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059 I MONTI DI FUOCO · IN CUI IL CAMMINO DI TRIPITAKA È SBARRATO DAI MONTI DI FUOCO, E SCIMMIOTTO AGITA PER UN MOMENTO IL VENTAGLIO DI FOGLIE DI BANANO.

Unica la natura delle diverse specie

Ed immenso l'oceano che tutte in sé le accoglie.

Vani i pensieri, vane le pene che vi assalgono:

Nel mezzogiorno in cui conseguirete i meriti,

La legge sarà il sole che brillerà allo zenit.

Non vagare ad oriente, e nemmeno a occidente:

Férmati dove sei, la varietà dei casi

Respingi e ignora. Dentro il forno del cinabro

Concentra vita semplice, scaldala al calor rosso

Che anima il corvo d'oro. Raggiungerai bellezza,

Fascino e seduzione. Ti si vedrà viaggiare

Sull'ali del dragone.

Tripitaka riprese con sé Scimmiotto, secondo le istruzioni di Guanyin, come il racconto ha riferito; e la comitiva riprese il cammino verso occidente dopo aver posto fine a ogni sdoppiamento mentale, tenendo alla briglia la scimmia e il cavallo dello spirito, unendo le forze in una comune volontà.

Non si finirebbe mai di raccontare il rapido avvicendarsi della luce e del buio, del sole e della luna. Al cielo torrido dell'estate subentrò il gelo del tardo autunno. Guardate:

Rare nuvole lacera il vento d'occidente,

Sul broccato di brina la gru grida remota.

Il paesaggio di gelo si stende interminabile,

Volano oche selvatiche verso i passi del nord.

Neri uccelli ritornano ai sentieri del sud.

Nel suo mantello scuro, il viaggiatore sente

Un brivido percorrerlo, tanta è la solitudine.

Tuttavia, man mano che avanzavano, i quattro pellegrini sentivano la temperatura sempre più calda, fino a diventare soffocante.

"Da dove può venire questo caldo, in una stagione così avanzata?" si stupì Tripitaka tirando le redini.

"Non sapete" rispose Porcellino, "che nell'Ovest c'è il paese di Sihali, detto comunemente Estremità del Cielo? È il posto dove scende il sole al tramonto. Al crepuscolo il re fa battere i tamburi e suonare le trombe sulle mura, per coprire il rumore del gran ribollire che fa l'acqua dell'oceano. Infatti quando il sole, che è tutto fuoco yang, si tuffa nell'acqua, essa stride e sibila al suo contatto. Senza quel baccano di trombe e tamburi, i bambini del paese morirebbero di convulsioni. Scommetto che sentiamo tanto caldo perché stiamo arrivando nel paese dove tramonta il sole."

Udendo queste elucubrazioni, il grande santo scoppiò a ridere: "Bestione, tu parli a vanvera. Sei già arrivato a Sihali! Ma il maestro, col suo passo, non riuscirebbe ad arrivarci in tre vite, anche se le impiegasse a camminare dal giorno della nascita a quello della morte."

"Se questo non è il posto dove tramonta il sole, fratello, sentiamo come spieghi il caldo torrido."

"Ci dev'essere qualcosa che va storto nel ciclo delle stagioni" intervenne Sabbioso. "A quanto pare l'estate sta sopraffacendo l'autunno."

Mentre discutevano, videro al bordo della strada una fattoria dai muri di mattoni rossi, coperta da un tetto rosso, con porta rossa e finestre rosse: tutto rosso.

Tripitaka smontò da cavallo: "Consapevole del Vuoto, va in cerca di notizie e informati perché fa così caldo."

Il grande santo nascose la sua sbarra cerchiata d'oro, si aggiustò gli abiti, si diede l'aria più distinta che poté e si avviò alla porta della fattoria; la quale si aprì, lasciando uscire un vecchio.

Indossava un abito di leggera tela di pueraria dal colore aranciato, portava un cappello di strisce di bambù color blu scuro e si appoggiava a una canna di bambù. Sul viso rosso come il rame spuntava la bianca barba. Sopracciglia cespugliose sovrastavano occhi azzurri e il suo sorriso scopriva denti d'oro.

Quando vide Scimmiotto fu colto di sorpresa, e gridò: "Da dove vieni, strana creatura? Che vieni a fare alla mia porta?"

"Caro anziano donatore" rispose educatamente Scimmiotto, "non temete, non sono una strana creatura. Il povero monaco che sono è inviato in missione imperiale dalle terre dell'Est a cercare le scritture nell'Ovest. Siamo una comitiva di quattro pellegrini e, mentre attraversavamo la vostra nobile regione, abbiamo notato una temperatura insolitamente alta per questa stagione. Del resto non conosciamo nemmeno il nome del paese. Mi presento a voi per salutarvi e per chiedere informazioni in proposito."

