Lasciata la capanna, come il racconto ci ha narrato, Tripitaka e i suoi discepoli avanzarono sulla via dell'Ovest. Dopo trenta o quaranta li giunsero alla capitale del paese dei Liang occidentali.
"Consapevole del Vuoto" dichiarò il monaco cinese dall'alto del cavallo, additando davanti a sé, "ci avviciniamo alle mura di quella città; sentite il rumore che viene dal mercato! Dev'essere la capitale del Regno delle Donne dei Liang occidentali. Dovrete stare attenti, osservare scrupolosamente le convenienze e tener corta la briglia ai vostri istinti, per non violare gli insegnamenti della Legge."
Si trovarono sul viale che conduceva alla porta est. Andavano e venivano gonne lunghe, giubbetti corti, visi incipriati e capelli impomatati: giovani o vecchie, non si vedevano che donne, le quali vendevano o compravano ai lati della strada. Quando videro passare quei quattro, si misero a battere le mani, a ridere e a esclamare gioiosamente: "Ecco dei maschi, questa è semenza di maschi!"
Tripitaka dovette tirare le redini del cavallo, perché la gente gli ostacolava il cammino; in un attimo, con suo spavento, la strada fu bloccata da quella folla che cinguettava lietamente.
"Io sono castrato" proclamava Porcellino ai quattro venti. "Non sono altro che un maiale castrato."
"Non occorre dir balle" considerò Scimmiotto. "Basterà che tu gli faccia vedere che bel ragazzo sei."
Porcellino incominciò a scuotere la testa, a stendere e agitare le sue larghe orecchie a ventaglio, a torcere la bocca in forma di ninfea pendula e a emettere una serie di grugniti: cose che mandarono gambe all'aria dallo spavento le donne che lo vedevano da vicino. Lo attestano i versi:
Passava il santo monaco dal paese dei Liang,
Luogo privo di yang e abitato da donne.
Contadine, artigiane, letterate, mercanti,
Pescatrici e braccianti: si vedon solo femmine.
Invitan civettuole e vogliono sedurre
Ogni maschio che passa. Se il nostro Porcellino
Non fosse tanto brutto, come resisterebbe
All'insidia incantevole?
L'impressione fu tale che non osavano più avvicinarsi. Curvavano la schiena e si torcevano le mani, scuotevano il capo e si mordevano le dita, ma non smettevano di contemplare il monaco cinese con tremiti e brividi. Anche Scimmiotto, per farsi largo, fece le sue smorfie e Sabbioso, il patibolare, prese un'aria ancora più tetra. Porcellino tirava il cavallo per le redini, alzando il grugno e dimenando senza posa le orecchie. Inoltrandosi lungo la strada ammiravano il bell'ordine degli edifici del sobborgo, le botteghe dalle ricche vetrine che offrivano sale e riso in quantità, le taverne e le case da tè. Le mercanzie si accumulavano sulla terrazza della torre del tamburo; padiglioni e magazzini erano chiusi da tende. Giunti in capo alla strada, una doganiera gridò loro: "Forestieri che venite da lontano, non potete entrare in città senza autorizzazione. Fatevi registrare al posto di accettazione, consegnate le vostre carte e aspettate che siano esaminate da sua maestà la regina. Non potrete ripartire senza il visto."
Tripitaka smontò da cavallo e lesse su un cartello appeso alla porta di un edificio pubblico i tre caratteri:
POSTO DI ACCETTAZIONE DELLO YANG
"Vedi, Consapevole del Vuoto" fece notare il reverendo, "che al villaggio ci avevano informato bene? C'è davvero un posto di accettazione dello yang."
"Fratello" suggerì Sabbioso ridendo, "non sarebbe prudente che ti andassi a specchiare nel laghetto, per controllare se il tuo riflesso si sdoppia?"
"Non scherzare su queste cose. Non ho forse bevuto la mia dose di acqua della Fonte degli Aborti?"
"Consapevole del Vuoto, guidaci tu; ma, mi raccomando, con discrezione" disse Tripitaka.
Salutarono la doganiera, che li pregò di entrare, li fece sedere nella sala principale e fece servire il tè. Constatarono che il servizio era effettuato da ragazze pettinate con tre crocchie e vestite in gonna e giubbetto, tutte sorridenti e vagamente invitanti. Bevuto il tè, la doganiera fece un inchino e chiese la loro provenienza.
"Abbiamo la missione di recarci a salutare il Buddha e di cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest, per ordine di sua maestà il sovrano dei grandi Tang delle terre dell'Est. Il nostro maestro, che si chiama Tripitaka, è fratello minore di sua maestà. Io sono il primo discepolo, Consapevole del Vuoto. Gli altri due sono i miei condiscepoli, Consapevole delle Proprie Capacità e Consapevole della Purezza. Siamo in cinque, con il cavallo, e vi preghiamo di verificare il nostro passaporto e di autorizzarci a ripartire."
