Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo40

040 FURFANTERIE DI BIMBO ROSSO · IL FANCIULLO TURBA LO SPIRITO DI MEDITAZIONE CON GIOCHI DI TRASFORMAZIONE. SCIMMIA, CAVALLO E SPATOLA SI ADEGUANO ALLA VACUITÀ DELLA MADRE DEL LEGNO.

Scimmiotto e i condiscepoli, di ritorno alla corte, trovarono il sovrano, le regine e i cortigiani schierati a riceverli per esprimere la loro riconoscenza. Fra interminabili prosternazioni degli ascoltatori, il Novizio raccontò come il pusa avesse sottomesso e portato via con sé il mostro.

Mentre tutti si congratulavano, l'ufficiale della Porta Gialla venne ad annunciare: "Signore e maestro, si sono presentati alla porta altri quattro monaci."

"Fratello" gridò allarmato Porcellino, "non sarà un brutto tiro di quella creatura malefica? Magari si è gabellata per il pusa Wenshu e ci ha messo nel sacco tutti quanti; e ora si ripresenta in veste di monaco e trama altri inganni."

"È un'ipotesi assurda" disse Scimmiotto, e ordinò di introdurre i monaci.

Quando entrarono, si vide che erano semplicemente fraticelli del Bosco Sacro con una consegna di lavanderia: portavano il real vestiario lavato e stirato.

"Arrivate al momento giusto!" esclamò Scimmiotto tutto contento. Si fece consegnare gli oggetti e sostituì lui stesso il turbante sul capo del re con l'alta corona, gli fece sfilare la tunica e indossare la veste regale color ocra, gli sciolse la fascia di seta e allacciò la cintura di giada, gli tolse i sandali monacali e li sostituì con gli stivali di nuvole. Chiese al principe lo scettro di giada bianca e glielo mise in mano. Poi invitò il re a salire sul trono perché, come dice l'adagio, la corte non può stare un sol giorno senza re.

Ma il re si ostinava a rifiutare. Inginocchiato sui gradini, singhiozzava: "Io che sono morto tre anni fa e sono stato salvato dal maestro qui presente, come potrei arrogarmi questo onore? Chiedete a lui di salire sul trono! Io me ne andrò con i miei a vivere fuori città, e sarò contento così."

Naturalmente Tripitaka, impegnato nelle pratiche religiose e nella ricerca delle scritture, non intendeva prendere in considerazione l'offerta. Scimmiotto, sollecitato dal re, rispose: "Amico mio, se volessi regnare, credo che potrei scegliere un reame a mio gusto in tutto il mondo. Ma mi ha viziato la vita libera dei monaci. Da re dovrei farmi crescere i capelli; dovrei dormire poco: troppo presto coricarsi al crepuscolo, troppo tardi alzarsi dal letto al quinto colpo di tamburo; aspetterei con ansia ogni rapporto dalle frontiere; ogni calamità naturale mi riempirebbe di angoscia. Non mi ci adatterei. Fare il re è il vostro mestiere; il nostro, invece, è di pensare a noi stessi e acquistar meriti."

Il sovrano constatò che i suoi sforzi per cedere il trono ad altri non avevano successo, e dovette adattarsi a salirvi con il viso rivolto a sud, per sentirsi proclamare l'Unico. Promulgò allora un'amnistia generale e rimandò i monaci del Bosco Sacro al loro convento con onori e doni. Si aprì il Padiglione dell'Est per celebrarvi un banchetto in onore del monaco cinese, e si convocarono i pittori perché ritraessero l'aspetto dei quattro pellegrini, in modo che si potessero conservare le loro vere sembianze nella sala delle udienze.

Resa la pace al reame, maestro e discepoli non vollero attardarsi più a lungo e si apprestarono a congedarsi da sua maestà per riprendere il cammino. Il re, le dame dei tre palazzi, il principe ereditario e i cortigiani offrirono a gara oro, argento e seta in segno di gratitudine. Ma Tripitaka rifiutò ogni cosa, volle presentare il suo passaporto e sollecitò i discepoli a sellare il cavallo e a partire senza indugio. Il sovrano, molto dispiaciuto, fece preparare il carro reale e pregò Tripitaka di prendervi posto: due file di ufficiali facevano ala, mentre la famiglia reale spingeva la vettura. Tripitaka non poté scendere prima che raggiungessero i sobborghi.

