Come si esprime il poema:
Diciamo puro il vuoto basamento
Dello spirito, sgombro da pensieri.
Alla briglia la scimmia ed il cavallo,
Non cercar gloria: scaccia i sei briganti
E attendi ai tre veicoli. Ogni ostacolo
Caduto, giungi all'illuminazione.
Vinta per sempre la sensualità
Gioia assoluta avrai nell'Occidente.
Il racconto ha detto come Tripitaka conservò intatto il suo corpo con una determinazione che gli avrebbe consentito di mordere chiodi e masticare ferro, e come Scimmiotto e compagni uccisero lo scorpione e lo liberarono. Nelle tappe successive non incontrarono accidenti degni di nota, e presto ritornò l'estate. Era quando
La brezza è profumata d'orchidee
E l'acquazzone rinfresca il bambù.
Invade l'artemisia le colline,
Fiori e canneti coprono i ruscelli.
Sono attirate le api vagabonde
Dal melograno; si affolla di uccelli
L'ombra dei salici. Come scambiarsi
I dolci triangolari della festa
Del Doppio Cinque e godersi la gara
Delle barche, lontano da ogni fiume?
Maestro e discepoli camminavano godendosi questo paesaggio del trionfo dello yang, mentre trascorreva la festa del solstizio d'estate, quando videro un'alta montagna sorgere sulla loro strada.
Il reverendo tirò le redini e volse la testa per ammonire: "Consapevole del Vuoto, su una montagna simile bisogna stare attenti: temo che incontriamo altre creature malefiche."
"Maestro, rassicuratevi. Abbiamo abbracciato con sincerità la nostra fede, in essa rimettiamo il nostro destino e perciò non abbiamo niente da temere."
Confortato da queste parole, il reverendo frustò il suo cavallo drago per riprendere il cammino. Giunsero in breve sull'orlo di una rupe e guardarono davanti a sé: che spettacolo! [...]
L'ascesa fino alla vetta fu lunga e faticosa; discesero poi lungo il versante occidentale, dove trovarono un tratto pianeggiante soleggiato. Porcellino, che voleva far mostra di energia, diede i bagagli a Sabbioso e corse a incitare il cavallo agitando il suo rastrello. Ma esso mantenne il suo ambio pacifico, senza farsi impressionare dagli urli e dalle minacce del bestione.
"Perché vuoi farlo correre, fratellino?" intervenne Scimmiotto. "Lascialo andare a modo suo."
"Il fatto è che si fa tardi e mi è venuta una gran fame, dopo tutta quella arrampicata. Sbrighiamoci a trovare un abitato dove si possa mendicare cibo."
"Se è questo che vuoi, ci penso io."
Bastò che lanciasse un grido e agitasse il suo randello, perché il cavallo si mettesse a galoppare veloce come una freccia.
Perché il cavallo temeva il Novizio e non Porcellino? chiederete. Il motivo era che cinquecento anni prima Scimmiotto era stato equipuzio nelle scuderie dell'Imperatore di Giada. È una tradizione che dura ancora: i cavalli hanno paura delle scimmie.
Le redini sfuggirono al reverendo, che dovette aggrapparsi alla sella. Il cavallo bianco riprese l'ambio solo dopo aver galoppato per una ventina di li. D'un tratto si udì un colpo di gong e, dai lati della strada, sbucò una trentina di uomini armati di lance, sciabole e bastoni: sbarravano il cammino gridando: "Dove credi di andare, bonzo?"
Tripitaka si spaventò; tremava tanto che cadde da cavallo, e rovesciato nell'erba balbettava: "Pietà, risparmiatemi, grandi re!"
"Non ti toccheremo" gli dissero due omaccioni che dovevano essere i capi, "a patto che tu ci dia il tuo viatico."
Solo allora il reverendo si rese conto di essere incappato nei briganti di strada. Si alzò in piedi e li guardò:
Uno ha la faccia vinosa e i denti in fuori, eclisse della stella della disgrazia; l'altro, con i globi sporgenti dei suoi occhiacci, promette funerali. Irti capelli rossi incendiano le loro tempie; setolosi peli giallastri costellano di spine il loro mento. Berretti di pelle di tigre calcati in capo, gonnelle da battaglia di martora cinte alla vita; uno stringe un bastone armato di denti di lupo, l'altro appoggia sulla spalla uno staffile nodoso di giunchi. Fanno pensare alla tigre di montagna e al drago che sorge improvviso dall'acqua.
