Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo49

049 GUANYIN IN TENUTA DI CASA · IN CUI TRIPITAKA, PRIGIONIERO SOTTO LE ACQUE, VIENE SALVATO DA GUANYIN CON UNA NASSA.

I tre discepoli, dopo essersi congedati dal vecchio Chen, ritornarono in riva al fiume.

"Fratelli" disse Scimmiotto, "decidete chi di voi deve scendere in acqua per primo."

"Noi due non siamo più forti di tanto" obiettò Porcellino. "Non sarebbe meglio che per primo scendessi tu?"

"Se si trattasse di un mostro di montagna, potrei anche fare tutto da solo. Ma come sapete nelle operazioni acquatiche non mi trovo a mio agio. Per muovermi là sotto devo separare le acque, oppure trasformarmi in pesce o in granchio: ma in quelle condizioni non posso usare il mio randello, e perciò non sono in grado di battere una creatura malefica. È meglio che ci andiate voi, che avete familiarità con l'acqua."

"Io certo in acqua mi muovo bene, fratello" rispose Sabbioso. "Ma le mie possibilità dipendono dalla profondità a cui si deve arrivare. Andiamoci tutti insieme. Tu potresti trasformarti in qualcosa che io possa portare facilmente, mentre andiamo alla ricerca del rifugio dell'orco. Quando lo avremo localizzato, tu andrai in avanscoperta. Se troveremo il maestro sano e salvo, uniremo le nostre forze per liberarlo. Se invece scopriremo che non è stato catturato da quel mostro, oppure che è già stato ucciso e mangiato, sarà inutile insistere e bisognerà cercare qualche altra soluzione. Non vi pare?"

"Va bene. Chi di voi due mi porterà?"

Porcellino si rallegrava segretamente della proposta: "Quella scimmia maledetta me ne ha giocati, di tiri! Se la porto io, avrò l'occasione di prendermi la rivincita, visto che in acqua non si sa sbrogliare."

"Ti porto io, fratello" propose Porcellino, facendo un risolino torto.

Scimmiotto leggeva in lui come in un libro aperto, ma fece finta di niente: "Tanto meglio, sei più robusto di Sabbioso."

Così Porcellino lo prese sulle spalle ed entrarono in acqua seguendo Sabbioso, che faceva da battistrada. Percorso un centinaio di li sul fondo del fiume, il bestione volle attuare il suo piano. Ma Scimmiotto, che stava attento, si trasformò in una pulce e si attaccò solidamente a un orecchio; sulle spalle gli lasciò un sosia, ottenuto dalla trasformazione di un pelo.

Il bestione fece mostra di inciampare e diede una bella spinta al suo fardello proiettandolo nella corrente, che se lo portò via.

"Ma che cosa fai!" s'indignò Sabbioso. "Avrei capito che lasciassi cadere nostro fratello nel fango; ma perderlo a quel modo!"

"Maledetta scimmia! Scivola via e scompare al primo scossone. Faremo a meno di lui; andiamo avanti."

"Nemmeno per sogno, lo dobbiamo ricuperare. Anche se non si trova a suo agio nell'acqua, è certo più furbo di noi due messi insieme. Io non vado avanti, se non lo si ritrova."

A questo punto si sentì la voce di Scimmiotto che diceva: "Andate avanti! Non l'avete mica seminato, il vecchio Scimmiotto."

"Meno male" disse Sabbioso mettendosi a ridere. "Ora, bestione, passerai un brutto quarto d'ora: vedrai che cosa avrai guadagnato con i tuoi stupidi scherzi! Lo senti ma non lo vedi: che cosa conti di fare?"

Porcellino spaventato si prosternò nel fango: "Sono in torto, fratello. Aspetta che abbiamo salvato il maestro e risaliamo a riva: ti presenterò le mie scuse. Ma dove sei? Mi fai morire di paura! Ti supplico, fatti vedere: ti porterò come si deve, non mi permetterò più di combinare imbrogli."

"Sta tranquillo, mi stai già portando come si deve. Non ho tempo di farti paura. Dài, sbrigatevi, camminate più svelti."

Porcellino si tirò su borbottando e chiedendo scusa, e riprese il cammino con Sabbioso.

Dopo un altro centinaio di li videro un edificio a vari piani. Sopra l'ingresso c'era un'iscrizione in quattro grossi caratteri:

RESIDENZA DELLA TARTARUGA ACQUATICA

"Suppongo che il mostro abiti là" disse Sabbioso. "Ma come facciamo a provocarlo a battaglia, se non sappiamo come stanno le cose?"

