Compi senza rimpianto ottocento buone azioni,
Accumula tremila meriti in gran segreto,
Ama come te stesso il prossimo e le cose:
Così sarà adempiuto il tuo voto iniziale.
Il gran rinoceronte che non temeva né armi,
Né acqua o fuoco, è tornato a salire nel cielo.
Il signore Laozi l'ha domato; ridendo
Se ne va a cavalcioni del gran bufalo nero.
Chi dunque chiamava i pellegrini? Erano il dio del Monte del Cappuccio d'Oro e la divinità locale, che tendevano rispettosamente la ciotola d'oro delle elemosine: "Santo monaco, Scimmiotto aveva mendicato questo riso per voi. Non avete ascoltato i suoi buoni consigli e siete caduto nelle mani di un diavolo che ha dato molte pene al vostro discepolo. Ma poiché ora vi ha liberato, prendete questo riso prima di ripartire; non deludete il rispettoso affetto che il grande santo nutre per voi!"
"Mio caro discepolo" disse allora Tripitaka, "ti devo tutto e non so proprio come ringraziarti. Se lo avessi saputo, non sarei mai uscito da quel cerchio e non ci saremmo messi in mortale pericolo."
"Per dire le cose come stanno" rispose Scimmiotto, "non vi siete fidato del mio cerchio e avete subito il cerchio altrui, che purtroppo vi ha fatto soffrire molto di più."
"Quale cerchio altrui?" si meravigliò Porcellino.
"Zitto tu, stupido, che hai spinto il nostro maestro in questa prova con la malignità perversa della tua linguaccia. Ho dovuto smuovere cielo e terra. Quell'anello bianco aspirava tutto: armi, acqua, fuoco, sabbia del Buddha, tutti gli aiuti che riuscivo a procurarmi. Fu il Beato a lasciar intendere ai suoi arhat da dove veniva il mostro; e soltanto quando loro me lo hanno riferito, ho potuto pregare il signore Laozi di venire a sottomettere quel bufalo nero, sceso in terra a combinare guai."
"Saggio discepolo" esclamava Tripitaka colmo di gratitudine, "la prossima volta seguirò le tue istruzioni per filo e per segno; puoi credermi, dopo quante ne ho passate."
I quattro pellegrini si divisero il pasto; il riso era ancora fumante.
"Come fa a essere caldo, dopo tutto questo tempo?" domandò il Novizio.
"L'ho messo io a scaldare, quando ho saputo che il grande santo aveva concluso la sua impresa" spiegò inginocchiandosi la divinità locale.
Terminato il pasto, riposero la ciotola e si congedarono dai geni del luogo. Il maestro si rimise in sella e superarono l'alta montagna. È il caso di dirlo:
Lo spirito sereno ritorna consapevole.
Vanno all'Ovest nutrendosi di vento e di speranza.
Viaggiarono a lungo, finché incominciò a manifestarsi una precoce primavera. Si sentivano
pigolare le nere rondini, cantare i rigogoli gialli, le une riempiendosi il becco, gli altri intrecciando i loro trilli.
Il sole si copre di un broccato di petali, il monte si colora come un'incredibile catasta di cuscini ricamati. Sul susino verdeggiante incominciano a formarsi frutti grandi come piselli; il vecchio cedro sul ciglio dello strapiombo trattiene le nubi del cielo.
Una foschia luminosa si stende sulla pianura, la sabbia si scalda ai raggi di sole. Qua e là si vedono frutteti in fiore; dappertutto la stagione rinnova i boccioli dei salici.
Finirono per imbattersi in un fiumicello dall'acqua fresca e limpidissima. Il reverendo tirò le redini per contemplare a suo agio: sulla riva di fronte si vedevano tetti di capanne che superavano di poco le verdi chiome dei salici piangenti. Il novizio li additò: "Laggiù abita gente. Di sicuro ci sarà un traghetto."
"Ne ha tutta l'aria, ma non si vedono barche" osservò Tripitaka.
Porcellino lasciò scivolare a terra i bagagli e gridò a pieni polmoni: "Ehi, barcaiolo! Da questa parte!"
Dopo qualche richiamo, una barca sbucò effettivamente da sotto i rami di un salice e si avvicinò frusciando alla riva. I pellegrini la esaminarono.
Remi leggeri increspano l'acqua, lo scafo è laccato di colori vivaci. È una barca leggera, ma potrebbe navigare anche su un lago. Non ha cordami di seta né albero d'avorio; il dritto di prua è di pino e i remi di legno di cannella. Certo non vale uno di quei battelli degli dèi che superano mille leghe, ma è adatta per attraversare la larghezza del fiume: va e viene fra le rive, accostando sempre agli stessi approdi.
