Avrete constatato che il Grande Santo Uguale al Cielo, in fondo, era davvero un macaco perverso, ignorante tanto di gerarchie e titoli mandarinali quanto di stipendi. Si era accontentato di farsi scrivere nel registro. Era accudito da mane a sera dal personale dei due servizi della sua residenza, e non si occupava d'altro che di mangiare tre volte al giorno e di dormire nel suo comodo letto. Senza impegni com'era, passava il tempo incontrando amici, passeggiando e facendo nuove conoscenze. Se incontrava uno dei tre Puri, lo chiamava venerabile; i quattro imperatori erano vostre maestà; tutti gli altri - le ventotto case, i quattro grandi re celesti, le dodici ore, i cinque vecchi dei cinque elementi, gli dèi delle varie stelle e della Via Lattea - erano semplicemente fratelli. Le sue passeggiate si dirigevano qualche volta a ovest, qualche volta a est, come una nuvola errabonda.
Un giorno, a un'udienza del mattino dell'Imperatore di Giada, l'uomo vero Xu Jingyang fece un passo avanti, si prosternò e disse:
"Ora abbiamo fra noi questo Grande Santo Uguale al Cielo, che non fa altro che passeggiare e scambiar visite con gli dèi delle stelle e delle costellazioni. È portato a trattare tutti su un piede di parità, senza riguardo alle gerarchie, come se tutti fossero suoi pari. Temo che dal suo ozio nasca qualche incidente. Non sarebbe opportuno dargli un'occupazione, per prevenire altre noie?"
L'Imperatore di Giada lo fece immediatamente convocare. Scimmiotto arrivò tutto pimpante e chiese: "Vostra Maestà ha da darmi qualche promozione? Dite, dite!"
"Vedo che non hai niente da fare e, per non lasciarti nell'ozio, voglio assegnarti delle responsabilità. Per il momento ti occuperai del Frutteto delle Pesche di Immortalità. Abbine cura!"
Il grande santo se ne rallegrò, ringraziò e si ritirò con un inchino.
Non stava in sé dalla voglia di ispezionare il posto, e ci entrò subito. Il dio locale del frutteto, il tudi, lo fermò e gli chiese: "Dove va vostra santità?"
"L'Imperatore di Giada mi ha incaricato di occuparmi del frutteto. Sono venuto a fare un'ispezione."
Il tudi gli rese omaggio e si precipitò a convocare i giardinieri che stavano zappando, annaffiando, potando e rastrellando. Vennero tutti a prosternarsi davanti al grande santo, poi il tudi lo guidò all'interno. Ecco che cosa si vedeva:
L'albero splende coperto di fiori,
Ritto e superbo ogni tronco, ogni ramo.
Ripiega il forte ramo sotto i frutti;
Come grandi ornamenti i frutti pendono,
Fiori come belletto su begli occhi.
Dal fiore al frutto occorrono mille anni,
Ed il frutto matura in diecimila!
Pesche mature hanno le guance rosse
Come fanciulle che han bevuto troppo.
Le acerbe vellutate e verdoline,
Smorte in ombra, ma belle sotto il sole.
Crescon sotto le piante erbe immortali,
Petali eternamente colorati.
Padiglioni leggiadri, torri snelle
S'alzan fino alle nubi. Quel frutteto
Non è cosa volgare, ma appartiene
Dello Stagno di Diaspro alla Regina.
Scimmiotto prese gusto a contemplare a lungo le meraviglie del frutteto. Poi si rivolse al dio locale: "Quante piante ci sono qui?"
"In tutto tremilaseicento. Milleduecento sul davanti, a fiori piccoli e frutti che maturano in tremila anni, ora sono un po' acerbi; mangiarli dà l'immortalità e la comprensione del Tao, senza contare la buona salute e il corpo agile. I milleduecento alberi del settore di mezzo, con i fiori grandi a cascata, dànno pesche particolarmente zuccherine che maturano in seimila anni; basta mangiarne una per avere la giovinezza garantita a tempo indefinito e volare come una nuvola. Dietro si trovano altri milleduecento alberi con i frutti venati di porpora e la polpa tenera e gialla; maturano in novemila anni e rendono longevi come il cielo e la terra, o come il sole e la luna."
Il grande santo ascoltava con piacere, e non se ne andò prima di avere visitato tutto minuziosamente, compresi padiglioni e gazebo. In seguito ritornò ogni tre o quattro giorni a godersi le amenità del frutteto, e diradò visite e passeggiate altrove.
