Tripitaka, seduto nella sala di meditazione del Monastero del Bosco Sacro, ora salmodiava la litania dell'acqua dell'imperatore Liang, ora leggeva alla luce di una lampada l'autentico sutra del Pavone. Alla terza veglia, verso mezzanotte, mentre pensava di rimettere i rotoli nella sacca e di andarsi a coricare, si alzò uno strano vento lamentoso, che scuoteva la porta e faceva vacillare la fiamma della lampada: temette che si spegnesse e si affrettò a proteggerla con una manica. Fra le ombre inquiete che si proiettavano sulla parete, fu preso da brividi d'angoscia; ma si sentiva così stanco che finì per appoggiare il capo sulla tavola e si addormentò di un sonno agitato. Dietro gli occhi chiusi, il suo spirito restava vigile e le orecchie continuavano a percepire il sibilo di quel vento del sepolcro.
Soffia, sibila e muggisce,
Spazza via le foglie morte.
Corrono le nubi in cielo
E s'oscurano le stelle.
Sulla terra si sollevano
Sabbia e polvere dovunque.
Prima è una gentile brezza,
Va fra i pini ed i bambù.
Poi uragano scatenato
Che ti strappa le finestre,
Disorienta i pesci in mare,
Lascia tutti a bocca aperta,
Dèi e diavoli. Vien spento
Delle lampade ogni lume
Di saggezza. Nella sala
Ogni vaso è rovesciato,
Cade dal brucia profumi
Sul tappeto bigia cenere,
Le candele son ridotte
A fumare tutte storte.
I tendaggi e i baldacchini
Son strappati. Le terrazze
E le torri sono scosse
Dalle loro fondamenta.
Nel torpore del sonno quel vento continuava a gemere in sogno, e portò al reverendo un mormorio sordo e triste che veniva dall'esterno e implorava: "Maestro!"
Intuì che sull'uscio stava ritto un uomo zuppo d'acqua dalla testa ai piedi, che versava lacrime e ripeteva l'implorazione: "Maestro, maestro!"
"Sarai una lamia, una strega o un vampiro, o qualche altro mostro perverso che è venuto a prendersi gioco di me a quest'ora della notte" diceva Tripitaka. "Ma io non sono di quelli che si macchiano d'ira, e tanto meno di concupiscenza. Io sono un monaco illustre, di immensa rettitudine; i grandi Tang delle terre dell'Est, pensa!, mi hanno incaricato di una missione ufficiale per cercare sacre scritture. E la mia meta è nientemeno che il Paradiso dell'Ovest, il Buddha! Sono accompagnato e servito da tre discepoli, nobili eroi che abbattono tigri e draghi, guerrieri valorosi che sono sperimentati nel far piazza pulita di ogni specie di mostri. Te lo dico perché sono buono: se ti vedono, ti riducono in polvere. Fuggi finché puoi, allontanati subito e non ritornare mai più!"
"Maestro, io non sono né una strega, né una lamia, né un mostro" rispondeva l'uomo sull'uscio.
"Se non lo sei, che cosa vieni a fare qui a quest'ora?"
"Maestro, ma aprite dunque gli occhi, e guardatemi!"
Tripitaka alzò il capo, spalancò gli occhi e guardò:
Alta corona di sovrano in capo,
La cintura di giada smeraldina,
Draghi e fenici sulla ricca veste,
Gli stivali di nuvole dorate.
Regge scettro di giada tempestato
Di stelle. Ha il portamento del Signore
Di civiltà Wenchang. Ricorda in volto
L'imperatore della Lunga Vita.
La maestosa visione lasciò Tripitaka smarrito. Balzò in piedi, si inchinò premurosamente più volte e infine riuscì a padroneggiarsi abbastanza da chiedere: "Qual'è il vostro regno, maestà? Prego vostra maestà di volersi accomodare."
Tese anche la mano per dargli sostegno, ma brancolò nel vuoto. L'uomo non si muoveva.
"Parlatemi del vostro regno. Ci saranno stati disordini, rivolte; sarete stato tradito e inseguito, per costringervi a fuggire e cercare salvezza qui nel cuore della notte. Ve ne prego, raccontate."
Mentre racconta va spargendo lacrime,
Ed il racconto ne svela il motivo.
"Maestro" rispose, "la mia residenza si trova a ovest, a quaranta li da questo monastero. Laggiù è la città circondata di mura e di fossati che era la mia capitale."
"Come si chiama?"
"Quando fondai il mio regno, le diedi il nome di Città del Gallo Nero."