Davanti a quei ceffi patibolari, Tripitaka giunse le mani davanti al petto e implorò: "Grandi re, il povero monaco che sono è inviato dal sovrano dei Tang delle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Ho lasciato Chang'an da tanti anni, che non mi resta nulla del mio viatico. Noi che abbiamo lasciato le nostre famiglie viviamo di elemosine. Come potremmo avere denaro con noi? Ripongo ogni speranza nella vostra misericordia: lasciate andare l'umile monaco che sono!"
"Il nostro è mestiere da tigri" risposero i due capi. "Non blocchiamo la strada maestra per divertirci, ma per far grana. Non perdere tempo a sviolinare di misericordia: se non hai soldi spogliati, lascia i vestiti e il cavallo, e potrai passare."
"Emituofo!" supplicò Tripitaka. "Ho mendicato questo vestito pezzo per pezzo: chi mi ha dato la stoffa, chi ha donato le cuciture. Se mi spogliate mi condannate a morte. Non avete che questa vita per agir bene, nella prossima rischiate di trovarvi mutati in bestie selvagge."
Uno dei briganti si innervosì e alzò un gran randello per assestargli un colpo in testa. Il reverendo pensava: "Infelice! Credi di avere un buon randello, ma non hai visto quello del mio discepolo."
Davanti al bastone levato il reverendo, che in vita sua non aveva mai mentito, si lasciò andare a un trucchetto di bassa lega: "Non toccarmi! Mi seguono dei discepoli: sono loro che portano i soldi, parecchi tael d'argento. Prendete quelli."
"Non c'è gusto a picchiare questo bonzo meschino, che andrebbe subito fuori combattimento. Legatemelo bene."
I briganti si gettarono su di lui, lo legarono e lo appesero al ramo più alto di un albero.
Intanto i tre discepoli inseguivano il cavallo. "Il maestro è partito a tutta birra, mi chiedo se gli verrà in mente di fermarsi ad aspettarci" diceva Porcellino ridendo. Quando vide il maestro appeso all'albero esclamò: "Guardate che roba! Non gli bastava aspettare, si è arrampicato su una pianta e fa l'altalena con le liane."
"Scemo!" disse Scimmiotto. "Non vedi che qualcuno l'ha legato? Avanzate piano, che io vi precedo per osservare la situazione."
Salì su un'altura e vide che si trattava di una banda di briganti. "Che bellezza! Finalmente trovo un'occasione di divertirmi."
Con una scossa si trasformò in un bonzetto sui sedici anni, vestito di nero e con la bisaccia azzurra sulle spalle. Andò a gran passi sotto l'albero, guardò su e chiese al maestro: "Che cosa significa? Chi sono questi cattivi?"
"Discepolo, non fare tante domande, tirami giù."
"Ma questa gente chi è?"
"Sono briganti da strada che mi hanno fermato e vogliono soldi. Visto che non ne avevo, mi hanno appeso qui per aspettarvi: altrimenti avrei dovuto cedergli il cavallo."
"Maestro" si mise a ridere Scimmiotto, "come al solito non siete all'altezza della situazione. Non sarà facile trovare altri bonzi malleabili come voi. Voi siete mandato in missione da Taizong, imperatore dei Tang: nessuno vi può privare del vostro cavallo drago."
"Caro discepolo, che ci posso fare? Vedi come mi hanno appeso. E se si fossero divertiti a picchiarmi?"
"Voi che cosa avete detto?"
"Mi hanno fatto perdere il sangue freddo; ho dovuto parlare di te."
"Avreste potuto divagare. Che bisogno c'era di tirarmi in ballo?"
"Per non farmi picchiare ho detto che tu avevi denaro, è stato un sotterfugio per causa di forza maggiore."
"Va bene, non parliamone più. Grazie di avermi raccomandato a questa gente. Anche se lo faceste ventiquattro volte al mese, il vostro vecchio Scimmiotto non potrebbe che ringraziarvi."
Vedendo il Novizio in conversazione con il maestro, i banditi si fecero avanti e li circondarono: "Ehi, bonzettino! Tu tieni la grana sotto la cintura, ce l'ha detto il tuo maestro. Sgancia tutto, se volete uscirne vivi! Provati a farfugliare mezza scusa, e vi facciamo a pezzi tutti e due."