Un giorno, a vedere quelle belle pesche ben mature sui rami degli alberi più vecchi, gli venne una gran voglia di assaggiarle. Ma come fare, con quel dio locale, i giardinieri e il personale della residenza, che gli stavano sempre alle costole? Gli venne in mente uno stratagemma: "Vorrei schiacciare un sonnellino in questo gazebo; aspettatemi fuori."
Quando gli immortali si furono allontanati, Scimmiotto si levò veste e berretto, s'arrampicò sull'albero più grande e si mise a scegliere le pesche più mature. Ne colse parecchie e ne fece l'uso che andava fatto, seduto comodamente su un ramo. Quando ne ebbe abbastanza, saltò giù, si rivestì in fretta, richiamò il suo seguito e rientrò dignitosamente alla residenza. Le pesche gli erano molto piaciute; perciò nei giorni seguenti ripeté il giochetto più volte.
Una bella mattina la regina madre fece spalancare tutti i suoi preziosi padiglioni, per preparare la Festa delle Pesche sullo Stagno di Diaspro, che comportava un grande banchetto. Essa inviò le proprie figlie a cogliere le pesche, che erano la grande attrazione della festa e le davano il nome. Vennero al frutteto con i loro panieri: la signorina immortale in rosso, e quelle in blu, in bianco, in nero, in malva, in giallo e in verde. Giunte all'ingresso, le sette ragazze videro raggruppati davanti al portale il dio locale, i giardinieri e il personale dei due servizi della residenza Uguale al Cielo. Si avvicinarono timidamente: "Abbiamo ricevuto il sovrano ordine della Regina Madre di venir qui a cogliere le pesche per il banchetto."
"Mi dispiace, stelline" replicò il dio locale. "Non è più come l'anno scorso: l'Imperatore di Giada ha nominato un direttore, il Grande Santo Uguale al Cielo, e noi dobbiamo fargli rapporto prima di autorizzare qualcuno a entrare."
"Dov'è il grande santo?"
"È in giardino, ma era stanco e si è messo a dormire in un gazebo."
"Andiamo a cercarlo, per favore, non ci fate far tardi!"
Il dio entrò con loro. Andarono al gazebo dei fiori, ma non trovarono nessuno. Però i vestiti c'erano. Che cosa poteva essergli accaduto? Cercarono da tutte le parti, ma inutilmente.
In effetti Scimmiotto, che se l'era spassata e aveva mangiato parecchie pesche, si era mutato in omuncolo alto due pollici e dormiva su un ramo, nascosto tra le foglie.
"Noi siamo venute per ordine espresso della regina" protestavano le ragazze. "Non possiamo permetterci di rientrare a mani vuote. Perché non si trova il grande santo?"
"Dal momento che le graziose immortali sono venute per augusto ordine, non c'è alcun dubbio su quanto è accaduto" suggerì uno dei funzionari che si teneva in disparte. "Il nostro grande santo ha l'abitudine di passeggiare: penso che sia uscito dal frutteto per far visita a qualche amico. Le fanciulle potrebbero fare ugualmente la loro raccolta. A lui spiegheremo la situazione quando ritornerà."
Le ragazze non se lo fecero ripetere, e si addentrarono fra gli alberi a cogliere le pesche. Riempirono due panieri nella parte anteriore e tre nella parte mediana; ma dovettero constatare che nella parte posteriore di pesche ce n'erano ben poche, e quelle poche - verdi e pelose - erano ancora immangiabili (le pesche mature le aveva mangiate Scimmiotto). Scrutando ramo per ramo, le ragazze finirono per scoprire su un ramo rivolto a sud un unico frutto abbastanza commestibile, per quanto più bianco che rosso. La ragazza in blu piegò il ramo verso il basso, quella in rosso colse il frutto, e il ramo fu rilasciato. Scimmiotto dormiva proprio lì. Risvegliato bruscamente dalle scosse, riprese la propria statura, tolse dall'orecchio la barra cerchiata d'oro, la ingrandì minacciosamente in un baleno e brontolò: "Da dove vengono queste diavolesse, per osare di rubare le mie pesche?"
"Non vi arrabbiate, grande santo!" gridarono sgomente le sette ragazze, gettandosi tutte in ginocchio. "Non siamo spiriti maligni. La regina madre ci ha mandato a cogliere le pesche per la festa che si fa quando si spalancano i padiglioni preziosi. Prima abbiamo incontrato il dio e gli altri addetti al frutteto, che vi hanno cercato inutilmente. Temevamo di non riuscire a eseguire in tempo l'ordine che avevamo ricevuto, perciò ci siamo messe al lavoro senza aspettare vostra santità. Speriamo che ci perdonerete."
