Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo39

039 IL CINABRO 'RICHIAMO DELL'ANIMA' · IL SOVRANO MORTO DA TRE ANNI RITORNA FRA I MORTALI, GRAZIE A UNA PILLOLA DI CINABRO OTTENUTA DAL CIELO.

Or dunque, narra il racconto, Scimmiotto colto da un insopportabile mal di testa supplicava pietosamente: "Maestro, smettetela, tacete! Lasciatemi risuscitare questo disgraziato!"

"Risuscitare come?" domandò il reverendo.

"Non c'è che un modo: scenderò all'inferno, chiederò informazioni per sapere quale giudice segue la sua pratica e lo pregherò di lasciarmi riportare l'anima in questo mondo."

"Maestro, non gli date retta" insisteva Porcellino. "A me ha detto che non occorre scendere all'inferno, che lui è capace di risuscitare la gente senza uscire dal mondo dei vivi." E Tripitaka, succube di ogni suggerimento perverso, si rimise a recitare la formula.

"Basta, basta, lo rimetterò in piedi senza uscire dal mondo dei vivi!"

"Non vi fermate, andate avanti con l'incantesimo!"

"Brutto cretino, bestiaccia maligna!" imprecava Scimmiotto. "Che cosa ci guadagni ad aizzarmi contro il maestro con la sua malasorte?"

Porcellino sghignazzava: "Fratello, fratellino bello, credevi di essere tu solo capace di combinare scherzetti agli altri? Lo vedi che ti so fregare anch'io?"

"Insomma, maestro, non potete dar retta a questo mentecatto. Non mi perseguitate più, lasciatemi fare!"

"E come farai, senza uscire dal mondo dei vivi?"

"Farò una capriola nelle nuvole fino al portale sud del Paradiso, che non è certo nel mondo dei morti. Non perderò tempo al Palazzo del Toro e del Cucchiaio, o nella Sala delle Nuvole Misteriose, ma andrò diritto filato nel trentatreesimo cielo, alla Corte dei Beati del Palazzo Celeste Senza Rimpianto. Cercherò di Laozi e gli chiederò una delle sue specialità, il cinabro richiamo dell'anima nove volte trasmutato; dice il motto: se l'ingoi, torni subito fra noi!"

"Va dunque, e torna presto" rispose Tripitaka soddisfatto.

"Vediamo: è la terza veglia, intorno a mezzanotte; non potrò essere di ritorno prima dell'alba. Intanto non possiamo lasciare questo corpo lì a giacere freddo e solo. Che figura ci faremmo? Bisogna organizzare la veglia."

"A buon intenditore..." fece subito Porcellino. "Il macaco vuole arruolarmi come prefica."

"Temevo appunto che ti rifiutassi. Se tu non lo piangi, io non lo posso risuscitare" dichiarò Scimmiotto.

"Va be', vattene per la tua strada, che io piangerò."

"C'è modo e modo. Piangere, in sé, non è che sgocciolare acqua dagli occhi. Urlare è solo un esercizio delle corde vocali. Non bastano queste cose per una veglia funebre fatta come si deve: le lacrime devono essere accompagnate da strazianti singhiozzi, e gli urli devono diventare gemiti e lamentazioni che salgono dal cuore."

"Adesso vi faccio vedere io" replicò Porcellino. Trasse da chissà dove un pezzo di carta, lo arrotolò tra le dita e se lo ficcò su per le narici più volte. Dapprima starnutì sonoramente, poi gli occhi gli si gonfiarono di lacrime, colò moccio dal naso e incominciò a singhiozzare; gemeva, diceva parole sconnesse, proprio come se fosse smarrito per aver perduto qualche vecchia zia. Era tanto commovente che il buon reverendo sentì una stretta al cuore, e incominciò a piangere con lui.

"Può andare" disse ridendo Scimmiotto. "Se vai avanti così dovrebbe bastare, ma a condizione che non ti fermi. Sai che vedo tutto quello che fai; quando ti avrò voltato la schiena, se ti fermerai anche solo per un istante, dovrai preparare le chiappe, perché ti ci appoggerò venti bastonate."

"Non preoccuparti" rispose Porcellino sghignazzando fra lacrime e moccio. "Quando mi ci metto, vado avanti come niente per due giorni di fila."

L'ingenuo Sabbioso non volle restare con le mani in mano, e si procurò dei bastoncini d'incenso da offrire al morto.

"A meraviglia!" esclamò Scimmiotto torcendosi dalle risa. "Ora che tutta la famiglia è all'opera, non saprei immaginare una veglia funebre più degna."

