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043 COCCODRILLO NELL'ACQUA NERA · IN CUI I MONACI VENGONO RAPITI DAL MOSTRO DEL FIUME DELLE ACQUE NERE, E IL FIGLIO DEL DRAGO DEI MARI OCCIDENTALI CATTURA COCCODRILLO.

I tormenti del mostro cessarono solo quando Guanyin smise di recitare l'incantesimo. Ritornando in sé, si alzò e si rese conto di quegli anelli d'oro che gli serravano collo, polsi e caviglie; non c'era verso di levarseli, né di spostarli di un solo quarto di pelo. Quei tesori avevano messo radici: a stuzzicarli dolevano.

"Mio bel fantolino" lo burlò Scimmiotto, "la buona pusa ti ha messo i braccialetti portafortuna: ne avrai bisogno, se vuoi diventare un ometto."

Punto sul vivo, il ragazzo afferrò la lancia e cercò di trafiggere Scimmiotto, che si scansò, si nascose dietro la pusa e gridò: "Su, recitate l'incantesimo!"

Guanyin inzuppò il ramo di salice nella rugiada del suo vaso, ne asperse il mostro e gridò: "Incrociato!" Il ragazzo lasciò cadere la lancia; le sue mani si incrociarono sul petto e restarono paralizzate in quella posizione. La si chiama ancor oggi: nodo di Guanyin. Immobilizzato, nell'impossibilità di toccare armi, il giovanotto comprese finalmente la potenza della legge del Buddha e si rassegnò ad abbassare la testa e a inchinarsi.

Guanyin, rovesciato il suo vaso immacolato, recitò magiche parole per ricuperare fino all'ultima goccia le acque dei mari.

"Consapevole del Vuoto" disse a Scimmiotto, "questo mostro è vinto, anche se per domare interamente la sua ferocia occorreranno altre amorevoli cure: da qui fino a casa, sul Potalaka, mi dovrà fare un inchino a ogni passo, se vorrà che alla fine lo liberi. Quanto a te, corri alla caverna e soccorri il tuo maestro."

"Il vostro discepolo vi ha fatto venire da lontano; permettetegli di riaccompagnarvi."

"Lascia stare; sono preoccupata dalla situazione del monaco cinese."

Scimmiotto gradì la risposta, si prosternò e prese congedo.

Quanto al mostro, ritornato al giusto frutto, rese ubbidienza a Guanyin, suo cinquantatreesimo maestro.

Ritorniamo a Sabbioso, che per tutto questo tempo era rimasto seduto solo in mezzo al bosco, impaziente di rivedere il Novizio di ritorno. Finì per caricare i bagagli sul cavallo, impugnare in una mano il bastone per abbattere i diavoli, prendere con l'altra i lacci per legarli, e uscire dal bosco di pini dirigendosi a sud: quando vide Scimmiotto correre verso di lui con aria allegra e sorridente.

"Finalmente sei di ritorno, fratello. Quanto ci hai messo! Mi hai fatto morire di inquietudine."

"Sei rimasto fermo alla puntata precedente. Guarda che è tutto finito, i soccorsi sono arrivati, il mostro è stato abbattuto." E raccontò nei particolari come erano andate le cose.

"Dunque corriamo a soccorrere il maestro!" concluse lieto Sabbioso.

Attraversarono d'un balzo il torrente e si slanciarono verso la grotta. Legarono il cavallo all'ingresso, forzarono l'entrata (dove la porta rotta era stata rabberciata), fecero a pezzi tutti i mostri che trovarono e liberarono Porcellino, calando il sacco in cui era chiuso e appeso.

Il bestione ringraziò Scimmiotto: "Dove sono quegli sporcaccioni, fratello? Non potrei menargli anch'io qualche rastrellata, tanto per sfogarmi un po'?"

"Ora si pensa al maestro" disse il Novizio.

I tre si precipitarono nella corte, dove trovarono il maestro nudo come un verme che piangeva legato a un palo. Sabbioso si affrettò a slegarlo, mentre Scimmiotto cercò gli abiti e lo aiutò a rivestirsi. Poi tutti e tre gli si inginocchiarono davanti: "Avete molto sofferto, maestro."

"Saggi discepoli" ringraziò Tripitaka "devo aver procurato un sacco di guai anche a voi. Come vi siete sbarazzati di quel mostro?"

Il Novizio ripeté il racconto dell'intervento di Guanyin e di come il mostro fosse stato assunto al suo servizio. Non è altro che la storia dell'omaggio reso a Guanyin dal ragazzo Sudhana, che ancor oggi si racconta, con i suoi cinquantatré darsana e le sue tre visite al Buddha. Tripitaka si gettò in ginocchio e s'inchinò rivolto a sud.

"Non stiamola a ringraziare tanto; glielo abbiamo fatto noi il favore di trovarle un nuovo dipendente" osservò Scimmiotto.

Sabbioso fu incaricato di raccogliere i tesori della caverna, mentre gli altri si procuravano riso e preparavano un pranzo in onore del maestro.

Doveva la sua vita al grande santo,

Solo il suo aiuto lo porta alla meta.

Tripitaka uscì dalla grotta con i suoi discepoli, si rimise in sella e riprese con determinazione la grande strada dell'Ovest.

