Dice il poema:
Spazzalo, il pavimento del tuo cuore,
Spolvera le affezioni; non accogliere
In un sudicio ambiente Vairocana.
Una purezza costante dell'essere
A conoscenza primaria conduce.
Smoccola la candela della vita,
Esercita il respiro con giudizio,
Cavallo e scimmia tieni controllati:
Solo un lavoro quieto giorno e notte
Infine ti conduce alla tua meta.
Questo poema, che si canta sull'aria del Ramo del Sud, spiega come il monaco cinese poté sfuggire all'insidia nascosta nel fiume e raggiungere l'altra riva trasportato da una tartaruga bianca.
I quattro pellegrini che si affrettavano verso ovest marciavano ormai in un severo paesaggio invernale. Si vedevano
Il bosco illuminarsi di una bruma leggera,
Oltre l'acque levarsi chiare forme di monti.
Di nuovo il cammino fu reso aspro da una montagna: la strada si faceva sempre più ripida e rocciosa, faticosa per gli uomini come per le bestie.
"Discepoli miei!" gridò Tripitaka tirando le redini.
Scimmiotto si volse e chiese: "Che cosa vi serve, maestro?"
"Ecco la montagna. Lupi, tigri o mostri ci potrebbero attaccare: fate attenzione."
"Non temete, maestro. Siamo uniti tutti e tre nel pensiero e nell'impegno della nostra cerca. Tigri e lupi, o mostri che siano, non sono temibili, perché disponiamo del potere di sottometterli."
Tripitaka, più o meno tranquillizzato, continuò il cammino. All'imbocco della valle spinse il suo cavallo su per il pendio: che montagna!
Uno strapiombo da dar le vertigini,
Creste come tagliate col coltello
Bucan le nubi e nascondon l'azzurro.
Quegli ammassi di rocce sembran tigri
Acquattate, e gli abeti come draghi.
Cantano uccelli sui rami del prugno
Profumato; ai suoi piedi rumoreggia
L'acqua gelata del torrente. Il picco
Si copre di una nube minacciosa.
Turbina neve, il vento morde; tigri
Affamate ruggiscono. Dei corvi
Volano neri; il cervo va cercando
Un riparo. Infelice il viaggiatore
Avanza con gran pena; copre il capo,
Aggrotta i sopraccigli e abbuia il volto.
I quattro pellegrini stavano superando questo pericoloso passo e sfidavano il freddo e la neve, quando videro da lontano edifici, terrazze e alte torri di linee pure ed eleganti: un sontuoso ritiro fra le montagne.
"Discepoli!" gridò lieto il monaco cinese. "Che fortuna trovare edifici fra queste montagne, dopo una giornata di freddo e di fame! Sarà un villaggio, oppure un monastero o un romitaggio. Chiederemo l'elemosina di un pasto e ripartiremo dopo aver mangiato."
Scimmiotto osservò accuratamente aguzzando gli occhi: ristagnava in cielo un vapore maligno, che formava una piccola nube scura. Si volse a Tripitaka: "Maestro, questo è un brutto posto."
"Non mi pare. Guarda che belle torri e padiglioni!"
"Voi che ne sapete, maestro?" replicò ridendo Scimmiotto. "Sulla strada dell'Ovest ci sono tanti mostri, diavoli e lamie espertissimi nel far comparire edifici illusori. Può capitare che le torri più belle e i più ameni padiglioni sorgano solo per ingannare la gente. Per esempio, una delle nove specie di figli che i draghi possono generare, il bivalve gigante shen, sa emettere vapori che prendono forma di un intero castello, con parco e stagno. Producono questi miraggi in riva ai grandi fiumi, quando l'aria è brumosa. Tutti gli uccelli di passaggio che si posano sugli alberi di quel parco sono inghiottiti dallo shen, anche se fossero uno stormo di migliaia o di diecine di migliaia. I miraggi sono cose pericolose: bisogna tenersi alla larga."