In breve la barca toccò la riva. "Da questa parte!" gridò il barcaiolo. Tripitaka sul suo cavallo si avvicinò. Che aspetto aveva la persona ai remi?
Il capo avviluppato da un turbante di velluto, i piedi calzati da scarpette di seta nera, pantaloni e veste di cotone cento volte rammendata, alla vita un grembiule mille volte ricucito. La pelle delle mani è ruvida, i muscoli rozzi, gli occhi torbidi, la fronte rugosa e il viso screpolato. Ma la sua voce conserva la dolcezza del canto del rigogolo: a guardar meglio, non c'è dubbio, è persona da indossar gonne e portare gioielli in testa.
"Sei tu il traghettatore?" chiese Scimmiotto.
"Sono io."
"Come mai il barcaiolo è rimasto a casa e ha mandato la sua barcaiola?"
La donna sorrise e non rispose. Appoggiò con le sue mani la passerella per salire a bordo, che il maestro superò con l'aiuto del Novizio; Sabbioso caricò i bagagli. Poi la barca accostò di più perché Porcellino facesse salire il cavallo. Ritirata la passerella, la barcaiola allontanò la barca dalla riva con una spinta, si mise ai remi e in breve compì la traversata.
Mentre sbarcavano sulla riva occidentale, il reverendo incaricò Sabbioso di pagare qualche sapeca. La donna intascò il denaro, ormeggiò la barca a un palo che sorgeva dall'acqua e scomparve in una casetta vicina soffocando piccole risa.
A vedere quell'acqua così limpida, Tripitaka provò sete e disse a Porcellino: "Prendimi una ciotola d'acqua."
"Anche a me è venuta voglia di bere."
Riempì la ciotola e la tese al maestro, che ne bevve un piccolo sorso e gli lasciò il resto. Quand'ebbero bevuto, Porcellino aiutò Tripitaka a rimontare a cavallo e si avviarono in cerca della strada dell'Ovest.
Trascorsa meno di un'ora, il reverendo sul suo cavallo incominciò a gemere: "Che mal di pancia!"
"Anche a me duole la pancia" disse Porcellino.
"Sarà stata l'acqua fredda che avete bevuto" suggerì Sabbioso.
Il maestro gridò più forte: "Ahi, non ne posso più!"
"È un male spaventoso!" gli fece eco Porcellino.
Mentre si lamentavano, i loro ventri ingrossavano a vista d'occhio. A toccarli si sentiva che c'era dentro qualcosa che premeva e si agitava senza tregua. Tripitaka stava per svenire, quando videro una capanna sul ciglio della strada; da un ramo d'albero pendevano due sandali di paglia.
"Che fortuna, maestro!" esclamò Scimmiotto. "Ecco un'osteria. Andiamo a chiedere l'elemosina di un po' di acqua calda e vediamo se si trovano medici che possano curare il vostro mal di pancia."
Tripitaka si sentì confortato e frustò il cavallo. Giunsero presto davanti alla porta, dove il reverendo smontò. Dentro c'era soltanto una vecchia seduta su uno sgabello di giunco, intenta a filare canapa. Il Novizio la salutò a mani giunte e spiegò: "Nonna, sono un povero monaco che viene dalle terre dell'Est; il mio maestro è fratello dell'imperatore in persona. Quando abbiamo attraversato il fiume ne ha bevuto l'acqua, ma gli ha dato mal di pancia."
La vecchia scoppiò a ridere fragorosamente: "Volete dire che ha bevuto l'acqua di quel fiume?"
"Ma sì, era così limpida che gliene ha fatto venir voglia" rispose Scimmiotto.
"E l'ha trovata di suo gusto?" chiese la vecchia soffocando dalle risate. "Venite dentro, vi spiegherò tutto."
Scimmiotto diede il braccio al monaco cinese, mentre Sabbioso sosteneva Porcellino. L'uno e l'altro non smettevano di gemere, con il ventre gonfio, il viso cereo e le sopracciglia aggrottate dalla sofferenza. Entrati nella capanna li fecero sedere, e il Novizio ripeté: "Nonna, il mio maestro ha bisogno di acqua calda. Vi saremo molto riconoscenti."
Ma la donna, invece di occuparsi di loro, corse nel retrobottega a chiamare: "Venite a vedere anche voi!"
Dall'interno vennero fuori zoppicando altre tre o quattro vecchie, che stettero a contemplare il monaco cinese con la bocca spalancata in un riso idiota.
Il Novizio, esasperato, grugnì e arrotò i denti con aria così feroce da mettere in fuga tutta la compagnia, che spingendo e inciampando si rifugiò precipitosamente nel retrobottega. Ma Scimmiotto afferrò la vecchia per la collottola e le ripeté: "Acqua calda! E non fare la spiritosa."
