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060 UNA DONNA OLTRAGGIATA · IN CUI IL DIAVOLO TORO ABBANDONA IL DUELLO PER RECARSI AL FESTINO, E SCIMMIOTTO SI PROCURA PER LA SECONDA VOLTA IL VENTAGLIO DI FOGLIE DI BANANO.

"Il re Granforzuto non è altri che il re diavolo toro" aggiunse la divinità locale.

"È stato lui a mettere il fuoco in queste montagne?" chiese Scimmiotto.

"Nemmeno per sogno. Vi potrei dire chi è stato, grande santo; ma solo se perdonate in anticipo l'audacia dell'umile dio che sono."

"Va bene, sei perdonato; sentiamo."

"A mettere il fuoco in queste montagne siete stato voi, grande santo."

"Ma se non sono mai passato da queste parti prima d'ora! Come puoi spacciare questa insulsa bugia?" reagì il Novizio andando in collera. "Dovrei farmi dare dell'incendiario e restare zitto?"

"Voi non vi ricordate di me. Vedete, in questo posto una volta non c'erano montagne. Ricorderete quando metteste a soqquadro i palazzi del Cielo, foste catturato dall'illustre santo Erlang e consegnato al signore Laozi, che vi mise dentro il forno degli otto trigrammi. Quando il forno venne aperto, voi balzaste fuori e rovesciaste tutto quanto: le braci caddero qui e divennero i Monti di Fuoco. Io ero l'inserviente addetto a quel forno: fui rimproverato di negligenza e venni esiliato qui a esercitare le funzioni di divinità locale."

"Ora mi spiego perché sei agghindato in quello strano modo" brontolò Porcellino di malumore. "Non sei una vera divinità, ma un taoista travestito."

"Ma spiegami" insisté Scimmiotto, convinto a metà, "perché è necessario chiedere l'intervento del re Granforzuto."

"Il re ha abbandonato la Râksasî ed è andato a vivere nella Grotta Toccanuvole del Monte Mucchio di Tuoni. Là viveva un re volpe, morto all'età di diecimila anni, che ha lasciato erede universale la figlia, la principessa Viso di Giada, ricca a milioni e senza alcun sostegno per amministrare il suo patrimonio. Un paio d'anni fa lei ha preso informazioni sulle grandi capacità del re diavolo toro e gli ha proposto di mettere i suoi beni nelle sue mani, a condizione che accettasse di vivere con lei come sposo. Perciò il toro ha piantato in asso la Râksasî. Se ora voi, grande santo, lo convinceste a ritornare, penso che la Râksasî acconsentirebbe in cambio a ogni vostra richiesta. Se voi otteneste il ventaglio, ne ricaveremmo tre grandi vantaggi: il primo è che il vostro viaggio potrebbe proseguire; il secondo, che le fiamme sarebbero spente una volta per tutte: sarebbe un bel sollievo per chi vive nel paese; il terzo, che non sarebbe più necessario che io resti qui a fare la guardia alla carbonella: potrei essere perdonato e riammesso in servizio nel palazzo del signore Laozi."

"Dove si trova questo Monte Mucchio di Tuoni? Quant'è lontano?"

"Tremila li verso sud."

Scimmiotto affidò il maestro a Porcellino e Sabbioso, e raccomandò alla divinità locale di far loro compagnia; poi scomparve in un turbine di vento.

In breve giunse in vista di una montagna alta fino al cielo; abbassò la sua nuvola e contemplò il panorama.

Quant'è alta? Da toccare l'azzurro. Quanto è grande? I suoi burroni scendono fino alle Sorgenti Gialle. Le pareti sono tiepide di sole, ma la cresta è coperta di ghiaccio. Sul lato soleggiato crescono alberi che non conoscono l'inverno; dietro la cresta trovi ancora ghiaccio nel cuore dell'estate. Dal lago di draghi scende una cascata; accanto al rifugio della tigre, sotto le alte rupi, i fiori sbocciano presto. La cascata si suddivide in mille rivoli di giada. I fiori sbocciati formano un broccato. Alberi contorti sulle creste dentellate; pini svettanti sulle rupi svettanti.

È quella che si dice un'alta montagna: ripide creste, rupi scoscese, profondi burroni, fiori odorosi, bei frutti, liane rosse, bambù violetti, pini azzurri, verdi salici: lo stesso immutabile aspetto attraverso il tempo, gli stessi colori dalla più remota antichità, come i draghi.