"Stiamo dunque alla larga. La mia fame, però, non è illusoria" si lagnò Tripitaka.
"Allora smontate da cavallo e sedetevi in questa radura. Andrò a mendicare cibo per voi; aspettatemi" propose Scimmiotto.
Tripitaka scese da cavallo e Sabbioso posò i bagagli, aprì un sacco e ne tolse la ciotola per le elemosine, che tese al Novizio. Questi insisté: "Mi raccomando, saggio fratello, non vi muovete da qui. Assicurati che il maestro non si muova, mentre vado a mendicare. Vi muoverete solo quando sarò tornato."
Sabbioso confermò, ma Scimmiotto si rivolse anche a Tripitaka: "State fermo, maestro, questo posto non promette niente di buono. Statevene lì, mentre io chiedo l'elemosina."
"Ho capito, non insistere. Piuttosto cerca di sbrigarti."
Scimmiotto fece per allontanarsi, ma ritornò indietro: "Maestro, so che siete impaziente e non vi piace restare seduto a lungo. Permettetemi di usare questa misura di sicurezza: lo faccio per voi."
Tracciò con la sua sbarra un cerchio al suolo; invitò il monaco a mettersi al centro e Porcellino e Sabbioso ai lati, con il cavallo e i bagagli a portata di mano. Poi si rivolse a Tripitaka giungendo le mani: "Vedete, questo cerchio è più sicuro di una parete di bronzo o d'acciaio. Nessuno oserà accostarsi: né lupi, né tigri, né mostri, né lamie. Ma non ne dovete uscire. Finché sarete lì dentro vi posso garantire che non vi accadrà nulla, ma guai se mettete il naso fuori. Vi scongiuro, non dimenticatelo!"
Maestro e discepoli presero solennemente la posa di un gruppo scultoreo, mentre Scimmiotto balzava su una nuvola e partiva in cerca di un villaggio. Viaggiò verso sud finché vide vecchi alberi tanto alti da toccare il cielo, che annunciavano la prossimità di un casale. Scese e vide
Dei salici curvati dalla neve,
La peschiera ghiacciata, dei bambù
Che ondeggiavano al vento, alteri pini
Verde cupo. Capanne con i tetti
Imbiancati di neve, un ponticello
Infarinato. L'aia è circondata
Da fiori di narciso. Stalattiti
Di ghiaccio pendon giù dalle tettoie.
Il vento soffia disperdendo i fiori
Profumati del prugno nella neve.
Scimmiotto se ne veniva pian piano contemplando il paesaggio, quando udì cigolare un cancelletto: ne usciva appoggiandosi al bastone un vecchio con il berretto di pecora, che indossava una veste sdrucita e calzava sandali di paglia.
"Il vento soffia da nord ovest: domani farà bel tempo" disse guardando il cielo. Alle sue spalle sbucò fuori un cagnolino tibetano(43) che si sentì in dovere di abbaiare furiosamente a Scimmiotto. Il vecchio si accorse solo allora della sua presenza e della sua ciotola.
"Caro donatore, siamo monaci dell'Est incaricati di una missione imperiale di ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Poiché la nostra via passa per questa nobile contrada e il mio maestro è affamato, mi sono permesso di accostarmi alla vostra rispettabile residenza per sollecitare l'elemosina di un po' di cibo di magro."
"Reverendo" rispose il vecchio scuotendo il capo e battendo a terra il suo bastone, "siete fuori strada."
"Niente affatto."
"La strada dell'Ovest passa a mille li da questo posto, verso nord. Che cosa aspettate a raggiungerla?"
"Certo che si trova a nord" rispose Scimmiotto ridendo. "Infatti il mio maestro si è seduto là ad aspettare che gli porti qualcosa da mangiare."
"Che frottole racconta questo bonzo! Se il tuo maestro ti aspetta a mille li, lo avrai lasciato sei o sette giorni fa, sempre che tu sia un buon camminatore; e per ritornare da lui ti occorre altrettanto. Non credi che nel frattempo sarà morto di fame?"
