Natura piena e chiara penetra in ogni cosa:
Dalla rete d'inganni si libera d'un balzo.
Le arti di trasformarsi e di vivere a lungo
Non sono alla portata dei comuni mortali.
Cicli di pace e guerra si ripetono sempre
E il mondo ad ogni kalpa ricomincia daccapo.
Negli anni innumerevoli dei molteplici eoni
Del grande vuoto brilla sempre il raggio divino.
Questo poema presenta segrete corrispondenze con le meraviglie della Via seguita dal grande santo Scimmiotto. Infilandosi nella manica il tesoro dell'orco, si disse allegramente: "Questo diavolaccio si è dato tanto da fare per catturarmi, e c'è riuscito come a pescare la luna nello stagno. Credo che per me, invece, metterlo in trappola sarà facile come fondere il ghiaccio con il fuoco."
Scivolò all'aperto, riprese il suo aspetto e ricominciò a gridare a gran voce: "Spirito maligno, apri la porta!"
"Che altro c'è?" chiese il portinaio affacciandosi.
"Spicciati ad avvisare il tuo vecchiaccio schifoso che c'è qui Scimmiotto Precipizio."
Il mostriciattolo corse ad annunciare: "Grande re, si è presentato alla porta un certo Scimmiotto Precipizio."
"Saggio fratello" esclamò allarmato l'orco maggiore, "c'è qualcosa che non va. Ci siamo ficcati in un bel vespaio! Abbiamo già legato il Novizio con la corda d'oro e chiuso Stravizio nella zucca; ed ecco che sbuca fuori questo Precipizio. Spero che la serie dei fratelli non conti altri esemplari."
"Non temere" replicò il minore. "Nella zucca c'è posto per mille persone. Dove è entrato Stravizio, possono entrare Precipizio e tutti gli altri come lui. Aspetta che dia un'occhiata e faccia piazza pulita."
"Va bene, fratellino, ma sta attento."
Ed ecco il fratello minore, con la zucca in mano, che si fa avanti con marziale aria di superiorità e interpella lo straniero con voce tonante: "Qual'è la tua casata, per osare di venir qui a far baccano?"
"Non mi riconosci?
La Grotta del Sipario Torrenziale
Fu la mia casa. Per aver causato
Del disordine in Cielo, pensionato
Fui per parecchi anni. Ultimamente
Mi sono fatto seguace del Buddha
Ed al Colpo di Tuono mi dirigo
In cerca di scritture. A tutti i diavoli
Che incontro sul cammino do un assaggio
Dei miei poteri in fatto di magia.
Rendimi il mio maestro, e tu ritìrati
Nei tuoi confini, non cercar conflitti;
All'ira non mi spinger, se vuoi vivere!"
"Vediamo. Non intendo battermi con te" replicò l'orco. "Ma tu sei capace di rispondermi, se ti chiamo?"
"Se chiami risponderò; e tu sei capace di fare altrettanto?" replicò ridendo Scimmiotto.
"La zucca magica, che aspira la gente quando la si chiama, è mia. Tu che cos'hai, per voler fare la stessa cosa?"
"Ciascuno ha la sua zucca."
"Mostrami la tua."
"Guarda qui, diavolo maledetto!" rispose Scimmiotto, cavandola un momento dalla manica e rimettendocela subito, per non farsela sottrarre.
Il mostro rimase esterrefatto e pensò: "Da dove verrà mai quella zucca? È la copia identica della nostra, come se fosse cresciuta sulla stessa pianta." "Scimmiotto Precipizio, da dove viene quella zucca?"
Scimmiotto non ne conosceva l'origine, e indagò a sua volta: "Dimmi piuttosto da dove viene la tua."
L'orco rispose in buona fede: "La nostra zucca esiste dalla divisione del caos, quando si formarono cielo e terra. Quando la dea Nüwa, trasformazione per dissoluzione del patriarca di Sopra, fabbricava pietre per riparare la volta celeste e salvare Jambu, il mondo degli umani, scoperse ai piedi del Monte Kunlun una liana immortale da cui era nata questa zucca d'oro rosso. Fu il signore Laozi a conservarla fino ai nostri giorni."