Un mese dopo, mentre di nuovo stavano marciando, giunse loro a un tratto un cupo rombare di acque correnti.

"Discepoli miei, da dove viene questo rumore acquatico?" gridò allarmato Tripitaka.

"Caro vecchio maestro" replicò Scimmiotto ridendo, "per essere monaco, vi preoccupate troppo di ogni stormir di fronde. Siamo in quattro, ma al rumore dell'acqua badate solo voi. Non avrete per caso dimenticato un'altra volta il sutra del Cuore?"

"Quando mai l'ho dimenticato? Il sutra del Cuore mi è stato insegnato oralmente dal maestro di meditazione del Nido dei Corvi, sul Monte dello Stupa. Comprende in tutto e per tutto cinquantatré stanze e duecentosettanta parole. Lo ricordo dalla prima volta che l'ho udito, e da allora non ho mai smesso di recitarlo. Qual'è il versetto che avrei dimenticato?"

"Maestro" disse Scimmiotto, "avete dimenticato: né occhi, orecchi, naso, lingua, corpo o spirito. Noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie dovremmo avere occhi che non vedono né forme né colori, orecchie che non sentono i suoni, naso insensibile agli odori, lingua priva di ogni sensibilità al gusto, corpo che non distingue il caldo dal freddo, spirito vuoto di vani pensieri. Questo si chiama esorcizzare i sei briganti. Voi invece, nella vostra ricerca delle scritture, siete sempre in preda ai pensieri; la paura delle creature malefiche vi tiene legato al vostro corpo; volete mangiare di magro, un po' per obbligo, ma anche per gusto; vi piace il profumo dell'incenso; le vostre orecchie si allarmano al minimo rumore; volgete gli occhi qua e là, e fissate ogni cosa. Non crederete di raggiungere il Paradiso dell'Ovest e di vedere il Buddha con l'aiuto dei sei briganti?"

Tripitaka si immerse a lungo nella riflessione, prima di rispondere: "Discepoli,

Dall'anno che ho lasciato il mio sovrano,

Giorno e notte i pericoli ho affrontato.

Sandali ai piedi, sotto il mio mantello

Ho sfidato il maltempo ed ho viaggiato.

Strappan sospiri i gridi dei gibboni

Solitari la notte; udir cantare

Gli uccelli sotto il lume della luna

Desta malinconia. Quando potrò

Compiere il triplo oggetto della fede

Ed ottenere i testi della legge?"

Scimmiotto, ascoltandolo, si torceva dal ridere e batteva le mani: "Il maestro è sempre invischiato nella nostalgia di casa. Che cosa volete che sia, compiere il triplo oggetto della fede? Lo dice anche il proverbio: Tu acquista il merito, che il compimento viene da sé."

"Fratello" ribatté Porcellino volgendo indietro il capo verso di lui, "che cosa cavolo vuoi che si compia, con tutte le difficoltà che si continuano a incontrare?"

"Zitto, sciocco! Fa come me" mormorò Sabbioso a Porcellino. "Non provarti più a fare il contropelo al fratello maggiore, che lo fai arrabbiare. Noi siamo qui per portare i bagagli; vedrai che un giorno o l'altro arriveremo anche noi a destinazione."

Mentre parlavano il cavallo trottava e i discepoli camminavano di buon passo; ma a un tratto trovarono la via sbarrata da un gran fiume di acque nere, che scorrevano a perdita d'occhio. Si fermarono sulla riva e scrutarono ansiosi lo spettacolo:

Pesanti onde s'incalzano,

Torbidi vortici formano.

Onde pesanti di spesso fluido nero,

Torbidi vortici che sembrano d'olio.

Acque pesanti non danno riflessi,

Ricerchi invano immagini di alberi.

Quell'inchiostro ribolle, sembran cenere

I flutti che instancabili si seguono.

La schiuma su quel nero è una fuliggine.

Né vacca né montone mai berrebbero

Quell'acqua nera; fin le gazze e i corvi

Ne temon l'ombra oscura. Sulle rive

I canneti son prosperi, e stupisce

Quanto sia verde l'erba. Laghi e fiumi

Non mancan certo sulla nostra terra,

Come sorgenti, torrenti e ruscelli.

Chi non ne ha visti tanti, in vita sua?

Ma avevate mai visto l'acqua nera?

"Discepoli" domandò Tripitaka smontando da cavallo, "come mai quest'acqua è così scura?"

"Sarà stata inquinata dai tintori" suppose Porcellino.

"Non credo" ribatté Sabbioso; "si direbbe piuttosto che ci abbiano lavato pennelli e scrittoi sporchi di inchiostro."

"Non state a elucubrare sciocchezze" tagliò corto Scimmiotto. "Pensiamo invece a come possiamo traghettare il maestro senza pericolo."

"Per quanto mi riguarda" disse Porcellino, "questo fiume non è un problema: posso scavalcarlo dall'alto o attraversarlo a nuoto; ci terrei meno tempo che a far colazione."

"Anche per me non vedo difficoltà" disse Sabbioso.

"Non parlavo delle vostre difficoltà, ma di quelle del maestro" obiettò Scimmiotto.

