Ritorniamo al grande santo, che diede un pizzicotto a Sabbioso alla sua sinistra, e a Porcellino alla sua destra: essi compresero benissimo che cosa intendeva e se ne restarono seduti sui loro troni a testa alta, senza muovere un muscolo, lasciando che i preti taoisti portassero torce e lampade, e guardassero intorno per ogni dove. Erano pietrificati, come tre vere statue d'argilla dorata.
"Come può essere che le offerte siano state divorate e non si trovi il ladro?" si stupiva l'eminente immortale Potenza della Tigre.
"Si direbbe proprio l'opera di scrocconi" aggiunse Potenza del Cervo. "Tutto ciò che aveva buccia è stato sbucciato, ogni nocciolo è stato ripulito. Ma come mai non c'è ombra del mangiatore?"
"Maestri, non vi abbandonate allo scetticismo" intervenne Potenza dell'Ariete. "Sono convinto che le nostre venerate divinità si sono commosse per la sincerità del nostro cuore, la pietà delle nostre intenzioni, le cerimonie che abbiamo celebrato giorno e notte, le suppliche che abbiamo loro rivolte; e c'entrerà un poco anche il prestigio della corte. Mi sembra evidente che i tre puri ci hanno fatto l'onore di scendere sulla terra a consumare le nostre offerte. Non saranno ancora ripartiti sulle loro cicogne; perché non ne approfittiamo per chiedere loro acqua benedetta e cinabro d'oro? Se ne portassimo a sua maestà ci faremmo fior di meriti, offrendogli i mezzi per ottenere una perpetua longevità."
"Hai ragione tu" concluse Potenza della Tigre. E ordinò: "Discepoli, fate musica e recitate i sutra. Portatemi i paramenti da cerimonia; voglio eseguire la danza del carro dell'Orsa Maggiore per impetrare le loro grazie."
I giovani daoshi si divisero in due gruppi ed eseguirono gli ordini. Accompagnati da colpi di gong incominciarono a salmodiare il Vero Classico della Via e della Virtù della Corte Gialla. Potenza della Tigre indossò la sua grande cappa da cerimonia, levò in alto una tavoletta di giada e si mise a danzare, sollevando la polvere davanti alle tre statue e inchinandosi fino a terra per salmodiare la supplica:
"Tremanti ci inchiniamo fino a terra.
Noi promuoviamo la dottrina e fondiamo ogni nostra speranza sulla purezza del vuoto.
Schiacciamo i vili buddisti, onoriamo i successi del Tao!
In questa sala eretta per decreto reale, le offerte sono esposte a profusione. Sotto le alte bandiere del drago, ardono ogni notte le candele, ogni giorno l'incenso. Ricevete la nostra devozione, sincera e rispettosa. Poiché ci avete accordato la grazia di una visita e non siete ancora ripartiti, formuliamo la preghiera che ci doniate un poco di cinabro d'oro e d'acqua benedetta, perché possiamo presentarli a corte e assicurare al regnante una longevità pari a quella dei monti del Sud."
Porcellino, preoccupato, bisbigliò a Scimmiotto: "Abbiamo avuto torto a non filarcela subito dopo il pasto. Ora che cosa rispondiamo?"
Scimmiotto gli diede un altro pizzicotto, poi aprì la bocca e gridò: "Mortali, basta con le preghiere! Noi stavamo ritornando a casa da un banchetto delle Pesche d'Immortalità, e al momento non abbiamo con noi né cinabro né acqua benedetta. Quando ci capiterà di ripassare da queste parti, ve ne porteremo."
Tutti i taoisti, giovani e vecchi, tremavano e battevano i denti davanti alla statua che parlava: "Maestri! Gli dèi celesti onorano di una visita questo basso mondo; non si può pensare di lasciarli andar via senza che ci regalino una ricetta di lunga vita. Bisogna ottenerla a ogni costo."
Si fece avanti Potenza del Cervo e pregò a sua volta:
"Il vostro misero servitore, faccia al suolo, solleva la polvere in rispettosa e sincera soggezione ai tre puri. In questa regione abbiamo assicurato il successo del Tao e scacciato i monaci buddisti. Sua maestà se ne rallegra e onora i misteri della longevità con riti grandiosi e la lettura dei sutra che si protrae per tutta la notte.
Siano rese grazie ai venerati celesti per non averci abbandonato e avere illuminato la corte con la loro sacra presenza. Nell'ardente speranza di gloriosi benefici, vi supplichiamo umilmente di accondiscendere a concederci un segno di benevolenza lasciandoci un poco di acqua benedetta, che prolungherebbe la vita dei vostri discepoli."
Fu la volta di Sabbioso di pizzicare Scimmiotto mormorando: "Ecco che si ricomincia. Questi non mollano, fratello."
"Qualcosa gli daremo" rispose il Novizio.