Il grande santo si congedò e, con una capriola, si lanciò al portale sud del Cielo. Non fece visita al Palazzo del Toro e del Cucchiaio, né si attardò nei pressi della Sala delle Nuvole Misteriose: la bianca scia della sua nuvoletta corse senza rallentare fino al trentatreesimo cielo, e si fermò davanti al Palazzo dei Beati. Si affacciò sull'uscio e vide il signore Laozi assiso nel laboratorio di fabbricazione del cinabro, in compagnia di fuochisti e garzoni immortali che agitavano ventagli di foglie di banano per attizzare il fuoco del forno. Appena Laozi vide Scimmiotto, gridò ai suoi: "State attenti, c'è in giro il ladro di elisir!"

Scimmiotto si inchinò sorridendo: "Caro vecchio signore, sono lusingato dall'attenzione, ma non la merito. Perché diffidare di me? Ormai non sarei più capace di far torto a nessuno."

"Maledetto macaco, non ho dimenticato quante pillole mi rubasti cinquecento anni fa. E che baraonda in tutto il Cielo! Il santo Erlang ci mise un bel po' di tempo ad acchiapparti; e quanto carbone sprecai nel mio forno, che arse per quarantanove giorni di fila senza riuscire a bruciarti! E ora che ti sei fatto buddista e proteggi questo monaco cinese, me ne hai opposte di difficoltà per restituirmi i miei tesori, dopo che avevi abbattuto i diavoli sul Monte Cima Piatta! Che cosa sei venuto a fare qui?"

"Un momento, chiariamo questa storia del Monte Cima Piatta: io ti ho restituito le tue carabattole quando tu me le hai chieste. Perché adesso mi rimproveri e mi tratti con sospetto?"

"E tu, perché ti intrufoli qui invece di andare per la tua strada?"

"Dopo l'ultima volta che ci siamo visti, abbiamo appunto proseguito il nostro viaggio fino a un paese detto del Gallo Nero. Un mostro ha ucciso il re del paese, ha preso il suo aspetto e ha usurpato il trono; è un tizio che si faceva passare per taumaturgo taoista e mago della pioggia. Il re morto è apparso nella notte al mio maestro, mentre leggeva le sue preghiere, e gli ha chiesto di incaricarmi di abbattere il mostro e ristabilire la giustizia contro la perversità. Con il mio condiscepolo Porcellino ci siamo procurati la prova materiale del reato, ricuperando il cadavere del re morto che giaceva intatto in un pozzo. Il mio maestro, mosso a compassione, mi ha chiesto di riportarlo in vita, ma mi ha vietato di andare a cercare la sua anima negl'inferi. L'unica alternativa me la potete dare voi. È questo il motivo della mia visita: spero nella pietà del patriarca del Tao, che mi presti un migliaio di pillole di cinabro richiamo dell'anima nove volte trasmutato, per fare quest'opera buona."

"Questa scimmia delira! Mille pillole! E perché non duemila? Non sono mica grani di riso, da riempircisi il gozzo. Che cosa credi, che abbia aperto una farmacia? Qui non c'è niente per te. Vattene via!"

"Va bene, va bene!" rise Scimmiotto. "Ne basterà un centinaio."

"Ti ho detto che non c'è niente."

"Una diecina, via!"

"Questa maledetta scimmia non vuole smettere" imprecò Laozi rosso di collera. "No e poi no! Aria! Levati di torno!"

Scimmiotto voltò le spalle e si mosse per uscire.

Ma il signore Laozi ci ripensò: "Screanzato e delinquente! Se gli dico di andarsene e finge di darmi retta, può essere soltanto perché si dispone a ritornare indietro di nascosto a sgraffignare." "Fermati, maledetta scimmia, che ti prenda il vaiolo! Te ne do una, delle pillole che hai chiesto."

"Caro vecchio signore, voi che mi conoscete bene, non fareste meglio a tirarle fuori, le vostre pilloline d'oro, e a dividerle con me in parti uguali? Non vi pare che ci guadagnereste, evitando di farvele rubare tutte quante?"

Laozi rovesciò la sua zucca, e ne cadde una pillola dorata. La tese a Scimmiotto dicendo: "Non ho altro. Prendila e scompari. La pillola te l'ho data; il merito di risuscitare il morto resta tutto tuo."

"Non c'è fretta" rispose Scimmiotto prendendo la pillola. "Sarà meglio che l'assaggi, caso mai fosse falsa. Non voglio mica farmi prendere in giro."

E se la ficcò in bocca, mentre il patriarca atterrito si gettava su di lui per impedirglielo, lo prendeva per il collo e gli picchiava i pugni sulla testa: "No, no, disgraziato! Se la inghiotti ti ammazzo!"