"Consapevole della Purezza, vedi acqua davanti alla porta?"

"No, non ce n'è."

"Allora nascondetevi. Andrò io in cerca di informazioni."

Diavolo di un grande santo! Si staccò dall'orecchio di Porcellino e si trasformò in una signora gambero dalle lunghe zampe. Giunto in breve alla soglia, vide il mostro assiso in trono con una signora perca in abito a righe seduta al suo fianco; ai lati si tenevano file e file di gente acquatica: parlavano appunto del monaco cinese e di come cucinarlo. Scimmiotto guardò intorno, ma non lo vide da nessuna parte. Passava in quel momento sotto la galleria ovest un'altra signora gambero di corporatura matronale; Scimmiotto le andò incontro e chiese: "Signora moglie del fratello maggiore, dove sarebbe questo monaco cinese di cui si parla tanto?"

"Quello catturato nel ghiaccio da sua maestà? È stato messo in dispensa, nel cofano di pietra del cortile posteriore. Domani, se non ci saranno complicazioni con i suoi discepoli, sarà il piatto forte di un festino musicale."

Scimmiotto continuò a passeggiare qua e là, e finì per spingersi nel cortile posteriore, in cui trovò il cofano di pietra lungo sei piedi. Accostò l'orecchio e sentì i singhiozzi di Tripitaka. Il poveretto batteva i denti e salmodiava una lamentazione:

"Detesto il mio destino che mi vuole

Abbandonato alle acque. Già mi accadde

Alla nascita. Ancora di recente

Mi trovai imprigionato al Fiume Nero.

Ed oggi ho perso ogni speranza di essere

Tratto in salvo. Potrò mai rivedere

La corte col mio carico di sutra?"

Scimmiotto gli gridò: "Maestro, non vi lagnate dell'acqua. Dice il sutra: La terra è madre dei cinque elementi, ma l'acqua li alimenta. Nulla nasce senza la terra, nulla cresce senza l'acqua. Sono io, il vecchio Scimmiotto!"

"Discepolo, salvami!" gemette Tripitaka.

"State tranquillo. Aspettate che abbia catturato il mostro, e vedrete che vi caverò dagli impicci."

"Fai presto. Non posso durare molto chiuso qui dentro; morirò soffocato."

"Non vi inquietate, non capiterà niente di simile. Vado a provvedere."

Se ne tornò indietro, uscì dalla porta e riprese il suo aspetto.

Porcellino e Sabbioso gli corsero incontro per chiedere com'era andata.

"Quel ghiaccio era davvero una trappola tesa dall'orco per catturare il maestro. Comunque lui sta bene; il mostro lo ha fatto chiudere dentro un cofano di pietra. Ora voi andate a provocare l'orco a battaglia e io ritorno a terra. Se vi riesce, catturatelo. Se non è possibile, fingete la fuga e attiratelo sulla riva: vi aspetterò là."

"Va pure, fratello" disse Sabbioso. "Noi cercheremo di conoscerlo più da vicino."

Il Novizio se ne andò allontanando le acque.

Ed ecco Porcellino che si presenta alla porta e grida con voce tonante: "Maledetta creatura! Rendici il nostro maestro!"

Il portinaio corse spaventato ad annunciare: "Maestà, c'è fuori uno che reclama il suo maestro."

"Dev'essere quel maledetto bonzo." E ordinò di portargli le armi, che i mostriciattoli andarono subito a prendere. Quando l'orco si fu allacciato la corazza ed ebbe impugnato la sua arma, ordinò di aprire la porta e si fece avanti. Porcellino e Sabbioso poterono osservare la strana creatura.

Di mille fuochi brilla l'elmo d'oro,

Arcobaleno sulla sua corazza,

Perle e gioielli sull'alta cintura,

Gli stivali di un giallo inconsueto.

Naso ritto superbo, larga fronte

Come quella del drago, occhi rotondi

Che lampeggiano, denti come acciaio,

Corti capelli dritti e fiammeggianti,

Lunga barba dorata ed appuntita.

Reca in mano una mazza a nove petali.

Quando s'apre il portone cigolante

Fa udire la sua voce come un tuono.

Raro a vedersi, un tale portamento:

Meravigliosa Efficacia il suo nome.