"Maestro" gli disse il re, "dovrete tornare a trovarci, quando percorrerete la strada del ritorno con le vostre scritture."

"Certo non mancheremo."

Il re tornò indietro commosso e con le lacrime agli occhi, mentre i quattro pellegrini si allontanavano su per le ampie curve della strada in salita. Era il momento in cui l'autunno trapassa nell'inverno.

Splende la brina sulle foglie rosse

Del bosco diradato. Il miglio giallo

Sotto le piogge è giunto a maturare.

Resistono le fronde dei susini,

Geme nel vento il bambù di montagna.

Quando avevano lasciato da quindici giorni il paese del Gallo Nero, fermandosi la notte e ripartendo all'alba, videro sorgere davanti a loro montagne alte da oscurare il cielo. Tripitaka, allarmato, tirò le redini e chiamò Scimmiotto, che rispose: "Agli ordini!"

"Ecco di nuovo le montagne. Stiamo attenti, perché temo che le creature malefiche ci aggrediranno ancora."

"Non vi preoccupate" disse Scimmiotto ridendo. "Andiamo per la nostra strada, e se ci aggrediranno vi difenderò."

Il reverendo spronò il cavallo e si inoltrò in quello scenario di rupi e precipizi.

Quant'è alta la montagna?

Con la cima tocca il cielo.

Quant'è fondo il precipizio?

Sembra scendere all'inferno.

Nubi bianche sopra i larici,

Brume grigie fra i bambù.

Nelle rocce si nascondono

Antri oscuri di demoni,

Dove l'acqua a goccia a goccia

Si distilla, ed alimenta

I torrenti serpeggianti.

Scimmie saltano sui rami;

Cervi con le grandi corna

Fissan gli occhi inespressivi

Sui viandanti; nella sera

Va la tigre alla sua tana,

E il mattino sbuca il drago

Dalla pozza del ruscello.

Un rumore immotivato

D'improvviso getta il panico

Fra i volatili e le bestie;

Si domandano i viandanti

Che sia stato, e intorno osservano

Circospetti e paurosi,

In quel mondo di granito

Che le nubi azzurre velano.

I pellegrini, che già erano pieni di apprensione, videro una nube rossastra che saliva da una valletta fino al nono cielo e formava una palla di fuoco. Scimmiotto, allarmatissimo, balzò avanti, afferrò il monaco cinese per una gamba e lo costrinse a smontare precipitosamente: "Fermi, quello è un mostro!"

Porcellino brandì il rastrello e Sabbioso roteò il suo bastone. Tutti circondarono Tripitaka.

Si trattava davvero di una creatura malefica, che da vari anni aveva sentito parlare del viaggio in Occidente di questo monaco cinese, reincarnazione di Cicala d'Oro, sant'uomo coltivatosi amorevolmente attraverso dieci successive incarnazioni. "Se potessi mangiare le sue carni, vivrei quanto il cielo e la terra" si diceva la creatura. Ogni mattina ispezionava la montagna per vedere se fosse arrivato il gran giorno. Perciò ora guardava dall'alto con grande soddisfazione e con ammirazione sconfinata quel monaco circondato dai suoi discepoli. "Che monaco bello e buono! Il sant'uomo della corte dei Tang è evidentemente quel bonzo soffice e rotondetto, con la pelle così fine e bianca. Chissà perché si terrà vicini quei materialoni con le maniche rimboccate, che tendono i pugni e agitano le armi come se volessero picchiare? Se qualcuno di loro fosse tanto perspicace da riconoscermi, non sarebbe facile giungere ad assaggiare la ciccia del buon monaco."

La creatura rifletté a lungo, soppesando il pro e il contro delle varie possibilità: "Se pretendo di catturarlo con la forza, rischio di non riuscire nemmeno a toccarlo. È più sicuro se me lo faccio amico con la seduzione del bene. Una volta che l'abbia disposto amichevolmente nei miei confronti, non sarà difficile trovare l'occasione adatta per farlo cadere nelle mie mani. Andiamo giù a preparare qualche trucco."

