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047 BAMBINI DA SALVARE · IN CUI LE ACQUE DEL CIELO ARRESTANO IL CAMMINO DEL MONACO DURANTE LA NOTTE; METALLO E LEGNO, PRESI DA PIETÀ, ACCONSENTONO A SALVARE CERTI BAMBINI.

Abbiamo sentito come il re, accasciato sul suo trono, piangesse come una fontana. Continuò a singhiozzare fino al cadere del giorno, senza fermarsi mai.

Scimmiotto finì per gridargli: "Smettetela! Non capite quanto siete stupido? Eppure avete davanti a voi i resti di quei supposti taoisti: uno era una tigre e l'altro un cervo. Quanto al terzo era un camoscio: se non mi credete, fate ripescare le sue ossa e vedrete che non sono umane nemmeno quelle. Erano bestie selvagge divenute spiriti maligni, e arrivate qui a complottare per distruggervi. Vedevano che la forza del vostro destino era ancora in ascesa, e questo le induceva a temporeggiare. Fra un paio d'anni la vostra forza sarebbe declinata e loro vi avrebbero aggredito, ucciso e derubato dei vostri fiumi e delle vostre colline. E voi piangete. Ma si può sapere perché piangete? Su, dateci le nostre carte che ce ne andiamo."

Preso di petto il monarca cominciò a intravedere come stavano le cose. Gli ufficiali civili e militari erano tutti d'accordo: "Ma certo, i morti erano un cervo bianco e una tigre gialla, e le ossa che galleggiano nel calderone sono proprio di camoscio. Le affermazioni del santo monaco sono vere."

"Se le cose stanno così, gli sarò riconoscente. Ma come si è fatto tardi!" rispose il re. E si rivolse al grande precettore: "Invitate questi signori a prendere alloggio al Monastero delle Profondità della Saggezza. Domattina farete aprire il padiglione dell'est a darete istruzione ai servizi competenti perché preparino un banchetto vegetariano per ringraziarli."

I pellegrini furono dunque riaccompagnati al monastero per riposare. Il giorno dopo prima dell'alba, alla quinta veglia, il re ricevette i suoi ufficiali e ordinò di affiggere alle quattro porte della città e a ogni crocevia un bando per richiamare i monaci buddisti. Quando il banchetto fu pronto nel padiglione dell'est, il re in persona si recò al monastero a invitare Tripitaka e compagni a prendervi parte.

Non appena i monaci appresero di essere richiamati, rientrarono tutti in città pieni di gioia e cercarono del grande santo Scimmiotto, per rendergli i suoi peli e per esprimergli la loro gratitudine. Dopo che il reverendo ebbe dato il segnale di alzarsi da tavola, il re riconsegnò ai pellegrini i loro passaporti e li accompagnò alla porta del palazzo con tutte le regine, concubine e ufficiali, sia civili sia militari. Davanti alla porta trovarono una folla di monaci inginocchiati sulla via, che gridavano: "Grande Santo Uguale al Cielo! Siamo i monaci che liberaste sulla collina, e abbiamo saputo che vostra signoria ha eliminato le creature perverse e ci ha salvato. Il nostro re ci ha richiamati, e noi siamo subito venuti a restituirvi i vostri peli e a ringraziarvi rispettosamente dei benefici ricevuti."

"Quanti siete?" chiese Scimmiotto.

"Siamo tutti e cinquecento, non ne manca uno."

Scimmiotto si diede una scossa e ricuperò i suoi peli. Poi si volse verso il sovrano, i cortigiani, i monaci e la folla dei laici per tenere questo discorsetto: "Sì, sono stato io a liberare questi monaci, a fracassare il carro e a uccidere due taoisti perversi. Ma ora che i malvagi sono stati sconfitti, sappiate che il Tao è una dottrina di meditazione, non questa pagliacciata in cui molti di voi hanno imprudentemente creduto. Spero che vi renderete conto dell'unità delle tre dottrine e rispetterete tanto il buddismo quanto il taoismo, incoraggiando i talenti che vi si esprimono. Vi garantisco che in questo modo il vostro paese sarà consolidato per sempre."

Il re approvò, lo ringraziò infinitamente e accompagnò i pellegrini fuori della città. Fu una partenza

In cerca dei panieri delle leggi

Presso la prima fonte del sapere.

Partivano all'alba per sostare la notte, mangiavano e bevevano solo quando era proprio necessario. Alla primavera subentrò insensibilmente l'estate, che andò poi declinando verso l'autunno. Una sera, mentre il cielo s'incupiva, Tripitaka trattenne il cavallo e chiese: "Discepoli, dove dormiremo stanotte?"