La doganiera prese nota e si inchinò profondamente: "Ci dovete scusare, monsignore. Io sono soltanto il capo del posto di accettazione dello yang, e in questa umile posizione non potevo aver idea di chi foste. Se lo avessi saputo, vi sarei venuta incontro per accogliervi."
Dopo gli inchini, ordinò che si portassero cibi e bevande: "Monsignori, vogliate mettervi a vostro agio mentre vado in città a riferire alla nostra regina. Dopo l'apposizione dei visti, riceverete dei doni e vi accompagneremo verso occidente."
Tripitaka era incantato.
La capo posto si assettò gli abiti, entrò in città e si presentò alla Torre delle Cinque Fenici, dove dichiarò la propria identità e chiese di essere introdotta dalla regina. La ciambellana della Porta Gialla l'annunciò e ricevette l'ordine di farla entrare.
"Che cosa mi devi riferire, capo posto?"
"Ho avuto l'onore di ricevere il fratello del sovrano dei grandi Tang delle terre dell'Est, accompagnato da tre discepoli. Contando il cavallo sono in cinque e si recano a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Sono venuta a chiedere istruzioni, se sia opportuno vistare il loro passaporto e lasciarli ripartire."
La regina si rallegrò e si rivolse alle sue mandarine civili e militari: "Questa notte ho sognato che i paraventi d'oro si coprivano di mille colori e che gli specchi di giada diffondevano un'intensa luce: era il felice presagio di questo arrivo."
"E perché era un felice presagio?" chiedevano stupite le dame di corte, che si assiepavano e si inchinavano davanti ai gradini del trono.
"L'uomo dell'Est è un fratello imperiale. Fin dall'inizio del mondo, nessuna regina ha mai visto un maschio giungere in questo paese. L'arrivo del fratello del sovrano dei Tang non è forse un dono del cielo? Sono pronta a cedergli tutte le ricchezze del reame, perché sia il mio re e io possa regnare accanto a lui. Ci uniremo e avremo figli e nipoti, per perpetuare il lignaggio reale. Non è forse un giorno di festa?"
Le dame si profusero in riverenze e in altre dimostrazioni di assenso.
"Il discorso di vostra maestà è ottimo, se si pensa alla successione al trono" fece notare la capo posto. "Ma i tre discepoli sono molto brutti, sono dei veri mostri."
"Descrivimi l'uno e gli altri."
"Il fratello imperiale è alto, bello, elegante, in tutto degno del suo rango; un vero figlio del fiorito impero di mezzo del continente del Sud. I tre discepoli hanno un'aria così malvagia che sembrano creature malefiche."
"In questo caso" concluse la regina, "visteremo il passaporto dei discepoli, daremo loro qualche provvista e li spediremo nell'Ovest. Tratterremo qui solo il fratello imperiale. Perché no?"
"Le parole di vostra maestà sono giustissime: noi ci conformeremo rispettosamente. Ma non vi è matrimonio senza intermediaria. Come dicevano gli antichi: uniti dallo scambio di foglie rosse, legati dal filo rosso del vecchio della luna."
"Seguiremo il vostro suggerimento: la grande precettrice svolgerà il compito di intermediaria e la capo posto di accettazione dello yang dirigerà la cerimonia. Ma per incominciare dobbiamo proporre il matrimonio al fratello imperiale: se accetta, gli verrò incontro per riceverlo nelle dovute forme."
La precettrice e la capo posto lasciarono la corte per eseguire gli ordini.
Tripitaka e i suoi compagni si trattenevano piacevolmente a tavola nella sala grande del posto di accettazione, quando fu loro annunciato l'arrivo delle due donne: "La grande precettrice di sua maestà, accompagnata dalla nostra capo posto."
"Che verrà a fare qui la grande precettrice?" chiese Tripitaka.
"Ci porterà un invito a corte" suggerì Porcellino.
"Vedrete che non sarà un invito, ma una proposta matrimoniale" disse Scimmiotto.
"Consapevole del Vuoto" chiese Tripitaka, "che cosa facciamo se ci trattengono e ci vogliono costringere al matrimonio?"
"Maestro, acconsentite e non preoccupatevi del resto: ci penserò io" rispose Scimmiotto.
Le due funzionarie entrarono e si inchinarono al reverendo, che rese loro il saluto: "Di quale virtù o capacità può disporre l'umile monaco che sono, per meritare questo onore?"
La reale precettrice si rallegrava dentro di sé nel constatare la nobiltà e dignità del reverendo. "È una fortuna per il nostro paese" diceva tra sé. "Quest'uomo è davvero degno di diventare lo sposo della nostra regina."
