Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo32

032 SUL MONTE CIMA PIATTA · SUL MONTE CIMA PIATTA IL PROTETTORE FORNISCE ALCUNE INFORMAZIONI. PRESSO LA CAVERNA DEI FIOR DI LOTO PORCELLINO SI TROVA ESPOSTO ALLA SFORTUNA.

Il racconto ha riferito come fu che il monaco cinese riprese Scimmiotto al suo servizio. Da allora maestro e discepolo camminavano insieme verso occidente. Era trascorso parecchio tempo da quando avevano salvato la principessa del Paese degli Elefanti Sacri e la folla dei cortigiani li aveva accompagnati per un tratto fuori della città. Avevano superato tante tappe che, a elencarle tutte, il racconto non finirebbe mai; si erano fermati solo quanto era indispensabile per il cibo e per il sonno. Ritornava la primavera, il tempo in cui

Il salice risplende come seta

Cangiante nella brezza. Intorno gli alberi

Infoltiscono e allargano le chiome

Schiudendo ovunque fiori profumati.

È giunta nella corte posteriore

Una coppia di rondini. Le feste

Celebran la stagione. Si fa musica

Con corde e fiati, fra sete e broccati,

Passando in giro le coppe ricolme.

Anche il maestro e i discepoli si godevano la primavera, quando incontrarono di nuovo una montagna sul loro cammino.

"Discepoli, attenzione!" disse Tripitaka. "Ecco un'alta montagna: corriamo il rischio di essere ostacolati da tigri e lupi."

"Maestro" replicò Scimmiotto, "chi ha lasciato la sua famiglia non deve parlare come chi vi è rimasto. Ricordate il Sutra del Cuore, che vi diede il bonzo del Nido dei Corvi. E ricordate anche questo: Libera il tuo cuore da ogni ostacolo! Senza ostacoli, lontano dalle illusioni e dai sogni che turbano, non conoscerà la paura. Ma bisogna innanzitutto spazzar via le impurità dal cuore, lavare le orecchie dalla polvere. Chi non ha subito il dolore dei dolori, non può divenire l'uomo degli uomini. Non abbiate timore; finché vi accompagna il vecchio Scimmiotto voi siete al sicuro, dovesse pure sprofondare il cielo. Non datevi pensiero di qualche meschina tigre o lupo che possiamo incontrare."

Il reverendo trattenne il cavallo tirando le redini e disse:

"Mentre partivo da Chang'an pensavo

Soltanto che avrei visto il Buddha in viso,

L'immagine dorata nel Paese

Degli Avvoltoi, la bianchezza di giada

Della sua fronte nell'oscuro stupa.

Ora ho passato fiumi senza nome,

Montagne che nessuno aveva mai

Scalato, coltri di nebbia più fitte

Della notte. Mi chiedo: quando mai

Si giungerà alla fine del cammino?"

Scimmiotto si mise a ridere: "Se aspirate al riposo, maestro, è una meta che non vi potrà sfuggire. Quando avrete adempiuto il vostro compito meritorio, le diecimila cause cesseranno di agire, tutte le cose si svuoteranno: allora avrete tutto il riposo che vorrete."

Tripitaka si dovette accontentare di dominare la propria inquietudine, allentare le redini, agitare le campanelle d'argento e stimolare il drago di giada.

Maestro e discepoli iniziarono l'ascesa della montagna, che era molto scoscesa. Che montagna!

I picchi aguzzi sulla lunga cresta;

Giù nel burrone serpeggia il torrente

In fragorosi vortici. Si vede

Sullo scosceso fianco della rupe

Camminare la tigre di montagna

Agitando la coda. [...]

Il reverendo tirava le redini per sostare a osservare la ripida salita, quando vide un boscaiolo ritto su una rupe. Che aspetto aveva?

Un vecchio feltro azzurro sulla testa,

L'abito rozzo di bigello nero:

Povera protezione contro il sole

Ed il maltempo. Tiene in mano un'ascia

D'acciaio lustro e trasporta la legna

Sul bilanciere. Per lui primavera

Dura per l'anno intero. Vive libero

Ed è dalle Tre Stelle benedetto.

Pago del suo destino, in casa sua

Non entrano né gloria né vergogna.

Il boscaiolo

Tagliava legna secca sul pendio.

Vede venire un monaco da oriente;

Posata l'ascia esce fuori dal bosco

E a lunghi passi sale sulla roccia.

Gridò a Tripitaka: "Ehi voi, reverendo che andate verso occidente, fermatevi un momento! Devo avvertirvi di una cosa: su questa montagna si trova una banda di diavoli crudeli e di mostri feroci, che si nutrono dei viaggiatori come voi."

