Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo46

046 GARE DI MAGIA · DOVE IL TAO ETERODOSSO SOTTOPONE LA GIUSTA LEGGE A DURA PROVA DI FORZA E LA SCIMMIA DELLO SPIRITO, MANIFESTANDO LA PROPRIA SANTITÀ, SCHIACCIA LA PERVERSITÀ.

Dopo avere constatato de visu i poteri di Scimmiotto e la sua capacità di evocare draghi, come si è narrato, il re si apprestava ad apporre il suo sigillo ai documenti di viaggio dei pellegrini, per lasciarli proseguire sulla strada dell'Ovest. I tre taoisti erano tanto abbattuti che erano rimasti prostrati ai piedi dei gradini. Il re scese dal trono a sollevarli con le proprie mani e chiese loro: "Cari maestri di stato, perché vi abbandonate a segni di rispetto così eccessivi?"

"Maestà, noi venimmo in questa città per sostenerne i sacri altari, proteggere il paese e portare la pace al popolo. Oggi vent'anni di dure fatiche sono stati distrutti dalla potenza della legge manipolata da questi bonzi. Ci hanno rovinato la reputazione. Per un disgraziato acquazzone voi perdonate i loro omicidi: fate ormai ben poco caso alle nostre persone. Noi speriamo che vostra maestà vorrà trattenere i loro passaporti e ci permetterà di ingaggiare con loro un'altra gara: vedrete i risultati!"

"Che genere di gara, maestri?" chiese il re, infilandosi i documenti nella manica; era davvero poco intelligente e dava sempre ragione all'ultimo che parlava.

"Propongo di giocarci una partita di meditazione" rispose l'eminente immortale Potenza della Tigre.

"Siete fuori strada, maestro" obiettò il re. "Dovrebbe essere la specialità dei bonzi. Questi poi ne avranno certo approfondito tutti i segreti, prima di ricevere l'incarico imperiale di andare in cerca delle scritture. Perché sfidarli sul loro terreno?"

"Loro sanno soltanto mettersi seduti. La meditazione che intendo io si chiama manifestare la santità su una scala di nuvole."

"E come si manifesta la santità su una scala di nuvole?"

"Si preparano pedane di meditazione, ciascuna formata da cento tavoli impilati uno sull'altro. Per salire, è vietato usare scale o aiutarsi con le mani; e bisogna restare immobili là in cima per un numero di ore prestabilito."

Il re si rese conto che l'operazione non era poi tanto facile, e chiese ai bonzi: "I nostri maestri di stato vorrebbero giocare una partita di meditazione sulla scala di nuvole. Chi di voi ne è capace?"

Poiché Scimmiotto stava zitto, Porcellino gli domandò: "Fratello, perché non parli?"

"Ti confesso, fratellino, che mi troverei a mio agio nel fare tante cose: gettare a calci il cielo in fondo a un pozzo, sollevare mari, invertire il corso dei fiumi, spostare montagne, far scomparire la luna, giocare con le costellazioni. Non mi spaventerebbe nemmeno giocare a decapitarsi o sbudellarsi. Ma non mi parlare di restare seduto e fermo: potrei solo perdere. Dove la troverei la pazienza di star fermo? Anche se tu mi incatenassi a una colonna di ferro, troverei il modo di arrampicarmici. Non sopporterei mai di restare fermo senza far niente."

Tripitaka osservò: "Io sono capace di restare seduto in meditazione."

"Magnifico!" esclamò il Novizio. "Quanto potete resistere?"

"Ho imparato quest'arte da ragazzo, da un maestro di meditazione girovago: se ci si concentra bene, si può restare seduti due o tre anni."

"Se faceste una meditazione così lunga, tanto varrebbe rinunciare al nostro viaggio. Cinque o sei ore bastano e avanzano."

"Va bene. Però non saprei come salire sulla pedana, caro discepolo."

"A quello penso io. Voi fatevi avanti e accettate la sfida."

Il reverendo fece un passo avanti giungendo le mani davanti al petto: "L'umile monaco che sono è capace di sedersi in meditazione."

Il re ordinò di innalzare le pedane. Quello stato aveva davvero una potenza da rovesciare le montagne: in meno di un'ora le due strutture si drizzavano nella Sala delle Campanelle d'Oro, a destra e a sinistra del trono.

L'eminente immortale Potenza della Tigre fece scaturire un cuscino di nuvole sotto i suoi piedi, salì diritto fino alla cima della pedana ovest e vi si sedette. Scimmiotto lasciò al suo posto una falsa immagine, fatta con un pelo trasformato, prese la forma di una nuvoletta colorata e portò Tripitaka in cima alla pedana est. Poi si trasformò in un insetto, volò nell'orecchio di Porcellino e bisbigliò: "Tu osserva il maestro, e ricordati che è inutile cercare di attaccar discorso con il mio sostituto."

