Scimmiotto spiegò al maestro come erano andate le cose: i mostri non erano che garzoni del signore Laozi presi in prestito da Guanyin, e Laozi aveva ricuperato i suoi tesori.
Tripitaka rinnovò i ringraziamenti e riprese il pericoloso cammino verso occidente, armato di una pia determinazione più ferma che mai. Rimontò a cavallo, mentre Porcellino sollevava i bagagli e Sabbioso reggeva le briglie. Scimmiotto apriva la via impugnando la sua sbarra di ferro. Scesero ai piedi della montagna e si inoltrarono nella pianura. Non si finirebbe mai di raccontare le soste in riva all'acqua, i pasti all'aria aperta, le partenze nella brina, gli arrivi nella rugiada. Dopo lungo cammino, maestro e discepoli si trovarono di nuovo di fronte a un'alta montagna. Tripitaka esclamò: "Discepoli, guardate com'è grande e cupa quella montagna: stiamo attenti! Temo che incontriamo ancora una volta qualche insidia diabolica."
"Maestro" replicò Scimmiotto, "non fatevi turbare da questi pensieri. Basta concentrarsi e mantenere lo spirito sereno, e niente potrà accadere."
"Discepoli, perché è tanto difficile raggiungere il Paradiso dell'Ovest? Ricordo quando lasciai la città di Chang'an, finiva la primavera e giungeva l'estate; da allora seguirono tante stagioni, saranno trascorsi quattro o cinque anni. Perché non arriviamo mai?"
Scimmiotto scoppiò a ridere: "Ma è troppo presto, non siamo ancora usciti dalla porta."
"Lascia stare le tue solite panzane, fratello" intervenne Porcellino. "Non esistono a questo mondo residenze così grandi."
"Il fatto è, fratellino, che noi continuiamo a girare in tondo nella stessa sala."
"Caro maestro e condiscepoli" esortò Sabbioso sorridendo, "non perdetevi in stravaganze inquietanti. Se esistesse una sala così grande, dove si troverebbe una trave abbastanza lunga da reggerne il soffitto?"
"Fratellino, cerca di capire il mio punto di vista: questa sala ha per tetto il cielo; sole e luna ne sono i lampadari, le cinque montagne sacre sono le colonne che la reggono. Tutto l'universo non è che una vasta sala."
"Lasciamo perdere" fece Porcellino. "Ne abbiamo già percorso un bel po', di questa sala."
"Basta con le chiacchiere" concluse Scimmiotto. "Seguitemi fiduciosi e non pensate ad altro."
Il bravo Scimmiotto, con la sbarra di traverso sulle spalle, si spinse avanti sulla via della montagna e guidò con sicurezza il monaco cinese, che dalla sua cavalcatura osservava l'immenso e magnifico paesaggio alpestre.
Salgon cime scoscese fino al cielo,
Gli alberi che vi crescono si impigliano
Nelle nubi. Risale la vallata
Il grido lamentoso dei gibboni.
Risuonano i singhiozzi delle gru.
Si prendon gioco i folletti nel bosco
Dei legnaioli. Antiche volpi grigie
Osservano inquietanti i cacciatori.
Che gran montagna! Scarpate maestose,
Burroni senza fondo da ogni parte.
Sembran gli abeti coperti di giada,
Gli alberi morti sono soffocati
Da viticci e da liane. Acqua gelata
Scorre dalla sorgente; una frescura
Da accapponar la pelle. Dalle creste
Soffia un vento pungente. Odi il ruggito
Delle tigri ed il canto degli uccelli.
Balzano sulle rupi svelti daini,
Orde di cervi cercano pastura.
Non vedi viaggiatori sul pendio.
Porta il vento l'odore acre dei lupi
Acquattati in agguato. Non è certo
Luogo propizio alla meditazione,
Ma piuttosto dominio delle fiere.
Man mano che si addentrava nella montagna, Tripitaka tremava sempre più di paura. Sopraffatto dalla tristezza dei luoghi, fermò il cavallo e gettò un grido di angoscia: "Consapevole del Vuoto!
Quando pensai di salir la montagna,
Il re mi accompagnò fuori città.
Erbe e giuncheti incontrai sul cammino,
Suonai le campanelle ad incitare
Il mio cavallo. Salendo le alture
E guadando i torrenti valicai
Mille montagne per omaggio al Buddha.