"Vostra signoria" rispose la donna tremando, "l'acqua calda non serve a quei due. Lasciatemi andare e vi spiegherò."
Scimmiotto la lasciò andare ed essa raccontò: "Vi trovate nel territorio del regno delle donne dei Liang dell'Ovest. Il paese è abitato soltanto da donne, non ci sono uomini qui: perciò siamo tanto contente e curiose di vedervi. Certo sarebbe stato meglio che il vostro maestro non avesse bevuto quell'acqua. Il fiume da cui l'avete presa si chiama Fiume della Maternità. Da noi non si osa berne l'acqua prima di aver compiuto vent'anni; quando la si è bevuta, si sentono i dolori della gravidanza. Alle porte della nostra capitale c'è il posto di accettazione dello yang. Là una sorgente forma un laghetto in cui, tre giorni dopo aver bevuto, ci si va a specchiare: se si vede il riflesso sdoppiato, significa che si è concepito un bambino. Ma potete star certo che, se il vostro maestro ha bevuto acqua del fiume, è rimasto incinto e partorirà un bambino. Non c'è acqua calda che tenga."
Tripitaka ascoltava ed era livido di spavento: "Discepoli miei, è inaudito! Adesso che cosa faccio?"
Porcellino gemeva, si torceva e allargava le cosce: "Avi miei! Partorire! È facile dirlo, ma noi siamo maschi; da dove uscirà quella roba?"
Scimmiotto si mise a ridere: "Melone maturo casca da sé, dicevano gli antichi. Vedrete che al momento buono vi si aprirà una fessura sotto l'ascella, e il bambino uscirà di là."
La bella prospettiva diede i brividi a Porcellino; i dolori gli sembrarono più intollerabili che mai e si mise a gridare: "Facciamola finita! Io crepo, son morto!"
"Non torcerti così, fratellino" lo esortò Scimmiotto ridendo. "Finirai per annodare il cordone ombelicale e provocare qualche guaio."
Il bestione si spaventò ancora di più e si aggrappava al Novizio con gli occhi gonfi di lacrime: "Fratello, informati dalla vecchia se da queste parti si trova una levatrice con la mano leggera. Chiamane subito una. Sento certe fitte! Saranno i dolori del parto. Svelto, sbrigati!"
"Se sono i dolori del parto, sta quieto, o finirai per perdere le acque" sghignazzava Scimmiotto.
"Nonna" ansimò Tripitaka, "ci sono medici in paese? Non si potrebbe acquistare un farmaco per abortire?"
"Non credo che un abortivo servirebbe a niente, ammesso che lo si trovi" rispose la brava donna. "In realtà, seguendo il viale alberato verso sud, si arriva al Monte della Liberazione dallo Yang, dove si trova la Caverna della Distruzione dei Bambini; là dentro sgorga la Sorgente degli Aborti. Per sbarazzarsi dalla gravidanza bisognerebbe bere un sorso di quell'acqua. Ma non ci si può più andare. L'anno scorso si è installato qui un taoista che si chiama Vero Immortale Come Mi Vorrai: egli ha fatto della caverna una sede dell'Unione Immortali e ha accaparrato la sorgente. Certo non cede quell'acqua per amor di dio: chi ne vuole una misera tazzina deve pagare una bella somma, e in più deve offrire carne di pecora, vino e frutta, e mostrare la più rispettosa e sincera devozione. Voi monaci mendicanti non troverete mai tutti i soldi che occorrono. Sarà meglio che vi rassegnate al vostro destino e aspettiate pazientemente il parto; non c'è altro da fare."
Scimmiotto, molto interessato, domandò: "Nonna, che distanza c'è da qui a quel monte?"
"Una trentina di li" rispose la donna.
"Bene. Maestro, rassicuratevi: andrò ad attingere di quell'acqua." E raccomandò a Sabbioso: "Prenditi cura del maestro. Se le vecchie si comportano male, ricordati dei metodi che usavi una volta: fai le boccacce per spaventarle e tienile quiete fino al mio ritorno."
Intanto la donna era andata a prendere un grosso vaso di ceramica, che gli porse dicendo: "Se poteste abbondare nel prendere quell'acqua, ci resterebbe poi una provvista per i casi urgenti."
Scimmiotto prese il vaso, uscì dalla capanna e montò su una nuvola.
"Avi miei!" gridò la buona donna inginocchiandosi. "Il monaco sa cavalcare le nuvole!"
Corse a cercare le sue coetanee perché venissero a prosternarsi davanti al monaco cinese: lo trattarono da arhat e da pusa. Poi misero l'acqua al fuoco e prepararono un pasto da offrire ai loro ospiti.