"E che cosa ha condotto vostra maestà a questa triste situazione?"
"Ah, maestro! Tutto incominciò con una spaventosa siccità, che durò cinque anni: non cresceva più un filo d'erba, la gente moriva di fame."
"Maestà" commentò Tripitaka scuotendo la testa e sorridendo come chi la sa lunga, "non ci dicono forse gli antichi: se il paese ben provvide, anche il cielo gli sorride? Suppongo che non avrete avuto la necessaria compassione per la popolazione. Come avete potuto abbandonarli nella carestia? Avreste dovuto aprire i vostri granai per soccorrere i sudditi, pentirvi dei vostri torti passati, ristabilire il bene, amnistiare e liberare le vittime dell'ingiustizia. Allora avreste acquistato la benevolenza del Cielo e avreste goduto di venti e piogge secondo il bisogno."
"I miei granai si ridussero vuoti, i miei redditi si esaurirono. Dovetti sospendere il pagamento degli stipendi dei funzionari civili e militari, e rinunciare ad aver carne in tavola. Seguii l'esempio del re Yu quando bonificò la Cina, condivisi le sofferenze della popolazione, mi purificai e osservai l'astinenza, pregai e offrii incenso giorno e notte. Feci tutto questo per tre anni, e il risultato fu che non rimase goccia d'acqua nei fiumi e nei pozzi di tutto il paese. Comparve allora un prete della setta della Verità Completamente Sublimata, che proveniva dai monti dell'Estremo Sud e sapeva mutare le pietre in oro e provocare venti e piogge. Dapprima visitò i mandarini civili e militari, poi si presentò a me e fu incaricato di innalzare un altare. In effetti le sue preghiere furono esaudite: bastò che battesse le sue tavolette, e cadde una pioggia torrenziale. Gli avevo chiesto tre piedi d'acqua, ma lui mi assicurò che non bastavano per riportare l'umidità in un terreno tanto secco, e ne fece cadere due pollici in più. Era stato così utile e magnanimo, che gli giurai fratellanza con la cerimonia degli otto inchini."
"Sarà stata una grande gioia per vostra maestà."
"Perché dite questo?"
"Perché quel prete era capace di dare pioggia a richiesta, ma anche di trasformare le pietre in oro. Non doveva mancarvi nulla: perché avete abbandonato la vostra città per venire qui?"
"Vissi con lui due anni. Una volta, in primavera, quando fioriscono mandorli e peschi e i ragazzi di buona famiglia girano in comitiva a godersi lo spettacolo della fioritura, passeggiavamo lentamente da soli; i mandarini civili e militari se n'erano ritornati alle loro case e le spose reali si erano ritirate nei loro appartamenti. Entrammo nel parco reale e giungemmo al grande pozzo ottagonale. Lui ci gettò dentro qualcosa che ne riempì tutta la cavità di una gran luce dorata, e mi invitò a guardare; io mi sporsi e lui mi spinse giù. Caddi sino in fondo con un tonfo, e lui collocò sull'imboccatura una lastra di pietra. Coprì poi la lastra con terriccio e vi piantò un banano. Povero me! Da tre anni giaccio morto e invendicato in fondo a quel pozzo."
A udirlo dichiararsi fantasma, il monaco si sentì venir meno, le gambe si piegavano e gli si rizzavano i capelli. Commentò: "Però è difficile credere a quanto dice vostra maestà. Se siete morto da tre anni, come mai non sono state fatte ricerche dai mandarini civili e militari, che dovrebbero recarsi all'udienza almeno ogni tre giorni, e dalle stesse regine dei tre palazzi?"
"Maestro, è difficile incontrare al mondo una persona con i poteri magici di quel prete. Dopo avermi ucciso, assunse subito le mie sembianze e si impadronì delle mie terre e del mio regno. Né i quattrocento funzionari di corte, né le regine dei tre palazzi, né le concubine reali delle sei residenze, nessuno si accorse di nulla."
"Perché vostra maestà non ha reagito?"
"Come avrei potuto reagire?"
"Capisco che il mostro abbia il potere di usurpare il trono senza che nessuno se ne accorga; ma voi, benché morto, vedete tutto chiaramente. Potevate querelarvi ai giudici infernali del torto che subivate."
"I suoi poteri e le sue relazioni sono maggiori di quanto immaginate. Il dio tutelare della città è suo compagno di bevute, il re drago degli oceani gli è devoto, l'uguale al cielo del Picco dell'Est è un suo buon amico e i dieci giudici infernali si considerano suoi fratelli. È completamente inattaccabile."