"Maestro, per chi ha lasciato la famiglia è cosa diversa da chi non l'ha lasciata" obiettò Scimmiotto.

"Dormono entrambi."

"Ma in famiglia a quest'ora ci si infila in un letto caldo sotto morbide coperte, stringendo il bimbo in braccio, con i piedi appoggiati alla moglie, e si dorme a proprio agio. Per noi è tutto diverso. Noi abbiamo la luna per copricapo e le stelle per mantello, ci nutriamo di vento e ci corichiamo sotto la rugiada, camminiamo finché c'è strada e ci fermiamo quando non ce n'è più."

"Fratello" protestò Porcellino, "questo è il tuo punto di vista, ma non hai considerazione per gli altri: io porto un carico pesante su una strada spesso in salita; la mia marcia è faticosa ed esige un sonno adeguato per ristorare le forze. Altrimenti, il giorno dopo, non sono in grado di riprendere il cammino."

"Approfittiamo del chiaro di luna per andare avanti finché possiamo" insisté Scimmiotto. "Finiremo per trovare una casa in cui fermarci."

Maestro e discepoli non avevano altra scelta che di seguirlo. Ma dopo un po' sentirono un gran rumore di acqua corrente.

"Ecco fatto!" esclamò Porcellino. "Di strada non ce n'è più."

"Ci sbarra il cammino una gran distesa d'acqua" disse Sabbioso.

"Come faremo ad attraversarla?" si inquietò Tripitaka.

"Prima di tutto vediamo quant'è profonda" propose Porcellino.

"Consapevole delle Proprie Capacità" esclamò Tripitaka, "non dire sciocchezze! Come farai a misurare la profondità dell'acqua?"

"Mi procuro un ciottolo e ce lo butto: se l'acqua è poco profonda, spruzza intorno e fa schiuma; se invece è profonda, lo inghiotte e gorgoglia."

"Proviamo" esortò Scimmiotto.

Il bestione tastò per terra finché trovò un ciottolo piatto e lo gettò nell'acqua: affondò subito gorgogliando e fece qualche bolla, come se un pesce fosse salito alla superficie. Porcellino dichiarò: "È acqua profonda."

"Bisognerebbe sapere anche quanto è larga" notò Tripitaka.

"Questo non lo so e non ho idea di come si possa misurare" rispose Porcellino.

"Darò un'occhiata" propose Scimmiotto.

Balzò sulle nuvole e aguzzò lo sguardo, ma non vide che

Immenso chiar di luna sulle acque

Che riflettono cielo all'infinito;

Inghiottì gli alti picchi la corrente

In cui son mille fiumi confluiti.

Alti bordi di schiuma orlan le onde.

Nessuna luce vedi sulla riva,

Dove garzette dormon sulla sabbia.

L'occhio si perde su quella distesa

Senza confini, vasta come il mare.

Scese giù e disse: "Quanto è largo, maestro! Di giorno vedo circa a mille li di distanza, di notte a trecento. In questo caso non posso stimare la larghezza, perché non vedo l'altra riva."

Tripitaka ammutolì dallo spavento. Dopo un po', piagnucolò con voce rotta: "E adesso che cosa facciamo?"

"Non ve la prendete, maestro" lo incoraggiò Scimmiotto. "Guardate laggiù: sembra che in riva all'acqua ci sia un uomo."

Corse in quella direzione con il suo randello in mano, ma non era un uomo: si trattava di una stele che recava tre grandi caratteri sigillari, seguiti da una doppia fila di segni più piccoli:

FIUME COMUNICANTE CON IL CIELO

SON RARI QUELLI CHE HANNO ATTRAVERSATO

LA SUA LARGHEZZA DI OTTOCENTO LI

"Maestro, venite a vedere!" gridò Scimmiotto.

A quella lettura, Tripitaka si sciolse senz'altro in lacrime: "Discepoli miei, quando lasciai Chang'an credevo che fosse facile raggiungere il Paradiso dell'Ovest. Non avevo idea di quanti mostri e diavoli ci avrebbero sbarrato la strada, e di quante montagne vertiginose e immense distese d'acqua ci saremmo trovati davanti."

"Maestro" disse Porcellino, "ascoltate! Non sentite suonare tamburi e cembali? Scommetto che è gente riunita intorno a una tavola per mangiare un bel pranzo di magro. Dobbiamo trovarli subito e farci dare la nostra parte. Domani ci informeremo sulle barche che occorrono per fare la traversata."

Tripitaka tese l'orecchio e udì anche lui tamburi e cembali: "Questi non sono strumenti taoisti. Sono proprio monaci della nostra comunità che stanno celebrando una funzione. Cerchiamoli subito!"