"Anche la mia zucca viene da lì" rispose imperturbabile Scimmiotto, preparandosi a ricamare sul tema.
"E come?"
"Quando il puro si separava dal torbido e il cielo era incompleto a nord ovest, come la terra a sud est, il patriarca di Sopra si dissolse e si trasformò in Nüwa per colmare le lacune. Si trovava appunto ai piedi del Monte Kunlun quando trovò la liana con due zucche. La mia è il maschio, la tua la femmina."
"Maschio o femmina, che importa? Il vero tesoro è quello che aspira le persone."
"Hai ragione. Prova tu per primo."
Lieto della proposta l'orco balzò in alto, rivolse la bocca della zucca verso il basso e gridò: "Scimmiotto Precipizio!"
Il grande santo rispose parecchie volte, ma non ci fu niente da fare: la zucca non lo aspirava. Il mostro ridiscese disperato, battendosi il petto: "Non l'avrei mai creduto! Anche un tesoro simile ha trovato chi lo domina. Lei è la femmina, e quando vede il maschio non osa più aspirare."
"Allora puoi metterla via" suggerì Scimmiotto ridendo. "Adesso è il mio turno."
Con una capriola montò in cielo e, puntando la zucca sul suo uomo, gridò: "Corno d'Argento!"
L'orco non osò restar zitto e, come aprì bocca, fu aspirato. Scimmiotto applicò il sigillo con la scritta: Possa il signore Laozi agire prontamente, in conformità di leggi e regolamenti, ed esclamò lietamente: "Prova anche tu, amico mio; vedrai che è un'esperienza interessante."
Discese a terra, con la zucca in mano, e si diresse verso la Grotta dei Fior di Loto con il pensiero di salvare il suo maestro. Il sentiero era ineguale e pieno di buche, le gambe di Scimmiotto erano assai storte; perciò avanzava a balzelloni scuotendo la zucca qua e là, e da essa veniva uno sciabordio sempre più forte. Perché in un tempo così breve, chiederete?
Il corpo di Scimmiotto, raffinato in un forno alchemico, avrebbe impiegato a dissolversi chissà quanto tempo. Ma l'orco, benché fosse in grado di cavalcare le nuvole grazie all'arte magica, non si era ancora sbarazzato del suo involucro mortale; e questo prese a dissolversi rapidamente nella zucca.
Scimmiotto non lo sapeva, e si diceva ridendo: "Fratello, non so se stai pisciando o fai i gargarismi. Conosco il trucco, ma non ho nessuna fretta di aprire per vederti. Se penso come è stato facile per me uscirne indenne, credo che lascerò passare un bel po' di tempo prima di guardare che cosa è stato di te."
Quando giunse all'entrata della grotta, la zucca sembrava proprio piena d'acqua.
"Suona come un tubo da divinazioni. È quello che ci vuole per fare pronostici. Gli chiederò quando il maestro uscirà da questa porta."
E scuoteva la zucca recitando: "Re Wen del Classico delle mutazioni, Confucio sant'uomo, Maestro del Fior di Pesco, Maestro della Valle dei Fantasmi..."
I mostriciattoli di guardia corsero ad annunciare: "Catastrofe, maestà! Scimmiotto Precipizio ha messo nella zucca il secondo grande re e lo scuote per far pronostici."
L'orco anziano sentì le sue anime abbandonarlo, rammollirsi le ossa e irrigidirsi i muscoli. Cadde a terra singhiozzando: "Caro fratello mio, avevamo segretamente lasciato il mondo di Sopra per godere quaggiù lusso e gloria, padroni della grotta e di queste montagne. Come avremmo potuto sapere che, per colpa di questo monaco, avresti perduto la vita e il nostro legame si sarebbe spezzato!"
Tutti i mostri della grotta piangevano e singhiozzavano.