"Va bene, ho capito" rispose in un soffio il bestione.

Potenza del Cervo, che se ne stava seduto su un cuscino ricamato, osservò per un bel pezzo i due contendenti che se ne stavano appollaiati lassù senza muoversi. A un tratto gli venne l'idea di dare una mano al suo condiscepolo: si strappò un capello dietro la nuca, ne fece una pallina e la lanciò con un colpo di pollice sulla testa del monaco cinese. La cosa si trasformò in una grossa cimice, che punse e incominciò a succhiare; al tormento successe il dolore. Ora, quando si medita, non si possono muovere le mani: il più piccolo movimento equivale a confessarsi perdente. Ma il prurito diventava intollerabile: il reverendo incassò la testa nelle spalle, cercando di strofinare la nuca contro il bordo del colletto.

"Va male!" osservò Porcellino. "Al maestro succede qualcosa che non capisco."

"Gli sarà venuto il mal di testa" ipotizzò Sabbioso.

"Il nostro maestro è una persona onesta" intervenne Scimmiotto. "Se dice che sa meditare, è certo vero. Uno come lui non racconta balle. State zitti che vado a dare un'occhiata."

Il bravo Novizio andò a ronzare intorno alla testa di Tripitaka e vide che ci aveva messo radici una cimice grossa come una fava; la tolse via e massaggiò il morso. Il reverendo, sollevato, riprese la sua postura diritta e solenne.

"Sulla testa rasata dei monaci non può trovare riparo nemmeno il pidocchietto più piccolo" almanaccava Scimmiotto. "Da dove può essere venuta la cimice? Scommetto che è stato il daoshi a ricorrere a mezzi sleali. Se è quello che cerca, vediamo chi se la cava meglio."

Si trasformò in una scolopendra lunga sette pollici, si infilò dentro una narice del taoista e pizzicò forte. Il malcapitato diede un sobbalzo e cadde rovinosamente al suolo; si sarebbe rotto l'osso del collo, se i soldati della guardia non lo avessero preso al volo.

Il re, tutto allarmato, lo fece trasportare dal grande precettore di servizio nell'edificio dello Splendore delle Lettere, perché venisse lavato e pettinato. Scimmiotto intanto riprese forma di nuvoletta per riportare al pianterreno il suo maestro, che venne proclamato vincitore.

Il re aveva giusto ripreso in mano il passaporto, quando l'eminente immortale Potenza del Cervo osservò: "Vedete, maestà, il fatto è che il mio confratello soffre di un male cronico che gli provoca capogiri: mentre era lassù, esposto al vento divino, una crisi l'ha fatto cadere. La vittoria del bonzo è dovuta solo al caso. Lasciate che lo sfidiamo a una partita al gioco di indovinelli dentro il legno."

"Di quale gioco si tratta?"

"Il vostro umile servitore del Tao sa indovinare che cosa si trova nascosto dentro un contenitore di legno. Vediamo se anche i bonzi ne sono capaci. Se mi vincono, se ne vadano pure. Altrimenti vostra maestà li punirà e laverà l'onta che ci hanno inflitto, perché resti senza macchia il servizio che abbiamo reso al paese per vent'anni."

Quel re dalla mente confusa si lasciò convincere dalle parole fallaci e ordinò agli eunuchi di portare un cofano laccato di rosso, in cui la regina avrebbe collocato uno dei suoi tesori. Il cofano venne deposto sui gradini di giada bianca.

"Confrontiamo la potenza delle vostre dottrine dalla vostra capacità di indovinare il contenuto del cofano" proclamò il re.

"Discepoli miei, come faccio a sapere che cosa c'è lì dentro?" chiese inquieto Tripitaka.

Scimmiotto si trasformò in insetto, volò sulla testa di Tripitaka e gli bisbigliò: "Non preoccupatevi, basta guardarci."

Che bravo Scimmiotto! Volò lieve sotto il cofano, trovò una fessura nel fondo e scivolò all'interno; c'era un vassoio di lacca rosso cinabro su cui erano distesi abiti di corte: una veste di rappresentanza e una gonna da cerimonia. Li sgualcì, si morse la punta della lingua, vi sputò su un po' di sangue, e ordinò: "Trasformazione!" Gli abiti sontuosi divennero i resti stracciati di un vestituccio dozzinale. Per completare l'opera, prima di uscire, ci pisciò sopra. Quindi volò nell'orecchio del monaco cinese per avvertirlo: "Maestro, dite che è un vecchio vestito da buttare."

"Ma parlavano di un tesoro; non si può trattare di stracci."

"Date retta. Qualunque cosa dicessero, ciò che serve è indovinare."

