Quando Fraternità si ricongiunge
Alla Giustizia, la Legge ritorna
Alla sua fonte. Il metallo ed il legno
Formano giusto frutto uniti insieme
A scimmia dello spirito. Essi salgono
Verso la beatitudine a varcare
La porta della non-dualità(33).
Sono i sutra la via di perfezione:
L'anima originaria aggiunge il Buddha.
Triplo legame formano i discepoli,
I diavoli ed i mostri della storia
Con i cinque elementi corrispondono.
Troncate i sei destini menzogneri
Ed al Colpo di Tuono giungerete.
Le scimmie in massa si erano impadronite del bestione e lo spingevano e tiravano, tanto che finirono per strappargli la tunica.
"È la fine, questa volta mi ammazza!" ripeteva Porcellino come se recitasse una litania.
Presso l'ingresso della grotta il grande santo lo aspettava seduto su una roccia, e prese a inveire contro di lui: "Non sei cambiato, sei il solito sacco di segatura! Non ti bastava andartene via tranquillamente; che bisogno avevi di insultarmi?"
"E chi ti insultava, fratello? Possa mangiarmi la lingua! Dicevo semplicemente che avrei dovuto informare il maestro che tu non saresti venuto: questo è quanto. Figùrati se mi sarei permesso di insultarti."
"Vuoi farmi fesso? Sai che, se tendo l'orecchio sinistro verso l'alto, sento la gente che bisbiglia nel trentatreesimo cielo? E se tendo quello destro verso il basso, sento i re dell'inferno che fanno i conti con i loro assistenti? E te, che mi insultavi mentre camminavi qui vicino, non avrei dovuto sentirti?"
"Ho capito, fratello; da quello spione che sei, ti sarai trasformato in qualche insetto per spiarmi."
"Ragazzi!" gridò Scimmiotto. "Prendete un bastone bello grosso e cominciate ad ammorbidirlo con venti colpi sulle chiappe. Questo sarà l'antipasto. Poi gli darete altri venti colpi sulla schiena, e il resto glielo darò io con la mia sbarra."
"Fratello" gridò sconvolto Porcellino, battendo la fronte al suolo, "perdonami, per riguardo al nostro maestro."
"Penso che il nostro maestro sia un uomo buono e giusto."
"Lasciamo perdere il maestro, fratello; perdonami per riguardo alla pusa Guanyin che risiede di là dal mare."
La menzione di Guanyin ebbe qualche effetto su Scimmiotto: "Se la metti così non ti picchierò, fratellino. Ma parla sul serio e dimmi tutto; perché perdi tempo a prendermi in giro, mentre il monaco cinese è in pericolo?"
"Ma no, fratello, quale pericolo? Come ti ho detto, si è ricordato di te."
"Sei un sacco di segatura, buono soltanto da battere" si spazientì Scimmiotto. "Ho un bell'essere tornato a casa, il mio spirito continua a seguire il monaco passo per passo nella ricerca delle scritture. Ogni tappa ha la sua prova, ogni luogo il suo tranello. Sbrigati a parlare se non vuoi botte; ma soprattutto, parla prima che sia troppo tardi."
"Fratello" rispose Porcellino prosternato, "cercavo di ingannarti proprio perché tenevo tanto a farti venire con me; non avevo fatto i conti con la tua perspicacia. Non mi punire e consentimi di alzarmi per parlare."
"Va bene, tirati su."
Le scimmie mollarono la presa; Porcellino saltò su e incominciò a tendere il collo da tutte le parti.
"Che cosa fai?"
"Guardo da che parte la strada è più larga e adatta a scappare."
"E dove vorresti scappare? Ti prenderei anche se ti lasciassi tre giorni di vantaggio. Non perdiamo altro tempo; se mi farai andare di nuovo fuori dei gangheri, me la pagherai."
"Ti racconterò tutto. Dopo la tua partenza riprendemmo il viaggio e, in una pineta, il maestro smontò da cavallo e mi chiese di andare in cerca di elemosine. Camminai molto senza trovare nemmeno una capanna; ero stanco e schiacciai un pisolino, senza pensare che Sabbioso sarebbe venuto a cercarmi e il maestro sarebbe rimasto solo. Sai che non ama restare seduto a lungo: si mise a passeggiare, uscì dalla foresta e vide una pagoda con il tetto dorato che prese per un monastero. Era invece la residenza del mostro Veste Gialla, che si impadronì di lui. Quando, con Sabbioso, ritornammo indietro, trovammo solo il cavallo e i bagagli: il maestro era scomparso. Lo cercammo fino all'ingresso della grotta e combattemmo con il mostro. Intanto, dentro la grotta, il maestro aveva trovato una salvatrice: era la terza principessa del re del paese degli Elefanti Sacri, rapita dal mostro, che liberò il maestro e gli affidò una lettera per i suoi genitori. Quando il re ricevette la lettera, chiese al maestro di catturare il mostro e di ricondurre la figlia. Come sai, il vecchio non sarebbe capace di sottomettere nemmeno una lucertola: perciò toccò a noi di ritornare sul posto a combattere. Ma non avevamo fatto i conti con i grandi poteri del mostro: questa volta toccò a Sabbioso di restare prigioniero; io fui vinto e scappai a nascondermi nell'erba. Il mostro prese l'aspetto di un distinto letterato, andò a corte e trasformò il nostro maestro in una tigre. Non era rimasto che il cavallo bianco, il quale riprese il suo aspetto di drago e partì in cerca del maestro. Non lo trovò da nessuna parte, ma scoprì il mostro che beveva tutto solo in una sala del palazzo. Si mutò in fanciulla di corte e cercò di colpirlo durante una danza della spada, ma fu invece colpito lui a una gamba da un grosso candelabro. È stato il drago a suggerirmi di venirti a cercare; ha detto che sei buono e giusto, che avresti dimenticato i torti passati e saresti certo venuto a soccorrere il maestro. Ora ti prego di non dimenticare l'adagio: maestro per un giorno, padre per la vita. Bisogna proprio tirarlo fuori da questo pasticcio."