"Signori ufficiali" rispose Scimmiotto posando il sacco, "è inutile far baccano. Certo che ho qui qualche riserva. Non è gran che: una ventina di lingotti d'oro e altri venti o trenta d'argento, senza contare gli spiccioli. Se li volete prendetevi il sacco, ma non toccate il mio maestro. Come dicono gli antichi libri: la virtù è fondamentale, le ricchezze sono secondarie; sono una cosa senza importanza. Noialtri monaci abbiamo sempre la risorsa di mendicare. Quando incontriamo uno spettabile donatore, ci dà vesti e regali: non manchiamo mai di niente. Tirate giù il maestro e prendete pure quello che vi pare."
Alla banda questa arringa piacque molto. Dicevano: "Il vecchio è uno spilorcio, ma il giovanotto è di larghe vedute." E calarono Tripitaka dall'albero.
Il reverendo si sentì rivivere, balzò a cavallo, lo frustò e partì al galoppo nella direzione da cui era venuto, senza curarsi di Scimmiotto.
"Sbagliate strada!" gli gridò il Novizio, e prese il sacco per corrergli dietro. Ma i due capi briganti lo impedirono: "Dove credi di andare? Il sacco lo lasci qui, se non vuoi che ti tostiamo a modo nostro."
"Visto che siamo fra gente che parla fuori dai denti" replicò ridendo Scimmiotto, "dividiamo i fondi in tre."
"Che bonzetto furbacchione!" disse uno dei due. "Vuol tenersi qualcosa all'insaputa del maestro. Va bene: tu sgancia e facci vedere. Se i soldi sono tanti come dicevi, ti daremo la mancia per comperarti le caramelle."
"Non avete capito niente, belli miei" replicò Scimmiotto. "Che cosa credete? Io non ho un soldo. I fondi da spartire sono quelli che avete ammucchiato voi, facendo il vostro mestiere."
La proposta mandò i briganti fuori dai gangheri. Soffocando di rabbia urlavano: "Sfacciato! Bonzo impunito! Non vuol mollare niente e si aspetta che lo facciamo noi! Sta fermo e vedrai che cosa ti molliamo!"
Uno dei due capi picchiò con il suo staffile sette od otto volte il cranio rasato di Scimmiotto, che non fece una piega e con un bel sorriso disse: "Amici miei, potete continuare a picchiare fino alla prossima primavera, ma non serve a niente."
"Che testa dura, questo bonzo!" esclamò meravigliato il brigante.
"Mi confondete" disse Scimmiotto ridendo. "Non merito tanti complimenti, ma devo ammettere che me la cavo."
I briganti gli saltarono addosso riempiendolo di botte.
"Calma, signori" disse Scimmiotto; "ho qualcosa da farvi vedere."
Si tastò dietro l'orecchio e ne cavò un ago da ricamo: "Signori, noi monaci siamo poveri: non ho altro da offrirvi che questo ago."
"Che scalogna! Ci siamo lasciati scappare il bonzo ricco e c'è rimasto in mano questo pidocchioso ciuco tonsurato. Che ce ne facciamo del tuo ago?"
Scimmiotto se lo rigirò fra le mani e lo trasformò in un grosso randello.
"Il giovincello ci sa fare, con la magia!" esclamò allarmato uno dei capi.
Scimmiotto piantò il randello per terra e dichiarò: "Lo do a chi riesce a prenderlo."
I due capi si fecero avanti ma, poveretti, non riuscirono a spostarlo di un pelo: come libellule alle prese con una colonna di marmo. Non potevano sapere che la sbarra cerchiata d'oro pesava trentatremila libbre sulle bilance del Cielo. Scimmiotto si accostò, la sollevò senza sforzo e la puntò sui malfattori, danzando la figura del pitone che si attorce e si srotola: "Che guaio vi càpita, siete incappati proprio nel vecchio Scimmiotto! Oggi non avete fortuna..."
Un bandito tornò alla carica scaricandogli addosso una sessantina di colpi alla disperata, ma il Novizio rise: "Ti stanchi le mani; ti restituirò un colpetto solo, col mio bastone, senza calcare troppo la mano."
Roteò la sbarra dandole il diametro di una vera di pozzo e un'ottantina di piedi di lunghezza. Uno dei capi briganti ne fu sfiorato, cadde nella polvere e non si mosse più. L'altro si mise a gridare: "Questa canaglia di monaco esagera! Invece di sganciare i soldi, ha ammazzato uno di noi!"
"C'è tempo a tutto" replicò sorridendo Scimmiotto. "Uno per volta, troverete tutti quello che vi spetta."
Un altro tocco della sbarra uccise anche il secondo capo; il resto della banda, terrorizzato, scappò da tutte le parti abbandonando le armi.