"Non me ne vogliate, reverendo" rispose sorridendo il vecchio rassicurato, "se con la vista debole della mia tarda età non mi sono reso conto di chi foste."

"Prego, non c'è di che."

"Dov'è il vostro rispettato maestro?"

"Eccolo laggiù, all'angolo della strada maestra."

"Pregatelo dunque di venire."

Scimmiotto fece allegramente segno di avvicinarsi, e Tripitaka venne avanti con Porcellino, Sabbioso e il cavallo bianco; tutti salutarono il vecchio. Questi osservava l'aspetto dignitoso del monaco e le insolite grinte dei suoi discepoli, diviso fra il piacere e il timore. Non poté comunque sottrarsi dall'invitarli a entrare, mentre ordinava ai suoi di servire il tè e di preparare il pasto. Tripitaka ringraziò e chiese: "Posso permettermi, nonno, di farvi una domanda? Come mai l'autunno avanzato è tanto caldo da voi?"

"Il nostro paese si chiama Monti di Fuoco e non conosce stagioni: qui fa sempre caldo."

"Dove si trovano questi Monti di Fuoco? Non saranno per caso lungo la strada dell'Occidente?"

"L'occidente? Non potete continuare in quella direzione. Le montagne si trovano precisamente sulla strada maestra, a sessanta li dalla mia casa. Sono ottocento li di fuoco e fiamme, senza ombra di vita né di vegetazione. Anche se aveste la testa di bronzo e il corpo di acciaio, sareste liquefatti dal calore prima di arrivare a metà strada."

Tripitaka impallidì e tacque.

Intanto passava un giovanotto, che spingeva un carrettino rosso e gridava: "Dolci! Comprate dolci!" Quando si fermò davanti alla porta, Scimmiotto uscì, trasformò un pelo in una moneta di bronzo e comprò un dolce. Il giovanotto prese per buona la moneta, aprì un sacchetto fumante di vapore e ne trasse il dolce, che gli tese. Scimmiotto lo prese, e gli sembrò di tenere in mano un pezzetto di brace incandescente, o un chiodo che uscisse allora da un forno al calor rosso. Se lo palleggiava da una mano all'altra borbottando: "Scotta! Scotta! Scotta! Come si fa a mangiare questa roba?"

Il giovanotto rideva: "Se il caldo vi fa paura, non dovevate venire qui. Tutto scotta, da queste parti."

"Ragazzo mio, quello che dici è senza senso. Dice l'adagio: senza caldo e senza freddo, niente cereali. Se qui fa solo caldo, da dove viene la farina di cui è fatto il dolce?"

"Per sapere da dove viene la farina, bisogna chiederlo alla immortale Ventaglio di Ferro."

"Che fa questa immortale?"

"Possiede un ventaglio di foglie di banano. Se è disposta a prestarvelo, il primo colpo spegne il fuoco, il secondo fa soffiare il vento e il terzo fa piovere; a questo punto noi seminiamo a aspettiamo la crescita dei cinque cereali che occorrono per vivere. Senza il ventaglio, qui non crescerebbe un filo d'erba."

Soddisfatto delle informazioni, Scimmiotto rientrò in casa per offrire il dolce a Tripitaka: "Maestro, non vi state sempre a tormentare al pensiero di che cosa accadrà un altr'anno: su con la vita! Quando avrete mangiato il dolce, vi racconterò qualcosa."

Il reverendo prese il dolce e si rivolse all'ospite: "Vogliate accettarlo, caro signore."

"Non mi permetterei di accettare il vostro dolce mentre non è stato ancora servito il tè."

"Non prendetevi il disturbo di offrirci tè o cibo" disse Scimmiotto. "Mi basta sapere una cosa: dove abita la immortale Ventaglio di Ferro?"

"A che proposito?"

"Il venditore di dolci mi ha detto che essa possiede un ventaglio di foglie di banano che al primo colpo spegne il fuoco, al secondo solleva il vento e al terzo provoca la pioggia; e che voi in paese ve lo fate prestare per coltivare i cereali. Vorrei andarla a trovare per chiederle anch'io in prestito il ventaglio, che ci permetterà di attraversare i Monti di Fuoco."

"Ciò che dite è vero, ma sarà difficile che sua santità acconsenta, se non le offrite i doni opportuni."

"Quali doni occorrono?" chiese Tripitaka.