"Devo dire, caro donatore" replicò Scimmiotto ridendo, "che l'ho lasciato un momento fa, e sono arrivato qui in un tempo più corto di quello che occorre a bere una tazza di tè. E adesso fatemi l'elemosina: tornerò da lui in un tempo altrettanto breve."
A questa risposta il vecchio si impaurì e pensò: "Questo bonzo non può essere che un fantasma." Perciò gli voltò la schiena e fece per correre a chiudersi in casa; ma Scimmiotto lo acchiappò per il colletto: "Dove andate, caro donatore? Se avete in casa qualcosa di commestibile, sbrigatevi a darmi la mia parte."
"Andate via, cercate qualcun altro."
"Càpita certe volte che il donatore non capisca la situazione. L'avete detto voi che mi trovo a mille li dalla mia strada. Che cosa dovrei fare: cercare un'altra casa e aggiungere altri mille li? Allora sì che il mio maestro morirebbe di fame."
"Dico la verità: in casa siamo sei o sette persone e abbiamo potuto mettere al fuoco non più di tre litri di riso, che fra l'altro non è ancora cotto. Al momento non ho niente da darvi; forse un'altra volta."
"Dicevano gli antichi: meglio trovare una casa che cercarne tre. Non me ne vado."
Constatando che non c'era verso di sbarazzarsi di lui, il vecchio perse la pazienza e incominciò a batterlo con il bastone. Scimmiotto si lasciava picchiare sulla testa senza nemmeno schivare i colpi, come se il vecchio non facesse che grattarlo dove gli prudeva.
"Che zucca dura!" brontolava il vecchio.
"Fate come vi pare, vecchio mio" rispose Scimmiotto; "ma non perdete il conto: per ogni botta che mi date, mi dovete un litro di riso."
Il vecchio lasciò subito cadere il bastone e corse a chiudersi in casa urlando: "Il diavolo! Il diavolo!" Si sentì un gran trambusto là dentro; barricavano le porte e le finestre.
A vedersi chiudere la porta in faccia, Scimmiotto pensava: "Quel vecchio brigante diceva che hanno messo la pentola al fuoco, ma mi chiedo se sarà vero. Come dice l'adagio: Il taoista elemosina dal saggio, il buddista dallo stolto. Entriamo a controllare."
Si rese invisibile e si intrufolò in cucina, dove in effetti vide una pentola piena a metà di riso che bolliva sul focolare. Vi tuffò la sua ciotola, la riempì per bene e se ne tornò sulle nuvole.
Nel frattempo Tripitaka era stato per un po' dentro il cerchio ad aspettare Scimmiotto che non tornava. Scrutava l'orizzonte con aria sconsolata e borbottava: "Dove si sarà mai ficcata a mendicare quella benedetta scimmia?"
"Figuriamoci se sarà andato a mendicare!" sogghignava Porcellino. "Quello va a passeggio per divertirsi e lascia noi prigionieri nel pollaio."
"Perché prigionieri nel pollaio?"
"Lo sapete, no?, che gli antichi per fare un pollaio tracciavano una riga per terra. E ha avuto il coraggio di dirci che è la migliore protezione contro lupi, tigri eccetera: se ne capitassero davvero, ci troverebbero serviti sul vassoio."
"E allora, Consapevole delle Proprie Capacità, che cosa proponi di fare?"
"Qui siamo esposti al vento e al freddo. Io dico che ci conviene continuare per la nostra strada. Quando il condiscepolo ritornerà, farà presto a raggiungerci; e speriamo che ci porti qualcosa da mangiare. A stare qui fermi ci guadagniamo solo di congelarci i piedi."
