Il mostro fece legare Sabbioso, ma non lo uccise, non lo percosse e nemmeno lo insultò. Sostò invece a riflettere: "Quel monaco cinese viene da un paese di grande civiltà e non ignora certo i riti e la giustizia. Dal momento che gli ho risparmiato la vita, perché lui dovrebbe mandare i suoi discepoli a cercare di catturarmi? Dev'essere stata mia moglie a mandare un messaggio al suo paese. Bisogna metter le cose in chiaro."
Si diede un'aria feroce, e andò a cercare la principessa con le peggiori intenzioni.
Quest'ultima, senza sospettare nulla, aveva appena terminato la sua toilette e se ne andava tranquillamente per casa, quando vide il mostro con la fronte aggrottata, che digrignava i denti e gettava sguardi furiosi. La principessa si sforzò di assumere un atteggiamento sereno e sorridente: "Signore, avete qualche noia?"
"Donna vile, dal cuore di cagna!" tuonò lui. "Sei fredda come il ghiaccio. Quando ti ho portato qui, non avevi niente da ridire. Ti ho vestita di broccato, ornata d'oro, ti procuro quello che vuoi. Hai tutti i doni delle quattro stagioni e tutto il mio affetto. E tu non provi il minimo sentimento coniugale, pensi solo ai tuoi parenti."
La principessa terrorizzata si gettò in ginocchio e gridò: "Marito mio, perché mi volete lasciare?"
"Sono io che ti caccio o sei tu a volertene andare? Te lo chiedo. Perché il monaco cinese era stato liberato ancor prima che tu me lo chiedessi? La verità è che gli avevi affidato una lettera per i tuoi. Altrimenti, perché mai questi monaci sarebbero ritornati qui a sfondare la mia porta e a chiedere di lasciarti andare? Non mi dirai che non c'è sotto il tuo zampino!"
"Signore, mi fate torto con le vostre accuse; io non ho inviato messaggi."
"Non puoi negare; la persona che ho catturato è la prova di come stanno le cose."
"E chi avete catturato?"
"Sabbioso, il secondo discepolo di quel monaco."
L'estremo pericolo può rendere intrepido chiunque. Negare tutto era l'unica risorsa che le rimanesse, perciò replicò: "Calmatevi. Andiamo insieme a interrogare quel monaco. Se parla di una lettera, uccidetemi; in caso contrario, perché dovreste commettere un'ingiustizia?"
Il mostro alzò la sua manona blu, grande come un setaccio, afferrò la principessa per i bellissimi capelli, la trascinò davanti al palo dov'era legato Sabbioso e la gettò per terra. Poi, sciabola in pugno, prese a interrogare il prigioniero.
"Bonzo!" tuonò. "Se avete avuto l'audacia di attaccarmi, è stato per ordine del re, al quale questa donna ha mandato un messaggio."
Sabbioso, alla vista di quella grinta feroce e della sciabola levata sul capo della donna, pensava: "È vero che lei ha inviato la lettera, ma ha anche liberato il maestro. Sarebbe uno strano modo di ringraziarla dire la verità e provocare la sua morte. Basta. Non ho ancora avuto occasione di acquistare meriti: adesso correrò il rischio di finir male per dimostrarle la mia gratitudine."
Perciò disse: "Non siate sconsiderato. La lettera che dite non esiste, e le circostanze in cui siamo stati mandati sono altre. Il nostro maestro, mentre era prigioniero nella grotta, aveva notato la principessa. Quando, nel paese degli Elefanti Sacri, si è recato a corte per presentare il suo passaporto, il sovrano ha chiesto se avesse notizie di lei: l'inchiesta sulla sua scomparsa non è mai stata abbandonata. Ci hanno mostrato ritratti e disegni, e la risposta del maestro è stata che l'aveva vista qui. Allora il re ci ha offerto del vino e ci ha incaricato di catturarvi e di ricondurla a palazzo. Questi sono i fatti. Se volete uccidere qualcuno, suppongo che tocchi a me, piuttosto che a una persona che non vi ha fatto niente; se colpiste lei, violereste i grandi princípi della ragione celeste."
L'orco rinfoderò la sciabola e aiutò la principessa ad alzarsi: "Ti ho aggredita come un bruto e ti ho gravemente offesa. Perdonami."
L'aiutò a riordinare i capelli e la riaccompagnò nelle stanze interne, sorreggendola teneramente e facendole mille carezze. Le chiese infine di sedersi al posto d'onore per ricevere le sue scuse. La principessa, che aveva il temperamento leggero di tutte le donne, a vederlo così riguardoso, ne approfittò subito con totale impudenza e gli domandò: "Signore, in nome del vostro affetto, vi posso chiedere di far legare meno stretto il monaco Sabbioso?"
