Il racconto ci ha narrato come Scimmiotto ricuperò la sua sbarra cerchiata d'oro e si aprì un cammino fino all'uscita. D'un balzo risalì sulla vetta e con aria raggiante si rivolse agli dèi.
"Dunque com'è andata?" domandò il re Li.
"Quando sono entrato nella grotta, i mostri cantavano, ballavano e brindavano alla vittoria; non ho trovato modo di individuare il nascondiglio di quel prezioso anello. Dietro il trono del diavolo ho sentito nitrire cavalli e gemere draghi: erano le creature del dipartimento Fuochi. Contro il muro, sulla sinistra, era appoggiata la mia sbarra cerchiata d'oro: l'ho ripresa e mi sono aperto una via fino all'uscita."
"Tu hai ricuperato la tua arma; ma le nostre?" si inquietarono gli dèi. "Quando conti di metterci le mani?"
"Ora è tutto più facile. Con il mio randello troverò il modo di abbattere quell'animale e di farvi riavere le vostre cose."
Mentre parlavano si udì venire dal basso un clamore di gong e di tamburi, con grida da far tremare la terra. Era il grande re Rinoceronte che inseguiva Scimmiotto alla testa delle sue truppe diaboliche.
"Benone!" esclamò il Novizio. "È quello che ci vuole. Voi amici restate qui; lo vado a prendere io."
Diavolo di un grande santo! Brandì il randello e gli corse addosso gridando: "Dove vai, maledetta creatura? In guardia!"
Il diavolo parò il colpo con la sua lancia e inveì: "Brigante di una scimmia! Impudente! Venirmi a derubare in pieno giorno!"
"Ora vedrai, bestia immonda! Ti farò mordere la polvere! Il ladro sei tu, che hai rubato le nostre armi alla luce del sole con il tuo maledetto anello. Ciò che ho preso era roba mia. Non scappare, che assaggerai il randello del tuo signore e maestro."
Il mostro rispose mulinando la lancia. Che battaglia!
Il mostro non si sottomette alla feroce potenza del grande santo. Rivaleggiano in prodezze, nessuno dei due molla la presa. L'uno maneggia la sbarra di ferro con il vigore della coda di un drago, l'altro la lunga lancia con la forza della testa di un pitone. Sibila l'aria a ogni colpo di randello, la lancia segue ogni movimento con la scioltezza dell'acqua corrente.
Annebbia la montagna un'oscura bruma colorata, la foresta freme inquieta sotto pesanti nuvole. Gli uccelli smettono di volare, gli animali si rintanano. I mostriciattoli gettano grida di incoraggiamento. Scimmiotto raccoglie le energie: l'invincibile sbarra di ferro che ha aperto per mille leghe il cammino verso l'Occidente trova il suo vero avversario in questa lancia, che regna incontrastata sul Monte del Cappuccio d'Oro; uno scontro per cui non è ammesso il risultato di parità.
Combattevano da sei ore quando cadde la sera. Il diavolo drizzò la lancia e propose: "Fermati, Consapevole del Vuoto. Il cielo si va oscurando: non è più tempo di battersi. Ritorniamocene a casa e prendiamo un po' di riposo. Domattina riprenderemo il duello."
"Fermo lì, brutta bestia! Incomincio adesso a scaldarmi. Che cosa importa che ora sia? Arriviamo fino in fondo!"
La creatura gettò un grido, fece una finta con la lancia e scampò precipitosamente nella sua grotta, seguita dai suoi; le porte furono chiuse e sbarrate.
Scimmiotto se ne tornò al campo base. Gli dèi si congratularono tutti insieme: "Che forza, che potenza! Davvero, hai una capacità senza confronti né limiti."
"Via, non esageriamo" replicò il Novizio sorridendo.
"Non son chiacchiere" insisté il re Li. "Che valore! In questo combattimento non hai fatto niente di meno di quanto mostravi ai tempi in cui sfidavi cielo e terra."
"Non rivanghiamo quella vecchia storia. Dopo la batosta il diavolo dev'essere spossato, mentre io mi sento in piena forma. Ora voi resterete qui e io ritornerò nella grotta a riprendere le indagini sull'anello. Dovremo pur trovare il modo di portarglielo via, per ricuperare le vostre armi; altrimenti, con quale faccia potreste ritornare a casa?"
"Ora si è fatto tardi" obiettò il principe Nata. "Sarà meglio che facciamo un buon sonno e che tu ci vada domattina."
"Questo ragazzo è ignaro dei fatti della vita" replicò Scimmiotto ridendo. "Quando mai si è visto uno scassinatore che lavora nell'orario di ufficio? Nella nobile arte di svaligiare, gli affari migliori si fanno di notte, alla chetichella."