Intanto Scimmiotto, con una capriola nelle nuvole, giunse in vista di una montagna e abbassò la sua nuvola per contemplare il magnifico spettacolo:
L'erba svolge un tappeto verde brillante sotto il broccato dei fiori selvatici. Liane e cespugli invadono conche e valli, la foresta ricopre le cime. Cantano gli uccelli, volano stormi di oche, il cervo beve alla fonte, il gibbone si arrampica [...]
Sul versante nord si vedeva la corte di una fattoria, da cui veniva l'abbaiare dei cani. Egli scese in quel bel posticino:
Un ponticello passa l'acqua viva,
La capanna si addossa alla collina.
Nella siepe guaisce un cagnolino.
Uomini indaffarati vanno e vengono.
Dal cancello Scimmiotto vide un vecchio prete taoista che se ne stava seduto nella posa del sarto su un cuscino verde. Si avvicinò, posò il suo vaso e giunse le mani per salutarlo. L'uomo del Tao gli rese la cortesia con un inchino e chiese: "Da dove venite? Quali affari vi portano al nostro umile eremitaggio?"
"Sono un povero monaco inviato dai grandi Tang a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Il mio maestro è stato preso da dolori intollerabili e da una dilatazione del ventre, perché ha bevuto per errore l'acqua del Fiume della Maternità. Secondo la gente del villaggio ne sarebbe rimasto incinto, e questi dolori si potrebbero guarire solo con un sorso d'acqua della Sorgente degli Aborti, che si trova nella Grotta della Distruzione dei Bambini sul Monte della Liberazione dallo Yang. Avreste l'amabilità di farmi da guida?"
Il taoista si mise a ridere: "Ma ci siete già arrivato! Questa è appunto la grotta che cercate, divenuta una sede dell'Unione Immortali. Io sono proprio il primo discepolo del Vero Immortale Come Mi Vorrai. Qual'è il vostro nome? Vi vorrei annunciare."
"Sono il primo discepolo del maestro della legge Tripitaka Tang. Il mio umile nome è Scimmiotto Consapevole del Vuoto."
"Dove sono i vostri doni e presenti per il banchetto e le celebrazioni?"
"Non abbiamo potuto procurarci queste cose: siamo poveri monaci mendicanti di passaggio."
"Siete anche dei begli ingenui" sogghignò il taoista. "Il mio riverito maestro non si sarà accaparrato la fonte per lasciare che il primo che passa ne faccia l'uso che vuole. Per essere annunciato, devi prima raccogliere il denaro necessario. Altrimenti scòrdatelo."
"Relazioni amichevoli valgono più di decreti imperiali. Digli il mio nome e vedrai che sarà disposto a farmi questo favore; non è escluso che mi regali tutto il pozzo."
Il taoista si rassegnò ad andare ad annunciarlo al vero immortale, che era intento a pizzicare le corde della cetra; aspettò che terminasse di suonare e gli riferì: "Maestro, si è presentato un bonzo che dice di chiamarsi Consapevole del Vuoto e di essere il primo discepolo di Tripitaka Tang; vorrebbe un po' d'acqua della Sorgente degli Aborti per il suo maestro."
All'udire il nome di Consapevole del Vuoto, l'immortale montò in collera e vero odio gli tormentò la milza. Messa da parte la cetra si alzò bruscamente, sostituì il proprio abito con una veste taoista, impugnò uno scettro che terminava a uncino e balzò fuori dalla porta gridando: "Dov'è questo Consapevole del Vuoto?"
Scimmiotto lo osservò:
Un berretto stellato di colori cangianti,
Una veste scarlatta contesta in fili d'oro,
Stivali ricamati, cintura costellata
Di gioielli. Sottana dal bordo in seta fine
Da cui spuntano calze di velluto broccato,
Le maniche di drago. Regge uno scettro d'oro
Ricurvo. Volge intorno degli occhi di fenice,
Denti aguzzi fan cerchia fra le sue labbra rosse.
Una barba di fuoco si agita sul suo mento
E i capelli scarlatti si arrotolano in crocchie.
D'aspetto è più malvagio del maresciallo Wen,
Per quanto differente ne sia l'abbigliamento.
Il Novizio giunse le mani e si inchinò: "Il povero monaco che sono si chiama Consapevole del Vuoto."
"Ma è proprio il tuo nome? Non lo avrai usurpato?" insisté il maestro.
"Che cosa vi viene in mente? Gentiluomo non muta nome in casa né cognome in viaggio, come dice l'adagio. Si capisce, che sono Consapevole del Vuoto."
"Tu sai chi sono io?"
"Da tanto tempo salgo montagne e attraverso fiumi, per seguire la giusta Via del Buddha, che ho perso d'occhio gli amici della mia gioventù. Non li vedo da tanto tempo, che forse potrei incontrarne qualcuno senza saperlo più riconoscere. Il vostro nome l'ho sentito dalla gente che abita nel villaggio presso il Fiume della Maternità."
