Presieda l'assemblea chi sa parlare
Del perché della nascita. Lo spirito
Contempla dalla quiete i turbamenti
Del passato e ne cava nutrimento.
Per conoscere il padre devi chiederne
Alla madre. Di certo scoprirai
Un mondo di altre cose che non sai.
Il principe ereditario del Regno del Gallo Nero giunse rapidamente in città. Evitò di farsi annunciare alla porta principale del palazzo della regina, ma si presentò a una porticina di servizio. Gli eunuchi che la sorvegliavano non osarono fermarlo.
Il bravo principe irruppe nel parco a cavallo, spingendolo al galoppo fino ai piedi del padiglione di Broccato e Fragranza, dove la regina sedeva circondata da molte dame che agitavano i ventagli. Essa appoggiava i gomiti sull'ornata balaustra e piangeva. Perché era tanto triste? chiederete. L'aveva messa in quello stato un sogno che aveva fatto verso la quarta veglia; benché, come accade, lo ricordasse confusamente e ne avesse scordato una buona metà. Mentre era persa nei suoi pensieri, il principe smontò da cavallo e corse a inginocchiarsi ai suoi piedi.
La regina si sforzò di sorridere: "Che gioia, figlio mio, poterti rivedere! Da tre anni studi sempre nel palazzo di tuo padre e non abbiamo potuto incontrarci: ciò mi ha dato molta pena. Come hai ottenuto il permesso di venirmi a trovare? Sembri sconvolto; che cosa ti preoccupa?"
"Madre mia" disse il principe prosternandosi, "posso porvi una domanda? Chi è colui che occupa oggi il trono del drago?"
"Questo ragazzo vaneggia. Occorre chiederlo?" si stupì la regina. "Il re tuo padre occupa il trono. Egli è avanti negli anni; verrà il giorno in cui il drago ritornerà nel mare di smeraldo, e la fenice raggiungerà le nuvole di cinabro; quel giorno toccherà a te di regnare."
"Madre, perdonate l'audacia" insisté il principe prosternandosi di nuovo. "Era un'altra la domanda che volevo farvi; ma mi vergogno."
"Che male può esserci nel porre domande a tua madre? Chiedimi quello che vuoi, se occorre ti perdono in anticipo."
"Madre, che ne è stato in questi ultimi tre anni dell'amore che vostro marito aveva per voi in passato?"
La regina si sentì venir meno. Abbracciò il figlio piangendo e gli chiese: "Perché corri da me affannato per chiedermi proprio questo, dopo tanto tempo che non ci vediamo?"
"Madre" replicò il principe, "è importante saperlo, ve lo chiedo per gravissimi motivi."
La regina ordinò alle sue dame di ritirarsi e, quando restarono soli, gli confidò in un bisbiglio: "Se non me lo avessi chiesto, mi sarei portata il segreto nella tomba. Ma dal momento che vuoi saperlo, ecco:
Tre anni fa era dolce e tenero,
Poi di colpo mi trascura,
Freddo ghiaccio. Se sollecito,
Mi risponde: Ormai mi sento
Troppo vecchio per l'amore."
Il principe si svincolò dal suo abbraccio e corse verso il cavallo.
"Figlio mio" pregò la regina aggrappandosi a lui, "che cosa ti spinge a fuggir via all'improvviso?"
Il principe si inginocchiò davanti a lei e rispose: "Stamane, mentre ero a caccia, ho incontrato un santo monaco che ha un discepolo di nome Scimmiotto il Novizio, famoso come sterminatore di diavoli. Da loro ho saputo che il re mio padre, in realtà, è morto affogato nel pozzo ottagonale del parco reale; e il prete taoista che era venuto da noi come mago della pioggia ha preso il suo aspetto e ha usurpato il trono. La notte scorsa, a mezzanotte, mio padre ha incaricato Scimmiotto di catturare il mostro. Madre, sono venuto a interrogarvi perché non osavo credere; ma quanto mi dite conferma che abbiamo di fronte un essere diabolico."
"Figlio mio, come si può credere alle parole di uno straniero?"
"La mia diffidenza è stata vinta da un pegno lasciato da mio padre."