Proteggimi, che riesca a completare
La lunga cerca! Quando rivedrò
La corte ed il villaggio da cui venni?"
"Maestro, non vi tormentate" diceva Scimmiotto ridendo allegramente. "Non c'è da preoccuparsi. Il successo viene da sé, a coronamento dei meriti."
Mentre maestro e discepoli percorrevano il maestoso paesaggio, il disco del sole calava a occidente. Erano proprio
Tappe di dieci li senza un passante,
Al nono cielo fioriscon le stelle.
Negli otto golfi ogni nave è rientrata
Nei porti. Ovunque nelle settemila
Città, chiuse le porte, tutto dorme.
Scende il silenzio dentro i sei palazzi
E nelle cinque sale. Sulle rive
Dei quattro mari e dei tre fiumi, inerti
Giaccion le reti. In cima alle due torri
Batton campane e rullano tamburi.
Splende nel cielo scuro un disco candido,
Unico e solo.
Guardando lontano dall'alto della sua cavalcatura, il reverendo scorse in una valletta un complesso di torri, terrazze, padiglioni e altri edifici.
"Discepoli" gridò, "si sta facendo tardi, ma per fortuna vedo davanti a noi degli edifici che devono appartenere a un tempio taoista o a un monastero buddista. Chiediamo ospitalità per la notte! Riprenderemo il cammino domani."
"Giusto" rispose Scimmiotto, "ma non siamo precipitosi: prima lasciatemi vedere di che cosa si tratta."
Il grande santo balzò in alto per esaminare attentamente i luoghi: era davvero un monastero.
Le murature di mattoni rossi
Chiusi da porte a chiodature d'oro,
Le terrazze che salgono a ripiani
Affacciate sui monti e sulla valle.
Il padiglione con i mille buddha
Sta davanti alla sala del Beato,
Volta verso la torre del mattino.
Alta svetta la torre a sette piani
Con i tre Venerati in bella vista.
Di fronte all'edificio sanghârâma
S'innalza la terrazza di Wenshu.
Il santuario di Mile è posto accanto
Alla sala del Gran Compassionevole [...]
Scimmiotto confermò a Tripitaka: "È proprio un monastero; andrà benissimo per passarci la notte."
Il reverendo allentò le briglie e in breve giunsero al portale.
"Maestro, come si chiama questo monastero?"
"Arriviamo adesso, non ho ancora tolto i piedi dalle staffe, e tu già mi chiedi come si chiama il monastero. Non hai proprio riguardi!"
"Ma voi siete monaco fin dall'infanzia, avrete letto Confucio ancor prima della Legge e dei sutra. Non mi direte che siete arrivato ai vostri incarichi senza aver prima imparato bene a leggere: quei grandi caratteri sopra il portale, li comprendete o no?"
"Maledetta scimmia che parla sempre a vanvera! Ho cavalcato in faccia al sole che tramontava e ne sono rimasto abbagliato. Del resto quei caratteri sono coperti di polvere. Dammi tempo, non sono ancora riuscito a decifrarli."
Scimmiotto si allungò fino a superare una statura di due tese e spolverò la scritta con la mano: "Ecco qua, maestro; leggete."
C'era scritto in cinque grandi caratteri:
MONASTERO DEL BOSCO SACRO, FONDAZIONE IMPERIALE
Scimmiotto riprese la sua statura consueta e chiese: "Maestro, chi di noi deve entrare a chiedere ospitalità per la notte?"
"Ci vado da me. Voi siete così brutti, per non dire quant'è volgare il vostro linguaggio, e brutale e arrogante il vostro carattere, che sareste solo capaci di metterci in urto con tutti. Sarebbe imbarazzante vedersi rifiutare l'ospitalità per colpa vostra."
"Se la mettete così, niente da dire. Entrate, prego!"
Tripitaka appoggiò il bastone da pellegrino, si tolse il mantello da pioggia, rassettò i suoi abiti e passò la soglia giungendo le mani. A breve distanza dall'ingresso si vedeva una balaustra laccata di rosso, alle estremità della quale si rizzavano due imponenti statue di guardiani ghignanti, armati di folgore.
Sembrano vivi, l'uno con la barba
D'acciaio sulla maschera di ferro,
L'altro che aggrotta grandi sopraccigli
Sopra gli occhioni tondi bianco perla.
Quello a sinistra stringe il grande pugno
Di ferro, quello a destra apre la palma
Gigantesca di bronzo. Le armature
E gli alti elmi scintillano dorati.