Intanto Tripitaka, che galoppava verso est, incontrò Porcellino e Sabbioso che trattennero il suo cavallo: "Dove andate, maestro? Sbagliate direzione."
"Discepoli" disse il reverendo, "correte ad avvertire il vostro compagno prima che sia troppo tardi; ditegli di tener ferma la sua sbarra e di non uccidere i briganti."
"Aspettatemi qui: vado e torno" disse il bestione, e rifece di corsa la strada gridando a squarciagola: "Fratello, il maestro ti ordina di non ammazzare!"
"Non ho ammazzato nessuno" bofonchiò Scimmiotto.
"E allora i briganti dove sono?"
"Quei due là si sono addormentati, gli altri se la sono data a gambe."
Porcellino si mise a ridere: "Li prenda la peste! Quei due devono essersi dati ai bagordi tutta notte, per cadere addormentati senza cercare neppure un posto adatto per dormire." E andò a guardarli da vicino: "Fanno come me, dormono con la bocca spalancata e sbavano."
"Il fatto è che gli ho spremuto il formaggio di soia dalla testa."
"Quale formaggio avrebbe in testa la gente?"
"Gli ho fatto schizzare un pochino di cervella."
Quando Porcellino intese che avevano la testa sfondata, ritornò di corsa da Tripitaka ad annunciare: "I briganti si sono sbandati."
"Molto bene. Da che parte sono fuggiti?"
"Sono rimasti sul posto: hanno preso una tale randellata che li ha fatti secchi. Dove potevano fuggire?"
"Perché mi hai detto che si erano sbandati?"
"Be', sono morti ammazzati: non è anche quello un modo di sbandarsi?"
"Come li ha ammazzati?"
"Gli ha fatto un buco in testa."
"Apri il sacco, prendi un po' di soldi e va subito a comprare una pomata."
"Scherzate, maestro. La pomata cura bernoccoli e ferite dei vivi. A che serve spalmarla su un cadavere?"
"Li ha proprio uccisi?" brontolò Tripitaka contrariato; e si mise a borbottare varie osservazioni poco lusinghiere sulle scimmie. Si recarono tutti insieme nel luogo dove giacevano i cadaveri coperti di sangue. Lo spettacolo era insopportabile per il reverendo, che ordinò a Porcellino: "Scava una fossa per seppellirli, mentre io recito il sutra dei morti."
"Sbagliate indirizzo, maestro" protestò Porcellino. "Li ha ammazzati Scimmiotto; tocca a lui bruciarli o sotterrarli. Perché dovrebbe essere il vecchio Porcellino a fare il beccamorti?"
Il Novizio, messo di cattivo umore dai rimproveri del maestro, gridò: "Brutto fannullone! Sotterrali e non stare a discutere. Se la fai lunga, ti farò assaggiare il mio randello."
Il bestione si impaurì. Scavò con il suo rastrello una fossa profonda tre piedi in fondo al pendio; raggiunse così uno strato roccioso in cui il suo attrezzo non aveva presa, lo abbandonò e si mise a frugare col grugno. Scoprì un punto in cui la roccia era spezzata e in pochi colpi approfondì la fossa di altri cinque piedi. Poi vi calò i corpi, li ricoperse e vi ammucchiò sopra un tumulo.
"Consapevole del Vuoto" disse allora Tripitaka, "vammi a cercare incenso e ceri, per la cerimonia e la recitazione dei sutra."
"Non vi rendete conto che siamo in mezzo alle montagne!" esclamò Scimmiotto con una smorfia di disappunto. "Qui non ci sono né villaggi né botteghe. Anche se avessimo soldi, dove potremmo procurarci ceri e incenso?"
"Spostati, scimmia zuccona" brontolò Tripitaka furioso. "Sostituirò l'incenso con un pizzico di terra."
In lutto il santo monaco,
Spinto dalla bontà,
Recita sulla tomba
Solitaria una prece.
"Vi saluto, uomini coraggiosi, e vi prego di ascoltare la mia preghiera e di intendere le mie ragioni. Ricordate che io sono un cinese inviato in missione dall'imperatore Taizong per cercare i testi dei sutra nel Paradiso dell'Ovest. Mentre passavo per questo territorio, ho incontrato per caso la banda che avevate formato fra le montagne; io non vi conoscevo, non so nemmeno da quale cantone o prefettura venite. Vi ho supplicato con dolci e civili parole, ma non mi avete ascoltato e avete risposto alla bontà con l'ira. Allora vi siete imbattuti nel Novizio e siete caduti sotto i colpi della sua sbarra. Per pietà dei vostri cadaveri esposti alle intemperie, li ho fatti seppellire sotto un tumulo, ho usato rametti di bambù verde a guisa di bastoncini d'incenso e ho messo tutto il mio cuore in questa povera cerimonia. Non posso offrirvi che pietre insensibili e insipide, ma lo faccio con sincerità.
