Fra grida e clamori, dice il racconto, la folla dei fedeli del villaggio della famiglia Chen portava Scimmiotto e Porcellino, con le offerte di carni di porco, pecora e bue e con il vino di riso. Giunti al Tempio di Meravigliosa Efficacia, collocarono sull'altare il bambino e la bambina. Girando intorno gli occhi, Scimmiotto guardava le candele di cera, l'incenso e le decorazioni dell'altare; non vi era alcuna immagine del dio, ma solo la scritta in lettere d'oro:
DIVINITÀ DEL GRANDE RE DI MERAVIGLIOSA EFFICACIA
Disposta in ordine ogni cosa, i fedeli si prosternarono davanti alla scritta e dissero in coro: "Grande re nostro signore, in quest'ora di questo mese di quest'anno, a nome di Chen Cheng, maestro del sacrificio del villaggio della famiglia Chen, e di tutti gli altri fedeli, vi abbiamo rispettosamente portato la nostra offerta annuale secondo l'uso. Offriamo al vostro regale piacere il maschio Protetto di Guan e la bambina Bilancia Colma d'Oro, con la quantità stabilita di porco, pecora, bue e vino di riso. Vogliate concederci venti e piogge propizi, e un raccolto abbondante."
Terminata la preghiera, bruciarono carta votiva e se ne tornarono a casa.
Quando restarono soli, Porcellino propose a Scimmiotto: "Andiamocene a casa anche noi."
"Dove sarebbe la tua casa?"
"Andiamo a dormire dal vecchio Chen."
"Bestia, non dire sciocchezze. Hai promesso e ora devi mantenere."
"Dài a me della bestia, ma lo sei tu. Non penserai di offrirti davvero in sacrificio! Li abbiamo presi in giro e ci siamo divertiti; adesso basta."
"Ciò che fai per gli altri non lasciarlo a metà. Non ne verremo a capo se non aspettiamo che questo re ci venga a divorare. Altrimenti procureremmo soltanto disgrazie, faremmo un bel disastro."
Mentre parlavano, si udì il vento sibilare.
"Va male!" brontolò Porcellino. "Ecco il rumore che fa quel coglione quando arriva."
"Zitto!" lo sgridò Scimmiotto. "Se occorre rispondere, parlo io."
Dopo un istante il mostro apparve all'ingresso del tempio. Eccolo qua:
Armato d'oro, con rossa cintura,
Con occhi scintillanti come stelle
Della notte, mostrando denti aguzzi
Come seghe. Ondeggiano ai suoi piedi
Brume acquatiche. Il corpo è circondato
Da un umido vapore. Se cammina
Muove vento malefico; da fermo
Ristagna intorno a lui un'aria mefitica.
È minaccioso come un capitano
Del palazzo, più brutto di un guardiano
Del tempio.
Stagliandosi sulla porta del tempio, l'orco domandò: "Quale famiglia offre il sacrificio quest'anno?"
"Sono onorato dalla vostra domanda" rispose Scimmiotto. "Quest'anno tocca alla famiglia di Chen Cheng e Chen Qing."
Il mostro restò perplesso: "Com'è disinvolto questo bambino!" si diceva. "Ha la battuta pronta. Quelli che mi portano di solito sembrano muti; se ripeto la domanda svengono, se gli metto le mani addosso sono già morti. Come mai questo bimbetto risponde così bene?" Esitò ad acchiapparli e fece un'altra domanda: "E come vi chiamate voi due?"
"Io mi chiamo Protetto di Guan; la bambina, Bilancia Colma d'Oro."
"Secondo l'uso di questo sacrificio, devo incominciare col mangiare te."
"Prego, s'accomodi."
Il mostro si sentì ancor meno propenso a passare all'azione. Incominciò a urlare: "Non prendermi in giro! Ho sempre mangiato il maschio per primo, ma quest'anno voglio incominciare dalla femmina."
Porcellino si spaventò e volle dire la sua: "Grande re, bisogna rispettare le usanze. Non sta bene violare le regole."
Senza altre spiegazioni l'orco allungò la mano e volle impadronirsi della piccola pettegola. Il bestione saltò giù, riprese il proprio aspetto e gli assestò un colpo di rastrello. Il mostro ritirò la mano e si diede alla fuga; si udì però un rumore metallico. "Gli ho staccato un pezzo di armatura" gridò Porcellino.