"Che bestia sei! Quando vi lasciai, vi avevo detto e ripetuto di far sapere, ai mostri che avessero aggredito il maestro, che il vecchio Scimmiotto era il suo primo discepolo. Perché non mi hai dato retta?"
Porcellino rifletté e si disse che da un uomo di guerra si ottiene di più con le provocazioni che con le preghiere. Perciò rispose: "Magari non ti avessi dato retta! È stato proprio il tuo nome a scatenare quel mostro."
"Come sarebbe a dire?"
"Io gli avevo detto: 'Mostro, pochi scherzi! Giù le mani dal maestro! Bada che non ha solo noi come discepoli; il suo primo discepolo è il famoso Scimmiotto il Novizio, che ha immensi poteri e abbatte mostri come te con una mano sola. Se capitasse qui, tu faresti una brutta fine.' Ma lui diede in escandescenze: 'Credi di farmi paura con questo Scimmiotto dei miei stivali? Venga pure, che lo scorticherò vivo, gli strapperò la carne, gli romperò le ossa e gli mangerò il cuore. Se invece è troppo magro, lo taglierò a pezzetti per metterlo nella frittura mista'."
Scimmiotto divenne furioso: si mise a saltellare intorno, a grattarsi le orecchie e a tormentarsi le guance: "Ma chi è questo stronzo, per insultarmi così?"
"Calma, calma; erano cose che diceva questo Veste Gialla. Io mi sono permesso di ripeterle solo per informarti."
"Alzati, saggio condiscepolo. Verrò anch'io, un mostro così insolente non lo voglio mancare. Cinquecento anni fa, quando provocai quei disordini in Paradiso, non c'era dio che, al vedermi, non si inchinasse profondamente e non mi trattasse con il titolo di 'grande santo'. E questo burino ha l'insolenza di prendermi alla leggera. Gliela farò vedere io; ma quando l'avrò catturato e fatto a pezzi, comunque, me ne ritornerò al mio paese."
"Hai ragione, fratello; comincia con il catturarlo e vendicarti. Poi farai come vorrai."
Il grande santo saltò giù dalla roccia su cui si era accoccolato e si precipitò nella grotta, per sostituire la sua tenuta da mostro con la tunica di broccato e il grembiule di pelle di tigre; in breve ritornò all'aperto con il suo randello in mano.
"Grande santo, signore e padre!" gridava spaventata la folla delle scimmie, cercando di trattenerlo. "Dove volete andare? Non fareste meglio a restare qui a darvi bel tempo ancora per qualche anno?"
"Ma che cosa dite, figlioli! Io ho il compito di proteggere il monaco cinese. Tutti, in cielo e in terra, sanno che Scimmiotto è il suo discepolo. Non è che mi ha abbia proprio scacciato: mi ha dato un periodo di licenza per venir qui a vedere come andavano le cose e per prendere un po' di riposo. Ma adesso c'è questa situazione d'emergenza. Mi raccomando, sorvegliate la proprietà e continuate a piantare gli alberi: bisogna aggiungere altri salici e pini. Non siate mai trascurati né approssimativi. Aspettate che abbia accompagnato quel monaco al suo destino e l'abbia riportato nell'Est; poi ritornerò qui a godermi con voi la verità della natura."
Le scimmie, come sempre, accettarono i suoi comandi. Scimmiotto prese per mano Porcellino e montò su una nuvola. Stavano completando la traversata dell'oceano orientale, quando il Novizio disse: "Fermiamoci un momento. Devo scendere in mare a purificarmi."
"Non c'è tempo. Farai il bagno un'altra volta."
"Tu non capisci queste cose. Mi è bastato ritornare pochi giorni fra le mie scimmie per riprendere odore di mostro. Al maestro piace la gente pulita, non lo vorrei stomacare."
Porcellino comprese che l'intenzione era buona.
Dopo il bagno, risalirono sulla nuvola e ripresero il viaggio. Presto giunsero in vista di un tetto dorato che rifletteva i raggi del sole, e Porcellino lo additò: "Quella è la casa di Veste Gialla, dove Sabbioso è tenuto prigioniero."
"Tu resta qui, mentre vado a esplorare il terreno di combattimento."