A queste parole sembrò a Tripitaka che le sue anime lasciassero il corpo. Tremava tanto da faticare a restare in sella. Chiamò in fretta i suoi discepoli: "Avete sentito quel boscaiolo? Annuncia diavoli crudeli e mostri feroci sulla montagna. Chi di voi ha il coraggio di andargli a chiedere informazioni più precise?"

"Rassicuratevi, maestro" rispose Scimmiotto. "Aspettate che senta che cosa si può cavare da lui."

Il bravo Scimmiotto si arrampicò lesto sulla rupe e si rivolse al boscaiolo con uno stentoreo: "Fratello maggiore!" accompagnato da un breve saluto a mani giunte. L'uomo domandò: "Reverendo, per qual motivo siete venuti da queste parti?"

"Siamo inviati dalle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Quello là sul cavallo è il nostro maestro, una persona piuttosto paurosa. Visto che lo avete avvertito di presenze pericolose sulla montagna, sono venuto a chiedervi qualche notizia più precisa. Da quanto tempo sono qui, questi diavoli e mostri? Son gente navigata o pivelli? Scusate il disturbo, ma mi serve saperlo per farli arrestare dal dio della montagna e dalla divinità locale."

A queste parole il boscaiolo scoppiò in una risata: "Sei un bel matto di bonzo!"

"Dico sul serio, non sono matto."

"Se dici sul serio, come penseresti di farli arrestare?"

"A sentire le balle che racconti per spaventarci e per magnificarli, devi essere un loro parente; se non un parente, un alleato; e se non un alleato, perlomeno un amico."

"Sei matto e basta!" replicò il boscaiolo continuando a ridere. "Hai proprio perso la bussola. Io sono venuto ad avvertirvi del pericolo con le migliori intenzioni, perché vi teniate in guardia, e tu vuoi farmene una colpa. Mettiamo che io sappia dove si nascondono queste creature malefiche; ma tu come puoi avere l'audacia di catturarle, e dove le vorresti imprigionare?"

"Se sono diavoli celesti, li consegno all'Imperatore di Giada; se sono creature ctonie, agl'inferi. Quelli dell'Ovest vanno consegnati al Buddha, quelli dell'Est ai santi, quelli del Nord a Zhenwu, quelli del Sud alla Virtù del Fuoco. I draghi sono di competenza del sovrano degli oceani, i fantasmi del re Yama. Ogni categoria ha il suo territorio e il suo oriente. Io conosco tutti e posso far spiccare un ordine di cattura urgente in qualsiasi momento, anche di notte."

Il boscaiolo sogghignò beffardo: "Meschino! Girando per il mondo avrai avuto occasione di leggere qualche formuletta per trucchi di magia, incanti e aspersioni di acqua benedetta, giusto per scacciare un fantasma o esorcizzare un diavolo qualsiasi. Ma mostri così feroci, credimi, non li hai mai visti."

"E che cos'hanno di tanto cattivo?"

"Questa catena di montagne si estende per seicento li e si chiama Cima Piatta. Sul monte c'è una Grotta dei Fior di Loto e lì dentro stanno due capi diavoli con piani di battaglia e ritratti: hanno il nome e cognome di tutti voi, e non stanno nella pelle dalla voglia di mangiare il monaco cinese. Se veniste da un'altra parte, magari, vi lascerebbero passare; ma gente che viene dalla Cina, di qui non passa di sicuro."

"Si capisce che veniamo dalla Cina, e precisamente dalla corte dei Tang."

"Come ho detto, siete precisamente quelli che vogliono mangiare."

"Che bella coincidenza! Chissà come faranno."

"Come faranno che cosa?"

"Se incominciano a mangiare dalla testa, sarà abbastanza divertente. Se invece incominciano dai piedi, molto meno."

"Che differenza fa?"

"Si vede proprio che non hai mai provato. Se mi mangiano la testa al primo boccone, non sentirò più niente, qualunque altra cosa gli venga in mente di fare. Se invece prima mi rosicchiano i piedi e poi mi masticano i polpacci, io starò ancora a dimenarmi quando arriveranno alle ossa del bacino. Una differenza c'è, e secondo me ci si diverte meno."

"Tu credi, bonzo, che staranno a perdere tanto tempo? Appena catturato e legato, ti cuoceranno al vapore e ti inghiottiranno senza nemmeno sputare le ossa."

"Questo è meglio di tutto" commentò Scimmiotto ridendo. "Non ci sarà proprio nessun inconveniente, salvo un po' di afa da sopportare durante la cottura."