"Dare che cosa, se non abbiamo niente?" obiettò in un soffio Porcellino.
"Guardate me: quello che gli do io, lo avete anche voi."
Quando i preti finirono di battere e soffiare strumenti, concludendo la loro esecuzione musicale, Scimmiotto riprese la parola: "Giovani amici, basta con le genuflessioni e le prosternazioni! Avrei preferito tenermela, l'acqua preziosa, ma mi rendo conto che bisogna perpetuare la specie. Ne avrete quanta ne vorrete."
A questa risposta i monaci si gettarono a terra battendo più volte la fronte: "Speriamo ardentemente che apprezzerete l'infinito rispetto che vi portano i vostri discepoli, e vi supplichiamo di concederci il dono. Proclameremo dovunque la Via e la Virtù, e chiederemo a sua maestà di onorare più che mai la Porta dei misteri."
"D'accordo, portate i recipienti."
I daoshi rinnovarono la resa di grazie con un bell'insieme di prosternazioni e corsero a provvedere. L'immortale Potenza della Tigre, che si esibiva volentieri in dimostrazioni di forza, portò nella sala una giara gigantesca. Potenza del Cervo collocò sull'altare un pignattone di ceramica. E Potenza dell'Ariete si accontentò di prendere un vaso da fiori, si sbarazzò del suo contenuto e lo collocò fra gli altri due recipienti.
"Se volete l'acqua benedetta, dovete uscire un momento e chiudere la porta" dichiarò Scimmiotto. "I segreti del cielo non sono cosa da esibire in pubblico."
I preti ubbidirono e andarono a inginocchiarsi sui gradini esterni, dopo aver chiuso la porta.
Il nostro Scimmiotto tirò su il grembiule di pelle di tigre e riempì il vaso da fiori di pipì puzzolente.
Porcellino si illuminò: "Da quando ci conosciamo ho imparato che sei un tipo sveglio; ma questa le vale tutte. Devo dire che, dopo tutto quello che ho bevuto stasera, ne avevo giusto bisogno." Anche lui tirò su il vestito e lasciò cadere nel pignattone le cascate di Lüliang.
Quanto a Sabbioso, riempì la giara a metà. Poi tutti e tre si rassettarono e ripresero la loro solenne posa in trono.
"Giovani amici, prendete la vostra acqua benedetta!"
I preti spinsero l'uscio, vennero a prosternarsi per ringraziare, e finirono per rovesciare nella giara anche il contenuto della pignatta e del vaso da fiori.
"Discepoli, portatemi una ciotola, che la voglio assaggiare."
Un pretino portò una tazza da tè e la tese al superiore; questi attinse alla giara e bevve un sorso, sentendosi anche in dovere di leccarsi le labbra e schioccare la lingua.
"È buona?" chiese Potenza del Cervo.
"Mica tanto" confessò il suo condiscepolo facendo una smorfia. "È un po' aspra, come vino che va in aceto."
"Fammi sentire" propose Potenza dell'Ariete. Ne inghiottì un sorso anche lui: "Sapete che cosa mi ricorda? Il puzzo della piscia di maiale."
Scimmiotto, sul suo trono, pensò che stava diventando difficile reggere il gioco e si disse: "Completiamo lo scherzo in modo che resti bene impresso nella memoria."
Alzò la voce:
"In nome del Tao, in nome della Via, che cosa credevate? Che i tre puri venissero giù dal cielo apposta per voi? Vi dirò io chi siamo: noi siamo monaci dei grandi Tang di passaggio da queste parti, che in questa bella notte di primavera siamo venuti a curiosare nel vostro pollaio, perché non avevamo niente di meglio da fare. Ci eravamo mangiati le vostre offerte e stavamo facendo quattro chiacchiere in allegria. Ma voi continuavate a prosternarvi e volevate a tutti i costi l'acqua benedetta. Dove potevamo attingerla, se non nelle nostre vesciche?"
A questo discorso i preti inferociti corsero a sbarrare la porta, presero forche, scope, tegole, sassi, e si precipitarono in mischia confusa verso l'altare. Scimmiotto prese per mano i compagni, Sabbioso a sinistra e Porcellino a destra, con loro si aprì un passaggio fino alla porta, salì su una nuvola e scomparve in un bagliore luminoso. Un istante dopo erano nella cella del superiore del Monastero delle Profondità della Saggezza e si coricavano zitti zitti per non svegliare il maestro.
Presto giunse il terzo quarto della quinta veglia, l'ora dell'udienza mattutina, quando il re riunisce i quattrocento mandarini civili e militari. Dappertutto
Brillavano le luci in lanterne di garza,
Salivano profumi da preziosi tripodi.
Tripitaka si svegliò e chiamò i suoi discepoli: "Devo presentare a corte il mio passaporto."