Che brava creatura malefica! Disperse la nube di fuoco, scese dal cielo sul fianco della montagna e si trasformò in un bambino di sette anni, nudo come un bruco, con le mani e i piedi legati da una grossa corda che gli arrossava la pelle. Era appeso a un ramo di pino e gridava: "Aiuto! Aiuto!"

Intanto Scimmiotto vide dissiparsi la nube rossastra e scomparire la palla di fuoco; perciò disse: "Maestro, potete risalire a cavallo; andiamo avanti."

"Ma non stavi dicendo che c'è un mostro?"

"Certo, ho visto segni di presenza diabolica, ma ora sono scomparsi: forse era un mostro di passaggio."

"Ne racconta di belle, il nostro condiscepolo!" motteggiò Porcellino. "Adesso abbiamo anche i mostri di passaggio."

"Non te ne intendi" precisò dignitoso Scimmiotto. "Metti che in qualche caverna qui intorno ci sia un re diavolo che organizzi un banchetto, e ci inviti tutte le presenze malefiche della regione. Verrebbero bestiacce da ogni direzione, ma intente solo ai fatti loro, per andarsi a divertire; per noi non sarebbero mostri di passaggio?"

Tripitaka non sapeva se poteva fidarsi, ma non aveva scelta; si aggrappò all'arcione e rimontò in sella per riprendere il cammino. In breve udì la vocina che chiedeva aiuto e si volse allarmatissimo verso i discepoli: "Chi può gridare così, in mezzo a queste montagne?"

"Maestro" rispose Scimmiotto, "andate per la vostra strada e non occupatevi di gride e di proclami. Anche se ci fossero delle gride, non si troverebbe chi le legga."(42)

"Non parlavo di questo!" si spazientì Tripitaka.

"So di che cosa parlate" fece Scimmiotto, "ma vi consiglio di farvi i fatti vostri e di tirar dritto senza vedere né udire nulla."

Tripitaka spronò il cavallo, ma prima che percorresse un li lo raggiunse nuovamente l'invocazione di soccorso.

"Discepoli" insisté il reverendo, "questo non è il richiamo di un essere malefico: se lo fosse, non darebbe echi. Qui c'è davvero qualcuno nei guai; lo dobbiamo aiutare."

"Maestro" obiettò Scimmiotto, "questi non sono posti adatti per l'esercizio della compassione. Quando avremo superato la montagna e ci troveremo di nuovo in pianura, compatirete quanto vorrete. Ma questo è un cantuccio sinistro pieno di pericoli. Sapete che gli esseri malefici prosperano come le erbacce e possono avere mille origini diverse. Basterebbe un pitone, per esempio, che abbia avuto qualche anno di tempo per perfezionarsi: vi saprà chiamare per nome e soprannome. Se non rispondete non accade nulla, ma se rispondete alla creatura dissimulata fra l'erba o annidata in un anfratto, si impadronirà della vostra anima, vi perseguiterà di notte, finirà per togliervi la vita. Camminiamo più svelti! Come dicevano gli antichi: ringraziamo dèi e mani per esserne fuori. Non date retta, non ascoltate nemmeno!"

Il reverendo frustò il cavallo. Intanto Scimmiotto si chiedeva: "Dov'è nascosta questa cosa maligna che continua a strillare? Sarà meglio che ricorra al trucco geomantico alba e tramonto, in modo da tenercene lontani."

Il bravo Scimmiotto chiamò Sabbioso e gli passò le redini del cavallo: "Non correte, dammi il tempo di far pipì."

Li lasciò andare avanti di qualche passo e recitò un incantesimo per spostare la montagna: puntò indietro la sua sbarra cerchiata d'oro e fece in modo che il picco che dovevano superare, dove la creatura malefica li insidiava, si trovasse alle loro spalle. Mentre Scimmiotto correva a rotta di collo per raggiungerli, Tripitaka udì nuovamente le invocazioni dietro di sé: "Discepoli" si inquietò, "ecco che abbiamo superato quell'infelice: lo sentite che grida ancora là dietro?"

"Un momento fa era davanti a noi" notò Porcellino. "Sarà girato il vento."

"Lasciate perdere il vento" esortò Scimmiotto che sopraggiungeva. "Tiriamo diritto!"