"La gente di qui la va a sollecitare ogni dieci anni. Facciamo un bagno rituale e poi ci rechiamo sulla montagna pregando con devozione, per invitarla a uscire dalla sua grotta e a venir qui a esercitare i suoi poteri. Le offriamo quattro maiali, quattro montoni, fiori, carta moneta, incenso, frutta, oche, polli e buon vino."

"E la montagna dove si trova?" chiese Scimmiotto. "Come si chiama? Quanti li è lontana? Lasciate che provi a chiederlo, quel ventaglio."

"La montagna è a sud ovest e si chiama Monte delle Nuvole Turchese; la caverna si chiama Grotta del Banano. I suoi fedeli impiegano un mese per l'andata e il ritorno, perché bisogna coprire una distanza di millequattrocento sessanta li."

"Va bene" concluse Scimmiotto ridendo. "Vado e torno."

"Aspettate! Bevete il tè e mangiate, mentre prepariamo le provviste. Dovrete avere un paio di compagni: la strada è infestata da tigri e lupi. Non sarà uno scherzo, è un viaggio lungo e pericoloso."

"State tranquillo, non mi serve niente" rispose Scimmiotto ridendo. "Torno presto!"

E scomparve.

"Avi miei!" esclamò il vecchio allarmato. "Ma è una persona divina, che monta per aria e cavalca le nuvole!"

E mentre quella gente raddoppiava le attenzioni di cui circondava il monaco cinese, Scimmiotto giunse in un batter d'occhio al Monte delle Nuvole Turchese. Arrestata la sua nuvola, esplorava il posto per trovare l'ingresso della grotta, quando udì colpi d'ascia cadenzati: un boscaiolo tagliava legna nel bosco. Il Novizio si rivolse nella sua direzione, e avvicinandosi lo udì canticchiare:

"Riconosco il mio bosco dalle nuvole:

Fra l'erba folta scompare il sentiero.

Sulle colline ad ovest vedo piovere:

Sarà profondo il guado, questa sera."

Il Novizio si avvicinò e giunse le mani: "Ti saluto, fratello boscaiolo."

Quello appoggiò l'ascia per rendere il saluto e chiese: "Dove andate, reverendo?"

"Ti posso chiedere, fratello boscaiolo, se questo è il Monte delle Nuvole Turchese?"

"Proprio quello."

"E dov'è la Grotta del Banano della Immortale Ventaglio di Ferro?"

"C'è una Grotta del Banano" rispose ridendo il boscaiolo, "ma di immortali non ne conosco; c'è solo la principessa Ventaglio di Ferro, che si chiama anche Râksasî."

"Dicono che possieda un ventaglio di foglie di banano che spegne le fiamme dei Monti di Fuoco; è lei?"

"È proprio lei. Il possesso di quel tesoro consente alla santa e saggia persona di spegnere il fuoco e di proteggere la gente che ci vive vicino, che perciò la chiama immortale Ventaglio di Ferro. La gente di qui non ha bisogno di lei e la conosce sotto il nome di Râksasî; d'altronde non è altro che la moglie del re diavolo toro Granforzuto."

Scimmiotto fu colto di sorpresa: "Mi imbatto in un'altra nemica" si diceva. "Dev'essere la madre di Bimbo Rosso. Già lo zio, che incontrai nella Caverna della Distruzione dei Bambini sul Monte della Liberazione dallo Yang, mostrava intenzioni vendicative e voleva rifiutarmi l'acqua che mi serviva. Figuriamoci se la madre sarà disposta a prestarmi il ventaglio!"

Vedendo il Novizio, immerso nella riflessione, sospirare amaramente, il boscaiolo si mise a ridere: "Reverendo, voi che avete abbandonato la famiglia, quale preoccupazione potete avere? Seguite quel sentiero verso est e sarete alla grotta fra cinque o sei li. Non vi state a tormentare!"

"Ti dirò, fratello boscaiolo: io sono il primo discepolo del monaco cinese che la corte dei Tang delle terre dell'Est ha inviato a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Due anni fa ho avuto da ridire con il figlio della Râksasî, Bimbo Rosso. Sono inquieto perché penso che lei me ne voglia e si rifiuti di prestarmi il ventaglio."

"L'uomo di valore sa leggere sul volto: non inventate pretesti per chiedere il prestito e non datevi pensiero dei vecchi rancori. Vedrete che riuscirete a ottenerlo."

Scimmiotto si inchinò profondamente: "Fratello boscaiolo, ti sono grato dei tuoi consigli. Vado."

Si congedò dal boscaiolo e si recò alla Grotta del Banano, dove trovò la porta serrata. Che bel paesaggio, tutto intorno!