Scimmiotto, che aveva ripreso anche lui il suo aspetto, esaminò gli oggetti caduti a terra: erano due scaglie di pesce dall'aspetto di lastre di ghiaccio.
"Prendiamolo!" gridò; ed entrambi balzarono in aria.
Il mostro non aveva con sé armi d'offesa, e si era pertanto rifugiato sulle nuvole a mani vuote. Quando li vide arrivare chiese loro: "Da dove uscite, monaci, che venite a perseguitare la gente, guastare le mie offerte e rovinarmi la reputazione?"
"Fa finta di niente, la maledetta creatura! Noi siamo discepoli di un santo monaco che l'imperatore dei grandi Tang ha inviato nel Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture. Passavamo la notte dai Chen, quando abbiamo appreso che c'era qui un essere perverso, che si faceva chiamare Meravigliosa Efficacia ed esigeva ogni anno un sacrificio di bambini. Di nostra iniziativa, mossi dalla compassione, abbiamo deciso di salvare i bambini e di catturare l'infame. Confessa finché sei in tempo! Quanti bambini hai mangiato da quando hai avuto la sfacciataggine di proclamarti grande re? Se vuoi salvare la pelle, devi confessare tutti i tuoi misfatti."
Ma il mostro schivò un'altra rastrellata di Porcellino e prese la fuga, dileguandosi nel Fiume Comunicante con il Cielo.
"Inutile inseguirlo adesso" disse Scimmiotto. "È una creatura del fiume. Domani troveremo il modo di catturarlo, per costringerlo ad aiutarci nella traversata."
Andarono al tempio e riportarono dai Chen tutte le offerte, comprese le tavole. Il reverendo e Sabbioso, che in compagnia dei Chen attendevano notizie, li videro arrivare con il loro carico nella corte.
"Com'è andata, Consapevole del Vuoto?" chiese Tripitaka facendosi loro incontro.
Scimmiotto raccontò. I due vecchi, tutti contenti, fecero preparare i letti in una stanza e invitarono gli ospiti a coricarsi.
Intanto il mostro era scampato nel suo palazzo in fondo al fiume. Se ne stava seduto in cupo silenzio, e la gente acquatica venne a informarsi: "Maestà, ritornate sempre allegro dai sacrifici annuali. Perché questa volta siete tanto di malumore?"
"Lo vedete anche voi. Le altre volte vi portavo sempre qualcosa da mangiare, ma questa notte non ho potuto toccare cibo neanch'io. Che sfortuna! Mi sono imbattuto in un paio di avversari, e poco è mancato che ci lasciassi la pelle."
"Di chi si trattava, maestà?"
"Sono discepoli di un santo monaco dei grandi Tang che va nel Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture. Si erano messi in agguato nel tempio, trasformati in bambini: quando hanno ripreso il loro aspetto me la sono vista brutta. Avevo già sentito parlare di questo monaco cinese: è un certo Tripitaka che si è coltivato per dieci successive reincarnazioni; basterebbe mangiare un boccone della sua carne per procurarsi longevità a tempo indefinito. Non mi aspettavo che avesse certa gente al suo servizio. Mi hanno rovinato la reputazione e distrutto il culto che mi era dovuto. Mi piacerebbe tanto mettere le mani su quel Tripitaka, ma non credo di essere in grado di farlo."
Una signora perca in abito rigato si fece avanti, gli fece una gran riverenza e disse: "Ma se vostra maestà ci tiene tanto, non è difficile. Non ho proprio idea di quale sarebbe la mia ricompensa, se vi aiutassi."
"Se mi proponi un piano che arrivi allo scopo, mi rivolgerò a te come sorella giurata e ti godrai la preda con me, alla mia tavola."
La signora perca ringraziò della promessa con un altro inchino e riprese a parlare: "Sappiamo che vostra maestà è abile nel convocare venti e piogge, sollevare il mare e invertire il corso del fiume. Per caso, ci sapete fare anche con la neve?"
"Ma certo."
"Se siete in grado di maneggiare la neve, suppongo che potrete provocare un freddo tale da far gelare il fiume."
"Si capisce."
"Dunque" concluse la signora perca ridendo e battendo le mani, "è cosa fatta."
"Spiegati meglio."