Il mostro ordinò senz'altro di slegarlo e di limitarsi a tenerlo sotto chiave. Sabbioso pensò: "Lo dicevano gli antichi: fare del bene agli altri è farlo anche a se stessi. Se non l'avessi aiutata, non mi troverei libero dalle corde."
Il mostro fece preparare un banchetto per farsi perdonare la paura cagionata alla principessa. Mangiarono e bevvero in abbondanza, poi il marito si allontanò per indossare abiti da cerimonia e cingere una spada preziosa. Accarezzò la principessa e le disse: "Tesoro, resta qui e bevi finché ti fa piacere, bada alla casa e a far custodire il bonzo. Io voglio approfittare della presenza del monaco cinese per far visita ai miei suoceri."
"Quali suoceri?"
"I tuoi genitori, naturalmente. Sono pur sempre genero del re; perché non dovrei presentare i miei omaggi a mio suocero?"
"Ma non potete andarci!"
"E perché no?"
"Il re mio padre non ha conquistato il regno in guerra, ma l'ha ereditato dai suoi avi. È salito al trono molto giovane e non è mai uscito di città; là non si sono mai veduti dei fusti gagliardi come siete voi. Se vi vede resterà terrorizzato, potrebbe venirgli un colpo. Questi convenevoli in famiglia potrebbero risultare pericolosi."
"Non ci saranno pericoli. Prenderò l'aspetto di un giovanottello di buona famiglia vestito alla moda."
"Vediamo che cosa sapete fare."
Il bravo mostro, con una scossa, si trasformò in un bel giovanotto. Davvero:
La statura rispettabile,
Portamento assai elegante;
Parla come un mandarino,
Ma si vede che è sportivo.
Del poeta Cao Zhi
Egli ha la disinvoltura;
Di Pan An, il rubacuori,
Egli mostra la bellezza.
I capelli son raccolti
Nel berretto di velluto.
Una tunica lo avvolge
Di una garza verde giada
Dalle maniche sboffanti.
Gli stivali ricamati,
La cintura colorata.
Pien di fascino ed altero,
È davvero convincente.
La principessa gli girò intorno per esaminarlo accuratamente e lo trovò proprio di suo gusto.
"Tesoro" disse ridendo il mostro, "pare che tu mi preferisca così!"
"Devo ammettere che non siete niente male. Mio padre tiene molto ai legami familiari, vorrà trattenervi a pranzo. Mi raccomando di non bere tanto da perdere il controllo. Se venisse fuori qualcosa del vostro vero aspetto, se spuntassero gli zoccoli biforcuti da sotto il mantello, il successo che avrete andrebbe subito a gambe all'aria."
"Si capisce, ci arrivo anche da solo. Starò attento."
Viaggiando sulle nuvole raggiunse senza tardare il paese degli Elefanti Sacri e si presentò alla porta del palazzo.
"Il terzo genero reale è venuto nella mia persona espressamente per render visita a sua maestà" annunciò al gran commissario del padiglione d'ingresso. "Vi prego di prendervi il disturbo di farglielo sapere."
Il guardiano lo annunciò alla porta gialla e il preposto ai rapporti si presentò ai piedi dei gradini di giada: "Vostra maestà, il terzo genero reale è venuto a visitarvi e attende risposta alla porta del palazzo."
Il re era ancora in conversazione con Tripitaka. Quando sentì parlare di un terzo genero reale, si rivolse ai suoi ufficiali: "Che storia è questa? Io ho solo due generi."
"Se dice che è il terzo, sarà il mostro."
"E sarebbe corretto convocarlo alla mia presenza?"
"Maestà" intervenne spaventato Tripitaka, "i mostri hanno poteri soprannaturali, penetrano il passato e il futuro, cavalcano le nuvole. Temo che entrerà, se lo vuole, con o senza convocazione. Sarà prudente invitarlo, per evitare inutili discussioni e brutte figure."
Il re concesse quindi l'udienza e il mostro fu introdotto ai piedi dei gradini dorati ed eseguì impeccabilmente tutto il balletto degli omaggi al sovrano. Era bello ed elegante, nessuno poteva credere che si trattasse di un orco. Agli occhi dei comuni mortali era proprio una persona come si deve. A vedere il suo aspetto dignitoso, il re pensò addirittura di poterlo utilizzare come sostegno del trono, e con questo proposito gli pose domande: "Dove risiede la tua famiglia, mio caro genero? Quali origini ha? Quando hai sposato la mia principessa? Perché hai aspettato finora a render visita ai tuoi suoceri?"