"Vedo. Mi sto chiedendo: se vostra maestà non è in grado di trovare rimedio nemmeno nel mondo in cui abita, che cosa viene a cercare in quello dove abito io?"
"Maestro, non mi sarei permesso di importunarvi senza motivo, io che sono soltanto una povera anima in pena. Ma ho incontrato presso la porta di questo monastero un assembramento di divinità che seguono passo per passo il vostro cavallo. Sono state le divinità vigili della notte ad avvertirmi che i miei tre anni di prova sotto le acque sono compiuti, e a esortarmi a venire alla vostra presenza. Mi hanno detto che il vostro discepolo anziano è il Grande Santo Uguale al Cielo, grande sgozzatore di mostri e sterminatore di diavoli. Vi supplico con cuore sincero di volervi recare nel mio regno, per impadronirvi del mostro e mettere in chiaro il vero e il falso. Ve ne sarò eternamente riconoscente e saprò ricompensarvi del beneficio."
"Se ben capisco, l'intenzione di vostra maestà è di incaricare il mio discepolo di eliminare il mostro."
"Proprio così."
"Non so che cos'altro sappia fare quel ragazzo, ma devo ammettere che catturare diavoli sembra proprio il suo mestiere. Tuttavia espletare l'incarico sarà più difficile che conferirlo."
"Quali difficoltà vedete?"
"Il mostro vi ha sostituito in tutto, potrà contare sull'ubbidienza dei vostri mandarini e sull'amore delle vostre mogli. Il mio discepolo non si potrà buttare sconsideratamente all'attacco (per quanto non manchi certo di aggressività). Infatti rischieremmo di essere arrestati per complotto contro lo stato, imprigionati, condannati per alto tradimento; non sarebbe allora come dipingere una tigre che sembra un cane, o scolpire un airone con l'aspetto di papero?"
"A corte rimane qualcuno che tiene per me."
"Bene! Suppongo che sarà qualche capo di grande famiglia, esiliato chissà dove a guardia delle frontiere?"
"No, è mio figlio, il principe ereditario."
"Probabilmente il mostro lo avrà bandito."
"Sinora non lo ha fatto. Ma gli è consentito stare esclusivamente nella Sala delle Campanelle d'Oro o nella Torre delle Cinque Fenici; discute di libri con i letterati o si intrattiene con il prete taoista. Non vede sua madre da tre anni, l'ingresso nel palazzo della regina gli è vietato."
"Come mai?"
"È uno stratagemma del mostro, il quale teme che madre e figlio, conversando fra loro e mettendo a confronto le loro impressioni, subodorino la verità."
"La vostra disgrazia dev'essere predestinata dalla provvidenza celeste, come quella che toccò a me. I pirati uccisero mio padre e rapirono mia madre. Io nacqui tre mesi dopo, fui affidato al mare e mi salvai perché ebbi la fortuna di essere trovato dal compassionevole maestro del Monastero della Montagna d'Oro, che mi allevò. La mia giovinezza, come quella di vostro figlio, trascorse senza i genitori: è un triste destino! Ma come si può entrare in contatto con il principe ereditario? I suoi movimenti sono controllati, non può vedere sua madre. Che scusa può consentire a un semplice monaco di avvicinarlo?"
"Domattina si allontanerà dalla corte."
"Dove andrà?"
"Uscirà dalla città di buon'ora per andare a caccia, in compagnia di tremila cavalieri e uomini appiedati, con cani e falconi. Bisogna che lo incontriate, maestro. Se gli ripeterete ciò che vi ho raccontato, vi crederà."
"Come mi potrà credere? Non ha che occhi mortali, trascorre la sua vita nel palazzo reale, vede ogni giorno il mostro e lo chiama 'real padre'."
"Vi lascerò un pegno per convincerlo che dite il vero."
Il re porse lo scettro di giada bianca incrostato d'oro che teneva in mano: "Questo sarà il pegno."
"Sarà riconoscibile da lui?"
"Certo. Quando il prete della Verità Completamente Sublimata prese il mio aspetto, gli mancava soltanto questo segno. Ritornato al palazzo, raccontò che il mago della pioggia glielo aveva sottratto ed era fuggito; l'oggetto non fu più ritrovato. Quando mio figlio lo vedrà, ricorderà chi lo portava e accetterà di vendicarmi."
"D'accordo. Dove volete incontrare il mio discepolo?"
