orecchie, gli bruciavano gli occhi. Si rivolse a Sabbioso dicendo: "Consapevole delle Proprie Capacità si è allontanato da un bel pezzo; perché non torna?"

"Maestro, ormai dovreste conoscerlo. Per quante famiglie trovi disposte a fare elemosine, con lo stomaco che ha, a che cosa credete che pensi? Lo rivedremo quando sarà riuscito a saziarsi."

"Giusto; ma se resta in giro ad abbuffarsi, come faremo a ricuperarlo? Si sta facendo tardi, e questo non è un posto raccomandabile per passare la notte. Sarebbe meglio cercare un riparo."

"Portate pazienza, maestro. Restatevene qui seduto, e io lo andrò a cercare."

"Va bene. Trovare un riparo è più importante del pasto."

E Sabbioso seguì le orme di Porcellino.

Solo nel bosco, Tripitaka era tanto stanco e depresso che dovette raccogliere tutte le energie che gli restavano per alzarsi in piedi, ammucchiare ordinatamente i bagagli, legare il cavallo a un albero, togliersi il cappello di paglia, conficcare nel terreno la punta del suo bastone da pellegrino. Peraltro si sentiva inquieto, e finì per rassettarsi e addentrarsi a passi lenti fra gli alberi, nella speranza di distrarsi e distendersi. Contemplava la vegetazione selvatica, così fitta da soffocare i pigolii degli uccelli che, fra le alte chiome, rientravano al nido. Un passo dopo l'altro, pensava di andare incontro ai suoi discepoli; ma non si rese conto che la direzione era sbagliata. Numerosi sentieri attraversavano il sottobosco in tutte le direzioni; quello che prese non andava a ovest, direzione seguita da Porcellino e da Sabbioso, ma compiva un ampio giro e si volgeva a sud. A un certo punto si trovò fuori dalla foresta e, guardando lontano, vide qualcosa che scintillava vivamente sotto i raggi del sole al tramonto. Guardando meglio, riconobbe il tetto dorato di una pagoda. Pensò: "I miei discepoli non hanno proprio fortuna, se non hanno trovato questo bell'edificio. Quando lasciai le terre dell'Est, formulai il voto di bruciare incenso in tutti i templi che avessi incontrato, di pregare il Buddha davanti a tutte le immagini che mi si fossero presentate e di scopare il pavimento all'ingresso di tutte le pagode che si fossero trovate sulla mia strada. E questo che scintilla al sole, non è appunto uno di quei preziosi reliquiari dorati? Ai piedi della pagoda, ci sarà il monastero; e nel monastero i monaci. Andiamo a vedere. Tanto, al cavallo e ai bagagli non può accadere nulla, perché da queste parti non passa nessuno. Se il luogo è ospitale, potrei aspettare là i discepoli e trascorrervi poi la notte."

Ahimè, la sfortuna tendeva un tranello a Tripitaka. Egli avanza a gran passi verso lo stupa [...](30), varca la soglia, solleva la stuoia di bambù picchiettato che protegge l'ingresso, entra, e che cosa credete che trovi coricato su un banco di pietra? Un mostro. Ecco il suo aspetto:

La faccia color indaco, boccaccia

Con bianche zanne, alle tempie matasse

Di peli irsuti di color scarlatto.

Sparsa in ciuffi violetti come cespi

Di litchi la sua barba. Il naso a becco

Separa un paio d'occhi sfavillanti

Come la stella del mattino. I pugni

Grandi come scodelle da elemosina.

Gli strani piedi lividi assomigliano

A terrose radici. È avviluppato

In un mantello giallo. Stringe in mano

La sciabola snudata, benché steso

Riposi sulla pietra. Egli dà ordini

A giovani schierati in battaglioni

Come formiche, a vecchi numerosi

Come uno sciame d'api. Lo salutano

Come padre ed attendono i suoi ordini

Tremando. Lui beve solitario

Quando splende la luna(31), e spesso esercita

Grandi poteri magici. Può fare

Tutto il giro del mondo in un istante.

I suoi boschi abitati dagli uccelli

Racchiudon antri con draghi e serpenti.

Nei suoi campi coltivan gli immortali

La giada bianca. Alchimisti raffinano

Cinabro d'oro nella sua fornace.

Se non lo si può dire il re dei diavoli,

Egli è certo fra i mostri un importante

Yaksa a testa di toro.

A quello spettacolo, il reverendo rinculò terrorizzato, con le ginocchia tremanti, fece dietro-front e fuggì. Ma il mostro, socchiudendo i diabolici occhi dalle pupille d'oro, gridò: "Piccoli, andate a vedere chi c'è alla porta!"

Un mostriciattolo diede un'occhiata fuori dall'uscio, vide il monaco con la lucente testa pelata e corse ad annunciare: "Maestà, c'è qui fuori un bonzo con la faccia larga e la testa rotonda, con le orecchie che gli cadono sulle spalle. È di carne tenera, con la pelle sottile; è proprio un monaco bello e buono."

A queste parole, il mostro fece una risata cavernosa: "Come dice il proverbio: la mosca che passeggia sulla testa del serpente, ha voglia di farsi mangiare. Piccoli, acchiappatelo e portatelo qui; avrete un bel premio."