In quel momento Tripitaka doveva trovarsi sotto una cattiva stella, perché gli diede retta. Uscirono dal cerchio e ripresero il cammino. In breve giunsero ai begli edifici che avevano visti di lontano. L'ingresso era protetto da due muri convergenti, imbiancati a calce. La torre del portale aveva pianta rettangolare, era adorna di fiori di loto rovesciati e dipinta dei cinque colori. I battenti erano socchiusi. Porcellino legò il cavallo al tamburo di pietra accanto all'ingresso, Sabbioso posò il suo carico e Tripitaka si sedette nel vano della porta, al riparo dal vento.
"È certo la residenza di una persona importante, un nobile o un ministro" disse Porcellino. "Qui fuori non c'è nessuno: saranno tutti dentro a scaldarsi al fuoco, con il freddo che fa. Aspettate che vado a vedere."
"Abbi modo, non ti buttare sulla gente."
"Maestro!" rispose il bestione. "Da quando mi sono convertito ho imparato anch'io le buone maniere; non sono più un contadinotto che viene dal porcile."
Quel balordo si infilò il rastrello nella cintola, aggiustò la sua tonaca nera e andò avanti dandosi un'aria molto signorile. Si trovò in una grande sala a tre navate, dove le stuoie delle finestre erano tutte sollevate. Vi regnava il silenzio. Non v'era traccia di arredi, come tavoli, poltrone o vasellame. Aggirò il paravento che proteggeva la porta verso l'interno e proseguì la sua esplorazione. Si attraversava una galleria e si vedeva un grande padiglione: le finestre semiaperte del primo piano lasciavano scorgere all'interno grandi cortine di mussola gialla.
"Saranno ancora a letto, per paura del freddo" si disse il bestione. Salì dunque le scale a gran passi, ignorando la buona regola che vieta di passare senza invito dall'area di ricevimento all'area privata della casa. Alzò disinvoltamente le cortine, ma fu colto di sorpresa: su un grande letto d'avorio giaceva un gigantesco scheletro candido, il cranio grande come un moggio, tibie e femori lunghi quattro o cinque piedi.
A Porcellino girò la testa, gli caddero lacrime dagli occhi. Lasciò ricadere la cortina scuotendo il capo, e si chiese: "Chi sarà stato?
Maresciallo di quale dinastia?
Gran capitano di quale paese?
Di vittoria in vittoria tu volavi,
Ora ti sei ridotto a bianche ossa.
Né donna né bambino ti accudiscono,
I soldati non ti offrono l'incenso.
La potenza che in vita perseguivi
Ha questa conclusione desolata."
Giunse agli occhi lacrimosi di Porcellino un riflesso di fiamma dietro i tendaggi. "Si direbbe che qualcuno stia bruciando incenso." Andò a vedere, ma si rese conto che era soltanto la luce del giorno filtrata dai vetri colorati di una finestra. Ai suoi piedi c'era un tavolino laccato su cui erano posate tre giubbe di broccato foderate di seta.
Senza il minimo scrupolo se ne impadronì, ridiscese le scale e ritornò all'ingresso.
"Maestro" disse a Tripitaka, "là dentro non c'è segno di vita: è la casa delle anime morte. Sono entrato in un padiglione e non ho visto altro che uno scheletro dietro certe cortine di mussola gialla. Di passata mi son preso queste tre belle giubbe foderate. È un vero colpo di fortuna, ci proteggeranno dal freddo. Levatevi la tonaca e infilate questa, che è molto più calda: approfittatene."
"Ma non è lecito. Dice la legge: Prendere l'oggetto altrui, apertamente o surrettiziamente, è furto. Se qualcuno lo sapesse e ci portasse in tribunale, verremmo subito condannati. Rimettile dove le hai prese. Accontentiamoci di riposare qui al riparo dal vento finché non torna Consapevole del Vuoto. Un monaco non deve cedere alla concupiscenza."
"Ma qui non c'è nessuno, nemmeno un cane o una gallina. Chi ci dovrebbe portare in tribunale, se lo sappiamo solo noi? E con quali prove? Questo è semplicemente raccogliere un oggetto abbandonato: si può dire che non abbiamo preso niente, né in pubblico né in privato."