I tre balzarono dal letto, si vestirono e si misero a disposizione del maestro: "Badate che questo monarca obnubilato favorisce il Tao e perseguita i monaci buddisti. Possono nascere difficoltà. Sarà bene che vi accompagniamo per prendere al bisogno le vostre difese."
Il monaco cinese, soddisfatto della loro proposta, indossò il suo kasâya di broccato, affidò i documenti a Scimmiotto, la ciotola delle elemosine a Sabbioso e il bastone da pellegrino a Porcellino; bagagli e cavallo restarono affidati alle cure dei religiosi del monastero. Si recarono alla torre delle Cinque Fenici, presentarono i loro rispetti al ciambellano di guardia alla Porta Gialla e diedero nomi, provenienza e motivo della visita. L'ufficiale entrò nella sala d'udienza, si prosternò davanti ai gradini d'oro e fece sapere: "Ci sono fuori quattro bonzi, che si dicono in cerca delle scritture del Paradiso dell'Ovest per conto dei grandi Tang delle terre dell'Est. Vorrebbero presentare il passaporto e attendono la vostra decisione sotto la torre delle Cinque Fenici."
"Se sono bonzi, li ha portati qui la loro sfortuna" tuonò il re. "Perché i nostri ufficiali non li hanno arrestati e imprigionati?"
Il precettore, che si teneva da parte, si fece avanti per osservare: "I grandi Tang delle terre dell'Est regnano sul vasto e fiorito Paese di Mezzo, un impero che occupa tutto il continente meridionale. I monaci stessi devono disporre di poteri non piccoli, per avventurarsi su distanze di diecine di migliaia di li, lungo strade infestate da esseri malefici. Imploro vostra maestà di considerare che vengono dalla Cina, e pertanto di riceverli, vistare i documenti e lasciarli ripartire, perché le nostre relazioni diplomatiche non ne abbiano a soffrire."
Il re accondiscese e ordinò che si presentassero nella sala delle Campanelle d'Oro. Maestro e discepoli si schierarono ai piedi dei gradini del trono per presentare rispettosamente il passaporto a sua maestà.
Mentre il re spiegava il documento per leggerlo, l'ufficiale della Porta Gialla annunciò l'arrivo dei tre maestri. Il re abbandonò le carte, scese dal trono, fece disporre cuscini ricamati per i nuovi venuti e si avanzò ad accoglierli piegando il dorso. Tripitaka e i suoi videro gli eminenti immortali farsi avanti senza tante cerimonie, come se fossero in casa propria, dandosi un'aria di importanza e facendosi seguire da paggetti coronati da una voluminosa pettinatura. Al re non dissero nulla; fu lui a rivolgersi loro: "Maestri di Stato, siete stati gentili a onorarci con una visita non preannunziata."
"Siamo qui per affari di gran momento. Chi sono quei quattro bonzi?"
"Sono inviati dei grandi Tang e sono venuti a presentare il loro passaporto."
I tre taoisti scoppiarono a ridere e batterono le mani: "A meraviglia, eccoli qua! Pensavamo che fossero già fuggiti."
"Che volete dire, maestri?" si inquietò il re. "Quando mi sono stati annunciati, avevo pensato di farli arrestare per consegnarli a voi; ma il precettore mi ha fatto giustamente notare che le relazioni diplomatiche con la Cina esigono di riceverli e verificare i documenti. A questo punto siete arrivati voi: vi hanno per caso offeso, o si sono resi colpevoli in qualunque modo?"
"Vedo che vostra maestà non è al corrente" rispose uno degli immortali sorridendo a denti stretti. "Ieri, appena arrivati, hanno ucciso due dei nostri discepoli, liberato cinquecento monaci prigionieri e fracassato il carro che spingevano. Poi, nel cuore della notte, sono penetrati abusivamente nel nostro tempio, hanno fatto scomparire le sacre immagini dei tre puri e hanno divorato le offerte, dono di vostra maestà. Sono arrivati a farsi credere divinità celesti scese sulla terra; e poiché chiedevamo acqua benedetta ed elisir al fine di prolungare la vita di vostra maestà, ci hanno dato in cambio quello che si fa nel 'bisogno piccolo'. Quando abbiamo assaggiato abbiamo capito tutto e stavamo per prenderli; ma sono fuggiti. E ora eccoli qua. È proprio il caso di dirlo: stretta è la via in cui incontri il tuo nemico!"
Il re, in un trasporto d'ira, ordinò di giustiziarli tutti e quattro. Ma il grande santo giunse le mani e prese la parola con voce tonante: "Voglia vostra maestà sospendere un momento il corso della sua folgorante indignazione, per dare modo ai monaci di spiegarsi."
"Avete aggredito i Maestri di Stato. Non vorrete mettere in discussione la loro testimonianza, per caso!"