"Lascia stare le gigionate! Questi mostri dispongono di cinque presìdi e di grandissimi poteri. Anche se voi poteste disporre del pilastro di giada che sostiene il cielo o del ponte d'oro che scavalca gli oceani, non riuscireste a far passare il monaco cinese senza provare qualche vertigine."

"Quante vertigini potranno essere?"

"Diciamo che per tre o quattro volte finirai per terra."

"Non è un problema. Fai conto che finisca per terra sette od ottocento volte l'anno: che differenza vuoi che facciano tre o quattro volte di più?"

Che bravo Scimmiotto! Non si spaventò affatto e piantò in asso il boscaiolo ritornando di corsa da Tripitaka; proteggerlo era l'unica cosa che gli stesse a cuore. Giunse in un attimo davanti al cavallo: "Maestro, non è niente di grave. A quanto pare abita da queste parti un paio di esseri malefici, ma la gente del posto ne ha una paura esagerata. Sono qui io: non c'è da aver paura. Rimettiamoci in cammino."

Tripitaka calmò le sue apprensioni ma, mentre si rimettevano in marcia, il boscaiolo scomparve.

"Come mai non vediamo più quel boscaiolo che ci ha avvertito?" si inquietò Tripitaka.

"La nostra fortuna è in ribasso" commentò Porcellino. "Vediamo fantasmi in pieno giorno."

"Ma no, sarà ritornato nella foresta a tagliar legna" replicò Scimmiotto. "Aspettate che do un'occhiata."

Caro grande santo! Aguzzò gli occhi di fuoco dalle pupille d'oro e percorse con lo sguardo il paesaggio fino alle cime più lontane, senza scoprire la minima traccia; ma quando alzò gli occhi verso il cielo, scoprì su una nuvola il protettore del giorno. Si lanciò all'inseguimento gridando: "Brutto villano! Se avevi qualcosa da dirmi, perché non lo hai fatto francamente, invece di recitare questa farsa?"

"Grande santo" rispose rispettosamente la divinità, non senza spaventarsi del suo impeto aggressivo, "scusatemi se ho tardato a portarvi l'informazione. È proprio vero che quei mostri hanno grandi poteri e praticano trasformazioni di ogni genere. Ma vedo che voi siete dotato di un'astuzia superiore. State attento, vi occorrerà tutta la vostra divina perspicacia: al minimo passo falso, perderete ogni possibilità di raggiungere mai il Paradiso dell'Ovest."

Scimmiotto mandò cordialmente al diavolo il protettore, ma conservò le sue parole scolpite nella mente. Mentre ritornava verso i compagni rifletteva: "Se riferisco fedelmente al maestro le parole del protettore, non sarà all'altezza della situazione e si metterà a piangere come una vite tagliata. Tanto vale tenergliele nascoste ed evitare di inquietarlo. Dice il proverbio: sai quanto è fonda la palude solo quando ti ci sei infangato. Se un mostro riesce a rapirlo, toccherà a me di darmi da fare. Non converrebbe mettere in gioco anche gli altri, e per esempio vedere come se la cava Porcellino? Se vince uno scontro, si fa dei meriti. Mal che vada, se invece lo catturano, potrò sempre andare a liberarlo, e i meriti li acquisterò io." Ma ripensandoci concluse: "È un tal pigro! Non è facile smuoverlo, e d'altronde il maestro è parziale nei suoi confronti. Bisogna inventare qualcosa per stimolarlo."

L'astuto Scimmiotto si stropiccia gli occhi sino a farli lacrimare, e in quello stato va incontro al maestro. Al vederlo, Porcellino grida subito: "Sabbioso, molla i bagagli; dividiamo tutta questa roba fra noi due!"

"E perché dovremmo?"

"Dividi! Tu torni a fare il mostro nel Fiume delle Sabbie Mobili e io me ne vado al villaggio del vecchio Gao, a vedere che ne è stato di mia moglie. Il cavallo bianco lo vendiamo per comprare una bella bara per il maestro, e ciascuno se ne va per la sua strada. Altro che Paradiso dell'Ovest!"

Il reverendo sentiva questi discorsi dall'alto del suo cavallo: "Stupido! Perché dici queste sciocchezze, mentre ce ne stiamo appunto andando per la nostra strada?"

"Non sono sciocchezze" replicò Porcellino. "Non vedete con quale faccia ritorna Scimmiotto? È uno che non teme né ferro né fuoco, si fa il bagno nell'olio bollente, sale in cielo quando gli serve, si intrufola sotto terra. Se uno così piange e si spaventa, non ci sono dubbi su quanto sia pericolosa la montagna e temibili i mostri. Non ce la faremo mai a proseguire."