A queste parole, l'irritazione di Scimmiotto svanì. Disse allegro: "Alzatevi, cocchine belle! E chi sarebbero gli invitati a questo banchetto della regina madre per l'apertura dei padiglioni preziosi?"
"All'ultima festa, secondo il protocollo tradizionale, c'erano il Buddha del Paradiso dell'Ovest, i pusa, i santi monaci, gli arhat, la Guanyin del sud, il Santo Imperatore di Eminente Compassione dell'est, i venerabili immortali dei dieci continenti e delle tre isole, lo Spirito Cupo del Nord e il grande immortale dal Corno Giallo del centro. E poi i cinque anziani dei cinque orienti, gli dèi delle cinque costellazioni, i tre puri delle otto Grotte Superiori, i quattro imperatori, gli immortali celesti del Supremo Uno, l'augusto di Giada delle otto Grotte Mediane, i nove protettori, gli dèi e gli immortali dei picchi e degli oceani, il papa delle Tenebre delle otto Grotte Inferiori e gli immortali terrestri del mondo di Sotto. In pratica le divinità, importanti o insignificanti, di ogni palazzo e di ogni sala, si erano presentate tutte alla Festa delle Pesche di Immortalità."
"Ci sarà un invito anche per me?" si informò Scimmiotto con il suo miglior sorriso.
"Veramente, il vostro nome non è stato menzionato."
"Ma io sono il Grande Santo Uguale al Cielo! Perché la riunione non dovrebbe essere onorata dalla presenza del vecchio Scimmiotto?"
"Noi conosciamo solo le regole del banchetto precedente. Non sappiamo che cosa si farà questa volta."
"Giusto, non è colpa vostra. Aspettatemi qui, belle figliole, mentre vado in cerca di notizie per sapere se sono invitato."
Fece i suoi passaggi, recitò la formula e, rivolto verso le ragazze, gridò: "Ferme! Non muovetevi!"
Aveva usato il procedimento che immobilizza le persone: le sette immortali rimasero immobili sotto i peschi, con gli occhi fissi davanti a sé, mentre il grande santo balzava su una nuvola di buon augurio e correva a tutta velocità verso lo Stagno di Diaspro. In breve era già in vista dei muri di cinta e degli edifici.
Su nel cielo radioso passano senza fine
Le nuvole dorate. Vibra nei nove cieli
Il grido delle gru. Appare un immortale
Con il viso gioviale, l'andatura un po' strana.
Alla propria cintura reca appesi registri.
Alla festa si reca. Così suona il suo nome:
Grande Immortale dai Piedi Nudi.
Avvicinandosi all'Immortale dai Piedi Nudi, Scimmiotto andava architettando uno stratagemma per levarselo di torno, affinché non lo tradisse mentre si introduceva di soppiatto alla festa. Gli chiese: "Dove andate, caro amico?"
"Vado alla lieta Festa delle Pesche di Immortalità, su gentile invito della regina madre."
"Sappiate che l'Imperatore di Giada mi ha incaricato di avvertire tutti gli invitati di passare prima dalla Sala della Penetrazione Illuminante, per addestrarsi al cerimoniale prima di unirsi al banchetto. Ha incaricato me, perché la capriola nelle nuvole mi permette di battere chiunque in velocità."
Il grande immortale gli credette sulla parola - perché era una persona generosa e senza malizia - ma si meravigliò un po': "Ci si è sempre addestrati allo Stagno di Diaspro. Perché passare prima dalla Sala della Penetrazione Illuminante?"
Comunque girò la sua nuvola nella direzione della sala. Da parte sua, Scimmiotto recitò una formula, si diede una scossa e si metamorfosò appunto in questo Immortale dai Piedi Nudi. Si affrettò quindi verso lo Stagno di Diaspro, raggiunse i padiglioni preziosi, scese dalla nuvola ed entrò circospetto. Si vedevano
Salire in spirale fragranze preziose,
Stagnare vapori di buona speranza.
Colori e profumi si alleano alla festa.
Tra fiori dorati e puri pistilli
Fenici compongono mai viste figure.
Le nuvole rosse sul gran paravento,
Sgabelli sottili dagli otto tesori,
I tavoli d'oro e seta cangiante,
Bei fiori nel verde in vasche di giada.
La tavola offriva i piatti più rari:
Di drago c'è il fegato, dell'orso la zampa,
E della fenice è offerto il midollo
Con labbro di scimmia. Sapori preziosi!