Nell'ovest, quante offerte fanno al Buddha!
Quanti tripodi bruciano l'incenso!
Tripitaka chinò il capo e sospirò: "Vedete, se da noi si elevassero statue altrettanto grandi e si bruciasse tanto incenso come qui, non avremmo bisogno di fare questo viaggio in Occidente."
Giunse alla porta del secondo cortile e vide le statue dei quattro grandi re celesti, protettori dei quattro orienti, est, nord, ovest e sud, ciò che implicava il potere di regolare i venti e le piogge: Conservatore del Regno, Sa Tutto, Crescita e Vasto Sguardo. Entrando notò quattro superbi pini dalle ricche chiome che formavano un alto baldacchino. Là sotto c'era il santuario del Grande Eroe. Giunse le mani in segno d'omaggio, si prosternò e fece il giro dell'edificio per entrare dalla porta posteriore. Vi si vedeva una statua della Guanyin dei mari del Sud che si inchina sollecita della salvezza di tutti. I muri erano coperti di abili sculture di gamberi, pesci, granchi e tartarughe, che tendevano il collo, agitavano la coda, balzavano e giuocavano tra i flutti. Il reverendo inchinò il capo quattro o cinque volte sospirando: "Che peccato! Mentre tutti questi esseri con scaglie e gusci rendono omaggio al Buddha, esistono uomini che lo rifiutano."
Mentre mandava i suoi sospiri di ammirazione e dispiacimento, si aprì una porticina ed entrò un inserviente. Questi notò la dignità fuori del comune e la finezza dei tratti di Tripitaka; perciò corse da lui e lo salutò: "Maestro, da dove venite?"
"Il vostro discepolo è inviato dall'imperatore dei grandi Tang, delle terre dell'Est, in cerca di scritture nel Paradiso dell'Ovest. Poiché scende la sera, mi sono permesso di entrare in questo nobile luogo per sollecitare rifugio per una sola notte."
"Maestro, non me ne vogliate, ma io sono soltanto un inserviente; i miei compiti sono di spazzare il pavimento, suonare la campana e attendere ai lavori di fatica. Se aspettate, vi annuncerò al superiore del convento. Se vorrà accogliervi, ritornerò con il suo invito; se non vorrà, cercherò almeno di non farvi perdere più tempo del necessario."
"Mi dispiace di recarvi disturbo."
Il servo corse nella cella del superiore: "Signore e maestro, c'è fuori una persona che attende."
Il superiore si mise un berretto alla Vairocana, indossò un kasâya e aprì l'uscio.
"Dov'è questo visitatore?" chiese al servo, che gli additò Tripitaka: "Vedete quell'uomo dietro la sala principale?"
Tripitaka si presentava a capo scoperto, in abito alla Bodhidharma con venticinque rattoppi; ai piedi sandali infangati.
Vedendolo il superiore si arrabbiò: "Non sei stato battuto a sufficienza, stupido servo? Non sai che sono un monaco pieno di responsabilità, con alti incarichi? Io accolgo soltanto i notabili che vengono dalla città a offrire incenso. Ma quello non è che un bonzo pulcioso. Vedo dalla sua faccia che non è una persona importante: è un semplice mendicante. Scommetto che viene qui a quest'ora per scroccare una sistemazione per la notte. Non lo voglio vedere. Digli di andarsi ad accucciare in qualche angolo buio, sotto i portici. Disturbare me per queste cose!"
E volse la schiena.
A Tripitaka si riempirono gli occhi di lacrime: "Ahimè: lungi dal tuo paese non vali niente; è un detto che ora comprendo bene. Ho abbandonato la famiglia sin da bambino, e non ho mai subito penitenze per cattivi pensieri o per aver mangiato cibi vietati. Non ho mai letto un sutra con animo contaminato dall'ira. Non ho mai gettato pietra contro la casa del Buddha, né raschiato oro dal volto delle statue. Ahimè! Mi chiedo quali colpe avrò commesso in qualche esistenza anteriore, per incontrare tanto spesso dei cattivi. Bonzo, capisco che tu non ci voglia ospitare per la notte; ma perché usare parole sprezzanti e mandarci alla cuccia negli angoli bui? Ti è andata bene che non hai usato questo tono con il Novizio; quella scimmia ti avrebbe già rotto le gambe con il suo randello." Poi si riprese: "Lasciamo stare. Come dice il proverbio: proprio dell'uomo è rispettare i riti e la musica. Andiamo ugualmente a sollecitarlo, e vediamo quali sono le sue intenzioni."