I mostriciattoli si lanciarono fuori tutti insieme, come uno sciame d'api. Tripitaka avrebbe voluto fuggire correndo come una freccia, ma aveva le gambe molli dalla paura. Per di più la strada di montagna era faticosa, la foresta cupa e il sole al tramonto. Non era in grado di sottrarsi agli inseguitori: i mostriciattoli lo afferrarono e se lo portarono via, corpo e beni. Era come

Il drago nello stagno assalito dai granchi,

La tigre allo scoperto braccata dai mastini.

Di storie avventurose se ne contano tante:

Ne avete mai sentita una simile a questa?

I mostriciattoli ricondussero il reverendo alla loro porta, lo misero giù davanti alla stuoia di bambù e andarono ad annunciare tutti allegri: "Grande re, vi portiamo il bonzo."

Il vecchio mostro lo sbirciò di nascosto e rifletté: "Che bell'uomo! Sarà di sicuro una persona importante. Tanto più autorevole deve essere la mia accoglienza."

Si diede l'aria della volpe della favola, che si fingeva il re degli animali(32), rizzò al cielo tutti i pelacci scarlatti che gli crescevano in capo, strabuzzò gli occhi e tuonò: "Portatelo qui!"

"Detto fatto" dissero i mostri, e spinsero Tripitaka dentro casa. È il caso di dirlo: se entri nel canile, devi abbassar la testa.

Tripitaka salutò giungendo le mani.

"Da dove vieni, bonzo?" chiese il mostro, "e dove saresti diretto? Dimmelo in poche parole, che si capisca bene."

"Sono un monaco che viene dalla corte dei Tang e ha ricevuto la missione imperiale di andare al Paradiso dell'Ovest a cercare le scritture. Poiché passavo per la vostra nobile montagna, ho pensato di visitare il santo che dimora nello stupa. Mi dispiace di avere involontariamente disturbato vostra eminenza; spero che mi vorrete perdonare. Quando ritornerò con le scritture nelle terre dell'Est, il vostro eminente nome sarà consegnato ai posteri, perché lo ricordino perpetuamente per loro edificazione."

A queste parole l'orco si fece una bella risata: "Lo dicevo io che dovevate essere una persona importante. E infatti siete esattamente il tipo di persona che mi piace mangiare a pranzo: non potevate venire più a proposito. Difficilmente avrei potuto prendervi, se non foste stato così gentile da venire spontaneamente a consegnarvi con le vostre gambe. Ciò dimostra che è proprio il vostro destino finire i vostri giorni dentro il mio stomaco. E il destino non si contrasta; io non vorrei mai farlo, lasciandovi andare, e voi non potreste neppure se voleste." E ordinò ai mostriciattoli: "Portatelo via e legatelo bene."

Essi lo legarono ben stretto al palo del riposo dell'anima.

Il vecchio mostro venne a vederlo, impugnando la sua sciabola, e gli chiese: "Bonzo, quanti siete? Non mi racconterai che stavi andando da solo al Paradiso dell'Ovest!"

Alla vista della sciabola, Tripitaka rispose onestamente: "Grande re, ho due discepoli che erano andati a mendicare cibo; uno si chiama Porcellino e l'altro Sabbioso. Ho anche un cavallo bianco e dei bagagli, che sono rimasti nella foresta."

"Che giornata fortunata! Due discepoli, tre con te, e quattro con il cavallo. C'è da fare una bella scorpacciata."

"Li andiamo ad acchiappare?" chiesero i mostriciattoli.

"È inutile darsi da fare. Anzi, chiudete la porta. Quando quei due ritorneranno con le elemosine, non troveranno il loro maestro e dovranno venire a cercarlo qui. Come dice il proverbio: l'affare sul tuo uscio è più comodo da concludere. Ce ne stiamo tranquilli a casa nostra e catturiamo tutti quanti."

I mostriciattoli chiusero la porta.

Ritorniamo a Sabbioso, che era partito alla ricerca di Porcellino. Camminò anche lui per una diecina di li, fino a uscire dalla foresta, senza trovare casa né villaggio. Osservava i dintorni da un'altura, quando udì una voce borbottare nell'erba; allontanò l'erba con il bastone, e scoprì quel bestione di Porcellino che parlava nel sonno. Gli diede un brusco risveglio, tirandolo per l'orecchio e gridando: "Scemo, ti avevano mandato a mendicare! Perché ti sei messo a dormire?"

"Che ora è, fratellino?" borbottò Porcellino aprendo gli occhi.

"Tirati su! Il maestro dice di lasciar perdere il cibo, se è difficile trovarne, ma di cercargli un alloggio per la notte."

Ritornarono indietro; Porcellino, con la ciotola vuota in una mano e il rastrello nell'altra, aveva ancora l'aria imbambolata. Ma, ritornati al punto di partenza, non trovarono più il maestro.

"È tutta colpa tua, bestione" brontolò Sabbioso, che ce l'aveva con lui. "Dovevi ritornare senza farti cercare. Il maestro lo avrà portato via qualche essere malefico."