"Verso la terza veglia, intorno a mezzanotte, dovete sollevare un vento gelato che faccia ghiacciare l'acqua del fiume. Quelli fra noi che sanno trasformarsi prenderanno forma umana e cammineranno sul ghiaccio, con sacchi in spalla e ombrelli in mano, spingendo carrette o reggendo bilancieri, come se venissero dalla riva occidentale. Il monaco cinese sarà certo impaziente di proseguire il suo viaggio, e quando li vedrà vorrà avventurarsi sul ghiaccio anche lui.
"Intanto vostra maestà se ne starà comodamente seduto a casa sua. Quando sentirà risonare i passi del monaco, spezzerà il ghiaccio e farà cadere in acqua lui e i suoi discepoli. Li prenderemo in un colpo solo."
"Che bel piano!" esclamò contento il mostro. Uscì senz'altro dal palazzo e salì nelle alte sfere per procurarsi gelo e vento di neve.
Nel frattempo i pellegrini dormirono pacificamente fin verso l'alba; ma a un tratto sentirono il freddo penetrare sotto le coperte e nei guanciali. Porcellino si mise a tremare e starnutire, si svegliò e gridò: "Che freddo è venuto, fratelli!"
"Un po' di contegno, babbeo" brontolò Scimmiotto. "Per chi ha lasciato la sua famiglia non fa differenza se è caldo o freddo."
"Tuttavia, discepoli" intervenne Tripitaka, "fa proprio un freddo glaciale."
Vedete come stavano le cose:
A scaldarti il piumino è insufficiente:
Ti trovi ghiaccio fino nelle maniche.
Sulle fronde gelate vedi crescere
Dei boccioli di vetro; campanelle
Di ghiaccio vedi pendere dai rami
Del vecchio pino. Quell'intenso gelo
Spacca il terreno e imprigiona nel ghiaccio
Tutta la superficie dello stagno.
Il pescatore abbandona la barca,
Non dà segno di vita il monastero,
Il boscaiolo va in cerca di legna,
Mentre carbone al fuoco aggiunge il nobile.
La barba del guerriero divien rigida
Come punte di ferro. Ed il pennello
Del poeta esiliato s'indurisce
Come uno stelo di castagna d'acqua.
Veste di cuoio diviene sottile
E la pelliccia sembra più leggera.
Sui cuscini la vecchia tonaca del monaco assume una rigidità cadaverica. Che protezione sottile, per il viaggiatore, quella parete divisoria di carta! Anche sotto le coperte ricamate e gli alti piumini, i brividi ti scuotono dalla testa ai piedi.
Impossibile continuare a dormire. Dovettero alzarsi e vestirsi, e quando aprirono l'uscio videro un paesaggio candido e scintillante: era caduta la neve.
"Per forza si sentiva tanto freddo: guardate che nevicata!"
Tutti e quattro restarono in contemplazione del bello spettacolo. Guardate:
Denso schermo di cupe nubi, foschia diffusa - sotto quelle nuvole urla il vento gelato, sotto quella foschia una candida neve copre ogni cosa. I fiocchi esagonali volano come fiori o gioielli; i mille alberi della foresta si adornano di giada bianca. Spolvera una gran quantità di farina, si accumulano giganteschi ammassi di sale. Il pappagallo bianco perde il suo candore, la gru diviene invisibile sullo sfondo. La neve si appropria dei mille fiumi di Wu e di Chu, eclissa il fiore del prugno del sud est.
È come se centomila draghi di giada bianca in rotta riempissero il cielo di scaglie e di frammenti di armature.
Non cercate qui le calzature senza suole di Dongguo, né il letto in cui congelò Yuan An, né il riflesso di luce che serviva a Sun Kang per leggere. Non ci troverete neppure la barca di Ziyou, la cappa di Wang Gong o il cappello di feltro che Su Wu finì per mangiarsi. Vedrete soltanto capanne di villaggio come blocchi d'argento, l'immenso paesaggio sotto un lenzuolo di giada bianca.
Che bella neve! Come se il ponte si fosse riempito di fiocchi di salice, e i tetti si fossero coperti di fiori di pero. Sul ponte il pescatore si protegge con la sua cappa di paglia; sotto il tetto il vecchio aggiunge al fuoco grosse radici d'albero. Il viaggiatore non trova più vino con cui riscaldarsi; il servitore si scusa di non essere riuscito a procurare prugne.