Le rocce, essenza della terra, formano l'ossatura della montagna. La bruma conserva l'umidità della notte, il muschio rinfresca il verde [...] È certo un luogo millenario, che reca le tracce dell'immortale [...]

Il Novizio gridò: "Fratello toro, aprimi la porta!" E i battenti cigolarono sui cardini e si aprirono. Ne uscì una ragazza che reggeva un paniere di fiori e recava in spalla una piccola zappa; non aveva trucco né gioielli, ma un bel viso vivace che rifletteva lo spirito del Tao. Il Novizio le andò incontro, giunse le mani e disse: "Figliola, posso pregarti di annunciarmi alla principessa? Sono un monaco in cerca delle scritture, in viaggio per l'Ovest. Poiché è difficile attraversare i Monti di Fuoco, vengo a chiedere rispettosamente di avere in prestito per poco tempo il ventaglio di foglie di banano."

"Di quale monastero siete? Come vi chiamate? Chi devo annunciare?"

"Vengo dalle terre dell'Est e mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto."

La ragazza rientrò nella grotta e andò a inginocchiarsi ai piedi della Râksasî: "Signora, c'è alla porta un monaco dell'Est, Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che vorrebbe vedervi per chiedere in prestito il ventaglio; gli servirebbe per attraversare i Monti di Fuoco."

Il nome di Scimmiotto ebbe sulla Râksasî l'effetto del sale sulla fiamma, o dell'olio versato sul fuoco: divenne rossa paonazza e una furia devastatrice le infiammò il cuore: "Scimmia maledetta! Finalmente è capitata qui. Portatemi la corazza e le armi."

Indossò subito l'armatura, impugnò in ciascuna mano una spada dalla lama azzurrina e uscì in gran tenuta. Il Novizio, che si era defilato, la osservava:

Avvolto il capo in un fazzoletto a fiori, indossava una lunga veste di broccato a disegni di nuvole, da cui pendeva l'orlo ricamato di una gonna; la vita era serrata da una doppia cintura di nerbo di tigre. Le scarpette dalle punte ricurve a becco di fenice non erano più lunghe di tre pollici; le gambiere terminavano in barbe di drago dorate. Protendeva le spade e gettava alte grida di collera, con smorfie feroci come quelle della donna della luna.

"Dove sei, Consapevole del Vuoto?"

Scimmiotto si fece avanti con un rispettoso salamelecco: "Cara cognata, vi presento i miei omaggi."

"Cognata?" esplose la Râksasî. "Non lo sono mai stata e non so che farmene dei tuoi omaggi."

"Sono fratello giurato del vostro rispettabile marito, il re diavolo toro; facevamo parte di una confraternita di sette persone. Come dovrei trattare vostra altezza, sua sposa legittima e principale, se non da cognata?"

"Scimmia maledetta! Come puoi protestare questi vincoli di fraternità, dopo che hai gettato mio figlio in un'orribile trappola?"

"Chi è vostro figlio?"

"Mio figlio è Bimbo Rosso, il grande santo re fanciullo della Grotta delle Nuvole di Fuoco nella Gola del Pino Morto sul Monte del Singhiozzo, e tu lo hai distrutto. Non sapevamo come trovarti per vendicarci. E ora che vieni alla mia porta, credi che ti possa perdonare?"

"Cognata" rispose Scimmiotto esibendo un largo sorriso, "avete torto a rimproverarmi senza esaminare il caso. Il vostro benamato figlio aveva acchiappato il mio maestro e lo voleva cucinare, non ricordo se lesso o al vapore. Per fortuna la pusa Guanyin levò il maestro dai guai e prese vostro figlio al suo servizio, per esercitare le funzioni di ragazzo di Buona Fortuna. Ormai gode il giusto frutto come pusa, oltre la vita e la morte, la purezza e l'impurità; condivide la longevità del cielo e della terra, del sole e della luna. Mi dovreste ringraziare di avergli procurato questo destino eccezionale, e invece mi venite a rimproverare: non ha senso."

"Brutta scimmia dalla lingua bugiarda! Mio figlio non avrà perso la vita, ma non può più venire da me: come potrei rivederlo?"

"Nulla vieta che mia cognata riveda il suo diletto figlio" replicò Scimmiotto, sempre sorridente. "Voi prestatemi il ventaglio: quando avrò spento le fiamme e il mio maestro avrà potuto passare le montagne, andrò nei mari del Sud a pregare la pusa di mandare Bimbo Rosso a riportarvelo. È perfettamente possibile. Potrete constatare che sta benone e non ha un graffio; se non fosse così i vostri rimproveri potrebbero essere fondati. Ma se è rimasto bello come prima, mi dovreste invece ringraziare."