"Ma non ti vergogni?" rise Scimmiotto. "Quanto sei meschino! E chi la mangia, la tua caramella da due soldi? Detto fra noi, fa proprio schifo. Non senti che l'ho soltanto messa in tasca?"

In effetti si sa che le scimmie hanno tasche sotto le guance; lui aveva nascosto la pillola là dentro. Laozi tastò con le dita, e quando l'ebbe sentita gridò: "Va via e non farti più vedere!"

Il grande santo ringraziò l'illustre patriarca e uscì dal Palazzo dei Beati. Al sorgere del sole, ridiscese dal portale di diaspro aureolato di mille nubi di buon augurio verso la polvere del mondo. Quando giunse al Monastero del Bosco Sacro, Porcellino stava ancora piangendo con il massimo impegno.

"Consapevole del Vuoto" esclamò Tripitaka, "eccoti qua! L'hai portato, quel cinabro?"

"L'ho portato."

"Glielo avranno dato, oppure lo avrà rubato" brontolò Porcellino.

"Fratellino, non c'è più bisogno di te" gli disse Scimmiotto ridendo. "Ti puoi asciugare gli occhi, o se preferisci vai a piangere altrove." E a Sabbioso: "Portami un po' d'acqua, per favore."

Sabbioso corse al pozzo che si trovava dietro l'edificio e attinse dalla secchia mezza tazza d'acqua, che portò al Novizio. Scimmiotto estrasse la pillola e la introdusse fra le mascelle irrigidite, dopo averle forzate ad aprirsi; un sorso d'acqua fece scendere il farmaco nelle viscere. Passò qualche tempo, si udirono dei borborigmi, ma il corpo non si muoveva.

"Maestro" chiese inquieto Scimmiotto, "se non ce la faccio, che pena contate di infliggermi?"

"Perché mai non dovresti farcela? Non c'è ragione che non torni a vivere. Se non fosse per la potenza soprannaturale del cinabro d'oro, credi che il cadavere di una persona morta da tanto tempo potrebbe inghiottire acqua ed emettere borborigmi? È segno che la circolazione sanguigna si riattiva, benché il respiro, interrotto da tanto tempo, fatichi a riprendersi. Un pezzo di ferro, dopo tre anni nell'acqua di pozzo, sarebbe coperto di ruggine; figurarsi un corpo umano! In effetti il soffio vitale è esausto; bisognerebbe fargli la respirazione bocca a bocca."

Porcellino si fece avanti per provvedere, ma Tripitaka lo fermò: "Non tu! Tocca a Consapevole del Vuoto di prendersene cura."

Il maestro interveniva con saggezza: l'alito di Porcellino era irrimediabilmente impuro, perché fin da piccolo si era macchiato del peccato di distruggere vite e di mangiare carne umana. Invece Scimmiotto, cresciuto a forza di pesche, pinoli e bacche di cipresso, aveva un alito puro.

Pertanto Scimmiotto accostò la sua bocca da duca del tuono alle labbra del re morto e soffiò forte. L'alito passò vigoroso dall'alta torre alla sala chiara, da lì scese alla sorgente zampillante dei talloni e risalì fino al palazzo dai muri d'argilla del cranio. Il sovrano emise un forte rantolo e ritornò in sé, raccolse il fiato, agitò mani e piedi e gettò un grido: "Maestro!"

Balzò su e si inginocchiò nella polvere dicendo: "Ricordo di avervi visitato l'altra notte da fantasma. Non avrei mai pensato di rivedervi stamane da vivo."

Tripitaka si affrettò ad aiutarlo a rialzarsi: "Maestà, non è merito mio; dovete ringraziare il mio discepolo."

"Che dite mai, maestro!" protestò Scimmiotto ridendo. "Dice l'adagio: non c'è casa con due padroni. Gli omaggi spettano a voi."

Tripitaka era un po' imbarazzato. Il sovrano fu da lui preso per mano e guidato nella sala di meditazione, dove accettò di sedersi solo dopo avere rinnovato i saluti a Porcellino, Scimmiotto e Sabbioso.

I monaci, sopraggiunti per predisporre il servizio della colazione, non seppero capacitarsi della grande novità: il re era tra loro, in abiti zuppi d'acqua. Si intrecciarono domande ed espressioni di meraviglia. Scimmiotto si alzò ad arringarli: "Calma, bonzi, non vi allarmate. Quello che vedete è proprio il re di Gallo Nero, vostro vero sovrano. Egli era stato ucciso da un mostro tre anni fa, e io questa notte l'ho riportato in vita. Ora dovremo ricondurlo in città per far luce sul giusto e sul perverso. Se ci avete preparato la colazione, servitela; la mangeremo e poi partiremo."