Tutto era disposto con grandissima cura, ma nessuno degli invitati era ancora arrivato. Scimmiotto non si saziava di curiosare dappertutto, quando un delizioso profumo di vino gli solleticò il naso. Girando il capo, vide nel lungo portico adiacente all'edificio, sulla destra, vari addetti alla fabbricazione e gli uomini di fatica che macinavano il malto. C'erano portatori d'acqua, addetti al fuoco, addetti a lavare le giare e strofinare i vasi, mentre il prezioso liquido si formava dalla fermentazione come un succo di giada, odoroso e torbido.
Il gran santo aveva l'acquolina in bocca, tanto che gliene sfuggiva un filo dalle labbra; ma come sbarazzarsi di tutti quegli importuni? Ricorse a uno dei suoi trucchi: si strappò alcuni peli, li masticò e li sputò intorno gridando: "Trasformatevi!" Essi si trasformarono in tante piccole mosche del sonno, che volarono tutte sul volto a quella gente. Ed ecco che le mani diventano molli, le teste si reclinano, le palpebre si abbassano irresistibilmente e gli occhi si chiudono: tutti abbandonano il loro lavoro e si addormentano. Scimmiotto si mise all'opera, abboffandosi di piatti squisiti e di rarissime vivande; poi passò nel portico, si insinuò tra giare e vasi, e si mise a bere come lo scarico di un lavandino. Quando, a tempo debito, si trovò finalmente sazio e ubriaco fradicio, cercò come poteva di raccogliere le idee: "Così non va. L'ho fatta grossa! Gli invitati arriveranno da un momento all'altro, e saranno guai: se la prenderanno con me. Se mi acchiappano, come ne uscirò? Mi conviene filarmela e tornare a dormire a casa mia."
E bravo Scimmiotto! Barcollando, zigzagando, urtando in ogni spigolo, con le sole forze che gli venivano dall'alcool ingoiato, prese subito la strada sbagliata: non verso casa sua, ma verso il Palazzo del Paradiso dei Beati. Quando se lo trovò davanti, si accorse dello sbaglio: "Il Palazzo dei Beati è sopra il trentatreesimo cielo, nel paradiso di chi ha abbandonato ogni risentimento, dove abita l'altissimo signore Laozi: come è capitato qui? Tanto meglio. Ho sempre avuto voglia di fare una visita al buon vecchietto, e questa è la prima occasione che mi capita: ne approfitterò."
Si aggiustò l'abito ed entrò senza bussare. Dentro non c'era nessuno. Laozi era impegnato nel giardino dietro casa in una predica sul Tao, in compagnia del vecchio Buddha Infiamma Lampade. La gente di casa e altri, immortali, ufficiali, garzoni, mandarini e funzionari di ogni specie, stavano tutti ritti in piedi ad ascoltare intorno al pulpito.
Esplorando la casa deserta, Scimmiotto giunse nel laboratorio in cui si preparava il cinabro: il fuoco ardeva nel forno e intorno erano disposte cinque zucche piene di cinabro d'oro già pronto.
"Questo è il tesoro supremo degli alchimisti dell'immortalità" si disse Scimmiotto, rallegrandosi. "Fin da quando ho compreso il Tao e penetrato la ragione dell'identità dell'interno e dell'esterno, volevo fabbricare anch'io cinabro d'oro per soccorrere l'umanità sofferente, ma non ho mai avuto tempo. È il destino che mi ha fatto capitare qui. Approfittiamo dell'assenza di Laozi per assaggiarne qualche pillola e sentire che sapore ha."
Rovesciò con uno scapaccione le zucche, che versarono il loro contenuto sul pavimento, e ingoiò tutto il cinabro a manciate, come se fossero noccioline.
L'elisir di cui si era ingozzato disperse subito i fumi del vino; ridivenne lucido a un tratto: "Se l'Imperatore di Giada viene a sapere che cosa ho fatto, mi procurerà tutti i guai che potrà. Gambe! È meglio che me ne torni di Sotto, nel mio piccolo regno."
Uscì di corsa dal Palazzo dei Beati e, per far perdere le tracce, fece un lungo giro e lasciò il Cielo dal portale ovest, utilizzando a ogni buon conto anche il procedimento che rende invisibili. Diresse la sua nuvola verso il Monte di Fiori e Frutti, e presto vide sventolare bandiere e stendardi, e scintillare alabarde e partigiane: i quattro comandanti e i re diavoli delle settantadue caverne guidavano le solite esercitazioni militari. Il grande santo gridò: "Figlioli, eccomi qua!"