"Quanto sarà largo, questo fiume, discepoli?" domandò Tripitaka.

"Sarà pressappoco una diecina di li."

"Mettetevi d'accordo su chi mi porterà."

"Portarlo! È una parola! Mica posso scavalcare il fiume mettendomelo sulla schiena: non riuscirei ad alzarmi di un pollice. Come dice il proverbio: l'uomo mortale pesa più di una montagna. A nuoto, affogherebbe lui e tirerebbe sotto anche me."

Mentre stavano sulla riva a discutere, videro una barchetta che scendeva la corrente.

"Guardate quella barca, discepoli!" gridò allegro Tripitaka. "Possiamo chiedere al barcaiolo di traghettarci."

"Barcaiolo, vieni qui!" urlò Scimmiotto a pieni polmoni. "C'è gente che deve traversare."

"Non faccio mica servizio di traghetto" rispose l'uomo. "Se dovete traversare, son fatti vostri."

"In terra come in cielo, render servizi è l'atto più meritorio che ci sia. Non pretendiamo che organizziate un servizio di traghetto e non vogliamo disturbarvi più di tanto. Noi siamo figli del Buddha inviati in missione ufficiale alla ricerca delle scritture. Se ci fate la cortesia di portarci sull'altra riva, vi saremo molto grati."

In effetti l'uomo accostò e, appoggiandosi al remo, fece presente: "Vedete, maestro, ho una barchetta troppo piccola per tutti voi."

Tripitaka constatò che era una semplice canoa: un tronco d'albero scavato che poteva portare non più di due persone oltre il barcaiolo.

"Come si fa?" chiese Tripitaka.

"La canoa potrebbe fare due viaggi" suggerì Sabbioso.

Porcellino, sempre pronto a sfruttare le situazioni, propose: "Voi restate qui a custodire bagagli e cavallo, mentre io parto con il maestro per assicurare la sua protezione. Sabbioso e il cavallo potranno poi seguirci con la barca, e il fratello maggiore salterà di là dal fiume per conto suo."

Scimmiotto approvò: "Va bene, facciamo così."

Il bestione aiutò il maestro a montare sulla canoa, montò anche lui e il barcaiolo immerse il remo e prese il largo. Quando furono in mezzo al fiume, si udì mugghiare un turbine che sollevò le nere onde fino al cielo: una bufera delle più violente. Che vento!

Nubi di tuono sollevano

Le ondate nere nel cielo.

La sabbia sulle due sponde

Vela il sole. Gemon gli alberi

Strappati dal loro sonno.

Tremano i draghi sul fondo.

Sciupano polvere e fango

I fiori di primavera.

Rombo di tuono o ruggito

Di tigri in cerca di preda?

Giù pregano i gamberetti,

Su son cacciati dal nido

Gli uccelli. Con questo tempo

Naufragano i marinai;

Se è costretto il pescatore

A perdere le sue reti,

Non può riuscire a remare

Il più forte barcaiolo.

Dai tetti volan le tegole,

Tremano i monti più alti.

In realtà il colpo di vento era provocato proprio dal barcaiolo, che non era altro che un essere malefico residente nel Fiume delle Acque Nere.

Sabbioso e Scimmiotto videro con i loro occhi Tripitaka e Porcellino affondare insieme al battello, senza che sulle acque restasse traccia di loro. Si dicevano: "Che iella quel maestro! Esce da un guaio e subito casca in un altro."

"Si dev'essere rovesciata la barca" suggerì Sabbioso. "Non ci converrà andarli a cercare più giù, lungo il corso della corrente?"

"Non si è rovesciato un bel niente" disse Scimmiotto. "Se fosse accaduto, Porcellino, che è buon nuotatore, avrebbe riportato a riva il maestro. Non mi fido di quel barcaiolo: secondo me quel bel tomo ha sollevato lui la burrasca, apposta per portarsi via il maestro sott'acqua."

"Perché non lo hai detto prima?" gridò Sabbioso. "Bada al cavallo e ai bagagli, che io vado a vedere che cosa succede."

"Nemmeno il colore di quest'acqua mi dice niente di buono; chissà se ci devi entrare."

"Chiara o scura, è sempre acqua. Che cosa dovrebbe avere di diverso da quella del Fiume delle Sabbie Mobili? Figuriamoci se non ci devo entrare!"

Il bravo Sabbioso si levò la tunica, si stropicciò mani e piedi e si tuffò, stringendo in mano il suo bastone ammazza diavoli. Scartò i flutti, si addentrò nelle acque e marciò a gran passi. A un tratto udì una voce.

Sabbioso si nascose in un angolo, per osservare senza farsi vedere: si scorgeva una terrazza sormontata da un padiglione; sull'ingresso c'era un iscrizione orizzontale in otto grossi caratteri:

RESIDENZA DELLA DIVINITÀ DEL FIUME DELLE ACQUE NERE NELLA VALLE HENGYANG

Si sentiva monologare il padrone di casa: "Son tempi duri, ma finalmente oggi sono riuscito a mettere le mani su qualcosa di buono. Questo monaco è un brav'uomo, ha avuto tanta cura di sé per dieci esistenze successive; basta mangiarne un boccone per ottenere lunga vita senza invecchiare. Era un pezzo che lo aspettavo. Finalmente stamane la mia pazienza non è andata delusa."