"Ora mi devo allontanare. Voglio chiedere alle divinità vigili della notte di sospingermi con un colpo di vento fino al palazzo della regina: le apparirò in sogno e le raccomanderò di intendersi con nostro figlio, per agire d'accordo con voi, maestro, e con il vostro discepolo."
Tripitaka acconsentì: "Così sia; andate."
L'anima in pena si prosternò per congedarsi e Tripitaka si fece avanti per aiutarla a sollevarsi; ma incespicò, barcollò e si risvegliò improvvisamente alla fiamma vacillante della lampada: era stato un sogno. Chiamò febbrilmente: "Discepoli miei, vi prego!"
"Nespoli miei? Quali nespoli?(39)" borbottò Porcellino aprendo gli occhi. "Bei tempi, quand'ero un allegro brigante e mi mangiavo delle belle bisteccone di carne umana! Bisognava proprio che quello lì abbandonasse la famiglia e che noi gli corressimo dietro! Mi avevan detto che sarei stato bonzo, ma sono schiavo: di giorno a portar valigie, di notte pitali; dormo ai suoi piedi e li sento puzzare. E a quest'ora lui ancora non dorme: chiama!"
"Discepoli, mi ero assopito e ho fatto un sogno molto strano."
Scimmiotto saltò su: "Maestro, si sa che i sogni vengono dall'immaginazione, e la vostra è inquieta per la paura. Vi basta vedere di lontano una montagna per immaginarla piena di mostri, e vi rode il timore di non saper venire a capo di una strada così lunga. Non pensate che a Chang'an e a quando ci tornerete. In queste condizioni, è naturale che facciate sogni a bizzeffe. Guardate me: vedo le cose come sono, penso solo alla nostra meta, e non sogno mai."
"Caro discepolo, non ho fatto sogni di nostalgia. Appena chiusi gli occhi, in una folata di vento lamentoso mi si è presentato il re del paese del Gallo Nero: piangeva ed era zuppo d'acqua."
E raccontò il colloquio a Scimmiotto in ogni particolare.
"Mi pareva!" esclamò ridendo il suo ascoltatore. "Viene a trovare voi, ma il lavoro è per me. Evidentemente questo usurpatore è un essere malefico. Comunque mi sta bene di andarlo a smascherare: dove si abbatterà il mio randello tutto verrà in chiaro, qualunque sotterfugio possa tentare il mostro."
"Sembra che abbia poteri magici molto estesi."
"Può darsi, ma non mi fa paura. Ci metterà poco a rimpiangere di avermi incontrato."
"A proposito, il re mi ha lasciato un pegno per convincere suo figlio."
"Lasciate stare, non perdete la bussola! Non avevate detto che era un sogno?"
Intervenne Sabbioso: "Se non credi sia dritto ciò che è dritto, guàrdati dalla malvagità di ciò che è buono: accendiamo una torcia, apriamo la porta e vediamo!"
Scimmiotto aprì la porta. La luce della luna illuminava i gradini: sul bordo del primo giaceva davvero uno scettro di giada bianca incrostato d'oro. Porcellino si fece avanti per raccoglierlo: "Cos'è questa roba, fratello?"
"Sarà il tesoro che reggeva il re, lo scettro di giada" rispose Scimmiotto. "Maestro, ecco qui l'oggetto; dunque il sogno era veritiero. Mi incarico io della cattura del mostro, ma vi devo chiedere di disporvi a ricevere tre colpi del destino."
"C'era da aspettarselo!" s'indignò Porcellino. "Che bisogno avevate di far sogni e di andarglieli a raccontare? Scimmiotto è sempre stato bravo a mettere la gente nei guai: e adesso vi farà incassare i colpi del destino."
"Di che si tratta?" domandò Tripitaka.
"Dovrete portare la giara, subire la collera e prendervi la peste."
"Una sola di queste cose sarebbe un bel guaio" sghignazzò Porcellino. "Come fare a sopportarle tutte e tre?"
Il monaco chiese: "Spiegami il loro significato."
"Per ora sarebbe inutile" rispose Scimmiotto. "Vi devo consegnare una cosa."
Si strappò un pelo e lo trasformò in un cofanetto laccato di rosso e decorato d'oro, vi mise lo scettro di giada bianca e disse: "Tenete. All'alba indosserete il vostro kasâya di broccato e vi metterete seduto a recitare sutra nella sala principale. Io darò un'occhiata in città. Se si tratta davvero di un mostro, lo ucciderò e acquisteremo un merito in più. Ma se non lo fosse, dovremmo guardarci dal provocare disordini."
"D'accordo" approvò Tripitaka.