L'orco si prosternò e rispose: "Signore, il vostro suddito viene dalla Grotta della Luna Marina, sul Monte della Tazza, a est della città."
"A che distanza si trova questa montagna?"
"Non è lontana: trecento li."
"Trecento li! E come ha potuto percorrere questa distanza, mia figlia, per unirsi a te?"
Il mostro presentò un'abile menzogna: "Caro suocero, il vostro umile suddito ha sempre amato cavalcare e tendere l'arco: vive da cacciatore. Una volta, tredici anni fa, mentre cacciavo con i falconi accompagnato da qualche diecina dei miei servitori, mi capitò di imbattermi in una feroce tigre maculata, che scendeva dal pendio della montagna con una ragazza sul dorso. Scoccai una freccia e abbattei la belva. Quanto alla ragazza, me la portai a casa e la feci rinvenire facendole bere pozioni calde. Le feci domande sulla sua famiglia, ma lei mi nascose di essere di sangue reale. Vi pare che avrei potuto unirmi a lei, se avessi saputo che era la terza principessa di vostra maestà? Semmai mi sarei presentato a palazzo e avrei implorato una posizione che mi rendesse meno indegno di lei. Se la trattenni al villaggio, fu solo perché mi disse di provenire da una famiglia qualsiasi. Ci sposammo per amore e abbiamo convissuto per tutti questi anni. Subito dopo il matrimonio espressi l'intenzione di uccidere la tigre rapitrice, che avevo solo ferita e catturata; ma la principessa si oppose per il motivo espresso in questi versi:
'Ci siam sposati al cospetto del cielo,
Ma senza testimoni né sensali;
Un filo rosso unì le nostre vite
Da esistenze anteriori. Si può dire
Che fu la tigre a farci da sensale.'
Mi convinse, e io lasciai libera la tigre, che scappò via a coda ritta e con gli artigli sfoderati, recando addosso la cicatrice della ferita infertale dalla mia freccia. Allora non immaginavo che, negli anni successivi, quella stessa tigre si sarebbe dedicata all'ascesi e sarebbe riuscita a sublimarsi in mostro, sempre dedito comunque a fuorviare e uccidere la gente. A quanto ho sentito raccontare, pochi anni fa vennero da queste parti dei monaci in cerca di scritture, che si dicevano provenienti dal paese dei grandi Tang. La tigre li uccise, si impadronì dei loro documenti, prese il loro aspetto e pensò bene, caro suocero, di venire a corte per divertirsi un po' alle vostre spalle. Quel tizio che vedo seduto sul cuscino ricamato non è altri che la tigre che tredici anni fa rapì la principessa; altro che pellegrino in cerca di scritture!"
Il sovrano era una persona molto impressionabile. Non era capace, con i suoi occhi mortali, di vedere chi veramente gli parlava ed era portato a prendere per oro colato tutte le sue menzogne.
"Ma tu, mio saggio genero, da che cosa riconosci in questo bonzo la tigre che aveva rapito la principessa mia figlia?"
"Caro suocero, io vivo in montagna e, per la mia attività, si può dire che di tigri mi nutro e di tigri mi vesto: vivo ogni giorno in mezzo a loro. Non è certo difficile, per me, vedere con chi ho a che fare."
"Non potremmo vederla anche a noi nella sua vera forma?"
"Certo che potete, non è difficile. Fatemi avere mezzo bicchiere d'acqua pura."
Il re ordinò a un ufficiale di portare l'acqua. Il genero la prese, si alzò e fece i passi del trucco chiamato scurire gli occhi, fissare il corpo; recitò la formula e, con la bocca, spruzzò un sorso d'acqua in direzione di Tripitaka. Poi gridò: "Cambia!" e lo trasformò in una gigantesca tigre maculata. Il re e la corte videro con i loro occhi
La bianca fronte e la testa rotonda,
Corpo zebrato ed occhi lampeggianti.
Dalle zampe si vedono spuntare
Venti artigli taglienti e acuminati
E la gran bocca lascia intravvedere
Candide seghe di robusti denti.
Con le orecchie appuntite essa ricorda
Il gatto, ma la mole è gigantesca,
Come l'ha il toro bruno di palude.
I lunghi baffi son fili d'acciaio,
Fetidi miasmi emana dalla gola.
Nel veder la gran belva maculata
Tutti i presenti son terrorizzati.