Dopo i saluti le funzionarie rimasero in piedi, l'una accanto all'altra: "Auguri di felicità, vostra signoria!"
"Io ho lasciato la mia famiglia; da dove mi potrebbe venire questa felicità?"
"Nel nostro regno delle donne dei Liang dell'Ovest non era mai giunto un maschio prima d'ora. Dal momento che ci avete onorato della vostra visita, sono incaricata dalla regina di sollecitare il vostro consenso a un'unione matrimoniale."
"Sono lusingato. Ma l'umile monaco che sono è solo, non ha figli in propria compagnia. Non ho che questi tre discepoli storditi: quale di loro vorreste chiedere in matrimonio?"
"Quando ho annunciato a corte il vostro arrivo" spiegò la capo posto, "la nostra regina si è rallegrata e ha narrato che durante la notte aveva fatto un sogno di buon augurio: i paraventi d'oro si coprivano di mille colori e gli specchi di giada diffondevano un'intensa luce. Quando ha saputo che venivate da quel paese di superiore civiltà che è il fiorito impero di mezzo, si è detta pronta a cedervi tutte le ricchezze del regno se acconsentite a divenire il suo sposo e a salire sul trono: sarete proclamato l'Unico e lei si accontenterà di restare la regina vostra sposa. Ha decretato che la grande precettrice assumesse il ruolo di intermediaria e che io presiedessi alla celebrazione del matrimonio. Ecco l'ambasciata che vi portiamo."
Tripitaka chinò il capo e ammutolì.
"L'uomo di valore non si lascia sfuggire l'occasione" sentenziò la grande precettrice. "Non è raro che un uomo riceva la proposta di andare a vivere con la famiglia della moglie, ma non è certo comune che la dote sia un intero reame. Dateci senza esitare il vostro consenso, per consentirci di riferire la risposta."
Sembrava che il reverendo avesse perduto la favella. Accanto a lui Porcellino levò imperiosamente il grugno per dichiarare: "Grande precettrice, riferite questo alla vostra regina: il mio maestro è un arhat che coltiva la Via da molto tempo, e non desidera le ricchezze, fossero pure un reame, né la bellezza, per quanto suprema. Rendetegli il passaporto, lasciatelo proseguire per l'Occidente e prendete me. Che ve ne pare?"
La grande precettrice, atterrita, non osava rispondere. Intervenne la capo posto: "Siete un maschio anche voi; ma siete troppo brutto per piacere alla nostra regina."
"Non te ne intendi" replicò Porcellino ridendo. "Come dice il proverbio, il salice non ha rami inutili: con i grossi si fanno i vagli, con i sottili le bacchette. La bruttezza non esiste."
"Non dire scemenze" intervenne Scimmiotto. "Il maestro farà a modo suo: se è d'accordo lo dica, altrimenti tagli corto. Non facciamo perdere il tempo all'intermediaria."
"Consapevole del Vuoto" rispose Tripitaka, "farò come tu dirai."
"Secondo me, dovreste accettare la proposta. Come dicono gli antichi, gli incontri matrimoniali sono guidati da un filo invisibile a mille leghe di distanza. Non trovereste mai più un'occasione simile."
"Discepolo" obiettò Tripitaka "se cupidigia di ricchezze e onori ci trattengono qui, chi andrà in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest? Non deluderemo così la speranza che il nostro sovrano, l'imperatore dei Tang, ha riposto in noi?"
"Devo precisare" disse la precettrice reale, "che la volontà della regina è chiara: ella mi ha incaricato di proporre il matrimonio a voi solo. Si augura invece che i vostri tre discepoli proseguano il loro viaggio, dopo aver partecipato al banchetto di nozze, ripreso il passaporto e ricevute utili provviste."
"La grande precettrice dice bene" approvò Scimmiotto. "Noi non faremo certo obiezioni: siamo ben contenti che il nostro maestro diventi marito della vostra sovrana. Ci restituirete il passaporto e noi ripartiremo per l'Ovest; quando avremo ottenuto le scritture, ripasseremo di qui a salutare padre e madre e a chiedervi un viatico per il ritorno nel paese dei grandi Tang."
"Vi siamo molto grate di averci fatto la cortesia di agevolare la conclusione del patto matrimoniale" dissero inchinandosi le due funzionarie.
"Precettrice, in materia di banchetti non pensate di cavarvela a parole!" protestò Porcellino. "Dal momento che siamo d'accordo, dite alla vostra padrona di far servire subito il banchetto per il brindisi del contratto. Che ne dite?"
"Ma certo, faremo subito preparare i festeggiamenti."
Le due donne se ne andarono, molto soddisfatte di sé, a riferire alla regina.