La regina chiese di che pegno si trattasse, e il principe tolse dalla manica lo scettro di giada bianca e glielo tese. Essa lo riconobbe subito, e pianse.
"Signore e padrone!" singhiozzava. "Perché per tre anni non mi hai visitato? Perché alla fine sei apparso al santo monaco, prima che a me?"
"Che cosa significa, madre?"
"Anche a me stanotte è apparso in sogno tuo padre. Doveva essere la quarta veglia: mi stava ritto davanti, tutto gocciolante d'acqua. Mi ha detto di essere morto e di aver chiesto aiuto e vendetta al monaco cinese. Il resto mi si è confuso nel ricordo. Ero piena di dubbi e non potevo consultare nessuno, quando sei venuto tu, con la tua domanda e con lo scettro. Lascialo a me; tu corri dal monaco e pregalo di muoversi subito. Solo spazzando via questi miasmi diabolici e sceverando il vero dal falso avrai saldato il tuo debito di riconoscenza verso tuo padre."
Il principe montò a cavallo e, per la strada da cui era venuto, abbandonò la città.
Gli occhi gonfi di lacrime, lasciava
La madre per tornare al monastero.
Giunse al monastero verso il tramonto. Ai suoi, che lo salutavano, ordinò di restare accampati ed entrò senza seguito. Si dirigeva verso la sala principale per incontrare Scimmiotto, quando questi appunto ne uscì. Il principe si inginocchiò davanti a lui: "Maestro, eccomi!"
Scimmiotto gli tese le mani: "Vi prego, alzatevi e raccontatemi che cosa avete potuto fare."
"Ho posto la domanda a mia madre." E gli riferì il colloquio.
"La sua freddezza fa pensare" ne dedusse Scimmiotto sorridendo "che si tratti di una creatura d'acqua. Niente di grave, ce ne sbarazzeremo. Ma oggi è tardi per mettersi all'opera. Ritornate a casa e aspettatemi domattina."
"Maestro" rispose il principe prosternandosi "lasciate che resti qui. Rientrerò domani con voi."
"No, sarebbe una scelta imprudente. Se entriamo insieme in città, desteremo i sospetti del mostro: penserà che mi abbiate chiamato voi, e attirerete i suoi rimproveri."
"Anche se rientro ora sarò rimproverato."
"E perché?"
"All'udienza del mattino ho avuto l'incarico di condurre la caccia. Non mi posso presentare senza selvaggina. Sarò accusato d'inettitudine e imprigionato; e come potrò aiutarvi quando verrete in città? Né posso far conto su qualche cortigiano."
"Potevate dirmelo prima: vi troverò tutta la selvaggina che volete."
Il bravo Scimmiotto diede subito dimostrazione delle sue capacità: balzò su una nuvola, fece un segno magico con le dita e pronunciò l'incantesimo: "Om ram, pura sfera della legge!", che costrinse a comparire davanti a lui la divinità della montagna e il dio locale. Si inchinarono dicendo: "Ai vostri ordini, grande santo che avete convocato le nostre umili persone divine."
"Il vostro vecchio Scimmiotto, che protegge il monaco cinese, ha l'incombenza di catturare un certo diavolo perverso. A questo fine il principe ereditario, che vedete lì, deve subito ritornare a corte portando prede di caccia. Perciò vi chiedo il favore di scovare per lui daini, antilopi, lepri e uccelli di ogni specie."
Le divinità chiesero quante prede occorrevano per ciascuna specie.
"Quante volete, non molte."
Esse mandarono le proprie truppe di spiriti a stanare gli animali con una gran tempesta, e riportarono a Scimmiotto migliaia di fagiani, galli cedroni, cervi e daini, lepri e volpi, tigri e leopardi, lupi e tassi.
"Non servono a me" precisò Scimmiotto. "Gli dovreste recidere i tendini e disporli lungo i quaranta li della strada verso la città, in modo che sia facile catturarli e portarseli via senza perder tempo. È un servizio che verrà annotato sul registro dei meriti."
Gli dèi ubbidirono; Scimmiotto abbassò la sua nuvola e disse al principe: "Vostra altezza ritorni in città tranquillamente; lungo la strada troverà quello che le occorre."