Come il re la vide, sentì le sue anime abbandonarlo. Gli ufficiali, spaventati, corsero a nascondersi, salvo i militari più coraggiosi che lanciarono sulla belva i loro uomini, cercando di colpirla con armi di ogni specie: ci sarebbe stato di che fare a pezzi tutti i monaci di un monastero. Gli dèi incaricati della protezione di Tripitaka ebbero il loro da fare per impedire che venisse colpito. Si fece una bella sarabanda fino a sera e si finì per catturare la tigre viva e illesa, incatenarla e metterla dentro una gabbia di ferro, che fu chiusa a chiave in una stanza del palazzo. Il re diede ordine al servizio competente di preparare un grande banchetto per ringraziare il genero, che era arrivato appena in tempo a salvarlo dall'aggressione del finto bonzo.
La sera, dopo che gli ufficiali si furono ritirati, il mostro entrò nella Sala della Pace d'Argento, in cui trovò diciotto belle ragazze scelte apposta per cantare, danzare e scherzare con lui, perché bevesse a suo agio e si divertisse. Occupò il posto d'onore, circondato soltanto da queste bellezze. Figuratevi se non ne approfittò!
Verso la seconda veglia, pieno di vino fino al colletto, non ne poté più e sentì un bisogno incontenibile di mettersi a suo agio. Saltò in piedi, esplose in una gran risata sgangherata e riprese il suo solito aspetto. Poi aprì le manone grandi come setacci, acchiappò una ragazza che suonava il pi pa e le sgranocchiò la testa, con grande scricchiolar di mascelle. Le altre diciassette bellezze, folli di terrore, corsero da tutte le parti a cercare un angolo buio dove nascondersi. Vedete come fecero:
Le fanciulle di corte, colpite dal terrore,
Tremano come ibischi sotto un gran temporale,
Sembrano le peonie squassate da un gran vento.
Per salvare la vita lascian cadere flauti,
Cetre e liuti e calpestano i poveri strumenti
Per fuggir da ogni parte, senza badare dove.
Si urtano, si graffiano, si strappano le vesti:
Che si salvi chi può, ciascuna pensa a sé.
Ma quel parapiglia nel cuore della notte era completamente silenzioso: nessuna osava aprir bocca per non turbare il sonno di sua maestà. Infine si nascosero tremanti al riparo di un muretto in giardino.
Il mostro restò nella sala e si rimise seduto al posto d'onore, alternando bicchieri di vino e sorsate di sangue, mordicchiando bocconcini di tenere carni di fanciulla come stuzzichini. Mentre lui si dava buon tempo alla sua maniera, in città si spargeva la notizia che il monaco cinese, in realtà, altro non era che una tigre feroce. Qualcuno finì per parlarne anche nella stalla della locanda, dove il cavallo bianco mangiava il suo fieno davanti alla greppia. Ricorderete che quello non era un vero cavallo, ma il giovane re drago del mare occidentale, cui avevano tagliato le corna e levato le scaglie per punirlo di un'infrazione, e che alla fine era stato trasformato in cavallo per accompagnare Tripitaka.
Quando sentì la notizia, si mise a riflettere: "So che il mio maestro è una normalissima brava persona; sarà stato quel perfido mostro a farlo apparire come una tigre. E ora che facciamo? Il condiscepolo anziano l'abbiamo mandato via, di Porcellino e di Sabbioso non si sa più nulla." Stette a rimuginare fino alla seconda veglia, quando giunse alla conclusione: "Se non do una mano io, non ci sono proprio altre risorse."
Spezzò le redini e fuggì all'aperto, si diede una scossa e riprese l'aspetto di drago. Salì nello spazio per osservare dall'alto la situazione, come dicono i versi:
Nel viaggio verso l'Ovest Tripitaka
Ha incontrato un malefico tranello.
Vicolo senza uscita: eccolo tigre.
Ma il cavallo si slancia su nel cielo.
C'era un gran buio, ma da lassù si vedeva la Sala della Pace d'Argento vivamente illuminata da otto candelabri. Quando vide l'orco seduto a bere smodatamente e a mangiare carne umana, il giovane drago sorrise fra sé e pensò: "Alla fine non ha più retto: ha mostrato lo zoccolo biforcuto. Divorare la gente non lo porterà lontano. Ciò mi dovrebbe aiutare a chiarire come stanno le cose, perché non si continui a scambiare fischi per fiaschi. Non vedo dov'è il maestro; ma in attesa di saperlo potrei andare a divertirmi un po' con quello lì. Se riesco a sopraffarlo, avrò poi agio di liberare il maestro."
Che bravo principe drago! Si diede una scossa e si trasformò in fanciulla di corte, di figura snella ma di seno generoso, davvero seducente. Entrò di corsa e disse al mostro: "Non uccidetemi, nobile genero reale, sono venuta per servirvi da bere."