Il monaco cinese fece un passo avanti, ma prima che aprisse bocca Potenza del Cervo dichiarò: "Parlo prima io. Nel cofano c'è una veste di rappresentanza, su cui sono ricamati gli altari della patria, e una gonna da cerimonia ricamata con i simboli del cielo e della terra."

"Non mi risulta" obiettò Tripitaka. "Nel cofano c'è un vecchio vestito a brandelli."

"Che insolenza incredibile ha questo bonzo!" si indignò il re. "Si burla del nostro paese, come se fossimo nel regno degli stracci. Arrestatelo!"

Le guardie si fecero avanti per impadronirsi di lui. Egli giunse le mani e protestò: "Maestà, aspettate a pronunciarvi di aver aperto il cofano. Se dentro ci fosse un tesoro, sarei colpevole. Ma in caso contrario, non subirei forse un torto?"

Il re ordinò di aprire il cofano. L'ufficiale di servizio aprì e ne cavò il vassoio di lacca rossa che reggeva il misero cencio.

"Chi ha messo lì dentro quella cosa disgustosa?" urlò il re indignato.

"Mio signore" rispose concitata la regina scivolando accanto al trono, "ci avevo messo con le mie mani una veste di rappresentanza e una gonna da cerimonia; non riesco a capire come abbiano potuto tramutarsi in questi rifiuti."

"Signora, ritiratevi! Si capisce che quella porcheria non può venire dal palazzo: qui usiamo esclusivamente seta fine. Datemi il cofano: ci metterò io un tesoro e ripeteremo l'esperimento. Questa volta, vedremo!"

Il monarca uscì un momento in giardino e colse da un albero una grossa pesca di immortalità; la mise nel cofano e ordinò di riportarlo nella sala per la nuova prova.

"Discepolo" mormorò Tripitaka, "si ricomincia."

"Va bene" rispose il Novizio; "torno subito."

Ripartì ronzando, entrò nel cofano e vide la pesca: non poteva augurarsi di meglio. Riprese la propria forma e si mangiò la pesca con gusto, lasciando al suo posto il nocciolo ripulito. Poi riprese forma di insetto e volò nell'orecchio di Tripitaka: "Maestro, è un nocciolo di pesca."

"Non prendermi in giro! Hai visto che rischi ho già corso. Questa volta è ben certo che si tratta di un tesoro; e un nocciolo di frutta, che tesoro sarebbe?"

"Se volete indovinare, la verità è questa."

Prima che Tripitaka potesse aprir bocca, Potenza dell'Ariete dichiarò: "Hanno la precedenza gli umili servitori del Tao: il contenuto è una pesca di immortalità."

"Non pesca, ma nocciolo" obiettò il monaco cinese.

"Come sarebbe a dire un nocciolo? La pesca ce l'ho messa con le mie mani!" gridò il re. "Ha indovinato il terzo maestro di stato."

"Che dire, maestà; apriamo e vediamo."

Il preposto aprì il cofano e tolse il vassoio: altro che pesca! Non restava che il nocciolo ben ripulito.

Stupefatto e allarmato, il monarca esclamò: "Maestri, rinunciate a competere con questa gente! La pesca ce l'avevo messa io; chi se la sarà mangiata? Devono avere l'aiuto di dèi o di diavoli; è meglio che se ne vadano."

Porcellino commentava sottovoce con Sabbioso: "Questa gente non sa che lunga pratica ha fatto il nostro buon fratello nell'arte di mangiar pesche."

Ricomparve nel frattempo Potenza della Tigre, lavato e pettinato.

"Maestà" disse, "quel bonzo conosce l'arte di manipolare le cose. Fate riportare il cofano: so io come va risolta questa gara."

"Maestro di stato, quale indovinello volete proporre?"

"Un conto è manipolare le cose, un altro le persone. Nasconderemo nel cofano uno dei nostri adepti: vi garantisco che dovranno rinunciare ai loro sporchi scherzi."

In effetti venne chiuso nel cofano un inserviente taoista, si abbassò il coperchio e lo si riportò davanti al bonzo perché indovinasse per la terza volta che cosa conteneva.

"Che noia!" bofonchiava Tripitaka.

"Aspettate un momento" disse Scimmiotto.

Si intrufolò e trovò il ragazzino. Quello Scimmiotto! Impossibile trovare una persona più accorta, difficile trovarne una più astuta. Prese l'aspetto dell'eminente taoista e chiamò: "Discepolo!"

"Maestro, da dove sbucate?"

"Sono entrato grazie alla magia che rende invisibili."

"Che ordini mi date?"

"Il bonzo ti ha visto, sa tutto; e se indovina di nuovo, perderemo definitivamente la gara. Sono venuto per parlarne con te. La cosa migliore sarebbe che ti facessi radere la testa: diremo che qui dentro c'è un monacello buddista."