In questo concerto di lamenti Porcellino, appeso alla trave, non seppe tacere: "Non piangete, mostri! Vi spiego tutto: questi vari Scimmiotti, Novizio, Stravizio e Precipizio, sono una sola persona, il mio condiscepolo. Lui conosce settantadue trasformazioni, si infila dove vuole, vi ha rubato il tesoro e ci ha messo dentro il vostro onorevole fratello. È inutile piangere tanto, visto che è morto e non c'è niente da fare. Fareste meglio a dare una pulita al forno e alle pignatte, e a mettere al fuoco agarici e porcini, germogli di soia e di bambù, glutine di grano, orecchiette e legumi; in cambio il nostro maestro potrebbe recitare il sutra dell'Accoglimento della Vita(37) in suffragio del vostro onorevole fratello minore."
L'orco maggiore esclamò, pieno di collera: "Questo Porcellino, che a detta di tutti sarebbe un ingenuo, non ha proprio la testa a posto. Come può scherzare e prendermi in giro in un momento simile?" E ordinò a due mostriciattoli: "Fatelo tacere. Tiratelo giù e cuocetelo al vapore. Appena è tenero, me ne voglio prendere un'abbuffata; poi andrò a combattere Scimmiotto per vendicare mio fratello."
Sabbioso se la prese con Porcellino: "Bel lavoro! Te l'ho sempre detto, di tener chiusa quella bocca. Così il chiacchierone sarà cotto e divorato per primo."
Il bestione incominciava a inquietarsi, quando un mostriciattolo commentò: "Grande re, temo che non sarà facile cuocere al vapore Porcellino."
"Amitâbha Buddha!" esclamò Porcellino sollevato. "Si capisce, è proprio così, non si può affatto cuocermi al vapore."
"Si può facilitare la cottura scorticandolo prima" suggerì un altro mostriciattolo.
"Ahi ahi!" esclamò Porcellino in preda al panico. "Cuocermi è facilissimo: appena l'acqua arriverà a bollore sarò tenerissimo, senza bisogno di scorticarmi."
Mentre gemeva, venne dalla porta un mostriciattolo ad annunciare: "Scimmiotto Precipizio è ritornato alla nostra porta a insultarci."
"Ragazzi" disse l'orco maggiore, "ora non c'è tempo di badare a Porcellino. Guardate quali tesori ci rimangono."
"Nella grotta ce ne sono tre" rispose il mostriciattolo che in casa aveva i compiti di economo.
"Quali?"
"Ci rimangono la Spada delle Sette Stelle, il Ventaglio di Foglie di Banano e il Vaso Sacro."
"Lasciamo perdere il vaso, che funziona come la zucca. Scimmiotto ne conosce il segreto ed è già riuscito a prevalere su mio fratello. Portatemi subito la spada e il ventaglio."
L'economo portò i due oggetti all'orco, che infilò il ventaglio nel colletto della sua veste, dietro la nuca, e impugnò la spada. Chiamò all'appello trecento mostri grandi e piccoli e li fece armare di lance, bastoni, lacci e sciabole. Per conto suo, indossò una corazza ricoperta da una tunica di seta rossa fiammeggiante e si mise un elmo in capo. Si disposero in formazione di battaglia per catturare il grande santo.
Scimmiotto, consapevole che il fratello minore si era da un pezzo liquefatto nella zucca, se la legò alla cintura e si preparò anche lui alla battaglia impugnando la sbarra cerchiata d'oro. Ed ecco uscire dalla porta il mostro maggiore con la rossa bandiera spiegata. Che aspetto aveva?
Un elmo fiammeggiante sulla testa,
Una cintura di colori chiari,
Armatura con scaglie di dragone
Coperta da una tunica scarlatta.
Mandano lampi gli occhi spalancati,
Fuma di rabbia la barba d'acciaio.
Stringe l'agile spada, ed il ventaglio
Gli copre a mezzo la spalla sinistra.
Corre come le nubi sull'oceano
E scuote il monte con voce di tuono.
Capitano tremendo, sfida il cielo
E guida i mostri fuori dalla grotta.
Schierati i suoi mostriciattoli, il vecchio orco rivolse a Scimmiotto le sue invettive: "Scimmia maledetta, infame bruto, hai ucciso il fratello che era il mio braccio destro; ti maledico come la più odiosa creatura!"
"Vai cercando la morte, essere malefico! Tu non puoi sopportare la perdita di un solo mostro disgraziato; come puoi pensare che io sopporti di perdere maestro e condiscepoli che hai appeso nella tua grotta: tre persone più il cavallo? Ti sembra sensato? Restituiscili subito, aggiungi qualche provvista per il viaggio, festeggia la partenza del vecchio Scimmiotto e tieniti la tua vita da cane."