"Che cosa ci vai a fare? L'orco non sarà in casa."
"Lo so."
Che bravo re scimmia! Abbassò la nuvola luminosa e ne scese per esplorare i dintorni della grotta. In un prato, due fanciulli giocavano a 'disputarsi il nido', una specie di volano. Uno aveva una diecina d'anni e l'altro otto o nove. Mentre erano assorti nel gioco, Scimmiotto si avvicinò alle loro spalle, li afferrò per il ciuffo e, senza perdersi a indagare se erano Pierino o Paolino, se li portò via. I bambini terrorizzati si misero a strillare e a piangere. I mostriciattoli della grotta, messi in allarme, corsero dalla principessa ad annunciare: "Signora, uno sconosciuto ha rapito i principini." Infatti erano i figli che la principessa aveva avuto dal mostro.
La principessa corse fuori dalla grotta e vide Scimmiotto in cima a una rupe che stringeva i due bambini per il ciuffo e minacciava di lasciarli cadere nel vuoto. La madre, sconvolta, urlava: "Ehi lassù, non ti conosco nemmeno, perché hai rapito i miei figli? Hanno un padre feroce: se gli succede qualcosa, non credere di cavartela!"
"E così tu non mi conosci. Sono il primo discepolo del monaco cinese, il Novizio, Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Il mio condiscepolo Sabbioso è chiuso nel tuo antro. Lascialo andare, e io ti rendo i bambini. Due per uno, fai un buon affare."
La principessa si precipitò all'interno, gridò ai mostriciattoli di farsi da parte e liberò Sabbioso con le sue mani.
"Principessa" diceva Sabbioso, "non aprite la mia prigione: quando ritornerà vostro marito se la prenderà con voi. Sarete vittima del suo furore."
"Reverendo, siete il mio benefattore, mi avete salvato la vita aiutandomi a discolparmi di quella lettera. Mi chiedevo come avrei potuto rendervi il favore, quando è avvenuto un fatto inatteso. È comparso il vostro condiscepolo Scimmiotto: mi manda lui a liberarvi."
Alleluia! Al nome di Scimmiotto parve a Sabbioso che ambrosia gli piovesse sulla testa, si sentì il cuore pieno di rugiada. Lo prese una gran gioia, come se sbocciasse la primavera, come se invece dell'annuncio di un arrivo lo avessero coperto di doni d'oro e di giada. Si precipitò all'aperto scuotendosi il vestito per salutare Scimmiotto: "Cadi proprio dal cielo, fratello! Dio sa se c'era bisogno di te! Aiutaci!"
"Benedetto Sabbioso! Quando il maestro recitava il suo incantesimo per stringermi la testa, mezza parola avresti potuto dirla, invece di restar lì come uno scemo a bocca aperta. E poi, non dovevi proteggere il maestro? Perché stai qui a perder tempo, invece di marciare verso l'Occidente?"
"Non frugare nella piaga, fratello, che non è da gentiluomo. Siamo i soldati di un esercito sconfitto, ci è rimasta solo la vergogna. Vieni a soccorrerci!"
"Monta su."
Sabbioso prese la rincorsa e balzò sulla rupe. Anche Porcellino abbassò la sua nuvola per salutarlo: "Bravo fratellino, hai tenuto duro!"
"Da dove vieni?" chiese Sabbioso inchinandosi.
"Ieri, messo in fuga, sono ritornato in città durante la notte. Ho trovato il cavallo bianco, che mi ha informato che il maestro è nei pasticci: Veste Gialla lo ha trasformato in tigre. È stato il cavallo bianco a consigliarmi di andare in cerca del nostro primo condiscepolo."
Scimmiotto lo interruppe: "Basta con le chiacchiere, bestione. Ciascuno di voi prenda un bambino. Poi andrete nella città degli Elefanti Sacri a provocare il mostro per portarlo qui, che gli voglio dare una scarica di botte a modo mio."
"Come lo provocheremo?" chiese Sabbioso.
"Vi porterete sopra la Sala delle Campanelle d'Oro e butterete giù i bambini sui gradini di giada bianca. Se vi chiederanno di chi si tratta, direte che sono i figli di Veste Gialla e che li ho catturati io. Quando il mostro lo saprà, verrà qui di certo. Non possiamo combatterlo in città: solleveremmo un polverone e la sconvolgeremmo tutta."
"Fratello" fece Porcellino ridendo, "la faccenda la conduci tu, ma incastri noi."
"E come vi incastro?"
"Ai bambini dev'essere già scoppiata la milza dalla paura, fin dal momento che li hai arraffati. Non riescono più nemmeno a piangere, e possono morire da un momento all'altro. Gettandoli sui gradini li ridurremo in poltiglia. Credi che il mostro non se la prenderà con noi? A noi, vorrà farla pagare; mentre tu, per ogni evenienza, ti tieni le mani pulite, senza testimoni. Non è un modo di incastrarci?"
"Se dovesse prendersela con voi, combatterete ritirandovi in modo da portarlo qui, dove il campo di battaglia è spazioso. Io aspetto qui."