"Errore. Anche quando sei solo il Cielo ti vede. Lo insegna il Signore dei Misteri: Quando agisci nel buio contro la tua coscienza, lo sguardo degli dèi illumina più del lampo. Restituiscili prima che sia troppo tardi. Non si deve mostrare attaccamento ai beni male acquistati."
Il bestione non voleva saperne. Disse: "Maestro, di giubbe ne ho avute tante, ma non ne avevo mai viste foderate di seta. Voi fate come vi pare, ma io una me la metto un momento per scaldarmi un po'. Quando ritornerà Scimmiotto, la rimetterò al suo posto prima di ripartire."
"A queste condizioni, ne provo una anch'io" disse Sabbioso.
Si spogliarono dunque delle tonache e indossarono le giubbe. Non l'avessero mai fatto! Appena infilate, esse li strinsero peggio di camicie di forza; in un istante si trovarono immobilizzati, con le mani legate dietro la schiena. Tripitaka spaventato corse a cercare di liberarli, ma non c'era niente da fare. Gridavano e gemevano tanto, che misero in allarme il diavolo nascosto dietro a questa messinscena.
Conferma il racconto che tutti gli edifici non erano che una fata morgana suscitata da un orco, che viveva da quelle parti e passava il suo tempo a catturare viandanti. Udendo grida e lamenti, uscì dalla sua grotta per vedere chi era caduto in trappola. Chiamò alla riscossa i suoi mostriciattoli, fece scomparire torri e padiglioni, e ordinò di portare nella sua tana tutti quanti, compresi il cavallo e i bagagli.
Il mostro troneggiava su un'alta pedana, mentre la folla dei diavoletti spingeva avanti il monaco cinese, che si prosternò nella polvere.
"Da dove vieni, bonzo?" domandò l'orco. "Come ti permetti di venire a rubarmi il guardaroba?"
"Il povero monaco che sono" dichiarò Tripitaka in lacrime, "è incaricato dai grandi Tang delle terre dell'Est di andare in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Mentre aspettavo il ritorno del mio primo discepolo, che è andato a mendicare cibo, sono entrato per errore nel vostro dominio. La meschina cupidigia dei miei discepoli li ha sfortunatamente indotti a impadronirsi di questi abiti, benché gli avessi raccomandato di rimetterli al loro posto. Ma non mi hanno ascoltato e hanno voluto indossarli per riscaldarsi, senza rendersi conto di cadere così nella trappola predisposta da vostra maestà, né pensare che sarei stato catturato anch'io. Ripongo tutte le mie speranze nella commiserazione di vostra maestà, perché mi lasci il poco tempo che mi resta da vivere e mi permetta di trovare i sutra che cerco. Ve ne saremo eternamente riconoscenti e canteremo le vostre lodi al ritorno nelle terre dell'Est."
L'orco si mise a ridere: "Sappiamo tutti che basta mangiare un pezzetto della tua carne, perché i capelli bianchi ritornino neri e i denti caduti ricrescano. Tu capisci che, trovandoti in casa mia senza nemmeno il fastidio di invitarti, sarei uno stupido se ti lasciassi andare. Come si chiama questo tuo primo discepolo? Dov'è andato a mendicare?"
Porcellino dichiarò con tono altero: "Il mio condiscepolo è nientemeno che Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il Grande Santo Uguale al Cielo, che parecchi anni fa fece un bel rumore nel palazzo celeste."
L'orco non disse nulla, ma corrugò la fronte e pensò: "Certo, ho sentito parlare anche di lui e delle sue capacità; non mi aspettavo di incontrarlo."
E ordinò: "Ragazzi, legate bene il monaco cinese. Poi levate le mie giubbe agli altri due e legate anche loro. Metteteli in dispensa, e vediamo di catturare anche il pezzo che manca. Poi daremo a tutti loro una bella spazzolata, li laveremo a fondo e li cucineremo al vapore."