Intanto Tripitaka tirava Scimmiotto per la tonaca e brontolava: "Testa pazza di scimmia, tu mi vuoi morto. Come puoi dire queste follie? Mi lascereste qui a sposarmi, mentre voi andreste a vedere il Buddha: non acconsentirò mai, dovessi morire!"
"Maestro, rassicuratevi" rispose Scimmiotto. "So come la pensate, ma con questa gente e in questa situazione non abbiamo altra possibilità che di cavarcela con uno stratagemma."
"In che cosa consiste?"
"Se aveste rifiutato, la regina non ci avrebbe restituito il passaporto e avrebbe ostacolato la partenza. Magari si sarebbe davvero incattivita fino a ordinare di tagliarci a strisce e di metterci nei sacchetti per profumare la biancheria. Noi non avremmo potuto restare con le mani in mano: io avrei dovuto ricorrere ai metodi che conosco per abbattere diavoli e creature malefiche. Sapete bene che ho la mano pesante e sono bene armato: se mi ci mettessi, non ci terrei molto a massacrare tutta la popolazione del regno; e, per quanto ci stiano seccando, non si tratta di mostri ma di esseri umani. Potreste fare una scelta simile voi, che siete sempre tanto pieno di compassione e di bontà e non volete schiacciare nemmeno le formiche? Sarebbe proprio scegliere il male."
"Consapevole del Vuoto" si inquietava Tripitaka, "parli come un libro stampato. Ma quando la regina mi porterà in camera sua, temo che pretenderà da me i riti che praticano gli sposi. E io come potrei rassegnarmi a disperdere il mio yang primordiale, a rovinare la virtù acquisita nella famiglia del Buddha? Se mi lasciassi sfuggire lo sperma della verità, perderei il corpo di adepto della nostra dottrina."
"Dal momento che non avete fatto difficoltà e avete acconsentito, la regina seguirà di certo l'etichetta di corte e verrà ad accogliervi alle porte della città: voi continuerete a mostrarvi accondiscendente, salirete sulla carrozza di draghi e fenici, entrerete nella sala d'udienza e vi sederete con il viso rivolto a sud. Chiederete alla regina di far recare il sigillo reale e di convocarci per consegnarci il passaporto vistato e firmato. Intanto verrà preparato il banchetto di nozze, che per noi sarà anche il banchetto di addio. Quando finirà voi chiederete di attaccare la carrozza. Direte che, prima di andare con lei, volete accompagnarci alle porte della città. Poiché vi avrà sempre visto arrendevole, non nutrirà alcun sospetto e acconsentirà. Davanti alle porte scenderete dal carro reale e, mentre Sabbioso vi aiuterà a montare a cavallo, io paralizzerò tutto il seguito con la magia. Non dovremo fare altro che rimetterci sulla nostra strada; quando avremo camminato un giorno e una notte le sveglierò, e loro non potranno fare niente di meglio che ritornarsene a casa. Così non metteremo in pericolo né la loro vita né la vostra integrità. Sfuggire alla trappola con un finto matrimonio: questo potrebbe essere il nome dello stratagemma. Non sarebbe prendere due piccioni con una fava?"
Per Tripitaka fu come il brusco risveglio dal sonno dell'incoscienza. Tutto gli divenne chiaro, ogni inquietudine svanì ed egli si profuse in ringraziamenti: "Sono profondamente riconoscente al mio saggio discepolo per avermi fatto partecipe delle sue lungimiranti vedute."
Le due funzionarie ritornarono a corte e si recarono direttamente ai piedi dei gradini di giada bianca per annunciare: "Il sogno di vostra maestà era verace: conoscerete senz'altro la gioia del pesce nell'acqua."
A questa notizia la regina fece arrotolare le cortine di perle, scese dal real giaciglio e chiese con la sua voce armoniosa e con un sorriso che rivelava i candidi denti fra le labbra di ciliegia: "Che cosa dice il fratello dell'imperatore della Cina, saggia consigliera?"
"Lo abbiamo incontrato al posto di accettazione e gli abbiamo esposto l'affare nei particolari. Lui sembrava un po' reticente, ma per fortuna il suo primo discepolo lo ha liberalmente esortato ad acconsentire: da parte sua è disposto a cedervi il suo maestro come sposo e re, a condizione che gli rendiate il passaporto e lo lasciate proseguire con i suoi compagni. Quando avranno ottenuto le scritture, si propongono di ritornare a salutare i loro genitori e a chiedere un viatico per il ritorno in Cina."
"E il fratello imperiale che cosa ha detto?" insisté sorridendo la regina.
"Non ha detto niente, ed è ben disposto a unirsi con voi. L'unica obiezione l'hanno fatta gli altri due discepoli, ed è che vogliono bere con voi il vino del consenso."