"Vedremo se il principe ereditario uscirà davvero dalla città, come diceva il sogno. Se lo farà, lo condurrò da voi; in caso contrario, non ci muoveremo."
"Se verrà, come gli dovrò parlare?"
"Troverò modo di avvisarvi. Voi solleverete il coperchio del cofanetto, perché mi ci possa introdurre: prenderò la forma di un bonzo in miniatura, alto due pollici. Arrivato al monastero, il principe verrà a pregare il Buddha, ma voi farete finta di non vederlo. Vedrete che vi farà arrestare; e voi dovrete subire quello che vorrà, anche se ordinasse di battervi, legarvi o ammazzarvi."
"Ahimè! E se mi facesse ammazzare davvero?"
"Restate quieto e non temete: ci sarò io a proteggervi, non vi accadrà nulla di male. Se vi rivolge domande, potrete dire che siete un monaco delle terre dell'Est in missione imperiale, che cercate le scritture e recate doni al Buddha. Se vi chiede di quali doni si tratta, risponderete che uno è il vostro kasâya di broccato, ma è un dono di terza classe, e ce ne sono anche di prima e di seconda. Trovate il modo di mostrargli il cofanetto, e ditegli che contiene un tesoro che conosce cinque secoli del passato, cinque del futuro e cinque di mezzo: dunque conosce per filo e per segno i fatti di mille cinquecento anni. A questo punto troverà me nel cofanetto, e gli dirò io ciò che avete appreso in sogno. Se mi crederà, vendicherò suo padre e catturerò il mostro; ne dovremmo pur ricavare una certa rinomanza. Se non mi crederà, provate a mostrargli lo scettro di giada bianca; ma temo che sia troppo giovane perché gli dica qualcosa."
"Discepolo mio, mi sembra un bel piano. Vediamo: i doni hanno nome kasâya di broccato e scettro di giada bianca; ma a te quale nome darò?"
"Mi chiamerete fabbrica re."
Tripitaka ne prese nota. Per il resto della notte non riuscirono a chiudere occhio: avrebbero voluto chiamare subito il sole dal paese del fusang e disperdere in un soffio le stelle del cielo.
Non appena albeggiò, Scimmiotto raccomandò a Porcellino e Sabbioso di non muoversi per il convento, a evitare qualunque occasione di attrito con i monaci: "Aspettate il mio ritorno. Quando tutto si sarà concluso come si deve, ci muoveremo e ci divertiremo insieme."
Fece una capriola nello spazio e i suoi occhi di fuoco localizzarono subito la città, quaranta miglia più avanti sulla strada dell'Ovest. Osservando attentamente si rese conto che sopra di essa vari strati di miasmi diabolici ristagnavano in cielo, appena mossi qua e là da qualche soffio malefico. Commentò sospirando: "Se il vero re fosse sul trono, si vedrebbero nubi e luci di buon augurio. Solo la presenza di un usurpatore può spiegare questi oscuri vapori."
Si udì un colpo di cannone, la porta verso est si aprì e ne uscirono cavalieri e uomini appiedati: una grande spedizione di caccia, delle dimensioni di un esercito.
Lasciano all'alba la città proibita
Ed avanzano verso la brughiera.
Bianchi cavalli corrono nel vento,
Rosse bandiere brillano nel sole.
Rullare di tamburi, urti di lance.
I falconieri avanzano con piglio
Selvatico e feroce, più marziali
Sono i mastri dei cani. Trema il cielo
Ai colpi di cannone. C'è chi appresta
Il rosso vischio; c'è chi tende l'arco
E la balestra; chi stende le reti
A pie' del colle; chi dispone trappole
Sui sentieri del bosco. I cavalieri
Vanno incalzando l'orso e la pantera
Con fragore di tuono. Non è facile
Salvar la pelle per l'astuta lepre,
Né è sufficiente l'astuzia del cervo:
Persin la volpe non ha vie d'uscita.
Dove potran volarsene il fagiano
Ed il gallo cedrone? La montagna
Vien scrupolosamente rastrellata:
Per abbatter gli uccelli taglian gli alberi.
Uscita dalle mura, tutta questa gente attraversò i sobborghi orientali della città e si incamminò nella brughiera sino a un altipiano distante una ventina di li. Dominava la truppa un giovanissimo generale, con elmo e corazza, cintura fiorita di diciotto placche, una spada preziosa dalla lama di acciaio brunito e un grande arco alla cintura. Cavalcava un baio e aveva un portamento fuori del comune, da vero drago. Il nobile volto spirava dignità regale.