"Aspetta, chiediamo spiegazioni." E si rivolse a Scimmiotto: "Consapevole del Vuoto, che succede? Che cosa ti preoccupa? A vederti con quella faccia piangente, mi fai paura."

"Maestro, il nostro informatore era il protettore del giorno. Dice che i mostri sono molto feroci e che è difficile passare. D'altronde la montagna è troppo alta, la strada troppo ripida; non ce la facciamo ad andare avanti. Sarà meglio che aspettiamo giorni migliori."

Il reverendo tremava dalla paura: "Ora che siamo a metà strada, perché dici queste parole scoraggianti?"

"Io sono sempre pronto a fare meglio che posso, ma temo di restar solo e che le mie forze non bastino. Hai un bell'essere ferro, la fornace farà di te un mazzo di chiodi."

"Hai ragione, discepolo, uno solo non basta. Lo dicono anche i trattati di arte militare: non affrontare il nemico che abbia forze più numerose. Ma ci sono anche Porcellino e Sabbioso: usali a tuo giudizio, per guardarti le spalle o per secondarti. Se unendo forze e menti riuscite ad aprire un passaggio e a farmi superare la montagna, otterremo il giusto frutto dei nostri sforzi."

Scimmiotto aveva inscenato la commedia appunto per farsi dire queste parole. Perciò asciugò subito le lacrime: "Per attraversare la montagna, maestro, bisogna che Porcellino mi dia retta in due cose: allora avremo una probabilità su tre di farcela. Se non mi dà retta, non ne avremo nemmeno mezza e sarà meglio lasciar perdere."

"Fratello" replicò Porcellino, "se è così difficile andare avanti, lasciamo perdere e separiamoci. Non mi immischiare."

"Discepolo!" ingiunse Tripitaka. "Chiedi disposizioni al tuo condiscepolo e ascoltalo attentamente."

"Fratello, che cosa cavolo vuoi che faccia?" chiese effettivamente il bestione.

"Primo, devi badare al maestro; secondo, devi pattugliare la montagna."

"Per badare al maestro, devo mettermi seduto qui dov'è lui; per pattugliare, devo andare in giro. Preferisci che vada in giro stando seduto, o che stia seduto andando in giro?"

"Basterebbe che tu facessi bene una delle due cose."

"Così va meglio" rispose Porcellino ritrovando il sorriso. "Però non so in che cosa consista badare al maestro, o pattugliare la montagna. Spiegami di che si tratta."

"Badare al maestro: se il maestro fa i suoi bisogni, vigilare nei dintorni; se vuole camminare, sostenerlo; se vuol mangiare, mendicare il cibo. Se non ha tutto il cibo che gli serve, sarai battuto; sa ha cattiva cera, sarai battuto; se dimagrisce, sarai battuto."

"No, troppo difficile!" esclamò sgomento Porcellino. "Vada per vigilare e sostenerlo, si può anche stargli alle costole e portarlo in groppa, se occorre. Ma se devo andare a mendicare nei villaggi, chi crederà che sono un santo monaco in cerca di scritture? Si dirà invece che ho l'aria di un bel porcello, sano e dell'età giusta; mi circonderanno impugnando forche e scope, mi rovesceranno per terra e mi porteranno a casa loro, dove finirò scannato e messo sotto sale a stagionare per l'anno nuovo. Non è forse peggio della peste e del colera?"

"E allora pattuglia la montagna."

"In che cosa consiste?"

"Inoltrarsi per i sentieri e negli anfratti, cercare informazioni sulle creature malefiche (chi sono, quante sono, che cosa fanno), localizzare passaggi e grotte, in modo da conoscere il percorso che ci accingiamo ad affrontare."

"È il meno che possa fare. Il tuo vecchio Porcellino andrà a pattugliare."

Il bestione rimboccò la veste, si mise in spalla il rastrello e si avviò bravamente a esplorare. Camminava a gran passi, fiero e pieno di brio.

Scimmiotto non poté trattenere un sogghigno. Il reverendo lo rimproverò: "Scimmia malvagia! Siete fratelli e condiscepoli, ma fra voi non c'è amore né compassione, solo gelosie. Ora l'hai indotto ad andare avanti con spregevoli astuzie, abili parole e false espressioni(35). E intanto ridi di lui."

"Non sto perdendo tempo a burlarmi di lui: il senso del mio sogghigno è un altro. Vedrete: Porcellino non andrà a esplorare la montagna. Credete che oserebbe azzuffarsi con i mostri? Sarà andato a nascondersi per un po' da qualche parte, e ritornerà a raccontarci frottole."