Lo si sentiva ordinare: "Ragazzi, andatemi a cercare la gabbia di ferro: questi due monaci vanno cotti al vapore tutti interi. Ora preparo un biglietto d'invito da recapitare al mio secondo zio; festeggeremo insieme il suo compleanno."

Sabbioso a queste parole, fuori di sé dall'indignazione, balzò avanti con il suo bastone in pugno, e incominciò a tempestare la porta e a ingiuriare: "Creatura maledetta! Sbrigati a liberare il mio maestro, il monaco cinese, e il mio condiscepolo Porcellino!"

Il portinaio spaventato corse ad annunciare: "Disgrazia!"

"Che disgrazia?"

"C'è fuori un monaco con la faccia patibolare, che picchia sull'uscio come un ossesso e reclama certe persone."

Il diavolo si fece subito portare l'armatura e se la allacciò solidamente; in mano teneva una sferza formata da taglienti pezzi d'acciaio con legami di bambù. Era proprio l'immagine della violenza perversa:

Faccia quadrata con occhi rotondi

Che mandan lampi; nella grande bocca

Le spesse labbra rosse come un lago

Di sangue. Peli lunghi e radi come

Il fil di ferro. Tempie scarruffate

Rosse scarlatte. È lungo come il dio

Anno Supremo; la sua brutta faccia

Ricorda il dio del tuono incollerito.

Ha l'armatura adorna di disegni,

Un pesante elmo d'oro sulla testa

Ed in mano la sferza; ad ogni passo

Fa turbinare il vento alle sue spalle.

Dell'acquatico mostro vi chiedete

Qual'è il nome? Egli è il Drago Coccodrillo.

"Chi osa battere alla mia porta?" gridò il mostro.

"Te la farò vedere io, bestiaccia senza scrupoli" urlava Sabbioso. "Come ti permetti, brutto impudente, di giocarci il tiro mancino di rapire il nostro maestro travestendoti da barcaiolo? Rendimelo subito, se vuoi salvar la pelle."

"Povero monacello in cerca di guai!" replicò il mostro scoppiando a ridere. "Si capisce che l'ho preso io, il tuo maestro, e ora lo cucinerò per servirlo ai miei amici. Vieni a misurarti con me! Se reggi tre scontri, ti restituisco il tuo maestro; altrimenti ti metterò in pentola con lui: altro che andare a zonzo in cerca di scritture."

Queste parole portarono all'apice la rabbia di Sabbioso: roteò il suo bastone e lo abbatté sul cranio dell'avversario, che parò il colpo con la sferza. Si ingaggiò un feroce duello:

Bastone ammazza diavoli, flagello di bambù:

Ciascun cerca furioso di dare il colpo giusto,

Immortale esiliato e diavolo del fiume.

Uno agisce per brama di mangiar carne umana,

E l'altro vuol difendere il misero maestro.

Si battono nell'acqua cercando la vittoria,

Seminando il terrore fra pesci e gamberetti:

I granchi si nascondono, le lente tartarughe

Ritirano la testa. Udite! Tutti i mostri

Battono sui tamburi, urlano a perdifiato.

Sabbioso, che li affronta, combatte come un prode.

Tra quei flutti sconvolti, nessuno è vincitore.

Sono le conseguenze guerresche di obiettivi

Del tutto estranei: il viaggio del monaco cinese

Per cercar le scritture e salutare il Buddha.

Una trentina di scontri non bastarono e decidere il duello.

"Questa creatura è un avversario alla mia altezza" pensava Sabbioso; "per quanto ci battiamo, nessuno dei due ce la farà mai a prevalere. Mi proverò ad attirarlo all'asciutto, dove il fratello maggiore ne farà facilmente una polpetta."

Sabbioso finse di trovarsi in difficoltà su una parata e volse le spalle in fuga. Ma il diavolo si guardò bene dall'inseguirlo: "Ciao, bellezza, io torno a scrivere i miei biglietti di invito."

Sabbioso uscì dall'acqua con il fiato grosso, e a Scimmiotto che gli venne incontro disse: "Fratello, che brutto schifoso c'è là sotto!"

"A giudicare dal tempo che ci hai passato, devi aver fatto conoscenza con tutta la compagnia. Che ne è del maestro?"

"È chiuso in un padiglione in fondo al fiume. Io ho origliato e ho sentito tutto: c'è un mostro che fa preparare una gabbia di ferro per mettere a cuocere il maestro e Porcellino; la sua intenzione è di invitare il suo secondo zio per festeggiarne il compleanno. Mi sono arrabbiato e ho picchiato sull'uscio, finché il mostro è uscito. Usa come arma una sferza di pezzi d'acciaio uniti da giunti di bambù. Abbiamo avuto una trentina di scontri senza esito. Sono ricorso a una finta per portartelo a tiro, ma quel maligno mi ha piantato in asso e ha preferito ritornarsene a scrivere i suoi biglietti di invito. Ed eccomi qua."

"Ma chi è?"

"A vederlo ricorda un tartarugone; ma si chiama Drago Coccodrillo."

"E questo zio di cui parlavi, sai come si chiami?"