Scimmie e mostri lasciarono cadere le armi e si prosternarono esclamando: "Vostra santità prende le cose alla leggera! Ci ha piantato in asso per un bel pezzo, senza nemmeno dar notizie."
"Non esageriamo, non è stato un tempo così lungo."
Entrarono nella grotta, che i quattro comandanti mantenevano ben pulita. Dopo saluti e prosternazioni, gli chiesero: "Quale alta posizione è poi stata accordata a vostra santità in questi centodieci anni?"
"Veramente mi pareva che non fossero trascorsi nemmeno sei mesi."
"Vostra santità dimentica sempre che un giorno in cielo è un anno in terra."
"Comunque devo dire che questa volta l'Imperatore di Giada mi ha conferito davvero il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo, e mi ha fatto costruire la residenza Uguale al Cielo. Era molto confortevole e includeva anche due servizi, quello di Pace e Tranquillità e quello di Animo Inalterabile, con i loro funzionari e impiegati. Poi, vedendomi inoperoso, mi ha affidato la sorveglianza del frutteto delle Pesche di Immortalità. Da ultimo, visto che la regina madre non mi aveva invitato alla grande Festa delle Pesche, ci sono andato per conto mio e mi sono mangiato tutti i loro piatti immortali. Venendo via ho fatto confusione e sono finito per sbaglio in casa del signore Laozi; lì ho svuotato le sue zucche. A questo punto ho preferito sloggiare, perché temo che l'Imperatore di Giada se la prenda a male."
Scimmie e mostri si rallegrarono molto e prepararono un grande banchetto di benvenuto. Presentarono a Scimmiotto una tazza di pietra colma di vino di palma, ma quando lo assaggiò fece una smorfia mostrando i denti: "È spaventoso! Che schifo!"
"Il fatto è che vostra santità si è abituato a cibi e bevande degli immortali in paradiso" gli fecero notare i comandanti Beng e Ba. "Ecco perché il vino di palma non è più di vostro gusto. Ma, come dice il proverbio, soddisfi o no le attese, è il vino del tuo paese."
"Anche voi, soddisfacciate o no le attese, siete del mio paese. Mentre trincavo stamane, allo Stagno di Diaspro, ho visto nel grande portico un bel po' di giare e bottiglie piene di quella divina ambrosia che non avete mai assaggiato. Aspettate che vado a sgraffignarne qualche bottiglia, perché possiate berne tutti un bicchiere. Vi darà lunga vita senza mai invecchiare."
Le scimmie erano entusiaste. Il grande santo uscì dunque dalla grotta e, con una capriola, ritornò alla Festa delle Pesche, utilizzando il procedimento che rende invisibili. Si intrufolò nel Palazzo dello Stagno di Diaspro e constatò che preparatori, macinatori di malto, portatori d'acqua e fuochisti continuavano a ronfare pacificamente. Afferrò due bottiglioni e se li mise sotto le ascelle, altri due nelle mani, fece dietro-front e ritornò dalle sue scimmie. Ebbero così l'occasione di celebrare una festa del vino di immortalità, in cui ciascuno vuotò diversi bicchieri. Ma lasciamoli ai loro passatempi.
Ritorniamo alle sette fanciulle immortali, paralizzate dalla magia di Scimmiotto, che riuscirono a liberarsi solo in capo all'intera giornata. Ripresero i loro panieri e ritornarono dalla regina madre. Riferirono: "Il Grande Santo Uguale al Cielo ha usato la magia per trattenerci: perciò siamo tanto in ritardo."
"Quante pesche avete colto?" chiese la regina madre.
"Due panieri di pesche piccole e tre di medie. Delle pesche grandi del settore posteriore non ne sono rimaste: deve averle rubate e mangiate il grande santo. È comparso all'improvviso proprio mentre ne cercavamo. Si è comportato da villano, ci ha minacciate, e poi ci ha chiesto chi erano gli invitati al banchetto. Quando gli abbiamo raccontato chi aveva partecipato all'ultima festa, ci ha immobilizzate e se n'è andato chissà dove. Siamo riuscite a liberarci solo adesso."
A queste parole, la regina madre corse dall'Imperatore di Giada. Mentre lo metteva al corrente dell'incidente, si presentarono i mandarini che sorvegliavano la squadra dei vinificatori. Venivano a riferire quanto segue:
"Un infame individuo ignoto si è permesso di sconvolgere i preparativi della grande Festa delle Pesche di Immortalità, rubando a man salva l'ambrosia succo di giada, che ha bevuto quasi tutta, e i cibi, che ha mangiato o guastato."