Saziatosi dello spettacolo, il grande santo scese passo passo giù per la scarpata e si inoltrò alla ricerca di un sentiero. Stentava a orientarsi, quando vide sbucare dall'ombra di un pino una bella donna che teneva in mano un'orchidea profumata. Il grande santo si nascose dietro una roccia per osservarla:

È dotata della bellezza che può rovesciare gli imperi, e cammina su piedini di loto. Ha il viso di Wang Zhaojun e la grazia di una ragazza di Chu: un fiore che sa parlare, una giada che emana profumo. Le crocchie dei suoi capelli sono nero-azzurrine, gli occhi sottolineati in verde. La gonna pieghettata lascia vedere scarpine a punta ricurva; maniche turchese lasciano spuntare manine affusolate, bianche come la farina. Non parlatemi di piogge della sera e di nubi del mattino, guardando quei denti scintillanti tra le labbra rosse! La sua pelle è dolce come il Fiume di Broccato, eclissa Zhuo Wenjun e Xue Tao.

Quando gli fu vicina, Scimmiotto s'inchinò e la salutò dicendole con dolcezza: "Dove andate, cara pusa?"

La donna restò di sale, al vedersi improvvisamente davanti una faccia tanto brutta. Se ne stava lì tremante e incapace di avanzare o retrocedere, finché riuscì a balbettare: "Da dove venite? Chi cercate?"

Scimmiotto rifletté: "Potrebbe essere una parente del re toro: è prudente che non entri nei particolari. Fingerò di avere un incarico dalla famiglia."

Intanto la donna si riprese dalla sorpresa e gridò: "Chi sei tu, per permetterti di rivolgermi la parola?"

"Vengo dal Monte delle Nuvole Turchese" rispose Scimmiotto sorridendo e inchinandosi, "ed è la prima volta che vedo questi nobili luoghi; perciò non conosco la strada. Posso sapere se questo è il Monte Mucchio di Tuoni?"

"Certo che lo è."

"E da che parte si trova la Grotta Toccanuvole?"

"Perché la cerchi?"

"Devo invitare il re diavolo toro da parte della principessa Ventaglio di Ferro, della Grotta del Banano sul Monte delle Nuvole Turchese."

A sentir parlare di Ventaglio di Ferro, la donna arrossì fino alla radice dei capelli ed esplose in ingiurie: "Quella puttana non lo vuol capire! Il re toro è venuto ad abitare qui da nemmeno due anni, e ha già mandato non so quanto oro, argento, perle e gioielli, rotoli di damasco e di satin. Ogni anno le faccio spedire la legna, ogni mese il riso. Ha tutto quello che le può occorrere, ma evidentemente non le basta: invita anche il re. Ditemi voi che cosa vuole!"

Scimmiotto capì che aveva davanti la principessa Viso di Giada e assunse un atteggiamento minaccioso: "Sei tu la puttana, bella mia, che hai accalappiato il re toro a suon di quattrini. Ti dovresti vergognare. Ma lo sai chi ti permetti di insultare?"

La donna sentì le sue anime abbandonarla: volse le spalle e fuggì via, inciampando nei suoi loti d'oro e tremando come una foglia. Scimmiotto le correva dietro strillando. Usciti dal bosco di pini giunsero all'ingresso di una grotta, in cui la giovane donna si rifugiò sbattendo la porta. Il grande santo ripose il randello che aveva impugnato e si guardò intorno: davvero un bel posticino.

La fitta foresta si stende fra le rocce scoscese: nel groviglio delle liane penetra il profumo delle orchidee. La sorgente sgorga in un bacino di giada e scorre fra i bambù e le rocce civettuole, che si adornano di petali caduti. Le cime remote sono avvolte nella bruma che attenua la luce del sole.

Ai nitriti del drago rispondono i ruggiti della tigre. Grida di gru, canti di rigogoli: regna la quiete sull'erba di diaspro adorna di fiori preziosi. La grotta regge il confronto con quella della Terrazza del Cielo, è più bella delle isole degli immortali.

Mentre Scimmiotto si perdeva a contemplare il bel paesaggio, la giovane donna, sudata per l'affanno, comprimendosi il cuore agitato dallo spavento, si precipitò nella biblioteca, dove il re toro si abbandonava al tranquillo piacere di leggere libri di alchimia. Si gettò fra le sue braccia e scoppiò in singhiozzi, tormentandosi le guance e tirandosi i lobi delle orecchie.