"Scimmia del diavolo! Smettila di blaterare e prenditi in testa un bel colpo di spada. Se lo reggi ti presterò il ventaglio; altrimenti ti spedirò da Yama, il giudice dell'Inferno."

"Cognata, ogni vostro desiderio è un ordine" rispose Scimmiotto sorridendo e incrociando le mani sul petto. "Ecco qua il mio cranio indifeso, che potrete picchiare quanto volete; vi fermerete quando sarete stanca. Ma poi dovrete prestarmi il ventaglio."

Senza altro indugio, la Râksasî roteò le spade e le abbatté per una dozzina di volte sulla testa di Scimmiotto. Sembrava che il Novizio ci si divertisse; la Râksasî si spaventò e volse le spalle per rifugiarsi nella grotta.

"Dove volete andare, cognatina? Adesso tocca a me: datemi il ventaglio."

"Il mio tesoro non lo do in prestito così facilmente."

"Se rifiutate, sarà il vostro cognatino a darvi una legnata sulla testa."

Che bravo re scimmia! Con una mano la tratteneva; con l'altra, cavò da dietro l'orecchia la sua sbarra e la fece crescere al diametro di una tazza. La Râksasî si liberò di lui e lo aggredì levando le spade, mentre il Novizio roteava la sbarra. Non si parlò più di parentele: si scatenò un accanito combattimento in cui si sfogavano vecchi rancori. Che battaglia!

La dama era un mostro fatto e finito, e odiava Scimmiotto a causa del figlio. Il Novizio sarebbe stato disposto a fare concessioni, per conseguire lo scopo di aprire il cammino al suo maestro; aveva dapprima richiesto il prestito con buona grazia e pazienza, senza arroganza né prepotenza. Ma la Râksasî non aveva voluto saperne, e aveva risposto con le armi agli appelli alla parentela. Una donna non dovrebbe mai battersi con un uomo, perché l'uomo è più duro e finisce per spezzarla. Che brutalità in quella sbarra cerchiata d'oro, che finezza nel gelido taglio di quelle lame azzurrine! Nessuno si sottrae alla mischia accanita: con arte consumata, finta a destra, parata a sinistra! Uno affonda coprendosi le spalle, l'altro manovra a meraviglia. Il sole si avvia al tramonto e il duello giunge al suo culmine. La Râksasî ricorre al suo autentico ventaglio, e gli imprime un movimento che riempirà di timore uomini e dèi.

Dopo aver sostenuto la lotta fino a sera, la Râksasî incominciò a sentire quanto pesava l'arma di Scimmiotto e a constatare che i suoi colpi divenivano più fitti. Capì di non avere altra via d'uscita: prese il ventaglio di foglie di banano, lo fece ruotare lievemente e con un piccolo movimento provocò una tale folata di vento magico che Scimmiotto non poté reggersi e scomparve all'orizzonte, senza lasciar traccia. La Râksasî se ne tornò trionfalmente in casa.

Scimmiotto volava come una foglia portata dal vento d'autunno, come un petalo trascinato dall'acqua del torrente; talvolta sprofondava in tuffi vertiginosi, ma prima che toccasse terra il vento lo risollevava e lo faceva ruzzolare e capitombolare per aria, senza dargli modo di riprendere l'equilibrio. Continuò così per tutta la notte; all'alba fu spinto contro una montagna e si aggrappò a uno spuntone di roccia.

Gli ci volle tempo per riprendere fiato; poi si guardò intorno e non tardò a rendersi conto che era finito sul Piccolo Sumeru. Sospirò: "Che donna tremenda! Che viaggio mi ha fatto fare! Ricordo di essere venuto qui a sollecitare l'intervento del pusa Lingji per sconfiggere il mostro Vento Giallo e liberare il mio maestro. La catena del Vento Giallo è tremila li più a sud: sono stato sospinto indietro verso il punto di partenza di chissà quante diecine di migliaia di li. Mi informerò dal pusa Lingji sul modo più rapido di ritrovare la mia strada."

Mentre scendeva verso il monastero udì un colpo di gong. Il portinaio lo riconobbe e corse ad annunciarlo: "È ritornato il grande santo con la faccia pelosa, che qualche anno fa vi aveva chiesto aiuto per sottomettere il mostro Vento Giallo."

Il pusa capì che si trattava di Scimmiotto, e scese dal suo trono per andargli incontro: "Vi faccio i miei complimenti! Siete di ritorno con le scritture?"