"Principe, non vi venga in mente di insegnargli qualcosa" intervennero Virtù del Fuoco e i duchi del tuono. "Noi non ci s'intende di queste cose, mentre il grande santo è un virtuoso pieno di esperienza. Sa lui che cosa si deve fare. Quel diavolo è stanco, l'oscurità della notte rende più difficile stare in guardia. Per carità, lasciamolo andare!"
Il grande santo fece un risolino soddisfatto, nascose la sbarra e saltò giù dalla vetta fino all'ingresso della grotta. Con una scossa si mutò in un grillo. Proprio così.
Duri mustacchi, lunghe antenne nere, occhi lustri e zampette forcute, canta negli angoli bui quando brilla la luna sotto la brezza leggera. Nella quiete della notte, sembra una voce umana. Una voce rotta, come se piangesse nella fredda rugiada di un paesaggio desolato.
Il viaggiatore pensieroso, quando lo ode dalla sua finestra, si fa malinconico. Il grillo ama scivolare sotto i letti.
In tre o quattro balzi, stendendo le nere zampette, giunse alla porta ed entrò da una fessura. Acquattato in un angolo osservava la folla dei mostri grandi e piccoli, che alla luce delle lampade cenavano mostrando una fame da lupi. Scimmiotto si attardò a far sentire la canzoncina del grillo. Dopo un po' le tavole vennero sparecchiate e ciascuno preparò il suo letto e si andò a coricare. Il Novizio aspettò la prima veglia per introdursi nella camera posteriore, in cui il diavolo stava fornendo precisamente queste istruzioni: "Ragazzi, tenetevi bene svegli mentre fate la guardia alla porta. C'è il pericolo che Scimmiotto cerchi modo di intrufolarsi per derubarci, travestito in un modo qualsiasi."
Quelli che montavano la guardia nel turno di notte presero a batter cucchiai e suonare campanelle tutti insieme. Ciò non ostacolava certo l'attività di Scimmiotto, che scivolò nella stanza e vide un letto di pietra. Certe lamie degli alberi e dei monti, con le brutte facce imbellettate, stavano intorno al vecchio diavolo, stendevano le coperte sul suo letto, gli cavavano gli stivali e lo aiutavano a spogliarsi. Quando si trovò a braccia nude, si vide che teneva il candido anello infilato sul braccio sinistro: lo si sarebbe detto un braccialetto di perle. Ma il diavolo non se lo tolse; anzi, prima di addormentarsi, lo spinse più su lungo il braccio perché stringesse meglio. Allora Scimmiotto si trasformò in una pulce gialla, salì sul letto di pietra e scivolò sotto le coperte, si arrampicò sul braccio e perforò spietatamente. Il mostro si rigirò nel letto brontolando: "Sudicie donnaccole! Non prendono abbastanza botte. Si sono ben guardate dallo scuotere le coperte e dallo spolverare il letto. Mi domando quale bestia possa mordere così forte."
E prima di addormentarsi spinse l'anello ancora più su. Scimmiotto salì sul bracciale e punse di nuovo. Il diavolo, svegliato di soprassalto, grugnì: "Mi farà morire!"
Ma non c'era verso di indurlo a levare il bracciale. Allora il Novizio scese dal letto, tornò a trasformarsi in grillo, uscì dalla camera e seguì di nuovo il rumore dei cavalli che nitrivano e dei draghi che gemevano. Draghi e cavalli di fuoco erano custoditi dietro porte chiuse con pesanti lucchetti. Scimmiotto riprese il proprio aspetto e aprì a modo suo: mormorò un incantesimo, sfiorò i catenacci e i loro anelli di ferro caddero a terra. Spinse l'uscio ed entrò: faceva chiaro come in pieno giorno, con tutti gli ordigni incendiari che erano accatastati là dentro. Fra le armi allineate lungo il muro riconobbe la sciabola per fendere diavoli, che apparteneva al principe, e gli archi e frecce di fuoco del signore astrale. Andò in giro rubacchiando dappertutto. Giunse infine a un tavolo di pietra su cui era posato un canestro intrecciato di bambù, che conteneva un ciuffo di peli di scimmia. Il grande santo li prese lietamente, ci soffiò sopra, gridò: "Trasformazione!" e ne fece una quarantina di scimmiottini, che incaricò di trasportare sciabola, spada, mazza, laccio, mazzapicchio, ruota di fuoco, nonché archi, frecce, lance, carri, vasi, corvi, topi, cavalli di fuoco; insomma tutti gli strumenti di guerra che erano stati aspirati. Montò poi sui draghi di fuoco e fece loro appiccare un incendio, dall'interno verso l'esterno, che ardeva tutto al loro passaggio. Si udivano dovunque sibili, scricchiolii, scoppi come colpi di tuono.