Il principe aveva visto abbastanza da credergli sulla parola; non gli restò che ringraziare, prosternarsi e prendere congedo. Quando si rimise in cammino con la sua caccia, trovarono sul ciglio della strada una quantità incredibile di selvaggina che si lasciava prendere con le mani; cani e falconi erano superflui. Gli uomini lanciavano grida di sorpresa e di ammirazione, convinti che questa bella fortuna fosse dovuta alla fausta presenza del principe; non potevano certo supporre quali oscuri intrighi e poteri soprannaturali ci fossero sotto. Immaginate che cagnara facevano!
Il credito di Tripitaka e soci presso i bonzi del monastero salì ancora, se occorreva, quando videro quant'erano in confidenza con il principe ereditario. Offrirono subito al monaco cinese un nuovo grande banchetto vegetariano e lo lasciarono rispettosamente al suo riposo nella sala di meditazione.
Scimmiotto, anziché dormire, andava rimuginando. Verso la prima veglia si accostò al letto di Tripitaka e chiamò piano: "Maestro!" Nemmeno il reverendo riusciva a dormire, ma temeva che quel discepolo, che pensava solo a mostri e diavoli, lo volesse intrattenere su qualche aspetto raccapricciante della sua attività; perciò tenne gli occhi chiusi. Scimmiotto dapprima gli accarezzò la testa rasata, e poi incominciò a scuoterlo: "Maestro, dormite già?"
"Che domanda stupida! Adesso non dormo più. Che ti prende?" lo maltrattò il monaco cinese.
"Maestro, ho un problema che devo discutere con voi."
"Di che si tratta?"
"Con il principe mi sono vantato che catturare il mostro sarà facilissimo, che le mie capacità sono grandissime eccetera. Ma in realtà non riesco a dormire, perché corro un grosso rischio."
"Se pensi di non farcela, lascia perdere."
"Non è un rischio militare. Il problema è legale."
"Che discorsi da macaco! Un mostro usurpa il trono altrui: che problemi legali ci possono essere?"
"Voialtri conoscete solo i sutra, le preghiere al Buddha e i centimetri del tappetino su cui vi accovacciate a meditare. Delle leggi e dei regolamenti del legislatore Xiao He, non sapete nemmeno che esistono. Dice l'adagio: non c'è ladro senza il bottino; non si può acchiappare l'uno se non si trova l'altro. Questo caso non si risolve, se non si è in grado di produrre il corpo del reato. Nessun indizio a carico del colpevole è emerso in tre anni di regno. Eppure ogni giorno è andato a letto con le dame dei tre palazzi (o ha finto di farlo) e si è intrattenuto con i funzionari civili e militari. Non è difficile arrestarlo, ma lo è accusarlo efficacemente davanti a tutte queste persone."
"Non capisco."
"Per stupido che sia, avrà facile difesa: 'Io sono il re del paese del Gallo Nero' dirà. 'Che offesa ho fatto al Cielo perché tu abbia l'audacia di arrestarmi?' E non basteranno prove fatte di chiacchiere."
"Che cosa si deve fare, secondo te?"
"Io un piano ce l'ho" fece Scimmiotto ridendo; "ma il mio problema siete voi e le vostre solite parzialità."
"Come sarebbe a dire che sarei parziale?"
"Ma sì, la vostra solita preferenza per quel fesso di Porcellino."
"Come sarebbe a dire preferenza?"
"Se non è vero, dimostratelo. Restate qui solo con Sabbioso, mentre io e Porcellino facciamo un sopralluogo privato in città, entriamo di soppiatto nel parco reale, apriamo il pozzo e cerchiamo di ricuperare il cadavere del re, che è appunto il corpo del reato. Se abbiamo in mano quello, non è più necessario fare commedie. Quando andremo ufficialmente in città, non ci presenteremo nemmeno per mostrare i passaporti. Come vedo il mostro, gli spacco la testa; e se apre la bocca per protestare, gli mostro lo scheletro e dico: 'Ecco l'uomo che hai ucciso!' E a questo punto il principe potrà piangere il padre, la regina riconoscere il marito e i mandarini rendere l'ultimo omaggio al sovrano. Perché un processo sia rapido e finisca bene, ci vuole questa specie di prove."