Scimmiotto prese la briglia del cavallo e tutti lo seguirono, dirigendosi verso la musica. Non c'era strada. Salirono e scesero una serie di dune finché giunsero a un agglomerato di molte graziose casette.

Sul fianco della montagna, in riva al fiume, recinzioni di bambù con cancelletti di legno. È cessato sui salici il canto degli uccelli, la garzetta sogna sulla duna. S'interrompe il canto del flauto, i tamburelli non gli rispondono più.

Gli alti giunchi accennano alla luna, il vento scompiglia le erbe. Abbaiano i cani del villaggio, al riparo delle siepi, senza svegliare il vecchio pescatore che dorme presso il pontile del traghetto. Rare luci, il fumo dei camini si disperde; brilla la luna come uno specchio sospeso. Passa ad un tratto un profumo di felce d'acqua, che il vento dell'ovest porta dall'altra riva.

Tripitaka scese da cavallo quando giunsero all'imbocco di un sentiero che portava a una casa con la bandiera piantata davanti alla porta: si vedevano luci brillare dalle finestre e si sentivano effluvi d'incenso.

"Consapevole del Vuoto, questo è un bel posticino. Potremo trovare un riparo dal freddo e dall'umidità, e dormire sicuri. Non mi accompagnate: busserò io alla porta del donatore e vi chiamerò se ci ospita. Se invece rifiuta, non fate baccano. Con le facce che avete, se vi presentate per primi non potete che spaventare la gente e provocare incidenti, a rischio di non trovare più un buco dove passare la notte."

"Avete ragione" riconobbe Scimmiotto. "Andate maestro, che noi vi aspettiamo qui."

Il reverendo si tolse il cappello da pioggia, si rassettò l'abito e, impugnando il suo bastone da pellegrino, raggiunse l'ingresso. La porta era socchiusa, ma non osò entrare. Dopo un po' venne a chiudere la porta un vecchio con un rosario al collo, che ripeteva il nome del Buddha Amitâbha. Tripitaka giunse le mani e gli disse: "Nobile donatore, il povero monaco che sono vi saluta."

Il vecchio gli rese il saluto e disse: "Arrivate troppo tardi, buon monaco."

"Che cosa intendete dire?"

"A quest'ora non resta più nulla. Se foste venuto prima, oltre al pranzo, avreste ricevuto tre litri di riso, un rotolo di tela bianca e dieci sapeche. Peccato che arriviate solo a quest'ora."

"Nobile donatore, non cercavo elemosine" replicò Tripitaka inchinandosi.

"E allora che cosa venite a fare?"

"Sono un inviato imperiale dei grandi Tang delle terre dell'Est in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Siamo arrivati qui mentre cadeva la sera, e il suono di tamburi e di cembali ci ha attirato verso la vostra casa, con l'intenzione di chiedervi riparo per la notte. Ripartiremo domani all'alba."

"Monaco, chi ha lasciato la sua famiglia non deve raccontar frottole" gridò il vecchio facendo un gesto di diniego. "Da qui al paese dei grandi Tang ci sono cinquantaquattromila li di strada. È impossibile che siate arrivato tutto solo fin qui."

"Avete ragione, nobile donatore: io dispongo di tre giovani discepoli che mi hanno aperto il cammino attraverso le montagne e gettato ponti sulle acque. Ho potuto arrivare fin qui grazie alla loro protezione."

"Se avete discepoli, perché non sono con voi? Ma entrate, vi prego; il posto non manca."

Tripitaka si volse a chiamare: "Discepoli, venite!"

Si sa che la pazienza non era il punto forte di Scimmiotto, Porcellino era rozzo e Sabbioso impetuoso: quando sentirono il richiamo del maestro si precipitarono tutti e tre, uno con il cavallo, un altro con i bagagli, e si riversarono all'interno come una bufera. Il vecchio, spaventato, cadde all'indietro e balbettò: "Mostri! Sono mostri! Aiuto!"

Tripitaka corse a rialzarlo e gli disse: "Ma no, caro donatore, non vi spaventate. Non sono mostri: sono i miei discepoli."

"Come fa un maestro bello ed elegante come voi ad avere discepoli così orrendi?" replicò il vecchio tremando.

"Forse non sono molto belli a vedersi, ma sono capaci di abbattere tigri e draghi, e di catturare diavoli e mostri."

I tre bruti intanto si erano precipitati nella sala grande, avevano buttato a terra i bagagli e avevano legato il cavallo. Porcellino vide certi religiosi che stavano recitando sutra, allungò il grugno e gridò loro: "Monaci, che cosa salmodiate di bello?"