I monaci portarono anche la tinozza per lavare il re e gli indumenti per vestirlo. La veste color ocra fu provvisoriamente sostituita da una tunica diritta prestata dal superiore del monastero; la cintura di giada di Lantian da una semplice fascia di seta gialla; gli stivali da un paio di vecchi sandali monastici. Quando ebbero consumato la colazione, si sellò il cavallo.

"Porcellino" chiese Scimmiotto, "quanto pesano i tuoi sacchi?"

"Pesano tanto, fratello, ma non ti so dire con precisione."

"Bene, dividi il carico in due e danne una parte da portare al re, mentre andiamo in città a regolare questa faccenda."

"Che fortuna!" esclamò soddisfatto Porcellino. "Questo re mi ha pesato addosso ben bene, quando l'ho dovuto portare. Ma almeno adesso mi dà una mano."

E, da quel furbacchione che era, lasciò al re i bagagli più pesanti.

"Maestà" disse ridendo Scimmiotto, "spero che non vi mortifichi andare in giro in questo modo, portando valigie."

"Maestro" rispose il re inginocchiandosi, "mi avete reso la vita, per me voi siete padre e madre. Se me lo chiedete, sono pronto a seguire il reverendo fino al Paradiso dell'Ovest come bestia da soma."

"Tutto ciò che ho da chiedervi è di portare questa roba per i quaranta li che ci separano dalla città. Come potrete immaginare, lo scopo non è certo di imporvi prestazioni. Il fatto è che, per riprendere l'esercizio delle vostre funzioni reali, dovrete aspettare che il mostro sia catturato; allora noi vi saluteremo e riprenderemo il nostro viaggio."

Porcellino si lagnò: "Come dire che lui farà il facchino solo per quaranta li, e io per tutta la vita?"

"Piantala fratellino!" tagliò corto Scimmiotto. "Ora si parte."

Porcellino e il re camminavano all'avanguardia, seguiva il maestro a cavallo con Sabbioso che teneva le briglie, mentre Scimmiotto chiudeva la marcia. I cinquecento monaci si schierarono in processione, con la musica in testa, e li accompagnarono fino al portale. Qui Scimmiotto disse: "Cari bonzi, è meglio che non ci accompagnate oltre; non conviene correre il rischio di destare sospetti. Piuttosto pensate a pulire e stirare gli abiti regali, e mandateceli in città questa sera o domattina. Vedrete che il servizio sarà ricompensato."

I monaci ubbidirono e Scimmiotto, che era rimasto indietro, raggiunse in due salti il suo maestro.

La formula del vero esce dall'Ovest,

Lo spirito affinato dal metallo

E dal legno. La madre del cinabro

Si perde in sogni, mentre mille guai

Affliggono il fanciullo. Bisognò

Ricercare il signore in fondo al pozzo

E al celeste Laozi chiedere aiuto.

Il percorso dal vuoto al naturale

Segue l'uom destinato all'essenziale.

Mezza giornata di cammino bastò per giungere in vista delle mura della città.

"Consapevole del Vuoto" chiese Tripitaka, "è quella la città del Gallo Nero?"

"Precisamente" rispose Scimmiotto. "Non attardiamoci, entriamo subito."

Entrando percorsero strade affollate di gente e di attività, ornate da bellissimi edifici. Lo testimoniano i versi:

Palazzi d'oltremare, ma degni della Cina,

E canti e liete danze come nei tempi antichi.

Agitano ventagli decorati di rose,

Indossano vestiti color verde smeraldo.

Sembrano i paraventi gran code di pavone,

E dovunque stendardi e cortine di perle.

È un bel quadro di pace e di prosperità.

I mandarini, in fila, dicon: 'Tutto va bene!'

Tripitaka smontò da cavallo e propose: "Potrei andare direttamente alla reggia a presentare il passaporto, per evitare le seccature dell'ufficio doganale."

"Fate bene" approvò Scimmiotto. "Ma verremo anche noi: in molti si discute meglio."

"Se volete venire vi dovete comportare bene. Prima di prendere la parola bisogna rispettare il rito di omaggio al sovrano."

"Come dire che ci si dovrebbe prosternare?"

"Proprio così; è il cerimoniale dei cinque saluti e delle tre prosternazioni."

"Ma nemmeno per sogno!" disse Scimmiotto ridendo. "Che sciocchezza! Perché mai ci dovremmo umiliare? Fatemi entrare per primo, per farmi un'idea di come conviene comportarsi; se ci rivolgono la parola, rispondo io. Voi seguite il mio esempio: inchinatevi se m'inchino; e buttatevi pure lunghi distesi per terra, ma solo se mi ci butto io."