Seguì il superiore verso la sua cella: si era seduto, ancora ansimante di collera, davanti a un tavolo coperto di fogli. Sutra o pia corrispondenza? Tripitaka non osò entrare, si tenne sull'uscio, s'inchinò e disse ad alta voce: "Maestro di questo monastero, il vostro discepolo vi saluta religiosamente."
Il bonzo gli rese il saluto con un moto di insofferenza e chiese bruscamente: "Tu da dove vieni?"
"Il vostro discepolo è stato inviato dall'imperatore dei grandi Tang al Paradiso dell'Ovest, per salutare il Buddha vivente e cercare le scritture. Poiché passavamo presso il vostro prezioso convento mentre scende la sera, sono venuto a pregarvi di offrirci ospitalità: ripartiremo domattina prima dell'alba. Spero di non recarvi disturbo."
Il superiore disse: "Dunque tu sei il monaco cinese Tripitaka?"
"Sono io, con il vostro permesso."
"Come si può andare all'Ovest per cercare le scritture, e non conoscere la strada?"
"Non ero mai passato da queste parti."
"A quattro o cinque li verso ovest c'è la locanda dei Trenta Li: vende anche cibo. Quello è il posto dove dovete passare la notte. A noi non piace ospitare viandanti che vengono di lontano."
"Maestro" replicò Tripitaka giungendo le mani, "non dicono forse gli antichi: tempio, romitaggio o monastero sono gli alberghi di noi religiosi; la sola vista dell'entrata vale promessa di tre litri di riso? Perché rifiutare ospitalità?"
"Maledetti accattoni!" gridò il superiore con la voce alterata dalla collera. "Sapete solo abbindolare la gente."
"Perché abbindolare?"
"Il perché lo dicono gli antichi: se la tigre entra in città, chiudi l'uscio; anche se non ti morde, ti vuole rovinare."
"Come sarebbe a dire: rovinare?"
"Anni fa passò di qui un gruppo di monaci erranti. Erano poverissimi, testa e piedi nudi, abiti a brandelli; ebbi compassione di loro e li invitai a entrare e a sedersi ai posti d'onore. Offrimmo loro da mangiare e li fornimmo di abiti usati. Ma loro, avidi di cibo e di comodità, non vollero più ripartire; si installarono qui per sette od otto anni. E non è tutto. Si diedero a ogni sorta di attività sconvenienti."
"Quali attività?"
"Per esempio
Ingannavano il tempo a lanciar sassi,
A schiodarci le porte. I giorni freddi
Rompevano gli assiti per bruciarli.
D'estate ci smontavan le finestre
Gettandole qua e là lungo i sentieri.
Con i sacri stendardi, lacerandoli,
Facevan mollettiere. Saccheggiavano
Orto e cucina; ed era più la roba
Guasta e buttata di ciò che mangiavano."
Tripitaka pensava: "Per carità! E io sarei come quei bonzi senza terra né legge?" Si sentiva sul punto di piangere, ma temeva che il superiore ridesse di lui. Perciò si asciugò furtivamente le lacrime con un lembo della veste, inghiottì i singhiozzi, contenne il suo dispetto e se andò in fretta a raggiungere i suoi discepoli.
Scimmiotto notò le tracce di collera sul viso del maestro e gli chiese: "Quei bonzi non vi hanno battuto, per caso?"
"No."
"Se non vi hanno battuto" insisté Porcellino, "perché vi trema la voce dalla rabbia?"
"Vi hanno insultato?" insisté Scimmiotto.
"Nemmeno."
"Se non vi hanno né battuto né insultato, perché fate quella faccia contrariata? Non mi direte che è effetto della nostalgia!"
"Discepoli, non hanno piacere di ospitarci."
Scimmiotto si mise a ridere: "Allora saranno dei taoisti."
"I taoisti vivono nei templi; nei monasteri vivono i monaci buddisti" rispose secco Tripitaka.
"Il fatto è, che tanto per cambiare, non sarete stato all'altezza della situazione. Se sono buddisti, sono come noi. L'adagio dice: nella comunità del Buddha siamo tutti fratelli. Sedetevi un momento, che vado io a vedere come stanno le cose."