Senza altro indugio, l'orco alzò la sua spada preziosa per assestare un colpo sulla testa di Scimmiotto, che parò con il suo randello brandito a due mani. Che battaglia all'ingresso della grotta!
Sbarra dai cerchi d'oro contro spada
Di sette stelle gettano scintille.
Oscure nubi ricoprono il cielo,
Vento glaciale penetra le ossa.
È l'uno dominato dalla collera
Per vendicar la morte del fratello,
Ma l'altro non può cedere di un passo
Nella sacra missione che lo impegna.
Li anima uguale determinazione,
Si batton da oscurare cielo e terra
E da fare paura anche agli dèi.
L'uno digrigna i denti, da spezzare
Chiodi di giada, l'altro lancia fiamme
Dagli occhi. Vanno e vengono mostrando
Alto valore ed incrociando le armi.
Dopo venti scontri non decisivi, l'orco puntò la spada e gridò: "Ragazzi, all'assalto!" I trecento mostri circondarono il grande santo e si scagliarono su di lui.
Il bravo Scimmiotto maneggiava freddamente il suo randello, colpendo a destra e a sinistra, parando davanti e coprendosi dietro. Ma anche i mostri avevano le loro risorse, e si infiammavano sempre più nel combattimento: piovevano da tutte le parti, come fiocchi di borra di seta, e cercavano in tutti i modi di afferrarlo, tirandogli le gambe, prendendolo alla vita. Il grande santo dovette ricorrere al procedimento della moltiplicazione del corpo: si strappò un ciuffo di peli, lo masticò, lo spruzzò intorno e gridò: "Trasformazione!" Tutti i frammenti di pelo divennero Scimmiotti: i più grandi maneggiavano le sbarre; i piccoli facevano a pugni; i piccolissimi, in mancanza di meglio, mordevano i polpacci. I mostri furono volti in fuga. Gridavano: "Grande re, si mette male! Non ce la facciamo, la montagna è piena di Scimmiotti!"
Fu la volta dell'orco di trovarsi isolato in mezzo a una folla che lo premeva da tutte le parti e gli tagliava ogni via di ritirata. Preso dal panico, passò la spada nella mano sinistra e con la destra estrasse dal suo colletto il Ventaglio di Foglie di Banano. Si rivolse verso sud, direzione dell'elemento del fuoco, verso la 'casa' del corrispondente trigramma, e con un colpo di ventaglio fece scaturire dal suolo grandi fiamme; infatti la virtù di quel tesoro era di far scaturire il fuoco dovunque. Spietatamente il mostro continuava ad agitare il ventaglio: l'incendio dilagò immenso. Che rogo!
Non era fuoco che cade dal cielo,
O fiamma ardente dentro la fornace;
Come non era il fuoco che arde il bosco,
O quello che riscalda le tue pentole:
È invece una scintilla derivante
Dal fuoco elementare. Quel ventaglio
Non è cosa ordinaria, né prodotto
Da mano umana; ma è un vero tesoro
Che giunge a noi dal caos originario.
Ed il fuoco attizzato fiammeggiava
Più rosso della folgore, bruciava
In nubi iridescenti. Non saliva
Nemmeno un fil di fumo, e la montagna
Intera rosseggiava incandescente.
I pini delle cime erano torce,
I cedri sulle rupi grandi pire.
Volavan via gli uccelli, gli animali
Lasciavano le tane e si accalcavano
Fuggendo sui sentieri. Era quel fuoco,
Che riempiva lo spazio di bagliore,
Tale da fonder pietre, inaridire
La corrente dei fiumi, calcinare
Tutta la superficie della terra.
Lo spettacolo di quel feroce incendio fece tremare persino Scimmiotto, che pensò: "Si mette male! Il mio corpo ci può resistere, ma i miei poveri peli rischiano di finire fiammati come il piumino della cacciagione." Perciò li ricuperò con una scossa, tutti meno uno, che lasciò come proprio sosia in atto di fuggire per timore dell'incendio.