"Giusto, fratello, è un buon piano. Andiamo!" disse Sabbioso.
Confortati dalla sicurezza che dava loro la presenza di Scimmiotto, i due se ne andarono con i bambini, mentre Scimmiotto scendeva dalla rupe e si avvicinava alla pagoda. La principessa gli disse: "Sei un monaco senza scrupoli, non hai un'oncia di buona fede. Mi dovevi rendere i bambini in cambio del tuo condiscepolo: io ho fatto la mia parte, ma tu no. E adesso che cosa vuoi?"
"Non ve la prendete con me" rispose sorridendo Scimmiotto. "Era tempo di far conoscere i bambini ai loro nonni."
"Non fare l'insolente, monaco. Bada che mio marito non è un tipo comune. Li hai spaventati, quei bambini; bisogna consolarli e rassicurarli."
"Principessa" ghignò Scimmiotto, "qual'è secondo voi il crimine più grande, per l'uomo nato fra cielo e terra?"
"Lo so."
"Che cosa sapete, donna volubile?"
"Ho ricevuto la mia educazione a palazzo e ricordo la frase dei libri antichi: 'Tremila crimini meritano i cinque castighi, ma nessuno è grave come la mancanza di pietà filiale'."
"Proprio così:
"Padre mio che m'avete generato,
E voi madre che m'avete nutrito;
Pietà pei genitori
Che tanto hanno penato...(34)
"Il poema spiega che la pietà filiale è la fonte della buona condotta, il fondamento del bene. Come avete potuto accoppiarvi con un mostro, dargli il vostro corpo senza pensare a vostro padre e a vostra madre? Se questo non è un crimine contro la pietà filiale, come lo volete chiamare?"
La principessa arrossì fino ai capelli, non sapeva dove nascondersi per la vergogna. Alla fine disse: "Le vostre parole sono giuste, reverendo: come potrei dimenticare i miei genitori? Il fatto è che il mostro mi ha rapito a tradimento, mi sorveglia continuamente, non permette che mi allontani. Ero lontana da loro e non avevo nessuno per inviare notizie. Avrei voluto uccidermi, ma temevo che i miei genitori mi credessero colpevole di una fuga da casa e che la vicenda non venisse mai chiarita. Ecco perché non mi restava che prolungare la mia fragile esistenza. In verità sono la peggiore peccatrice che ci sia fra cielo e terra." E si mise a piangere come una fontana.
"Principessa, non vi disperate. Porcellino mi ha detto che avete salvato la vita del nostro maestro e avete mandato una lettera ai vostri genitori: questo dimostra che non li avevate dimenticati. Son qui io, signora; il vostro vecchio Scimmiotto vi garantisce che catturerà il mostro e vi riporterà a corte. Allora vi troverete un buon partito e potrete vegliare sui vostri genitori finché saranno in vita. Che ne pensate?"
"Ma voi cercate la morte! Ieri i vostri condiscepoli, che pure sono degli omaccioni, non sono riusciti a prevalere su mio marito. E voi, povero diavolo sfiancato e sbilenco come un granchio, con le ossa che vi sbucano sotto la pelle, come potrete farcela?"
"A quanto pare non avete occhio per queste cose" replicò Scimmiotto ridendo. "Dice il proverbio: grande vescica non pesa niente, piccolo piombo pesa un accidente. Gli omaccioni valgono meno della figura che fanno, spostano vento e non ripagano la stoffa che occorre per coprirli. Son fuochi di paglia, non valgono la minestra che mangiano. Io invece sono piccolo, ma tutto muscoli."
"Credete davvero di potercela fare?"
"Non avete idea di quanto possa pestare diavoli e mostri."
"Per piacere, non mi tirate in qualche brutta storia."
"Vi potete fidare."
"Voi che siete un esperto, come pensate di fare?"
"Penso sia meglio che voi non mi stiate d'attorno, potreste solo crearmi dei problemi. I vostri sentimenti verso di lui potrebbero giocarvi degli scherzi."
"Ma mi ha portato qui di forza."
"Lo so, ma siete stata sua moglie per tredici anni. Io avrò bisogno di muovermi senza avere intorno troppi sentimenti: un colpo dev'essere un colpo, di pugno o bastone che sia. Se non lo abbatto, non vi posso riportare a corte dal re vostro padre."
La principessa seguì il consiglio e si ritirò in luogo appartato. Era destino che il suo matrimonio avesse fine, e l'incontro con il grande santo era stato disposto appunto a questo fine. Allontanata la principessa, il re scimmia si trasformò con una scossa nella sua copia identica ed entrò nella grotta ad aspettare il mostro.
Intanto Porcellino e Sabbioso portarono i bambini nella città degli Elefanti Sacri e li lasciarono cadere sui gradini di giada bianca, riducendoli in poltiglia, con le ossa a pezzi e il sangue che correva tutto intorno.
La corte fu presa dal panico, mentre gli ufficiali annunciavano: "Disgrazia! Disgrazia! Due persone sono precipitate dal cielo."
"Questi bambini sono i figli del mostro Veste Gialla" proclamò a gran voce Porcellino, "che io e Sabbioso abbiamo portato qui."