"Va bene, versa pure."
Il drago prese la brocca e riempì una coppa superando l'orlo di mezzo pollice senza spandere vino, perché era pratico del metodo chiamato della costrizione dei liquidi, che il mostro non conosceva. Perciò questi si mostrò molto interessato e commentò: "Che begli scherzetti sai fare!"
"Se è per questo, potrei versarne ancora."
"Fa vedere."
Il drago continuò a mescere nella stessa coppa: il vino saliva e prendeva la forma di una smilza pagoda di tredici piani, senza che se ne spargesse una goccia. L'orco si bevve la pagoda e masticò un boccone di cadavere. Poi chiese: "Sai cantare?"
"Me la cavo" disse il drago; e gli cantò un'arietta, mentre riempiva la brocca.
"Di ballare sei capace?" chiese ancora il mostro.
"Più o meno. Ma danzare a mani vuote non vien bene."
Il mostro aprì il suo mantello, sguainò la spada che portava alla cintura e la tese al drago, che improvvisò una lunga danza della spada. All'orco piaceva molto, guardava affascinato e il suo sguardo sembrò scivolare in una fissità cui il vino doveva contribuire. Fu il momento che il drago scelse per interrompere la coreografia e indirizzargli un fendente. Ma il mostro non perdeva mai i suoi riflessi: schivò e afferrò un candelabro di ferro forgiato, che poteva pesare ottanta o novanta libbre.
Anche il drago riprese la sua forma, uscirono combattendo dalla sala e continuarono lo scontro sulle nubi. Che battaglia, in quel buio notturno!
Il mostro del Monte della Tazza e il drago bandito dal mare occidentale: l'uno emana una luce più chiara del lampo, l'altro emette un turbine di vento rosso cupo. Incede l'uno come un maestoso elefante dalle bianche zanne fra i minuscoli uomini, l'altro ricorda il gatto selvaggio che si avventa sul mondo sfoderando artigli d'acciaio. L'uno sostiene la colonna di giada del cielo, l'altro incornicia l'oceano di travi d'oro. Vola e danza il drago d'argento, balza e travolge il diavolo giallo. A dritta, a manca, volteggia la spada preziosa; avanti, indietro, il pesante candelabro si muove senza sosta.
Dopo otto o nove scontri, il giovane drago sentiva scemare la presa delle proprie mani e aveva tutti i muscoli indolenziti, perché il vecchio diavolo era forte e vigoroso. Non poté più sostenere la lotta e scagliò la spada contro la testa del suo avversario; ma questi l'afferrò al volo con destrezza e scagliò a sua volta il candelabro. Il drago non fu abbastanza svelto da evitarlo e ne fu colpito alla gamba; la sua nuvola perse l'assetto e lo rovesciò nell'acqua del fossato della città reale. Si tuffò a testa in giù e scomparve nei flutti. Il diavolo che lo inseguiva lo perse di vista e se ne ritornò alla Sala della Pace d'Argento, con spada e candelabro, si sedette come se niente fosse e riprese a bere; in breve si addormentò profondamente.
Il giovane drago si tenne nascosto sott'acqua per un'ora buona; constatando che tutto restava tranquillo, strinse i denti per resistere al dolore che la gamba gli procurava, balzò su una nuvola e se ne ritornò nella scuderia della locanda. Qui riprese l'aspetto di cavallo e si stese davanti alla greppia: la povera bestia era zuppa d'acqua e ferita a una zampa. Era un momento in cui
Cavallo del pensiero e scimmia dello spirito
Erano separati. Il legno ed il metallo
Restavano dispersi; la vecchia donna gialla
Tenuta in prigionia. Non si può fare nulla
Se ragione e giustizia sono dimenticate.
Nel frattempo Porcellino non era uscito dal cespuglio in cui si era rifugiato dopo aver abbandonato Sabbioso e si era stravaccato a dormire, come usano i maiali. Si svegliò a mezzanotte passata e gli ci volle tempo per rendersi conto di dove si trovava, mentre, con la testa confusa, si stropicciava a lungo gli occhi. Per quanto tendesse l'orecchio
Su tutta la montagna, non un cane che abbai;
Nello spazio deserto, non un gallo che canti.
Dalla posizione delle stelle capì che doveva essere la terza veglia, e pensò che sarebbe stato suo dovere aiutare Sabbioso: "Ma con un solo filo non fai una corda, con una sola mano non puoi applaudire. Lasciamo stare. Andrò invece in città a vedere il maestro e a esporgli la situazione. Sabbioso lo soccorrerò domani, quando mi avranno dato gli opportuni rinforzi di truppe e di cavalleria."