"Per carità, non siamo ancora arrivati alla meta; ci manca parecchia strada."

"Perché dunque ritornate sulle nostre desolate montagne, se non avete ancora raggiunto il Monastero del Colpo di Tuono?"

"Da quando ci avete fatto il piacere di abbattere Vento Giallo, abbiamo incontrato tante prove lungo il cammino che non ho tenuto il conto. Giunti ai Monti di Fuoco, ci è risultato impossibile proseguire. La gente del posto mi ha parlato di un ventaglio con cui è possibile spegnere il fuoco. Lo possiede l'immortale Ventaglio di Ferro; sono andato a trovarla e ho scoperto che è la moglie del re diavolo toro, e la madre di Bimbo Rosso, di cui a suo tempo avevo fatto un paggio di Guanyin. Si è rifiutata di prestarmi il ventaglio perché, dice, non può più vedere suo figlio per colpa mia. Abbiamo combattuto, e quando si è resa conto che la mia sbarra era troppo pesante per lei, mi ha spedito fin qui con un colpo di ventaglio. Ecco perché vi piombo in casa da maleducato, senza preavviso. Mi sapreste dire a che distanza sono i Monti di Fuoco?"

"Quella donna si chiama anche Râksasî" rispose Lingji sorridendo. "Il suo ventaglio è un tesoro meraviglioso, formato dal cielo e dalla terra dietro i monti Kunlun ai tempi della separazione del Caos. Le foglie sono pura essenza dello Yin supremo; è questo che gli dà il potere di spegnere qualunque soffio igneo. Un colpo di quel ventaglio provoca un tale vento yin, che un uomo viene sospinto per ottantaquattromila li prima che cessi. Dal nostro monastero ai Monti di Fuoco ci sono soltanto cinquantamila li: sarà la vostra abilità nel cavalcare le nuvole che vi ha permesso di non essere sospinto più lontano, grande santo. Chissà dove sarebbe finito un uomo normale!"

"Quella donna è terribile! Mi chiedo come posso fare a condurre il mio maestro attraverso le montagne."

"Rassicuratevi, grande santo. Il vostro arrivo qui era evidentemente destinato dalla Legge, che si prende cura di voi e vi garantisce il successo."

"E in che modo lo garantisce?"

"Vedete: quando il Beato mi aveva impartito le sue direttive e mi aveva affidato la canna Drago Volante, mi aveva dato anche una pillola per calmare il vento, che finora non ho avuto occasione di utilizzare. Ora la darò a voi: il ventaglio non potrà più niente contro di voi. Così potrete impadronirvene e compiere la vostra impresa."

Il Novizio ringraziò calorosamente. Il pusa tolse dalla manica un sacchetto di broccato e ne cavò una pillola, che Scimmiotto cucì saldamente con ago e filo sotto il collo della sua tunica.

"Non voglio trattenervi" disse il pusa accompagnandolo al cancello. "Troverete la montagna della Râksasî dritta a nord ovest."

Il Novizio si congedò e, con una capriola fra le nuvole, ritornò subito sul Monte delle Nuvole Turchese, dove bussò con il suo randello alla porta della grotta: "Aprite! Il vecchio Scimmiotto chiede il ventaglio in prestito!"

La ragazza di guardia corse ad annunciare: "Signora, è ritornato quello che chiede il ventaglio."

La Râksasî si inquietò: "Non è facile sbarazzarsi di quella maledetta scimmia. Il mio tesoro scaglia la gente a ottantaquattromila li di distanza: come avrà fatto a ritornare così presto? Questa volta gli sparo una raffica di sventagliate; voglio proprio vedere se riesce ancora a trovare la strada del ritorno."

Balzò in piedi, si strinse le fibbie dell'armatura, impugnò le spade e uscì ad apostrofare Scimmiotto: "Sei ancora qui; vuoi proprio che ti uccida!"

"Cognata" replicò il Novizio ridendo, "non vi credevo così tirchia. Quel ventaglio dovete proprio prestarmelo. Vi assicuro che lo restituirò non appena il monaco cinese avrà attraversato la montagna: io sono una persona di parola, non sono di quelli che non restituiscono le cose ricevute in prestito."

La Râksasî si infuriò più che mai: "Maledetto macaco, non hai un briciolo di buon senso né di discrezione. Mi hai levato mio figlio, non te l'ho ancora fatta pagare, e tu mi vieni a chiedere dei favori. Sarò proprio nello stato d'animo di darti retta! Ora non scappare, ma resta lì ad assaggiare le spade della tua mammetta."