Tutti tacquero e marciarono, ansiosi di superare la catena montuosa.

La creatura malefica, che non era riuscita ad attirarli, rifletteva: "Mi ero messo a tre li scarsi dal monaco cinese; a quest'ora dovrebbe essere arrivato. Avrà preso un altro sentiero." Si liberò dai legami e si alzò in cielo per osservare la situazione, sotto forma di raggio di luce rossa. Scimmiotto vide e capì che si trattava sempre della stessa insidia; perciò fece nuovamente smontare Tripitaka: "Ragazzi, attenti! Il mostro ritorna."

Porcellino e Sabbioso ripresero le armi e circondarono il monaco cinese per proteggerlo.

Il mostro guardava interessato e apprezzava: "Quei tre sono gente svelta. Il monaco con la faccia pallida, che stava a cavallo, l'hanno nascosto in un baleno. Sono un po' lontano per vedere bene, ma ho l'impressione che, se prima non mi sbarazzo di quello con lo sguardo penetrante, non riuscirò a concludere niente."

Ridiscese e si mise in agguato come prima, appeso a un ramo di pino, a non più di mezzo li davanti a loro.

Allo scomparire della luce rossa, Scimmiotto li invitò a riprendere il cammino.

"Ma insomma, questo pericolo c'è o non c'è?" si irritò Tripitaka.

"Come prima; un mostro ha dato segno di sé, ma è passato."

"Questa maledetta scimmia ci prende in giro!" gridava il reverendo. "Quando i mostri ci sono davvero, non dice niente. Ma in queste belle montagne, fatte solo per piacevoli escursioni, continua a spaventarci gridando ai fantasmi. Ora l'ha preso la mania dei mostri di passaggio. Al primo stormir di fronde, mi afferra per le gambe e mi tira giù dal cavallo senza nessun riguardo. E se mi rompe una gamba?"

"Maestro, portate pazienza. Se vi doveste far male, vi cureremo; ma se un mostro si impadronisce di voi, non so se sarebbe agevole ricuperarvi."

Tripitaka, fuori di sé dalla collera, voleva recitare l'incantesimo del cerchio; Sabbioso lo dissuase a stento. Non poté che rimettersi in sella; ma era appena ripartito che udì di nuovo: "Aiuto! Aiuto!"

Il maestro alzò gli occhi e vide un bambino tutto nudo appeso a un ramo d'albero. Tirò le redini e riprese a inveire contro Scimmiotto: "Che gaglioffo, quel maledetto scimmione! In lui non c'è ombra di bontà, solo il culto della violenza. Lo dicevo io che era un essere umano; e lui: 'no, no, è un mostro!' Ed eccolo qua: è un bambino appeso all'albero."

Scimmiotto, fra le manifestazioni di collera che subiva e il rischio di ripiombare nel mal di testa, non sapeva che fare. Perciò se ne stette zitto a testa bassa, mentre quel furbacchione di Tripitaka si accostava all'albero e si rivolgeva al bambino: "Dove sono i tuoi genitori? Perché sei appeso lì? Dimmi tutto, perché ti possa aiutare."

Il mostro, esibendo occhietti gonfi di lacrime, gli raccontò una bella storia: "Maestro, a ovest di questa montagna scorre un torrente che si chiama dell'Abete Secco; il mio villaggio è in riva a quel torrente. Mio nonno si chiamava Rosso, soprannominato Milione perché aveva fatto fortuna; morì molto tempo fa, in età avanzata, lasciando i suoi beni in eredità a mio padre. Papà spendeva molto, e presto fu soprannominato soltanto Centomila. Cercò di rifarsi prestando il suo denaro a certa gente d'ignota provenienza, grandi spacconi che promettevano lauti guadagni. Invece essi si rivelarono una banda di briganti, e mio padre si trovò a perdere capitale e interessi. Quando rifiutò di prestar loro altro denaro, vennero a casa nostra in pieno giorno con torce e bastoni, uccisero mio padre e fecero man bassa dei nostri averi. Mia madre, che non era priva di bellezza, se la portarono via per affidarle il loro covo. Lei mi portò con sé, ma quando arrivammo sulla montagna quei banditi si vollero sbarazzare anche di me. Le suppliche di mia madre mi risparmiarono di essere sgozzato: come vedete si sono accontentati di legarmi e abbandonarmi, perché morissi di fame e di freddo. Non so dove sia il covo dei banditi. Io sono appeso qui da tre giorni e tre notti, e voi siete le prime persone che passano. Non so, maestro, quali meriti acquisiti in una vita anteriore mi diano la fortuna di incontrarvi. Se nella vostra grande compassione vorrete salvarmi e riportarmi a casa mia, mi saprò sdebitare; sarei pronto a vendermi schiavo per testimoniarvi la mia riconoscenza, che durerà fino alla morte."