"Va per la tua strada e lascia me sulla mia. Perché mi sei venuto a disturbare?"
"Il mio maestro ha bevuto per errore l'acqua di quel fiume, che lo ha messo incinto e gli ha procurato mal di pancia. Sono venuto qui soltanto per chiedere una tazza di acqua della Sorgente degli Aborti, per liberarlo da questa prova."
"E il tuo maestro sarebbe Tripitaka dei Tang?" chiese il taoista infuriato roteando gli occhi.
"Proprio così."
"Ti risulta di aver mai incontrato un santo re fanciullo?" insisté quello digrignando i denti.
"Sarà per caso Bimbo Rosso, che viveva sul Monte del Singhiozzo? Perché me lo chiedete?"
"Perché è mio nipote. Io sono il fratello di suo padre, il re diavolo toro, che mi ha scritto una lunga lettera su come Scimmiotto, primo discepolo di Tripitaka dei Tang, lo ha trattato in modo odioso e l'ha ucciso. Non sapevo come fare a vendicarlo; ma ecco che mi vieni tu stesso a cercare: e vorresti anche dell'acqua!"
"Maestro, vi sbagliate. Ero un grande amico del vostro nobile fratello. Da giovani eravamo fratelli giurati nella confraternita dei sette. Mi dispiace di non avervi subito presentato i miei rispetti: non sapevo della vostra parentela. Quanto al vostro stimato nipote, in realtà gode ottima salute e ha trovato una sistemazione eccellente al servizio di Guanyin: ora è il suo ragazzo di Buona Fortuna. Se la passa certo meglio di voi e di me: e venite a rimproverarmi!"
Il taoista esplose: "Sentila, la scimmia maledetta! Secondo te, mio nipote se la passerebbe meglio da schiavo in servitù che da libero re. Basta con le insolenze. Ti farò assaggiare il mio uncino."
Scimmiotto parò il colpo con la sua sbarra: "Maestro, non ci accapigliamo; datemi un po' di quell'acqua e me ne vado."
"Macaco maledetto! Non capisci che ti stai giocando la pelle? Se riuscirai a sostenere tre scontri, ti darò l'acqua. Altrimenti giudicherò vendicato mio nipote quando ti avrò ridotto in ragù."
"Ti insegnerò io le buone maniere, creatura immonda!" gridò il grande santo. "Vuoi batterti? Ti accontento subito."
E colpì con la sua sbarra, cui il taoista oppose lo scettro a uncino. Davanti all'eremitaggio dell'Unione Immortali si svolse un terribile duello.
Il santo monaco aveva bevuto per errore l'acqua che fa concepire. Il novizio aveva perciò chiesto aiuto all'immortale Come Mi Vorrai. Non poteva sapere che di fatto era un essere malefico, impadronitosi della sorgente con la forza. Non parlarono di aborti, ma di vecchi risentimenti e litigarono senza cedere l'uno all'altro. Scambiandosi dure parole scaldarono gli animi, vennero alle minacce e ai propositi di vendetta.
Uno voleva l'acqua per salvare la vita del suo maestro, l'altro la rifiutava perché il nipote aveva perduto la sua libertà. L'uncino dello scettro era più insidioso dello scorpione, la sbarra cerchiata d'oro più brutale del drago. L'uno dispiega la sua forza mirando al petto, l'altro dispiega l'inganno cercando di agganciare le gambe. Un colpo basso della sbarra può infliggere gravi ferite; se il gancio alza il tiro minaccia la testa.
Toccato alla vita: la sbarra è falco che afferra il passero. Tre volte il cranio: il gancio è mantide che aggredisce la cicala. Avanzano e indietreggiano disputandosi la vittoria, girano intorno senza tregua, senza vinto né vincitore.
Combatterono per più di dieci riprese. Il taoista non era all'altezza del grande santo, che mirava alla testa con crescente determinazione. La sbarra si abbatteva come una pioggia di stelle filanti. Il taoista si sentì troppo debole e fuggì verso la montagna con lo scettro penzoloni.
Scimmiotto rinunciò a inseguirlo, ricuperò il vaso di ceramica ed entrò nell'eremitaggio in cerca d'acqua. Le porte erano state sbarrate fin dall'inizio, ma lui le buttò giù con un calcio e si precipitò all'interno, dove vide il discepolo curvo sul bordo del pozzo. Lanciò un grido e fece per rompergli la testa, ma quello corse via. Scimmiotto si accingeva ad attingere l'acqua con un secchio trovato accanto al pozzo, quando ricomparve il maestro taoista, che gli agganciò una gamba con il suo uncino e lo mandò lungo disteso sulle lastre di pietra del pavimento. Scimmiotto si rialzò subito e agitò la sua sbarra; l'altro saltava qua e là per evitare i colpi e lo scherniva: "Vediamo se sei capace di prendere la mia acqua."