Tripitaka era molto soddisfatto, ma non voleva darlo a vedere. Obiettò: "Temo però che Porcellino si rifiuti."
"Vedete?" rise Scimmiotto. "Non lo dicevo che è il vostro preferito? Lui è di gusti delicati e non si vorrà sporcare le mani con i morti putrefatti. Invece a me, un momento fa, non volevate nemmeno rispondere e fingevate di dormire. Basta che non ci mettiate il becco: io ho una lingua lunga tre pollici, che non si stanca mai. Non c'è né Porcellino né Porcellone che tenga(41), posso convincere chiunque."
"Va bene, fa come vuoi."
Scimmiotto andò dritto al letto di Porcellino e lo chiamò per nome. Ma il bestione, anche nei giorni di sosta, aveva sempre il sonno del viaggiatore stanco. Non appena la testa toccava il cuscino, incominciava a russare e non era facile svegliarlo. Scimmiotto gli pizzicò le guance, lo tirò per i capelli, lo sollevò gridandogli nelle orecchie: "Porcellino!" Infine la sua vittima ebbe un soprassalto e bofonchiò: "Dormiamo, non è il momento di scherzare. Domani dovremo camminare."
"Non scherzo, abbiamo un affare importante da regolare. Devi venire con me."
"Che roba è?"
"Sai, quel principe ereditario?"
"Mai visto né conosciuto."
"Il principe mi ha detto che il mostro ha un tesoro con cui può vincere diecimila guerrieri. Domani andremo a corte e non potremo evitare di batterci con lui; se dispone del suo tesoro, noi perdiamo: e sai che bella figura ci facciamo! Bisogna pensarci prima, bisogna fregargli il tesoro. Non sei d'accordo?"
"Fratellino, tu tiri a fregare me, come al solito; adesso mi vuoi arruolare come ladro. Non è che non ci sappia fare: potrei dire che è il mestiere che conosco meglio. Ma diciamocelo chiaro: una volta fatto il colpo e sconfitto il mostro, non voglio storie nella spartizione del malloppo. Il tesoro me lo tengo tutto io."
"Che cosa vuoi fartene?"
"Io non sono un furbastro come te, non ho la tua parlantina, e non sono bravo a elemosinare. Io sono un po' balordo, parlo male e non so recitare i sutra. Quando attraversiamo i posti selvaggi, avrò pur bisogno di moneta di scambio per comperarmi di che mangiare, non ti sembra?"
"Il vecchio Scimmiotto pensa solo alla gloria. Sono superiore a certe cose, ti lascio tutti i tesori che vuoi."
Il bestione pensò di aver fatto un grande affare, si sentì tutto vispo, saltò giù dal letto e si vestì in un baleno. È il caso di dirlo:
L'acquavite è incolore, ma è paonazza
La tua faccia se ne hai bevuta troppa;
E l'oro giallo fa girar la testa
Anche ai più saggi.
Uscirono di nascosto dal monastero e corsero dritti verso la città, guidati da un alone luminoso di buon augurio.
Mentre giungevano, udirono la torre del tamburo suonare la seconda veglia: "Sono già le dieci, fratellino" disse Scimmiotto.
"È il momento migliore per rubare" rispose Porcellino, "quando la gente è immersa nel primo sonno."
Fecero il giro delle mura sino a una porta secondaria, da cui sentivano venire suoni di campanelle e di nacchere.
"Fratellino" disse Scimmiotto, "vedo guardie anche qui. Come entriamo?"
"A un ladro le porte non dicono niente" commentò con competenza Porcellino. "Si scavalca il muro, ed è fatta."
Uno dopo l'altro balzarono sul muro in un punto non illuminato, scivolarono giù dall'altra parte e andarono in cerca del parco reale.
Giunsero davanti a un grande portale a più piani, con triplo tetto e bandiere bianche. Ai raggi della luna scintillavano tre grossi caratteri:
PARCO REALE FIORITO
Scimmiotto si avvicinò a ispezionare e constatò che la serratura del cancello era coperta da vari strati di carta da sigillo. Chiamò con un cenno Porcellino perché si mettesse al lavoro; questi non fece che alzare il suo rastrello e abbatterlo sul cancello, che andò in pezzi. Scimmiotto scavalcò la soglia e i detriti e si inoltrò nel parco, ma lo si udì sospirare e lanciare esclamazioni addolorate. Porcellino gli corse dietro spaventato: "Fratello, mi farai morire! Si è mai sentito un ladro far tutto questo chiasso? Sveglierai tutti: ci trascineranno in tribunale, e se non saremo condannati a morte, verremo deportati e arruolati a forza nell'esercito, o perlomeno espulsi dal paese."