Nel frattempo un vecchietto era uscito dalle acque del fiume e, tenendosi a debita distanza, si era inginocchiato gridando: "Grande santo, il dio di questo Fiume delle Acque Nere ti saluta e si prosterna!"

"Non sarai mica quella creatura perversa che poco fa conduceva la canoa, e che sta cercando di farmi fesso un'altra volta..."

"No, grande santo" rispose il vecchietto piangendo e prosternandosi. "Non sono un mostro, io; sono il vero dio del fiume. Quella carogna è arrivata qui l'anno scorso, alla quinta luna; è venuta dal mare occidentale approfittando della marea, e mi ha aggredito. Indebolito dall'età, non ce l'ho fatta a difendermi: sono stato gettato fuori di casa mia, e parecchi dei miei ci hanno lasciato pinne e chele. Che potevo fare? Ho presentato querela al servizio oceanico. A questo punto ho scoperto che il re drago dei mari occidentali è precisamente lo zio materno di questo lazzarone: la mia querela è stata respinta e ho ricevuto l'ordine di non turbare la quiete. Mi sono provato a presentare una supplica nel mondo di Sopra; ma per un dio piccolo e paesano come me, non c'è stato verso di ottenere udienza dall'Imperatore di Giada. Quando ho saputo che passava di qui vostra santità, sono accorso apposta a mettermi nelle vostre mani, con la fervente speranza che saprete raddrizzare il torto che mi è stato fatto."

"Vale a dire che il drago del mare occidentale c'è dentro fino al collo. Non parliamo poi di questo lazzarone, come lo chiami tu: mi ha giusto rubato maestro e condiscepolo, e si vanta di volerli cucinare per rallegrare la festa di compleanno di suo zio. Stavo per andare a catturarlo, quando sei sopraggiunto così opportunamente con le tue notizie. Va bene; se le cose stanno così, tieni compagnia a Sabbioso, che io faccio un salto a casa dello zio drago e chiedo il suo intervento."

"Sono profondamente riconoscente della grande grazia che vostra santità mi concede" rispose il dio del fiume.

Scimmiotto montò su una nuvola e corse al grande mare dell'oceano occidentale; qui discese e fece il segno per separare i flutti. Mentre avanzava risoluto, si imbatté in uno spirito pesce nero che teneva un cofanetto d'oro e filava come una freccia. Scimmiotto lo inseguì e gli assestò un colpo sulla testa, facendola a pezzi e schizzando intorno le cervella: ciò che rimaneva del disgraziato salì in superficie, dove restò a galleggiare a pancia all'aria. Scimmiotto si impadronì del cofanetto e lo aprì; conteneva un messaggio redatto in questi termini:

Il vostro umile nipote, Coccodrillo Integro, che si prosterna cento volte ai vostri piedi, caro e venerato zio Ao, ed è commosso dalle molte bontà che gli avete dimostrato, ha l'onore di portare a vostra conoscenza quanto segue: ho catturato due monaci delle terre dell'Est, prodotti molto rari che non oserei riservare al mio uso esclusivo. Avendo presente che è imminente il compleanno del mio venerato zio, ho disposto un modesto banchetto per augurarvi una felicità di mille anni. Ho la fervida speranza che mi vorrete fare l'onore di una visitina.

Scimmiotto si mise a ridere: "Questo bel tomo mi procura al momento giusto una confessione firmata e sigillata." Fece scivolare il biglietto nella manica e riprese il cammino. In breve fu avvistato da uno yaksa di pattuglia, che corse ad annunciarlo al Palazzo Acquatico di Cristallo: "Signore, arriva Scimmiotto, il Grande Santo Uguale al Cielo."

Il re drago Aojun ordinò alla sua gente acquatica di uscire ad accoglierlo: "Grande santo, venite a sedervi un momento nel nostro umile palazzo per bere una tazza di tè."

"A quanto pare, siete voi che volete bere il mio vino" replicò Scimmiotto.

"Ma grande santo" fece sorridendo il re drago, "da quando vi siete fatto buddista non mangiate più carne e non bevete vino. Quando mai ci avreste invitato?"

"Non vi ha invitato nessuno: vi invitate da solo."

"Di che cosa si sarebbe reso colpevole l'umile drago che sono?"

Scimmiotto trasse il biglietto dalla manica e glielo tese. Il drago atterrito sentì le sue anime abbandonarlo; sbiancò in volto e si prosternò premurosamente: "Perdono, grande santo! Questo cattivo soggetto è il nono figlio di mia sorella. Mio cognato fu condannato dal tribunale celeste per disubbidienza (aveva ridotto la quantità della pioggia) e fu decapitato in sogno dal ministro Wei Zheng, dei servizi mandarinali del mondo di Sotto. Poiché mia sorella non aveva altre risorse, il vostro umile servitore si prese in casa il ragazzo per farne un uomo. Purtroppo mia sorella morì un paio d'anni fa e io, che non sapevo dove collocarlo, gli procurai quella sede nel Fiume delle Acque Nere, perché facesse esperienza. Non avrei mai pensato che potesse commettere simili misfatti: lo farò arrestare immediatamente."

"Quanti saggi figlioli ha avuto la vostra onorata sorella? Sono creature malefiche anche gli altri?"