"Fatti sotto!" gridava il grande santo. "Avrò la tua pelle, sudicia bestia, non solo la tua acqua."
Il prete si guardava bene dall'esporsi troppo; si accontentava di impedirgli l'accesso al pozzo. Scimmiotto si provò a roteare la sbarra con la mano sinistra, mentre con la destra agganciava il secchio alla corda. Ma non riuscì a evitare un nuovo sgambetto che lo fece incespicare e abbandonare la corda, la quale precipitò con il secchio in fondo al pozzo.
"Questo bel tipo ha proprio bisogno di imparare l'educazione" borbottò il grande santo. Tenendo la sbarra a due mani fece partire una gragnola di colpi; l'avversario non osò resistere e prese nuovamente la fuga. Scimmiotto voleva attingere l'acqua, ma aveva perduto il secchio e temeva di essere nuovamente attaccato. Perciò si disse: "Sarà meglio procurarsi un aiuto."
Ritornò d'un balzo alla capanna della vecchia e chiamò: "Sabbioso!"
All'interno Tripitaka e Porcellino sopportavano i loro dolori, l'uno gemendo e l'altro grugnendo senza posa. Quando lo sentirono, gridarono sollevati: "È ritornato Consapevole del Vuoto!".
Sabbioso gli corse incontro: "Hai portato l'acqua, fratello?"
Scimmiotto volle entrare e fece un resoconto di come stavano le cose. Tripitaka gemeva con le lacrime agli occhi: "Discepolo, come faremo?"
"Porto con me Sabbioso. Mentre combatterò con quella creatura, lui troverà il momento giusto per attingere l'acqua."
"Ma noi stiamo male! Se ci abbandonate tutti e due, chi si occuperà di noi?"
Intervenne la vecchia: "Reverendo arhat, rassicuratevi. Non avete bisogno dei vostri discepoli: vi cureremo noi. Ci siete piaciuti fin dall'arrivo. Ora poi che sappiamo che siete arhat o pusa, come si vede da quello lì che va e viene sulle nuvole, figuratevi se vi faremmo del male."
"D'altronde che danno potreste fare, voialtre donne?" disse Scimmiotto con disprezzo.
"Signori miei" replicò ridendo la vecchia, "dovete rendervi conto che avete avuto fortuna a imbattervi in persone come noi. Se foste capitati altrove, non ne sareste usciti interi."
"E perché no?" borbottò Porcellino.
"Noi quattro abbiamo ormai una certa età; i giochi del vento e della luna ce li siamo scordati. Perciò non vi abbiamo aggredito. Ma ci sono in giro molte donne giovani: credete che vi lascerebbero andare? Esigerebbero di congiungersi con voi; e se non foste disposti a sottomettervi, vi ammazzerebbero e vi taglierebbero a striscioline sottili, per mettervi nei sacchetti che profumano la biancheria."
"Io non corro pericoli" fece Porcellino. "Loro sì, hanno buon odore, ma io puzzo di maiale; possono ritagliarmi e conciarmi finché vogliono, puzzerò sempre di maiale."
"Non stancarti a parlare" ribatté Scimmiotto ridendo. "Ti devi tenere da conto per il parto."
"Non state a perdere altro tempo" tagliò corto la vecchia. "Andate a prendere quell'acqua."
"Mi potreste prestare un secchio?" chiese Scimmiotto.
La donna ne cercò uno nel ripostiglio e vi aggiunse una misura di corda, che tese a Sabbioso. "Due misure sarà meglio" disse lui. "Non si sa quanto è profondo il pozzo."
Una volta equipaggiati, i due montarono su una nuvola e partirono. In breve raggiunsero il Monte della Liberazione dallo Yang, scesero a terra e raggiunsero l'eremitaggio.
"Tu resta nascosto con secchio e corda" raccomandò il grande santo a Sabbioso, "finché avrò impegnato il taoista in duello. Aspetta che noi ci siamo allontanati, vai al pozzo, attingi l'acqua e scappa via."
Sabbioso promise di rispettare scrupolosamente le consegne.
Scimmiotto impugnò la sua sbarra, si mise davanti all'ingresso e gridò: "Aprite, aprite!"
Il portinaio corse ad annunciare: "Maestro, è ritornato Consapevole del Vuoto."
"Scimmia impudente!" esclamò il taoista arrabbiato. "Avevo sentito raccontare dei suoi poteri, e oggi li ho sperimentati a mio danno. In effetti non è facile resistere a quel randello."
"Maestro" fece notare il discepolo, "per forte che sia, voi non gli siete certo inferiore. Siete un avversario alla sua altezza."
"Quando ci siamo scontrati, mi ha battuto."