Quel sacripante di una scimmia li guidò alla porta della reggia e si rivolse al gran ciambellano: "Siamo inviati di sua maestà imperiale dei grandi Tang delle terre dell'Est. Il nostro incarico è di recarci dal Buddha, nel Paradiso dell'Ovest, per chiedergli le scritture. Siamo qui di passaggio e vorremmo presentare il nostro passaporto. Vi prego di annunciarci, perché non vada perduta per voi l'occasione di guadagnare i meriti di una buona azione."

L'ufficiale di guardia alla Porta Gialla si recò subito nella sala d'udienza, si inginocchiò ai piedi dei gradini rossi e fece rapporto: "Sono giunti alla porta cinque monaci, che si dicono inviati dai Tang alla ricerca delle scritture. Sono venuti a presentare il passaporto, ma non osano entrare senza autorizzazione."

Il re diavolo ordinò di farli entrare, e i monaci si presentarono tutti insieme, seguiti dal re risorto. A quest'ultimo, mentre avanzava, sfuggiva qualche lacrima al pensiero: "Che triste situazione! Chi avrebbe pensato che quest'uomo potesse impadronirsi così delle mie terre, circondate dal bronzo, e degli altari dei miei antenati, protetti dal ferro?"

"Maestà" gli bisbigliò Scimmiotto, "dominate il vostro dolore: non ci dobbiamo scoprire prima del tempo. State sicuro che già sento vibrare d'impazienza il mio randello; e vedrete come lavora! Schiacceremo il diavolo, spazzeremo via i mostri e vi faremo ricuperare il vostro regno."

Il re si asciugò furtivamente gli occhi con un lembo della veste e lo seguì ubbidiente nella sala d'udienza, pronto a tutto.

Sfilarono davanti a quattrocento funzionari civili e militari, che il squadravano dalla testa ai piedi, arcigni e sprezzanti. Scimmiotto per primo si presentò ai piedi dei gradini di giada bianca, dove rimase immobile e ben piantato sulle gambe.

Gli ufficiali ai piedi del trono fremevano di indignazione: "Che bonzo selvaggio! Non si prosterna, non parla, non fa nemmeno un semplice inchino; che sfrontato!" E il re diavolo domandò: "Da dove viene questo bonzo?"

"Siamo inviati imperiali del paese dei grandi Tang nelle terre dell'Est del continente meridionale, il Jambûdvîpa" rispose con sussiego Scimmiotto. "Il nostro incarico è di chiedere le autentiche scritture al Buddha vivente, nel Monastero del Colpo di Tuono del paese delle Indie nei territori dell'Ovest. Passando di qui, siamo venuti a presentare i nostri passaporti, come si usa."

Il re diavolo montò in collera: "Qui non siamo vostri tributari e non abbiamo nemmeno relazioni diplomatiche con il vostro paese. Come osate presentarvi a corte senza attenervi al cerimoniale dei saluti?"

"La nostra corte celeste nelle terre dell'Est risale all'antichità più remota" rispose sorridendo Scimmiotto, "e la sua superiorità è sempre stata riconosciuta. La vostra non è che una contrada periferica. Come dice l'adagio: sovrano del paese superiore: padre e re; sovrano del paese inferiore: figlio e suddito. Non potete rimproverare noi di scortesia: semmai avete mancato voi, che ve ne state lassù e non siete nemmeno sceso ad accoglierci."

Il re diavolo, fuori di sé, ordinò ai suoi ufficiali di metter le mani addosso a quei selvaggi; e già i mandarini si slanciavano, quando Scimmiotto gridò: "Fermi dove siete!" e fece un segno con la mano. Sotto il dominio della magia immobilizzante, nessuno poté più muovere un dito. Era il caso di dirlo:

Soldati sui gradini come idoli di legno

E capitani in sala come statue d'argilla.

Vedendo immobilizzati i suoi ufficiali, il re diavolo balzò giù dal trono per impadronirsi dell'intruso. Il re scimmia non aspettava altro. "Vieni, vieni! Anche se la tua zucca fosse di ferro o di bronzo, vedrai che buco ci farà il mio randello!" pensava.

Ma prima che si arrivasse allo scontro, spuntò accanto al re diavolo la stella della sua salvezza, cioè il principe ereditario, che lo trattenne e si inginocchiò dicendo: "Real padre, calmate la vostra ira!"

"Che cosa vuoi, figliolo?"

"Permettetemi, padre, di farvi sapere che avevo già sentito parlare di un santo monaco inviato nell'Ovest dalla corte dei Tang: dev'essere lui. Se in un moto di collera lo fate decapitare, i grandi Tang potrebbero venirlo a sapere e certo reagirebbero. Taizong non solo ha unificato l'impero, ma ha già compiuto varie spedizioni oltremare. Se venisse a sapere della morte del suo fratello giurato, ci attaccherebbe con le sue truppe a cavallo, e noi che potremmo fare con le nostre deboli forze? Saremmo ridotti a pentirci troppo tardi. Mi permetto di suggerire di istruire un regolare processo per il crimine di lesa maestà."