Il mostro se ne stava ancora nella Sala della Pace d'Argento a ronfare e smaltire tutto il vino che aveva bevuto, quando sentì gridare il suo nome. Corre all'aperto, guarda in su e vede Porcellino e Sabbioso che gridano da una nuvola. Il mostro si mise a riflettere: "Capisco Porcellino, ma perché è qui Sabbioso? Lo avevo lasciato prigioniero a casa mia: come è scappato? Perché mia moglie avrebbe dovuto lasciarlo andare? E che cosa c'entrano i miei figli? Porcellino avrà architettato un trucco per provocarmi. La faccia gliela spaccherei volentieri, ma ho bevuto troppo e non ho ancora smaltito il vino. Se mi prendessi una rastrellata, il mio prestigio ne risentirebbe. Sarà meglio che prima ritorni a casa e chiarisca questa storia dei bambini; la conversazione con lui posso riprenderla più tardi."
Il bravo mostro non stette nemmeno a congedarsi; ritornò subito alla sua montagna e corse verso la grotta per capire che cosa stava succedendo. D'altronde a corte gli altarini erano stati scoperti, perché le diciassette compagne della ragazza che egli aveva divorato si erano presentate al re, non appena si era fatto giorno, per riferirgli l'accaduto. La sua partenza da insalutato ospite confermò la nuova opinione generale che il vero mostro fosse lui. Per ogni evenienza, comunque, il re confermò la consegna ai suoi ufficiali di tenere sotto sorveglianza la falsa tigre.
L'orco entrò nella grotta come una folata di vento. Scimmiotto, falsa principessa, si produsse in un grande numero di teatro: sbatté le lunghe ciglia, schizzò intorno tante lacrime peggio di un temporale, pestò i piedi, si batté il petto e riempì la grotta di singhiozzi violenti e di tragiche lamentazioni. Il mostro strabuzzò gli occhi: non l'aveva mai vista così. Si fece avanti per prenderla fra le braccia: "Tesoro mio, che cos'è accaduto da renderti tanto disperata?"
"Oh signore" rispose Scimmiotto, confezionando frottole al riparo del velo di lacrime che gli bagnava gli occhi, "lo dice anche il proverbio: marito senza moglie perde della sua casa la padrona; sposa senza lo sposo è un'infelicità che non perdona. Avreste dovuto rincasare ieri sera! Stamane non eravate qui quando è venuto Porcellino e si è portato via Sabbioso e i nostri bambini. Io lo supplicavo, ma lui diceva che doveva presentarli a corte. Non ho più visto nessuno, voi ritornate a casa e non li vedo con voi: come volete che non mi senta disperata?"
"Mi stai dicendo che quelli erano davvero i nostri figli?" esclamò il mostro, assalito da un'enorme collera.
"Certo che lo erano: li ha presi Porcellino."
"Tanto peggio!" esclamò il mostro, torcendosi per il furore che lo attanagliava. "Ha ucciso i miei figli buttandoli dall'alto: e adesso come rendergli la vita? La farò pagar cara a quel monaco. Tesoro, non piangere più. Come ti senti? Avrò cura di te."
"Sento molto la mancanza dei bambini, ho pianto tanto da averne male al cuore."
"Tirati su. Ho un amuleto che devi strofinare dove ti duole, e passerà. Ma stai attenta a non ruotarlo, perché altrimenti apparirei nella mia forma originale."
Scimmiotto ghignò dentro di sé: "Il maledetto è abbastanza ingenuo da passare alle confessioni senza che occorra la tortura. Vediamo l'amuleto, e lo farò ruotare ben bene per vedere di che si tratta."
L'orco prese per mano Scimmiotto e lo guidò in un angolo segreto in fondo alla grotta. Qui si levò di bocca un oggetto che aveva le dimensioni di un uovo di gallina, una specie di ciondolo di cinabro interno.
Scimmiotto si rallegrò: "Che bell'oggetto! Chissà quanti esercizi di meditazione, quanti anni di prove, quante sedute di unione di yin e yang sono occorsi per fabbricare questo ciondolo di cinabro interno. E l'eminente legge del destino lo consegna ora nelle mani del vecchio Scimmiotto."
La falsa principessa lo afferrò e cominciò a stropicciarselo qua e là. Poi, senza parere, si apprestò a farlo ruotare su se stesso, ma il mostro stava all'erta e subito si slanciò per strapparglielo dalle mani.
In fatto di astuzia e agilità non è facile farla a una scimmia. Per sottrarre l'oggetto a ogni contesa, Scimmiotto se lo mise in bocca e lo inghiottì. Il mostro alzò i pugni per colpirlo, ma Scimmiotto lo trattenne con una mano e fece con l'altra un movimento che gli restituì il suo vero aspetto: "Ohé mostro, un po' di contegno! Guardami bene: mi conosci?"
"Tesoro" bisbigliò il mostro allocchito, "che cosa ti succede?"
"Ma che tesoro, brutto diavolo! Non sai nemmeno riconoscere tuo nonno?"
"Eppure questa faccia l'ho già vista da qualche parte" sibilò l'orco.