Tripitaka si bevve tutta la storia come acqua di fonte e ordinò a Porcellino di slegarlo. Il bestione, che non era più sveglio di lui, stava per ubbidire, quando Scimmiotto sbottò: "Maledetta creatura, vedo bene che cosa sei! Non penserai di infinocchiarmi con le balle che ci racconti! Oltre tutto, la tua storia non sta insieme; come potremmo riportarti a casa tua, se non hai più né casa né famiglia? E come conteresti di sdebitarti?"

Il mostro si impaurì, perché comprese che il grande santo vedeva chiaro. Si mise a tremare e a piangere, e rispose: "Maestro, è vero che ho perduto i genitori, ma le proprietà di mio padre esistono ancora, e anche i miei parenti."

"Quali parenti?"

"A sud della montagna c'è ancora la casa di mio nonno materno; le zie vivono a nord. Lungo il torrente abita lo zio Li Quarto, marito della sorella di mia madre. Nel bosco sta Beniamino Rosso, che è uno zio alla lontana. Maestro, mi potete portare da questi parenti. Dirò loro che mi avete salvato la vita e venderò le mie proprietà per offrirvi una grossa ricompensa."

Porcellino si fece avanti e spinse Scimmiotto da parte: "Fratello, smettila di tormentare il ragazzino. Si capisce, i briganti hanno rubato i beni mobili, ma non si sono certo portati via case e campi. Lui parlerà ai suoi parenti e noi, per quanta fame possiamo avere, non riusciremo a mangiare più del raccolto di dieci mu di risaia. Ora lo tiro giù."

Con l'orizzonte dei suoi pensieri circoscritto al cibo, prese il suo temperino da monaco, tagliò le corde e liberò il mostro, che corse a prosternarsi davanti al cavallo di Tripitaka.

"Arràmpicati sul cavallo, figliolo" disse il compassionevole reverendo, "che ti porto con me."

"Maestro, ho i crampi alle mani e la schiena indolenzita; e poi sono un contadino, non so stare a cavallo."

Tripitaka chiese a Porcellino di prenderlo in spalla, ma il mostro obiettò: "Maestro, ho la pelle irritata dal freddo, non posso stare sulle spalle di quel signore; ha certe setole sul collo..."

"Ti porterà Sabbioso."

"Sembra uno dei banditi che hanno assaltato casa mia. Tremo di paura solo a vederlo."

Tripitaka si rivolse dunque a Scimmiotto, che schiattava dalle risa: "Si capisce, lo porto, lo porto!"

Il mostro, soddisfatto, si lasciò docilmente prender su da Scimmiotto, che lo soppesò: al momento non pesava più di tre libbre e dieci once.

"Maledetta creatura, oggi ti spedirò all'altro mondo" sogghignò Scimmiotto. "Sei spudorato a venire a esibire i tuoi giochetti davanti a Scimmiotto. So benissimo che cosa vai cercando."

"Maestro" protestò il mostro, "io vengo da una buona famiglia colpita da una grande disgrazia. Che cosa potrei andare a cercare?"

"Se venissi da una buona famiglia, non peseresti così poco."

"Ma sono piccolo."

"Quanti anni hai?"

"Sette anni."

"Lo vedi! Una libbra all'anno" replicò Scimmiotto ridendo. "Dovresti pesare sette libbre, mentre non arrivi a quattro: non è un peso umano."

"Mi hanno dato poco latte quand'ero in fasce."

"Lascia stare. Ti porto; ma quando vuoi fare la cacca o la pipì, me lo devi dire."