"E tu come lo sai?"

"Non è che lo sappia: vedo e valuto. Se non mi credete, lasciate che lo vada a sorvegliare: se incontrasse guai lo potrò aiutare, e comunque mi potrò assicurare della sincerità della sua devozione al Buddha."

"Questo si può fare, purché non gli giochi brutti tiri."

Scimmiotto promise, si allontanò sul pendio e con una scossa si trasformò in un insetto jiaoliao, una metamorfosi raffinata. Guardatelo:

Ali leggere portano nel vento

Quell'essere affilato come un ago,

Che va sfiorando i giunchi più veloce

Di una stella filante e ronza lieve.

È l'insetto più piccolo, elegante

E pieno di risorse. Ama il riposo

In fondo ai boschi, dove si nasconde

Ad ogni sguardo.

Ronzando raggiunse in breve Porcellino e si posò in un ciuffo di peli radi dietro un'orecchia. Il bestione, intento alla sua marcia, non poteva certo accorgersene. In capo a sette od otto li posò il rastrello, si volse nella direzione in cui aveva lasciato il monaco cinese e si mise a inveire e gesticolare: "Quel vecchio monaco rammollito, quell'equipuzio senza scrupoli, quel pulcino nella stoppa di Sabbioso, se ne stanno là a fare i loro comodi. Fanno camminare me; a loro interessano solo i meriti della ricerca delle scritture, ma il lavoro devo farlo io. Quando ci sono in giro dei mostri, è meglio non farsi troppo vedere. Nossignore, mandano avanti me perché mi faccia veder bene, e addirittura li vada a cercare. Peggio per loro. Io mi fermo e mi faccio una dormita, e quando mi sarò svegliato gli andrò a raccontare quello che mi verrà in mente sul mio servizio di pattuglia; a loro andrà bene lo stesso."

Il posto era adatto: in quel punto il pendio era coperto di una morbida erba fulva. Il bestione spianò il suolo con un colpo di rastrello, ci si stese e piombò nel sonno, come cade nel pozzo il secchio pieno d'acqua quando la corda sfugge di mano. Fece appena in tempo a borbottare: "Che meraviglia! Non sta così bene nemmeno quel maledetto equipuzio."

Scimmiotto, che aveva sentito tutto, decise di stuzzicarlo. Volò via e con una scossa si trasformò in un picchio, di quelli che beccano gli insetti annidati nel legno.

Rosso becco di ferro, piumaggio colorato,

Graffiano le sue unghie aguzze come chiodi.

Scruta con gli occhi tondi fra gli alberi del bosco

Ed i suoi preferiti sono i tronchi marciti,

Sopra i quali si nutre picchiando allegramente.

Un uccello di taglia media, che non pesava più di due o tre once, ma con becco rosso duro come il bronzo e artigli neri che sembravano di ferro forgiato. Scese in picchiata dal cielo su Porcellino, che dormiva con il capo rovesciato all'indietro, e lo beccò a tutta forza sul grugno. Il bestione si svegliò di soprassalto e balzò su spaventato: "Ecco i mostri! Mi hanno pizzicato il naso, che male!" Tastandosi si vide la mano insanguinata e si disse: "Non ho niente di bello da celebrare, perché mi mettano addosso i nastri rossi."(36) Ma sbirciando intorno da tutte le parti non vide nessuno: "Non si vedono esseri malefici. Da dove può venire questo colpo di punta?"

Alzando la testa, scorse il picchio che svolazzava sopra di lui e imprecò: "Malvivente! Già mi bastavano gli scherzi da matricola dell'equipuzio: tu che cosa vuoi? Si vede che mi ha scambiato per un pezzo di legno marcio ed è venuto a cercare larve. Sarà meglio che nasconda il naso mentre dormo." E si riaddormentò in un baleno. Scimmiotto gli volò ancora addosso e questa volta lo beccò dietro un orecchio. Nuovo soprassalto: "Stupido! Perché ce l'hai con me? Avrà qui intorno il suo nido con dentro dei piccoli e vorrà tenermi lontano per proteggerli. Me ne vado, me ne vado." Si alzò, impugnò il rastrello e abbandonò l'erba fulva per rimettersi in cammino.

Scimmiotto si divertiva come un matto: "Che babbeo! Ha gli occhi grandi così, ma non è capace nemmeno di riconoscere i suoi."