"Pretendono che abbiamo ucciso due loro discepoli, ma dove sono le prove? E chi di noi precisamente sarebbe il colpevole? Se anche fosse, dovrebbero essere punite non più di due persone, mentre le altre due dovrebbero essere lasciate libere. Per il carro fracassato e i prigionieri liberati, anche qui mancano le prove, e oltretutto non sarebbe un delitto da pena capitale. Quanto al preteso scandalo nel tempio, io dico che è diffamazione pura e semplice."
"Come, diffamazione?"
"Scusate, noi siamo dell'Est, mai venuti prima d'ora nel vostro paese. Non conosciamo nemmeno le strade e le piazze della città; come potremmo sapere che cosa fa questa gente nel suo tempio, nel cuore della notte? E se fossimo andati lì a fare, come dicono loro, il 'bisogno piccolo', perché non ci hanno arrestato subito e vengono a raccontarlo solo adesso? Di impostori, in questo basso mondo, ce ne sono tanti. Perché se la prendono con noi? Come vedete, maestà, non è il caso di lasciarsi prendere da una collera impulsiva, ma occorre un attento esame."
Dopo questa arringa dell'avvocato Scimmiotto il re, testa confusa per natura, non sapeva più che pesci pigliare. Mentre era in preda ai dubbi, ricomparve l'ufficiale della Porta Gialla ad annunciare: "Vostra maestà, numerosi capi-villaggio attendono di essere ricevuti."
Quando gli anziani furono entrati, in numero di quaranta, si prosternarono ed esposero: "Vostra maestà, questa è una primavera senza piogge. Se la siccità continua anche nei mesi estivi, come ci si può aspettare, ci troveremo di nuovo in grandi difficoltà con i rifornimenti alimentari. Siamo venuti a supplicarvi di chiedere ai Maestri di Stato di far cadere la pioggia indispensabile ai bisogni della popolazione."
"Potete senz'altro far conto sulla pioggia, anziani. Ritiratevi pure."
I capi-villaggio ringraziarono e uscirono.
"Sapete voi, monaci della corte dei Tang" disse il re, "perché rispetto il Tao e sono ostile alla comunità del Buddha? Perché quando avevamo bisogno di pioggia, i miei monaci buddisti non furono capaci di farne cadere neppure una goccia. Per fortuna il Cielo ci donò questi Maestri di Stato che ci soccorsero nelle nostre afflizioni. Voi meritereste di essere castigati senza indugio per averli offesi, anche se venite di lontano. Ma dal momento che il giudizio è momentaneamente sospeso, mi chiedo se osereste misurarvi con loro nell'invocare la pioggia. Se foste capaci di ottenere un'adeguata quantità di acqua, vi concederei l'amnistia, vi restituirei il passaporto e vi autorizzerei a proseguire il vostro viaggio. Ma attenzione: se non ne sarete capaci, verrete portati sulla pubblica piazza per essere giustiziati."
"L'umile monaco che sono si intende un po' anche di queste cose" rispose Scimmiotto con un sorriso sornione.
Il re ordinò dunque di preparare la piazza delle cerimonie e di attaccare i cavalli al suo carro: "Verremo di persona ad assistere allo spettacolo dalla Torre delle Cinque Fenici."
E si andò a sedere in cima alla torre, accompagnato dal suo seguito. I tre taoisti gli tennero compagnia, mentre Tripitaka restava ai piedi della torre con i discepoli. Dopo poco giunse galoppando a briglia sciolta un ufficiale e annunciò: "Tutto è pronto per la cerimonia. Preghiamo le vostre santità di ascendere all'altare."
L'eminente immortale Potenza della Tigre si congedò dal re inchinandosi e giungendo le mani, e scese ai piedi della torre. Ma Scimmiotto si fece avanti e gli sbarrò la strada: "Dove andate, maestro?"
"Salgo all'altare per invocare la pioggia."
"Non si può dire che esageriate con le cortesie; non ci lasciate nemmeno la precedenza, benché siamo ospiti che vengono da lontano. Non importa. Come si dice: drago che vola non schiaccia serpe che striscia. Ma se volete incominciare voi, dovete prima dichiarare il vostro programma."
"Quale programma?"
"Scusate tanto: invocheremo la pioggia noi e voi. Come si farà a sapere se cadrà la vostra pioggia oppure la nostra?"
Il re, che ascoltava dall'alto della torre, approvava dentro di sé: "Il giovane bonzo sa quel che dice."
Sabbioso se la rideva: "E non avete ancora visto il bello!"
"È proprio inutile" replicò l'immortale. "Sua maestà si renderà conto da solo."
"Sarà vero, ma io vengo di lontano e non vi conosco. Se al momento buono ci fosse da ridire, chi ci guadagnerebbe? Prima di mettervi al lavoro, precisate che cosa intendete fare."
"Quando salirò all'altare, basterà guardarmi: quando batterò un colpo sulla mia tavoletta: tac! si alzerà il vento. Al secondo colpo compariranno le nuvole; al terzo tuonerà; al quarto cadrà la pioggia; al quinto ritornerà il bel tempo."