"Come volete, maestro; basta che vinciamo. Se dovessimo perdere ancora, non solo ne andrebbe di mezzo la nostra reputazione, ma a corte chiunque ci mancherebbe di rispetto."

"Proprio così" approvò Scimmiotto. "Vieni qui. Dopo la vittoria, sarai ben ricompensato."

Trasformò la sua sbarra in un rasoio da tonsura, prese in braccio il ragazzo e gli sussurrò: "Ragazzo mio, devo raderti la testa. Se ti fa male stringi i denti: non devi fare il minimo rumore."

In un momento lo rase e raccolse i capelli per nasconderli in un angolo. Poi ripose il rasoio e gli accarezzò la testa lustra: "Figliolo, la testa è da bonzo, ma l'abito non va. Levalo, che te ne darò uno adatto."

Il ragazzo portava un vestito di piumino di gru bianco cipolla, orlato di broccato con ricami di fiori e nuvole. Scimmiotto vi soffiò il suo fiato magico, gridò: "Trasformazione!" e lo mutò in una tunica diritta color ocra. Quando il ragazzo l'ebbe indossata, trasformò un pelo in pesce di legno e glielo mise in mano dicendo: "Stammi a sentire: quando sentirai chiamare 'Piccolo taoista!' non ti devi muovere a nessun costo. Quando invece ti chiameranno 'Bonzo!' aprirai il cofano e uscirai, battendo il pesce di legno e recitando un sutra del Buddha. Quali sutra sai?"

"Conosco soltanto il classico dei Tre Ufficiali, quello dell'Orsa Maggiore e la Congiura dei Flagelli. Di sutra buddisti non ne conosco."

"Sai qualche preghiera al Buddha?"

"Emituofo: quello lo sanno tutti."

"Va bene, prega il Buddha in quel modo; manca il tempo di insegnarti altre cose. Fa tutto come ti ho detto. Ci rivediamo."

Scimmiotto riprese forma d'insetto, uscì e volò sul lobo dell'orecchio di Tripitaka: "Maestro, dovete dire che nel cofano c'è un monaco buddista."

"Questa volta vinciamo di sicuro."

"Che cosa ve lo fa pensare?"

"Nelle scritture i tre gioielli sono il Buddha, la legge e la comunità: dunque anche un monaco è un tesoro."

Mentre si scambiavano queste parole, l'eminente immortale Potenza della Tigre dichiarò: "Vostra maestà, questa volta si tratta di un giovane taoista."

Ma per quanto chiamasse, nessuno rispondeva.

"Io dico invece che è un monaco buddista" affermò Tripitaka giungendo le mani.

"Ma certo, dentro il cofano c'è un bel bonzo!" strillò allegro Porcellino.

In effetti il ragazzo alzò il coperchio e uscì fuori, ripetendo il nome del Buddha e battendo il pesce di legno. La scena divertì molto i funzionari civili e militari, che fecero un bell'applauso; mentre i tre taoisti restavano senza parola e digrignavano i denti.

"E poi venitemi a dire che questi bonzi non hanno l'aiuto di dèi e diavoli! Come è possibile che il ragazzo entri nel cofano taoista ed esca buddista? Mettiamo pure che ci sia entrato un barbiere: questo spiegherebbe la tonsura, ma non l'abito. E prega il Buddha! Ah, maestri di stato, lasciate che vadano lontano da qui!"

"Maestà" insisté Potenza della Tigre, "non c'è giocatore di scacchi che non trovi un avversario del suo livello, né capitano che non trovi un nemico in grado di fronteggiarlo. Voglio gareggiare con loro nelle arti marziali che ho appreso da giovane sui monti di Zhongnan."

"Di quali arti marziali si tratta?"

"Tutti e tre abbiamo poteri soprannaturali. Possiamo farci tagliare la testa e ricuperarla; aprirci il ventre, cavarne le interiora e rimetterle al loro posto come se niente fosse. Ci possiamo inoltre immergere in una caldaia d'olio bollente."

"Ma sono tre modi sicuri per morire!" gridò il re allarmato.

"Non per noi. Ma dite bene, questa è la gara giusta: non vedo l'ora di incominciare."

Scimmiotto, che andava e veniva in forma di insetto per raccogliere informazioni, sentì queste parole, riprese il suo aspetto e rise di gusto: "Che fortuna! Ce l'abbiamo fatta."

"Che cos'altro abbiamo fatto, se non trovare tre giochetti da lasciarci la pelle?" replicò Porcellino.

"Tu non hai mai voluto capire che cosa so fare io."

"Già le tue trasformazioni, fratello, non sono niente male. Vuoi dire che ti intendi anche di queste cose?"