La regina fece ordinare ai servizi competenti di preparare il banchetto e di attaccare la grande carrozza per andare incontro al suo futuro sposo. Le dame di corte eseguirono gli ordini, spazzarono le sale e prepararono le camere. C'era chi predisponeva il banchetto, veloce come il lampo, e chi attaccava la carrozza, svelta come una stella filante. Dovete sapere che il regno dei Liang dell'Ovest, benché fosse un paese di sole donne, spiegava un fasto non inferiore a quello della Cina.
Sei draghi avvolti in volute colorate e doppia fenice portafortuna sostengono la carrozza, che emana delicati effluvi e inebrianti profumi. Le funzionarie si affollano intorno con acconciature coperte di gioielli, fra un crepitare di giade.
Ventagli di piume di anitra mandarina coprono la carrozza, protetta da cortine di perle e di giada. Una gioia senza limiti invade la sacra terrazza, l'onda della felicità monta fino al cielo. Il triplo baldacchino di garza è come un'oscillante volta celeste, gli stendardi multicolori illuminano i gradini reali. Qui dove mai fu scambiata la coppa nuziale, la regina si unirà oggi per la prima volta a un uomo.
Quando la grande carrozza, uscita dalle mura, giunse al posto di accettazione dello yang, i viaggiatori ricevettero l'annuncio: "È giunta sua maestà."
Tripitaka si aggiustò l'abito e uscì dalla sala con i suoi tre discepoli per presentarsi davanti alla carrozza reale. La regina fece alzare le cortine, discese e chiese quale fosse il fratello dell'imperatore della Cina.
"È quello che regge il brucia profumi e indossa un abito lungo" informò la grande precettrice.
Socchiudendo gli occhi di fenice e alzando le sopracciglia di falena, la regina lo scrutò con attenzione. Non era certo un tipo comune. Eccolo qua:
Portamento prestante, dignità del volto, denti candidi come argento da cesello, bocca ben tagliata con labbra rosse, sommità del capo piatta, fronte larga e tempie piene, occhi limpidi sotto la linea pura delle sopracciglia, lungo mento.
I lobi delle orecchie recano contrassegni di vera eminenza; dalla testa ai piedi non ha nulla di volgare, un'eleganza sostenuta dall'intelligenza, degno per ogni aspetto della grazia seducente della prima dama del regno dei Liang.
Mentre lo contemplava con delizia e rapimento, la regina si sentì dominata da desideri impudichi. Socchiudendo le graziose labbra di ciliegia si rivolse a lui: "Nobile fratello dell'imperatore dei Tang, che cosa aspettate per montare sulla fenice e cavalcare il drago?"
A questa proposta Tripitaka arrossì fino alle orecchie, troppo imbarazzato per alzare gli occhi. Accanto a lui Porcellino divorava quella donna con gli occhi. La sua bellezza era fragile e delicata:
Sopracciglia di piume di martin pescatore, pelle che ha la dolcezza della giada più fine, guance di fior di pesco, capelli avvolti in fenice d'oro. L'onda autunnale del suo sguardo vi avvolge nel suo fascino, i germogli primaverili delle sue dita si muovono con grazia. Sulla sua cintura sono i mille colori della seduzione, l'alta capigliatura brilla di perle e di smeraldi. Non parliamo di Wang Zhaojun, per quanto superi la Xi Shi d'altri tempi. A ogni movimento del suo busto di giovane salice tintinnano i ninnoli d'oro, a ciascuno dei suoi passi leggeri si indovinano le sue gambe di giada. Non sembra una donna mortale: non oserebbero paragonarsi con lei né la dea della luna né le fate del nono cielo. Sembra la regina madre dell'Ovest presso lo Stagno di Diaspro.
A sbirciarla negli angolini più interessanti il bestione si sentiva venire l'acquolina in bocca, il cuore gli batteva come un cerbiatto impazzito, sentiva le gambe molli e i muscoli rigidi, fondeva come neve al fuoco.
La regina si fece avanti, tirò Tripitaka per la manica e gli sussurrò: "Gentile fratello, sali con me in carrozza e andiamo a unirci nella Sala delle Campanelle d'Oro."
Il reverendo tremava così forte da reggersi a stento; sembrava istupidito o ubriaco fradicio.
"Su, maestro" gli sibilava Scimmiotto, "non fate tanto il sostenuto, montate in carrozza con lei. Affrettate il visto del passaporto perché possiamo proseguire."
Il reverendo era incapace di rispondere, brancolava e non riuscì a trattenere le lacrime. "Non inquietatevi, maestro! Non tiratevi indietro al momento di godere gli onori e le ricchezze che vi toccano."
Tripitaka non aveva scelta. Asciugò le lacrime, cercò di darsi un contegno e seguì la regina a passetti forzati.