Il bravo Scimmiotto! Si aggiustò il cerchio d'oro sulla testa, strinse il grembiule e, con la sbarra di ferro in mano, andò dritto filato alla sala del Buddha. Segnando a dito le tre statue, disse loro: "Voialtri, fango impastato travestito d'oro! Io proteggo il santo monaco che va in cerca dei sutra al Paradiso dell'Ovest, e che questa sera vi fa l'onore di cercare asilo proprio qui. Filate ad annunciarci! Se non ci fate buona accoglienza vi farò a pezzi, tornerete al fango da cui venite."
Mentre dava in escandescenze, il grande santo entrò nella sala, dove un servo accendeva i bastoncini d'incenso dell'offerta serale; li stava appunto introducendo nel brucia profumi davanti al Buddha, quando un grugnito di Scimmiotto lo fece sobbalzare di spavento. Si volse, e alla vista di quella strana grinta corse via come un pazzo, inciampando a ogni passo, verso la cella del superiore: "Maestro e signore, c'è un bonzo là fuori!"
"Che possiate crepare bastonati, stupidi servi! Ho già detto che possono andare ad accucciarsi sotto i portici, che bisogno c'è di disturbarmi ancora? Apri di nuovo la bocca, e prenderai venti bastonate!"
"Maestro, questo bonzo è diverso. Ha un aspetto cattivo e pericoloso."
"Com'è fatto?"
"Ha gli occhi tondi, le orecchie appuntite, la faccia pelosa e una bocca come quella del duca del Tuono. Ha in mano una grossa sbarra di ferro e digrigna i denti con ferocia, come se volesse mordere."
"Aspetta, gli darò un'occhiata."
Come aprì l'uscio, vide Scimmiotto venire verso di lui. Com'era brutto! Una faccia lunga con sette gobbe e otto buche, un paio di occhiacci gialli, la fronte convessa come la testa di un martello, denti sporgenti; sembrava un granchio, con la carne di dentro e le ossa di fuori.
Il monaco, impaurito, richiuse la porta a precipizio, ma Scimmiotto ne buttò giù un battente e ordinò: "Svelti, senza perder tempo: preparatemi mille camere da letto belle pulite. Il vecchio Scimmiotto vuol dormire."
Rifugiatosi nell'angolo più lontano della cella, il superiore diceva al servo: "Non c'è da stupirsi che sia così brutto: si sarà deformato la bocca a forza di dire scemenze. Qui abbiamo meno di trecento stanze tutto compreso, fra sale, torri e gallerie, e lui ne vuole mille per mettersi a letto. Da dove dovremmo tirarle fuori?"
"Maestro, mi scoppia la milza dalla paura. Rispondetegli voi come volete."
Il superiore, tremando come una foglia, gridò: "Reverendo, questo monastero è troppo piccolo e povero per le vostre esigenze. Provate da un'altra parte."
Prima di rispondere, Scimmiotto andò in mezzo al cortile, diede alla sua sbarra il diametro di una tazza e la piantò per terra: "Bonzi, se la mettete così: fuori! Sloggiare!"
"Noi abitiamo qui sin da fanciulli, questi luoghi sono stati trasmessi dai patriarchi ai nostri maestri, e noi li trasmetteremo ai nostri discendenti. Si rende conto di quello che dice, quell'impudente? Figuriamoci se sloggiamo!"
"Signore" rispose il servo, "è terribilmente scomodo, ma forse sloggiare è il meno peggio. Guardate che grosso palo ha con sé! Che cosa accadrebbe se lo usasse?"
"Sei matto, dove vorresti andare? La nostra comunità, fra giovani e vecchi, conta cinquecento persone. Come si fa a sloggiare senza saper dove andare?"
"Se non sapete dove andare" intervenne Scimmiotto che aveva sentito, "mandate qui qualcuno. Darò una dimostrazione di come lavora il mio randello."
"Vai lì, vediamo come lavora il randello" ordinò il superiore al servo.
"Signore" rispose questi in preda al panico, "non mi potete chiedere di finire i miei giorni sotto quel palo!"
"Un'armata si monta in mille giorni e si smonta in un mattino. Non puoi rifiutarti di andare!"
"Ma quel palo, solo a sfiorarmi, mi ridurrà in poltiglia."
"Vai e toglilo da là! Non capisci che, se resta piantato nel cortile, quando la notte mi capita di attraversarlo per fare i miei bisogni, ci potrei inciampare e rompermi la testa?"