Caro grande santo! Con una scossa riprende la forma di insetto jiaoliao e riprende il suo posto dietro l'orecchia. L'idiota si addentra nella montagna per altri quattro o cinque li e s'imbatte in tre rocce quadrate grandi come tavoli: posa il rastrello e fa una riverenza. Scimmiotto continuava a divertirsi: "Che scemo, le pietre non sono persone: non ti renderanno certo il complimento. Chissà che cosa crede di fare?"

In realtà Porcellino voleva preparare il discorso che avrebbe fatto al ritorno e contava di esercitarsi davanti alle tre rocce, che stavano per Tripitaka, Sabbioso e Scimmiotto.

"Quando vedrò il maestro, se mi chiede se ho visto dei mostri, gli rispondo di sì. Se mi chiede che specie di montagna è questa, credo che non farei una bella figura a dirgli che è una montagna di fango, o di polvere, o di stagno, di bronzo fuso, di acqua e farina, di cartapesta, o magari che è una montagna dipinta; sarà meglio che mi accontenti di dire che è una montagna di roccia. Anche se mi chiede della grotta risponderò così: è di roccia. E com'è la porta? Di lastre di ferro chiodate, risponderò. Se mi chiede quanto è profonda, dirò: ha tre cortili, uno dietro l'altro. Se domanderà dei particolari, per esempio quanti chiodi sulla porta, dirò che avevo fretta e non li ho contati. Mi pare che sia tutto a posto; posso ritornare a farmi due risate alle spalle dell'equipuzio."

Fabbricatesi le risposte, prese la strada del ritorno tirandosi dietro il rastrello, senza sospettare la presenza di Scimmiotto dietro il suo orecchio. Visto com'era incamminato, il Novizio volò via in modo da precederlo all'arrivo dopo avere ripreso la sua forma.

"Eccoti, Consapevole del Vuoto" disse il maestro. "Come mai Consapevole delle Proprie Capacità non è con te?"

"Si è fermato a escogitare bugie. Presto arriverà e lo sentiremo" rispose Scimmiotto ridendo.

"Con quelle orecchie che gli pendono davanti agli occhi, che cosa mai può escogitare? È troppo stupido per mentire. Sarai tu che avrai tramato qualche storia a suo danno."

"Maestro, voi trovate sempre il modo di scusarlo; ma vedrete che basterà interrogarlo." E Scimmiotto raccontò come Porcellino si era steso a dormire nell'erba, come lo aveva svegliato a colpi di becco, come lo aveva visto fare riverenze alle rocce e sentito inventar mostri, grotte e porte di ferro.

Ed ecco arrivare Porcellino, che andava borbottando fra sé le sue storie, per paura di dimenticarsele.

"Che cosa borbotti, bestione?" gli gridò Scimmiotto.

Porcellino drizzò le orecchie, si guardò intorno ed esclamò: "Ma allora, sono già arrivato!" E andò a prosternarsi davanti al maestro, che lo fece rialzare dicendo: "Sarai stanco, caro discepolo."

"Naturale, chi marcia e scala le montagne si stanca."

"Hai visto creature malefiche?"

"Sì, un'intera banda."

"Che accoglienza ti hanno fatto?"

"Mi hanno salutato come grande avo porcino e nonno materno. Mi hanno offerto un pasto di magro e la zuppa di vermicelli. Poi hanno promesso di accompagnarci ad attraversare la montagna con trombe e tamburi."

"Forse è il sogno che hai fatto mentre dormivi nell'erba" insinuò Scimmiotto.

Porcellino abbassò le orecchie atterrito e si chiese: "Avi miei! Come avrà saputo che ho dormito?"

Scimmiotto si fece avanti e lo agguantò: "Vieni qui, che ho qualche domanda da farti."

Il bestione tremava in preda al panico: "Va bene, fammi domande; ma perché mi agguanti?"

"Che specie di montagna è questa?"

"È una montagna di roccia."

"La grotta com'è?"

"Una grotta di roccia."

"La porta com'è?"

"Di lastre di ferro chiodate."

"Quanto è profonda?"

"Ha tre cortili, uno dietro l'altro."

"Va bene, il resto me lo ricordo. Ma per paura che il maestro non mi creda, lascialo dire a me."

"Che impudente! Tu non c'eri, come puoi sapere che cosa ho visto?"

Scimmiotto si mise a ridere e snocciolò: "Quanto al numero dei chiodi sulla porta, dirò che il vecchio Porcellino aveva fretta e non li ha contati. Giusto?"

Il bestione si gettò in ginocchio: "Non è forse vero che ti rivolgevi a tre rocce e gli parlavi, come se fossimo noi? E alla fine hai detto: 'Posso ritornare a farmi due risate alle spalle dell'equipuzio.' Non è così?"