L'essere perverso avanzò seguito da un centinaio di mostriciattoli divisi in due schiere, che agitavano spade e lance, e apostrofò Porcellino: "Bonzo, da quale monastero vieni a far baccano davanti alla mia porta?"

"Te la farò vedere io, maledetta creatura!" strillava Porcellino. "Già una volta l'hai scampata per un pelo. Non mi dirai che non mi riconosci! Sono il discepolo del santo monaco dei Tang. Tu imbrogliavi la gente facendoti passare per il grande re di Meravigliosa Efficacia, al solo scopo di mangiarti i bambini del villaggio dei Chen. Io ero Bilancia Colma d'Oro della famiglia di Chen Qing: non mi riconosci?"

"Testa matta: accusi me di imbrogliare la gente con una falsa identità, mentre tu hai avuto il coraggio di farti passare per una bambina. Con quel brutto grugno e quel pancione! Mi hai ferito il dorso della mano ancor prima che ingoiassi un boccone. Eppure io ti ho lasciato in pace. Perché ora mi vieni a provocare?"

"Bel modo di lasciare in pace! Hai suscitato un vento gelato, hai fatto cadere una gran nevicata e te la sei presa con il mio maestro. Se me lo rendi prima che sia troppo tardi, tanti saluti. Ma se dici di no, assaggerai il mio rastrello: non ti darò quartiere."

"Ecco un bonzo chiacchierone" sogghignò freddamente il mostro. "Che pretese insensate! È vero che ho fatto gelare il fiume per rapire il tuo maestro. Ma non penserai che te lo renda perché sei venuto qui a far baccano. L'altra volta andavo a una funzione religiosa e perciò non ero armato; e poi mi hai colto di sorpresa. Ma questa volta, bada di non scappare. Ti propongo un torneo in tre assalti: se li reggi tutti e tre, ti restituisco il tuo maestro; altrimenti ti metto in pentola con lui."

"È così che la metti? Bada al rastrello!"

"Si vede bene che ti sei fatto monaco a una certa età."

"Bravo, hai dell'intuito. Come lo hai capito?"

"Da come maneggi il rastrello. Dovevi essere garzone di un giardiniere; lo avrai rubato al momento di andartene."

"Eh, no, bello mio: il mio rastrello non è da giardiniere. Guardalo meglio:

Denti più aguzzi delle unghie di drago,

Manico d'oro a forma di pitone:

Fa scintille se tocca l'avversario

E lo riempie di brividi. S'incarica

Di eliminare i mostri o catturarli.

Sole e luna nasconde se lo alzo,

Ma disperde le nuvole e le nebbie.

Sa sconvolger l'oceano e rovesciare

Il Monte Tai. Per quanto tu sia forte,

Da un solo colpo avrai nove ferite."

Era chiaro che il mostro non ci credeva. Abbatté la sua mazza sul capo di Porcellino, che parò il colpo con il rastrello ed esclamò: "A quanto pare, anche tu sei diventato un diavolo perverso a una certa età."

"Che cosa te lo fa pensare?"

"Quel martello di bronzo che maneggi. Un orafo ti avrà assunto come garzone di fucina e tu, quando ti sei trovato in mano il martello, lo hai rubato."

"Questo non è martello per l'incudine di un orafo. Guardalo!

È un fiore a nove petali su stelo sempreverde.

Non è una cosa inerte, per la gente comune:

È un'arma d'immortali. Viene da semi nati

Nello Stagno di Diaspro e da fiori sbocciati

Nel Lago di Smeraldo. Duro come diamante,

Nessun'arma lo vince. Per quanto sian temprati

I denti del rastrello, se toccan la mia mazza

Ne saranno spezzati."

Eccitato da questo duello verbale, Sabbioso non poté trattenersi e si fece avanti anche lui: "Maledetta creatura, hai blaterato abbastanza. Come dicono gli antichi, si giudicano le azioni, non le parole. In guardia, che ti farò assaggiare il mio bastone!"

Il mostro parò il colpo con il manico del martello ed esclamò: "Ecco qui un altro bonzo dell'ultima ora."

"Come sarebbe a dire?"

"Tu eri il garzone di un fornaio."

"Che cosa avrei, del fornaio?"

"Questo bel mattarello."

"Brutto infame! Tu non hai mai visto un'arma simile.