"Rimandiamo di un momento le legnate: guarda pure a tuo agio."
"Ti ho visto, ma non riesco a ricordare. Chi sei? Da dove vieni? Dove hai imboscato mia moglie, prima di venire a rubare il mio amuleto con l'inganno? Che azione infame, proprio da fetente!"
"Così non mi riconosci" disse il Novizio. "Sono il primo discepolo del monaco cinese e mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Sono il tuo nonnetto di cinquecento anni fa."
"Via, non può essere. Il monaco ha solo due discepoli, Porcellino e Sabbioso. Di uno Scimmiotto non ho mai sentito parlare. Tu sei un essere malefico piovuto da chissà dove per prendermi in giro."
"Non ero con i due che conosci, appunto perché ho l'abitudine di picchiare sodo i mostri che incontro e ne avevo ammazzati un po' troppi. Il mio maestro, che è un uomo molto compassionevole, mi aveva rimandato a casa per questo motivo. E così, non conoscevi il nome di tuo nonno."
"Ma che uomo sei, manchi di dignità! Il tuo maestro ti caccia via, e tu hai ancora il coraggio di mostrarti in giro."
"Brutto criticone! Non conosci il proverbio: maestro per un giorno, padre per la vita; e l'altro: l'ostilità fra padre e figlio dura solo una notte? Credevi che potessi restare con le mani in mano, mentre te la prendevi con il mio maestro? E non è tutto; mi hai anche insultato dietro le spalle. Che cos'hai da dire a tua discolpa?"
"E quando ti avrei insultato?"
"Me l'ha detto Porcellino."
"Te lo raccomando, quello là! Ha il grugno di maiale e la lingua di megera. Come puoi dar retta a quella bestia?"
"Non stiamo a discutere. Mi accontenterò di farti presente che oggi ti sono venuto a trovare e tu non hai fatto buona accoglienza all'ospite venuto di lontano. Se non gli puoi offrire vino né merenda, puoi sempre offrire la tua testa: abbi la compiacenza di metterti in posa perché io ci batta sopra. E valga in luogo del tè."
Il mostro si mise a ridere: "Caro Scimmiotto, se il tuo programma era di fare a botte, non avresti dovuto entrare qui dentro. Lo sai che ho al mio servizio mostri grandi e piccoli, a diecine e centinaia? Avessi pur cento mani, da qui non uscirai vivo."
"Sciocchezze! Diecine e centinaia? Anche se fossero migliaia e centinaia di migliaia, non te ne lascerei uno in piedi."
Il mostro gridò il segnale d'allarme. I recinti della grotta furono subito ermeticamente chiusi e barricati; tutte le truppe si armarono e corsero al posto di combattimento.
Scimmiotto, compiaciuto di quella efficienza, impugnò a due mani il suo randello e gridò: "Trasformazione!" Gli crebbero subito tre teste e sei braccia, mentre la sbarra cerchiata d'oro scintillò moltiplicandosi per tre. Roteando braccia e sbarre si gettò sulla folla come una tigre in un gregge di montoni, o un'aquila nel pollaio. Poveri piccoli mostri! Le loro testoline si spappolavano al primo tocco e gettavano una quantità di sangue, mentre Scimmiotto andava e veniva senza ostacolo, come se percorresse un posto deserto. In breve non rimase che il vecchio mostro, che gli correva dietro coprendolo di insulti: "Scimmia maledetta, sei proprio una disgrazia! Perché vieni a schernire la gente a casa sua?"
Scimmiotto, sulla porta, gli fece segno con la mano: "Vediamocela fra noi. Non ero venuto per loro, ma per te."
Il mostro lo inseguì con la sciabola levata per fendergli la testa, mentre Scimmiotto lo fronteggiava con la sua sbarra. La battaglia si spostò sulla montagna, fra brume e nuvole.
Ai magici poteri del gran santo
Il mostro oppone forza non comune.
Contro il randello di ferro forgiato
S'alza la spada di acciaio temprato.
La lama i nembi illumina, il randello
Scaccia e disperde nubi colorate.
Quanti attacchi fulminei, quante finte,
Quante parate a protegger la testa!
L'espressione dell'un cambia col vento,
L'altro non mostra mai emozione alcuna.
Spalanca l'uno i suoi occhi di fuoco,
L'altro dimostra agilità felina.
Segue la sbarra le tre strategie,
Si conforma la sciabola ai sei foderi.
Qui la difesa si dimostra forte,
Là l'attacco è diretto a dominare.
Ferocia con ferocia. Questa lotta
Fino all'ultimo sangue fu ingaggiata.
Dopo una cinquantina di scontri, l'esito era ancora incerto.
"Vedi il maledetto!" si diceva Scimmiotto con segreto piacere. "Come sa controllare gli attacchi del mio randello! Aspetta un po': ti servirò una finta, e voglio proprio vedere se conosci questo colpo."
Il bravo re scimmia alzò la sbarra a due mani, nella figura detta osservare il cavallo dall'alto. Il mostro non capì la mossa: vide il vuoto nella difesa e si gettò avanti per colpire con la sciabola; Scimmiotto deviò la lama con un impercettibile movimento, detto livellamento del grande mezzo, ed eseguì la figura detta rubar pesche sotto le foglie, assestando una potente randellata sulla testa dell'orco, che scomparve senza lasciar traccia.