Il principe ereditario non conosceva le intenzioni di Scimmiotto e intendeva semplicemente difendere Tripitaka dall'attacco del mostro. Il re diavolo si fece convincere e, in piedi dov'era, gridò: "Sentiamo: quando avete lasciato le terre dell'Est? Perché il re dei Tang vi ha mandato in cerca delle scritture?"

"Il mio maestro è fratello giurato dell'imperatore dei Tang" rispose Scimmiotto; "il suo nome è Tripitaka. I fatti andarono così: il primo ministro Wei Zheng aveva decapitato in sogno il drago del fiume Jing, per ordine del Cielo. L'imperatore scese nel tribunale infernale, e quando tornò in vita ordinò una grande cerimonia dell'Acqua e della Terra per la salvezza delle anime in pena e dei fantasmi perversi. Durante la cerimonia, in cui il mio maestro spiegava i sutra e predicava la compassione, la pusa Guanyin e l'imperatore gli chiesero di andare nell'Ovest. Il mio maestro fece voto con gioia di servire lealmente il suo paese. Tre giorni avanti la metà della nona luna del tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù, il mio maestro ricevette il suo passaporto e partì. Al Monte delle due Frontiere mi accolse come suo primo discepolo, con il nome di Scimmiotto Consapevole del Vuoto, detto il Novizio. Nel villaggio dei Gao, ai confini del Tibet, accolse come secondo discepolo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità, detto Otto Divieti. Al Fiume delle Sabbie Mobili si aggiunse il terzo discepolo, Sabbioso Consapevole della Purezza. E l'altro giorno, al Monastero del Bosco Sacro, il maestro ha accettato anche un taoista vagabondo come aiutante nel portare i bagagli."

L'esposizione particolareggiata non lasciava molto spazio a domande. Ma il re diavolo, con gli occhi accesi di collera, disse: "Bonzo, dopo essere partito da solo dalle terre dell'Est hai preso con te quattro discepoli. Passi per i primi tre, che son monaci; ma il quarto da dove viene? Come si chiama? Ha un certificato di ordinazione sacerdotale? Si faccia avanti a deporre."

Il re tremava impaurito: "Maestro, che cosa devo dire?"

Ma Scimmiotto gli bisbigliò: "Zitto, rispondo io." E infatti dichiarò: "Questo vecchio è duro d'orecchio, maestà, ed è muto. Viene con noi perché da giovane è già stato nel Paradiso dell'Ovest, e perciò conosce la strada. Posso dirvi tutto sulle sue origini e la sua vita. Con il vostro permesso, deporrò per lui."

"Fallo subito, e con esattezza."

Scimmiotto recitò:

"Anziano si confessa l'imputato,

Sordomuto, un po' tocco, ed ha perduto

Tutti i suoi beni. Il suo luogo d'origine

È proprio questo, dove fu colpito

Dalla sciagura cinque anni fa.

La siccità infuriava. Invano offriva

Il sovrano preghiere e cerimonie:

Non una nube, mille leghe in giro!

Mentre tutti soffrivano i tormenti,

A corte giunse un prete taoista,

Che finalmente provocò la pioggia.

Ma una sera nel parco, di nascosto,

Gettò il sovrano in fondo a un pozzo oscuro

Ed usurpò il suo aspetto ed il suo trono.

Felicemente quando noi giungemmo

Risuscitammo il defunto sovrano:

E l'imputato è lui. Dentro la sala

C'è un taoista che si finge sovrano;

Ma lui, finto taoista, è il vero re."

A questo discorso, il re diavolo sentì il cuore balzargli in petto come un cerbiatto, e il viso infiammarsi di rossi vapori. Volle fuggire ma, disarmato com'era, prima strappò la sciabola di mano a uno degli ufficiali immobilizzati dalla magia di Scimmiotto, poi salì su una nuvola e scomparve dalla finestra.

Sabbioso ruggì indispettito dalla fuga, e Porcellino si scagliò furibondo contro la scimmia: "Se tu avessi controllato la lingua l'avremmo preso, e invece è fuggito. E adesso chi lo acchiappa?"

"Calmatevi, fratelli, non fate baccano inutilmente" disse Scimmiotto ridendo. "Prima ci sono tante cose da fare: il principe ereditario deve presentare i suoi rispetti a suo padre, la regina e le concubine devono salutare il marito. Poi bisognerà destare dal letargo i poveri ufficiali, che devono sapere che cosa è accaduto e rendere omaggio al vero sovrano. Sbrigate queste faccende, lo andrò a prendere."