Lui stesso fece con la mano il passaggio della protezione dal fuoco, si catapultò fuori dalle fiamme e corse alla Grotta dei Fior di Loto per soccorrere Tripitaka. Accanto all'ingresso si vedeva un centinaio di mostriciattoli feriti, con la pelle lacerata, piaghe sul corpo, gambe spezzate, gole tagliate. Alla loro vista, il grande santo non seppe trattenere la ferocia latente nel fondo oscuro della sua natura e si gettò fra loro roteando spietatamente la sua sbarra di ferro. Ahimè, i loro lunghi sforzi per conseguire forma umana furono resi vani: vennero ridotti a un mucchio informe di carni e di peli.
Sterminati i mostriciattoli, Scimmiotto si precipitò all'interno per liberare il maestro, ma anche lì vide un vivo bagliore; fu preso dal panico: "Che fregatura! Se il fuoco è arrivato nella parte posteriore, non sarà facile salvare il maestro."
Guardando più attentamente, si rese conto che il bagliore non veniva dal fuoco: era soltanto un fascio di luce dorata emanato dal Vaso Sacro di giada color grasso di montone. Rallegrato si disse: "Ricordo di aver già notato questo bagliore, quando il mostriciattolo portava il vaso camminando sulla montagna. È già stato nelle mie mani e mi è stato ripreso. Così è rimasto qui a emettere tranquillamente la sua luce."
Si impadronisce dell'oggetto, fa dietro front e se ne va, senza più cercare Tripitaka. Uscendo si imbatte nell'orco maggiore, che viene da sud con la spada e il ventaglio in mano. Troppo tardi per evitarlo: il mostro gli assesta un gran colpo, ma il Novizio lo schiva, fa una capriola nelle nuvole e scompare senza lasciar traccia.
L'orco non vedeva intorno a sé che cadaveri, la sua armata non esisteva più; sospirò penosamente e non poté trattenere il pianto. Lo testimoniano i versi:
La scimmia ed il cavallo si accaniscono,
Scesi dal cielo nel mondo di polvere
Dietro la spinta di mali pensieri.
Piange l'oca selvatica, perduto
Il suo compagno. Tutto il clan dei mostri
Venne distrutto. Subìto il castigo,
Quando potrà il dolore avere requie?
Quando potran ritornare alle origini?
Sempre piangendo, entrò nella grotta. Cose e arredi erano intatti, ma regnava un grave silenzio, perché non c'era più anima viva. Solo e accasciato dalla tristezza, si sedette a un tavolo di pietra, vi posò di traverso la spada, si infilò il ventaglio nel colletto e si addormentò di un sonno pesante. Come si dice:
Se la gioia ti stimola,
Il dolor ti deprime.
Scimmiotto, in breve, rifece la capriola in senso inverso e ritornò sulla montagna per liberare Tripitaka, tenendo il vaso legato alla cintura. La porta della grotta era semiaperta e regnava il silenzio. Egli scivolò all'interno a passi felpati e vide il mostro che ronfava, con la testa appoggiata sulla tavola; il ventaglio, che gli sbucava dal colletto dietro la nuca, in parte lo nascondeva. La Spada delle Sette Stelle era appoggiata sul tavolo. Scimmiotto si avvicinò in punta di piedi, si impadronì del ventaglio e corse via.
I capelli dell'orco furono sfiorati dal manico, e ciò bastò a svegliarlo; vide Scimmiotto fuggire, impugnò la spada e si buttò all'inseguimento. Lo raggiunse all'aperto, dove si era fermato, aveva aggiunto il ventaglio ai trofei appesi alla sua cintura e impugnava a due mani la sbarra di ferro. Un'altra bella battaglia!