I mostri, grandi e piccoli, presi dal panico si avvolgevano nelle coperte, si coprivano la testa, urlavano e piangevano disperati. Poiché si trovavano senza via di scampo, la maggior parte finì carbonizzata nelle fiamme. Era solo mezzanotte quando il Bel Re Scimmia fece il suo ritorno trionfale.
Dall'alto della vetta, il re celeste e i suoi compagni videro erompere le fiamme dell'incendio, si precipitarono all'aperto e subito videro giungere il Novizio a cavallo di un drago, seguito da tante scimmiette. Si dirigeva verso di loro e gridava: "Venite a prendere le vostre armi!"
Il principe ricuperò le sue sei armi, il signore del pianeta della Virtù del Fuoco mandò la gente del dipartimento a raccogliere l'attrezzatura incendiaria. Scimmiotto, con una scossa, ricuperò i suoi peli. Tutti gli si facevano intorno, ridevano eccitati e si congratulavano con lui.
Intanto l'incendio infuriava nella Grotta del Cappuccio d'Oro: il grande re Rinoceronte era sbigottito al punto da sentir l'anima sfuggirgli dal corpo. Balzò dal letto, aprì l'uscio della camera, strinse l'anello nelle mani e lo protese verso est: il fuoco in quella direzione si spense. Allora lo protese a ovest e corse dappertutto con il suo tesoro in mano per spegnere le fiamme e riassorbire il fumo che riempiva l'antro. Cercò poi di soccorrere i suoi mostri, ma la maggior parte era perita nelle fiamme; tra maschi e femmine, ne restavano un centinaio. Infine si accorse che tutte le armi custodite nel magazzino erano scomparse. Corse in fondo alla grotta e constatò che Porcellino, Sabbioso e il reverendo stavano sempre là legati, il cavallo bianco era alla greppia e i bagagli al loro posto.
"Mi chiedo chi sarà stato il cretino che ci ha dato fuoco per disattenzione e ha provocato questa catastrofe!" gridava risentito il mostro.
"Maestà" affermò una guardia del corpo, "questo incendio non viene da nessuno di noi. Sarà stato il saccheggiatore che ha fatto uscire l'equipaggiamento del dipartimento Fuochi e ha rubato le armi divine."
Finalmente il diavolo capì: "Ma certo, non può essere stato che quel brigante di Scimmiotto. Ecco perché non riuscivo a prendere sonno: sarà stato lui, in qualche trasformazione schifosa, che mi sarà venuto a pungere. Naturalmente avrà voluto rubare il mio tesoro, ma si sarà accorto che non c'è niente da fare, perché me lo tengo ben stretto; allora si sarà impadronito delle armi e avrà liberato i draghi di fuoco. Che brutta carogna! Ha cercato di bruciarmi vivo. Ma il tuo inganno non ha funzionato, vecchio furfante. Tu non sai di che cosa sono capace. Finché ho addosso questo anello, posso scendere in fondo all'oceano senza affogare, o gettarmi in un lago di fiamme senza scottarmi. La prossima volta, se prendo quel delinquente, lo scortico vivo: non sarò contento finché non ne avrò fatto una torcia umana."
Mentre il diavolo almanaccava e si tormentava, cantavano i galli e si levava l'alba del nuovo giorno.
Sulla vetta il principe Nata, ricuperate le sue armi, suggerì a Scimmiotto: "Grande santo, non perdiamo tempo: è già l'alba. Approfittiamo dello scoraggiamento del mostro: ripartiamo all'attacco con tutte le nostre forze riunite: noi ti sosterremo, insieme al dipartimento Fuochi. Questa volta l'occasione sta dalla nostra parte."
"D'accordo" rispose ridendo il Novizio. "Mettiamocela tutta e caviamoci questo gusto."
Ritornarono all'ingresso della grotta, marciando con aspetto marziale e imponente.
"Esci fuori, maledetto diavolo!" gridò Scimmiotto. "Vieni a batterti!"
I battenti della porta erano stati calcinati dal fuoco; i mostriciattoli stavano spazzando e raccogliendo polvere e ceneri. Quando videro avvicinarsi gli dèi, dallo spavento lasciarono cadere le scope, abbandonarono le pale e corsero dentro: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto ritorna a sfidarvi, alla testa di un esercito di divinità."
Il rinoceronte si allarmò, ma digrignava i denti e roteava gli occhi tanto era furente. Uscì rizzando la sua lancia, senza dimenticare l'anello che portava sempre su di sé, e si diede alle imprecazioni: "Furfante di una scimmia, grassatore, saccheggiatore e incendiario, te la farò vedere io! Che poteri hai tu, per permetterti di trattarmi in questo modo?"