"Non c'è da sbagliare, quello è il principe ereditario. Gli faremo uno scherzetto" si rallegrò il Novizio in osservazione sulla sua nuvola.
Il bravo Scimmiotto discese a terra, si trasformò in una lepre bianca e schizzò via di corsa davanti agli zoccoli del cavallo del principe. Questi raccolse con entusiasmo la provocazione e scoccò una freccia, che raggiunse la lepre al muso. O almeno così parve; in realtà Scimmiotto era stato tanto destro e rapido da afferrarla al volo fra i denti.
Convinto di aver ferito la lepre di giada, il principe spronò il cavallo e perse il contatto con i suoi. Non si rese conto che quella strana lepre regolava la sua corsa sul galoppo del cavallo, in modo da mantenere inalterata la breve distanza che li separava. Ma per quanto fossero vicini, quando giunsero davanti a un monastero, la lepre scomparve.
In realtà Scimmiotto aveva raggiunto precipitosamente Tripitaka per avvertirlo: "Maestro, ecco che arriva!" e si era trasformato in un monacello non più alto di un paio di pollici, infilandosi nel cofanetto.
Il giovane principe si avvicinò alla porta e vide infissa nello stipite la freccia che aveva colpito l'animale; ma della lepre di giada non v'era traccia. Si disse stupefatto: "Non ho mai visto una cosa simile. Quell'animale dev'essere la metamorfosi di un essere malefico."
Strappò la freccia e alzò gli occhi alla scritta:
MONASTERO DEL BOSCO SACRO, FONDAZIONE IMPERIALE
"Ho già sentito parlare di questo posto. Ricordo che, vari anni fa, il re mio padre offrì ai suoi bonzi oro e seta per arredare una sala dedicata al Buddha ed erigervi delle statue. Non pensavo di capitare qui, ma dopo tutto
Se a caso incontri un monaco, guadagni
Il gusto, dentro l'incostante filo
Dei giorni, di ciarlar mezza giornata.(40)
Andiamo a dare un'occhiata."
Smontò da cavallo; mentre stava per entrare, sopraggiunsero i suoi cacciatori. Tutta la grande folla si accalcò nel monastero; mentre i monaci, allarmati, correvano a riceverli prosternandosi, e li guidavano poi verso la sala principale per rendere omaggio alla statua del Buddha.
Il principe si apprestava a percorrere i porticati per ammirare il paesaggio quando, guardandosi intorno, vide un bonzo seduto immobile in mezzo alla sala.
"Che impudente!" esclamò indispettito. "Capisco che non ci sia venuto incontro, dal momento che siamo capitati qui senza preavviso. Ma non può restarsene seduto come se niente fosse. In me risiede metà della maestà regale: perciò è tenuto ad alzarsi e a rendere omaggio." E ordinò: "Prendetelo!"
I suoi ufficiali risposero subito: "Agli ordini!"; mentre Scimmiotto, dentro il cofanetto, pregava le divinità protettrici: "Divinità che proteggete la legge, io mi propongo di abbattere il mostro, ma il principe ereditario, che non lo sa, vuole arrestare il mio maestro. Tocca a voi proteggerlo; se non lo fate, ve ne terrò responsabili."
Le divinità non osavano certo disobbedire al grande santo. Circondarono Tripitaka di una barriera tale, che nessuno avrebbe potuto stender la mano a sfiorare la sua testa pelata e lustra: come se un muro lo proteggesse.
Il principe ereditario si indignò: "Chi sei tu che osi sfidarmi con questi trucchi magici?"
Allora Tripitaka si alzò e gli andò incontro per salutarlo: "L'umile monaco che sono non sa nulla di magia. Vengo dalle terre dell'Est e ho l'incarico di raggiungere il Monastero del Colpo di Tuono per salutare il Buddha, chiedergli le scritture e donargli i nostri tesori."
"Le terre dell'Est sono la pianura centrale del mondo, ma sono povere. Che tesori sareste mai in grado di donare?"
"Uno è questo kasâya che indosso; ma non è che un tesoro di terza classe. Ne ho anche di prima e di seconda classe."
"Perché chiami tesoro questa veste qualsiasi, che addirittura ti lascia una spalla scoperta?"
"Vi citerò alcuni versi:
Solo parte del corpo è ricoperta
Dall'abito del Buddha, ma le pieghe
Coprono verità liberatrice.
Concorrono a formare il giusto frutto
Mille fili intessuti. Nove perle
E otto tesori sono l'ornamento.
Piamente lo cucirono fanciulle
Perché purificasse il corpo indegno.