È un'arma così rara che forse del suo legno

Ti sarà ignoto il nome: esso è legno di sâla,

Che cresce sulla luna. Fuori mostra gioielli,

Dentro racchiude l'oro. Ha prestato servizio

Ai banchetti celesti. Se nessun la conosce

Sulla strada dell'Ovest, è ben nota nel Cielo:

Randello ammazzadiavoli è il suo nome famoso.

E se può ammazzar diavoli,

Ti devi veder morto."

Il mostro perse gusto alla discussione. Tutti e tre assunsero una grinta feroce, e si vide sul fondo del fiume una bella mischia.

Combattevano mazza di bronzo contro rastrello e bastone. I due attaccano di conserva la creatura acquatica, che si difende onorevolmente. Giusta sorte e buon destino permettono di realizzare il grande Tao, che trattiene le sabbie del Gange per riduzione o produzione. La terra riduce l'acqua; quando l'acqua è asciugata, si vede il fondo. L'acqua produce il legno, che in ascesa fiorisce. Le meditazioni buddista e taoista giungono allo stesso risultato, alchimia e raffinazione del cinabro si assoggettano alle tre scuole. La terra è la madre che fa crescere il metallo, che produce l'acqua divina, che genera il fanciullo. L'acqua è la fonte che nutre la fioritura del legno, che nel suo splendore prende fuoco. I cinque elementi, che convivono fra loro, sono diversi perché si trasformano e si combattono. Guardate come sono belli la mazza di nove petali, il bastone che sembra ricamato di mille fili di seta, il rastrello dei nove luminari! Essi si urtano e si mescolano senza tregua. I discepoli sono pronti a lasciar la vita per il monaco, ignorano la morte in questa lotta per Sâkyamuni, contrastano continuamente la mazza di bronzo, ora con il bastone, ora con il rastrello.

Il combattimento durò quattro ore buone senza esito. Porcellino valutò che non ne sarebbero mai venuti a capo e strizzò l'occhio a Sabbioso: finsero di sbandarsi, volsero le spalle al mostro e fuggirono.

"Ragazzi!" gridò l'orco, "voi vigilate, mentre inseguo quei tipi e li catturo. Ce li porteremo in tavola."

E si lanciò dietro di loro verso la superficie, come un uragano che spazza via le foglie morte, o una tempesta che strappa i fiori del giardino.

Scimmiotto, sulla riva orientale, sorvegliava attentamente la superficie dell'acqua. A un tratto si sollevarono onde e vortici, poi grida e ruggiti. Sbucò Porcellino: "Arriva! Arriva!", poi Sabbioso: "Eccolo qua!", e infine arrivò il mostro gridando: "Dove credete di scappare?". A questo punto, si trovò di fronte Scimmiotto che urlò: "In guardia!" L'orco dovette parare precipitosamente una randellata. Si batterono in riva al fiume scontrandosi tre volte. Poi il mostro, vistosi alle strette, balzò nell'acqua e scomparve. Vento e onde si calmarono.

Scimmiotto risalì l'argine per ringraziare i suoi condiscepoli: "È stata dura, fratelli?"

"All'asciutto quella creatura non vale gran che, ma in acqua è una forza" osservò Sabbioso. "Per mantenere l'equilibrio, bastavamo a stento tutti e due insieme. Che cosa convien fare per salvare il maestro?"

"Se stiamo a perdere tempo, temo che lo ammazzi e se lo mangi" obiettò Scimmiotto.

"Fratello" propose Porcellino, "questa volta, quando lo portiamo a galla, non ti far vedere e aspetta per aria. Quando vedrai emergere la testa la colpirai, come il pestello sullo spicchio d'aglio: mira al cranio e picchia senza sbagliare. Se non morirà, resterà almeno intontito. Io ne approfitterò per dargli un'altra botta con il mio rastrello: e a questo punto sarà fatta."

"D'accordo" approvò Scimmiotto. "È quello che si dice un'azione coordinata dall'esterno e dall'interno, il modo migliore per venirne fuori."

I due si rituffarono in acqua.

Intanto l'orco, che aveva trovato scampo nella fuga, era giunto alla sua residenza. Tra la folla dei sudditi che gli andava incontro, sbucò madama perca: "Maestà, dove avete inseguito quei bonzi?"

"Fino alla riva, ma avevano un complice. Mi ha attaccato con una sbarra di ferro appena sono uscito dall'acqua: mi ha mancato per un pelo. Mi chiedo quanto potesse pesare quella sbarra: non c'era verso di fermarla, con la mia mazza. Ho sostenuto a stento tre scontri e ho dovuto darmela a gambe."