Il bravo Scimmiotto fece come aveva detto. Dopo avere raccomandato alla protezione di Sabbioso e Porcellino il maestro e tutta la corte, concluse: "Ora me ne vado" e scomparve senza lasciar traccia.

Con un balzò salì al nono cielo e scrutò l'orizzonte per vedere dov'era finito il diavolo. Lo vide in fuga verso est e lo raggiunse gridando: "Fermati, mostro! Dove vuoi andare?"

Il re diavolo si volse furioso sguainando la sciabola: "Farabutto di uno Scimmiotto, non erano fatti tuoi se mi ero procurato un trono. Che bisogno avevi di trasformarti in poliziotto e di rompermi le uova nel paniere?"

"Bestiaccia impudente!" lo sgridò Scimmiotto, che si divertiva molto. "Sei un bello sfacciato. Come ti sei permesso di fingerti re? E poi, quando mi hai visto, avresti potuto prendere il largo; invece hai voluto farti giudice di un processo tutto da ridere. La testimonianza che volevi l'hai avuta; ora sta fermo, che ti do il resto." E menò una randellata.

Il diavolo schivò e cercò di colpire con la sciabola. Si avviò il duello:

Il feroce re scimmia contro il forte re diavolo:

Accaniti si affrontano, randello contro sciabola.

I tre mondi, quel giorno, risplendono di luce

Perché il vero monarca il suo trono ha ripreso.

Dopo pochi scontri il diavolo non fu più in grado di sostenere gli assalti del re scimmia. Fece dunque dietro-front e ritornò per la via da cui era venuto: si precipitò dentro la sala del trono e si confuse tra le file degli ufficiali ritti ai piedi dei gradini di giada bianca. Lì si diede una scossa e si trasformò nella perfetta replica di Tripitaka, in piedi a mani giunte davanti ai gradini. Quando Scimmiotto lo raggiunse e alzò il randello per colpire, protestò: "Per l'amor del cielo, discepolo, non mi colpire! Sono io!"

Scimmiotto si gettò verso l'altro Tripitaka, che disse anche lui: "No, no, per carità! Sono io!" Anche il tono della voce era il medesimo; come fare a distinguerli?

Scimmiotto rifletteva: "Se il Tripitaka che ammazzo è il mostro trasformato faccio un'opera di bene; ma se è quello vero, faccio un bel pasticcio. Chi m'aiuta?"

Si provò a chiedere il parere di Porcellino e di Sabbioso; ma i rapidi movimenti dei contendenti non avevano consentito loro di tenere il conto.

Allora Scimmiotto fece un passo magico e convocò tutti i protettori della legge che li seguivano, più la divinità del luogo, per dir loro: "Devo ammazzare il mostro, ma non so più qual'è. Voi che siete invisibili e potete distinguere il Tripitaka vero dal falso, suggerite al mio maestro di salire i gradini; io abbatterò l'altro."

L'abile mostro aveva però sorpreso la richiesta, e senza indugio fu lui a salire i gradini. Scimmiotto fece per abbassare la sua sbarra sul vero Tripitaka. Per fortuna le divinità lo avvertirono e lo fermarono in tempo; altrimenti, anche se ci fossero stati venti Tripitaka, quel colpo li avrebbe ridotti a una ciotola di passato di verdura.

Quando Scimmiotto si avventò su per i gradini, il mostro ne balzò giù, afferrò Tripitaka e insieme tornarono a mescolarsi alla folla, indistinguibili l'uno dall'altro.

Scimmiotto cominciava a inquietarsi, e i sogghigni di Porcellino gli facevano perdere le staffe: "Cosa ti prende, scemo? Sei così contento perché adesso hai due padroni da servire?"

"Fratellino, io sarò scemo, ma anche tu stai facendo la tua parte" replicò ridendo Porcellino. "Non c'è bisogno che ti dia tanto da fare. Abbi pazienza, dovrai sopportare un po' di mal di testa. Chiedigli di recitare la formula che sappiamo; io e Sabbioso li prenderemo per mano e staremo attenti. Uno dei due non la conosce, e quello è il diavolo. Non ti sembra facile?"

"Grazie, fratellino. Questa è l'idea giusta. È una formula che conoscono soltanto il Buddha, che l'ha inventata, Guanyin e il maestro. Dunque, signori Tripitaka, avanti con la formula!"

Il falso Tripitaka non poté che mormorare parole a caso. "Il mostro è lui!" gridò Porcellino, e lasciò andare la mano per afferrare il rastrello; ma il mostro schizzò via su una nuvola.

I tre discepoli abbandonarono il maestro e si gettarono all'inseguimento: in breve i tre bonzi inferociti circondarono il diavolo maledetto.