Ebbro di furore, il maledetto re dei mostri ha tutti i capelli ritti in capo: per consolare il suo cuore dovrebbe almeno afferrare il Novizio e ingoiarlo in un boccone. Lancia feroci invettive: "Hai passato ogni limite; non contento di distruggere tutte queste vite, hai rubato il mio tesoro. La guerra fra noi è senza quartiere, fino all'ultimo sangue!" Il grande santo lo apostrofa: "Tu non sai con chi parli; sei il discepolo che vuole insegnare al maestro, l'uovo che vuol rompere la pietra!" Vengono spietatamente alle mani, spada contro sbarra. Mostrano sino in fondo tutta la loro competenza nelle arti marziali. Perché, a causa della ricerca delle scritture, Fuoco e Metallo non vanno più d'accordo, i cinque elementi sono immersi nel disordine e nel conflitto. Ciascuno mostra la propria potenza e forza magica, sollevano la sabbia e fanno rotolare le pietre. Il sole tramonta sulla lotta: il mostro è indebolito e si ritira.
Dopo trenta o quaranta scontri, mentre il cielo s'incupiva nel crepuscolo, l'orco non si sentì più in grado di combattere. Fuggì, vinto, in direzione sud ovest per rifugiarsi nella Grotta del Drago Schiacciato.
Scimmiotto prese terra, si introdusse nella Grotta dei Fior di Loto e slegò il monaco cinese, Porcellino e Sabbioso. Salvati dai pericoli, tutti e tre gli resero grazie e chiesero che cosa fosse accaduto degli orchi.
"Il minore è finito nella zucca, e a quest'ora sarà liquefatto da un pezzo. Il più anziano le ha prese di santa ragione ed è appena scappato a gambe levate verso sud ovest, in direzione della Grotta del Drago Schiacciato. Dei mostriciattoli non rimane più niente: per la maggior parte li ho sterminati in battaglia e il resto davanti alla grotta, dove si erano raccolti, mentre venivo a liberarvi."
"Caro discepolo" disse Tripitaka profondendosi in ringraziamenti, "meno male che sei stato capace di superare tutte queste prove!"
"Sono state belle prove" rispose Scimmiotto ridendo. "La vostra è stata una prova sospesa, alla lettera; mentre io ho dovuto correre come un matto, le gambe sempre in moto, peggio di un corriere che recapita posta urgente. Dentro e fuori, avanti e indietro, senza un momento di respiro. Per venirne a capo, ho prima dovuto rubare i loro tesori."
"Maestro e condiscepolo" gli disse Porcellino, "ci faresti vedere la zucca? L'orco minore, là dentro, sarà completamente liquefatto."
Scimmiotto, nell'ordine, slegò il vaso sacro, poi tolse dalla manica la corda d'oro e il ventaglio e infine mostrò la zucca: "Ma preferisco non togliere il tappo. Anch'io sono stato chiuso lì dentro, li ho convinti ad aprire e sono riuscito a prendere il largo. Non vorrei che anche lui trovasse il modo di tirarsene fuori."
Maestro e discepoli si misero allegramente alla ricerca di riso, farina e legumi, pulirono forno e pignatte, cucinarono e, dopo aver mangiato a sazietà, si coricarono per trascorrere nella grotta una piacevole notte di riposo, fino all'alba dell'indomani.
Intanto l'orco maggiore aveva trovato rifugio nella Grotta del Drago Schiacciato. Riunì le orchesse, grandi e piccine, e raccontò come la loro padrona era stata uccisa, il fratello aspirato nella zucca, le truppe massacrate e i tesori rubati. Le orchesse fecero un bel chiasso di pianti e singhiozzi. Dopo che si furono sfogate, l'orco disse: "Non desolatevi. Mi resta la Spada delle Sette Stelle; vi voglio schierare insieme alle truppe dei miei parenti materni, perché ci vendichiamo catturando questo Scimmiotto."
Una mostriciattola venne dalla portineria ad annunciare: "Grande re, è arrivato con le sue truppe il vostro zio materno, che abita dietro la montagna."
L'orco andò di corsa a cambiarsi d'abito, per vestirsi a lutto in seta cruda, e accolse lo zio con grandi inchini.