Quelli alzarono gli occhi e videro

Un forestiero con un lungo grugno

E grandi orecchie, larghe spalle e voce

Di tuono. Ancor più brutti a loro appaiono

Gli altri due. Son colpiti da spavento;

Cercan di continuare la preghiera,

Ma il capo dà il segnale di cessare.

Pietre sonore e campanelle cadono,

Il Buddha è abbandonato al suo destino.

Soffian sulle candele che si spengono,

Ma il buio non è troppo incoraggiante.

Balzano in piedi, incespicano, cadono

Uno sull'altro, a stento si rialzano,

Mentre corrono all'uscio urtan le teste

Fra loro e negli stipiti; son come

Zucche dentro la barca nel naufragio.

La funzione è finita nel tumulto.

I tre discepoli scoppiarono a ridere clamorosamente e battevano le mani davanti a quella confusione: ciò fece smarrire definitivamente i monaci. Fra zuccate e spintoni finirono per trovare l'uscio e si eclissarono correndo, come se fossero in pericolo di morte.

Tripitaka entrò nella sala buia, in cui si sentivano ancora sghignazzare i tre compari.

"Maledette creature!" si indignò Tripitaka. "Vi comportate male. Eppure vi metto in guardia ogni giorno; come dicevano gli antichi:

Se non sei santo, come ti conduci

Bene, se non ricevi educazione?

Se la ricevi, come diverrai

Buono se non sei saggio?

E pertanto, se tu resti cattivo

Dopo aver ricevuto educazione,

Vuol dire che sei scemo.

"Il vostro comportamento è il più grossolano che si possa immaginare. Entrate nella casa altrui senza riguardo per nessuno, fate cadere il nostro caro donatore, mettete in fuga i monaci che pregano, rovinate le buone azioni altrui: questo non è forse esporre al biasimo anche me?"

La strigliata li ridusse al silenzio. Se non altro, il vecchio si convinse che si trattava davvero di discepoli e non di mostri. Perciò si volse a salutarli: "Non è niente di grave, la funzione stava comunque per finire."

"Se è finita" tagliò corto Porcellino, "mettiamoci a tavola. A noi piace mettere qualcosa sotto i denti, prima di andare a letto."

Il vecchio ordinò: "Fate luce, portate lampade!"

I domestici si chiedevano sorpresi: "Che bisogno c'è di lampade? Non si stavano recitando i sutra a lume di candela?"

Qualche ragazzo si affacciò a guardare, constatarono che la sala era al buio e portarono torce e lanterne. A questo punto videro Porcellino e Sabbioso. Lasciarono cadere le torce e corsero via terrorizzati a chiudersi in cucina urlando: "Sono entrati dei mostri!"

Scimmiotto raccolse una torcia, la utilizzò per accendere candele e lampade e invitò il maestro a sedersi su una poltrona; i discepoli gli sedettero accanto e il vecchio di fronte a loro. Mentre iniziava la conversazione, si aprì l'uscio e si affacciò un altro vecchio appoggiato a un bastone: "Chi sono questi diavoli che vengono di notte a turbare la nostra casa?"

Il primo vecchio gli andò incontro e lo trattenne dietro il paravento: "Non gridare fratello. Non sono diavoli; sono arhat in cerca di scritture: vengono dal paese dei grandi Tang. I discepoli hanno un aspetto spaventoso, ma non è forse vero che sulle montagne più selvagge abita gente per bene?"

Allora il secondo vecchio posò il bastone, venne a salutarli e si sedette a sua volta ordinando: "Portate del tè! Mettete in tavola cibi di magro!"

Per quanto chiamasse, gli impauriti servitori non osavano mostrarsi.

Porcellino chiese: "Dove sono finiti i servitori?"

"Ho detto loro di procurarsi qualcosa da mettere in tavola."

"Quanti ne mettete al nostro servizio?"

"Otto persone."

"Otto al servizio di quale commensale?"

"Di voi quattro."

"Guardate: per il maestro, quello con la faccia bianca, basta una persona. Quello con la faccia pelosa e la gola da duca del tuono si può accontentare di due; otto servono per quell'altro con la faccia patibolare; e a me servono almeno venti persone" dichiarò Porcellino.

"Dovete proprio essere un gran mangiatore."

"Beh, vedrete."

"Il personale non manca." Riunendo grandi e piccoli, il vecchio raccolse trenta o quaranta servitori.