"Quando giungerete davanti al tribunale infernale, e si sradicherà l'albero per giudicarne le radici, ricordate che lui si chiama Scimmiotto e io mi chiamo Chen: sono nomi diversi, ciascuno ha il suo. Ogni torto al suo autore, ogni debito al suo debitore: non vi querelate contro di me, il monaco in cerca delle scritture!"
"Maestro" commentò Porcellino ridendo, "siete bravo a discolpare voi stesso, ma nemmeno noi due eravamo sul posto quando sono stati colpiti."
Tripitaka riprese la preghiera raccogliendo un altro pizzico di terra: "Se vi querelate, uomini coraggiosi, denunciate solo Scimmiotto: Porcellino e Sabbioso non c'entrano."
Il grande santo sogghignò amaramente: "Grazie, maestro, apprezzo la dimostrazione di amicizia. Per conto mio mi sono prodigato tante volte, mi sono dato tanta pena per voi in questa ricerca, e voi ora incitate queste due canaglie di briganti a denunciarmi. Li ho uccisi per proteggere voi. Non sarei qui e non mi sarei trovato in questa necessità, se non foste partito alla ricerca delle scritture e se io non fossi divenuto vostro discepolo. Anch'io voglio fare un'invocazione a modo mio."
Batté tre volte la sua sbarra sul tumulo e dichiarò: "Vi prenda la peste, briganti! Mi avete picchiato davanti e di dietro; non mi sono certo messo a piangere, ma mi avete fatto perdere la pazienza: la vostra sfortuna ve la siete andata a cercare. Ora che i miei colpi vi hanno ammazzato, potete andare a raccontare tutto quello che volete: non farete certo paura al vecchio Scimmiotto.
"L'Imperatore di Giada mi conosce, i re celesti mi dànno retta, le ventotto case mi temono, i nove luminari hanno paura di me. Si inginocchiano davanti a me gli dèi delle mura e dei fossati di ogni prefettura e sottoprefettura. Uguale al Cielo del Picco dell'Est trema quando mi vede. I dieci giudici dell'Inferno sono stati al mio servizio, gli dèi dei cinque cammini della fortuna si rivolgono a me come a un fratello maggiore, i cinque direttori dei tre mondi e i ministri dei dieci orienti sono tutti vecchie conoscenze e buoni amici. Andate a fare tutte le denuncie che volete."
Tripitaka fu impressionato dalla violenza di questo discorso e si credette in dovere di aggiungere: "Discepolo, con la mia preghiera intendevo soltanto inculcarti la virtù del rispetto della vita, perché tu diventi buono e caritatevole: non dovevi prendermi sul serio."
"Non mi sembra un'occasione adatta per gli scherzi" rispose Scimmiotto. "Comunque si sta facendo tardi; dobbiamo cercare riparo per la notte."
Il reverendo non poté far altro che dissimulare il proprio risentimento e risalire a cavallo.
Scimmiotto si sentiva ingiustamente offeso, a Porcellino e Sabbioso non era ignota la gelosia: sotto l'apparente armonia, una sorda ostilità divideva maestro e discepoli. Mentre camminavano lungo la strada maestra, videro al nord una fattoria. Si presentava bene:
Invasi i sentieri dai fiori selvatici, ombreggiato il portale da begli alberi. Dalla rupe lontana precipita una cascata, nei campi pianeggianti crescono frumento e girasoli. Giuncheti umidi di rugiada circondano l'aereo padiglione, salici e pioppi mossi dalla brezza dànno sostegno agli uccelli stanchi del volo. Il turchese dei cipressi rivaleggia con lo smeraldo degli abeti. L'erigeron scarlatto domina il poligono in una gara di profumi. I cani del villaggio abbaiano, i galli della sera cantano, vacche e montoni rientrano dal pascolo nella stalla. Il fumo dei focolari su cui cuoce il miglio si confonde con le brume serali: è il momento in cui la casa alpestre va sfumando nel crepuscolo.
Il reverendo, che precedeva i compagni, vide un vecchio uscire da una capanna e lo salutò giungendo le mani.
"Da dove venite, monaco?"