"Ma non vedi, fratellino, che tristezza?
Gli intonaci dipinti divorati
Dalla muffa, scrostate le sculture,
Padiglioni e gazebo rovinati,
Rose e peonie morte e rinsecchite
Fra le erbacce che invadono il terreno,
L'ibisco soffocato in mezzo ai rovi.
Di belle piante e di fiori pregiati
Non è rimasto nulla. Fin le rocce
Artificiali sono sprofondate
Ed i pesci son morti nelle vasche
Prosciugate. Dei pini e dei bambù
Resta soltanto legna da bruciare.
Domina ovunque il regno delle ortiche
E le artemisie invadono i sentieri.
Olea odorosa e pesco son spezzati,
Ha il melograno le radici all'aria.
Il ponte sul ruscello è ricoperto
Di muschio. È uno spettacolo ben triste
Questo giardino in stato di abbandono!"
"E a te che cosa importa? Pensiamo ai fatti nostri."
Scimmiotto ricordava che, secondo il sogno di Tripitaka, sul pozzo doveva crescere un banano. Ed ecco infatti spiccare fra la vegetazione un albero di questa specie, sano e lussureggiante a contrasto con le altre piante danneggiate o inselvatichite:
Fu donata dal Cielo questa pianta,
Con le sue grandi foglie dispiegate:
Avviluppano fili smeraldini
La punta rossa del cuor di cinabro.
Soffre la pioggerella della sera
E non ama le brezze dell'autunno.
Ma possiede un vigore incontenibile
E s'adatta a mille usi disparati.
Piccole gocce di fresca rugiada
L'avvolgono in un manto di vapori.
Non dà ospitalità all'oca selvatica,
Né potrebbe servire per legarvi
Il nobile destriero. Ma rinfresca
Quando fa caldo e nell'ombra protegge
Dalla vampa del sole. Si vergogna
Di non essere bella come il pesco
E sta in disparte contro il muro bianco.
"Al lavoro, Porcellino!" esortò Scimmiotto. "Il tesoro è sotterrato sotto il banano."
Il bestione alzò il rastrello e abbatté l'albero d'un solo colpo; poi andò a grufolare nella terra e scavò a piccola profondità, finché venne alla luce una lastra di pietra.
"Fratello!" gridò allegro Porcellino. "Che fortuna! Siamo già arrivati alla lastra che copre il tesoro. Non so se sia il tappo di una giara o il coperchio di un cofano."
"Tira su, e vediamo."
Con un'altra sgrugnata il bestione spostò la lastra, e si vide qualcosa scintillare e baluginare sotto il suolo.
"Guarda che bello!" sghignazzava Porcellino, "è un tesoro che fa luce."
Ma guardando meglio si rese conto che si trattava di un pozzo; la luce della luna e delle stelle si rifletteva sull'acqua tremolante del fondo.
"Fratello" disse Porcellino, "quando si fa una cosa, non si devono lasciare a metà i preparativi."
"Cioè?"
"Se mi avessi detto prima che il tesoro era nascosto in fondo a un pozzo, avrei portato con me delle corde per calarmi giù. Non potrò certo scendere e riportare su il carico senza averne i mezzi."
"Ma tu sei pronto a scendere?"
"Lo sarei, se avessi le corde."
"Fa conto di averle e spogliati."
"È presto fatto, non ho addosso che la tunica."
Il bravo Scimmiotto prese il suo bastone cerchiato d'oro, lo tirò alle estremità e gridò: "Allunga!" In effetti raggiunse subito una lunghezza di sette od otto tese.
"Ora afferra un'estremità del mio bastone" disse a Porcellino, "e io ti calerò giù pian piano."
"Va bene, ma ricordati che ti devi fermare quando arrivo al pelo dell'acqua."