Vostra altezza può esser perdonata
Di non saperlo, ma lo è molto meno
Per non aver vendicato suo padre."
A questo punto il principe andò senz'altro in collera: "Questo maledetto bonzo parla a vanvera. Vanta finché ti pare questo stupido vestito, ma spiega meglio che cosa vuoi dire su mio padre, e perché dovrebbe essere vendicato."
Tripitaka fece un passo avanti, giunse le mani e domandò: "Sapete quante grazie può ricevere l'uomo in questa vita fra il cielo e la terra?"
"Quattro."
"E sapete quali sono?"
"Sostenerci e coprirci; questa è la grazia che ci fanno il cielo e la terra. Rischiarare e riscaldare: lo fanno il sole e la luna. E poi la grazia del suolo e delle acque del re del paese, e quella di allevarci e nutrirci che ci fanno i nostri genitori."
"C'è un'imprecisione. Vero tutto il resto, ma a volte non è vero che l'uomo sia allevato e nutrito dal padre e dalla madre."
"Questo bonzo vagabondo ha una bella testa tonsurata di sovversivo" replicò il principe. "Chi sarebbe l'uomo che non abbiano allevato e nutrito padre e madre?"
"Altezza, l'umile monaco che sono non sa altro, ma in questo cofanetto rosso c'è un tesoro chiamato fabbrica re. Conosce i fatti di cinquecento anni del passato, altrettanti del presente e altrettanti dell'avvenire: mille cinquecento anni in tutto. Lui sa queste cose molto meglio di me, ed è lui che mi ha detto di venire qui ad attendervi."
"Fa vedere" ordinò il principe.
Tripitaka alzò il coperchio e Scimmiotto ne uscì d'un balzo e si mise a correre e zoppicare da tutte le parti.
"Che ridicolo nanerottolo! Che cosa potrà mai sapere questo scherzo di natura?"
A sentirsi disprezzato per la piccola statura, Scimmiotto si stirò e incominciò a crescere; la gente, stupita, esclamava: "Se continua così bucherà il soffitto!"
Ma lui si accontentò di raggiungere la sua statura normale e si fermò lì.
"Fabbrica re" disse il principe, "il monaco dice che tu sai tutto, fortune e disgrazie del passato e del futuro. Quale tecnica adoperi? Guscio di tartaruga o achillea, o magari la lettura del libro?"
"Nessuna di queste cose. Il mio oracolo di fiducia è la mia stessa lingua."
"Ecco un altro scriteriato. Il Libro dei mutamenti è sempre stato considerato l'arcano degli arcani, che può dare ogni indicazione e consiglio su qualunque cosa. Ma anche il guscio di tartaruga e l'achillea hanno i loro adepti. E tu affermi che queste cose non servono: la tua è una stravaganza buona soltanto a disorientare la gente."
"Vostra altezza non giudichi prima di sapere. Voi siete il figlio maggiore del re del paese del Gallo Nero; è giusto? Dieci anni fa il paese fu colpito da una terribile siccità; sovrano e sudditi pregavano ardentemente che avesse fine. Dopo cinque anni venne un prete taoista dei monti dell'Estremo Sud, capace di provocare la pioggia e di mutare le pietre in oro. Il re si infatuò di lui fino al punto di giurargli fratellanza. Fin qui è tutto vero?"
"Certo. Ma vai avanti."
"Due anni dopo il prete della Verità Completamente Sublimata scomparve improvvisamente. Chi è dunque il re?"
"In effetti questo prete viveva quotidianamente con mio padre. Tre anni fa, durante una passeggiata nel giardino reale, il taoista se ne ritornò alle sue montagne, cavalcando un vento magico e portandosi via lo scettro di giada bianca di mio padre. Questi non l'ha mai dimenticato, e ha persino chiuso il giardino, perché andarci gli avrebbe destato tristi ricordi. Ma non vedo perché il re non dovrebbe essere mio padre."
Scimmiotto non rispose ad altre domande, se non con un sogghigno. Il principe perse la pazienza: "Perché non dici più nulla e non fai che sogghignare?"
"Ho altro da dire, ma non davanti a tutta questa gente."
Il principe dispiegò la manica per far segno ai suoi uomini di allontanarsi. Gli ufficiali li guidarono sul terreno antistante all'ingresso del monastero e ordinarono di accamparsi. Nella sala vuota, il principe sedette al posto d'onore, con il reverendo in piedi davanti a lui e Scimmiotto alla sua sinistra. Si erano ritirati anche i monaci. Scimmiotto annunciò solennemente: "Colui che fu portato via dal vento era in realtà il padre che vi ha generato; e fu il prete taoista a occupare il suo posto sul trono."