Poi fu la volta dei quattro grandi precettori celesti, che annunciarono l'arrivo del supremo patriarca del Tao. L'Imperatore di Giada e la regina madre uscirono subito per riceverlo. Dopo aver presentato i suoi rispetti, Laozi espose il motivo della visita:
"Il vostro umile vecchio prete aveva elaborato, nel suo palazzo, un po' di cinabro d'oro nove volte trasmutato, in vista della grande Festa del Cinabro Primordiale che Vostra Maestà dovrà presiedere. Ho il dolore di informare Vostra Maestà che esso è stato inopinatamente rubato."
L'Imperatore di Giada era annichilito.
Poco dopo vennero i funzionari della residenza Uguale al Cielo. Si prosternarono e, fronte a terra, annunciarono: "Il grande santo non esercita più le sue funzioni: ieri era uscito a passeggio e non lo si è più rivisto. Non sappiamo nemmeno da quale parte si sia diretto."
La perplessità dell'Imperatore di Giada raggiunse il colmo.
Infine fu la volta del Grande Immortale dai Piedi Nudi, che a sua volta si prosternò e disse: "Ieri il vostro servitore, mentre accorreva all'invito della regina madre, ha incontrato il Grande Santo Uguale al Cielo. Mi ha detto di essere stato incaricato da vostra maestà di indirizzarci alla Sala della Penetrazione Illuminante, per addestrarci nel cerimoniale prima di raggiungere la sede della festa. Ho fatto come mi aveva detto ma, giunto alla Sala, non ho visto i carri e le vetture di vostra maestà. Perciò mi sono affrettato a ritornare qui per ricevere istruzioni."
L'Imperatore di Giada era fuori di sé: "Quel pirata arriva a dare ordini falsi a mio nome e si burla dei miei saggi ministri! Che il Maestro di Perspicacia del servizio di ispezione me lo scovi!"
L'ufficiale uscì immediatamente dalla sala per ottemperare agli ordini, svolgendo una vasta inchiesta che gli permise di raccogliere tutti i particolari. Ritornò a presentare il suo rapporto: "L'autore di tutti i crimini non è altri che il Grande Santo Uguale al Cielo." E presentò una completa ricostruzione dei fatti.
Furente, l'Imperatore di Giada spedì i quattro re celesti con la missione di catturare senza fallo il pernicioso individuo e di assicurarlo alla giustizia. Essi dovevano collaborare con il re celeste Li e il principe Nata, che organizzarono una mobilitazione generale: le ventotto costellazioni, i nove luminari, le dodici ore, i rivelatori di verità dei cinque orienti, i quattro protettori del tempo, le costellazioni dell'est e dell'ovest, le divinità del nord e del sud, quelle dei cinque picchi e quattro fiumi, tutti i corpi celesti del cielo. In tutto centomila guerrieri, che dispiegarono diciotto reti celesti e disposero altrettante nasse terrestri sul mondo di Sotto, accerchiando strettamente il Monte di Fiori e Frutti.
L'immensa armata fu mobilitata seduta stante. Che spettacolo la sua partenza!
Da turbini di vento l'atmosfera è oscurata,
Una bruma giallastra si stende sulla terra.
Mille sante coorti discendono nel mondo
Per la perversa scimmia che va sfidando il cielo.
I quattro re del cielo sono l'alto comando,
Cinque rivelatori conducono i rinforzi.
Il comandante al centro è Li Porta Pagoda
Ed il feroce Nata cammina all'avanguardia.
Râhu il Divoratore in testa fa l'appello;
E Ketu, la Cometa, dietro chiude la marcia.
Galvanizza le anime la stella della notte,
Il sole risplendente fuoco e fiamma sprigiona,
Son guerrieri invincibili i cinque elementi in lotta,
I nove luminari amano la battaglia.
Le ore, poderose combattenti del cielo,
Sono schierate accanto a cinque epidemie.
Di notte e giorno marciano, schierati sei per sei;
Draghi dei quattro fiumi separan l'alto e il basso.
Ranghi serrati seguono delle ventotto case:
Jue, Kang, Di e Fang comandano,
Con Kui, Lou, Wei ed Ang.
Fan rotear le lance le schiere minacciose,
Ed eccole che sbarcan dalle nubi sulla terra
E dispongono il campo di fronte all'avversario.
Lo dicono anche i versi:
Nata dal cielo, scimmia portata ad imitare
E ladra di cinabro riposa nella grotta.
Ma per aver turbato la Festa delle Pesche
Centomila guerrieri le tendono una nassa.