"Mia sorella ha avuto nove figli. I primi otto sono ragazzi perbene: il primo, Giallognolo, vive nella Huai; il secondo, Neraccio, nella Ji; Schienazzurra abita nello Yangzi; Barbarossa ha messo su casa nel Fiume Giallo; il quinto, Sgobbagratis, fa il campanaro per il Buddha; il sesto, Bestialenta, ha un posto nell'altro paradiso, sorveglia il fastigio del palazzo dell'Imperatore di Giada; anche il settimo, Rispettoso, lavora lì, come guardiano della colonna commemorativa in onore del Cielo; l'ottavo, il Bivalve, sta sul Gran Picco con il mio fratello maggiore. Questo è il nono, il Coccodrillo: è molto giovane, finora non aveva fatto niente di male. È poco più di un anno che è stato assegnato al Fiume delle Acque Nere: doveva incominciare a farsi un nome, in vista della carriera. Chi avrebbe mai pensato che potesse disubbidire alle consegne e offendere addirittura vostra santità?"

"Ma quanti mariti ha avuto, questa vostra sorella?" si informò Scimmiotto.

"Uno solo, il re drago del fiume Jing. Da quando è stato giustiziato, lei è rimasta nello stato vedovile, e come dicevo è morta di malattia un paio di anni fa."

"Come avranno fatto un maschio e una femmina a mettere al mondo tanta gente così diversa?"

"C'è un detto che lo spiega: i draghi possono fare figli di nove specie."

"Confesso che, dopo aver letto quel biglietto, mi eran venuti i fumi e avevo intenzione di denunciarvi alla Corte celeste per rapimento e complicità con una creatura malefica. Ma se voi dite che è una disubbidienza, per questa volta ci passerò sopra; tengo conto dei buoni rapporti che ho sempre avuto con voi e con i vostri fratelli, e d'altra parte si sa che i giovani possono essere teste calde. E poi, mi dite che voi non ne sapevate nulla. Ma ora che sapete, fatelo arrestare subito e liberate il mio maestro; decideremo in seguito sul da farsi."

Aojun convocò il principe Mo'ang: "Riunisci subito cinquecento soldati pesci e gamberi per arrestare Piccolo Coccodrillo. E fa anche preparare un banchetto in onore di sua santità."

"Non vi state a preoccupare. Ora che ci siamo spiegati e vi ho perdonato, il banchetto non serve. D'altronde devo ritornare subito indietro, perché il nostro maestro è in pericolo, e anche i miei condiscepoli mi aspettano con impazienza."

Il vecchio drago insisteva disperatamente; comparve una fanciulla drago per servire tè profumato, di cui Scimmiotto bevve una tazza senza nemmeno sedersi. Poi salutò il re e lasciò i mari occidentali in compagnia del principe Mo'ang, che guidava le truppe. In breve raggiunsero il Fiume delle Acque Nere.

"Saggio principe" disse Scimmiotto, "catturatelo a tutti i costi; io salgo ad aspettarvi sulla riva."

"State tranquillo: ve lo porterò perché decidiate della sua punizione; e prima di permettermi di riportarlo a mio padre, riaccompagnerò il vostro maestro."

Scimmiotto lo salutò allegramente, fece il segno che allontana le acque e prese terra ai piedi della scarpata della riva orientale.

Sabbioso, in compagnia del dio del fiume, lo accolse stupito: "Come va che sei partito balzando in cielo e ritorni sbucando dal fiume?"

Il Novizio raccontò del suo scontro con il pesce messaggero, del colloquio con il drago e dell'arrivo del principe ereditario con le sue truppe. Naturalmente gli ascoltatori ne furono ben lieti, e tutti attesero sulla riva il ritorno di Tripitaka.

Intanto il principe Mo'ang aveva mandato avanti un esploratore ad annunciare il suo arrivo alla creatura malefica. La notizia inattesa piombò il mostro nella perplessità: "Avevo mandato Pesce Nero a invitare lo zio; il mio messaggero non s'è rivisto, e chi arriva non è lo zio ma il cugino. Che cosa succede?" Mentre stava riflettendo, uno dei suoi mostriciattoli di guardia gli venne a riferire: "Maestà, a ovest della residenza è entrato nel fiume un corpo di truppe. L'iscrizione sulle bandiere è: Giovane maresciallo Mo'ang, principe ereditario dei mari occidentali."

"Mio cugino è un bell'arrogante" si disse il mostro. "Suppongo che lo zio non potesse venire e lo abbia mandato in sua vece. Ma perché condurre truppe e affaticare gli uomini, solo per darsi delle arie mentre si mette a tavola? Mah! Ci dev'essere sotto qualcosa." E ordinò: "Ragazzi state all'erta! Portate qui la mia armatura e la sferza: potrebbe succedere qualche incidente. Aprite bene gli occhi, mentre gli vado incontro per accoglierlo."

I piccoli mostri si misero all'erta, strofinandosi bene occhi e scaglie.

Quando uscì, Coccodrillo constatò che in effetti un corpo di truppe si era accampato sulla destra.