"Maledetta creatura!" rispose il Novizio senza perdere la sua aria allegra, "se vuoi conoscere i miei poteri, vieni qui e ascolta:
Le mie capacità mi resero famoso
Fin da giovane. Feci pratica della Via
Dell'Immortalità e ottenni la saggezza
Con gioventù perenne. Io percorsi il paese
Dei santi ed esplorai la terra della mente.
Appresi a trasformarmi e a balzar nello spazio.
Catturar tigri e draghi per me è divertimento.
Il mio regno fu il Monte dei Fiori e dei Frutti,
Signore della Grotta Sipario Torrenziale.
Quando mi venne voglia di salir fino al Cielo
Per chiedere un impiego, divenni Grande Santo.
Non mi vidi invitato a un banchetto di Pesche
Dell'immortalità e mi sentii offeso.
Per vendicarmi giunsi allo Stagno di Diaspro,
Rubai vino di giada e fegato di drago,
Senza contar le pesche di mille anni di cui
Mi ero già rimpinzato, e l'elisir che in seguito
Ingoiai in quantità. Non mi facevo scrupoli
Per ciò che mi piaceva. Per mettermi a partito
Fui braccato da un grande esercito celeste.
Io mandai a farsi friggere i nove luminari,
Mi sbarazzai di tutti; non c'era capitano
Che fosse alla mia altezza. Dovettero chiamare
Erlang, Piccolo Santo, perché desse una mano.
Ci scontrammo attraverso molte trasformazioni.
Fu Guanyin, col suo vaso, che venne alla riscossa,
E Laozi che riusciva a farmi catturare
Usando il suo bracciale di diamante. Fui preso
E venni condannato a decapitazione.
Ma non riuscì il carnefice a tagliarmi la testa:
Sul mio collo la sciabola sollevava faville.
Non riuscirono a uccidermi. Il signore Laozi
Infine volle chiudermi nel suo forno. Ne uscii
Più duro dell'acciaio. Ne balzai fuori nero
E più forte che mai. Non sapendo che fare,
Il Cielo chiese aiuto al Buddha, i cui poteri
Sono senza rivali, come la sua saggezza.
Con lui feci scommessa di saltargli di mano,
Ma mi trovai schiacciato sotto una gran montagna.
Restavo imprigionato per cinquecento anni,
Senza un pugno di riso né una goccia di tè.
Quando Cicala d'Oro discese sulla terra,
Fu inviato a recare omaggio al Buddha e a prendere
I veri sutra. Allora da Guanyin fui ingaggiato
Per convertirmi al bene e lasciar le pazzie.
Superata la prova, me ne vado nell'Ovest
A cercar sutra autentici. Maledetto demonio,
Abbandona gli inganni da volpe e restituiscimi
Il monaco cinese, rendi l'omaggio al Buddha!"
Il mostro commentò: "La tua storia dimostra quale gran ladro sei. Assaggia la mia lancia!"
Il Novizio lo affrontò maneggiando la sbarra. Quando ebbero ingaggiato battaglia, il principe Nata e il signore della Virtù del Fuoco persero la pazienza a saltarono addosso al mostro con tutte le loro armi e attrezzature. Il grande santo più terribile che mai, il duca del tuono con il fulmine, il re celeste con la sciabola, tutti si buttarono addosso al nemico senza dargli quartiere.
Ma il mostro rise sarcastico, si tolse dalla manica l'anello, lo lanciò in aria e gridò: "Afferra!"
E quello, con un sibilo sinistro, aspirò di nuovo tutto quanto: le sei armi divine, gli attrezzi incendiari, folgori, sciabole e la sbarra del Novizio. Tutti quanti si ritrovarono disarmati, e il mostro se ne andò dicendo ai suoi: "Ragazzi, chiudete l'ingresso con qualche pietra adatta allo scopo, raccogliete materiale per le riparazioni e cercate di rendere agibili le stanze e i corridoi. Sbrigatevi, perché poi dobbiamo cucinare il monaco cinese e i suoi due compagni, e celebrare una cerimonia di ringraziamento alla terra. Infine faremo un bel banchetto e ce li mangeremo."
La folla dei mostri si mise al lavoro.
Intanto il re Li e gli altri ritornarono al campo base litigando fra loro. Virtù del Fuoco se la prendeva con Nata per la sua impazienza; il duca del tuono rimproverava al re celeste l'iniziativa sconsiderata. Il conte del fiume era il solo a starsene zitto. A vederli pieni di vergogna e delusi al punto di non osare di guardarsi in faccia, Scimmiotto faceva del suo meglio per conservare l'allegria e nascondere il disappunto: "Amici miei, non state a tormentarvi. Come dicevano gli antichi: vittoria e sconfitta sono il retaggio delle armi. Quanto a capacità marziali, non è certo un avversario di cui darsi pensiero; il problema sta tutto in quell'anello. Non ve la prendete: abbiamo solo bisogno di saperne di più. Lasciate che mi vada a procurare qualche notizia sul suo conto."