"Maestro, se sapete che è tanto pericoloso, perché chiedete a me di andarlo a collaudare?"
Mentre litigavano, Scimmiotto pensava: "Che posso fare? Se ammazzo qualcuno, il maestro ricomincerà a rimproverarmi la violenza. Bisogna che trovi un altro modo per spaventarli."
Accanto all'ingresso della cella del superiore c'era un grande leone di pietra: un colpo della sbarra, e cadde in polvere. Il bonzo, che guardava dalla finestra, si sentì le gambe molli e si nascose sotto il letto. Il servo cercava di infilarsi sotto il forno e diceva: "Avete visto, signore, com'è pesante quel bastone? Diamogli retta, che altro si può fare?"
"Bonzi" gridò Scimmiotto, "non vi spaventate: non vi voglio picchiare. Ma ditemi: quanti monaci ci sono in questo monastero?"
"Ci sono duecento ottantacinque celle" rispose tremando il superiore, "e cinquecento monaci ordinati con certificato."
"Va bene. Fai l'appello di tutti i cinquecento monaci, falli vestire da cerimonia e schierali per ricevere il mio maestro, che viene dalla corte dei Tang. A queste condizioni, non vi picchierò e vi lascerò restare."
"Non ci picchiare! Dovessi portarlo in spalla, il nostro ospite, lo porterò!"
"Su, non perdiamo tempo."
Il superiore si rivolse al servo: "Comunque sia ridotta la tua milza - e anche il tuo cuore, se è per questo - dovrai andare a chiamare tutti per accogliere il nostro eminente signore, il monaco cinese."
Il servo non poteva far altro che correre il rischio. Tuttavia non osò uscire dalla porta, ma scivolò dalla gattaiola sul lato posteriore, corse alla sala principale e si mise a batter tamburi a est e percuoter campane a ovest. I monaci dei due portici accorsero in folla: "Non è ancora scesa la sera; perché suoni tamburi e campane?"
"Svelti, andate a cambiarvi e vestitevi da cerimonia" rispose il servo. "Vi dovete schierare agli ordini del superiore per fare accoglienza al gran signore che viene dalla corte dei Tang."
I monaci si prepararono e si misero in fila. Alcuni si erano avvolti nel kasâya, altri portavano la tunica lunga; quelli che non avevano di meglio, si erano infilati vesti a campana; e i più poveri, che non avevano altra veste, si drappeggiavano in qualche modo nel sarong. Scimmiotto chiese: "Ma che modo di vestirsi è questo?"
"Signore, non ci picchiate!" rispondevano. "Fateci spiegare: il tessuto ci è stato donato in elemosina, in città; ma qui non ci sono sarti. Li abbiamo confezionati noi come sapevamo; è quello che si dice: drappeggiarsi nella povertà."
Scimmiotto se la rideva fra sé. Li portò davanti al portale e li fece inginocchiare in bell'ordine. Il superiore batteva la fronte al suolo e gridava: "Nobile signore dei Tang, entrate, accomodatevi!"
"Maestro, a quanto pare era davvero colpa vostra" commentò Porcellino. "Guardate che differenza! Voi eravate tornato indietro con gli occhi gonfi di lacrime, facevate la smorfia come se vi avessero appeso un'ampolla d'olio al labbro superiore. Che astuzie avrà usato il condiscepolo, per farli arrivare addirittura alle prosternazioni?"
"Bestione mio" rispose Tripitaka, "di riti non te ne intendi. Dice il proverbio: i cattivi, li teme anche il diavolo."
Le prosternazioni mettevano a disagio Tripitaka, che avanzò per farle cessare.
"Se vostra signoria può mettere una buona parola per noi, perché il vostro discepolo non usi il suo palo, a noi non peserà nemmeno restare inginocchiati per un mese intero."
"Consapevole del Vuoto, sai che non si deve picchiare."
"Non li ho proprio toccati" assicurò Scimmiotto, "e lo potete constatare: son tutti vivi."
Bisognò insistere perché i monaci si alzassero: chi corse a prendere le briglie del cavallo, chi si caricò dei bagagli, chi sollevò su una sedia gestatoria il monaco cinese, chi si prese in spalla Porcellino, chi prese Sabbioso per mano. La folla li guidò all'interno, verso la residenza del superiore, dove tutti presero posto.