Questo zio era il fratello minore di sua madre e si chiamava Volpone VII. I suoi esploratori gli avevano riferito della morte della sorella, delle imprese di Scimmiotto, che ne aveva assunto i sembianti per rubare i tesori dei suoi nipoti, e dei combattimenti che da qualche giorno erano in corso sul Monte Cima Piatta. Aveva riunito rinforzi, con un paio di centinaia di mostri, e si era messo in cammino passando prima dalla casa della sorella per avere notizie più precise. Qui incontrò l'orco maggiore in lutto, e pianse e si lamentò con lui. Solo dopo un bel po' di lacrime, il nipote fece le debite cerimonie di saluto e gli presentò un rapporto particolareggiato. Volpone VII fu invaso dalla collera e ordinò al nipote di riprendere le armi e di abbandonare gli abiti di lutto. Salirono insieme su vento e nubi per precipitarsi verso nord est.
Era prima mattina e Scimmiotto stava appunto incaricando Sabbioso di preparare la colazione, con l'intenzione di rimettersi in cammino subito dopo averla consumata, quando si udì un gran colpo di vento. Scimmiotto corse fuori a vedere che cosa succedeva, e vide le schiere dei mostri che venivano avanti da sud ovest. Grandemente sorpreso, chiamò Porcellino: "Fratellino, ritorna il mostro con i rinforzi!"
"Discepoli" balbettò Tripitaka terrorizzato, "e adesso che facciamo?"
"Buoni! Niente paura. Abbiamo tutti questi congegni, con cui ci possiamo divertire" rispose Scimmiotto ridendo. Si appese alla cintura vaso e zucca, infilò la corda d'oro nella manica, mise il ventaglio nel colletto, come aveva visto fare all'orco maggiore, e fece qualche volteggio di prova con la sua sbarra di ferro. Affidò a Sabbioso la custodia del maestro, al sicuro dentro la grotta, e uscì incontro al nemico facendosi accompagnare da Porcellino, che aveva ricuperato il suo rastrello.
I mostri erano schierati in bell'ordine di battaglia, con il re Volpone VII alla testa. Egli aveva un viso di giada, lunga barba, sopracciglia d'acciaio e orecchie a forma di coltelli ricurvi. Portava un elmo d'oro e una cotta di maglia, impugnava un'alabarda 'a cielo quadrato'.
"Te la farò vedere, impudente scimmia maledetta!" gridava a gran voce. "Come hai potuto avere l'audacia di perseguitarci così? Hai rubato i nostri tesori, ucciso i nostri parenti, massacrato i soldati, e hai anche la sfacciataggine di occupare la nostra grotta come se fosse casa tua. Porgete subito il collo tutti quanti, per ricevere il castigo che vendicherà la famiglia di mia sorella."
"Mucchio di peli destinato a finir male, imparerai che cosa è capace di fare tuo nonno Scimmiotto. Non scappare senza aver assaggiato una tostata del mio bastone."
Il mostro schivò balzando da lato e lo fronteggiò con la sua alabarda. Ma dopo tre o quattro scontri perse terreno, le sue forze vennero meno e dovette battere in ritirata. A Scimmiotto, che lo inseguiva, si parò davanti l'orco maggiore, che sostenne tre scontri. A questo punto anche Volpone VII, ripreso fiato, volle ritornare all'assalto, ma si trovò davanti Porcellino con il rastrello a nove denti. Entrambi i duelli continuavano senza giungere a una decisione, quando l'orco ordinò alle truppe di circondare il nemico.
Intanto Tripitaka, seduto nella grotta, sentiva i clamori della battaglia che facevano tremare il terreno. Chiamò Sabbioso e gli disse: "Va a vedere a che punto sono i tuoi condiscepoli."
Sabbioso uscì, armato del suo bastone per abbattere diavoli, e aggredì i mostri alle spalle con grandi grida. Volpone VII si rese conto che i suoi affari non andavano per il verso giusto e cercò di ritirarsi, ma Porcellino lo raggiunse alla schiena con un colpo di rastrello che aprì nove fori da cui il sangue zampillò: l'anima infelice ritornava allo stadio precedente.
Mentre ne depredava le spoglie, Porcellino constatò che anche lui era una volpe.
Vista la fine dello zio, l'orco abbandonò Scimmiotto per gettarsi su Porcellino, che si protesse con il rastrello. Anche Sabbioso si unì alla mischia levando il suo bastone. L'orco non fu in grado di sostenere il doppio assalto e si diede alla fuga verso sud, portato da vento e nubi, con Porcellino e Sabbioso alle calcagna. Scimmiotto balzò per aria, aprì il vaso sacro e gridò: "Grande re Corno d'Oro!"