"Non tormentarti, bellezza" le disse il re toro sorridendo. "Che cosa ti succede?"

Lei, tutta agitata, si lagnava: "Diavolo che sei, mi farai morire!"

"Perché te la prendi con me?" chiese il re toro senza abbandonare il sorriso.

"Ti avevo chiesto di proteggermi e di occuparti di me, perché ero rimasta sola al mondo. Tu avevi la reputazione di uomo capace e coraggioso: ma ora scopro che non sei altro che un misero marito terrorizzato da sua moglie."

"Bellezza mia" replicò il re toro prendendola fra le braccia, "se ti ho fatto un torto dimmelo subito: non chiedo di meglio che di ripararlo."

"Passeggiavo tra i fiori qui vicino e coglievo orchidee, quando mi è sorto davanti un monaco con la faccia pelosa e la gola da duca del tuono. Quando mi ha salutato, ero paralizzata dalla paura. Poi mi sono ripresa e gli ho chiesto chi fosse: lui mi ha detto che portava un invito per te da parte della principessa Ventaglio di Ferro. Non gli ho detto che due parole per metterlo al suo posto, ma lui si è scatenato e mi ha inseguito alzando un gran bastone: se non avessi corso a tutta velocità, mi avrebbe uccisa. Dimmi tu se mi procuri altro che guai, e se non posso dire che mi vuoi morta."

Il re toro le presentò scuse solenni e dovette farle molte coccole, prima di riuscire a calmarla. Infine manifestò il suo disappunto: "Mia cara, non ti ho mai nascosto niente. La Grotta del Banano è in un posto fuori mano, ma libero e puro. Mia moglie è un'immortale che ha conseguito il Tao fin dalla prima giovinezza: tiene in ordine la sua casa e la moralità di chi la abita. Com'è possibile che si sia servita di un uomo come quello che mi descrivi? Penso che sia un mostro che abusa del suo nome per avvicinarmi. Aspetta che esca per mettere in chiaro le cose."

Il bravo re diavolo uscì dalla biblioteca e andò in sala a indossare l'armatura e a prendere un randello di ferro lavorato. Poi si fece sull'uscio e gridò: "Chi è l'insolente che viene qui a comportarsi da villano?"

A Scimmiotto, che si teneva defilato, parve che il suo atteggiamento fosse molto diverso da quello consueto di cinquecento anni prima. Ecco qua:

In capo un elmo di ferro, polito e scintillante come argento, l'armatura d'oro è adorna di broccati e ricami, calza stivali di daino dalla suola bianca con le punte ricurve, porta alla vita una tripla cintura decorata col motivo del barbaro e del leone.

Occhi brillanti come specchi e sopracciglia come arcobaleni; labbra scarlatte e denti di bronzo. Al suo ruggito trema la montagna, il suo fiero passo mette in fuga gli spiriti maligni. Famoso nei quattro mari, è Granforzuto, il re diavolo dell'Ovest.

Scimmiotto si rassettò e si presentò con una gran riverenza: "Fratello maggiore, riconosci ancora il tuo fratello minore?"

"E così sei Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il Grande Santo Uguale al Cielo" rispose il re toro rendendogli il saluto.

"Quanto tempo che non ci vediamo! Ho avuto il piacere di ritrovarti, grazie alle indicazioni di una giovane donna. Mi congratulo, vecchio mio: non ti avevo mai visto un'aria tanto prospera."

"Sta zitto, chiacchierone" brontolò il re toro. "Ho sentito raccontare che, dopo i disordini che provocasti in Cielo, il Buddha ti aveva sepolto sotto il Monte dei Cinque Elementi; e che ultimamente eri stato liberato e proteggevi il monaco cinese che cerca le scritture nell'Ovest. Ora spiegami perché hai aggredito mio figlio alla Grotta della Nuvola di Fuoco. Io non ti voglio più vedere; come ti è venuto in mente di venirmi a cercare?"