Turbinano i fiocchi come ali di farfalla, danzano e dondolano come piumino d'oca. Il vento spinge la neve caduta, l'ammassa fino a bloccare le strade. Le raffiche penetrano sotto le cortine troppo corte, creano correnti d'aria che si insinuano nei tendaggi.
È un segno fasto che cade dal cielo promettendo un buon raccolto; è per gli umani una rara occasione da festeggiare.
Cadeva neve in abbondanza, come frammenti di giada, o come borra di seta. Maestro e discepoli erano ancora perduti nella contemplazione della scena, che strappava loro sospiri di ammirazione, quando giunsero due giovani servitori mandati dai vecchi Chen a spazzare il sentiero, e altri due a portare l'acqua calda per lavarsi. Un momento dopo venivano serviti tè bollente e biscotti al burro. Infine si portarono dei bracieri nella stanza accanto, e tutti vi si riunirono intorno.
"Stimato donatore" chiese Tripitaka, "voi, da queste parti, conoscete le stagioni? Primavera, estate, autunno, inverno?"
"Certo viviamo in un angolo di mondo un po' appartato, dove gente, cose e costumi sono diversi che nel vostro grande paese; ma vi prego di considerare che ci copre lo stesso cielo. Si capisce che abbiamo anche noi le stagioni."
"Ma allora come spiegate un freddo simile e questa grande nevicata?"
"È vero che siamo ancora nella settima luna, ma ieri era il giorno della rugiada bianca, che annuncia l'imminenza dell'ottava luna. Da noi non sono troppo rare nevicate e gelo nell'ottava luna."
"Da noi nell'Est è diverso" si stupì Tripitaka. "Non nevica mai prima dell'inverno."
Un piccolo servitore portò in tavola della zuppa e li invitò a mangiare. Mentre facevano colazione continuava a nevicare: in breve la neve fu alta due piedi. Tripitaka piangeva dall'inquietudine.
"Non ve la prendete, signore" disse il vecchio Chen. "Non badate quanto è alta la neve. Abbiamo una tale scorta di grano che potrebbe durare metà della vostra vita."
"Non sapete il mio tormento, caro donatore. Quando la sacra persona dell'imperatore mi fece la grazia di affidarmi la missione e mi accompagnò personalmente, levando la coppa al banchetto d'addio con le sue imperiali mani, mi chiese quando sarei ritornato. Io non sapevo quanti ostacoli e pericoli avrei incontrato per strada, e risposi lì per lì: 'Ritornerò con le scritture in meno di tre anni.' E ora sono già passati sette od otto anni, e non ho ancora visto la faccia del Buddha. Temo di avere superato i limiti, e mi spaventano le violenze dei mostri e degli esseri malefici: perciò l'inquietudine mi rode. Dal momento che abbiamo avuto la fortuna di godere della vostra ospitalità e che la notte scorsa i miei stupidi discepoli vi hanno reso un piccolo servigio, speravo proprio che mi procuraste una barca per attraversare il fiume. Ma ora cade tutta questa neve, che finirà per bloccare le strade. Mi chiedo quando mai riuscirò a completare la mia missione e a tornare nel paese natale."
"Signore, rassicuratevi. Che differenza fa qualche giorno di più o di meno? Aspettate che il ghiaccio si sciolga e che torni il bel tempo. Affronteremo ogni sforzo, ogni spesa per assicurarvi la traversata."
Un ragazzo li invitò a consumare un'altra colazione nella sala grande. Dopo poco seguì il pranzo. Tripitaka si sentiva molto imbarazzato davanti a quell'abbondanza di cibi: "Poiché ci fate la grazia di ospitarci, ci dovreste trattare più alla buona."
"Signore, non c'è sontuoso festino che ci possa sdebitare della gratitudine che vi dobbiamo per aver salvato i nostri bambini."
Quando cessò di nevicare, la gente riprese a circolare nelle strade. L'aspetto infelice di Tripitaka indusse il più anziano dei Chen a far spazzare il giardino, recare un grande braciere e invitare la compagnia a visitare la grotta delle nevi, per distrarsi e godere dello spettacolo.
La cosa fece ridere Porcellino: "Vecchio svanito! In giardino si va in primavera, nella seconda o terza luna, a godere i fiori. Bel piacere, con il freddo che fa!"