Le bandiere e i pennoni sventolavano,

Le alabarde eran fitte come nuvola;

Si vedevano spade scintillanti,

Lance gloriose con i fiocchi rossi,

E gli archi come lune, frecce in fila

Come denti di lupo delle dune,

Larghe sciabole e solidi randelli.

Balene, tartarughe, ostriche, cozze,

Con pesci, granchi e gamberi serrati,

Forman la truppa armata fino ai denti.

Chi oserebbe scartare dalla fila,

Se non per ubbidire ad un segnale?

A quella vista, Coccodrillo si fece all'ingresso del campo e gridò: "Stimato cugino, sei invitato! Ti sto aspettando!"

Una grande conchiglia di guardia corse a riferire alla tenda del comando: "Lunga vita a vostra altezza! C'è un drago coccodrillo che vi rivolge un invito."

Il principe si mise in capo un elmo d'oro, si strinse alla vita una preziosa cintura, afferrò la sua arma preferita che era una mazza di sezione triangolare e uscì dal campo a gran passi: "Che cosa significa questo invito?"

"Il mio invito era diretto allo zio, tuo padre" rispose gentilmente il coccodrillo. "Suppongo che non potesse venire e abbia mandato te al suo posto. Ma che bisogno c'era di mobilitare tutto un esercito per venire a un banchetto? Invece di entrare in casa mia hai messo su un accampamento; e mi vieni a salutare armato da capo a piedi. Che cosa significa?"

"Perché hai invitato mio padre?"

"Santo cielo, per festeggiare il suo compleanno! Sai che gli devo molto, è lui che mi ha sistemato qui, e da quando ci sono venuto non ho avuto modo di dimostrargli il mio rispettoso affetto. Ieri ho catturato un monaco delle terre dell'Est che, a quanto si dice, ha raffinato il suo corpo nel corso di dieci esistenze successive. Pare che mangiarlo faccia molto bene; perciò volevo cuocerlo al vapore e offrirlo allo zio."

"Grande stupido che sei!" tuonò il principe. "Ma lo sai chi è, quel monaco?"

"È un monaco che viene dalla corte dei Tang, e se ne andava a cercar scritture nel Paradiso dell'Ovest..."

"Va bene, hai appurato che è un monaco cinese. Ma dei suoi discepoli che cosa sai? Hai un'idea di quanto sono pericolosi?"

"Ho visto anche quelli. Anzi, un certo Porcellino Otto Divieti, che ha un grugno lungo lungo, l'ho catturato per fare il paio con il monaco. C'è anche un tipo scuro con la faccia patibolare, che si chiama Sabbioso. È venuto qui a protestare, ma l'ho cacciato via; gli ho fatto assaggiare la mia sferza e lui è scappato a gambe levate. Non mi sembrano dei tipi pericolosi."

"Mi pareva! Il meglio non lo sai. C'è anche un altro discepolo, ed è il Grande Santo Uguale al Cielo, immortale d'oro dell'Unità suprema: quello che cinquecento anni fa provocò tutti quei disordini in paradiso. Ora ha appunto l'incarico di proteggere il tuo monaco cinese. E non ti dico gli appoggi che ha! È stata Guanyin del Potalaka a dargli l'incarico. Non avevi niente di meglio da fare che provocare questa catastrofe? Al tuo messaggero ha rotto la testa, si è impadronito del tuo biglietto ed è venuto al Palazzo di Cristallo a maltrattarci tutti quanti, padre e figlio, parlando di denunce per rapimento di monaci e per complicità con mostri. Adesso tu mi fai il piacere di rispedirgli immediatamente il suo monaco e anche quel Porcellino, e gli presenti tante scuse, per salvare almeno la pelle. Provati a dire di no, e vedrai che cosa ti succede."

A Coccodrillo saltò la mosca al naso: "Ma come, sei mio cugino e prendi le parti di un forestiero? A sentir te è tutto facile: non c'è che da calar le braghe. Se tu hai paura di lui, perché dovrei avercela io? Vediamole, le sue capacità; venga qui a battersi, se rivuole il monaco. Se non ce la fa, vorrà dire che userò una pentola più grande e cuocerò anche lui. Al diavolo la famiglia e gli invitati! Adesso chiudo l'uscio, al posto d'onore mi ci siedo io, e i miei ragazzi faran musica. Noi ce la passeremo bene, ti assicuro; ci sbaferemo il nostro banchetto alla faccia di tutti voi."

Il principe ereditario sbarrò gli occhi: "Uno scemo irresponsabile: ecco che cosa sei. Non occorre che venga qui il grande santo per metterti a posto. Oserai combattere contro di me?"

"Si capisce, io non ho paura di nessuno." E gridò ai suoi: "Portatemi l'armatura!"

I mostriciattoli che lo seguivano gliela presentarono subito, insieme al flagello di pezzi d'acciaio. I due avversari si fronteggiarono con grinta feroce, rullarono i tamburi e incominciò una battaglia molto diversa da quella con Sabbioso.

Risplendono bandiere, scintillano alabarde,

Dalle porte e dal campo accorrono i soldati.

Il principe Mo'ang leva la sbarra d'oro

E il prode Coccodrillo agita il suo flagello.

Un colpo di cannone muove i fanti del fiume,

E i rintocchi del gong le milizie marine.