"Vostra maestà può descrivere l'aspetto di questo complice?"

"È un bonzo con la faccia pelosa, una gola da duca del tuono, orecchie aguzze, setto nasale rotto, occhi di fuoco e pupille d'oro."

A questa descrizione la signora perca fu presa dai brividi ed esclamò: "Maestà! Per fortuna avete avuto la saggezza di fuggire in tempo. Se lo aveste affrontato più a lungo, di sicuro avreste perso la vita. Lo conosco bene, quel bonzo."

"E chi sarebbe?"

"Quando vivevo nell'oceano orientale, sentii parlare di lui dal vecchio re drago. Si tratta del Bel Re Scimmia, che cinquecento anni fa provocò gravi disordini in paradiso; è il Grande Santo Uguale al Cielo, immortale d'oro del Supremo Fastigio del mondo di Sopra, soffio del caos primordiale. Ora si è convertito alla dottrina del Buddha e protegge il monaco cinese alla ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest, con il nome di Scimmiotto Consapevole del Vuoto, detto il Novizio. Ha poteri immensi ed è capace di innumerevoli trasformazioni. Come ha potuto vostra maestà correre un rischio simile? Non c'è nemmeno da pensare a combatterlo."

Mentre la signora perca parlava, arrivò di corsa il portinaio ad annunciare: "Maestà, quei due bonzi sono tornati."

"Saggia sorella, il tuo consiglio è molto sensato: non uscirò più. Voglio vedere che cosa mi possono fare." E ordinò: "Ragazzi, barricate bene le porte. Come si dice: Tu chiama a perdifiato, l'uscio resta serrato. Ci assedino pure per qualche giorno; finiranno per stancarsi e levarsi di torno, e noi ci godremo con comodo il monaco cinese."

I mostri portarono rocce e fango in quantità per bloccare tutte le uscite. Vedendo che grida e provocazioni non ottenevano risposta, Porcellino perse la pazienza e incominciò a picchiare rastrellate sul portone. Ci vollero vari colpi perché i battenti si rompessero; ma, quando caddero, non rivelarono altro che un grande ammasso di ciottoli e fango. Sabbioso osservò: "Quella creatura dev'essere terrorizzata; non credo che si farà più vedere. Sarà meglio che discutiamo un altro piano con il nostro fratello maggiore."

E se ne tornarono a riva. Scimmiotto, che li aspettava a mezz'aria con la sbarra in pugno, li rivide ricomparire senza il mostro. Scese giù a chiedere: "Come mai quello schifoso non vi ha seguito?"

"La creatura si è asserragliata in casa e rifiuta di metter fuori il naso" spiegò Sabbioso. "Porcellino gli ha sfondato la porta, ma dietro abbiamo trovato una gran barricata di terra e pietre. Non sapevamo che altro fare e siamo ritornati da te per consigliarci."

"Se si comporta così, noi non ci possiamo fare niente. Restate qui a tenerlo d'occhio e a impedire che scappi via durante la mia assenza."

"Tu dove vai, fratello?"

"Faccio un salto sul Potalaka, per chiedere alla pusa da dove viene e come si chiama questo mostro. Individuerò il luogo d'origine e andrò a catturare i suoi familiari e i suoi vicini; a quel punto vedrete che riusciremo a prendere anche lui e a liberare il maestro."

"Ma fratello" obiettò Porcellino, "è un metodo molto complicato: prenderà un sacco di tempo."

"Vedrai che non sarà né complicato né lungo. Ora parto e tornerò presto."

Il grande santo si allontanò su una luce di buon augurio e andò dritto nei mari del Sud. In meno di un'ora arrivò in vista del Potalaka e atterrò sulla sua cima, dove lo accolsero gli dèi dei ventiquattro sentieri, il protettore della montagna, il novizio Moksa, il ragazzo di Buona Fortuna e la figlia del drago Porta Perla. Gli vennero incontro per riceverlo e chiesero: "Qual buon vento, grande santo?"

"Ho bisogno di vedere la pusa."

"Fin da stamane se n'è andata nel bosco di bambù senza permettere a nessuno di seguirla. Sapeva che voi sareste venuto, e ci ha incaricato di ricevervi. Poiché non potete incontrarla subito, vi preghiamo di accomodarvi alla Rupe Turchese ad aspettare che si faccia viva e prenda le disposizioni necessarie."