"Si vede che non te ne intendi, bestione" lo punzecchiò Scimmiotto. "Un paesaggio innevato è bellissimo, ha un fascino distensivo e misterioso. Il nostro maestro ha appunto bisogno di serenità."
"È proprio quello che pensavo" approvò il vecchio Chen. E li condusse nel giardino, in cui si vedevano
aria e luce da fine anno in un paesaggio d'autunno. Boccioli di candida giada cresciuti sul vecchio pino; fiori d'argento pendono sui rami del salice piangente. I gradini muschiosi si sono coperti di bianco; davanti alla finestra il bambù sembra un delicato gioiello. L'acqua della peschiera è ghiacciata. Sulla sponda impallidiscono i colori dell'ibisco. Il prugno invernale sembra voler mettere rami nuovi. I padiglioni sono coperti di piumino d'oca, tanto quello delle peonie che quelli del melograno e del cinnamomo. Tutto è coperto da ali di farfalla. L'acero rosso si macchia di bianco, l'oro dei crisantemi spunta sotto la siepe. Fra tanti luoghi che il freddo glaciale rende inaccessibili, apprezzate la grotta delle nevi, che invece è resa confortevole dal grande braciere a zampe d'elefante e musi di animali, in cui arde rosseggiando un fuoco vivace. Vi sono disposte poltrone laccate ricoperte da pelli di tigre, al riparo di paraventi di carta.
Ai muri sono appese antiche pitture, come i sette saggi che attraversano il passo di montagna, il pescatore solitario sul fiume ghiacciato, Su Wu che mangia il suo cappello di feltro in un paesaggio di creste innevate, spezza un ramo di prugno quando incontra il messaggero e traccia un messaggio sul ghiaccio nella foresta di giada. Non si finirebbe mai di descrivere: qui c'è il padiglione in riva all'acqua, dove si può comprare il pesce, là il sentiero di montagna perduto nella neve. Sono luoghi magici, vederli rende inutile la visita alle isole incantate.
Dopo aver ammirato, la compagnia si sedette nella grotta. Si parlò della ricerca delle scritture. Poi venne servito del tè al gelsomino; dopo averlo bevuto il più anziano dei Chen domandò: "Un po' di vino, signori?"
"Io non ne bevo" rispose Tripitaka, "ma i miei giovani discepoli ne possono vuotare qualche coppa."
Il vecchio Chen ordinò: "Portate qualche piatto di magro e fate intiepidire il vino per riscaldare questi signori."
I domestici disposero tavolini intorno al braciere e servirono cibo e vino. Quando il cielo divenne scuro, furono pregati di ritornare nella sala per la cena. Allora intesero gente per la strada che esclamava: "Che freddo! Il fiume si è ghiacciato."
Tripitaka si inquietava: "Consapevole del Vuoto, come si fa, se il fiume è ghiacciato?"
"È un freddo venuto all'improvviso" intervenne il vecchio Chen. "Ci sarà un po' di ghiaccio in prossimità della riva."
"Per quanto è largo, è tutto un blocco di ghiaccio liscio come uno specchio" esclamavano i passanti. "C'è gente che ci cammina sopra."
Quando sentì che ci si poteva camminare, Tripitaka volle andare a vedere.
"Non siate precipitoso" consigliò il vecchio Chen; "domani andremo a vedere." Infatti, finita la cena, si andarono a coricare.
L'indomani all'alba, quando si alzarono, Porcellino disse: "Maestro e condiscepoli, la notte è stata ancor più fredda della precedente; vedrete che ghiaccio nel fiume!"
Tripitaka volse gli occhi al cielo e pregò: "Alte divinità che proteggete la dottrina, da quando il vostro servitore è partito per l'Ovest non si è mai lagnato e ha venerato il Buddha con cuore sincero per tutta la durata di questo difficile viaggio. Ora ringrazio il cielo dell'aiuto che mi dà congelando il fiume. Vi esprimo con semplicità la mia gratitudine, in attesa di potervela meglio testimoniare al ritorno, quando farò il mio rapporto all'imperatore."
Terminata la preghiera, disse senz'altro a Sabbioso di sellare il cavallo per attraversare il fiume ghiacciato.
Il rispettabile Chen intervenne di nuovo: "Non abbiate tanta fretta. Fra qualche giorno la neve e il ghiaccio si scioglieranno. Allora vi troverò una barca."