"Caro fratello maggiore" rispose Scimmiotto inchinandosi di nuovo, "non prendertela con tuo fratello prima di considerare obiettivamente i fatti. Il tuo benamato figlio si era impadronito del mio maestro e voleva mangiarselo. Del resto, io non sono riuscito nemmeno a mettergli le mani addosso: è intervenuta la pusa Guanyin e lo ha riportato sulla buona strada. Adesso tuo figlio è il suo ragazzo di Buona Fortuna e, se permetti, si trova in una posizione più elevata della tua. Inoltre gode gioia assoluta e longevità senza limiti. Che cosa c'è in questa storia che tu mi possa rimproverare?"

"Furbacchione di un macaco! Mettiamo che su mio figlio non ci sia niente da ridire. Ma è vero o no che, un momento fa, hai maltrattato la mia amata concubina? Perché l'hai minacciata e l'hai rincorsa fino a casa?"

"Il fatto è che ti stavo cercando e le ho chiesto rispettosamente se mi poteva indicare la tua residenza; non sapevo nemmeno di parlare alla mia seconda cognata" rispose sorridendo il grande santo. "Lei mi ha risposto con male parole e io, devo ammetterlo, sono stato un po' rude e devo averla spinta un pochino. Ti prego di scusarmi."

"Visto come metti le cose, in considerazione della nostra vecchia amicizia, sei perdonato."

"Sei magnanimo, ti ringrazio molto. Oso chiedere il tuo aiuto in una faccenda molto importante per me."

"Benedetto macaco impertinente! Ti ho perdonato, e tu dovresti avere il buon gusto di scomparire. Invece ricominci a rompere le scatole: che cosa vuoi?"

"Devi sapere, fratello, che il monaco cinese che proteggo è bloccato nel suo cammino dai Monti di Fuoco. La gente del posto mi ha riferito che la mia rispettabile prima cognata possiede un ventaglio di foglie di banano che risolverebbe il problema. Ieri sono andato alla tua vecchia residenza a salutarla e chiederle in prestito il ventaglio; ma lei non ne vuol sapere. Questo è il mio problema. Spero che, nella tua immensa generosità, mi accompagni da lei per convincerla a prestarmi quell'oggetto; lo restituirò non appena avrò spento le fiamme per far passare il mio maestro."

Il re toro divenne rosso dalla rabbia e digrignò i denti: "Ecco da dove vengono i tuoi bei discorsi: parli per interesse, vuoi solo il ventaglio. Scommetto che hai maltrattato mia moglie; lei ha rifiutato, e allora te la sei presa anche con la mia concubina. Dice il proverbio: moglie d'amico non umiliare, la concubina non sfruculiare! E tu, brutto stronzo, che cosa hai fatto? Hai umiliato l'una e sfruculiato l'altra. Adesso ti do il fatto tuo."

"Se mi vuoi picchiare, fratello, accòmodati. Ma ti supplico sinceramente di non negarmi il prestito."

"Reggi tre assalti, e dirò a mia moglie di dartelo. Altrimenti ti ammazzerò per lavare l'affronto."

"Ben detto, fratello. Non ci vediamo da tanto tempo, per colpa mia che non ti sono venuto a cercare: non so a che punto sia arrivata la tua abilità militare. Vediamo come ce la sappiamo cavare nella scherma col bastone."

Il re toro non era d'umore conversevole; alzò la sua sbarra di ferro lavorato e l'abbatté a tutta forza. Il grande santo parò. Fu un bel combattimento:

Hanno i volti alterati e abbandonano il linguaggio amichevole. "Ti odio per il danno che hai recato a mio figlio, macaco!" Risponde l'altro: "Tuo figlio ha trovato la Via, non hai niente da rimproverarmi." "Come hai osato bussare alla mia porta?" "Non lo avrei fatto se non mi fossi trovato in stato di necessità." L'uno chiede il ventaglio per proteggere il monaco cinese, l'altro lo nega per avarizia. Scompare ogni amicizia in queste circostanze, resta solo la collera [...]

In capo a un centinaio di scontri, la situazione era ancora indecisa. A quel punto si sentì chiamare dalla strada: "Messer toro, il nostro grande re manda i suoi omaggi e vi prega di onorare il suo banchetto con la vostra presenza."

Il re toro bloccò la sbarra di Scimmiotto e gli disse: "Fermo, macaco: ora ho altro da fare. Riprenderemo la discussione quando ritornerò da questo convegno di amici." E rientrò in casa a informare la principessa Viso di Giada: "Bellezza mia, quel tizio con la gola da duca del tuono era il macaco Scimmiotto, che ho messo in fuga con qualche bella legnata. Sta certa che non si farà rivedere: puoi muoverti e divertirti in tutta sicurezza. Io vado a bere un bicchiere da un amico."