"Sono inviato dall'imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est alla ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Poiché la nostra strada passa da queste parti e scende la sera, mi sono permesso di venirvi a chiedere se potrei pernottare nella vostra residenza."
"Il vostro nobile paese è talmente lontano da qui" si stupì sorridendo il vecchio, "che è difficile credere che abbiate potuto superare da solo tanti fiumi e montagne."
"Avete ragione. Sono accompagnato da tre discepoli."
"Dove sono i vostri eminenti discepoli?"
"Eccoli laggiù, sul ciglio della strada maestra" rispose Tripitaka additandoli.
Il vecchio alzò lo sguardo e, alla vista di quelle facce spaventose, voleva correre a rinchiudersi in casa. Ma Tripitaka lo trattenne dicendogli: "Rispettabile donatore, vogliate avere l'immensa compassione di darci un giaciglio per la notte."
Il vecchio tremava, faceva di no con la testa e agitava le mani, mentre i suoni gli uscivano a stento dalla gola serrata: "Non hanno aspetto umano... Sono mostri..."
"Non temete, caro donatore" insisté Tripitaka sorridendo. "I miei discepoli non sono mostri; sono fatti così fin dalla nascita."
"Ma, reverendo, sono uno yaksa, un diavolo a muso di cavallo e il duca del tuono!"
Questi epiteti fecero arrabbiare Scimmiotto, che urlò a squarciagola: "Eccolo qua Scimmiotto, duca del tuono! Lo yaksa è il mio pronipote e il diavolo a muso di cavallo il mio bis pronipote!"
Il vecchio sentì le sue anime abbandonarlo e pensava solo a rifugiarsi in casa. Tripitaka lo accompagnò verso la capanna sostenendolo e dicendogli: "Caro donatore, non dovete aver paura di loro; sono semplicemente delle persone grossolane, che non sanno parlare educatamente alla gente."
Mentre così lo confortava, comparve una donna che teneva per mano un bambino di cinque o sei anni. "Babbo, che cosa ti spaventa tanto?"
"Prepara il tè, mamma" articolò a fatica il vecchio.
La donna lasciò il bimbo e rientrò per preparare il tè. Dopo averlo bevuto, Tripitaka si alzò dalla seggiola su cui si era seduto, per salutare la donna: "L'umile monaco che sono è inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est alla ricerca dei sutra. Quando siamo giunti nel vostro nobile paese, ho sollecitato il favore di poter passare una notte nella vostra residenza. Ma il brutto aspetto dei miei tre discepoli ha provocato questo timore ingiustificato del venerato capo famiglia."
"Tanta paura solo perché sono brutti?" si stupì la donna. "Che ti succederebbe se vedessi una tigre o una pantera?"
"Mamma, non sono tanto le loro facce a terrificarmi, quanto il loro modo di parlare. Ho detto che sembravano uno yaksa, un diavolo a testa di cavallo e il duca del tuono; allora l'ultimo dei tre mi ha risposto che si chiamava Scimmiotto, e che gli altri erano i suoi discendenti. È questo che mi ha fatto paura."
"Ma no!" disse Tripitaka. "Scimmiotto è il mio discepolo anziano. Porcellino, il secondo, è quello che può far pensare a un diavolo a testa di cavallo; e quello che vi sembra uno yaksa si chiama Sabbioso. Per quanto siano brutti, sono monaci che osservano la dottrina e compiono buone azioni per raccoglierne i frutti. Non sono affatto creature malefiche, e non è il caso di averne paura."
Venendo a sapere che erano monaci e che avevano un nome, la vecchia coppia si sentì rassicurata: "Dunque fateli entrare, prego!"
Il reverendo uscì a chiamare i discepoli, e prima che entrassero raccomandò: "Comportatevi bene e mostrate un po' più rispetto delle persone di quanto fate di solito. Il vecchio, a vedervi, si è preso una bella paura."
"Io sono bello e gentile" disse Porcellino. "Semmai è il mio primo condiscepolo che è impulsivo e zotico."
"Certo che potresti essere un bel ragazzo" commentò Scimmiotto ridendo. "Basterebbe tagliarti via quel grugno, le orecchie larghe e la testaccia schifosa."
"Non cominciate i battibecchi" intervenne Sabbioso, "non è il momento di fare dello spirito. Entriamo."
Con bagagli e cavallo entrarono dunque nella sala comune della capanna, fecero una bella riverenza e si sedettero. La saggia moglie si portò via il bambino e andò a ordinare che si mettesse il riso al fuoco per servire un pasto di magro. Quando maestro e discepoli ebbero mangiato, poiché cadeva la notte, si portarono lampade per continuare la conversazione alla loro luce.