Il bestione si prosternò ripetutamente: "Condiscepolo anziano, come hai fatto a seguirmi?"

"Bel sacco di segatura che sei! Siamo in una situazione pericolosa, tu hai il compito di esplorare la montagna e invece ti rimpiatti a dormire. E ronferesti ancora tranquillamente, se un picchio non ti avesse svegliato. Ma ti sei svegliato solo per inventare tutte queste balle. Questo non è forse sabotare la nostra grande impresa? Adesso porgi la zampa e ci prendi sopra cinque legnate, così avrai qualcosa da ricordare."

"Ma il tuo bastone da funerale è troppo pesante" protestò Porcellino spaventato. "Se mi sfiori mi stacchi la pelle, se mi sfreghi mi spezzi i tendini; con cinque colpi mi ammazzi!"

"Se le botte non ti piacciono, perché menti?"

"È stata l'ultima volta, non lo farò più."

"Va be', per questa volta ti darò solo tre colpi."

"Avi miei, ma io non ne posso sopportare neanche mezzo!" Il bestione si aggrappava al maestro: "Difendetemi, dite qualcosa!"

"Non avevo creduto a Consapevole del Vuoto, che ti accusava di congegnare bugie; e invece vedo che aveva ragione, e tu meriti proprio di essere battuto" replicò Tripitaka. "Ma ora dobbiamo attraversare la montagna e ci occorrono tutte le nostre risorse, sempre che bastino. Per ora risparmialo, Consapevole del Vuoto; lo punirai quando avremo superato l'ostacolo."

"Gli antichi dicevano: obbedire alle parole e ai desideri del padre e della madre è il primo degli atti di pietà filiale. Ti risparmio solo perché lo chiede il maestro, ma devi ritornare a esplorare la montagna. Se ricomincerai a mentire e a imbrogliare le cose, non te la passerai liscia un'altra volta."

Il bestione non poté che ubbidire. Eccolo galoppare lungo la strada e veder fantasmi dappertutto, timoroso soltanto di Scimmiotto.

Dopo aver camminato per qualche li si imbatte in una tigre e le dice: "Condiscepolo anziano, sei venuto ad ascoltare le mie chiacchiere? Ma te l'ho detto, non mento più." Un po' più in là scoppia una burrasca e fa cadere ai suoi piedi un albero morto. Lui si spaventa, si batte il petto e grida: "Fratello, che cosa fai? Te l'ho detto che di balle non ne racconto più. Perché ti trasformi in legno morto e cerchi di colpirmi?" Vede svolazzare una cornacchia gracchiante dal collo bianco: "Vergognati, fratello! Una volta che te l'ho detto, ti puoi fidare. A che ti serve cambiarti in una cornacchia? Mi stai a spiare?" In realtà questa volta Scimmiotto non l'aveva seguito.

Ma parliamo del Monte Cima Piatta e della grotta chiamata Fior di Loto. Nella grotta abitavano due mostri, il gran re col Corno d'Oro e il gran re col Corno d'Argento. Se ne stavano seduti insieme, quando Corno d'Oro disse a Corno d'Argento: "Caro fratello, da quanto tempo non si pattuglia la montagna?"

"Saranno quindici giorni."

"Oggi, per piacere, dovresti fare un giro di ronda."

"Perché proprio oggi?"

"Vedo che non sei informato. Ho sentito dire che l'imperatore Tang delle terre dell'Est ha inviato suo fratello nell'Ovest a presentare i suoi omaggi al Buddha. Con lui viaggiano Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso, e fan quattro monaci, più un cavallo, che fa cinque. Va a vedere se sono arrivati e portameli qui."

"Che ci importa di questi bonzi? Uno vale l'altro. Quando abbiamo voglia di carne umana, possiamo sempre trovarne."

"Ma questa è un'occasione unica. L'anno che lasciai il mondo di Sopra sentii dire che questo monaco cinese è l'avatara del reverendo Cicala d'Oro, un uomo eccellente che si è coltivato nel corso di dieci incarnazioni senza perdere una goccia di energia. Chi mangia della sua carne, prolunga indefinitamente la propria vita."

"In questo caso potremmo sbarazzarci di esercizi di meditazione, ricerca dei meriti, forgiar tigre e drago, accoppiare maschio e femmina. Lo mangeremo senz'altro, vado a cercarlo."

"Calma fratello, non essere precipitoso. Se catturi a casaccio il primo bonzo che ti càpita, potrebbe non essere il monaco cinese, e commetteresti un crimine inutile. Io ho presente l'aspetto di quella gente. Te li disegnerò; tu porterai con te i loro ritratti, e li confronterai con i bonzi che incontrerai per strada." E gli insegnò anche il nome di ciascuno.