"Questo è vero, ma è stato per caso. In seguito, quando lui ha voluto attingere l'acqua, l'avete fatto ruzzolare due volte: non siete pari? Se è ritornato invece di tenersi alla larga, sarà perché Tripitaka, più gonfio che mai, lo avrà costretto con i suoi lamenti. Non ne sarà certo grato al suo maestro, combatterà di malavoglia e voi lo vincerete: ne sono sicuro."
L'incoraggiamento riempì il vero immortale di euforia. Mal dominando un raggiante sorriso di vanità, si diede l'aria più importante che poté, drizzò lo scettro uncinato e uscì gridando: "Maledetto macaco! Che cosa ritorni a fare?"
"Sempre per via di quell'acqua."
"L'acqua è del mio pozzo. Anche principi e ministri non ne possono avere senza pagarla. A maggior ragione tu, che sei nemico. Come puoi avere l'audacia di chiederla gratis?"
"Sei ben sicuro di non volermela dare?"
"Non se ne parla nemmeno."
"E allora bada al mio randello."
Scimmiotto lo aggredì mirando alla testa. L'immortale saltò da una parte per schivare il colpo e rispose con il suo uncino. La nuova battaglia fu più accanita della precedente.
Sbarra contro uncino: rabbia e rancore spingono i due. Vola sabbia, rotolano pietre; terra e polvere velano il cielo. Il grande santo chiede acqua per il suo maestro, il mostro la rifiuta a causa del nipote. I due prodigano sforzi equivalenti, senza tregua né riposo; sono così accaniti che serrano i denti e li digrignano; sono così tesi che sputano fumo in quantità, da impensierire diavoli e dèi.
Le armi si urtano: il loro rimbombare fa tremare monti e colline. È un uragano da abbattere la foresta, un vento furioso peggiore di quello degli scontri di tori. La lotta eccita rabbia e gioia: combattono con ogni impegno all'ultimo sangue.
Erano venuti alle mani davanti all'ingresso, ma con salti e balzi finirono per spostarsi ai piedi del monte. Sabbioso, con il secchio in mano, poté così precipitarsi dentro. Davanti al pozzo trovò il discepolo, spalleggiato da un servo, che gli sbarrò la strada apostrofandolo: "Chi sei tu che osi attingere quest'acqua?"
Sabbioso non perse tempo a rispondere. Posò il secchio, cavò il bastone per abbattere i diavoli e colpì il discepolo. Il taoista non riuscì a schivare il colpo, che gli ruppe la spalla sinistra. Cadde a terra e cercò disperatamente di sottrarsi strisciando via.
"Ti volevo ammazzare, bestiaccia; ma dal momento che hai forma umana, ho pietà di te. Ti risparmierò, ma levati di torno e lasciami attingere l'acqua" disse Sabbioso.
Il taoista, chiamando cielo e terra a testimoni, strisciò via faticosamente. Sabbioso cavò un secchio d'acqua dal pozzo, uscì con comodo dall'eremitaggio, salì su una nuvola e gridò a Scimmiotto: "Fratello, puoi lasciar perdere. Abbiamo l'acqua."
Allora Scimmiotto immobilizzò lo scettro uncinato con la sua sbarra e tenne all'avversario il seguente discorsetto: "Ascoltami bene: avevo in mente di sterminarvi tutti quanti. Ma non posso dire che tu abbia commesso dei crimini, e per conto mio non devo dimenticare i miei vecchi legami d'affetto con tuo fratello, il diavolo toro. Dopo che per due volte mi avevi impedito di attingere acqua dal pozzo, ho praticato il colpo della tigre attirata lontano dal covo: mentre io ti impegnavo a combattere, il mio condiscepolo ha preso l'acqua che ci serviva. Se mi ci mettessi sul serio non ne usciresti vivo, mio caro vero immortale; e con te nessuno dei tuoi. Ma come si dice: meglio lasciare una vita che prenderla. Ti risparmio e ti lascio gli annetti che ti restano da vivere, ma a patto che tu la smetta di praticare estorsioni a danno di chi ha bisogno di quell'acqua."
Tale era l'improntitudine del mostro, che credette di poter ripetere lo scherzo dello sgambetto con l'uncino. Ma il grande santo schivò il colpo, ne sollevò l'autore e lo scaraventò per terra, dove rimase a sgambettare senza riuscire a rialzarsi.
Scimmiotto afferrò lo scettro e lo spezzò in due; poi ne riprese i pezzi, li ruppe ancora e li scaraventò lontano: "Creatura immonda, ripròvati se sei capace."
Il mostro, che tremava come una foglia, dovette subire l'umiliazione in silenzio.
Il grande santo gli fece una risata in faccia, risalì sulla nuvola e se ne andò. Lo attesta il poema:
Vero piombo ricerca vera acqua,
Vero mercurio asciuga vera acqua.