Il ragazzo di Buona Fortuna lo salutò con particolare gentilezza: "Devo ringraziare la vostra eminente santità della generosità che mi ha dimostrato in una certa occasione. La pusa non mi ha abbandonato e mi ha concesso il privilegio di tenermi con sé: non la lascio mai e la servo ai piedi del trono di loto. Mi colma veramente di segni di bontà."

Scimmiotto riconobbe Bimbo Rosso e gli rispose sorridendo: "Allora eri stato sviato da azioni diaboliche. Ora che hai ottenuto il giusto frutto, avrai capito che il vecchio Scimmiotto, tutto sommato, non è una cattiva persona."

Aspettò per un bel pezzo e poi incominciò ad agitarsi: "Vi prego, andate a sollecitarla; se perdo altro tempo, temo per la vita del mio maestro."

"Non possiamo, la pusa ce l'ha formalmente proibito. Dovete aspettare che ritorni."

L'impazienza di Scimmiotto divenne incontenibile: egli balzò via e si mise alla ricerca.

Non c'è santo che possa controllare

Impazienza e capriccio nel re scimmia.

Se ne va dunque al bosco a grandi passi

E vi trova Guanyin sotto i bambù

In tenuta di casa. Non indossa

Il lungo abito azzurro, né la sciarpa

Con le decorazioni sulla spalla.

Non si è lavata il viso; i suoi capelli

Pendono sfatti da tutte le parti;

Porta una camicetta un po' sgualcita

E una gonna qualsiasi. Piedi nudi

E braccia nude, fa la giardiniera

E raschia delle strisce di bambù,

Tenendo gli occhi fissi al suo lavoro.

Quando la vide, Scimmiotto gridò gioviale: "Ehi, pusa, i miei rispetti!"

"Tu aspetta fuori, brutto impiccione."

"Ma pusa" insisté Scimmiotto prosternandosi, "il mio maestro è nei guai. Avrei bisogno di informazioni sulla creatura malefica del Fiume Comunicante con il Cielo."

"Esci di qui e aspettami fuori."

Scimmiotto non osò insistere; dovette uscire dal boschetto e ritornare dagli dèi: "Mi sembra che oggi la pusa sia tutta presa dalle faccende di casa. Perché non si è vestita e seduta come al solito sul trono di loto, invece di starsene nel bosco a tagliare strisce di canna, ringhiando ai visitatori?"

"Chissà. In effetti stamane è uscita presto dalla grotta e ha persino trascurato la toilette. Poiché ci ha parlato subito della vostra visita, crediamo che il motivo sia legato ai vostri affari."

Non c'era altro da fare che aspettare.

Dopo un po', spuntò dal bosco Guanyin reggendo un paniere di strisce di bambù: "Su, Consapevole del Vuoto, andiamo a togliere dai guai questo benedetto monaco."

"Non vorrei aver esagerato nel sollecitarvi" replicò il Novizio inginocchiandosi. "Sarà meglio che prima facciate la vostra toilette."

"Ma no, non stiamo a perdere tempo."

Piantò in asso la compagnia e montò su una nuvola; Scimmiotto non poteva che seguirla.

Giunsero in breve in riva al fiume. Quando li videro arrivare Porcellino e Sabbioso commentavano: "Figuriamoci che casino deve aver fatto quella scimmia nei mari del Sud, per costringere la pusa a venir qui in camicia e senza darsi il rossetto."

Guanyin sorvolò il fiume a mezza altezza su una nuvoletta iridata, snodò una fascia di seta che portava alla vita, vi legò il paniere, lo gettò nell'acqua e lo trascinò controcorrente ripetendo per sette volte: "Morto, parti; vivo, resta. Morto, parti; vivo, resta."

Poi tirò su il paniere, e vi si vide dibattersi un pesce rosso con le branchie palpitanti.

"Consapevole del Vuoto, va giù a liberare il tuo maestro."

"Ma prima bisognerà catturare il mostro."

"Il mostro? Eccolo qua."

"Ma come, era soltanto quel pesce rosso?" chiedevano stupiti Porcellino e Sabbioso.