"Non è una decisione da prendere alla leggera" disse Sabbioso. "Non conviene fidarsi del sentito dire: andiamo a vedere con i nostri occhi. Sellerò il cavallo e scenderemo al fiume."
"Questo è ragionevole" concluse il vecchio Chen. "Ragazzi, andate a sellare sei cavalli per noi; il monaco cinese ha già il suo."
La compagnia si recò al fiume. Di certo
l'alba chiara disperde le montagne di nuvole. Il gelo imbianca i mille picchi delle frontiere, il ghiaccio brilla su laghi e fiumi. Un vento pungente soffia sul suolo scivoloso. I pesci dello stagno si rifugiano fra le alghe, gli uccelli selvatici restano appollaiati sui rami. Si battono i denti, le dita si congelano, si crepa il ventre del serpente, scrocchiano le zampe degli uccelli. Che montagne di ghiaccio! Il fiume è ridotto ad un blocco di giada. Se l'Est produce i famosi bozzoli di ghiaccio, nei ghiacci del Nord scavano gallerie i toporagni. È qui che Wang Xiang si stese sul ghiaccio per scioglierlo? È là che l'imperatore Guangwu attraversò il fiume ghiacciato? In una notte il ghiaccio ha raggiunto il fondo. L'ampio fiume comunicante con il cielo non ha più una sola increspatura: il ghiaccio scintillante è solido come la terraferma.
Giunto sulla sponda, Tripitaka trattenne il cavallo per osservare: in effetti si vedeva gente che camminava sul fiume.
"Dove andrà quella gente, caro donatore?" chiese Tripitaka.
"Dall'altra parte del fiume c'è il paese delle donne, il regno dei Liang dell'Ovest. Quelli che vedete sono mercanti. Un prodotto che qui costa cento sapeche, là ne può costare diecimila, o viceversa. Il profitto che dànno i capitali impegnati in questi commerci è enorme; perciò la gente è disposta a rischiare la vita. Di solito sei o sette persone, a volte dieci, si imbarcano insieme per tentare la traversata. Ora che il fiume è gelato, si arrischiano a piedi."
"Gloria e profitto sono le sole cose che contano, in questo basso mondo. Essi trascurano i pericoli e la morte attirati dal profitto, come noi dalla gloria. Che differenza c'è fra loro e noi?" Su queste riflessioni, Tripitaka ordinò: "Consapevole del Vuoto, vai a raccogliere i bagagli. Approfitteremo del ghiaccio per affrettare la nostra marcia verso ovest."
"Maestro" obiettò Sabbioso, "come dice il proverbio: in mille giorni consumi mille litri di riso. Visto che possiamo contare sull'ospitalità dei Chen, non sarebbe più sicuro aspettare qualche giorno che il bel tempo faccia sciogliere il ghiaccio, per attraversare in barca? La fretta potrebbe essere cattiva consigliera."
"Consapevole della Purezza, come puoi dire queste stupidaggini? Se fossimo nella prima o nella seconda luna, potremmo aspettare che la stagione migliori. Ma siamo nell'ottava: c'è tutto l'inverno davanti a noi. Come possiamo sperare nel disgelo? I pochi giorni di attesa non potrebbero diventare un ritardo di sei mesi?"
"Non stiamo a discutere" intervenne Porcellino balzando a terra dal cavallo. "Controlliamo se il ghiaccio è abbastanza spesso."
"Bestione" chiese Scimmiotto, "l'altra notte hai controllato se l'acqua fosse profonda gettando un sasso; ora che tutto è solido, come farai?"
"Non te ne intendi, fratello. Gli darò sopra un colpo con il rastrello: se si rompe è troppo sottile e non ci si può fidare; se resta saldo, vuol dire che è abbastanza spesso. E allora non ci sarebbe motivo di stare qui ad aspettare."
"Giustissimo" approvò Tripitaka, "mi sembra molto sensato."
Il bestione rimboccò la veste, balzò sul ghiaccio e vi batté il suo rastrello a tutta forza: si intese soltanto un colpo sordo e restarono i segni dei nove denti. Il bestione gridò: "Si può andare dove si vuole. È gelato fino in fondo."