Scomparve e basta. Scimmiotto guardò intorno da tutte le parti, ma non trovò niente: "Ragazzo mio, sei un cattivo incassatore: una botta, e non ci sei più. Ma se fossi morto, avresti lasciato in terra del sangue, o qualche altra porcheria. Se non c'è niente, vuol dire che sei scappato."
Balzò su una nuvola per scrutare l'orizzonte, ma non si vedevano movimenti in alcuna delle quattro direzioni. "Eppure ai miei occhi non sfugge nulla. Come ha potuto scomparire così? Credo di capire: il mostro diceva di avermi già visto da qualche parte; non dev'essere un mostro ordinario, ma uno spirito celeste."
Deciso a metter subito le cose in chiaro, il grande santo raggiunse con una capriola la porta sud del Cielo. A vederlo con la sbarra in pugno le guardie furono prese dal panico: Pang, Liu, Gou e Bi, come Zhang, Tao, Deng e Xin si scansarono precipitosamente addossandosi ai pilastri, senza osare di contrastargli il passaggio. Egli andò difilato alla Sala della Luce Penetrante, dove i quattro grandi precettori celesti Zhang, Ge, Xu e Qiu gli chiesero subito: "A che cosa dobbiamo la visita del grande santo?"
"Sapete che sono addetto alla protezione del monaco cinese. Nel Paese degli Elefanti Sacri ho combattuto con un mostro che aveva attaccato il mio maestro dopo aver sedotto una principessa. Durante lo scontro è scomparso senza lasciar traccia, perciò dev'essere uno spirito celeste. Sono venuto appunto per verificare se qualche creatura del cielo ha abbandonato il suo posto."
I precettori si recarono subito a rapporto nella Sala delle Nubi Misteriose. Si ordinò di procedere all'appello delle varie categorie di divinità: i nove luminari, i dodici rami, i cinque orienti, gli dèi della via lattea, i cinque picchi, i quattro fiumi. Nessuno avrebbe osato mancare all'appello. La verifica proseguì oltre il palazzo dell'Orsa maggiore: si contarono ventisette delle ventotto case. Mancava solo la stella Kui.
"Kui, l'astro del lupo e del bosco, è disceso sulla terra" concludeva il rapporto dei precettori.
"Da quanto tempo manca?" chiese l'Imperatore di Giada.
"È già mancato a quattro appelli ordinari, che avvengono ogni tre giorni. Quindi oggi è il tredicesimo giorno di assenza."
"Tredici giorni in cielo sono tredici anni sulla terra" ricordò l'Imperatore di Giada; e diede ordine al dipartimento competente di provvedere a ricondurre il latitante nel mondo di Sopra.
Per eseguire l'ordine imperiale le ventisette costellazioni uscirono dal Cielo, recitando gli opportuni incantesimi. Egli si nascondeva in un torrente di montagna, dissimulato fra i suoi vapori. Osò sporgere la testa solo quando udì gli incantesimi dei colleghi, e li seguì nel mondo di Sopra. Il grande santo gli sbarrò la strada all'ingresso del Cielo e voleva colpirlo di nuovo, ma le costellazioni riuscirono a trattenerlo e condussero il colpevole davanti all'Imperatore di Giada. L'astro tolse la placca d'oro dalla sua cintura, si prosternò ai piedi dei gradini del trono e riconobbe la sua colpa.
"Kui, astro del lupo e del bosco, invece di godere l'infinito spettacolo del mondo di Sopra, sei segretamente fuggito. Perché?" chiese l'Imperatore di Giada.
"Vostra maestà" rispose Kui prosternandosi, "perdonate al vostro servitore questo crimine che merita la morte. La principessa reale del Paese degli Elefanti Sacri non è una comune mortale. Era una fanciulla di giada della Sala Piena di Profumi. Mi desiderava, ma io non osai contaminare il sacro territorio del palazzo celeste. Essa pensò di prendere forma umana e scese per prima nel mondo di Sotto. Anch'io, per non tradire l'impegno, mi trasformai in mostro su una celebre montagna, la rapii e la tenni nella mia residenza, dove siamo rimasti uniti per tredici anni. Non v'è sospiro o fiato che non sia predestinato: oggi l'impresa del grande santo Scimmiotto mi riconduce alla vostra presenza."
L'Imperatore di Giada decretò che fosse privato della placca d'oro e lo bandì nel Paradiso dei Beati, destinandolo come fuochista al servizio di Lao Zi; con riserva di reintegrarlo nelle sue funzioni se avesse servito con merito, o di aggravare la pena in caso contrario.
Scimmiotto fu soddisfatto delle disposizioni adottate. Fece una gran riverenza e ringraziò le altre divinità della pena che si erano data.
"È sempre il solito rustico, quella scimmia" commentarono ridendo i precettori. "Noi gli abbiamo catturato il mostro e lui se la cava con una riverenza."