La conversazione finì per rassicurare tutti. Si misero a tavola e fecero sedere il monaco cinese al posto d'onore; poi si assegnò il posto ai discepoli, e i due vecchi si sedettero di fronte agli ospiti. Furono serviti frutta e verdure, poi pasta, riso, contorni e zuppa di vermicelli, secondo le regole. Prima di impugnare i bastoncini, Tripitaka recitò il sutra della benedizione della mensa. Naturalmente quel bestione di Porcellino, ghiotto e affamato com'era, ingannò l'attesa riempiendo di riso una ciotola di legno laccata di rosso e rovesciandosela in gola.

"Attento, signore" disse il ragazzo che lo serviva. "Il riso serve per imbottire il pane; se ve lo rovesciate nelle maniche, vi sporcate il vestito."

"Non l'ho messo nelle maniche, l'ho messo al sicuro nello stomaco" rispose ridendo Porcellino.

"Come può essere andato nello stomaco senza passare dalla bocca?"

"C'è passato, ragazzo mio. Se non ci credi, ti faccio vedere come si fa."

Il ragazzo riempì la ciotola fino all'orlo e Porcellino, con una rapida mossa, se la vuotò in gola. I servitori spalancavano gli occhi e commentavano: "Signore, la vostra gola è grande come la ruota del mulino."

Prima che finisse la recitazione del sutra, ingoiò così cinque o sei ciotole; alla fine, però, impugnò i bastoncini per mangiare con gli altri. Gli andava tutto bene, senza badare se fosse frutta o contorno, purché fosse accompagnato da riso in abbondanza. A un certo punto il riso finì. Scimmiotto diceva: "Mangia meno, saggio condiscepolo! Forse alla fine non ti sazierai completamente, ma pensa che avresti potuto digiunare sotto la luna."

"Un corno! Dice l'adagio: Sotterra vivo il monaco, ma non impedirgli di saziarsi."

"Non gli badate, sparecchiate pure" ordinò Scimmiotto.

"Durante il giorno non sarebbe stato un problema" dissero inchinandosi i due vecchi; "di pance di reverendo tanto grandi avremmo potuto riempirne un centinaio. Ma dobbiamo confessare che ora è un po' tardi. Abbiamo dovuto utilizzare i resti del banchetto, e avevamo fatto cucinare uno staio di pasta, un'ottantina di litri di riso e qualche piatto di magro per condividere con vicini e parenti la benedizione che ci avevano data i precedenti monaci. Il fatto è che non vi aspettavamo. Fuggiti i monaci e in mancanza dei vicini e parenti, che non sono venuti, abbiamo servito tutto a voi. Ma se avete ancora appetito, possiamo vedere se c'è qualcos'altro in cucina."

"Ma certo, mettete tutto in pentola" insisté Porcellino.

Alla fine la tavola fu sparecchiata. Tripitaka si inchinò, ringraziò della generosità e si informò dello stimato nome del donatore.

"Mi chiamo Chen" rispose il vecchio.

"L'umile monaco che sono condivide gli stessi illustri antenati" precisò Tripitaka giungendo le mani.

"Volete dire che anche voi vi chiamate Chen?"

"Proprio così, era il nome della mia famiglia. Posso permettermi di chiedere quale funzione religiosa è stata celebrata?"

"Maestro, a che serve fare queste domande?" interruppe ridendo Porcellino. "Sono sempre le stesse cose: benedizione del raccolto, pace e prosperità, buon esito di qualche lavoro..."

"Non in questo caso" disse il vecchio.

"Qual'era dunque lo scopo della funzione?" chiese di nuovo Tripitaka.

"Era un servizio in attesa di un decesso."

Quasi Porcellino cadde dalla sedia dal gran ridere: "Questa è bella! Guardate che avete sbagliato indirizzo: i re delle fandonie siamo noi, sappiamo costruire ponti e strade di scemenze. A noi non la si fa. Siamo monaci: le conosceremo, le funzioni religiose! Si attendono molte cose celebrando funzioni: promozioni, adempimento di voti... Ma i decessi no. Il morto o c'è o non c'è; e se non c'è, che senso ha celebrare un servizio funebre?"

Scimmiotto lo apprezzava dentro di sé: "Senti il bestione, come sta imparando a ragionare." E disse a sua volta: "In effetti non si sono mai celebrate funzioni in attesa di decessi."

I due vecchi si inchinarono: "Ora capirete. Possiamo chiedere perché siete passati da casa nostra, invece di proseguire per la vostra strada alla ricerca delle scritture?"

"Eravamo appunto su quella strada, quando l'abbiamo vista sbarrata da una gran distesa d'acqua che non potevamo attraversare. Ci siamo guardati intorno, abbiamo sentito venire musica da questa direzione e ci siamo diretti qui a cercare riparo."