La mano nella mano, presero posto nella vettura reale. La regina, piena di gioia, con il pensiero rivolto a unione e matrimonio; il reverendo, pieno di inquietudine, ha in testa soltanto il Buddha. L'una pensava solo a folleggiare alla luce delle candele fiorite della stanza nuziale; l'altro non aspirava che al Monte degli Avvoltoi. Lei era sincera, lui fingeva. Lei sperava di vivere e invecchiare con lui in armonia condivisa; lui restava deciso a perfezionare solo sé stesso. Lei si rallegrava di quell'uomo che desiderava abbracciare; lui temeva ogni specie di bellezza femminile, non vedeva l'ora di fuggire dalla trappola e di riprendere il suo cammino. Mentre salivano sulla carrozza, chi avrebbe detto che il cuore del monaco cinese fosse tanto lontano?
A vedere la coppia, le funzionarie civili e militari sorridevano intenerite. Il corteo si avviò verso la città. Scimmiotto affidò i bagagli a Sabbioso e seguì tirando il cavallo bianco per la briglia. Porcellino corse come un pazzo in testa a tutti per arrivare primo alla Torre delle Cinque Fenici.
"Come volete voi! È una bella coppia, ma non si concluderà niente! Niente si può concludere finché non avremo brindato alle nozze" gridava. "Se prima non si trinca, gli sposi non entrano!"
Le funzionarie che reggevano le insegne in testa al corteo, spaventate, si presentarono alla carrozza regia: "Vostra maestà, quello con le grandi orecchie si è messo davanti alla Torre delle Cinque Fenici e reclama da bere."
La regina appoggiò la sua tenera spalla a quella del reverendo, premette la guancia di pesca contro la sua e socchiuse la bocca profumata per dirgli con voce tenera: "Dolce fratello, è un tuo eminente discepolo quel tipo dal lungo grugno e dalle larghe orecchie?"
"È il mio secondo discepolo. È nato con un ventre enorme, pensa solo a mangiare: sarà meglio accontentarlo prima di ogni altra cosa."
"Il servizio dei banchetti ha preparato tutto, sì o no?" chiese impaziente la regina.
"Certamente, ogni cosa è pronta nel padiglione est. Sono stati preparati un menu con carni e uno vegetariano."
"Perché due menu?"
"Temevamo che il fratello dell'imperatore della Cina e i suoi eminenti discepoli avessero abitudini vegetariane, ma non ne eravamo certe."
La regina si strofinò ancora contro il reverendo con mille risatine e gli chiese se fosse vegetariano.
"Sì" rispose Tripitaka, "ma il vostro umile monaco non pratica ancora l'astensione dal vino di magro: per accontentare il mio secondo discepolo, bisognerà vuotarne qualche coppa con lui."
La precettrice reale venne ad annunciare: "Vogliate prendere posto al banchetto nel padiglione est. Questa è la sera di un giorno fasto e pertanto potrete sposare sua signoria nell'ora favorevole. Domani avrà inizio la via gialla dell'eclittica, propizia all'ascesa al trono di sua signoria e all'inizio di una nuova era."
La regina si rallegrò dell'oroscopo, prese subito il reverendo per mano e scese con lui dalla carrozza reale per varcare la soglia del palazzo.
Risuona dalle torri la musica divina
Mentre la gran carrozza attraversa le corti.
I portali si aprono su interni illuminati
Da vive luci. Salgono le volute d'incenso
Dentro la grande sala, dove emerge dall'ombra
Il ricco paravento ornato di pavoni.
Sono splendori degni di paese sovrano,
Ed altrettanto ricchi gli aerei padiglioni.
Quando giunsero nella sala del banchetto, udirono musiche melodiose di canti e flauti, e furono accolti da due file di fanciulle riccamente abbigliate. Nel mezzo erano disposte due sontuose mostre: a sinistra di piatti vegetariani, a destra di piatti di carne, seguite da due file di tavole. La regina sollevò le maniche rivelando le dita sottili, prese a due mani una coppa di giada e si dispose a distribuire gli invitati. Scimmiotto fece notare: "Noi siamo tutti vegetariani, maestro e discepoli. Converrà invitare prima il nostro maestro a prender posto a sinistra; e noi, come discepoli, dovremmo sedere nei tavoli successivi."
"Perfetto!" approvò la grande precettrice. "Il rapporto fra maestro e discepolo è come quello fra padre e figlio; perciò non devono sedere accanto." Le dame si affrettarono a ridistribuire convenientemente le seggiole. Mentre assegnava i posti, la regina offriva a ciascuno un boccale. Scimmiotto fece segno a Tripitaka che doveva rendere la cortesia. Egli fece dunque accomodare la regina per porgerle una coppa di giada. Le funzionarie civili e militari ringraziarono la sovrana della grazia che ricevevano, prima di prender posto secondo il loro rango. Poi la musica tacque e incominciarono i brindisi.