"Mica male!" sogghignò Scimmiotto. "Noialtri non si è mai visto niente di simile. Incominciamo!"
L'eminente immortale avanzò a gran passi fino ai piedi dell'altare, seguito da Tripitaka e dagli altri. Bisognava alzare il capo per guardarlo, perché era collocato su una terrazza alta almeno tre tese, circondata da ventotto stendardi su pali piantati a terra, simboli delle ventotto case. In cima vi era un tavolo, che reggeva un brucia profumi da cui saliva una voluta di fumo d'incenso ed era fiancheggiato da due candelabri le cui fiamme ardevano vivaci nel vento. Al brucia profumi era appoggiata una tavoletta che recava il nome del duca del tuono. A terra erano allineate cinque grandi giare piene d'acqua pura; in ciascuna galleggiava un ramo di salice, e su ogni ramo una placca metallica recava un talismano con il nome di uno dei direttori del Dipartimento celeste Tuoni e Fulmini. Cinque pali piantati intorno recavano cartelli con i nomi degli incaricati del tuono dei cinque orienti; accanto a ogni palo stavano due preti taoisti, pronti a battere i loro martelli di ferro. Sotto la terrazza c'era un gran numero di daoshi intenti a scrivere; in mezzo a loro era collocato un fornello per bruciare la carta e si ammucchiavano molti personaggi in carta o seta: messaggeri, portatori di talismani, geni locali e divinità protettrici.
L'eminente immortale arrivò con passo deciso, salì la scalinata e giunse sulla terrazza. Un giovane accolito gli tese fogli di carta gialla con formule di incantesimi e una spada sacra, che l'immortale levò in alto mentre recitava le formule. Bruciò un foglio alla fiamma della candela, e in basso due o tre preti, a loro volta, diedero fuoco a un'immagine di messaggero e a un documento. Tac! Si udì il primo colpo battuto sulla tavoletta e incominciò a levarsi la brezza.
"Porca miseria" borbottò Porcellino. "Sono professionisti: il vento soffia sul serio."
"Sta zitto, fratellino" bisbigliò Scimmiotto, "e occupati della sicurezza del maestro; io ho da fare."
Quel grande santo! Si strappò un pelo e lo trasformò in un falso Scimmiotto, per restare in apparenza accanto al monaco cinese. Ma intanto si slanciò nello spazio e si mise a gridare: "Ehi, chi si occupa del vento qui?"
La madre del vento, tutta spaventata, lo venne a salutare stringendosi sulla pancia il suo otre, accompagnata dal figlio che tirava i cordoni dell'imboccatura.
"Sto proteggendo il monaco cinese" spiegò Scimmiotto, "e ho dovuto mettermi in competizione con certi taoisti che fanno piovere. Bell'aiuto che mi dài! A quanto pare stai dalla loro parte. Ti perdóno, ma solo a patto che metta via tutti i tuoi spifferi. Lascia che senta ancora un alito da far tremare un solo pelo della barba di quei taoisti, e ti do venti randellate delle mie."
"Mi guarderò bene! Mi guarderò bene!" diceva la vecchia.
Perciò il vento smise di soffiare.
Porcellino si mise a strillare: "Il colpo lo abbiamo sentito, ma dov'è il vento? Scendi giù, maestro, hai perso il turno. Adesso tocca a noi."
Il prete bruciò un talismano, riprese la sua tavoletta e tac! batté il secondo colpo. Il cielo si coprì di nuvole.
Scimmiotto gridò: "Chi provvede alle nuvole, quassù?" Vennero avanti spaventati, inchinandosi, il ragazzo Pussanubi e il signor Spandinebbia. Scimmiotto, a modo suo, spiegò anche a loro la situazione e le nuvole scomparvero: cielo blu immacolato su mille li.
"Secondo colpo, ma niente nuvole" sghignazzava Porcellino. "Bel bugiardo, quel maestro! Non ha nessun potere, sa solo imbrogliare il suo sovrano e riempire di frottole la testa della gente."
Il taoista stava sulle spine: appoggiò la spada sul tavolo, si sciolse i capelli, recitò uno scongiuro, bruciò un incantesimo e batté il terzo colpo sulla tavoletta. Dal portale sud del Cielo corse Deng con il duca del tuono e la madre del fulmine; si imbatterono in Scimmiotto e lo salutarono educatamente. Questi ricominciò le sue spiegazioni e chiese: "Che furia avete? A quali ordini ubbidite?"
"Quel taoista segue la procedura corretta, quella dei cinque fulmini. Ha inviato la supplica, bruciato il talismano, sollecitato l'Imperatore di Giada; questi ha emanato il decreto e lo ha trasmesso alla residenza del venerabile celeste universale del Colpo di Tuono Primordiale, nel nono cielo. A questo punto, ci è pervenuto l'ordine di contribuire con tuoni e fulmini."