"Certo. Si tratta di un pesce cresciuto nella mia vasca dei fior di loto. Galleggiava sempre al pelo dell'acqua per ascoltare i sutra e imparare; in questo modo ha acquisito i suoi poteri. La mazza di bronzo a nove petali non è che un bocciolo di loto di cui si è fatto un'arma prima che si dischiudesse. Un bel giorno dev'essere fuggito e sarà arrivato qui sfruttando la marea. Stamane, mentre contemplavo i fiori, mi sono resa conto che quel bastardo non veniva a presentarmi i suoi omaggi; allora ho calcolato sulle dita e sulle linee della mano che doveva essere qui, trasformato in essere malefico, e che aveva cattive intenzioni verso il vostro maestro. Perciò non ho perso tempo a imbellettarmi e ho costruito questa nassa di bambù per catturarlo."

"Visto che siete qui" suggerì Scimmiotto, "restate ancora un momento: vorrei chiamare i fedeli del villaggio dei Chen perché vedano con i loro occhi il volto dorato della pusa. Per loro sarà un ricordo indimenticabile; e poi il racconto di come avete castigato l'essere malefico che li tormentava sarà il migliore incitamento perché questa brava gente vi offra il suo culto con cuore sincero."

"Va bene; chiamateli pure."

Porcellino e Sabbioso corsero subito per le strade del villaggio gridando: "Venite, venite tutti a vedere la pusa Guanyin in carne e ossa!"

Uomini, donne, bimbi e vegliardi, tutto il paese corse al fiume, e tutti si inginocchiarono e si prosternarono senza badare al fango. Nella folla c'era anche un bravo pittore, che immortalò per i posteri l'immagine di Guanyin spettinata e con il paniere del pesce.

Poi la pusa se ne tornò nei mari del Sud.

Porcellino e Sabbioso si immersero fino alla residenza della tartaruga alla ricerca del maestro: tutti i mostri acquatici erano morti e imputriditi. Si recarono nella corte posteriore, aprirono il cofano di pietra, si caricarono del monaco cinese e lo portarono su in mezzo alla folla. I fratelli Chen si prosternarono davanti a Tripitaka e rinnovarono i ringraziamenti, ma non si seppero trattenere dal rinfacciargli: "Vi sareste risparmiato tutte queste prove, se aveste dato retta al nostro consiglio di restare a casa nostra."

"Giusto. Ma dovete pensare" fece notare Scimmiotto "che l'anno prossimo vi sareste trovati daccapo a fare sacrifici umani; invece in questo modo il flagello del grande re è stato estirpato. Caro vecchio signor Chen, dobbiamo ricorrere ancora una volta ai vostri servigi: ci dovreste procurare una barca per attraversare il fiume."

"Ma certo, provvediamo subito" assicurò Chen Qing. E mandò a comprare le assi per costruire la barca. Tutti i paesani vollero contribuire: "Io pagherò l'albero" diceva uno; "procurerò i remi" diceva un altro; "e io il cordame" un terzo; e un quarto: "assumerò i barcaioli."

Ma a un tratto si udì dal fiume una voce possente, che zittì le grida e le esclamazioni sulla riva: "Grande santo, è inutile che facciate costruire una barca a spese di quella gente; provvederò io a traghettarvi."

A tutti venne il batticuore: i meno coraggiosi si rifugiavano in casa, i più audaci tremavano, ma restavano per vedere che cosa sarebbe accaduto. Ed ecco accostarsi alla riva una strana creatura. Che aspetto aveva?

La divina creatura ha testa quadra;

Immortale delle acque, gran prudente,

Può trascinar la coda per mille anni.

Si nasconde sul fondo e non si muove.

Talvolta nuota, sale sulla spiaggia

E dorme sotto il sole. Levigata

Dagli anni, è la rugosa tartaruga;

Conosce l'arte di allungar la vita.

"Non perdete tempo a costruire una barca" ripeté la tartaruga. "Penserò io a traghettare maestro e discepoli."

"Un momento, infame creatura!" esclamò Scimmiotto brandendo il randello. "Se esci dall'acqua sei morta."

"Perché ve la prendete con me mentre sto offrendo di traghettarvi, con le migliori intenzioni del mondo e per ringraziarvi dei benefici ricevuti?"

"E quali benefici avresti ricevuto?"