"Io?" rispose Scimmiotto.

"Io per conversare mi taglio la testa,

Per darti le botte mi sego le braccia,

Se vado a passeggio mi stacco le gambe,

Aperta la pancia, mi arrotolo trippe:

La tecnica è simile a quella del cuoco

Quand'egli in cucina prepara ravioli.

Bagnarsi nell'olio bollente è un piacere:

Non ami pulirti in un bel bagno caldo?"

Porcellino e Sabbioso ridevano a crepapelle.

Scimmiotto si fece avanti: "Maestà, l'umile bonzo che sono sa separarsi dalla propria testa."

"E come fai?"

"Quand'ero studente un maestro di meditazione mi mostrò come si fanno queste cose. Non sono sicuro che sia un buon metodo, ma mi piacerebbe cogliere l'occasione per metterlo alla prova."

"Il giovane bonzo è un bello sventato" replicò il re ridendo. "La decapitazione non è cosa da sperimentare come un nuovo gioco. La testa comanda i sei sensi: quand'è caduta, non c'è più niente da fare."

"Maestà" sibilò Potenza della Tigre, "è esattamente quello che mi aspetto da lui."

Il re ordinò dunque di rizzare il palco delle esecuzioni capitali sulla piazza del mercato.

L'ordine fu immediatamente trasmesso e tremila uomini della Guardia della Foresta di Piume si schierarono davanti alle porte del palazzo.

"Bonzo" ordinò il re, "ti tocca andare a farti tagliare la testa per primo."

"Una volta tanto mi tocca il primo posto" esclamò allegro Scimmiotto. Poi giunse educatamente le mani e disse: "Scusate, maestro di stato, se ho l'insigne audacia di passarvi avanti."

Mentre andava verso la porta, Tripitaka lo trattenne: "Attento, caro discepolo, non è uno scherzo!"

"Niente paura, ci si rivede!" rispose Scimmiotto.

Il grande santo andò dritto al luogo delle esecuzioni e il carnefice lo prese e lo legò. Gli misero il collo sul ceppo e, non appena si udì il grido: "In guardia!", sibilò la scure e cadde la testa. Il carnefice le diede un calcio e la fece rotolare come un cocomero a trenta o quaranta passi di distanza. Però dal collo non uscì nemmeno una goccia di sangue; e una voce dal ventre gridò: "Torna qui, zucca mia!"

Potenza della Tigre, preoccupato dall'evidente competenza dell'avversario, recitò subito un'invocazione a dèi e spiriti dei luoghi e ordinò loro: "Trattenete quella testa finché io non abbia vinto i bonzi; in cambio chiederò al re di costruire un grande tempio al posto della vostra piccola cappella, e di sostituire le vostre vecchie statue di fango con altre di vero bronzo dorato."

Le divinità non potevano disubbidire a uno che conosceva il metodo dei cinque tuoni; trattennero perciò la testa di Scimmiotto. Questi aveva un bel gridare: "Dài, testa, non farti aspettare!": sembrava che avesse messo radici, non c'era verso di muoverla.

Allora il Novizio si dibatté, strappò le corde che lo legavano e gridò: "Cresci!". Si sentì un colpo di vento e gli si vide spuntare dal collo una testa nuova. Le guardie tremavano, il carnefice non sapeva più dove guardare dalla vergogna. L'ufficiale che sorvegliava la decapitazione corse a riferire: "Maestà, la testa del monaco è stata tagliata, ma ne è subito cresciuta una nuova."

"Hai sentito, Sabbioso?" diceva Porcellino. "Chi avrebbe mai detto che nostro fratello avesse anche questo trucco nel suo sacco."

"Uno che sa fare settantadue trasformazioni, sarà come se avesse settantadue teste" opinò Sabbioso.

Intanto giunse Scimmiotto di ritorno.

"Hai sofferto molto, caro discepolo?" chiese Tripitaka.

"No, per niente; mi sono abbastanza divertito."

"Fratello, non hai bisogno di una pomata per lenire il taglio della scure?" s'informò Porcellino.

"Non ho tagli; senti, tocca qui."

Il bestione tastò e sgranò gli occhi per la meraviglia: "Fantastico! È ricresciuta come se niente fosse, non c'è nemmeno una cicatrice."

Mentre i discepoli davano libero corso alla loro gioia, il re li chiamò per rendere loro i documenti: "Ecco qua, i vostri reati sono amnistiati, filate via per favore!"

"Certo, riprenderemo il nostro passaporto e ce ne andremo" rispose Scimmiotto. "Ma prima il maestro di stato deve farsi tagliare la testa anche lui: del resto, è un'esperienza che gli raccomando."

"Eminente maestro" disse il re, "il bonzo insiste perché si vada sino in fondo. Fate la vostra parte, ma per piacere non mi procurate spaventi."