Il Novizio parò calmo con la sua sbarra. Incrociarono le armi a sei o sette riprese; la Râksasî fu presa dall'affanno e sentiva le braccia perdere vigore, mentre Scimmiotto andava in crescendo. Vedendosi svantaggiata, afferrò il ventaglio e lo agitò davanti al Novizio; il quale non batté ciglio, abbassò la sbarra e disse con un sorriso canzonatorio: "Questa volta non andrà come la volta precedente: agitate pure il vostro ventaglio finché vi pare."

Il tentativo, ripetuto, non ebbe successo. La Râksasî perse il sangue freddo e fuggì precipitosamente dentro casa, sbattendo la porta alle sue spalle.

Scimmiotto strappò dal suo colletto la pillola antivento, se la mise in bocca, e si trasformò in un insetto jiaoliao per intrufolarsi da una fessura.

La Râksasî gridava: "Ho una sete terribile. Datemi subito da bere."

Una cameriera le portò una teiera e versò la bevanda profumata in una tazza; il tè, agitato dai movimenti affrettati, fece un poco di schiuma. Scimmiotto, che ronzava intorno, ne approfittò per nascondersi in una bollicina e l'assetata Râksasî, quando vuotò la tazza in due o tre sorsi, inghiottì inavvertitamente anche lui.

Sceso nel ventre, egli riprese il suo aspetto e gridò a squarciagola: "Cognata, prestami il ventaglio!"

La donna impallidì di spavento e chiese: "Ragazze, siete sicure che la porta di casa sia chiusa?"

"Ma certo!" risposero in coro le cameriere.

"Eppure sento vicinissima la voce di Scimmiotto."

"Parlo dal tuo stomaco, come la voce della coscienza."

"Che trucco è questo, Consapevole del Vuoto?"

"Non so fare giochi di prestigio" rispose Scimmiotto. "Tutto quello che faccio non è illusione, ma realtà: mi sto effettivamente divertendo dentro le tue nobili budella, rispettabile cognata; qui c'è il tuo fegato, e quelli sono i tuoi polmoni. So che sei tanto stanca e hai bisogno di stimoli: eccotene uno per cominciare."

E diede un bel calcio alla parete dello stomaco: la Râksasî si piegò in due e cadde a terra gemendo.

"Un'altra cosa che può servire è questa." E batté una zuccata nel cuore, provocandole un tale dolore che la fece rotolare qua e là, con le labbra sbiancate e la fronte cerea, mormorando: "Pietà, cognato!"

"Eccomi dunque riconosciuto per cognato" disse Scimmiotto rinunciando ad altri colpi. "Per amore del gran fratello toro te la farò passar liscia, se ora mi presti il ventaglio."

"Ma certo fratellino. Esci a prenderlo."

"Prima fallo mettere a portata di mano. Non esco, se non lo vedo."

La Râksasî mandò la cameriera a prendere il ventaglio e lo fece posare accanto a sé. Scimmiotto, che era risalito fino alla gola per guardare fuori, dichiarò: "Dunque, cognata, ti farò grazia e mi accontenterò di uscire dalla bocca, invece di aprirmi una strada da qualche altra parte. Ma tu devi spalancare tre volte le mascelle."

La Râksasî ubbidì e Scimmiotto volò via in forma di piccolo insetto, senza che lei se ne rendesse conto. "Su cognatino, deciditi a uscire" diceva, accingendosi a spalancare la bocca per la terza volta.

"Sono già fuori" rispose il Novizio, che aveva ripreso il suo aspetto ordinario e impugnava il ventaglio. "Grazie del prestito."

E se ne andò a lunghi passi, mentre le cameriere si affrettavano ad aprirgli la porta per farlo uscire.

Il grande santo indirizzò la sua nuvola a est e presto atterrò davanti all'edificio di mattoni rossi. "Maestro, è ritornato!" esclamò allegro Porcellino quando lo vide.

Tripitaka uscì ad accoglierlo, con il padron di casa e con Sabbioso.

"È il ventaglio giusto?" chiese Scimmiotto, mostrandolo al vecchio.

"Proprio quello" rispose il padron di casa.

"Saggio discepolo" commentò Tripitaka tutto contento, "i tuoi meriti sono davvero esorbitanti. Avrai dovuto penare molto per ottenere questo tesoro."

"Non ne parliamo! Sapete chi è l'immortale Ventaglio di Ferro? Nientemeno che la moglie del re diavolo toro, la madre di Bimbo Rosso." E Scimmiotto raccontò tutta la storia. [...]

Tripitaka manifestò la sua gratitudine, e poi maestro e discepoli si congedarono dal vecchio.