I mostriciattoli corsero a eseguire. Il cavallo bianco fu portato nella stalla, i bagagli gettati in una stanza, ed essi si dedicarono a preparare le armi per la cattura di Scimmiotto.
Il Novizio, sgraffignata la ciotola di riso dai contadini del villaggio più a sud, ritornò al punto di partenza e ritrovò il cerchio, ma dentro non c'era più nessuno. Guardò verso le torri e constatò che erano scomparse: restavano solo alcune rocce di forma insolita.
"C'era da aspettarselo" si disse Scimmiotto allarmato. "Quegli stupidi saranno corsi a gettarsi nella rete." E si mise a seguire le tracce degli zoccoli del cavallo sulla carreggiata.
Dopo cinque o sei li vide un vecchio protetto da un mantello di feltro, con la testa coperta da un passamontagna e stivali un po' logori, che si appoggiava a un bastone dal pomo a testa di drago. Lo seguiva un giovane domestico che scendeva cantando dal pendio e reggeva un ramo di prugno fiorito.
Il Novizio appoggiò a terra la sua ciotola, giunse le mani e gridò: "Ehi nonno, i miei saluti!"
"Dove andate reverendo?" rispose il vecchio rendendo educatamente il saluto.
"Vado all'Ovest per vedere il Buddha e cercare le scritture. Siamo quattro persone; gli altri tre mi dovevano aspettare mentre mendicavo cibo, ma al ritorno non li ho più trovati. Posso chiedervi se li avete visti?"
Il vecchio ridacchiò: "Uno dei tre avrebbe un lungo grugno e grandi orecchie?"
"Proprio così."
"E un altro ha una faccia patibolare? Sono seguiti da un cavallo bianco che porta un monaco pallido e grassoccio."
"Ma certo, sono loro."
"Allora state perdendo tempo. Lasciateli stare."
"Quello con la faccia pallida è il mio maestro; i due un po' strani sono i miei condiscepoli. Siamo uniti dalla pia determinazione di trovare le scritture. Non posso certo lasciarli perdere."
"Il fatto è che, passando da queste parti, hanno fatto un passo falso e si sono gettati nella gola di un mostro."
"Scusate il disturbo, nonno, ma mi potreste descrivere il mostro e dirmi dove abita?"
"Questo è il Monte del Cappuccio d'Oro, su cui c'è una grotta con lo stesso nome in cui vive un rinoceronte. Ha poteri immensi e un prestigio militare di prim'ordine. Temo che questa volta nemmeno voi possiate fare niente per i vostri compagni. Se fossi al vostro posto lascerei perdere. Ma naturalmente non vi posso insegnare io che cosa dovete fare."
"Grazie del consiglio" rispose Scimmiotto, "ma a rinunciare non ci penso nemmeno."
Voleva dare al vecchio il riso della sua ciotola per ringraziarlo, quand'egli posò il bastone, prese la ciotola per tenderla al servitore, e mutò aspetto. Padrone e servitore si prosternarono: "Grande santo, le umili divinità che siamo non possono tenervelo nascosto più a lungo: siamo il dio della montagna e la divinità locale, venuti ad accogliervi. Permetteteci di conservare per voi la ciotola, perché non vi sia d'imbarazzo nell'esercizio del vostro lavoro. Ve la renderemo quando avrete liberato il monaco cinese da questa prova, perché gliela offriate dimostrando il vostro grande attaccamento."
"Diavolacci da pochi soldi che non siete altro! Andate per caso in cerca di legnate?" tuonò Scimmiotto. "Se sapevate chi sono, perché non vi siete presentati subito? Che cos'è questa maniera di incassare il collo e nascondere la coda?"
"Tutti sanno che la vostra eminente santità è piuttosto impulsiva. Non osavamo imporre la nostra presenza a rischio di offendervi. Perciò abbiamo preferito presentarci in incognito."