Levò elmo e corazza, si infilò una giacchetta di velluto giallo canarino, inforcò la bestia dalle pupille d'oro che allontana le acque e se la filò fra il lusco e il brusco, diretto a nordovest.

Il grande santo, che vedeva tutto dall'alto della montagna, si disse: "Chissà quali amici si è fatto il vecchio toro in questi ultimi tempi. Andiamo a vedere."

Il bravo Scimmiotto, con una piccola scossa, si mutò in una corrente d'aria fresca e lo seguì. Giunsero su un'altra montagna, e il re toro a un tratto scomparve. Scimmiotto riprese la propria forma e si mise alla sua ricerca. In breve scoprì un profondo lago dalle limpide acque; sulla riva una stele portava questa scritta in sei grandi caratteri:

LAGO DEI FLUTTI VERDI SUL MONTE DELLE ROCCE CAOTICHE

"Se n'è andato là sotto" pensò Scimmiotto. "L'amico sarà un mostro acquatico: caimano, drago, pesce o tartaruga. Vediamo."

Fece un passo magico, recitò un incantesimo e si mutò in un granchio, né grosso né piccolo: pesava le sue trentasei libbre. Fece un tonfo nel lago e scese sul fondo; là vide un portico con belle sculture, davanti al quale era legata la bestia dalle pupille d'oro. Oltre l'ingresso, ci si muoveva all'asciutto. Scimmiotto scivolò dentro e, tendendo l'orecchio, udì che si faceva musica. Si vedeva

un palazzo di perle con archi di conchiglie, diverso dalle costruzioni di questo mondo. Tegole d'oro, travi di giada bianca. I paraventi sono di gusci di tartaruga, le balaustre di corallo. Luminose nuvole di buon augurio circondano il trono di loto; esse uniscono gli astri del cielo ai viali della terra. Non è il palazzo del Cielo né il tesoro del mare, ma rivaleggia con le più belle residenze. Nella vasta sala si trovano riuniti gli ospiti: mandarini grandi e piccoli, con berretti da cerimonia. Fanciulle di giada servono piatti d'avorio e poi suonano sui loro strumenti musiche celesti. Le cantanti sono lunghe balene, i danzatori granchi giganteschi; tartarughe suonano il flauto e percuotono il tamburo. Tavole e coppe brillano di perle luminescenti. Caratteri sigillari in forma di uccelli si allineano su tabelle di piume di martin pescatore; tendaggi di barbe di gambero pendono dalle pareti delle gallerie.

Gli otto suoni si mescolano in divina armonia; le note scandite risuonano fino all'empireo. Le fanciulle che intrattengono gli ospiti, carpe dalla testa verde, pizzicano liuti di diaspro, mentre i ragazzi dagli occhi rossi suonano flauti di giada. Donne pesce servono vassoi di odorosa selvaggina recandoli in capo; le acconciature delle fanciulle drago agitano ali di fenice d'oro. Che si serve in tavola? I piatti più rari degli otto tesori delle cucine celesti. Che si beve? Succo di giada liquida delle residenze porporine.

Il re diavolo toro era seduto al posto d'onore, fra tre o quattro caimani. Di fronte a lui troneggiava un vecchio drago, circondato da una numerosa famiglia. Il vecchio drago si accorse dell'intruso e ordinò: "Prendetemi quel villano di un granchio."

Figli e nipoti si gettarono sul grande santo e lo immobilizzarono. Ma Scimmiotto, con voce umana, gridò: "Pietà! Pietà!"

"Da dove vieni, screanzato?" tuonò il vecchio drago. "Come osi entrare nella mia sala d'onore davanti ai miei nobili invitati? Se vuoi evitare di essere punito con la morte, confessa tutto!"

Il bravo Scimmiotto inventò una storiella d'occasione: "Vivo da sempre in questo lago: ci sono nato e abito in una cavità della sua sponda. Per meriti di anzianità ho conseguito il titolo di Svigna di Fianco; infatti non ho mai imparato a camminare diritto e finisco sempre per impantanarmi o impigliarmi nelle alghe. Ho offeso la vostra regale dignità senza rendermi conto di quello che facevo: vi prego umilmente di perdonarmi."