I monaci ricominciavano cerimonie e saluti, quando Tripitaka prese la parola: "Vi prego, superiore, rialzatevi. Tregua alle cortesie, voi viziate il povero monaco che sono. Voi e io siamo pur discepoli del Buddha."
"Vostra signoria è l'inviato imperiale di un paese sovrano, e io sono venuto meno ai miei doveri di ospitalità. Quando vi siete presentato sulla nostra montagna desolata, i miei occhi volgari non hanno saputo riconoscere la vostra eminente dignità, né apprezzare la fortuna di questo incontro inatteso. Mi è permesso rivolgere a vostra signoria una domanda? Durante il vostro viaggio mangiate di magro o no? Dovremmo preparare il banchetto."
"Certo, mangiamo di magro."
"Non così i vostri discepoli?"
"Mangiamo di magro anche noi" replicò Scimmiotto, "fin da prima di nascere."
"Davvero, monsignore, questi omaccioni mangiano di magro?"
Un bonzo più temerario degli altri si fece avanti per domandare: "È lecito chiedere quanto riso bisogna mettere al fuoco?"
"Che domande!" intervenne Porcellino. "Ne basterà un quintale, ignoranti!"
I monaci si affrettarono a nettare vasi e fornelli, ciascuno si impegnò nella preparazione del pasto. Si portarono lampade accese, si disposero tavoli e seggiole, per convitare adeguatamente il monaco cinese.
Quando maestro e discepoli ebbero consumato la cena, i monaci sparecchiarono la tavola e Tripitaka ringraziò: "Nobile superiore, vi abbiamo recato molto disturbo."
"Nemmeno per sogno, la nostra accoglienza è stata ben modesta."
"Potremo riposare qui?"
"Un momento di pazienza. Lasciatemi dare le disposizioni necessarie." Si rivolse all'intendente: "Hai a disposizione i tuoi uomini?"
"Certo, maestro."
"Mandane due a prendere la paglia per la lettiera del cavallo di sua signoria. Gli altri devono spazzare con cura la sala di meditazione a tre arcate, disporre i letti e invitare sua signoria al riposo."
I servi eseguirono, e quando tutto fu pronto invitarono il reverendo cinese a coricarsi. Maestro e discepoli lasciarono la residenza del superiore e si trasferirono nella sala di meditazione. Trovarono l'ambiente ben illuminato, con quattro letti di canna d'India disposti lungo le pareti. Scimmiotto, che aveva condotto il cavallo con sé, gli fece portare del fieno e ordinò ai servi di ritirarsi. Tripitaka si sedette al centro. I cinquecento monaci lo circondavano in due gruppi, senza osare di chiedere congedo. Tripitaka disse loro: "Vi prego di ritirarvi, perché il povero monaco che sono possa prendere qualche riposo."
Ma i monaci non osavano andarsene, perché il superiore aveva loro raccomandato di accertarsi che sua signoria fosse soddisfatto di ogni cosa. Bisognò che Tripitaka confermasse: "Ho tutto quello che mi serve, potete andare."
Tripitaka si alzò e uscì per soddisfare un bisogno. Vide la luna che splendeva nel cielo e chiamò: "Discepoli miei!"
Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso corsero da lui. Commosso dalla limpida chiarità della luna nella volta di giada del cielo notturno, preso da nostalgia per il paese natale, egli improvvisò questo poema in stile antico:
L'anima chiara si rimira
Nello specchio sospeso su nel cielo:
Esso illumina torri di diaspro,
Ed ogni cosa avvolge
Dentro un involucro d'argento.
In mille luoghi si diffonde
Pura luce attraverso l'aria fresca.
Lente di ghiaccio appesa in cielo
Nella notte più limpida dell'anno.
Dietro la sua fredda finestra
La guarda il viaggiatore solitario.
I poemi di Yu Liang e Yuan Hong,
Composti in barca nella notte,
Dalla storia ufficiale son trasmessi.
In languida coppa galleggia
Per chi solo sta a bere. Ma la corte
Ne è tutta illuminata. Canta
La pi pa nella notte il suo candore.
Viene stasera a rallegrarmi
Al monastero. Ma mi chiedo: quando
Mi accompagnerà alla mia terra?