L'orco si credette chiamato da qualcuno delle sue truppe in difficoltà e si volse per rispondere: subito il vaso lo aspirò, e Scimmiotto vi appose il sigillo con il nome del signore Laozi. Anche la Spada delle Sette Stelle, che era caduta nella polvere, pervenne nelle mani del Novizio.
"Fratello" diceva Porcellino, arrivando di corsa, "quella è la spada, ma l'orco dov'è andato a finire?"
"Non c'è più, l'orco" rispose Scimmiotto ridendo. "È finito dentro il mio bel vasetto."
Sbarazzarono il terreno dalle creature malefiche che restavano in giro e ritornarono nella grotta per dare la buona notizia a Tripitaka: "La montagna è ripulita, non ci sono più mostri. Se volete montare a cavallo, maestro, sarebbe l'ora di riprendere il cammino."
Tripitaka non stava in sé dalla gioia. Consumarono la colazione, fecero i bagagli, sellarono il cavallo e ripresero il cammino, maestro e discepoli, sulla strada dell'Ovest.
Mentre camminavano, un mendicante apparve all'improvviso sul ciglio della strada, venne avanti, prese le redini del cavallo di Tripitaka e gridò: "Monaco, dove vai? Restituiscimi i miei tesori!"
"Siamo fottuti!" esclamò spaventato Porcellino. "Riecco il mostro che reclama le sue cose."
Scimmiotto, che guardava attentamente, riconobbe il signore Laozi e si precipitò a salutarlo: "E voi, grande signore, dove andate?"
Il patriarca montò in cielo sul suo prezioso trono di giada, e da lì ripeté: "Scimmiotto, restituiscimi i miei tesori!"
"Quali tesori?" chiese il grande santo montando in aria anche lui.
"La zucca mi serve come recipiente per il cinabro, il vaso per l'acqua, la spada per castigare i diavoli, il ventaglio per attizzare il fuoco e la corda d'oro è una cintura del mio guardaroba. Quei due mostri non erano altri che il garzone che sorveglia il forno dell'oro e quello che si occupa del forno dell'argento. Stavo proprio cercandoli in giro, perché erano fuggiti nel mondo di Sotto rubandomi le suppellettili di casa. Sono loro che oggi avete catturati, e ve ne sarà reso merito."
"Signore, siete molto trascurato" osservò Scimmiotto, "a lasciar andare in giro persone così pericolose. Se è gente di casa vostra, la responsabilità è vostra."
"Non sono fatti miei, io non c'entro per niente. È stata la pusa Guanyin a chiedermi di tollerare che si incarnassero in mostri, e ha anche insistito molto. Voleva mettere alla prova la vostra determinazione nel viaggio verso Occidente."
Udendo queste spiegazioni, Scimmiotto pensava: "Che vecchia strega, quella Guanyin! Quando mi ha liberato e mi ha incaricato di proteggere il monaco cinese nella ricerca delle scritture, le dicevo che il viaggio sarebbe stato difficile e pericoloso, e lei prometteva di venire di persona ad aiutarci se fosse stato necessario. Invece è stata lei a mandare questi mostri a romperci le scatole. Che lingua biforcuta! Non per niente avrà vissuto tutta la vita da vecchia zitella!" E rivolgendosi a Laozi: "Se non foste venuto di persona, signore, non vi avrei restituito proprio niente. Ma dal momento che vi siete scomodato, e se le cose stanno come voi dite, ecco qua."
Il signore Laozi ricevette i cinque presìdi, aprì zucca e vaso per lasciarne esalare lo spirito dei due immortali e, con un gesto, li materializzò in due fanciulli, d'Oro e d'Argento, che si tennero accanto a lui, uno a destra e l'altro a sinistra. Non si vide più che un fascio di mille raggi luminosi:
Tornano alla dimora dei beati,
Volano su nel più alto dei cieli.
Se non sapete, in fin dei conti, che cosa accadde dopo, come Scimmiotto protesse il monaco cinese, e quando raggiunsero il Paradiso dell'Ovest, vi converrà ascoltare il seguito.