Porcellino pensava solo a riempirsi la pancia, senza curarsi d'altro. Che si trattasse di riso grano di giada, di focacce al vapore, di dolci ricoperti di zucchero, di funghi neri, porcini, germogli di bambù, orecchiette, cavolfiori, gelatine, rape, colocasia, patate o zafferano: tutto quanto veniva rumorosamente ingoiato. Dopo aver vuotato sei o sette coppe per sciacquarsi la bocca, si mise a gridare: "È ora di incominciare a bere. Datemi da bere! Portatemi un bel boccalone, che lo vuoti due o tre volte prima che ciascuno se ne vada per gli affari suoi."
"Tu lo lasceresti, questo bel festino, per andare per l'affare tuo?" gli chiese Sabbioso.
"Come dicevano gli antichi" rispose ridendo il bestione, "l'arco all'arcaio, la freccia al frecciaio. Quelli che si sposano vanno a letto e quelli che cercano scritture vanno per strada, senza compromettere la loro missione per qualche bicchiere di troppo. Sarà meglio che ci restituiscano subito il nostro passaporto. È il caso di dirlo: finché il capo è dritto e tosto, ognun tiene il proprio posto."
La regina, che li sentiva, fece portare grandi coppe. Le funzionarie del servizio privato si affrettarono a presentare dei nappi a foggia di pappagallo, dei calici a forma di cormorano, boccali d'oro, tazze d'argento, coppe di vetro, caraffe d'ambra, grandi ciotole di cristallo e altre più piccole dette di Penglai. Tutti questi recipienti furono riempiti di densi liquidi e aromatici, e ciascuno ne ebbe la sua parte.
Poi Tripitaka si alzò, si inchinò giungendo le mani e disse alla regina: "Vi siamo molto grati, vostra maestà, di questo sontuoso festino. Abbiamo molto bevuto. Ora vi prego di riprendere le vostre funzioni per vistare il passaporto dei miei discepoli, in modo da permettermi di accompagnarli tutti e tre fuori della città senza altro indugio."
La regina acconsentì, prese il reverendo per mano e, dopo avere congedato i convitati, salì alla sala di udienza. Voleva cedere il trono a Tripitaka, ma egli protestò: "No, non è opportuno. Come ha detto la grande precettrice, solo domani entreremo nella via gialla. L'umile monaco che sono non si può permettere di montare prematuramente sul trono per proclamarsi l'Unico. Oggi tocca a voi apporre il vostro sigillo sul passaporto per congedare i miei discepoli."
La regina prese quindi posto sul giaciglio del drago, dopo aver fatto collocare a sinistra una poltrona dorata su cui invitò il monaco a sedersi. I discepoli furono convocati per procedere all'esame del documento. Il grande santo chiese a Sabbioso di prenderlo dalla sacca e lo presentò rispettosamente reggendolo con le due mani. La regina lo lesse attentamente: in alto si vedevano i nove preziosi sigilli dell'imperatore dei grandi Tang, e sotto quelli del paese degli Elefanti Sacri, del regno del Gallo Nero e di quello di Carrolento.
"Dunque vi chiamate Chen, caro fratello!" esclamò la regina con una graziosa risatina quando ebbe finito di leggere.
"Chen era il mio nome laico di famiglia; in religione mi chiamo Xuanzang. Mi chiamano anche Tang, perché il sovrano dei Tang mi ha concesso l'insigne favore di considerarmi suo fratello minore."
"Perché i nomi dei vostri eminenti discepoli non figurano su questo documento?"
"I miei tre stupidi discepoli non appartengono alla corte dei Tang."
"E se non vi appartengono, come hanno acconsentito a seguirvi?"
"Il più anziano viene dal paese di Aolai, nel continente orientale; il secondo da un villaggio tibetano del continente dell'Ovest e l'ultimo dal Fiume delle Sabbie Mobili. Tutti e tre hanno commesso crimini e trasgredito i regolamenti celesti; la pusa Guanyin dei mari del Sud li ha liberati dalle pene che erano state loro inflitte e li ha convertiti e riportati al bene. Hanno acconsentito a fornire la mia protezione nella ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest, per acquisire meriti che riscattino le loro colpe. Il loro nome non è scritto sul passaporto, perché tutti e tre sono divenuti miei discepoli dopo la partenza, nel corso del viaggio."
"Aggiungerò i loro nomi, volete?"
"Sia fatta la volontà di vostra maestà."