Il bestione ritornò in città e si recò alla locanda, sotto la luna che brillava nel cielo silenzioso. Il maestro non c'era. Trovò solo il cavallo che dormiva nella stalla, ma era tutto bagnato e aveva sul garretto un'ecchimosi del diametro di un piattino.
"Per la miseria!" si spaventò Porcellino. "Come sarà riuscita questa canaglia, pur rimanendo chiusa qui dentro tutto il tempo, a fare una tal sudata e a procurarsi quella contusione? Si vede che un brigante ha portato via il maestro e ha colpito il cavallo."
Il cavallo bianco si svegliò, riconobbe Porcellino e incominciò a parlargli in linguaggio umano, esordendo con un "Condiscepolo anziano!" che fece cadere a terra Porcellino per lo stupore. Si rialzò precipitosamente e voleva infilare l'uscio, quando il cavallo gli afferrò un lembo della tunica con i denti per trattenerlo, si inchinò sulle zampe anteriori e gli disse: "Fratello maggiore, non avrai mica paura di me?"
"Ma perché ti sei messo a parlare?" disse tremando Porcellino. "Mi sa che c'è sotto qualche disgrazia."
"Sai che il maestro si trova in difficoltà?"
"Non so niente."
"Non sa niente, lui! Quando facevi lo sbruffone davanti al re, e tu e Sabbioso pensavate di catturare il mostro e di guadagnarci un premio, non sospettavate che il più forte fosse lui, che non sareste risultati all'altezza e non ne sareste venuti a capo. Almeno avreste potuto correre a informare dell'accaduto. Chi è venuto, invece, è stato il mostro, trasformato in un elegante letterato, che si è fatto ricevere dal re come suo genero e ha trasformato il maestro in una tigre; in quello stato lo hanno catturato, coperto di catene e chiuso a chiave in una stanza. Per me le notizie sui tormenti che subiva erano come pugnalate al cuore. Voi eravate scomparsi e io temevo per la vita del maestro: non mi restava che cercare di soccorrerlo. Ma a corte non lo trovai; vidi invece il mostro in una sala e mi trasformai in dama di corte per avvicinarlo. Danzai per lui la danza della spada e, quando mi parve il momento buono, cercai di colpirlo; ma lui riuscì a schivare il colpo e a vincermi con un candelabro. Ecco da dove viene la contusione che mi vedi su una gamba. Mi dovetti nascondere nel fossato."
"È andata proprio così?" si stupiva Porcellino.
"Credi che racconti storie?"
"Adesso che cosa facciamo? Tu sei in grado di muoverti?"
"E se lo fossi?"
"Se puoi, dovresti ritornare al tuo oceano. Io mi metto i bagagli in spalla e me ne torno dal vecchio Gao; posso sempre riprendere il mestiere di genero."
Il drago non poté trattenere le lacrime e supplicò: "Condiscepolo, ti prego, non abbandonarti alla vigliaccheria."
"Perché no? Sabbioso è prigioniero e io non sono in grado di battere quel mostro. Se non approfitto di questo sfascio per andarmene, che cosa dovrei aspettare?"
"Fratello maggiore, non parlare di sfascio" rispose il drago. Rifletté un momento e aggiunse: "Da soli non ce la facciamo, ma dobbiamo salvare il maestro. Devi andare a chiedere aiuto."
"Chi ci potrebbe aiutare?"
"Vai senza perder tempo al Monte di Fiori e Frutti, e chiedi a Scimmiotto di ritornare. Lui è più forte di noi, salverà il maestro e ci vendicherà."
"Fratellino, chiedilo a qualcun altro. Io e quella scimmia non siamo mai andati d'accordo. Chissà quanto ce l'ha con me, per quella volta che incitai il maestro a recitare l'incantesimo del cerchio, dopo che aveva colpito la Dama dal Bianco Scheletro sui Monti della Tigre Bianca. Io lo dicevo per ridere, non pensavo che il maestro mi avrebbe preso sul serio e lo avrebbe scacciato. Ma non credo che lui veda la cosa in questo modo, e comunque escludo che lo si possa convincere a ritornare. Sai, basta che arriviamo a scambiarci qualche parola vivace, perché lui tiri fuori quella sua sbarra maledettamente pesante. Se per distrazione mi menasse, dove credi che andrei a finire?"