"Va bene" disse Scimmiotto calmandosi, "prendo nota della correzione che vi siete meritata. Custodite bene la ciotola e aspettate che catturi il mostro."
La divinità locale e il dio della montagna si ritirarono.
Scimmiotto si strinse bene la cintura, rimboccò il grembiule di pelle di tigre e, impugnata la sbarra con i cerchi d'oro, si slanciò alla ricerca della tana dell'orco. Girando intorno alla rupe scoprì, contro la parete azzurrina, un ammasso di rocce su cui si disegnavano due battenti di pietra. Accostandosi vide diversi mostriciattoli che si esercitavano nel maneggio delle armi. Si vedevano
cristallizzazioni di vapori di buon augurio, croste verdazzurre di licheni; corsi di rocce dalle forme strane, zigzag di ripidi sentieri; danze di fenici come nelle isole incantate; risuonavano fischi di gibboni e canti d'uccelli in un bel paesaggio.
Nei luoghi più soleggiati i susini incominciano a fiorire, mille bambù verdeggiano, mentre in fondo al burrone dura ancora la neve e il torrente è parzialmente ghiacciato. La seducente foresta di pini e cedri si adorna dei fiori rossi delle camelie di montagna.
Ma Scimmiotto non era nello stato d'animo di perdersi a contemplare il paesaggio. Avanzò a lunghi passi verso l'ingresso della grotta e apostrofò i mostriciattoli con voce tonante: "Filate ad avvertire il vostro padrone che sono qui: sono il discepolo del santo monaco cinese, Consapevole del Vuoto, Grande Santo Uguale al Cielo. Ditegli di liberare subito il mio maestro, se non volete che vi ammazzi."
La banda dei mostriciattoli si precipitò all'interno per annunciare: "Maestà, c'è alla porta un monaco con la faccia pelosa e la bocca storta, che dice di chiamarsi Consapevole del Vuoto. È venuto a reclamare il suo maestro."
L'orco si rallegrò: "Eccolo qua. Da quando ho lasciato la mia casa d'origine e sono sceso in questo basso mondo, non ho mai avuto un'occasione seria di esercitare la mia arte militare. Sono sicuro che questo è un avversario al mio livello." E ordinò: "Alle armi, ragazzi!"
Tutti i diavoli dell'antro dovettero riunire tutte le loro energie per correre a portare all'orco una lancia d'acciaio lunga dodici piedi. "State pronti, ragazzi. Chi avanza sarà premiato, chi cede terreno sarà punito."
E si fece sulla porta, seguito da tutti i suoi, a gridare: "Dove sarebbe questo Scimmiotto Consapevole del Vuoto?"
Il Novizio, che si era defilato, constatò che il mostro aveva un aspetto spaventoso:
Un unico grande corno ricurvo, occhi scintillanti; sul cranio ha una protuberanza callosa, il collo mostra una pelle nera e lustra; lunga lingua, grossi denti ingialliti allineati dentro la grande bocca.
Lo ricopre un cuoio peloso dai riflessi color indaco. I muscoli sono duri come acciaio. È simile al rinoceronte acquatico, ma non vede nell'acqua; simile al bue, ma non tira l'aratro. Non è utile come il bufalo, che suda al chiar di luna, ma possiede una forza da far tremare cielo e terra.
Nelle grandi mani blu dai tendini nodosi stringe minacciosa la lancia d'acciaio. Dal suo aspetto feroce, si capisce che non porta invano il titolo di Grande Re Rinoceronte.
"Ecco qua tuo nonno materno Scimmiotto" ironizzò il grande santo facendosi avanti. "Rendimi il mio maestro prima che sia troppo tardi, e te la passerai liscia. Ma basta che tu abbia un momento di incertezza, per garantirti morte senza sepoltura."
"Castigherò la tua temerità, brutta scimmia. Che abilità puoi avere, per vantarti tanto?"
"Maledetta creatura, tu non mi hai visto all'opera!"