Il re celeste Li impartì l'ordine di mettere il campo e di circondare il Monte di Fiori e Frutti, così stretto da non lasciar filtrare nemmeno una goccia d'acqua. Spiegate le diciotto reti celesti e le nasse terrestri, i nove feroci luminari si fecero avanti per ingaggiare battaglia. Le loro truppe avanzarono sull'ingresso del covo, dove giocava e saltava una banda di scimmie grandi e piccine.
"Mostriciattoli!" gridò con voce di tuono un ufficiale, "dov'è il vostro grande santo? Siamo dèi che hanno ricevuto dall'alto la missione di catturare il ribelle: andate immediatamente a dirgli di sottomettersi. Se osa esprimere il minimo dubbio, sarete tutti sterminati."
Spauriti, i mostriciattoli corsero dentro a riferire l'intimazione: "Disgrazia! Catastrofe! Ci sono fuori nove divinità ferocissime, mandate dal cielo a catturare vostra santità."
Il grande santo continuava a spartire l'ambrosia di immortalità, in ripetute libagioni, con i quattro comandanti e i re diavoli delle settantadue grotte. Alla notizia, prese un'aria olimpica: "Beviamo, amici, finché basta il vino; ed il resto lasciamolo al destino."
Prima che finisse la frase, arrivarono trafelate altre scimmie che strillavano: "Le nove divinità feroci ci coprono di parolacce e cercano di venire alle mani!"
Scimmiotto ci rise sopra: "Non badate a quella gente. Sol nel vino e nei versi trovi dolce riposo; seguir la fama è invece mestiere faticoso."
Nuova ondata di scimmie: "I nove dèi feroci hanno sfondato la porta e vengono avanti!"
"Che maleducati!" esclamò questa volta Scimmiotto arrabbiato. "Bisogna insegnargli le buone maniere. Io non gli ho mai rotto le tasche; perché vengono a disturbarmi a casa mia?"
Ordinò al re diavolo unicorno di schierare i settantadue capi caverna, mentre lui e i quattro comandanti si sarebbero tenuti alla retroguardia. Il re diavolo avanzò impetuoso ma, preso in un'imboscata all'altezza del ponte di liste di ferro, non riuscì nemmeno a raggiungere l'uscita.
Il grande santo si gettò in mezzo alla mischia urlando: "Fatevi da parte!" e in un attimo ingrandì la sua sbarra di ferro al diametro di una tazza e alla lunghezza di dodici piedi. Spezzò l'accerchiamento e si spinse avanti. Nessuno dei nove luminari osava affrontarlo; per il momento batterono in ritirata. Tornati all'aperto, riordinarono i ranghi e lo apostrofarono: "Miserabile equipuzio, che non sai niente della vita e della morte! Ti sei reso colpevole dei dieci misfatti più orribili: hai rubato le pesche, poi il vino, gettato nel caos la Grande Festa delle Pesche e aggravato la tua posizione con il furto dell'elisir di nostro signore Laozi. E non è tutto: ti sei portato a casa l'ambrosia, per godertela a tuo piacere. Questo è accumulare crimine su crimine, non lo sai?"
"I fatti che dite sono effettivamente avvenuti. È tutto vero. Ma voi, adesso, che cosa ci potete fare?" replicò Scimmiotto ridendo.
"Noi abbiamo ricevuto dall'Imperatore di Giada l'ordine, più prezioso dell'oro, di condurre qui le armate per catturarti. Arrenditi subito, se vuoi risparmiare la vita di queste creature. Altrimenti la montagna sarà rasa al suolo e la grotta scoperchiata."
"Che dèi compassionevoli!" disse Scimmiotto che si sentiva crescere la collera. "Su quale potenza magica potete far conto, per dire tutte queste scemenze? State lì e non scappate, che vi faccio assaggiare il mio bastone."
I nove si lanciarono avanti tutti insieme, ma il Bel Re Scimmia, imperturbabile, si mise a roteare il randello dagli anelli d'oro, coprendosi a destra, parando a sinistra, così a lungo e così bene che alla fine i nove luminari ne furono spossati. L'uno dopo l'altro trovarono scampo nella fuga, trascinandosi dietro le armi che non riuscivano più a brandire. Si precipitarono nella tenda del capo del corpo d'armata centrale, per riferire al re Porta Pagoda: "L'intrepidità del re scimmia è incredibile. Non siamo riusciti a tenergli testa, ci ha battuto."
Li Porta Pagoda ordinò ai quattro comandanti e alle ventotto case di congiungere le forze e dar battaglia.
Senza perdere il sangue freddo, Scimmiotto fece schierare in ordine di battaglia davanti alla grotta il re diavolo unicorno, i re delle settantadue caverne e i suoi quattro comandanti. Che mischia spaventosa! Guardate un po':
Soffia il vento su questa strana bruma.