Scimmiotto fece le sue considerazioni: "Maestro, si vede dal vostro poema che voi vedete solo il chiar di luna e che vi riempie il cuore di nostalgia. Ma ignorate il significato dell'astro della notte, che è come riga e squadra dei caratteri inerenti ai fenomeni della natura ed è più antico di loro. Dopo trenta giorni, il metallo della sua anima yang, maschio e celeste, si dissipa completamente; il disco si riempie dell'acqua della sua anima yin, femmina e terrestre, e perde ogni splendore: la luna è oscurata. A questo punto si accoppia con il sole; in un periodo di due giorni la luce solare la penetra e la rende incinta. La terza notte appare una parte di yang, l'ottava notte un'altra parte: a questo punto l'anima maschio occupa metà dell'anima femmina, i due elementi sono in equilibrio come sulla corda; infatti il primo quarto si chiama 'corda superiore'. Il quindicesimo giorno lo yang è completo nelle sue tre parti; la luna è perfetta e perciò si chiama 'speranza'. Il sedicesimo giorno rinasce una prima parte di yin, e il ventiseiesimo una seconda parte. L'anima femmina occupa allora metà dell'anima maschio e gli elementi sono di nuovo in equilibrio: l'ultimo quarto si chiama 'corda inferiore'. Il trentesimo giorno è la volta dello yin di completare le sue tre parti; la luna si oscura e il ciclo ricomincia. Questo è il senso del processo che crea l'universo e che esisteva già prima di esso. Se riusciamo a nutrire in noi i due otto sino a raggiungere la perfezione del doppio nove, ci sarà facile vedere il Buddha, e anche ritornare alla nostra terra. Lo attestano i versi:
Fra il primo e l'ultimo quarto
Le pozioni son deboli,
I soffi sono esausti.
Prendi ciò che ti spetta dei prodotti del forno:
Nell'Ovest giungerai con la tua volontà."(38)
Tripitaka comprese il discorso e ne penetrò la profonda verità. Pieno di gioia, ringraziò calorosamente Scimmiotto. Sabbioso intervenne ridendo: "Il nostro maestro e condiscepolo ha detto molte cose dello yin e dello yang, ma non questa:
Acqua e fuoco si tengono per mano,
Ciascuno segue il suo destino.
Terra madre decide interamente
La loro unione. I tre si trovano
Senza competizione né conflitto,
Perché l'acqua è nel fiume
E la luna è nel cielo."
Anche questa fu una rivelazione per il reverendo, come se qualcuno aprisse la finestra del suo spirito. È il caso di ricordarlo:
Comprendere un concetto ne apre mille,
È immortale chi coglie la non-nascita.
Porcellino si sentì in dovere di dir la sua. Si fece avanti, trattenne il reverendo per un lembo della veste e gli disse: "Maestro, non rischiate di perdere il sonno per ascoltare le loro divagazioni. Quanto alla luna,
Se da magra divien tonda
E la pancia si arrotonda,
È perché nella scodella
Come me va a biascicare.
Cercan essi intelligenza,
Ed io stupido rimango:
Ma vi giuro, è sufficiente
Per andare su nel cielo
Agitar con diligenza
Il codino sul sedere!"
"Va bene" disse Tripitaka; "ora sarà meglio che andiate a letto, discepoli miei; abbiamo avuto una giornata faticosa. Io leggerò un capitolo di questo sutra."
"Mi sembra strano, maestro" si stupì Scimmiotto. "Credevo che conosceste a memoria tutti i sutra disponibili, dal momento che li studiate fin da bambino; e quelli nuovi, del Grande Veicolo, non li abbiamo ancora ottenuti. Che cosa può essere questo sutra che ora volete leggere?"
"Da quando ho lasciato Chang'an ho molto camminato, ma letto ben poco. Non vorrei perdere la familiarità che avevo acquistato fin da giovane con questi testi. Perciò approfitto della nostra sistemazione tranquilla e confortevole di questa notte, per dedicare un po' di tempo alla lettura."
"In questo caso, non vogliamo disturbarvi."
I tre si coricarono nei letti di canna d'India. Il reverendo chiuse la porta della sala di meditazione, smoccolò il lucignolo della lampada d'argento, srotolò il testo sacro e si immerse a suo agio nella lettura. Era il momento in cui
Tutto tace; dall'alto della torre
Batte il tamburo un colpo nella notte.
I pescatori han spento i loro fuochi,
Riposano i battelli nella baia.
Se non sapete, in fin dei conti, che cosa può avvenire in una notte così dolce e silenziosa, vi converrà ascoltare il seguito.