"Il tuo maestro è venuto a rubare nel mio guardaroba: l'ho catturato e intendo cuocerlo al vapore. Tu chi credi di essere per venire a reclamarlo?"
"Il mio maestro è un monaco onesto e buono; figuriamoci se è venuto a rubare i tuoi ordigni malefici. Chi vuoi che ti creda?"
"Eppure il tuo maestro si è introdotto nel castello fantasmagorico che avevo suscitato sul ciglio della strada e, spinto dalla concupiscenza, mi ha rubato tre giubbe di broccato e se le è infilate. Ho in mano il corpo del reato, perciò mi sento autorizzato ad arrestarlo. Ma se pensi di farcela, vieni a misurarti con me. Se reggi tre scontri, farò grazia al tuo maestro; se no, andrai a fargli compagnia."
"Maledetta creatura, lascia perdere le chiacchiere" sogghignò Scimmiotto. "Vuoi combattere? Detto fatto. Assaggia il mio randello!"
L'orco non si tirò indietro e mise la lancia in resta. Che battaglia!
Sbarra cerchiata d'oro contro lunga lancia: l'una scintilla come il serpente d'oro del fulmine, l'altra brilla come il drago che esce da un mare d'inchiostro. Davanti all'ingresso i mostri battono i tamburi e si danno da fare per tenere alto il prestigio della casa. Il grande santo mostra in lungo e in largo la sua bravura. La lancia è maneggiata con energia, il randello con arte consumata. Sono avversari degni uno dell'altro. Quel diavolo soffia dalla bocca volute di fumo porporino, il grande santo lampeggia fino alle nuvole lo sguardo con riflessi iridati. Si battono all'ultimo sangue pro e contro il monaco cinese.
Dopo trenta riprese, lo scontro era lontano da una decisione. Il diavolo ammirava la perfetta maestria della scherma di quella sbarra: "Che scimmia in gamba! Non ha proprio perso lo smalto, dai tempi di quella famosa scorribanda nei palazzi del Cielo."
Da parte sua Scimmiotto ammirava il maneggio impeccabile di quella lancia, che copriva a destra e parava a sinistra senza mosse inutili: "Com'è bravo! Dev'essere un diavolo che ha rubato l'elisir."
Dopo altri dieci o venti scontri, il re diavolo puntò la lancia al suolo e ordinò ai suoi mostriciattoli di attaccare. Essi, maneggiando sciabole, lance e randelli, accerchiarono Scimmiotto che gridò: "Bravi, qui vi volevo!" e parava i colpi da tutte le parti. Poiché la gran folla gli limitava i movimenti, finì per perdere la pazienza e gettò la sua sbarra verso l'alto gridando: "Trasformazione!" Essa si trasformò in centinaia, migliaia di sbarre tutte uguali, che caddero dal cielo come una pioggia di serpenti e di draghi. I mostri, impauriti, cercavano di proteggersi la testa e correvano a perdifiato verso la caverna.
Il re diavolo sogghignò: "Ora, amico scimmia, ti insegnerò un po' di educazione. Tu vedrai con quale legna faccio fuoco per scaldarmi."
Levò dalla manica un candido anello e lo gettò in aria gridando: "Afferra!" L'anello sibilò, raccolse in un fascio tutte le sbarre, ne fece una sola e la riportò al suo padrone, lasciando Scimmiotto a mani vuote. Non gli restò che fare una bella capriola e darsela a gambe.
I mostri fecero ritorno in corteo trionfale. Scimmiotto, questa volta, era rimasto sbalordito e non sapeva più che pesci pigliare. È il caso di dirlo:
La Via sale d'un piede, e il diavolo di sei.
È pur sempre possibile che lo spirito sbagli.
Ahimè, quando la legge esce dal proprio perno,
Pensieri e movimenti cadono nella nassa.
Se in fin dei conti non sapete come la cosa andò a finire, ascoltate il seguito.