"Ma è stata già fatta quella grande inchiesta in tutto il mondo celeste, da cui non si è cavato niente. Dove potrai procurarti novità?"
"Pensavo: la legge del Buddha non ha frontiere. Tanto vale fare un salto nel Paradiso dell'Ovest e chiedere al beato Buddha di volgere i suoi occhi sapienti sui quattro continenti della vasta terra, per sapere dov'è nato il mostro, dov'è cresciuto, qual'è la sua precedente residenza, quali sono le proprietà del suo anello. In un modo o nell'altro bisogna pur portare ad effetto il suo arresto, amici miei, e consentirvi di ritornare in cielo a fronte alta."
"Se il tuo scopo è questo, non tardare!" gridarono in coro gli dèi. "Parti subito!"
Che bravo Novizio! Fece una capriola nelle nuvole e giunse al Monte degli Avvoltoi. Contemplava il bellissimo panorama e ne ammirava le attrazioni, quando si sentì chiamare: "Consapevole del Vuoto, da dove vieni? E dove conti di andare?"
Si volse e vide una venerabile bhiksuni. La salutò: "Venivo a trovare il Beato, dovrei appunto consultarlo per affari."
"Bell'arnese che sei! Se devi andare da lui, che cosa aspetti a salire al romitaggio, invece di restar qui a guardarti intorno?"
"È la prima volta che visito questo nobile luogo, mi sono permesso questa audacia..."
"Dài, vieni con me."
Scimmiotto la seguì fino all'ingresso del Monastero del Colpo di Tuono. Ai due lati erano schierati otto imponenti guardiani portatori di folgore.
"Consapevole del Vuoto" disse la bhiksuni, "aspetta qui un momento che ti vado ad annunciare."
Scimmiotto restò alla porta, mentre lei si presentava al Buddha con le mani giunte: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto vi vorrebbe parlare per un affare che lo preoccupa."
Il Beato diede ordine di introdurlo e i portatori di folgore lo lasciarono passare.
Quando si fu inchinato e rimase a testa bassa, il Buddha gli domandò: "Consapevole del Vuoto, ho saputo che la reverenda Guanyin ti ha liberato e ti ha convertito alla nostra dottrina, perché proteggessi il monaco cinese nella ricerca delle scritture. Come mai non vedo il monaco con te? Che cosa accade?"
"Permettetemi di esporre i fatti" disse il Novizio prosternandosi. "Il vostro discepolo sta appunto seguendo il monaco cinese. Ma sul Monte del Cappuccio d'Oro abbiamo incontrato un diavolo tremendo, che si chiama grande re Rinoceronte; ha immensi poteri magici e ha chiuso nella sua grotta il mio maestro e i condiscepoli. Poiché non me li voleva restituire con le buone, ci siamo battuti. Ha un anello candido e sfavillante, con cui mi ha levato la mia arma. Pensavo che fosse un guerriero divino sceso sulla terra e ho provocato un'inchiesta nel mondo di Sopra, ma senza risultato. L'Imperatore di Giada ha avuto la bontà di darmi in aiuto i Li, padre e figlio, ma sono stati disarmati anche loro. Quando ho chiesto aiuto a Virtù del Fuoco, anche lui è stato privato di tutti i suoi attrezzi incendiari. Virtù dell'Acqua si è provato ad affogarlo, ma non c'è riuscito. Il vostro discepolo aveva ricuperato le armi, ma le abbiamo perdute di nuovo. Siamo in un vicolo cieco. Ecco perché mi sono permesso di venire a sollecitare voi, nostro Buddha: spero che avrete la misericordia di gettare uno sguardo sul vostro discepolo, per aiutarlo a sapere da dove viene questo mostro. Se lo sapessi potrei, per esempio, catturare i suoi parenti e vicini, e usarli come mezzo di scambio. Allora potremmo tutti insieme manifestare la nostra sincera devozione e riprendere a cercare il giusto frutto."
Con il suo occhio di sapienza, il Buddha seppe subito di che cosa si trattava: "So chi è quel mostro, ma non te lo posso dire. Non terresti la bocca chiusa, cara la mia scimmia. Se si venisse a sapere che sono stato io a farti una soffiata, mi verrebbero a rompere le scatole fin sul Monte degli Avvoltoi, li avrei tutti addosso. Preferisco aiutarti a catturarlo con la potenza della legge."
"In che cosa consisterebbe l'aiuto della potenza della legge?" domandò Scimmiotto inchinandosi per ringraziare.