Né mercurio né piombo han soffio-madre:
Per l'elisir servono sabbia e droga.
Quando il concepimento è una follia,
Per terra-madre è facile aver merito.
Or l'eterodossia vien rovesciata,
Il maestro dello spirito ritorna.
Trasportato da fausta luce, Scimmiotto raggiunse Sabbioso e se ne ritornarono insieme, contenti di essersi procurati vera acqua. Quando giunsero alla capanna, trovarono Porcellino, con il suo pancione incinto, che gemeva appoggiato allo stipite.
Scimmiotto si avvicinò a passi felpati: "Bestione mio, sei pronto per la sala parto?"
"Non scherzare fratello" replicò Porcellino che era allo stremo. "Hai portato l'acqua?"
Il Novizio voleva continuare a burlarlo, ma sopraggiunse Sabbioso che gridava allegro: "L'acqua è arrivata, ecco l'acqua!"
Tripitaka si inchinò faticosamente, vincendo il dolore: "Vi siete dati molta pena, discepoli miei."
Anche la vecchia era contenta; con le sue amiche uscì a complimentarsi: "Nobili pusa, che fortuna inaudita!" Poi cercò una tazza di porcellana decorata, la riempì a metà e la tese a Tripitaka: "Bevete piano, reverendo; basterà un sorso per interrompere la gravidanza."
"A me la tazza non serve" brontolò Porcellino. "Fatemi bere dal secchio."
"Ci farete morire di paura, monsignore!" esclamò la vecchia. "Se vuotate il secchio, non dissolverete soltanto il feto, ma anche le vostre budella."
Il bestione ebbe una tal paura che non osò fare a modo suo e si accontentò di sorseggiare mezza tazza.
In breve entrambi si sentirono rimescolare il ventre con dolori più forti che mai: si sarebbe detto che là dentro cigolasse una vecchia carrucola rugginosa. Alla fine il bestione non ne poté più: grande bisogno, piccolo bisogno, resti della gravidanza, tutto premeva per uscire con urgenza. Anche il monaco cinese cercò precipitosamente un angolino appartato in cui soddisfare le stesse necessità.
"Maestro, per carità" si inquietò Scimmiotto, "non esponetevi a correnti d'aria! Badate che, se prendete freddo, vi potrebbe venire la febbre puerperale."
La vecchia procurò loro due pitali, di cui fecero uso ripetutamente: il gonfiore si ridusse, man mano che la massa di carne e sangue si dissolveva, e il dolore si calmò. Allora le donne prepararono la pappa di riso bianco per riempire il vuoto.
"Io, nonna, sono un macigno" dichiarò Porcellino. "Non ho bisogno di fortificanti. Piuttosto scaldatemi acqua per un bagno. Mangerò la pappa dopo essermi lavato."
"Bada, fratello" obiettò Sabbioso, "non puoi fare il bagno: nel primo mese dopo il parto ogni contatto con l'acqua può provocare guai."
"Ma non è mica un parto, era solo una falsa gravidanza. Non inventiamo difficoltà. Io ho bisogno di ripulirmi."
La vecchia scaldò dell'acqua perché si lavassero i piedi e le mani. Mentre Tripitaka mangiava la seconda tazza di pappa, Porcellino ne aveva già vuotate dieci e reclamava l'undicesima.
"Ciccione" disse ridendo il Novizio, "datti una regolata. Che aspetto avrai con il pancione a forma di sacco di pappa?"
"Lascia stare, non corro rischi. Non sono mica una scrofa."
Gli si dovette cuocere altro riso.
La vecchia si rivolse al monaco cinese: "Reverendo maestro, date a me l'acqua che avanza."
"Tu, bestione, non ne vuoi più bere?" chiese il Novizio a Porcellino.
"Il mal di pancia è passato, la gravidanza dev'essere finita. Perché ne dovrei bere, se ormai mi sento bene?"
"Visto che a noi non serve più, prendetela pure" disse Scimmiotto.
La donna ringraziò, versò l'acqua in una giara di ceramica e corse a sotterrarla nell'orto, dicendo a chi voleva ascoltarla: "Qui c'è quanto occorre per pagarmi i funerali."
Tutti erano contenti. Fu preparato un pasto di magro disponendo tavole e sgabelli. I monaci cenarono tranquillamente e andarono a riposare.
L'indomani all'alba ringraziarono la gente di casa per rimettersi in cammino. Tripitaka montò a cavallo, Sabbioso si caricò i bagagli, Porcellino teneva la redini e Scimmiotto faceva da battistrada. Così sia:
Pulisciti la bocca e conservati puro:
Il corpo ripulito ridiventa natura.
Se poi non sapete chi altri incontrarono in quel reame, ascoltate il seguito.