Tripitaka, con Porcellino e Sabbioso, riprese il cammino, mentre Scimmiotto con il bambino sulla spalla si attardava. Lo attestano i versi:

Ostacolo diabolico si oppone

Alla virtù: dalla meditazione

Son risvegliati i démoni. Lo spirito

Sovrano va seguendo via di mezzo;

Folle madre del legno si smarrisce,

Cavallo del pensiero non si esprime,

Donna gialla s'inquieta ma non parla.

È l'ospite perverso a trionfare

E rallegrarsi, ma invano; alla fine

Svanirà tutto ad opera del giusto.

Come fu installato in spalla a Scimmiotto, il mostro aspirò aria nelle quattro direzioni ed espirò profondamente: il suo peso salì a mille libbre.

"Figliolino bello" scherzò Scimmiotto, "non vorrai mica schiacciare il tuo papà?"

Temendo la reazione del Novizio, il mostro lasciò il corpo sulla spalla, ma balzò con l'anima al nono cielo; intanto il peso continuava a salire. Il re scimmia perse la pazienza, prese il corpo e lo sbatté sulla roccia; poi, per maggiore sicurezza, lo strappò a pezzetti che disseminò qua e là sul ciglio della strada.

La creatura, che vedeva tutto dall'alto, si indignò: "Quel bonzo è un bruto! Per quanto io sia un mostro e voglia mangiarmi il tuo maestro, tu non puoi trattarmi così, senza provocazione e senza preavviso. Per fortuna ho avuto la prudenza di tenermi lontano, sennò mi avrebbe assassinato gratuitamente. Se la tiro in lungo e non approfitto di questo momento per impadronirmi del monaco cinese, posso solo aspettarmi rischi peggiori da quel malvagio."

Il bravo mostro scatenò una bufera da sollevar la polvere e far rotolare i sassi.

Acre e violento turbine si leva,

Oscura il cielo di neri vapori.

Sradica gli alberi, divelle i rami

Del susino selvatico. I viandanti

Acceca il vento giallo, ed i detriti

Rocciosi sul cammino fanno ostacolo.

Sotto l'oscuro cielo il grande turbine

Si avvolge e si srotola. Le bestie

Ovunque mandan gridi di terrore.

Tripitaka stentava a reggersi sul cavallo, Porcellino chiudeva gli occhi, Sabbioso camminava a testa bassa coprendosi la faccia. Scimmiotto capì chi provocava il turbine e si gettò avanti, ma la creatura, prima di essere raggiunta, afferrò il monaco cinese e lo portò via sulle ali del vento. Del reverendo non rimase traccia. Subito cessò l'ululato della bufera e il sole tornò a brillare.

Quando giunse sul posto, Scimmiotto trovò il cavallo drago che tremava e lanciava lamentevoli nitriti; i bagagli gettati dal vento sul ciglio della strada; Porcellino che piagnucolava raggomitolato al riparo di una roccia; Sabbioso accucciato contro la parete rocciosa, che gemeva a sua volta. "Porcellino!" chiamò Scimmiotto.

Il bestione riconobbe la sua voce e, alzando la testa, vide che la bufera era cessata. Si rimise in piedi e gli andò incontro: "Che vento, fratello!"

"Era una tromba d'aria. Dov'è il maestro?"

"Il vento era così forte che ciascuno di noi si proteggeva come poteva, e non si vedeva niente. Il maestro si sarà nascosto sotto il cavallo."

"Ma adesso dov'è?" si inquietò Scimmiotto.

"Non è una festuca, non l'avrà mica portato via il vento!" esclamò Sabbioso.

"Fratelli" dichiarò Scimmiotto, "è proprio venuto il momento di separarci."

"Giusto!" approvò Porcellino. "Prima lo facciamo, meglio è. Questa strada dell'Ovest non finisce mai, è meglio che ciascuno se ne vada per i fatti suoi."

Sabbioso era stupito e indignato: "Ma che cosa dite? La pusa Guanyin ci ha tenuto la mano sulla testa per consentirci di riscattare i nostri peccati, e noi abbiamo accettato di osservare i precetti religiosi e ci siamo volontariamente impegnati a proteggere il monaco cinese finché arrivasse a destino. Se ora ce ne andiamo, non solo tradiamo Guanyin e perdiamo il frutto delle nostre fatiche, ma ci esponiamo al ridicolo: si dirà che non siamo capaci di portare niente alla conclusione."