Soddisfatto dell'esito, Tripitaka ritornò dai Chen con tutta la compagnia. Non restava che prepararsi e partire. I loro ospiti, dopo avere invano cercato di trattenerli, si rassegnarono a preparare per loro pane, gallette e grano grigliato. Tutti i membri della famiglia si prosternarono davanti a loro, mentre veniva offerta una tazza colma di pezzi d'oro e d'argento: "Vi siamo profondamente riconoscenti di avere reso la vita ai nostri bambini. Eccovi di che procurarvi un pasto lungo la strada, a testimonianza del nostro rispetto."
Tripitaka scosse il capo e fece con la mano un gesto di diniego, spiegando che non poteva accettare: "Abbiamo lasciato le nostre famiglie e fatto voto di povertà; a che ci servirebbe la ricchezza? Non possiamo usare denaro lungo il cammino, perché dobbiamo mendicare il nostro cibo e vivere di elemosine. Però vi siamo grati di pane e grano."
Poiché i due vecchi insistevano, Scimmiotto prese con la punta delle dita un pezzo di metallo di circa mezza oncia e lo tese al monaco cinese dicendo: "Maestro, prendetelo a titolo di pia donazione, per non deludere la buona intenzione di questi nobili vecchi."
Con ciò si congedarono e raggiunsero la sponda del fiume. Ma gli zoccoli del cavallo scivolavano sul ghiaccio: per poco Tripitaka non cadde giù.
"Maestro, non è facile avanzare in queste condizioni" si inquietò Sabbioso.
"Aspettate!" gridò Porcellino. "Chiedete una balla di paglia al vecchio signor Chen."
"A che serve?" si stupì Scimmiotto.
"Già, come potresti saperlo? Si avvolgono nella paglia gli zoccoli del cavallo per impedire che scivoli; non c'è altro modo di evitare al maestro di fare un ruzzolone."
Il vecchio Chen, che guardava e sentiva dalla riva, fece portare la balla di paglia e poterono ripartire.
Dopo tre o quattro li, Porcellino tese a Tripitaka il bastone da pellegrino con nove anelli e gli disse: "Maestro, tenete questo di traverso sul cavallo."
"Bestione, che cosa fai?" intervenne Scimmiotto. "Tocca a te di portare il bastone, perché lo dài al maestro?"
"Tu non hai mai camminato sul ghiaccio" replicò Porcellino. "Se lo avessi fatto, sapresti che qua e là nella superficie gelata si formano dei buchi. Se ci caschi scendi giù con un bel gorgoglio, come se scivolassi in una gran marmitta di cui si chiuda il coperchio, e non riesci più a risalire. Per evitarlo, bisogna tenere in mano un oggetto troppo largo per passare dal buco."
"Si direbbe che questo bestione abbia passato la sua vita sul ghiaccio" si disse Scimmiotto sogghignando. Tutti seguirono il consiglio: il reverendo con il bastone da pellegrino, Scimmiotto con la sbarra di ferro e Sabbioso con il suo randello ammazzadiavoli. Quanto a Porcellino, che già portava i bagagli appesi a un bilanciere, si legò per soprammercato il rastrello alla vita. I pellegrini avanzavano con passo sicuro.
Dopo aver camminato fino a notte mangiarono un po' delle provviste, ma non osarono fermarsi a lungo: ripresero il cammino alla smorta luce della luna e delle stelle, che si rifletteva sull'immensa distesa gelata. Non chiusero occhio per tutta la notte. All'alba fecero un'altra breve sosta, mangiarono un po' di cibo e ripresero il cammino.
Mentre camminavano, si udì sotto la superficie un gran rumore; il cavallo bianco trasalì e fu per scivolare.
"Discepoli!" gridò allarmato Tripitaka, "che cosa significa?"
"Son rumori del ghiaccio" spiegò Porcellino. "Probabilmente arriva sino al fondo e raschia il letto del fiume."
Tripitaka si rassicurò e spronò la sua cavalcatura.
Intanto il mostro, ritornato nella sua residenza, aveva riunito le creature acquatiche sotto il ghiaccio. Aspettarono un bel pezzo, e finalmente udirono battere gli zoccoli di un cavallo. Allora il mostro, con il suo potere magico, spezzò il ghiaccio. Al gran colpo Scimmiotto balzò in aria; gli altre tre e il cavallo furono inghiottiti.