Potenza della Tigre si dovette adeguare: fu preso, legato dal carnefice, gettato a terra e decapitato, e la sua testa rotolò a trenta passi. Nemmeno dal suo collo sgorgò sangue, e si udì la sua voce gridare: "Testa, ritorna!"

Scimmiotto si strappò subito un pelo, vi soffiò sopra il suo fiato magico e lo trasformò in un cane giallo, che si precipitò sul palco, afferrò la testa del taoista fra i denti, corse al fossato delle mura e ve la fece cadere.

L'eminente immortale aveva un bel chiamare, la testa non ritornava, e lui non sapeva farsene crescere un'altra come aveva fatto Scimmiotto. Dopo un po' il collo si gonfiò e arrossò, mostrando che stava per sanguinare. Poveretto, qui la scienza di convocare venti e pioggia non era di nessun aiuto! Come competere con un vero immortale in attesa del giusto frutto? Dopo un momento il suo corpo si afflosciò nella polvere. E allora che cosa vide la folla assiepata? Una tigre di pelo giallo, decapitata.

L'ufficiale di sorveglianza tornò a riferire: "Maestà, il primo maestro di stato ha subito la decapitazione, non ha saputo farsi crescere un'altra testa ed è morto: è una tigre di pelo giallo, senza testa."

A questa notizia il monarca impallidì dallo spavento e fissò i due maestri taoisti rimasti.

"Evidentemente era scritto che il mio condiscepolo dovesse perdere la vita" dichiarò Potenza del Cervo. "Ma come potete immaginare che si trattasse di una tigre? Dev'essere un brutto scherzo del bonzo, che avrà usato la magia per fargli assumere un aspetto di belva. Non si può certo perdonargli la mancanza di rispetto. Voglio assolutamente continuare la gara: ventre aperto ed estrazione dei visceri."

Il re si rinfrancò un poco e chiamò Scimmiotto: "Ehi, bonzo, il secondo maestro di stato vuole continuare la gara con te."

"Ne sono molto contento" rispose il Novizio. "Io non mangio mai piatti cucinati, ma l'altro giorno ho ceduto alle insistenze di un donatore e ho mangiato troppo. Perciò mi è venuto mal di pancia; magari avrò i vermi. Volevo appunto chiedere in prestito un coltello a vostra maestà per aprirmi il ventre e darmi una sistemata alle budella, prima di rimettermi in viaggio."

"Portateli sul palco delle esecuzioni" si affrettò a ordinare il re inorridito. Le guardie afferrarono Scimmiotto, che si divincolò: "Giù le mani, ci vado con le mie gambe. Pongo una condizione: non dovete legarmi le mani, perché mi servono per lavarmi e spazzolarmi le trippe."

"Lasciategli libere le mani" ordinò il monarca.

Il Novizio marciò fieramente fino al palco, si appoggiò al palo e si denudò il ventre. Il carnefice lo legò alla vita e alle gambe e, con un coltello dalla lama a orecchio di vitello, gli praticò una larga incisione. Scimmiotto ne cavò i visceri con le sue mani, li esaminò accuratamente, una sezione dopo l'altra, e li rimise a posto. Poi si curvò in avanti, prese i lembi del taglio, vi soffiò sopra il suo fiato magico e gridò: "Cresci!" Subito l'addome riprese il suo normale aspetto.

Il re stupefatto gli tese di nuovo il passaporto e balbettò: "Santo monaco, si fa tardi; non manca altro, partite subito!"

"Non c'è nessuna fretta. Voglio prima vedere il secondo maestro di stato che affronta la stessa operazione."

"Colpa vostra, io non ci posso far niente" disse il re al taoista. "La sfida l'avete fatta voi e adesso è il vostro turno."

"State tranquillo" rispose Potenza del Cervo; "io non perdo di sicuro."

Ed ecco che sale anche lui fieramente sul palco, il carnefice lo lega e gli apre il ventre con un colpo della stessa lama. Anche l'eminente immortale prende in mano le proprie viscere e le esamina.

Intanto Scimmiotto si strappa un pelo e lo trasforma in un avvoltoio, che apre le ali, tende gli artigli e, rapido come il vento, si porta via chissà dove i cinque organi, cuore e fegato, per mangiarseli in santa pace. Ed ecco il povero taoista ridotto allo stato di un fantasma eviscerato, di un'anima in pena sbudellata. Il carnefice va a esaminare il cadavere e trova un cervo bianco dalle lunghe corna.

"Come sarebbe a dire, un cervo con le corna?" gridò terrorizzato il monarca.

Intervenne l'eminente immortale Potenza dell'Ariete: "Il mio condiscepolo non era una bestia! È sempre questo bonzo che abusa della sua magia per nuocerci. Fatemi vendicare i miei condiscepoli."