Percorsero una quarantina di li verso occidente, e il caldo divenne sempre più soffocante. "Sento i piedi arrostiti" gemeva Sabbioso. "Mi bruciano le zampe" rincarava Porcellino. Il cavallo trottava svelto e nervoso, per tenere il meno possibile gli zoccoli a contatto del suolo, che era rovente e rendeva il cammino penosissimo.

"Maestro, smontate da cavallo" propose Scimmiotto. "Fermiamoci qui. Aspettate che spenga il fuoco e provochi la pioggia: proseguiremo quando il terreno si sarà raffreddato."

Il Novizio si accostò dunque al fuoco e agitò il ventaglio a tutta forza: le fiamme si alzarono più alte che mai sul fianco della montagna. Altro colpo di ventaglio: cento volte peggio. La terza volta, le fiamme salirono a mille tese e lui corse il rischio di finire in cenere: dovette ritirarsi a precipizio, con i peli delle cosce tutti strinati. Corse verso il monaco cinese: "Marcia indietro! Scappiamo via, il fuoco viene da questa parte!"

Il maestro rimontò a cavallo e corse con i discepoli per una ventina di li; quando si fermarono, chiese: "Che cos'è accaduto, Consapevole del Vuoto?"

"Non è mica il ventaglio giusto" brontolò Scimmiotto gettandolo via. "Quella donna mi ha fregato."

Tripitaka aggrottò le sopracciglia e si sentì così addolorato che si mise a piangere: "E adesso, come facciamo?"

"Fratello, perché ci hai fatto scappar via come matti?" chiese Porcellino.

"Al primo colpo di ventaglio il fuoco mugghiava, al secondo ancor più, al terzo le fiamme sono salite a mille tese. Il mio pelo stava prendendo fuoco."

"Ma non dici sempre che il fulmine non ti colpisce e il fuoco non ti brucia?" replicò Porcellino ridendo sarcastico. "Adesso il fuoco ti fa paura?"

"Bestione incompetente che non sei altro! Per difendermi dal fuoco devo stare in guardia e prendere le mie misure. Oggi non avevo fatto il passaggio per allontanare le fiamme e non avevo adottato protezioni, perché credevo di poter spegnere tutto senza problemi: ed ecco qua le strinature che mi sono rimaste sulle cosce."

"Che facciamo?" domandò Sabbioso. "Non siamo in grado di superare un fuoco così intenso."

"Si potrebbe passare dove il fuoco non c'è" suggerì Porcellino.

"Da dove?" chiese Tripitaka.

"A est, nord e sud non c'è fuoco" rispose Porcellino.

"E le scritture da che parte sono?"

"Quelle stanno a ovest" concesse Porcellino.

"E io voglio andare dove sono le scritture" concluse Tripitaka.

"Fuoco nella direzione delle scritture; niente scritture nelle altre direzioni. È un vicolo cieco" chiosò Sabbioso.

Mentre discutevano senza costrutto, una voce chiamò: "Grande santo, non vi arrovellate. Mettetevi a tavola e mangiate uno spuntino vegetariano; delle vostre difficoltà ci sarà agio di riparlare."

Tutti e quattro si volsero e videro un vecchio avviluppato in un mantello ondeggiante, con in capo un berretto a mezzaluna, in mano un bastone con il pomo a testa di drago e ai piedi stivali di ferro. Lo seguiva un diavolo con un gran becco di falco e guance di pesce, che recava in capo una ciotola di rame piena di biscotti, dolciumi, miglio e riso.

"Sono la divinità locale dei Monti di Fuoco" spiegò il vecchio inchinandosi. "Ho saputo che il grande santo protegge il monaco cinese e che non potete proseguire il vostro cammino; perciò sono venuto a offrirvi uno spuntino."

"Il cibo è una cosa secondaria, quando si è immersi in tanti guai" replicò Scimmiotto. "Che possibilità vedete di spegnere il fuoco e di proseguire?"

"Solo il ventaglio di foglie di banano può spegnere questo fuoco."

Scimmiotto raccolse da terra il ventaglio, dove l'aveva gettato: "Non è questo il ventaglio? Ma ad agitarlo il fuoco si attizza: come mai?"

La divinità locale esaminò l'oggetto e si mise a ridere: "Questo non è il vero ventaglio. La Râksasî vi ha turlupinato."

"Come posso ottenere quello vero?"

La divinità curvò il dorso e rispose con un sorrisetto: "Per avere l'autentico ventaglio, lo dovrete chiedere al re Granforzuto."

Se poi non sapete il perché, ascoltate il seguito.