Udita l'arringa, tutti gli ospiti si inchinarono al padron di casa: "È la prima volta che questo Svigna di Fianco entra nel palazzo di diaspro. Nella sua semplicità, ignora l'etichetta di corte. Speriamo che vostra altezza lo perdoni e lo lasci andare."

Il vecchio drago li ringraziò e ordinò: "Lasciatelo andare. Prendete nota che gli spetta una bastonatura e fatelo aspettare fuori."

Scimmiotto uscì dalla sala e si incamminò verso il portico d'ingresso, considerando fra sé: "Quel re toro è un tal bevitore! Chissà quando si deciderà a lasciare il banchetto. E l'attesa potrebbe essere inutile, perché non so come convincerlo a prestarmi il ventaglio. Mi converrà rubargli la bestia dalle pupille d'oro, prendere le sue sembianze e dedicarmi a convincere la Râksasî."

Il grande santo riprese la propria forma, sciolse la bestia, balzò in sella e cavalcò lontano al galoppo. Uscito dalle acque del lago, prese l'aspetto del re toro e spronò la bestia a montare su una nuvola. In breve raggiunse la Grotta del Banano e gridò: "Aprite!" Le ragazze di guardia in portineria socchiusero l'uscio e, vedendo il re toro, corsero ad annunciarlo: "Signora, è ritornato il signore."

A queste parole la Râksasî si aggiustò febbrilmente i capelli e corse ad accogliere Scimmiotto che, audace e disinvolto, smontava dalla sua cavalcatura e la legava presso l'entrata. Naturalmente lei cadde nell'inganno e lo condusse per mano dentro casa; fece preparare il tè e disporre le seggiole: tutta la gente di casa si dava da fare e manifestava il suo rispetto per il padrone.

La conversazione si avviò così: "Signora, è un pezzo che non ci vediamo."

"Siete il benvenuto. La vostra nuova sposa vi piace tanto che, negli ultimi tempi, avete trascurato la vostra schiava. Qual buon vento vi riporta da me?"

"In realtà, non mi permetterei mai di trascurarvi. Ma da quando sono stato invitato dalla principessa Viso di Giada, ho avuto molti affari da sbrigare e molte visite da fare; sono gli inconvenienti di una seconda casa da gestire." Poi il falso re toro aggiunse: "Mi hanno detto che si stava avvicinando ai Monti di Fuoco quel Consapevole del Vuoto che protegge il monaco cinese: c'è il pericolo che si presenti qui, a chiedere in prestito il ventaglio. Naturalmente non gli posso perdonare il danno che ha recato a nostro figlio. Se si facesse vedere mi dovete avvertire, perché lo catturi e lo faccia a pezzi per vendicarci di lui."

La Râksasî si mise a piangere: "Ahimè, maestà! Come dice l'adagio: marito senza moglie trascura ogni suo affare, moglie senza marito non sa che cosa fare. Poco è mancato che perdessi la vita, per colpa di quel macaco."

"Dunque quella scimmia maledetta è già stata qui?" finse di indignarsi Scimmiotto.

"Certo, e dev'essere ancora nei dintorni. È venuto proprio a chiedere in prestito il ventaglio; io mi sono armata e l'ho accolto a colpi di spada. Ha avuto la sfacciataggine di chiamarmi 'cognata' e di sostenere che era vostro fratello giurato."

"Questo è vero: cinquecento anni fa facevamo parte di una confraternita di sette persone."

"Non ha osato rispondere alle mie invettive, né difendersi dai miei colpi; infine l'ho spazzato via con un colpo di ventaglio. Ma stamane è ritornato; non so come abbia trovato modo di resistere al vento, ma non c'è stato verso di scacciarlo di nuovo. Sono tornata ad attaccarlo, ma questa volta ha reagito. Poiché la sua sbarra era troppo pesante per me, mi son dovuta chiudere in casa. Non so come abbia fatto, ma è riuscito a intrufolarsi addirittura nel mio ventre: credevo di morire! Ho dovuto trattarlo davvero da 'cognato' e consegnargli il ventaglio."

"Che disastro!" gridò Scimmiotto, arrivando a battersi il petto dalla disperazione. "Come avete potuto abbandonare il nostro tesoro nelle mani di quel macaco? Mi farete morire di rabbia!"

"Non ve la prendete" ribatté sorridendo la Râksasî. "Non gli ho dato il ventaglio vero, ma uno falso."

"Il vero dov'è?"