Al vedere Porcellino e Sabbioso che correvano con rastrello e bastone per prenderlo in una tenaglia, da destra e da sinistra, Scimmiotto rise e propose: "Stiamo accorti: se io lo attacco di fronte lui, che mi ha già assaggiato, scapperà di nuovo. Se invece, mentre voi lo impegnate, io prendo quota, la mia sbarra può piombare dall'alto sulla sua testa, come in cucina il pestello sugli spicchi d'aglio."

In effetti il grande santo salì al nono cielo e stava per buttarsi in picchiata quando, da una nube multicolore a nord est, si udì una voce che gridava: "Fermati, Consapevole del Vuoto!"

Scimmiotto si volse da quella parte e riconobbe il pusa Wenshu. Nascose allora la sbarra e si avanzò rispettoso a salutare: "Come va, pusa?"

"Vengo a catturare quel demone."

"Vi ringrazio di esservi disturbato."

Wenshu si cavò dalla manica uno specchio per rivelare gli esseri diabolici, e il demone vi apparve nella sua vera forma. Scimmiotto gridò a Porcellino e Sabbioso di venir su a vedere. Il re diavolo mostrava un aspetto assai feroce:

Gli occhioni grandi come due scodelle,

Una testona come una pignatta,

Il corpo color indaco, gli artigli

Candidi come il ghiaccio e acuminati,

Orecchie ricadenti, lunga coda,

Una rossa criniera, occhi dorati

E due file di denti come seghe

Di giada: quell'immagine mostrava

Nient'altro che il leone di Wenshu.

"Pusa" chiese Scimmiotto stupito, "quello non è il leone che vi serve da mezzo di trasporto? Perché va in giro in libertà e gioca a fare il mostro?"

"Consapevole del Vuoto, non girava in libertà, era stato inviato dal Buddha."

"Sarebbe a dire che il Buddha manda in giro le vostre bestie a usurpare troni? E io a chi dovrei chiedere un decreto che esenti il monaco cinese dalle vostre soperchierie?"

"Non sai i retroscena. Quel re del Gallo Nero in effetti amava il bene e faceva elemosine ai monaci, tanto che il Buddha mi aveva inviato per condurlo nell'Ovest, dove gli avrebbe senz'altro concesso il corpo dorato di arhat. Io non potevo certo camminare per le strade nel mio aspetto normale, perciò presi sembianze di monaco e mi presentai a chiedere l'elemosina. Ma quando dissi qualche parola che non gli piacque, lui, ignorando che ero una persona dabbene, mi fece legare e gettare nel fossato: restai a mollo nell'acqua per tre giorni e tre notti. Meno male che alla fine le sei divinità delle tenebre mi tirarono fuori, mi diedero un'asciugata e mi accompagnarono a casa. Mi misi a rapporto dal Buddha, e lui incaricò questo mostro di gettare il re in un pozzo, perché restasse a mollo per tre anni in cambio dei tre giorni che aveva inflitto a me. Sorso o boccone, è il destino che te lo impone!"

"Sorso o boccone, dite voi. In fondo è stata una vendetta privata per uno sgarbo. Non avete pensato alle vittime innocenti che potevate coinvolgere?" obiettò Scimmiotto.

"Non abbiamo fatto male a nessuno. Da quando è arrivato il mostro, il corso delle stagioni nel paese è stato più clemente che mai, prospero l'andamento degli affari e in pace il popolo. Dove sarebbero le parti lese?"

"Per non dir altro, è andato a letto con tutte le signore dei tre palazzi. Le ha contaminate e ha violato i grandi princìpi che reggono i rapporti umani. Non ci sarà danno, secondo voi?"

"Dubito che potesse contaminare le signore: è un leone castrato."

Porcellino, che ascoltava, allungò la mano per accarezzare il mostro sulla testa e disse ridendo: "Ho il naso rosso, ma bere non posso: povera bestia, non merita la sua reputazione."

"Se le cose stanno come dite, riprendetevelo" concluse Scimmiotto. "State sicuro che, se non foste arrivato voi, non l'avrebbe scampata."

Wenshu recitò un incantesimo e gridò: "Coraggio, sporcaccione, che cosa aspetti per ritornare sulla retta via?"

Allora il diavolo riprese la sua forma originaria. Il pusa lo ammansì offrendogli da mangiare un fior di loto, gli montò in groppa e si congedò, scomparendo lontano dentro una nuvola luminosa:

Verso il Monte Wutai si dirigeva

Ad ascoltar le prediche del Trono.

Se in fin dei conti non sapete come fu che il monaco cinese e i suoi discepoli lasciarono la città, ascoltate il seguito.