"D'accordo."
Il bestione si afferrò alla sbarra e fu calato nel pozzo. Quando gridò: "Acqua!" Scimmiotto, invece di fermarsi, gli diede uno scossone che ve lo fece cadere dentro con un tonfo. Porcellino imprecava: "Brutto stronzo! Lo hai fatto apposta!"
Scimmiotto ritirò la sua sbarra e chiese ridendo: "Allora, fratellino, lo vogliamo ripescare questo tesoro?"
"C'è solo acqua in questo lurido posto."
"Il tesoro non galleggerà mica. Bisogna scendere a dragare il fondo."
Il bestione in realtà, anche per effetto del suo passato, era un eccellente nuotatore e si tuffò. L'acqua era incredibilmente profonda e fu dopo una lunga discesa che si trovò davanti un arco monumentale con l'iscrizione:
PALAZZO DI CRISTALLO ACQUATICO
"Che fregatura!" esclamò allarmato Porcellino. "È chiaro che in qualche punto ho sbagliato strada e sono finito in mare. Questo è un palazzo marino, non può certo stare in fondo a un pozzo."
Invece si trattava proprio della residenza del re drago di quel pozzo.
Mentre Porcellino borbottava le sue considerazioni, uno yaksa di servizio in portineria guardò fuori e, come lo vide, corse spaventato a riferire: "Disgrazia, maestà! È caduto nel pozzo un bonzo con lunghe orecchie e una boccaccia smisurata. Benché sia nudo e debitamente zuppo, non è affogato, anzi borbotta fra sé senza tregua."
"Sarà l'Ammiraglio dei Canneti Celesti" disse il re drago. "La notte passata è venuto qui il dio della pattuglia notturna a cercare il re di Gallo Nero, per portarlo in visita dal monaco cinese e pregare il Grande Santo Uguale al Cielo di catturare il mostro. Ora saranno arrivati il grande santo e l'ammiraglio. Andiamogli subito incontro: sono persone a cui non si può mancare di rispetto."
Il re drago si rassettò e uscì con il suo codazzo di gente acquatica, gridando: "Ammiraglio dei Canneti Celesti, benvenuto! Vogliate accomodarvi!"
"Dunque è uno che mi conosce" si disse Porcellino rinfrancato, ed entrò nel palazzo di cristallo senza troppi riguardi. Nudo e fradicio com'era, si sedette disinvoltamente nel posto d'onore, senza il minimo scrupolo per il decoro.
Parlò il re drago: "Ho saputo, ammiraglio, che vi siete convertito alla dottrina del Buddha e assicurate la protezione del monaco cinese in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Quali affari vi conducono qui?"
"Si tratta appunto di un'incombenza nell'ambito della mia missione. Il mio condiscepolo anziano Scimmiotto vi manda i suoi rispetti e mi incarica di ritirare un certo tesoro che dovreste avere qui."
"Che tesoro volete trovare in un posto come questo! Ai re draghi dei quattro fiumi basta fare un voletto in giro per tornare a casa carichi di tesori; ma qui siamo poveri. Figurarsi poi negli ultimi anni. Ci hanno turato addirittura il lucernario e ci hanno lasciato senza sole né luna."
"Niente scappatoie! Dovete farmi vedere qualunque cosa abbiate."
"Ciò che abbiamo da mostrare è intrasportabile. Acconsentireste a scomodarvi per dare un'occhiata?"
"Ma certo! Andiamo subito."
Il bestione seguì il re drago; uscirono dall'edificio principale del palazzo ed entrarono in una galleria, nella quale giaceva un corpo lungo sei piedi.
"Ammiraglio, questo è tutto ciò che potrei chiamare tesoro" disse il drago additandolo.
Porcellino si avanzò e vide che si trattava del defunto monarca: aveva in capo la corona da toccare il cielo, era drappeggiato in un abito color ocra, cingeva una cintura di giada di Lantian e calzava stivali di nuvola. Dormiva là, rigido come uno stoccafisso.
Porcellino si mise a ridere: "Bella trovata! E questo sarebbe un tesoro? Ne ho sgranocchiati parecchi, di tesori così, quando facevo il mostro di montagna. Queste sono bistecche, non è un tesoro."