"Fratellino, devo darti ragione" rispose Scimmiotto. "Ma come si fa, con quella bestia di un maestro che non capisce niente? Io so benissimo che cosa è accaduto: la bufera è stata scatenata da quel ragazzino che abbiamo trovato appeso all'albero. Non ve ne siete resi conto, ma era una creatura malefica. Il maestro, che prende tutti sul serio salvo me, mi ha costretto a mettermelo in spalla, e quello ha cercato di schiacciarmi con il metodo dell'appesantimento del corpo. Allora l'ho spiaccicato su un sasso, ma lui deve essere ricorso al metodo della separazione dal corpo e ha sollevato questa bufera per rapire il nostro maestro. Ce l'ho con il maestro perché non mi vuole mai dare retta, e mi sono sentito tanto scoraggiato che ho proposto di separarci. Ma devo ammettere, saggio fratello, che le tue parole sono piene di buon senso. Tu, Porcellino, che cosa ne dici?"

"Anch'io mi sono lasciato andare, ma Sabbioso ha ragione. In effetti non ci possiamo separare. Non c'è altra soluzione, fratello: bisogna trovare il mostro e liberare il reverendo."

"Fratellini" gridò Scimmiotto rasserenato, "tutti per uno! Raccogliamo i bagagli, mettiamoli sul cavallo e saliamo la montagna alla ricerca del mostro e del reverendo."

Percorsero una sessantina di li esplorando pendii e burroni, in cui si calavano aggrappandosi agli arbusti, ma non trovarono la minima traccia. In tutta la montagna non si vedevano né uccelli né altri animali; solo il regno vegetale era ben rappresentato da antichi cedri imponenti e da altissimi pini. Scimmiotto si spazientì. Balzò in cima a una rupe, gridò: "Trasformazione!" e si mutò in una divinità a tre teste e sei braccia, come gli piaceva fare ai tempi in cui aveva messo a soqquadro il paradiso. Anche la sbarra cerchiata d'oro fu moltiplicata per tre e, pim! pam!, incominciò a battere il terreno torno torno, in tutte le direzioni.

Porcellino scosse la testa e commentò: "Andiamo male, Sabbioso. Ora ha perso la pazienza e si dedica a sfogare il malumore. Ma non sarà così che troveremo il maestro."

In realtà i colpi di Scimmiotto stanarono, uno dopo l'altro, tutta una banda di divinità spelacchiate e miserande: braghe rotte, camicie a brandelli. Sbucavano fra i sassi, si inginocchiavano e gridavano: "Grande santo, gli dèi della montagna e le divinità locali vi presentano i loro rispetti!"

"Come mai siete in tanti?" chiese meravigliato il Novizio.

"Lasciate che spieghiamo, grande santo" risposero prosternandosi. "Queste Montagne del Singhiozzo alle Punte di Lesina si estendono per seicento li; ogni dieci li c'è un dio della montagna oppure una divinità locale: perciò siamo in tutto trenta dèi della montagna e trenta divinità locali. Già ieri abbiamo saputo del vostro arrivo, ma ci è occorso tempo per riunirci: a ciò è dovuto il ritardo che vi ha mandato in collera. Vi supplichiamo di perdonarci!"

"Per questa volta vi perdonerò. Devo chiedervi una cosa: quante creature malefiche ci sono, da queste parti?"

"Ce n'è una, signore e padre, ed è sufficiente per ridurci in bolletta. Di offerte di incenso e di carta moneta ci lascia ben poco, e quanto a carne che sanguini non ci lascia assolutamente nulla. Siamo ridotti alla fame, e per di più in cenci, come potete vedere. Questa montagna non avrebbe risorse sufficienti per mantenere due creature con quell'appetito."

"La residenza del mostro è davanti o dietro la montagna?"

"È nel bel mezzo, in una gola che si chiama del Pino Morto, in cui si apre la Grotta delle Nuvole di Fuoco. Quel re diavolo ha immensi poteri magici. Ci comanda a servire in cucina, a sorvegliare la portineria e, di notte, ad agitare le campanelle e fare la ronda. Senza dire che i suoi mostriciattoli non perdono occasione per estorcere le cosiddette mance usuali".