"Fratellino, non fantasticare" replicò Porcellino ridendo. "Un bosco così bello non può essere abitato dagli spiriti. Il maestro si sarà stufato di restarsene seduto e sarà andato a sgranchirsi le gambe. Guardiamoci intorno, e vedrai che lo troviamo."

Raccattarono cappello e bastone, presero i bagagli, si tirarono dietro il cavallo e si misero in cerca di tracce.

Per un po' vagarono incerti, ma finirono per trovare la pista buona e, dopo un po', giunsero dove si scorgeva ancora lo scintillio del tetto della pagoda, verso sud. Si vede che, per il monaco cinese, non era ancora giunta la sua ora.

"Non disgrazie, ma fortuna!" gridò Porcellino. "Lo vedi quello stupa? Il maestro sarà andato là; chi oserebbe maltrattarlo, in un posto come quello? Gli avranno servito il suo bel pasto di magro e lo tratterranno come ospite. Sbrighiamoci ad andarci anche noi, prima che si mangi tutto."

"Andiamo pure, ma non ci vedo chiaro" commentò Sabbioso.

Marciarono a spron battuto fino alla porta. "To', l'uscio è chiuso!"

Sopra la porta si vedeva una targa di giada bianca, che recava incisi sei grandi caratteri:

GROTTA DELLA LUNA MARINA, SUL MONTE DELLA TAZZA

"Lo vedi, fratello, altro che monastero!" disse Sabbioso. "È un antro di mostri. Se il nostro maestro è lì dentro, andarlo a trovare non sarà tanto semplice."

"Dài, fratellino, non ti spaventare. Lega il cavallo e bada ai bagagli, che io metto le cose in chiaro."

Il bestione si fece avanti brandendo il suo rastrello e gridò: "Aprite! Aprite!"

Il mostriciattolo portinaio aprì uno spiraglio, diede un'occhiata e corse a riferire: "Grande re, eccoli che arrivano!"

"Chi arriva?"

"Davanti alla grotta c'è un bonzo dal lungo grugno e dalle grandi orecchie, accompagnato da un altro con la faccia tetra. Vogliono entrare."

"Sono Porcellino e Sabbioso che vengono a cercare il loro maestro" disse allegro il mostro. "Che bravi, ci hanno trovato in fretta! Ma se hanno la faccia patibolare, sarà meglio non prenderli alla leggera. Portatemi l'armatura."

Una volta armato, uscì impugnando la sciabola.

Porcellino e Sabbioso, davanti alla porta, ne videro uscire questo mostro dall'aspetto feroce. Come si presentava?

Faccia blu e pelo rosso, inscatolato

Nell'armatura d'oro, che è commessa

Da cinghie ornate di conchiglie, in vita

La cintura di seta. Ulula il vento

Se sta sul monte; le onde si sollevano

Se va sul mare. Le sue grandi mani

Rudi e solcate da gran vene azzurre

Stringon la scimitarra. Ed il suo nome,

Famoso nei dintorni, è Veste Gialla.

L'orco Veste Gialla chiese: "Da dove venite, bonzi che osate far baccano alla mia porta?"

"Figliolo" rispose Porcellino, "ecco qui il tuo nonnetto, inviato dalla corte dei Tang al Paradiso dell'Ovest. Il mio maestro Tripitaka è fratello dell'imperatore. Se è in casa tua, fallo uscire prima che sia troppo tardi: mi risparmierai la fatica di farmi strada a colpi di rastrello."

"Certo che abbiamo in casa un monaco cinese" rispose sorridendo il mostro, "e lo trattiamo con ogni gentilezza. Gli ho appunto fatto preparare delle polpette farcite di carne umana. Venite anche voi ad assaggiarle!"

Quello scemo prese per buono l'invito e stava entrando davvero. Sabbioso dovette prenderlo per la tonaca e dirgli: "Non vedi, fratello, che ti prende in giro? E poi, da quando in qua ti sei rimesso a mangiare carne umana?"

Finalmente il bestione capì, levò il rastrello e lo abbatté sul mostro; ma questo ebbe il tempo di schivare il colpo, e alzò la sua sciabola. Presto si misero a combattere a mezz'aria, usando i loro poteri magici. Sabbioso lasciò il cavallo e corse, con il suo bastone, in aiuto di Porcellino.

Fu una bella mischia:

La sciabola si oppone al bastone levato e para i colpi del rastrello abbassato. Forza e astuzia! Il rastrello a nove denti e il bastone per abbattere i diavoli minacciano da ogni parte, ma Veste Gialla non si spaventa. La sua sciabola d'acciaio brilla come argento, i suoi poteri magici sono grandi. Battendosi riempiono lo spazio di brume e nebbie, fendono rocce, abbattono rupi. L'orco combatte per la sua reputazione: come rinunciarvi? Gli avversari difendono il loro maestro: nulla può spaventarli.

I tre ingaggiarono varie diecine di scontri senza decidere il combattimento e senza risolversi ad abbandonare il campo. Se non sapete come si conclusero le cose per Tripitaka, ascoltate il seguito.