"State tranquillo, l'ho messo al sicuro."

Ordinò alle cameriere di preparare il vino per brindare all'arrivo del padron di casa, gliene presentò una coppa e disse: "Anche fra i piaceri del vostro nuovo matrimonio, non dovete dimenticare il nostro legame. Accettate questa insipida bevanda del vostro paese!"

Scimmiotto non osava rifiutare. Sollevò la coppa con una risatina: "Signora, tocca a voi bere per prima. Voglio mostrarvi la mia gratitudine per la cura che vi siete presa del nostro patrimonio, mentre ero lontano e impegnato ad amministrare altri beni."

La Râksasî vuotò la coppa, la riempì nuovamente e gliela tese: "Non si è sempre detto: sposa in casa, gestione attenta? Ma il marito è il padre che la nutre. Non è il caso di ringraziarmi."

Dopo queste dimostrazioni di modestia, si sedettero a bere. Mentre chiacchieravano, Scimmiotto badava di non violare i suoi divieti alimentari e si accontentava di qualche frutto.

Dopo qualche giro di bicchieri, si destò la concupiscenza della Râksasî: gli mormorava paroline dolci, prendeva le sue mani, gli si strofinava contro, lo accarezzava e lo toccava. Intanto bevevano dallo stesso bicchiere, un sorso per uno, e si porgevano la frutta bocca a bocca. Il grande santo stava al gioco. Di certo

nulla vale quanto il vino per disperdere ogni pena: un amo per pescare versi, una scopa per spazzare dispiaceri. Il ragazzo timido si lascia andare, la ragazza è tutta sorrisi: il suo viso si arrossa come una pesca matura, il suo corpo si piega come il salice. Essa diventa volubile e non sa più tener ferme le mani: si liscia i capelli, agita le dita delicate; muove le gambe, scuote le maniche del vestito; china il collo incipriato, torce il vitino di vespa. Mentre chiacchiera, slaccia i bottoni dorati e scopre metà del seno. Monti di giada che scivolano nell'ebbrezza, occhi d'argento da non strofinare.

Quando la vide discretamente brilla, Scimmiotto, che si teneva in agguato, buttò lì: "Signora, dove avete messo il vero ventaglio? Non allentate la vostra vigilanza: Scimmiotto è abilissimo a trasformarsi e potrebbe ritornare per sottrarvelo."

La Râksasî fece una risatina e sputò qualcosa non più grande di una foglia di albicocco, tendendola al compagno: "Eccolo qui!"

Scimmiotto non credeva ai suoi occhi: "Com'è possibile che un oggetto così piccolo possa spegnere le fiamme? Dev'essere un altro falso."

La Râksasî, vedendolo pensieroso, strofinò il viso incipriato contro il suo e gli disse: "Dài, beviamo! Metti via quella cosa. A che stai pensando?"

Scimmiotto colse l'occasione per chiedere: "Come può un oggetto tanto minuscolo avere efficacia su ottocento leghe di fiamme?"

Troppo ebbra per diffidare, la Râksasî disse: "In questi due anni ti devi essere dato tanto da fare con quella Viso di Giada, giorno e notte, da uscirne rimbambito. Hai dimenticato come funziona il tesoro? Basta toccare con il pollice sinistro il settimo filo di seta rossa del manico e dire Huixuhexixichuihu: allora ingrandirà di dodici piedi. Questo tesoro ha inesauribili possibilità di trasformazione. E le ottocento leghe di fiamme sa spegnerle in un colpo solo."

Scimmiotto registrò tutto accuratamente nella memoria, si mise in bocca il ventaglio e si passò la mano sul volto, per riprendere il proprio aspetto.

"Râksasî" ringhiò, "guardami bene! Ti sembro tuo marito? Ne ho abbastanza dei tuoi approcci amorosi: non ti vergogni?"

La donna ne ebbe un tal colpo che la presero le convulsioni; cadde a terra rovesciando tavolo e seggiole e morse la polvere, sconvolta dall'umiliazione: "Questa volta morirò di dispetto!"

Il grande santo tagliò corto e, senza badare se fosse viva o morta, si precipitò fuori dalla grotta. Come si dice:

Un cuore libero dai desideri

Porta sempre il sorriso sulla bocca.