"Non avete notato niente in riva all'acqua?"

"Abbiamo notato una stele con il nome del fiume, nient'altro."

"Se aveste risalito il fiume, circa un li oltre la stele, avreste visto il Tempio del Grande Re di Meravigliosa Efficacia. Non l'avete visto?"

"No; spiegateci meglio di che cosa si tratta."

I due vecchi si misero a piangere: "Signori!

Il tempio è dedicato all'Efficacia,

e protegge la gente a mille leghe.

Ogni notte fornisce la rugiada,

Ogni stagione la pioggia che occorre."

"Quindi vi procura benefici. Perché fate quella faccia addolorata?" si stupì Scimmiotto.

"Signore" esclamò uno dei vecchi sospirando e battendosi il petto,

Quella benevolenza costa cara:

Quel dio ci chiede in cambio i nostri figli,

Ed è cosa da mostro e non da dio!"

"Che cosa se ne fa dei vostri bambini? Li mangia?"

"Precisamente."

"E questa volta sarà il turno della vostra famiglia."

"Sì, quest'anno è il nostro turno. Abitano cento famiglie in questo villaggio dei Chen, che fa parte del distretto di Yuanhui nel regno di Carrolento. Il grande re esige ogni anno il sacrificio di un bambino e di una bambina, senza contare le offerte di porco, pecora e bue, e le libazioni di vino. Se ubbidiamo ci garantisce la buona pioggia; altrimenti ci infligge calamità e disastri."

"Quanti stimati figli avete in casa vostra?"

"Ahimè, mi fate morire di vergogna! Il mio fratello minore, qui presente, si chiama Chen Qing e il vostro servitore Chen Cheng; ho sessantatré anni, e lui cinquantotto. Entrambi abbiamo trovato molte difficoltà ad avere figli. Io ero giunto a cinquant'anni senza prole; amici e vicini mi spinsero a prendere una concubina, che finalmente mi diede una figlia. Ha compiuto solo sette anni e si chiama Bilancia Colma d'Oro."

"Che nome costoso!" esclamò Porcellino. "Perché lo avete scelto?"

"Avevo fatto molti voti e opere buone per avere figli: feci riparare ponti e strade, feci costruire monasteri e pagode, feci offerte ai monaci, qui tre once, là cinque once. Scrivevo tutto in un registro, e quando nacque la bambina il totale era di trenta libbre d'oro: una bilancia colma."

"E vostro fratello ha figli?" chiese Scimmiotto.

"Ha avuto un bambino, anche lui da una concubina. Anche lui ha sette anni e si chiama Chen Protetto di Guan."

"Perché si chiama così?"

"In famiglia siamo devoti del santo padre Guan e lo abbiamo molto sollecitato per questo figlio. Abbiamo centovent'anni in due e soltanto questi due discendenti. Ma ora purtroppo è venuto il nostro turno e non abbiamo modo di sottrarci. Potete immaginare quanto ci costi perdere i nostri bambini. Ecco perché abbiamo fatto celebrare la funzione: volevamo assicurare loro una buona reincarnazione."

Tripitaka non poté trattenere le lacrime: "Come dicevano gli antichi: cade la prugna acerba prima della matura; la sfortuna perseguita chi non ha discendenti."

"Fatemi capire una cosa" chiese Scimmiotto sorridendo. "Qual'è il vostro patrimonio, nonno?"

"Non siamo messi male" rispose il fratello minore. "Una cinquantina di arpenti di risaia, una settantina di altre terre, un centinaio a prato, due o trecento capi di bufali, una trentina di cavalli e asini e non so quanti maiali, pecore e gallinacei. Produciamo un'eccedenza sia di granaglie sia di stoffe. Questa è la nostra situazione."

"Dunque siete ricchi. Peccato che siate tanto avari."

"Perché dite che siamo avari?"

"Perché abbandonare i propri figli, quando si hanno tanti beni? Un maschietto vi costerebbe cinquanta once d'argento, una bambina cento. Aggiungendo la spesa del mediatore, con meno di duecento once potreste conservare la vostra discendenza. Non sarebbe il meno peggio?"

"Signore, non capite" rispose piangendo il fratello minore. "Questo grande re è molto perspicace e ci visita spesso."

"L'avete visto in faccia? Che aspetto ha?"

"Non si fa vedere. Quando è presente, si avverte una corrente d'aria profumata: allora tutti bruciamo incenso e ci prosterniamo nella direzione del vento. Sa tutto di noi, anche quante tazze e cucchiai teniamo in cucina; ricorda la data di nascita di ogni persona nel villaggio, giovani e vecchi. Non accetterebbe una sostituzione di persona. Non è una questione di denaro: nemmeno per un milione troveremmo bambini perfettamente identici ai nostri."