Con nomi e ritratti, Corno d'Argento uscì dalla grotta, riunì una trentina di mostriciattoli di scorta e partì per la sua ispezione.

Porcellino andava incontro alla sua disgrazia. Mentre camminava si imbatté in una banda di diavoli che gli sbarrarono la strada e gridarono: "Chi è questo tipo?"

Il bestione li fissò, mosse le orecchie, si rese conto che erano esseri malefici e prese paura. Si disse: "Se gli rivelo che sono un monaco in cerca di scritture, mi impacchettano. Sarà meglio dire che sono un viaggiatore di passaggio."

I mostriciattoli avvertirono il re che c'era un viaggiatore di passaggio. Ma alcuni di loro, che erano stati istruiti, precisarono: "Potrebbe essere Porcellino Otto Divieti." Si tirarono fuori i ritratti. Porcellino ne fu sconvolto: "Ecco perché in questi giorni mi sentivo così a terra: hanno chiuso la mia energia in un quadro."

I mostriciattoli tenevano i ritratti appesi alla punta delle lance e Corno d'Argento, additandoli, spiegava: "Quello che monta il cavallo bianco è il monaco cinese. Quello con la faccia pelosa è Scimmiotto il Novizio..."

Udendo queste parole, Porcellino borbottava ogni sorta di voti: "Dio dei muri e dei fossati, se mi levi dai guai ti dedico tre teste di maiale e ventiquattro libazioni."

Ma il mostro continuava: "Quello con la faccia scura è Sabbioso, quello con le grandi orecchie e il grugno lungo è Porcellino."

A sentirsi nominare, Porcellino chinò la testa e nascose il grugno contro il petto. "Monaco, tira fuori il naso!" gridò il mostro.

"Non posso, è un difetto che ho dalla nascita."

Il mostro ordinò di sollevargli il naso usando degli uncini e Porcellino, in preda al panico, subito lo protese: "Sono fatto così, guardate quanto vi pare. È inutile usare uncini."

Come il mostro riconobbe Porcellino, sguainò la sciabola e lo colpì. Il bestione parò con il suo rastrello: "Giovanotto, basta con le insolenze, sta in guardia!"

"Questo monaco deve aver lasciato la sua famiglia a una certa età" replicò il mostro ridendo.

"Che perspicacia! Come lo sai?"

"Quel rastrello che adoperi devi averlo sgraffignato nell'orto dove lavoravi prima di farti monaco."

"Allora non sai riconoscere il rastrello di tuo nonno. Questo non è un rastrello fatto per l'orto. Guardalo:

Ha denti più aguzzi d'artigli di drago:

Son unghie di tigre temprate nell'oro.

Si abbatte creando un vento glaciale,

Nell'urto sprigiona le lingue di fuoco.

Sul nostro cammino diretto a occidente

Distrugge ogni ostacolo, cattura ogni mostro.

Se rotea, la nebbia nasconde le stelle.

Spaventa le tigri, rovescia montagne,

Solleva gli oceani, spaventa dragoni.

Per abile, mostro, che tu ti ritenga,

Risparmiati nove profonde ferite

Da cui perderesti il sangue e la vita!"

Non era il discorso adatto per convincere la creatura malefica a desistere. Si avventò su Porcellino brandendo la Spada delle Sette Stelle. Dopo venti scontri equilibrati, Porcellino si impegnò nel combattimento con l'energia della disperazione. A vederlo sbavare, urlare, scuotere le orecchie, il mostro cominciò a temere di non riuscire a controllarlo e chiamò in aiuto le sue truppe. In singolar tenzone Porcellino avrebbe potuto farcela, ma vedendosi aggredito da tutti quei mostriciattoli fu preso dal panico, si vide sommerso dal numero; allora si sottrasse al contatto, volse la schiena e fuggì.

La strada non era propriamente liscia e sgombra. Nella fuga precipitosa si impigliò nei rovi, inciampò nelle liane e cadde lungo disteso; mentre cercava di rialzarsi, un mostriciattolo lo colpì alle caviglie e lo fece nuovamente cadere col muso in terra, come un cane che mangia la propria cacca. Tutta la banda gli fu addosso e lo inchiodò al suolo. Lo afferrarono per i peli, per le orecchie, i piedi, la coda, e lo portarono prigioniero nella grotta. Ahimè, è il caso di dirlo:

Se i diavoli all'assalto sono assai,

Non hai modo di toglierti dai guai.

Se in fin dei conti non sapete in quali impicci si trovò Porcellino, fareste meglio ad ascoltare il seguito.