"Qual'è il vostro stimato nome, caro donatore?" chiese il reverendo.
"Mi chiamo Yang." E alla richiesta dell'età: "Ho settantaquattro anni."
"Quanti figli avete?"
"Uno solo. Quello che la mamma ha portato con sé è il mio nipotino."
"Pregate vostro figlio di venire qui. Mi piacerebbe poterlo salutare."
"Non lo merita proprio; ho la sfortuna di non averlo saputo educare. D'altronde non è in casa."
"Dove vive?"
Il vecchio scosse il capo e sospirò: "Ahimè, se si accontentasse di vivere pacificamente in qualche posto, sarei felice. Ma pensa solo al male: invece di esercitare il suo mestiere di contadino, non fa che saccheggiare case, rapinare viaggiatori, ammazzare e incendiare. Fa lega solo con i cani e con le volpi. Da cinque giorni è partito e non lo si è più visto."
Tripitaka pensò, senza osare di dirlo: "Magari è uno di quelli che Consapevole del Vuoto ha ucciso." Si sentì a disagio e s'inchinò per dire: "Bontà divina! Com'è possibile che genitori tanto saggi abbiano un figlio malvagio?"
Scimmiotto si avvicinò: "A che vi serve, vecchio signore, un figlio simile? Un malvivente ladro e violento rischia di coinvolgere anche i suoi genitori. Ve lo andrò a cercare e lo sopprimerò, per rimettere tutto a posto."
"Qualche volta sono stato io stesso sul punto di farlo" rispose il vecchio. "Ma non ho altri figli: per cattivo che sia, dovrà pensare lui a seppellirmi."
Sabbioso e Porcellino si misero a ridere: "Fratello, non ti immischiare. Noi non siamo mica la polizia; se quello si comporta male, non sono fatti nostri. Chiedi piuttosto al nostro donatore una balla di paglia e un angolo per dormire. All'alba dovremo ripartire."
Il vecchio si alzò, guidò Sabbioso nella corte posteriore alla ricerca di due balle di paglia e li sistemò per la notte in un capanno di stoppie. Scimmiotto legò il cavallo, Porcellino portò dentro i bagagli e tutti entrarono con il reverendo per mettersi a letto.
Bisogna sapere che il figlio del vecchio Yang faceva proprio parte della banda di briganti che Scimmiotto aveva disperso quel giorno. Verso la quarta veglia, alle due del mattino, i banditi giunsero alla porta e bussarono. Il vecchio si infagottò nella veste e disse alla moglie: "Mamma, ecco i ragazzi."
"Apri e falli entrare."
Tutta la banda si precipitò dentro gridando: "Abbiamo fame, dacci da mangiare." Il figlio del vecchio Yang si precipitò nelle stanze interne, svegliò sua moglie e le ordinò di cuocere il riso e di mettere in tavola. Poiché in cucina mancavano fascine, uscì a prenderne nella corte posteriore e rientrando chiese alla moglie: "Da dove viene quel cavallo bianco?"
"È di un bonzo dell'Est in cerca di scritture. Passa la notte qui da noi. I nonni gli hanno offerto la cena e l'hanno messo a dormire nel capanno."
Il marito corse dai suoi soci ridendo e battendo le mani: "Che fortuna, ragazzi! Il nostro nemico è venuto ad alloggiare proprio qui."
"Quale nemico?"
"Il bonzo che ha ammazzato i nostri capi: ora dorme nel capanno."
"Magnifico! Adesso li prendiamo, quei ciuchi tonsurati, li facciamo a pezzi e li mettiamo in salamoia. Vendichiamo i nostri capi e ci guadagniamo i bagagli e il cavallo."
"Non precipitiamo le cose. Aspettate che sia pronto il riso, e intanto affilate i coltelli. Quando saremo a pancia piena, andremo tutti insieme." E si misero al lavoro: chi affilava le sciabole, chi la punta delle lance.
Il vecchio, che li aveva sentiti, scivolò nella corte posteriore e svegliò i pellegrini: "Mio figlio è arrivato con la sua banda. Hanno saputo che siete qui e vi vogliono uccidere. Non posso certo permetterlo, se penso come venite da lontano. Raccogliete i vostri bagagli: vi farò uscire dal cancello verso la campagna."