"Ma voi immortali del mondo dei fantasmi non avete soldi."

"È vero, ma gli dobbiamo procurare antilopi di montagna e cervi. Se ciò che portiamo non gli basta, vengono a saccheggiare i nostri templi, ci rubano i vestiti di dosso, ci rendono la vita impossibile. Vi supplichiamo, grande santo, liberateci da quel prepotente, salvate gli animali della montagna!"

"Voi che siete costretti a recarvi spesso a casa sua, saprete il suo nome e la sua provenienza."

"Per dire la verità, è una persona che conoscete anche voi. È il figlio del diavolo a testa di toro, che fu allevato da una râksasî. Dopo trecento anni di ascesi sul Monte del Fuoco, è riuscito a elaborare il vero fuoco del samâdhi, e ciò gli ha procurato il suo immenso potere. Fu suo padre a inviarlo a occupare il Monte del Singhiozzo. Si chiama Bimbo Rosso, detto Grande Santo Re Fanciullo."

Lieto delle notizie, Scimmiotto ordinò alle divinità di ritirarsi, riprese la propria forma e, saltando giù dalla rupe, disse a Porcellino e Sabbioso: "Rassicuratevi, fratelli. Al maestro non accadrà niente di male: quel mostro è un mio parente alla lontana."

Porcellino scoppiò a ridere: "Che balle racconti, fratello? Tu sei del continente dell'Est e qui siamo nel continente dell'Ovest: in mezzo ci sono migliaia di fiumi e di montagne, oltre a due oceani. Come puoi avere parenti da queste parti?"

"La banda di scalzacani che avete visto era formata dalle divinità locali e dagli dèi della montagna. Mi hanno riferito le origini del mostro: si chiama Bimbo Rosso ed è figlio del diavolo a testa di toro. Cinquecento anni fa, ai tempi delle mie scappatelle, avevo girato il mondo in lungo e in largo, visitato tutte le montagne famose e conosciuto tutte le persone in vista. Ricordo benissimo di aver frequentato questo diavolo toro e di essere diventato suo fratello giurato in una confraternita di sette persone. Io ero il più giovane di quei re diavoli e li trattavo da fratelli maggiori. Se il mostro è figlio del mio fratello giurato, si può dire che è mio nipote. Non potrà certo uccidere il mio maestro. Andiamo a cercarlo."

"Ma fratello" obiettò Sabbioso, "dice l'adagio: assenza di tre anni abolisce la parentela. Sono cinque o seicento anni che tu non vedi questa gente, non scambi inviti, non bevi con loro: che ne resterà della vostra parentela?"

"Non giudicare male la gente. Ogni lenticchia d'acqua finisce nell'oceano, ogni amico prima o poi si ritrova. Che mi consideri o no un parente, almeno non potrà mangiarmi il maestro. Non pretendo che mi inviti a pranzo, basta che mi restituisca il monaco cinese tutto intero."

I tre discepoli, che avevano ritrovato i pii sentimenti, ripresero il cammino, tirandosi dietro il cavallo bianco con il carico dei bagagli.

Camminando giorno e notte, percorsero più di cento li e giunsero in una foresta attraversata da un torrente tumultuoso dalle acque verde smeraldo. Lo varcava un ponticello di pietra, che conduceva all'ingresso di una grotta.

"Fratelli" disse Scimmiotto "la residenza del mostro dev'essere sotto quella rupe. Stabiliamo chi resta a guardia dei bagagli e chi mi accompagna."

"Vengo io" disse Porcellino. "Non ho voglia di restar qui seduto."

"Va bene" approvò Scimmiotto. E raccomandò a Sabbioso: "Nascondi cavallo e bagagli nel folto della foresta e sorvegliali, mentre noi andiamo alla ricerca del maestro."

Sabbioso si allontanò fra gli alberi; gli altri due impugnarono le armi e si fecero avanti. È il caso di dirlo:

La scimmia dello spirito e la madre del legno

Vanno insieme a combattere il fuoco del fanciullo.

Se poi non sapete come finì questa spedizione, ascoltate il seguito.