"Caro ammiraglio, non sapete tutto. Questo è il cadavere del re del Gallo Nero. Quando cadde nel pozzo io gli applicai una perla conservante, perché non si decomponesse. Così, benché sia morto da qualche anno, è fresco come allora. Se voleste caricarvelo sulla schiena e riportarlo al grande santo - non dico che sia un tesoro - ma se vi venisse in mente di riportarlo in vita, avreste tutto quello che occorre."
"Mettiamo che ve lo sgomberi. Quanto mi date per il funerale?"
"Veramente di soldi non ne ho."
"Così vorreste scroccare la manodopera. Niente soldi, niente sgombero."
"Non occorre che lo portiate voi. Andiamo."
Mentre Porcellino risaliva, il re drago fece sollevare il cadavere da due yaksa, che gli tolsero la perla e lo scagliarono nell'acqua.
Porcellino, che era già fuori vista del palazzo, si sentì accanto qualcosa: allungò la mano e toccò il cadavere. Nonostante la sua disinvoltura si impressionò, balzò al pelo dell'acqua e si mise a gridare: "Aiuto! Soccorso!"
"Ce l'hai il tesoro?"
"Ma quale tesoro? Non c'è niente di simile nel pozzo. Il re drago mi ha rifilato un morto; io ho cercato di evitarlo, ma me lo sono trovato vicino. Tirami fuori di qui!"
"Il tesoro è appunto quel morto. Devi portarlo su con te."
"Non ci penso nemmeno. Ma lo sai da quanto tempo è morto?"
"Se rifiuti di portarlo con te, me ne vado."
"Dove vai?"
"Me ne torno dal maestro, al monastero, e vado a dormire."
"E io?"
"Tu puoi sempre arrampicarti da solo."
"Sei matto?" replicò Porcellino allarmato. "Ti rendi conto in che stato sono le pareti di questo pozzo, che oltretutto è molto largo in basso e stretto in alto? In tanti anni che non lo usano, è cresciuto il muschio più scivoloso che si possa immaginare. Nessuno ci si potrebbe arrampicare. Fratello, non roviniamoci l'amicizia: te lo porterò su, quel maledetto morto."
"Va bene. Dunque incomincia col ricuperarlo."
Porcellino si tuffò, trovò il cadavere e riaffiorò al pelo dell'acqua tirandoselo dietro. Gridò: "Sono pronto! Ricupero effettuato!"
Scimmiotto guardò giù e calò la sbarra. Porcellino non seppe far di meglio che morderla con i denti, mentre stringeva a sé il cadavere, e fu così che vennero sollevati fino alla bocca del pozzo.
Mentre Porcellino si rivestiva, Scimmiotto esaminò il morto e si rese conto che non presentava segni di alterazione. Chiese: "Fratellino, hai idea del perché questo morto non si sia decomposto in tre anni buoni?"
"Il re drago mi ha detto di aver usato su di lui una perla conservante."
"Si capisce; d'altronde è giusto che sia così, perché la sua morte non è stata ancora vendicata. Direi che ora il nostro successo è garantito. Rimettilo in spalla, fratellino."
"Dove lo portiamo?"
"Dobbiamo andare dal maestro."
"Ma io non sono d'accordo, non ne posso più! Dormivo così bene, e mi sono fatto imbrogliare dalle chiacchiere di questo brutto macaco che, tanto per cambiare, mi ha messo nelle peste: da cacciatore di tesori sono diventato un becchino porta cadaveri. Mi bagnerà tutti i vestiti dell'acqua putrida e puzzolente che va sgocciolando: chi me li laverà poi? Ammesso che il vestito sia in grado di sopportare senza rompersi la lavatura che ci vorrà."
"Porta il tuo carico e non preoccuparti d'altro. Quando saremo arrivati, getterai quel vestito e te ne darò un altro."
"Non ti vergogni? Prometti vestiti agli altri, quando si sa che non li hai nemmeno per te."
"Ora basta. O lo porti o lo metti giù."
"E io lo metto giù."
"Va bene così. Ma allora allunghi le zampe e ti prendi venti legnate."
"Fratello" gridò Porcellino spaventato, "sai benissimo che basterà molto meno perché io faccia il paio con il morto."