"Ora ho capito come stanno le cose. Fatemi un po' vedere il vostro stimato figliolo."

Chen Qing andò a cercare Protetto di Guan, lo portò tenendolo in braccio e lo fece sedere sul tavolo accanto alla lampada. Il bambino, inconsapevole dell'argomento della conversazione, si riempiva le maniche di dolci, sgambettava e si divertiva a spilluzzicare qua e là. Scimmiotto lo osservò bene, recitò dentro di sé un incantesimo e, con una scossa, prese il suo aspetto: ora erano due i bambini che giocavano alla luce della lampada, tenendosi per mano. Il vecchio, sbalordito, cadde in ginocchio ai piedi di Tripitaka, che diceva: "Avete ragione, signore, è una cosa sovrumana."

"Un momento fa parlava con noi, ed ecco che non si può distinguerlo da mio figlio. Ne chiami uno e rispondono tutti e due. Restiamo senza fiato! Vi prego, ditegli di riprendere il suo aspetto."

Scimmiotto ubbidì, passandosi una mano sul viso. Allora il vecchio si inginocchiò ai suoi piedi: "Quali incredibili poteri avete, signore!"

"Non ti pare che fossi somigliante?"

"Potete dire identico! Faccia, corpo, voce, abiti."

"Non tutto si vede. Se ci aveste messi su una bilancia, avreste constato che avevamo anche lo stesso peso."

"Sì, sì, tutto identico."

"Credete che mi potrei presentare al suo posto?"

"Ma certo! Sarebbe impossibile distinguervi."

"Dunque andrò io al posto del bambino, perché resti in casa un discendente che perpetui il culto degli antenati" dichiarò Scimmiotto.

Chen Qing si inginocchiò di nuovo e batté la fronte al suolo: "Se fate questo, nella vostra grande misericordia, offrirò mille once d'argento per le spese di viaggio del monaco cinese."

"E per il vostro servitore, il vecchio Scimmiotto, non farete niente?"

"Ma non avete detto che sostituirete mio figlio? La vostra sorte sarà di essere mangiato."

"Credete che il grande re avrà l'audacia di mangiarmi?"

"È quello che ci si può aspettare; o pensate che vi troverà troppo frollato?"

"Vada come vuole la sorte. Se mi mangerà, sarà perché il tempo destinato alla mia vita sarà trascorso. Se non mi mangia, tanto meglio. Comunque fate conto su di me."

Mentre Chen Qing si profondeva in ringraziamenti e prosternazioni, e aumentava la sua offerta di altri cinquecento tael, Chen Cheng se ne stava in un angolo e piangeva a dirotto. Scimmiotto se ne accorse, si accostò e gli chiese: "Fratello maggiore, voi certo soffrite perché non volete separarvi da vostra figlia?"

"Certo, non posso sopportarlo!" rispose il vecchio inginocchiandosi. "Dovrei esservi riconoscente che salviate almeno mio nipote. Ma io non ho che questa figlia: anche lei potrebbe perpetuare il culto degli antenati. Come posso perderla?"

"Non è difficile evitarlo: mettete in pentola altri ottanta litri di riso e tanta buona verdura per il mio condiscepolo dal grugno lungo. Lo convinceremo a prendere l'aspetto della bambina e verrà con me al sacrificio. Non si acquistano forse meriti segreti a salvare la vita dei bambini? Che ne dite?"

Porcellino si spaventò: "Fratello, fa il pavone finché vuoi, ma non mi immischiare; io non ho nessuna voglia di rischiare la pelle."

"Saggio fratellino, eppure conosci anche tu il proverbio: nemmeno i polli mangiano gratis. Ti sei mangiato un pasto sontuoso, anche se hai avuto il coraggio di lamentarti che non ti bastava; e ora non vuoi far niente per questa gente in difficoltà?"

"Tu, fratello, sei capace di trasformarti, ma io no."

"Andiamo! Di trasformazioni ne conosci tante anche tu; mi pare, trentasei."

"Consapevole delle Proprie Capacità" intervenne Tripitaka, "il tuo condiscepolo ha pienamente ragione, quello che dice è ineccepibile. Salvare una vita umana è meglio che costruire una pagoda di sette piani, dice il proverbio. Sei tenuto a farlo per riconoscenza, e ti conviene per acquisire meriti segreti. Eppoi, scusate, è una notte fredda in cui non avete altro da fare; almeno vi divertirete."