"Voi di quale potere disponete per vincerlo?"

"Giocheremo al bagno nell'olio bollente."

Il re fece portare un gigantesco calderone pieno d'olio di sesamo e li invitò a incominciare lo scontro.

"Vi ringrazio dell'amabile attenzione" disse Scimmiotto. "Non faccio il bagno da un po' di tempo, e ormai incominciavo a sentire pruriti molesti. Un bel bagnetto è quello che ci vuole."

L'ufficiale di servizio fece collocare legna sotto il calderone e fece accendere un fuoco d'inferno; quando l'olio giunse a bollore, invitò il bonzo a immergersi per primo.

Scimmiotto giunse le mani: "Dev'essere un bagno civile o militare?"

"Che differenza c'è?" chiese il re.

"Nel bagno civile non ci si spoglia: ci si immerge con le mani incrociate sul petto e se ne esce dopo un'inzuppatina, ma con gli abiti puliti; chi ha la minima macchia d'olio perde. Invece nel bagno militare ci si spoglia e si sguazza a piacere: è un bagno che si fa per divertimento."

Il re si rivolse a Potenza dell'Ariete: "Lo volete civile o militare, questo bagno?"

"Potrebbe indossare abiti truccati, per fare il bagno civile; sarà meglio quello militare."

Scimmiotto si scusò di nuovo dell'impertinenza di passare per primo, si levò tunica e grembiule e saltò allegro nel bagno, spruzzando intorno gocce di fuoco e rigirandosi nell'olio bollente come se fosse acqua tiepida.

Porcellino si mordeva le dita e diceva a Sabbioso: "Non l'avevamo giudicata bene, quella scimmia; io stesso l'ho punzecchiato tante volte e ho detto sarcasmi nei suoi confronti, ma non avrei mai pensato che sapesse fare tutte queste cose."

Scimmiotto li vedeva da lontano parlottare fra loro; in realtà ne dicevano ogni bene, ma lui si immaginò il contrario: "Ecco il bestione che ricomincia con le sue maldicenze. Va sempre così: Chi ha le critiche lavora, chi le fa si gira i pollici. Io mi do tanto da fare e loro stanno a guardare e spettegolare. Si meritano di prendere uno spavento."

Si tuffò sul fondo, si trasformò in un chiodo non più grande di un nocciolo di giuggiola e non risalì.

L'ufficiale di servizio informò il re: "Maestà, il giovane bonzo è fritto nell'olio bollente."

Il monarca, tutto contento, ordinò di ripescare la frittura nel calderone. Il carnefice usò un colabrodo di ferro, ma le maglie erano troppo larghe per trattenere quel chiodino: passa e ripassa, non si trovava niente. Si dovette concludere: "Era tanto gracile e con ossa tanto tenere che si è sciolto completamente."

"Arrestate quei tre bonzi!" ordinò il re. Le guardie si gettarono per primo su Porcellino, che sembrava il più pericoloso, lo gettarono a terra e gli legarono le mani dietro la schiena. Tripitaka, spaventato, gridava: "Vostra maestà, date un po' di tempo al povero monaco che sono! Il mio discepolo aveva acquistato molti meriti da quando aveva abbracciato la nostra dottrina; ora è morto nel calderone combattendo contro i maestri di stato. Chi cade per la fede va in cielo, non m'importa di morire. È naturale che sulla terra si sia soggetti all'autorità terrena: se vostra maestà vuole che io muoia, non chiedo di sottrarmi. Spero soltanto che avrete la generosità di farmi dono di mezza tazza di riso bollito e di tre cavalli di carta, perché li possa bruciare in testimonianza d'affetto per il mio discepolo, prima di essere messo a morte."

"Va bene" rispose il re. "Questi cinesi non mancano di buoni sentimenti." E ordinò di dare a Tripitaka riso e carta moneta.

Il monaco cinese si fece accompagnare da Sabbioso. Intanto Porcellino veniva trascinato accanto al calderone, tirandolo per le lunghe orecchie. Tripitaka recitò davanti al calderone la seguente invocazione: "Discepolo mio, Scimmiotto Consapevole del Vuoto!

Da quando ricevesti la tonsura

Con vera devozione mi hai protetto.

Speravamo di giungere allo scopo

Senza saper che saresti caduto.

Poiché fosti impegnato nella cerca

Fino alla morte sol pensando al Buddha,

A diecimila li mi deve attendere

Il tuo spirito, presso il Monastero

Colpo di Tuono."

"Maestro!" protestò Porcellino, "non è il modo! Tu Sabbioso offri il riso, che alla preghiera ci penso io."