"Date le circostanze, vi prego, aspettate un momento e lasciatemi fare" propose Scimmiotto.
In effetti non si ebbero né tuoni né fulmini.
L'eminente immortale si sentiva prendere dal panico. Aggiunse incenso, recitò altri scongiuri, bruciò altri incantesimi e batté il quarto colpo sulla tavoletta. Arrivarono di corsa i draghi dei quattro mari e Scimmiotto si fece loro incontro per intercettarli, gridando: "Aoguang, dove vai?"
Aoguang, Aoqin, Aoshun e Aojun lo vennero a salutare. Scimmiotto raccontò tutto daccapo, aggiungendo: "L'altro giorno avete fatto del vostro meglio, ma non è servito a molto. Spero che questa volta mi aiuterete davvero."
"Ai vostri ordini" risposero i re draghi.
Scimmiotto approfittò per dire ad Aojun: "A proposito, grazie ancora per l'intervento di vostro figlio, che ha salvato il mio maestro da quella creatura malefica."
"Quel tipaccio è ancora incatenato in fondo al mare. Non oso disporne a mio arbitrio. Volevo appunto pregarvi di pronunciare il verdetto."
"Il verdetto è che facciate voi come vi pare. Adesso ho bisogno di una spintarella per vincere questa gara. Il taoista ha già colpito quattro volte la tavoletta e non ha ottenuto niente. Adesso tocca a me; ma io non sono pratico di queste procedure: suppliche, fogli da bruciare, tavolette da battere eccetera. Mi dovreste aiutare alla buona."
"Nessuno oserebbe disobbedire ai vostri ordini, grande santo" rispose il signore celeste Deng; "e d'altronde abbiamo qui tutto il necessario. Ma ci dovrete dare un segnale perché interveniamo al momento giusto; se pioggia e fulmini venissero fuori tempo, voi non fareste una bella figura."
"Giusto; userò il mio randello."
"Signore!" esclamò allarmatissimo il duca del tuono. "Quel randello è molto pericoloso!"
"Ma no, che cosa avete capito? Non ve lo batterò in testa, il randello, ma lo punterò verso l'alto. La prima volta per chiedere vento."
"D'accordo" risposero la madre del vento e il figliolo. "Avrete tutto il vento che vorrete."
"La seconda volta mi servirà che si stendano le nubi."
"E noi le stenderemo" dissero Pussanubi e Spandinebbia.
"La terza volta si devono vedere i fulmini e sentire i tuoni."
"Ma certo, si capisce" confermarono il duca del tuono e la madre del fulmine.
"La quarta volta, acqua in quantità."
"Agli ordini" assicurarono i draghi.
"E quando punterò il randello per la quinta volta voglio un bel cielo pulito con il sole che brilla come nuovo. Attenzione, niente sbagli!"
Date le sue istruzioni, Scimmiotto ritornò giù, riprese il posto e ricuperò il suo pelo. Nessuno si era reso conto della sostituzione. Si fece dunque avanti e dichiarò con voce chiara e forte: "Avete battuto quattro volte la vostra tavoletta; battere la quinta volta per far cessare una pioggia che non è mai caduta, sarebbe proprio superfluo. Prego, maestro: ora tocca a noi."
Il daoshi non poteva fare altro che scendere dall'altare, e si incamminò verso la torre del re con la faccia contratta dalla rabbia.
"Aspettate" disse Scimmiotto. "Lo seguo per sentire che cosa dice."
Il re diceva: "Siamo stati attenti: i quattro colpi sulla tavoletta li abbiamo sentiti benissimo. Come mai non è successo nulla?"
"Ma è chiaro: oggi i draghi non erano in casa" spiegò il daoshi.
"Maestà" intervenne Scimmiotto a voce alta, "i draghi erano in casa, eccome! Ma il metodo del vostro maestro non è adatto per convocarli. Lasciate fare a un monaco del Buddha e sentirete un'altra musica."
"Salite dunque all'altare. Quella pioggia ci serve" rispose il re.
Scimmiotto si precipitò verso l'altare e, passando, agganciò Tripitaka: "Maestro, salite con me."
"Ma io non m'intendo di stregonerie."
"State attenti che vi tengono d'occhio" disse Porcellino, tanto per tenerli allegri. "Se continua a non piovere, finirete sul rogo; e quando vi daranno fuoco avrete il fatto vostro."
"Lo so che non v'intendete di queste cose, ma nel recitare sutra fate pur sempre la vostra figura. Al resto penserò io" promise Scimmiotto.
Il reverendo si lasciò convincere a salire all'altare. Arrivato in cima si sedette in posa solenne e recitò dentro di sé il sutra del Cuore. Mentre era in atteggiamento di meditazione, sopraggiunse un ufficiale al galoppo per chiedere: "Come mai questo bonzo non brucia talismani e non batte tavolette?"