Montò su una nuvola e si fece trasportare in cima alla montagna, dove sputò il ventaglio per collaudare il procedimento magico. Toccò con il pollice sinistro il settimo filo rosso del manico e recitò la formula: l'oggetto ingrandì davvero di dodici piedi. Lo esaminò con attenzione e constatò che era molto diverso dal ventaglio falso: era circondato da un alone luminoso, raggiava vapori di buon augurio e aveva trentasei fili di seta rossa intessuti nell'ordito e nella trama.

Scimmiotto aveva imparato a ingrandirlo, ma non sapeva come rimpicciolirlo: qualunque cosa facesse, il ventaglio conservava il suo grande formato. Non sapendo far meglio, se lo mise in spalla e ritornò sulla strada dei pellegrini.

Intanto il re diavolo toro, uscendo dal banchetto, cercò invano la sua bestia dalle pupille d'oro che allontana le acque. Il vecchio drago riunì gli ospiti e fece un'inchiesta per stabilire chi poteva averla rubata.

"Chi mai avrebbe osato?" risposero gli spiriti animali inginocchiati. "Noi eravamo tutti al banchetto a passarci cibo e bevande, ad ascoltar musica e a cantare; nessuno di noi si è avvicinato all'ingresso."

"D'altronde posso garantire per i miei musicisti. Non si sarà introdotto di nascosto qualche estraneo?"

"È venuto quel granchio" ricordarono draghi figli e nipoti. "Sarà lui, l'estraneo."

Il re toro si batté la mano sulla fronte: "Non dite altro! Amico mio, stamane, quando ho ricevuto il vostro invito, mi stavo sbarazzando di Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Mi era venuto a chiedere il ventaglio di foglie di banano per aiutare a superare i Monti di Fuoco il monaco cinese, che è incaricato di proteggere. Io ho rifiutato e ci siamo battuti; ma ho lasciato la cosa a mezzo per venire qui. Quella scimmia maligna è piena di risorse: di certo si è trasformata in granchio per venirci a spiare, ed è stata lei a rubare la mia cavalcatura, con l'intenzione di ingannare mia moglie e rubarle il ventaglio."

Tutti tremarono di paura e chiesero: "È lo stesso Scimmiotto che aveva provocato tutti quei disordini nei palazzi del Cielo?"

"Proprio lui. Se vi capita di frequentare la strada dell'Ovest, farete bene a guardarvene."

"Ma come ricupereremo la vostra cavalcatura?" domandò il vecchio drago.

"Ci penso io" replicò sorridendo il re toro. "Grazie, signori: ritiratevi pure. Vado a catturarlo."

Si aprì il cammino allontanando le acque, balzò fuori dal lago e salì su una nuvola gialla, con cui in breve raggiunse la Grotta delle Nuvole Turchese. Il gran baccano che faceva la Râksasî si udiva anche all'aperto: pestava i piedi, urlava, gemeva, si batteva il petto. Il re spinse la porta e vide subito la sua cavalcatura legata in un angolo. "Da che parte è andato Scimmiotto, signora?" gridò.

Le cameriere si inginocchiarono: "Finalmente siete ritornato, signore!"

La Râksasî se la prese con il marito: si prosternava battendo la testa per terra e lo malediceva: "Miserabile pendaglio di forca! Come hai potuto essere tanto trascurato da farti rubare la bestia dalle pupille d'oro da quel lurido macaco, che ha preso il tuo aspetto per venir qui a prendermi in giro?"

"Da che parte è andato, il macaco?" ripeté il re toro digrignando i denti.

"Mi ha derubato, ha ripreso il suo aspetto ed è fuggito" disse la donna battendosi il petto. "Morirò di vergogna!"

"Non vi state a tormentare, signora. Aspettate che raggiunga quella bestiaccia, gli riprenda il tesoro, lo scortichi, gli spezzi le ossa e gli strappi le budella. Portatemi le armi!"

"Le vostre armi non sono qui" gli ricordarono le cameriere.

"Portatemi quelle della vostra padrona."

Le ragazze gli presentarono le due spade preziose dalla lama azzurrina.

Il re toro si tolse la giacchetta color giallo canarino, la sostituì con un panciotto, impugnò le spade, una per mano, e si precipitò in direzione dei Monti di Fuoco. Così

L'ingrato avrà ingannato la donna innamorata,

Ma sosterrà l'assalto del demone impulsivo.

Se poi in fin dei conti non sapete il bene o il male che poteva venire da questo inseguimento, ascoltate il seguito.