Gambero contro gambero e pesce contro pesce:

La balena ha inghiottito una gran carpa rossa,

Lo squalo mangia tinche, il luccio mostra i denti:

Fuggono le sardine. La cozza si spaventa

Perché vede che l'ostrica imprigiona le vongole.

Va giocando di scherma il grande pesce spada,

La perca fa un duello col lungo grongo nero

Ed il vecchio storione caccia l'anguilla bianca.

Tutto il fiume è animato dal gran combattimento,

Nella lotta confusa van ribollendo i flutti.

Ma lancia un grido il principe e abbatte la sua sbarra

D'oro lucente: è preso il coccodrillo perfido.

Il principe fece una finta da cui il mostro si lasciò ingannare spingendosi avanti. Con un colpo ben calcolato, la mazza triangolare si abbatté sul suo braccio e lo fece vacillare; aiutandosi con il piede, il principe gli fece perdere l'equilibrio e lo gettò a terra. Subito le truppe marine gli furono addosso e lo inchiodarono al suolo, lo rovesciarono e gli legarono le mani dietro la schiena; poi gli inserirono un anello di ferro nella clavicola e il principe lo condusse a riva davanti a Scimmiotto: "Grande santo, l'umile drago che sono ha catturato il coccodrillo perverso. Vogliate decidere il suo destino."

Scimmiotto gli tenne questo discorso: "Bello mio, c'è poco da dire, hai disubbidito agli ordini. Tuo zio ti aveva messo qui perché ti esercitassi nelle buone maniere e ti facessi un buon nome per la carriera. E tu che cosa hai fatto? Hai buttato il dio del fiume fuori di casa sua, hai abusato della tua posizione, hai ingannato i superiori e hai rapito il nostro maestro e il nostro condiscepolo. Al vecchio Scimmiotto piacerebbe prenderti a botte con il suo randello, se non fosse che ne usciresti morto spiaccicato. Dove hai messo il mio maestro?"

Il mostro si prosternava e diceva: "Grande santo, da parte mia ignoravo perfino il vostro illustre nome. Contro ogni ragione ho creduto di poter resistere con la forza a mio cugino, che mi ha arrestato. Vi sono infinitamente riconoscente che mi facciate grazia della vita. Il vostro maestro è ancora ospite della residenza acquatica: se mi fate liberare, ve lo andrò a cercare immediatamente."

"Grande santo" intervenne Mo'ang, "vi avverto che è furbo e ribelle. Io non mi fiderei, se fossi in voi."

"Ci penso io" intervenne Sabbioso.

Si tuffò con il dio del fiume e insieme si recarono alla residenza: la porta era spalancata e non si vedevano guardiani. All'interno del padiglione trovarono Tripitaka e Porcellino nudi e ben legati: Sabbioso corse a liberare il maestro, mentre il dio del fiume si occupava di Porcellino. Poi se li presero sulle spalle e li riportarono a riva.

Quando vide il mostro incatenato, Porcellino afferrò il suo rastrello e gli si avventò contro schiumando di rabbia: "Eccoti qua, brutta bestiaccia! Adesso hai cambiato idea, non mi vuoi più mangiare?"

Scimmiotto lo fermò: "Lascialo stare, fratellino, in segno di amicizia con il saggio Aojun e i suoi fratelli."

Mo'ang presentò i suoi saluti: "Grande santo, non oso trattenermi più a lungo. Dal momento che il vostro maestro è salvo, non mi rimane che riportare il colpevole da mio padre. Voi lo avete risparmiato, ma mio padre gli infliggerà certo una punizione. Quando avrà preso la sua decisione, verrà da voi per rinnovare le scuse."

"Se le cose stanno così, portatevelo pure via e presentate i miei rispetti a vostro padre; avrò piacere di ringraziarlo di persona."

Principe e prigioniero si tuffarono in acqua, e certo misero poco tempo a ritornare nei mari occidentali con tutte le truppe.

Il dio del fiume, a sua volta, volle ringraziare Scimmiotto: "Vi siano rese grazie, grande santo, per avermi restituito la mia residenza!"

Intanto il monaco cinese si inquietava: "Discepoli, dopo tutti questi balletti siamo ancora sulla sponda orientale del fiume: e adesso come lo attraversiamo?"

"Monsignore, non datevi pensiero" rispose il dio del fiume. "Vi prego, rimontate a cavallo; penserò io ad aprirvi una strada adatta per arrivare dall'altra parte."

Tripitaka in effetti si mise in sella, Porcellino teneva le redini del cavallo bianco, Sabbioso portava i bagagli e Scimmiotto sovrintendeva.

Ed ecco che il dio, usando dei suoi poteri, arrestò la corrente del fiume e aprì un largo passaggio, che risultò asciutto e praticabile in breve tempo. I pellegrini vi si inoltrarono camminando tranquillamente, e in breve raggiunsero la sponda occidentale. Qui ringraziarono il dio del fiume, risalirono la scarpata che sovrastava la riva e ripresero la loro strada. È il caso di dirlo:

Molti aiuti riceve il monaco cinese

Ed è su terra asciutta che passa il fiume nero.

Se poi, dopo tutto, non sapete come la storia si concluse, ascoltate il seguito.