"Vedrai che non ti colpirà. Il re scimmia ha il senso della giustizia e della bontà. Quando lo vedi, non gli devi dire che il maestro è nei guai, ma soltanto che pensa a lui. Questa bugia lo indurrà a venire qui, e quando vedrà la situazione in cui ci troviamo non si arrabbierà. Di certo gli piacerà misurarsi con un avversario di valore come il mostro; e sono sicuro che riuscirà a vincerlo e a liberare il maestro."
"Va be', ho capito. Tu metti tanto cuore in queste cose, che se non ti do retta faccio la figura non averne anch'io. Se il Novizio ritorna, verrò con lui. Ma se mi dice di no, non fate più conto su di me: non verrò nemmeno a dirvelo."
"Vai, ti dico io che ritornerà!"
Il bestione prese il suo rastrello, si aggiustò la tunica e balzò in aria dirigendosi verso est. Il destino che proteggeva Tripitaka gli diede vento in poppa: allargava le orecchie come vele e acquistava velocità. Presto ebbe superato l'oceano orientale, e al sorgere del sole abbassava già la sua nuvola alla ricerca della strada giusta sulla montagna.
Mentre camminava, gli giunse un grande vocio. Si guardò intorno e scoprì Scimmiotto che aveva radunato i suoi mostri in una valletta. Lui era seduto su una grande rupe, e mille duecento scimmie schierate ai suoi piedi secondo il loro rango lo applaudivano e gridavano: "Viva il grande santo, nostro signore e padre!"
"Che bella vita, che soddisfazione dev'essere" pensava Porcellino. "Non c'è da meravigliarsi che si sia stufato di fare il bonzo e abbia preferito ritornare a casa. Guarda che bei posti, che patrimonio, e tutte queste scimmie a servirlo. Se avessi io qualcosa di simile, a fare il monaco non mi ci terrebbe nessuno. Ma tiriamo avanti, ormai sono in ballo e devo ballare."
Il bestione aveva troppa paura per farsi avanti direttamente. Si tenne nascosto fra l'erba, scivolò in mezzo alla folla delle scimmie e si prosternò con loro.
Non si rendeva conto che, con le sue dimensioni, non poteva sperare di sfuggire nemmeno per un attimo all'acuto sguardo di Scimmiotto: "C'è un barbaro, là in mezzo, che si prosterna in bello stile maialesco. Da dove salta fuori? Portatemelo qui."
Subito le scimmie, numerose come uno sciame d'api, circondarono Porcellino, lo spinsero avanti e lo inchiodarono al suolo.
"Da dove vieni, barbaro?" chiese severamente Scimmiotto.
Porcellino a testa china rispose: "Non oso accettare l'onore di essere interrogato. Però non sono un barbaro, ma uno che conoscete bene."
"Qui tutti sono scimmie, tutti si assomigliano e si sentono tutti fedeli sudditi del grande santo; tu sei diverso e sei più balordo degli altri. Dunque sei un mostro forestiero. Se la tua intenzione è di fare atto di sottomissione, devi seguire le regole: prima consegni la tua carta d'identità e scrivi il nome nel registro, poi ti presenti all'appello quando e dove ti viene indicato. Come ti permetti di venirmi a rendere omaggio prima di essere stato accettato?"
"Vergògnati!" grugnì Porcellino, ma sempre con la testa china e cercando di nascondere il grugno. "Siamo stati fratelli giurati per anni, e adesso pretendi di non avermi mai visto e mi tratti da barbaro."
"Allora alza il muso e fatti vedere" rispose Scimmiotto ridendo.
"Eccolo, il mio muso!" gridò Porcellino tirandosi su. "Se insisti a non riconoscermi, qualcosa da rinfacciarti ce l'avrò."
"Quel porcellone di Otto Divieti!" esclamò Scimmiotto soffocando dalle risate.
"Sono proprio io, Porcellino Otto Divieti." E intanto pensava: "Se ammette di riconoscermi, sarà più facile che mi ascolti."
"Perché non te ne vai in cerca di scritture con il monaco cinese? Scommetto che l'hai offeso e ti sei fatto licenziare anche tu. Te l'ha data la lettera di licenziamento? Fa un po' vedere."
"Non ho offeso nessuno, non ho lettere e non sono stato licenziato."
"Ma allora perché sei qui?"
"Il fatto è che il maestro pensa a te e mi ha mandato a cercarti."
"Non credo né che pensi a me né che mi cerchi. Quel giorno fece giuramento davanti al Cielo e scrisse la lettera di suo pugno. Perché avrebbe cambiato idea? E del resto io non posso ritornare."
"Ma è proprio vero che pensa a te, ci pensa sempre" si affrettò a ribadire Porcellino, sprofondando nella menzogna.
"E come sarebbe andata la cosa?"