Tripitaka si prosternò, tutto tremante, per ringraziare il vecchio, ordinò a Porcellino di prendere il cavallo, a Sabbioso di portare i bagagli e a Scimmiotto di reggergli il bastone da pellegrino. Il vecchio aprì il cancello dei campi perché fuggissero e, a passi felpati, ritornò nel suo letto.
Era trascorsa la quinta veglia quando finirono di affilare le armi e di mangiare. Allora si precipitarono tutti nella corte, ma scoprirono che la preda era scomparsa. Cercarono intorno con torce e lampade, e videro aperto il cancello dei campi.
"Sono scappati di là!" gridarono i briganti. "Inseguiamoli!"
E corsero via come frecce. Scorsero il monaco cinese quando ormai si alzava il sole: egli si volse e vide venti o trenta persone che correvano verso di lui agitando sciabole e lance.
"Discepoli, i briganti ci hanno raggiunto; che cosa facciamo?"
"State tranquillo" rispose Scimmiotto, "ve ne sbarazzo io."
"Consapevole del Vuoto, puoi fargli paura, ma niente di più. Non li devi uccidere."
Il Novizio non era d'umore da badare a queste raccomandazioni. Brandì la sua sbarra e si volse ad accoglierli: "Dove andate, signori?"
"Canaglia tonsurata, pagherai cara la vita dei nostri capi!" gridavano i briganti. Circondarono Scimmiotto e fecero piovere i loro colpi su di lui. Il grande santo roteò la sua sbarra dandole il diametro di una tazza, e in pochi colpi disperse la banda come una nuvoletta nel vento ai quattro angoli del cielo. Chi riceveva un colpo moriva subito, chi ne era sfiorato se la cavava con le ossa rotte e la pelle lacerata. Pochi furbi erano fuggiti in tempo; gli altri furono presto in viaggio per visitare i giudici dell'Inferno.
Tripitaka, a cavallo, vide cadere tutti quegli uomini e si spaventò: partì al galoppo verso l'occidente, con Porcellino e Sabbioso alle calcagna.
"Dov'è il figlio del vecchio Yang?" chiese Scimmiotto a un ferito.
"Monsignore, è quello con la veste gialla" gemette il brigante.
Scimmiotto gli si accostò, afferrò la sua sciabola, gli mozzò il capo e se lo portò via sotto braccio, grondante sangue. In pochi balzi raggiunse Tripitaka: "Maestro, ecco il figlio ribelle del vecchio Yang: questa è la sua testa."
Tripitaka divenne livido e cadde da cavallo: "Maledetto macaco, vuoi farmi morire di paura! Porta via quella cosa, non farmela vedere!"
Porcellino lanciò la testa con un calcio al bordo della strada e la coprì di terra con il suo rastrello. Sabbioso posò il carico e andò ad aiutare il maestro a rialzarsi.
Il reverendo ritornò in sé, seduto per terra, e incominciò a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio. L'infelice Novizio si rotolava per terra, con le orecchie rosse, la faccia scarlatta e gli occhi fuori dalle orbite, e gridava: "Basta, Basta!"
Ma il reverendo ricominciò per una diecina di volte. Scimmiotto si contorceva e si rotolava dal dolore, urlando: "Maestro, perdonatemi! Ditemi quello che avete da dire, ma smettetela!"
Infine Tripitaka smise e gli rispose: "Non ho niente da dirti. Non ti voglio più, ritorna da dove vieni."
"Maestro" pregò il Novizio prosternandosi malgrado il dolore, "perché mi scacciate?"
"Maledetta scimmia, la tua violenza sorpassa ogni limite, ed è indegna di un pellegrino in cerca delle scritture. Ieri ti avevo rimproverato la tua crudeltà, quando avevi ucciso i capi della banda. Dobbiamo la cena e il riposo della notte a quel vecchio, che ci ha salvato la vita facendoci fuggire. Che suo figlio fosse un delinquente non era affar nostro: tu non potevi decapitarlo, e ancor meno distruggere tante vite e attentare continuamente all'armonia dell'universo. Ti ho tanto esortato, ma non è servito a nulla: in te non c'è un'oncia di bontà. A che cosa servi? Vattene via, se non vuoi che ricominci a recitare l'incantesimo."
"Lasciate stare, me ne vado!" gridò Scimmiotto spaventato. E con un balzo nelle nuvole scomparve senza lasciare traccia.
Ahimè, è il caso di dirlo:
Non prepara cinabro cuor violento,
E non compie la Via spirito instabile.
Se in fin dei conti non sapete dove andò il grande santo, ascoltate il seguito.