Il Beato fece aprire il magazzino dei tesori da diciotto arhat e ordinò loro di prendere, a sostegno di Consapevole del Vuoto, altrettante manciate di sabbia di cinabro d'oro.
"Che cosa me ne faccio della sabbia?" chiese stupito Scimmiotto.
"Quando sfiderai il mostro, gli arhat gliela getteranno addosso, e lui resterà paralizzato. Tu potrai fare di lui quello che vorrai."
"Ma è una meraviglia!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Ci vado senza perdere tempo."
Gli arhat raccolsero il cinabro e lo seguirono. Scimmiotto rinnovò i ringraziamenti al Buddha e si mise in cammino. Ma subito si accorse che i reverendi che lo seguivano erano sedici anziché diciotto. Incominciò a sbraitare: "Ma dove siamo arrivati! Anche qui si comprano le esenzioni?"
"Che cosa si compra? Chi?" chiedevano gli arhat.
"Me ne hanno assegnati diciotto; perché siete soltanto sedici?"
Mentre finiva di parlare, Abbattidraghi e Domatigri uscirono di corsa dal monastero: "Che cosa significano queste insinuazioni, Consapevole del Vuoto? Eravamo rimasti indietro per ricevere le istruzioni del Buddha."
"Non sono nato ieri. Se avessi esitato a piantare rogne, avreste fatto finta di niente e io non vi avrei più visti."
Gli arhat salirono sulla loro nuvola ridendo come matti. In breve raggiunsero il Monte del Cappuccio d'Oro, dove il re Li venne ad accoglierli con i suoi compagni. Uno degli arhat interruppe il racconto che Scimmiotto faceva per aggiornare sugli ultimi avvenimenti: "Per favore, rimanda i particolari a un altro momento. Sbrighiamoci a far uscire quel mostro."
Il grande santo si presentò dunque all'ingresso della grotta: "Sveglia, pentolone di minestra! Fatti vedere! Vieni a farti picchiare dal tuo buon nonno!"
I mostriciattoli corsero ad annunciarlo; il re diavolo si arrabbiò: "Mi chiedo quale altro imbroglio stia tramando, quella insopportabile scimmia."
"È solo, non lo accompagna nessuno" precisarono i mostriciattoli.
"Il suo randello gliel'ho preso. Che cosa vuol fare da solo? Vorrà forse riprendere l'incontro di pugilato?"
Impugnò la lancia, fece spostare le pietre che proteggevano l'ingresso e balzò fuori tuonando: "Faresti meglio a ritirarti, brutta scimmia, dopo tante batoste che hai subito. Che cosa ti prende di tornare qui a far baccano?"
"Sei un diavolo perverso che non distingue il bene dal male. Se non vuoi più che il tuo caro zio ti venga a trovare, te lo risparmierò, a patto che tu mi presenti le tue scuse e restituisca il mio maestro con i suoi discepoli."
"I tre monaci? Sono già lavati e spazzolati, pronti sul tavolo di cucina. Non lo vuoi capire? Levati dai piedi!"
Scimmiotto arrossì di collera, balzò avanti e gli sferrò un pugno al petto. Il diavolo rispose allungandogli un colpo di lancia. Il Novizio saltava a destra e a sinistra per disorientare il mostro, che non si rendeva conto della trappola e lo seguiva allontanandosi dalla grotta. Allora Scimmiotto fece segno agli arhat che gettarono sul diavolo la sabbia di cinabro d'oro. Era una sabbia di meravigliosa efficacia.
Come bruma o nebbia, si spande prima fino alle estremità del cielo, con un candore che acceca, con un'oscurità che smarrisce. Il boscaiolo sorpreso nel bosco perde il compagno, il cercatore di semplici non trova più la strada di casa. Ha una frazione sottile, che spolvera intorno come farina di frumento, e una più pesante che rotola per terra come grani di sesamo. Tutti i contorni diventano incerti, scompare la cima delle montagne, lo spazio sfuma, il sole si copre. Non è la polvere che sollevano il destriero o la carrozza che passa di corsa lasciandosi dietro una scia di profumi. Questa sabbia è spietata: vela, copre, nasconde, cancella.
Il diavolo ha aggredito la giusta Via e gli arhat hanno ricevuto l'incarico di manifestarne la potenza. Nelle loro mani sta la perla brillante che, al momento opportuno, acceca i nostri occhi.
Accecato dalla sabbia, il diavolo abbassò la testa e si rese conto che stava sprofondando in una coltre alta tre piedi. Spaventato si dibatté vigorosamente, con il risultato che la sabbia salì di altri due piedi. Messo alle strette, perso ormai l'uso delle gambe, il mostro prese affannato l'anello e lo gettò in aria gridando: "Afferra!"