La regina fece portare scrittoio e pennello, strofinò l'inchiostro sulla pietra sino a formarne uno strato spesso e odoroso, vi intinse le setole del pennello finché ne furono ben intrise e aggiunse in fondo al foglio i nomi di Scimmiotto Consapevole del Vuoto, Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità e Sabbioso Consapevole della Purezza. Poi prese il sigillo reale e lo impresse con cura, aggiunse la sua firma e fece riconsegnare il passaporto a Scimmiotto. Questi a sua volta lo diede a Sabbioso da riporre.
La regina fece quindi portare un vassoio di pezzi d'oro e d'argento, scese dal trono e li offrì a Scimmiotto: "Questi vi aiuteranno a sostenere le spese di viaggio, perché possiate giungere al più presto nel Paradiso dell'Ovest. Quando sarete di ritorno, vi dimostrerò la mia gratitudine con maggiore generosità."
"Siamo monaci" protestò il Novizio, "e non possiamo accettare né oro né argento. Dobbiamo mendicare il nostro cibo lungo il cammino."
Vedendoli fermi nel rifiuto, la regina fece portare dieci rotoli di broccato: "Avete tanta fretta" disse al Novizio, "che manca il tempo di farvi confezionare degli abiti. Prendeteli per provvedere lungo il cammino, in modo da proteggervi dal freddo."
"Un monaco non veste di broccato; per coprirci bastano le nostre tonache di tela."
Dopo aver constatato che non accettavano nemmeno la seta, la regina fece portare tre litri di riso: "In mancanza di meglio, ne farete un pasto lungo il cammino."
Alla vista del riso, Porcellino saltò su e lo infilò immediatamente nel suo sacco.
"Fratellino, i bagagli erano già tanto pesanti: dove troverai la forza per portarli?" motteggiò Scimmiotto.
"Tu non te ne intendi" rispose ridendo Porcellino. "Il riso va consumato fresco: domani non ne resterà un solo chicco." Poi giunse le mani per ringraziare.
"Mi posso permettere di importunare vostra maestà, pregandola di voler venire con me ad accompagnarli fuori dalla città?" propose Tripitaka. "Mi occorrerà giusto il tempo per fare le ultime raccomandazioni per il seguito del viaggio, e ritornerò a condividere per sempre la vostra gloria. Per godere liberamente del piacere delle fenici allacciate, bisogna prima sbarazzarsi da queste preoccupazioni."
La regina non sospettò l'inganno e ordinò di preparare la carrozza reale, su cui salì appoggiandosi a Tripitaka. Attraversarono dunque la città: dappertutto lungo le strade si riempivano le coppe d'acqua pura e i brucia profumi dell'incenso più fine. Si gioiva tanto del passaggio della regina, quanto di questa inaudita presenza maschile. Giovani e vecchie si erano pettinate, truccate e incipriate per l'occasione. Presto il corteo giunse fuori dalla porta occidentale.
Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso, tutti insieme, si aggiustarono i vestiti, si recarono accanto alla carrozza e gridarono forte: "Che la regina non si dia pena di accompagnarci oltre. Noi ci congediamo qui."
Il reverendo discese dal veicolo, giunse le mani e disse alla sovrana: "Ritornate, signora, e vogliate lasciar proseguire nella ricerca delle scritture l'umile monaco che sono."
La regina impallidì e si aggrappò al monaco: "Caro fratello, per avervi come sposo ho acconsentito a darvi tutto il mio regno. Domani salirete al trono e sarete proclamato re. Ho accettato di essere la vostra sposa, abbiamo celebrato il banchetto di nozze: ora non potete cambiare idea!"
Porcellino uscì dai gangheri; torcendo il grugno da tutte le parti e sbattendo le orecchie all'impazzata, corse alla carrozza gridando: "Noi monaci dovremmo sposare uno scheletro incipriato come te? Lascia andare il mio maestro!"
La povera regina, sotto l'urto brutale di quest'ultima aggressione, sentì le sue anime abbandonarla e svenne dentro la carrozza. Sabbioso liberò Tripitaka dalla folla e lo aiutò a montare in sella. Ma proprio allora si vide ergersi sul ciglio della strada una figura di donna, che gridava: "Dove vai, fratello dell'imperatore dei Tang? Vieni a divertirti con me al gioco del vento e della luna!"
"Furfante, sporcacciona!" urlò Sabbioso, e brandì il suo bastone per assestarglielo sulla testa. Ma la donna sollevò un turbine di vento che si portò via il monaco cinese senza lasciarne traccia. Ahimè, è il caso di dirlo:
Sfuggire ad una trappola, almeno dilettevole,
Per diventare vittima di un'orca spaventevole!
Se non sapete, in fin dei conti, se la donna fosse umana o malefica, né se il maestro ci lasciò o meno la pelle, ascoltate il prossimo capitolo.