"Si fa presto a dire, maestro!" replicò Porcellino. "Io mi so trasformare in montagna, in albero, in roccia, in elefante spelacchiato, in bufalo; magari mi potrei trasformare in un ciccione all'osteria. Ma qui si tratta di una bambina. Non crediate che sia facile."

"Non gli date retta" tagliò corto Scimmiotto. "Vediamo questa bambina."

Chen Cheng si precipitò in un'altra stanza e ne riportò la piccola Bilancia Colma d'Oro. Quando ritornò nella sala tutta la famiglia, giovani e vecchi, mogli e concubine, venne a prosternarsi e a supplicare di salvare la bambina.

Essa aveva in testa una coroncina di fiori e perle, cui erano appesi gli otto tesori. Indossava un abitino ovattato di seta e di ramia gialla cangiante, con una gonnella di seta ricamata in rosso su pantaloncini in seta e oro, e una mantelletta di satin verde imperiale con il colletto a scacchiera. Calzava scarpine di seta e ramia rosa a testa di rana. Andava a caccia di dolciumi e se ne infilava nelle maniche quanti poteva.

"Ecco qua la bambina" disse Scimmiotto. "Ora assumerai il suo aspetto e ce ne andremo al tempio."

"Come faccio a trasformarmi in quella cosina?"

"Sbrigati; non vorrai che ti aiuti con una legnata."

"Fermo, fratello!" gridò Porcellino spaventato. "Fammi provare."

Il bestione recitò un incantesimo, si scosse più volte e gridò: "Trasformazione!". In effetti la sua testa prese l'aspetto della bambina, ma la sua corporatura, con quella grossa pancia sporgente, non avrebbe ingannato nessuno.

"Dài, sforzati!" incitò Scimmiotto sghignazzando.

"Mi puoi battere quanto vuoi, ma più di così non riesco a fare."

"Via, una testa di bambina su un corpaccione di monaco! Né maschio né femmina: così non va. Danza la figura dell'Orsa Maggiore."

Scimmiotto gli soffiò addosso il suo alito magico e anche il corpo, a poco a poco, prese l'aspetto della bambina. A questo punto il Novizio disse ai due vecchi: "Ora portate via i bambini. Se questo burlone volesse giocarvi un brutto tiro, non sareste in grado di distinguerci. Dategli dolci e frutta perché restino occupati e non si facciano sentire: non sarebbe il caso di destare sospetti nel grande re. E intanto noi ci andiamo a divertire."

Il bravo Scimmiotto affidò Tripitaka a Sabbioso e chiese: "Come ci dovete presentare? Liberi o legati? Cotti a puntino? Ridotti in spezzatino?"

"Fratello, vacci piano. Non fare scherzi di cattivo gusto; lo sai che non ho le tue capacità."

"Noi ce ne guarderemmo bene" risposero i vecchi. "Vi dovete sedere nella posa del sarto su due vassoi laccati di rosso. Ciascuno sarà posato su una tavola di legno, che due giovanotti solleveranno e porteranno al tempio."

"Benone!" approvò Scimmiotto. "Fuori i vassoi, facciamo la prova."

I vecchi ubbidirono. Scimmiotto e Porcellino si sedettero e quattro giovanotti portarono le tavole intorno al giardino e ritornarono nella sala.

"Porcellino" sghignazzava Scimmiotto, "è una meraviglia farsi portare in giro come se fossimo i superiori di un convento che viaggiano in sedia gestatoria."

"Se si trattasse solo di fare giri nel giardino" brontolò Porcellino, "potremmo continuare fino a domattina. Ma andare al tempio per farmi mangiare non mi diverte affatto."

"Non hai che da tenermi d'occhio. Quando quel tizio incomincerà a sgranocchiarmi, sarai libero di dartela a gambe."

"Chissà che ordine seguirà la sua colazione? Se incomincia dal bambino, avrò tempo per squagliarmela. Ma se attacca con la bambina, io che cosa faccio?"

Il vecchio intervenne: "Nel corso degli anni è avvenuto che i più temerari fra noi si nascondessero nel tempio per vedere che cosa accadeva; e raccontavano sempre che il grande re aveva incominciato dal bambino."

"Meno male!" sospirò Porcellino.

Mentre discorrevano, udirono un baccano di gong e di tamburi. La folla degli abitanti del villaggio, munita di torce e lanterne, si riversò in casa gridando: "Portate il bambino e la bambina!"

I vecchi piangevano in un angolo, mentre i quattro giovanotti portavano via i condiscepoli.

Se poi, in fin dei conti, non sapete che ne fu di loro, ascoltate il seguito.