Quella cosa, con un sibilo, aspirò tutto il cinabro d'oro. Il mostro, sentendosi di nuovo libero, si precipitò a rintanarsi nella grotta.
Gli arhat fermarono le loro nuvole una accanto all'altra. Scimmiotto si accostò e chiese: "Perché non gettate più sabbia?"
"Un momento fa abbiamo sentito uno strano rumore, e il nostro cinabro d'oro è scomparso."
"Vedete, è sempre quel trucco aspiratutto" concluse Scimmiotto con un risolino nervoso.
"Se è invincibile fino a questo punto" si inquietava il re celeste, "come faremo a catturarlo? Chi avrà il coraggio di ritornare in cielo e di guardare in faccia l'Imperatore di Giada?"
"Consapevole del Vuoto" dissero i due arhat Abbattidraghi e Domatigri, "ricordi il nostro piccolo ritardo alla partenza?"
"Certo, quando vi sgridavo perché volevate tirarvi indietro."
"In realtà il Beato ci stava avvertendo che questo diavolo dispone di immensi poteri magici, e ci dava un messaggio per te nel caso che avessimo perduto la nostra sabbia di cinabro. Devi andare a rintracciare le sue origini nel Palazzo dei Beati, sopra il trentatreesimo cielo, dal signore Laozi: lui potrebbe catturarvelo in un baleno."
"Ma è una cosa esasperante! Il Buddha non fa che prendermi in giro: perché non me lo ha detto subito, invece di fare questa commedia?"
"Comunque, se il Beato ha dato una direttiva così chiara" fece notare il re Li, "converrà adeguarsi."
Il bravo Scimmiotto, con una capriola nelle nuvole, correva già alla porta meridionale del cielo. I quattro marescialli di guardia gli fecero il saluto militare e chiesero: "Come va l'affare della cattura del mostro?"
"Siamo ancora in ballo. Ma questa volta ho la pista giusta."
I quattro marescialli non osarono trattenerlo. Non si recò né alla Sala delle Nuvole Misteriose, né al Palazzo dell'Orsa Maggiore, ma dritto oltre il trentatreesimo cielo, al Palazzo del Paradiso dei Beati. In portineria c'erano due giovanotti. Poiché entrava senza guardare in faccia nessuno e senza dire il suo nome, i due immortali, spaventati, gli corsero dietro: "Chi siete? Dove credete di andare?"
"Sono il Grande Santo Uguale al Cielo, vado dal vecchio Li."
"Come potete comportarvi in modo così villano? Restate qui. Aspettate di essere annunciato."
Scimmiotto non aveva la pazienza di spiegarsi. Con un grugnito tirò dritto e andò a sbattere appunto contro il signore Laozi, che in quel momento stava uscendo di casa. Scimmiotto gli fece la riverenza: "Vecchio amico, è un pezzo che non ci vediamo."
"Che cosa fa qui questa scimmia, invece di andarsene in cerca di scritture?" rispose ridendo Laozi.
"Le cerco giorno e notte, le scritture. Ma sono passato di qui perché ho incontrato qualche piccola noia."
"Gli ostacoli che si trovano sulla strada dell'Ovest non sono fatti miei."
"Lascia stare l'Ovest. Le tracce che seguo mi portano qui, non nell'Ovest."
"Questo, caro mio, è il palazzo supremo degli immortali. Tutto è spolverato, qui non ci sono tracce da cercare."
Ma Scimmiotto entrò e incominciò a scrutare a destra e a sinistra. Laozi lo seguiva attraverso portici e cortili, finché giunsero dove trovarono un ragazzo addormentato presso uno stabbio vuoto.
"Qui ci dovrebbe essere un bufalo, vecchio amico" osservò il Novizio. "Vedi che invece non c'è? È scappato."
"Quando è scappata, quella bestia maledetta?" gridò Laozi scuotendo il ragazzo addormentato.
Egli saltò su, cadde in ginocchio e rispose: "Non lo so, eccellenza, mi ero addormentato. Non so quando sia accaduto."
"Come ti sei potuto addormentare, buono a nulla?" lo sgridò Laozi.
"Avevo raccolto un grano di cinabro caduto a terra nella stanza degli elisir" spiegò il ragazzo prosternandosi. "L'ho mangiato e sono caduto addormentato."
"Sarà stato il cinabro sette volte raffinato che abbiamo preparato tempo addietro. Un grano fa dormire per sette giorni; prima non c'è verso di svegliare chi l'ha mangiato. Dev'essere accaduto sette giorni fa. Quella brutta bestia ha approfittato del tuo sonno per scappare nel mondo di Sotto. Vediamo se manca qualche altra cosa in giro."
"Vi dico io che cosa manca: un anello molto pericoloso" precisò il Novizio.