Dimenandosi al suolo, legato com'era, il bestione ansimò:

"Sei finita, scimmiaccia maledetta,

Nel calderone, stupido equipuzio

Dei miei stivali: sei stato fottuto.

Sei proprio fritto, equipuzio di merda!

Infine il conto è chiuso: punto e basta."

Scimmiotto, dentro il calderone, sentiva tutto: non potendone più, riprese la sua forma, venne a galla tutto sgocciolante d'olio e lo apostrofò: "Ma che cosa dici balordo, sacco di segatura!" Rivedendolo Tripitaka esclamò: "Ah, discepolo, vuoi farmi morire!"

"Nostro fratello ha preso il vizio di fare il morto" commentò con dispetto Sabbioso.

Presi dal panico, i funzionari civili e militari corsero a informare: "Vostra maestà, il bonzo non è morto. È risorto dentro il calderone."

L'ufficiale di servizio temette di essere accusato di avere ingannato la corte con informazioni sbagliate, e si affrettò a dare un'interpretazione dei fatti: "Era morto un momento fa. Oggi è un giorno nefasto: il giovane monaco dev'essere tornato in veste di fantasma."

L'interpretazione mandò Scimmiotto su tutte le furie. Saltò fuori dalla bagnarola, si asciugò, si vestì, impugnò il suo randello e afferrò l'ufficiale per la collottola: "Ti sembro forse un fantasma?" gli tuonò nelle orecchie. E con una botta in testa lo spiaccicò miseramente.

Gli altri ufficiali, terrorizzati, slegarono Porcellino e si inginocchiarono supplicando: "Perdonateci! Fateci grazia!"

Il re discese dal trono, ma Scimmiotto lo afferrò per le falde: "Nossignore! Adesso, maestà, tocca al terzo maestro di stato di prendersi il bagno."

Il re, tremando come una foglia, si rivolse all'eminente immortale: "Terzo maestro di stato, salvatemi! Saltate subito nel calderone, prima che questo bruto mi uccida!"

Potenza dell'Ariete si spogliò e saltò nell'olio, come aveva fatto il Novizio, fingendo di lavarsi. Scimmiotto si avvicinò, fece aggiungere legna e tuffò un dito nell'olio: era freddo. Si chiese come avesse potuto raffreddarsi, mentre bolliva un momento prima, e concluse: "Ho capito, ci dev'essere lo zampino di un drago."

Balzò in cielo e pronunciò l'invocazione Om per convocare il drago del mare del Nord: "Te la faccio vedere io, brutto verme cornuto, misero lumacone con le scaglie! Come puoi consentire che il drago freddo di questo taoista gli soffi sulla minestra? Mi vuoi fare dispetto?"

Il drago, atterrito, balbettò delle scuse: "Sapete bene che Aoshun non fa di queste cose. Non ne ero a conoscenza, vostra santità: questo animale perverso ha fatto i suoi progressi di nascosto. Io sapevo soltanto che era capace di usare il metodo dei cinque tuoni. Quanto al resto segue vie secondarie, chi si raccapezza con i suoi mezzucci? Certo non segue il Tao dell'immortalità. Probabilmente ha imparato alla scuola della Grande Disillusione, sul Maoshan minore. Vostra santità ha già distrutto i suoi compagni. Questa pratica del drago freddo è robetta che può far colpo sulla gente, ma non trae certo in inganno un competente come voi. Adesso glielo porto via, e vedrete che resterà calcinato fino alle ossa. Figuriamoci se fa cascare noi nei suoi trucchetti!"

"E allora sbrigati, se non vuoi vedertela brutta."

Il drago si trasformò in un colpo di vento e si portò via verso il mare il suo congenere freddo.

Scimmiotto ritornò giù, accanto a Tripitaka, a guardare il taoista che si dibatteva nell'olio bollente e non riusciva a uscirne. Provò ad arrampicarsi sul bordo viscido, ma scivolò, ricadde e restò fritto in un momento: pelle croccante e carni tenere.

"Maestà" venne ad annunciare l'ufficiale di servizio, "il terzo maestro di stato è pronto da servire in tavola."

Gli occhi del monarca si riempirono di lacrime. Batté un grande colpo sul tavolo e scoppiò in singhiozzi gridando:

"Buona reincarnazione è troppo rara.

Per vie traverse non serve il cinabro,

Né gli amuleti o talismani, o pillole

Per allungar la vita. Né uno spirito

Ottenebrato può trovar nirvana,

Né l'astuzia può vincere il destino.

Se sapessi com'è facile perdere,

Preferiresti restartene quieto.

È il caso di dirlo:

Né l'elisir né l'oro han dato aiuto,

Invocar venti e piogge è stato inutile.

Se poi non sapete, in fin dei conti, che cosa fecero maestro e discepoli, ascoltate il seguito.