"Mi sembra già una fortuna che esca di qui pacificamente, senza combinare guai" replicò l'Imperatore di Giada.
Il grande santo ritornò alla Grotta della Luna Marina a cercare la principessa. Le stava raccontando dell'avatara del mostro, quando si udirono dall'alto le voci di Porcellino e di Sabbioso che gridavano: "Fratello, lascia anche a noi qualche mostro da menare!"
"Qui di mostri non ce ne sono più."
"In questo caso" disse Sabbioso, "non ci sono ostacoli ad andarcene. Riportiamo a corte la principessa con la magia della contrazione del terreno."
La principessa sentì per un istante il vento che le sibilava nelle orecchie, e subito si ritrovò in città. I tre la condussero alla Sala delle Campanelle d'Oro, dove salutò il re suo padre e la regina sua madre. Poi si unì alle sorelle e tutti i funzionari vennero a renderle omaggio.
"Se Veste Gialla è stato sconfitto e io salvata" disse la principessa a suo padre, "il merito è tutto degli immensi poteri del reverendo Scimmiotto."
"Che specie di mostro era questo Veste Gialla?" chiese il re.
"Il genero di vostra maestà" rispose Scimmiotto "è la costellazione Kui del mondo di Sopra, e vostra figlia è in realtà una fanciulla di giada del servizio dell'incenso. Sono stati i loro pensieri profani a farli cadere fra gli uomini, e non è cosa da poco. La loro unione era destinata dalle loro vite anteriori. In seguito al rapporto che ho presentato all'Imperatore di Giada, è risultato che questo Kui era assente da tredici giorni, che corrispondono a tredici anni sulla terra. I colleghi del suo dipartimento sono andati a ricuperarlo ed egli è stato esiliato nel Paradiso dei Beati, dove avrà modo di riscattarsi. Così ho liberato la vostra benamata figlia."
Dopo avere ringraziato Scimmiotto, il re propose: "Perché non andiamo a vedere il vostro Maestro?"
I tre discepoli entrarono nella Sala del Tesoro, dove i funzionari avevano fatto portare la gabbia di ferro e tolte le catene alla falsa tigre. Agli occhi di tutti conservava quell'aspetto, ma Scimmiotto vedeva benissimo che era un uomo. L'affatturato Tripitaka aveva qualche percezione di ciò che gli accadeva intorno, ma non poteva muoversi, né aprire gli occhi o la bocca.
"Maestro" gli disse Scimmiotto ridendo, "voi che eravate un bravo monaco, come avete potuto ridurvi in questo brutto stato? Mi avete cacciato via perché mi comportavo male, mentre voi volevate darvi tutto al bene. Sarebbe questo il modo?"
"Fratello" intervenne Porcellino, "piantala di stuzzicarlo!"
"Tu ficchi il grugno dappertutto. Visto che sei il suo discepolo preferito, perché rompi sempre le scatole al vecchio Scimmiotto, quando occorre cavarlo dai pasticci? Come avevo detto, mi dovevo vendicare del mostro perché mi aveva insultato; ora che l'ho fatto, me ne ritorno a casa."
"Fratello maggiore" supplicò Sabbioso inginocchiandosi, "gli antichi dicevano: non per amor del monaco, ma per riguardo al Buddha. Dal momento che sei qui, ti prego, salvalo. Se fossimo stati capaci di farlo da soli, non ti avremmo chiesto di venire da tanto lontano."
Scimmiotto gli tese le mani per aiutarlo a rialzarsi: "Se me lo chiedi così, come potrei dire di no? Portatemi un po' d'acqua."
Porcellino si precipitò alla locanda, veloce come una stella filante, cercò nei bagagli la ciotola d'oro delle elemosine, la riempì d'acqua e la portò a Scimmiotto. Questi recitò una formula e spruzzò l'acqua sul capo della belva: si ruppe l'incantesimo e l'effluvio della tigre si dissipò.
Il Reverendo riprese la sua forma, aprì gli occhi, riconobbe Scimmiotto e gli afferrò le mani: "Consapevole del Vuoto, da dove vieni?"
Sabbioso gli raccontò i fatti per filo e per segno. Tripitaka manifestò infinita gratitudine: "Mio saggio discepolo, ti devo tutto. Questa volta speriamo di arrivare presto alla meta. Quando ritorneremo nell'Est, segnalerò nel mio rapporto al sovrano dei Tang che il più meritevole sei tu."
"Lasciamo perdere" replicò ridendo Scimmiotto. "Per convincermi del vostro amore e della vostra generosità, mi basterebbe che rinunciaste a recitare quella cosa che sapete."
Anche il re rinnovò i suoi ringraziamenti ai pellegrini e offrì loro un grande banchetto vegetariano. Dopo avere approfittato della regia bontà, maestro e discepoli si congedarono per rimettersi in cammino verso l'Occidente; e il re li accompagnò per un bel pezzo con i suoi funzionari. Fu così che
Il sovrano ritrova sicurezza nel suo regno,
E il monaco riprende il cammino del suo impegno.
Se in fin dei conti non sapete che altro gli capitò, né quando raggiunse il Paradiso dell'Ovest, ascoltate il seguito.