L'orco afferrò Tripitaka e rientrò in casa alla testa dei suoi spiriti malefici, gridando con voce tonante: "Dov'è la mia sorella perca?"
Essa lo venne ad accogliere all'ingresso: "Maestà, sono confusa; non oso pretendere..."
"Ma come, saggia sorella! Te lo avevo detto: Sfuggita la parola, non c'è cavallo che la raggiunga. Avevo promesso che, se avessimo catturato il monaco cinese, ti avrei trattato da sorella giurata. Non ritiro certo la parola ora che i tuoi piani sono risultati così efficaci e il monaco è nelle nostre mani." E ordinò: "Ragazzi, preparate la tavola e affilate i coltelli. Prima di cucinare questo bonzo bisogna aprirgli il ventre, levare le interiora, scorticarlo e disossarlo. Durante il pranzo, che consentirà a me e a mia sorella di prolungare indefinitamente la nostra longevità, voglio musica."
"Non mangiamolo subito, maestà. Ci sono ancora in giro i suoi discepoli, che potrebbero far chiasso" obiettò la perca. "Pazientate due giorni: il tempo di assicurarvi che tutto sia messo a tacere. Allora lo cucineremo e pregheremo vostra maestà di sedersi al posto d'onore, circondato da tutta la sua gente acquatica che lo servirà, canterà, danzerà e farà musica. Non è meglio fare le cose nel modo più comodo e prudente?"
L'orco seguì il consiglio e per il momento fece mettere il monaco cinese in dispensa, dentro un cofano di pietra lungo sei piedi che si trovava nel cortile posteriore.
Porcellino e Sabbioso erano invece riusciti a risalire alla superficie, a ripescare i bagagli e a caricarli sul cavallo. Scimmiotto li vide dall'alto e chiese loro: "Che ne è del maestro?"
"È andato a fondo. Per il momento è impossibile ripescarlo. Torniamo a riva e decidiamo sul da farsi."
I pellegrini erano perfettamente a loro agio nell'acqua: Porcellino era l'avatara dell'Ammiraglio dei Canneti Celesti e aveva avuto ai suoi ordini ottantamila marinai, Sabbioso veniva dal Fiume delle Sabbie Mobili, il cavallo stesso era figlio del drago dei mari occidentali. Quanto a Scimmiotto, dirigeva le operazioni dall'alto. Raggiunsero rapidamente la riva orientale, strofinarono e asciugarono il cavallo e strizzarono i propri vestiti, mentre Scimmiotto scendeva a terra. Se ne ritornarono così al villaggio dei Chen. I due patriarchi si sentirono annunciare: "Delle quattro persone in cerca delle scritture, ne restano solo tre."
I fratelli si affrettarono a uscire per accoglierli, li videro tutti bagnati e commentarono: "Avevamo pur insistito perché rimaneste qui. Voi avete rifiutato, ed ecco il risultato. Come mai il reverendo Tripitaka non è con voi?"
"Chiamatelo piuttosto reverendo Colapicco!" brontolò Porcellino.
"Poverino!" esclamarono i vecchi versando lacrime. "Poteva aspettare che il ghiaccio si sciogliesse, per attraversare in barca. Gliel'avevamo detto, ma non ha voluto, e ora ha perduto la vita."
"Non ve la prendete per il vostro amico. Non è mica morto il nostro maestro, e chissà quanto vivrà ancora" disse Scimmiotto. "Sono convinto che è stato un tiro mancino di quel grande re della Meravigliosa Efficacia. State tranquilli. Fate inamidare i nostri vestiti, asciugare i documenti di viaggio e foraggiare il cavallo bianco; intanto noi cercheremo quel tizio e libereremo il nostro maestro. Vi garantisco che estirperemo la mala pianta dalla radice. Così anche il villaggio non correrà più rischi e voi potrete vivere in pace."
La promessa riempì di gioia i vecchi Chen, che ordinarono di servire un pasto di magro.
I tre discepoli si rifocillarono, lasciarono bagaglio e cavallo in custodia dai Chen, lustrarono le armi e ritornarono al fiume.
Certo che
Andar sui ghiacci non è naturale,
È un'avventura che può finir male.
Se poi si spezzano incontri guai
E alla tua meta non giungerai!
Se non sapete, in fin dei conti, come riuscirono a salvare il monaco cinese, ascoltate il seguito.