"Se non vuoi legnate, per me fa lo stesso. Ma allora ti carichi il cadavere e via!"
Porcellino, messo alle strette, si caricò in spalla di malagrazia il cadavere e uscì dal parco strascicando i piedi.
Il bravo Scimmiotto fece un passo magico, recitò un incantesimo e aspirò aria volgendosi verso sud ovest. Poi soffiò: si alzò un violento turbine di vento che li sollevò entrambi sopra la città, le mura e i fossati, per depositarli in aperta campagna. Qui ripresero la loro marcia.
Il bestione rimuginava pensieri di vendetta: "Questa scimmia mi ha fatto un brutto tiro, ma la ripagherò a modo mio. Farò credere al maestro che si è vantato di far rivivere il morto. Lui negherà, e io convincerò il maestro a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio per costringerlo a ubbidire. Gliela farò vedere io!"
Mentre camminava continuava a pensare: "Ma questo qui è capace di andare dai giudici infernali a farsi rendere l'anima del defunto; così lo resuscita davvero, il morto. Dirò che si è vantato di saperlo fare senza uscire dal mondo dei vivi: è il solo modo di incastrarlo."
Quando giunsero al monastero, posarono il cadavere davanti alla porta della sala di meditazione e vi entrarono: "Maestro, venite a vedere."
Tripitaka non riusciva a dormire e stava appunto considerando con Sabbioso quanto durava l'assenza del Novizio e di Otto Divieti. Si alzò subito e domandò: "Discepoli, che cosa volete mostrarmi?"
"Il nonno materno di Scimmiotto, che ho dovuto portare fin qui" sghignazzò Porcellino.
"Sacco di segatura!" lo sgridò Scimmiotto. "Mai avuto nonni in vita mia."
"Se non era tuo nonno, perché me l'hai fatto portare? Non sai quanta fatica mi è costato?"
Aperto l'uscio, anche il monaco cinese e Sabbioso notarono subito le perfette condizioni del corpo e del volto del sovrano: sembrava che dormisse. Il reverendo fu preso dalla compassione ed esclamò: "Quale nemico di una vita anteriore può avere incontrato vostra maestà, per perderci la vita, lasciare le mogli, abbandonare il figlio, all'insaputa di tutti, funzionari civili e mandarini militari? E che tristezza, quelle spose e quel figlio che non sanno nulla, non vi offrono incenso, non vi portano il tè!"
I singhiozzi non lo lasciarono continuare; versava un torrente di lacrime.
Porcellino si mise a ridere: "Maestro, che cosa vi salta in mente? Che cosa frega a voi se è morto o vivo? Non è mica un vostro parente: perché piangete?"
"Discepolo, la compassione sta alla base del comportamento di quelli che hanno abbandonato le loro famiglie, ed è ciò che li rende servizievoli. Come puoi avere un cuore così insensibile?"
"Non è che abbia il cuore insensibile. Ma so che non è una cosa seria, perché il mio condiscepolo anziano ha detto che lo farà rivivere. Altrimenti non lo avrei nemmeno portato, pesante com'è."
L'influenzabile reverendo prese subito per buone le parole di Porcellino e gridò: "Consapevole del Vuoto, se hai questo potere, sappi che salvare un uomo vale più che costruire una pagoda di sette piani. Varrebbe ancor più della preghiera al Buddha fatta sul Monte degli Avvoltoi."
"Maestro, per piacere" protestò Scimmiotto, "non date retta alle stupidaggini che dice quel cretino. Un morto lascia definitivamente il mondo dopo tre o cinque settimane, a volte dopo sette, a seconda di quello che si lascia dietro. Ma come si fa a richiamare uno che è morto da tre anni?"
"Hai ragione" rispose Tripitaka.
Ma il velenoso Porcellino insistette: "Maestro, non gli credete, parla così per ostinazione. Se recitate la vostra formuletta, vedrete che troverà il modo."
E Tripitaka, come altre volte, lo ascoltò e recitò la formula, procurando a Scimmiotto un mal di testa da fargli schizzare gli occhi dalle orbite.
Se non sapete, in fin dei conti, come si ridà vita a una persona morta da tre anni, ascoltate il seguito.