"Perché non serve a niente" rispose Scimmiotto. "Noi preghiamo a modo nostro e, come vedete, senza fare tanto rumore."
L'ufficiale se ne andò a fare rapporto.
Quando Scimmiotto comprese che il suo maestro aveva completato la recitazione, si tolse l'ago da dietro l'orecchia e lo ingrandì. Quando lo puntò verso il cielo la vecchia del vento, con l'aiuto del figlio che slacciava il cordone, diede via libera al contenuto del suo otre. Si sentì fischiare e sibilare: in città, le tegole volavano via dai tetti, i mattoni cadevano, le pietre rotolavano in turbini di polvere. Che vento! Non era una cosa ordinaria: eccolo qua.
Spezza rami di salice, strappa i fiori, rovescia gli alberi. Crolla il muro della Sala dei Nove Spessori, tremano travi e pilastri della Torre delle Cinque Fenici.
La sabbia mette le ali, il sole non brilla più. Davanti alla sala dello stato maggiore gli ufficiali si mettono in allarme, i mandarini dell'ufficio archivi si spaventano.
Le signore dei tre palazzi sbagliano a disegnarsi le sopracciglia, non riescono più a tirare una riga diritta. Le concubine delle sei corti sono tutte spettinate: vanno in giro come streghe.
Gli alti dignitari perdono le ghiande d'oro del berretto; le ali della cuffia del primo ministro sembrano una cicogna che prenda il volo.
Il re sul trono non osa proseguire la conversazione; il ciambellano tiene in mano una supplica, ma non sa più dove metterla.
Le fila si scompongono, i paraventi volano via, porte e finestre si rompono. Le tegole della Sala delle Campanelle d'oro mettono le ali come uccellini, la porta della Sala della Nube di Broccato è sfondata. Una bufera così tremenda da separare padre e figlio nello stesso palazzo, e da svuotare strade e piazze: ciascuno cerca riparo e si chiude in casa.
Scimmiotto agitò la sua sbarra cerchiata d'oro e la puntò per la seconda volta verso il cielo. Guardate:
Pussanubi dispiega la sua magia e nasconde il cielo con tali masse nere che si direbbero pesanti rocce. Spandinebbia esercita il suo potere e copre la terra di una fitta nebbia. I tre mercati sono immersi nell'oscurità, lungo i tre viali non si vede a un palmo dal naso.
La terra piomba nel caos originario. Scompare nella nebbia anche l'ingresso della Torre delle Fenici.
In mezzo a quelle nuvole in cielo e sulla terra, che rendevano ogni cosa indistinta, Scimmiotto puntò la sua sbarra per la terza volta.
Il duca del tuono scese dal cielo fumante di rabbia, cavalcando a rovescio la sua bestia di fuoco. La madre del fulmine uscì in furia dal suo palazzo stellare, stringendo in mano serpenti d'oro. Il tuono rimbombante scuoteva il Monte della Forca di Ferro; zebrature scarlatte di seta scintillante illuminavano l'oceano orientale. Sordo rotolare di pesanti carri, schiocchi improvvisi di alti alberi che si schiantano. La natura è ravvivata dall'esplosione di mille boccioli e dal brulicare di mille insetti.
Re e cortigiani sono basiti dallo spavento in questo grande baccano, che tappa la bocca persino ai positivi e disincantati mercanti.
Il tuono rombava da spaccare la terra e da rovesciare la montagna. Tutti in città erano terrorizzati: non c'era casolare in cui non si bruciassero incenso e carta moneta.
"Vecchio Deng" gridava Scimmiotto a squarciagola, "giacché siamo in ballo, scovami tutti i mandarini corrotti e i figli empi, ma tutti senza sbagliare, e bruciali con i tuoi fulmini!"
Il tuono ruggiva ancora più forte. A questo punto Scimmiotto puntò la sua sbarra per la quarta volta.
La pioggia invade l'universo come se il fiume del cielo avesse rotto gli argini, le nubi si rovesciano come se avessero ceduto le dighe. Scrosci sui tetti, finestre lavate; le strade sono invase da onde spumeggianti.
È un diluvio di giare rovesciate, un ribollire di catinelle gettate.
Nei villaggi fuori mano, l'acqua sale dentro le case; i fiumi sfiorano i ponti.
I flutti invadono la terraferma, i campi si trasformano in immensi stagni da cui sbucano le cime dei gelsi.
Si direbbe che i draghi diano manforte rovesciando giù tutto il gran fiume Yangzi.
La pioggia cadde a torrenti fino a mezzogiorno; borghi e sobborghi della città ne furono inondati e sommersi.
Il re fece conoscere la sua volontà: "Ora basta, o saranno più i danni dei vantaggi."