"Dunque non sapevate che la Residenza della Tartaruga Acquatica, in fondo al fiume, era la mia casa avita? Il nome gliel'avevo dato io, e l'avevo restaurata e rinnovata quando avevo raggiunto l'illuminazione della mia natura fondamentale e avevo acquistato il soffio trascendente. Ma nove anni fa quel mostro perverso, col favore della marea, venne qui ad attaccarmi con violenza inaudita. Mi uccise una quantità di figli e di parenti: non fui in grado di resistere e dovetti abbandonare la casa, in cui si installò lui. È proprio grazie al vostro intervento, anche se non lo sapevate e pensavate a tutt'altro, che ho potuto ricuperare la mia casa: finalmente ho smesso di vivere rintanata nel fango con i pochi familiari che mi sono rimasti. La nostra gratitudine è più profonda del mare, più alta della montagna. Del resto anche i paesani, qui, si sono liberati da un pesante balzello, i loro bambini ormai non corrono più pericoli. È quello che si dice: tirare un sasso e rompere due teste. Come potrei sottrarmi dal testimoniare la mia gratitudine?"

"Dici sul serio?" chiese Scimmiotto, riponendo il randello e dissimulando il piacere che questa dichiarazione gli faceva.

"Come oserei mentire alla vostra eminente santità, cui devo tanto?"

"Se è vero, giuralo."

"Che il mio corpo si sciolga in acqua, se non traghetterò fedelmente il monaco cinese."

"Va bene; vieni qui" gli disse Scimmiotto sorridendo.

La tartaruga si arrampicò sulla riva. La folla poté constatare che aveva un enorme carapace bianco della circonferenza di quattro tese.

"Maestro" propose Scimmiotto, "montiamole dunque in groppa e traghettiamo."

"Discepolo" obiettò Tripitaka, "ricordi come si scivolava sul ghiaccio, benché fosse tanto spesso? Temo che nemmeno questo carapace sia tanto sicuro."

"Non temete" intervenne la tartaruga. "La sicurezza che vi offro è molto maggiore di quella della più spessa coltre di ghiaccio. In questo caso ci sono sotto io, e so che il minimo beccheggio potrebbe essere pericoloso."

"Via, maestro!" insisté Scimmiotto. "Bestia che parla umano, non sa mentire. Fratelli, portate qui il cavallo."

Mentre i paesani si inginocchiavano, Scimmiotto ordinò ai condiscepoli di far montare il cavallo sopra la tartaruga e collocò Tripitaka a sinistra, Sabbioso a destra e Porcellino dietro; lui stesso si mise ritto a prua. Per escludere a ogni buon conto che la tartaruga facesse impertinenze, si tolse la cintura di nerbo di tigre e ne fece delle redini; stava dunque con un piede sul carapace e uno sulla testa, sbarra in una mano e redini nell'altra. Poi gridò alla tartaruga: "Avanti piano! Se provi ad agitarti, ti do un botto in testa."

"Me ne guarderò bene" rispose la tartaruga.

La bestia stese le zampe e avanzò nell'acqua con maggiore agio che sulla terra. La folla sulla spiaggia bruciava incenso e si prosternava, ripetendo: "Namo Amitâbha Buddha!" È il caso di dirlo:

Appare l'avatara di un arhat,

È proprio un vivo pusa avanti agli occhi.

La folla rimase lì e continuò a pregare finché non scomparvero dalla vista.

I pellegrini compirono la traversata di ottocento li in meno di una giornata, e sbarcarono sulla riva occidentale senza bagnarsi né piedi né mani.

"Cara tartaruga, quanta pena vi siete data!" disse Tripitaka giungendo le mani quando furono a terra. "Al momento non ho nulla da darvi; ma aspettateci al ritorno."

"Lasciate stare. C'è una cosa a cui terrei molto. Ho sentito dire che il Buddha del Paradiso dell'Ovest ha superato la vita e la morte, e che conosce il passato e l'avvenire. Io qui mi sto coltivando da più di mille anni: ma per quanto allunghi la mia vita e alleggerisca il mio corpo, non riesco a perdere questo carapace. Dovreste chiedere al Buddha quando me ne potrò sbarazzare e ottenere un corpo umano."

"D'accordo, gli porrò la domanda" promise Tripitaka. E la tartaruga ritornò in acqua e se ne andò.

Scimmiotto aiutò il monaco cinese a rimontare a cavallo, Porcellino prese i bagagli e Sabbioso li seguì. I pellegrini ripresero di buon passo la strada dell'Ovest.

Fu così che

Per ordine imperiale il santo monaco,

Sfidando mille prove sul cammino,

Senza temer la morte, a cuor sincero,

Varcò il fiume su quella tartaruga.

Se a questo punto volete sapere quante tappe gli restavano da percorrere, e quali vicende liete e tristi gli toccarono, vi converrà ascoltare il seguito.