"Ma è una menzogna!" s'indignò il principe. "Il re fa regnare la pace e la prosperità nel paese, con piogge propizie e venti favorevoli. E secondo te non sarebbe mio padre. Non approfittare della mia giovinezza; se mio padre sentisse i tuoi sarcasmi, ti farebbe tagliare a pezzi."
Gridò a Scimmiotto di non farsi più vedere. Questi si rivolse a Tripitaka: "Lo temevo, che non mi avrebbe creduto. Ora prendete l'ultimo tesoro e mostratelo. Poi presenteremo i nostri passaporti e ripartiremo per il Paradiso dell'Ovest."
Tripitaka presentò al principe lo scettro di giada bianca e restituì il cofanetto rosso a Scimmiotto, che con una scossa lo fece scomparire e ricuperò il proprio pelo.
"Ah, maledetto bonzo!" esclamò quello. "Sei tu il taoista che ci rubò il tesoro di famiglia. Ora ti sei trasformato in monaco per restituircelo." E gridò a gran voce: "Catturatelo!"
Il reverendo restò atterrito: "Equipuzio della malora! Sei capace soltanto di mettermi nei pasticci."
Scimmiotto si fece avanti: "Non gridate, non mettete il campo a rumore prima di rendervi conto dei fatti. Il mio vero nome non è fabbrica re."
"Vieni qui" disse il principe corrucciato, "e dimmelo, questo vero nome, con cui comparirai davanti alla corte di giustizia."
"Sono il primo discepolo del reverendo, e mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Abbiamo sostato in questo monastero nel nostro viaggio verso l'Occidente. La notte scorsa, a mezzanotte, mentre recitava sutra, il mio maestro si è addormentato e ha sognato vostro padre, che gli ha narrato di essere stato ingannato da un prete della Verità Completamente Sublimata e di essere stato affogato nel pozzo ottagonale del parco reale. Il taoista prese il suo aspetto e nessuno a corte si accorse di nulla; voi stesso eravate troppo giovane per capire. L'usurpatore tiene vostra madre segregata nel palazzo, vi vieta di incontrarla e ha fatto chiudere il parco: in questo modo vuole nascondere le tracce del suo misfatto. Io stesso non ho creduto senz'altro al racconto: avrebbe potuto essere un inganno. Ma osservando dall'alto la vostra città, vi ho scorto i segni di una presenza diabolica. Proprio allora voi siete uscito a caccia, e io mi sono trasformato nella lepre che avete colpito con una freccia e che vi ha guidato qui. Questa è la pura verità. Se riconoscete lo scettro di giada bianca, non potete ignorare il vostro obbligo di riconoscenza verso vostro padre, né lasciarlo invendicato."
Il principe si sentiva smarrito: "Non gli voglio credere, ma nelle sue parole ci sono molte cose giuste." Era nello stato di chi discute con sé stesso, non sa avanzare ma nemmeno ritirarsi, le parole lo stimolano e lo spirito si disorienta; quello stato da cui si esce solo con molta pazienza e lunga riflessione.
A vederlo esitante, Scimmiotto aggiunse: "Altezza, non restate in preda ai dubbi: ritornate a casa e cercate di parlarne con vostra madre. Chiedetele se nel comportamento di vostro padre è mutato qualcosa, in questi ultimi tre anni. È una domanda semplice, che vi aiuterà a stabilire la verità."
"Giusto!" rispose il principe. "Ne parlerò a mia madre."
Balzò in piedi per andarsene, portando con sé lo scettro. Ma Scimmiotto lo trattenne: "Aspettate, se ritornate indietro con tutta la caccia, potreste destare sospetti. Ritornate da solo, senza scorta, e non entrate nel palazzo dalla Porta del Sole: sarà meglio l'ingresso di servizio. Quando incontrerete vostra madre, non siate violento né imperioso, parlatele con dolcezza. Guardatevi dal potere del mostro, che è enorme: se indovinasse qualcosa, non sarebbe facile proteggere la vostra vita e quella di vostra madre."
Il principe si attenne ai consigli. Ordinò agli ufficiali: "Restate accampati qui e attendetemi, mentre regolo un affare urgente. Al mio ritorno rientreremo in città." E galoppò verso il palazzo reale come se volasse.
Se poi non sapete come andò l'incontro con sua madre, ascoltate il seguito, che vi riferirà ogni parola che si scambiarono.