Il signore Laozi fece le sue verifiche, e in effetti risultò mancante un braccialetto di vajra. "Ecco che cosa ha rubato quel maledetto!"
"Si tratta proprio di questo!" esclamò il Novizio. "E lo avrei dovuto riconoscere, visto che me lo tirasti sulla testa ai tempi del duello con Erlang. Fu così che vincesti il tuo vecchio Scimmiotto. Ora che è capitato nel mondo di Sotto, dovresti vedere che putiferio di cose è riuscito a rubare."
"Ma dov'è quella bestia immonda?"
"Abita nella caverna del Monte del Cappuccio d'Oro, dove ha chiuso il mio maestro, che ha rapito, e il mio randello, che ha rubato. Gli fanno buona compagnia le armi di chi mi aiutava: il principe Nata e il dipartimento Fuochi, che hanno perduto il loro equipaggiamento al completo. Solo il conte del fiume non si è fatto rubare niente, per quanto non sia riuscito ad affogarlo. Figurati che gli arhat inviati dal Buddha si son visti rubare la loro sabbia di cinabro d'oro, con cui dovevano immobilizzarlo. In realtà ti sei preso una bella responsabilità, anche penale, vecchio mio, a lasciare briglia sciolta a una bestia che ruba e ammazza come quella."
"Quel braccialetto di vajra è un trovato che avevo realizzato in gioventù, quando attraversai il passo di Hangu per andare a convertire i barbari. Non lo batte nessun'arma, e nemmeno l'acqua o il fuoco. Anch'io non saprei come fare, se per esempio mi aspirasse il ventaglio di foglie di banano."
Il grande santo seguì allegramente Laozi, che teneva in mano il suo ventaglio. Montarono su una nuvola e viaggiarono insieme. Dalla porta sud del cielo scesero dritti sul Monte del Cappuccio d'Oro, dove i diciotto arhat, i duchi del tuono, il conte del fiume e i Li padre e figlio gli raccontarono tutto per filo e per segno.
"Ora bisogna che Consapevole del Vuoto lo vada a provocare un'ultima volta, perché esca all'aperto e si faccia catturare" concluse Laozi.
Scimmiotto balzò giù dalla vetta e ricominciò a inveire con voce tonante: "Bestia immonda! Pentolone di minestra! Esci fuori, che la morte ti aspetta!"
Messo sull'avviso e sempre chiedendosi che cos'altro potesse trovare in agguato, il mostro uscì con lancia e braccialetto.
"Maledetto diavolo!" gli gridò Scimmiotto. "Vedrai che questa volta chiudiamo i conti. Per incominciare, vieni qui a prenderti uno scappellotto."
Gli saltò al viso, gli diede una sventola e scappò via. Il mostro si lanciò a inseguirlo, ma udì alle proprie spalle una voce severa: "Ehi, bufalo, che cosa aspetti a ritornare a casa?"
Levando il capo vide il signore Laozi e si mise a tremare come una foglia: "Come avrà fatto, quel diavolo di una scimmia, a rintracciare il mio padrone?"
Laozi recitò un incantesimo e agitò il ventaglio: il mostro lasciò cadere il braccialetto e Laozi lo raccolse. Con un altro colpo di ventaglio, l'animale restò paralizzato e privo di forze, e riprese la propria forma: in realtà era un bufalo nero. Laozi soffiò il suo alito magico sul braccialetto e lo passò nelle froge dell'animale; poi sciolse la cintura che serrava la sua tunica, la legò all'anello e ne tenne in mano l'estremità. È un uso che si pratica ancor oggi; lo si chiama passare la noce di cocco.
Il signore Laozi prese congedo, si sedette a cavalcioni sul bufalo e ritornò con esso al Paradiso dei Beati su una nuvola colorata.
Scimmiotto e gli dèi forzarono l'ingresso della grotta e massacrarono fino all'ultimo i mostri sopravvissuti all'incendio. Ciascuno ricuperò le proprie armi. Il grande santo ringraziò il re celeste e suo figlio che tornarono in Cielo, i duchi del tuono che tornarono in ufficio, Virtù del Fuoco che rientrò in sede, il conte del fiume che si rituffò nell'acqua e gli arhat che ripartirono per l'Occidente. Poi andò a liberare Tripitaka, Porcellino e Sabbioso.
Quando i tre liberati ebbero espresso al Novizio la loro gratitudine, venne slegato il cavallo, si raccolsero i bagagli, e maestro e discepoli uscirono dalla grotta dirigendosi verso la strada maestra.
Mentre camminavano udirono una voce dal ciglio della strada, che diceva: "Santo monaco dei Tang, non gradireste un pasto vegetariano?"
Il reverendo, colto di sorpresa, sussultò.
Se non sapete chi lo chiamava, non avete che da ascoltare il seguito.