Sventolan gli stendardi colorati,
Brillano minacciose le alabarde,
Brulican elmi, dilagan corazze.
Raggi di sole sopra gli elmi incidono
Come colpissero pietre sonore.
Le corazze d'argento al sole brillano
Come un fiume di ghiaccio. Larghe sciabole
Come lampi nel cielo. Lance pallide
Perforano le nuvole. Foreste
Di alabarde e rotondi mazzafrusti
Come frutti chiodati. Spade e vanghe
Coi loro ferri fanno sbarramento.
Le frecce di archi curvi e di balestre
Uccidono e feriscon torno torno.
Il grande santo rotea la sua sbarra.
E fu tanto feroce questa lotta
Che gli uccelli scomparvero, ed i lupi
E le tigri si corsero a nascondere.
Da sabbia e pietre fu oscurato il mondo,
Botti da far tremare l'universo!
La battaglia, iniziata all'alba, continuò con mischie confuse finché il sole scomparve dietro le colline dell'ovest. Il diavolo unicorno e quelli delle settantadue caverne furono tutti catturati dagli dèi; riuscirono a scappare solo i quattro comandanti e la loro armata di scimmie, che si rifugiarono in fondo alla Grotta del Sipario Torrenziale. Ma il grande santo continuava a tener testa, da solo, alle quattro grandi divinità guardiane del Cielo, a Li Porta Pagoda e al principe Nata. Combattevano per aria da un bel pezzo, quando Scimmiotto, constatando che il cielo scuriva, si strappò un pelo, lo masticò, lo sputò intorno e gridò: "Trasformatevi!"
Allora centinaia e migliaia di grandi santi, tutti armati di randelli dagli anelli d'oro, respinsero il principe Nata e misero in rotta i cinque re celesti.
Scimmiotto, vittorioso, ricuperò il suo pelo e fece dietro-front per mettersi al riparo nella grotta. Al ponte delle liste di ferro gli si fecero incontro i quattro comandanti e le loro truppe. Si prosternarono ed emisero prima tre grandi gemiti, poi scoppiarono a ridere tre volte.
"Che cosa vi succede?" chiese Scimmiotto. "Perché, quando mi avete visto, vi siete messi prima a piangere e poi a ridere?"
"Nei combattimenti di stamane sono stati catturati il re diavolo unicorno e tutti quelli delle settantadue caverne" spiegarono i quattro comandanti. "Solo noi siamo riusciti a sfuggire: non è il caso di piangere? Ma non è anche il caso di manifestare gioia, vedendo che vostra maestà è ritornata vittoriosa e indenne?"
"Vittorie e sconfitte sono la sorte del soldato" rispose Scimmiotto. "Come dicevano gli antichi, per diecimila dei loro, tremila dei nostri. E poi i capi catturati sono tigri, leopardi, lupi, tassi, daini, volpi. Della nostra razza non c'è nemmeno un ferito. Comunque, ora non c'è tempo di disperarsi. Li ho respinti con la magia che moltiplica i corpi, ma il loro campo resta dov'era, ai piedi della montagna. Dobbiamo montare una guardia attentissima, mangiare a sazietà e dormir bene per ricuperare tutte le energie. All'alba vedrete che begli scherzetti farò, per impadronirmi di questi generali celesti e per vendicarvi."
I quattro comandanti e la truppa delle scimmie si sentirono rassicurati e vuotarono qualche tazza di vino di palma prima di coricarsi. Lasciamoli dormire.
Quando i grandi re celesti, alla fine del combattimento, ebbero riordinato le truppe, ciascuno fece rapporto sui propri successi: gli uni avevano catturato tigri e leopardi, gli altri leoni ed elefanti, oppure lupi e volpi; ma fra i prigionieri non c'era una sola scimmia. Il campo fu spostato in luogo più forte e protetto con alte palizzate. Gli ufficiali che avevano riportato successi furono ricompensati; si ordinò ai soldati che vigilavano sulle reti celesti e le nasse terrestri di mantenere lo stretto accerchiamento della montagna, agitando campanelli e gridandosi parole d'ordine; non restava che attendere la grande battaglia dell'indomani. Ciascuno eseguiva con diligenza la consegna ricevuta.
Insomma:
La scimmia perversa turbò cielo e terra,
Ma ormai giorno e notte la rete la serra.
Se poi non sapete come si sistemarono le cose il giorno dopo, venite ad ascoltare il seguito, che lo racconterà.