L'ufficiale di fazione ai piedi della torre spronò il cavallo sfidando la pioggia e venne ad annunciare: "Santo monaco, la pioggia può bastare."
Allora Scimmiotto levò per la quinta volta la sua sbarra: tuoni e vento cessarono, smise di piovere e in attimo scomparve ogni nube.
Il re era tutto contento; gli ufficiali civili e militari dicevano: "Che bravo bonzo! Bisogna pur dirlo: trovi sempre chi è più forte. Fra l'altro, quando erano i nostri Maestri di Stato a fare la pioggia, restava sempre uno strascico di pioggerelle per una buona mezza giornata. Ma questi monaci, che professionalità! Vai con la pioggia! acqua a catinelle. Vai col bel tempo! cielo azzurro per mille li."
Il re si fece riportare nella sala d'udienza per vidimare subito il passaporto e autorizzare la partenza del monaco cinese. Aveva appunto il timbro in mano, quando i tre taoisti si fecero avanti a sollevare difficoltà: "Maestà, quella non era pioggia buddista; è tutta da ascrivere a credito del nostro Tao."
"Mi avevate detto che i draghi non erano in casa; e invece, quando è stata la volta del monaco, ha pregato per un po' in silenzio e di acqua ne è caduta tanta. Ora come potete contestare il loro merito e appropriarvelo?"
"Ma vi pare che i re draghi si potessero permettere di non venire, dopo che avevo fatto tutte le pratiche necessarie: inoltrato l'istanza, bruciato l'incantesimo e battuto la tavoletta?" fece presente Potenza della Tigre. "Magari in un primo tempo saranno stati in riunione, e i cinque direttori del Dipartimento Tuoni e Fulmini si saranno trovati fuori stanza. Ma quando hanno ricevuto la mia convocazione si sono affrettati a venire; solo che a questo punto noi eravamo scesi dall'altare ed erano saliti loro. Quel bonzo ha semplicemente beneficiato della buona occasione. A considerare bene le cose, i draghi li ho chiamati io e la pioggia che è caduta è nostra."
La mente confusa del re, davanti a queste argomentazioni, piombò di nuovo nell'incertezza.
Scimmiotto fece un passo avanti, giunse le mani e suggerì: "Maestà, questi trucchi di magia eterodossa non vanno a credito di nessuno, né loro né nostro. La pioggia l'hanno fatta i draghi, e sono ancora là per aria: io non ho dato loro licenza di andarsene, e da soli non se la prenderebbero di certo. Se i vostri Maestri di Stato sono capaci di farceli vedere, cediamo loro il merito dell'operazione."
"Ho regnato ventitré anni senza mai vedere un drago" disse il re con occhi sognanti. "Bonzi o preti, vedete voi: dovete assolutamente usare i vostri poteri per mostrarmene uno. Chi ci riesce avrà tutto il merito, e chi non ci riesce tutta la colpa."
Evocare draghi non rientrava nel mestiere del prete taoista; e, se anche fosse stato, i quattro Ao non avrebbero certo osato comparire davanti al grande santo senza sua richiesta.
"Va oltre i nostri poteri" ammise il daoshi. "Fate voi."
Il grande santo si rivolse al cielo e con voce forte chiamò: "Dove sei, Aoguang? Vieni un po' a farti vedere con i tuoi fratelli!"
I re draghi subito ubbidirono: ed ecco alti nel cielo quattro imponenti draghi, che avvolgevano le loro spire fra le nuvole in un impressionante balletto aereo, e si dirigevano verso la Sala delle Campanelle d'Oro.
Con figure sempre nuove e mutevoli si slanciano, si attorcono, si srotolano maestosi fra brume e nubi. Scintillano i loro candidi artigli di giada, giocano coi riflessi come mutevoli specchi le loro argentee scaglie. I lunghi mustacchi esprimono vigore, le corna si drizzano fieramente. I grandi occhi tondi brillano sotto la fronte altera. Appaiono e scompaiono a loro piacimento. Se volete pioggia, ve la portano; se bel tempo, la pioggia subito cessa. La santa e vera immagine del drago circonda il palazzo di un'aura di buon augurio.
Mentre il re bruciava incenso, i suoi ministri si prosternarono.
"Vi ringrazio di esservi presi il disturbo di farvi vedere" dichiarò il re. "Rientrate pure a casa vostra, prego; uno dei prossimi giorni faremo una cerimonia di ringraziamento."
"Care divinità, potete andarvene. Il re, qui, dice che vi testimonierà la sua riconoscenza un'altra volta" confermò Scimmiotto.
I re draghi se ne tornarono nei loro mari, mentre gli altri dèi rincasavano in Cielo.
È il caso di ricordare:
La vera legge, infinito mistero,
Rompe tutte le porte secondarie.
Se poi non sapete, in fin dei conti, come venne sconfitta la perversità, ascoltate il prossimo capitolo.