"Mentre si camminava, il maestro gridò: 'Discepoli!' Ma io non avevo sentito e Sabbioso faceva orecchie da mercante. Allora il maestro incominciò a dire che tu eri diverso, che noi non valevamo niente in confronto, che eri più sveglio e più intelligente, che rispondevi subito quando ti si chiamava, che avevi dieci risposte per ogni domanda che ti si faceva. In quello stato d'animo mi ha mandato apposta a cercarti. Ti prego, vieni almeno a fare un giro dalle nostre parti, anche solo per non deluderlo e per non rendere inutile tutto il cammino che ho fatto."
A questo discorso Scimmiotto saltò giù dalla rupe, prese per mano Porcellino e gli disse: "Saggio fratello, visto che vieni da tanto lontano, vieni con me a divertirti un po'."
"La strada è lunga al ritorno quanto all'andata, e io non vorrei far aspettare il maestro. Lo sai che non ho più tempo per divertirmi."
"Ma sei qui; la vorrai pur dare un'occhiata al paesaggio."
Il bestione non osò rendersi sgradito con altri rifiuti e lo seguì nella passeggiata. Camminarono tenendosi per mano fino in vetta alla montagna, con un codazzo di scimmie. La montagna era bella; dopo il ritorno di Scimmiotto era stata restaurata in breve tempo ed era tornata come nuova. [...]
Porcellino non poteva saziarsi dello spettacolo che aveva davanti ed esclamava: "Che meraviglia, fratello! Credo che sia la più bella montagna del mondo."
"Infatti ci si può campare, saggio condiscepolo."
"In questo posto benedetto dal Cielo, altro che campare!"
Chiacchierarono e risero a lungo scendendo dalla cima. Lungo la strada, le scimmie venivano a offrire grappoli d'uva violetti, pere profumate, sugose nespole gialle e corbezzoli rossi. Inginocchiati sul bordo della strada, gridavano: "Grande santo, signore e padre, mangiate qualcosa!"
"Mio fratello Porcellino" rispondeva Scimmiotto ridendo "ha un tipo di appetito che non si sazia con la frutta. Comunque, caro fratello, prendi qualcosa come aperitivo, e scusa se è poco."
"A me piace seguire gli usi del paese, per quanto grande sia il mio appetito. Assaggerò volentieri questa frutta."
Mentre assaggiavano, il sole saliva in cielo. Porcellino temeva ciò che nel frattempo poteva accadere a Tripitaka e continuava a insistere: "Fratello, il maestro è là che ci aspetta. Dovremmo andare."
"Ti prego di venirti a distrarre nella Grotta del Sipario Torrenziale, saggio condiscepolo."
Ma Porcellino rifiutò: "Sei proprio gentile, ma io sono preoccupato per il maestro che aspetta. Non darti il disturbo."
"In questo caso non ti trattengo; salutiamoci qui."
"Ma tu non vieni?"
"E dove dovrei venire? Qui sono libero e sto bene, non sono soggetto né al cielo né alla terra: perché dovrei rinunciare alla mia libertà per fare il bonzo? Vacci tu, io resto dove sono. Da parte mia dovresti dire al monaco cinese di non perdere tempo a pensare a me; è lui che mi ha scacciato."
A queste parole il bestione non osò replicare, per timore di rimediarci un'applicazione del randello. Non poté far altro che borbottare qualche parola d'addio e rimettersi in cammino.
Scimmiotto, vedendolo partire, gli mise alle calcagna due agili scimmiette con l'incarico di ascoltare i suoi soliloqui.
In effetti dopo tre o quattro li, ai piedi della montagna, Porcellino si volse indietro, tese il dito nella direzione da cui veniva e incominciò a vituperare Scimmiotto: "Scimmia del cazzo, lui preferisce fare il mostro che il bonzo! Che bel macaco! Avevo le migliori intenzioni di pregarlo di ritornare, ma non ne vuol sapere. E allora resti dov'è!"
Avanzò di qualche passo e riprese le sue invettive.
Le scimmiette corsero a presentarsi a rapporto: "Grande santo, signore e padre, non ci si può fidare di quel Porcellino: parla come un manovale e vi insulta a ogni passo."
Scimmiotto si arrabbiò e urlò: "Portatemelo qui!"
La massa delle scimmie si precipitò sul bestione per riportarlo indietro, e lo sommerse acchiappandolo per i capelli, per le orecchie, per la coda, per ogni singolo pelo.
Se poi non sapete che trattamento ebbe Porcellino e se riuscì a scamparla, ascoltate il seguito: ci troverete tutti i particolari.