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061 IL GRAN TORO ACCERCHIATO · IN CUI PORCELLINO CONTRIBUISCE ALLA SCONFITTA DEL RE DIAVOLO, E SCIMMIOTTO SI PROCURA IL VENTAGLIO PER LA TERZA VOLTA.

Come il racconto ha narrato, il re diavolo si diede all'inseguimento di Scimmiotto. Quando lo scorse con il ventaglio in spalla e la cera allegra e soddisfatta, il re toro si allarmò più che mai: "Si vede che il macaco è riuscito a estorcere anche le istruzioni per l'uso. Se vado a reclamare la mia proprietà, non mi dà certo retta; e se gli venisse in mente di farmi vento con quella roba, mi spedirebbe a cento ottomila li di distanza, e si sbarazzerebbe una volta per tutte di ogni intralcio ai suoi progetti. Il suo maestro, il monaco cinese, sarà sulla strada ad aspettarlo con gli altri due discepoli: quello spirito porco e quello spirito delle sabbie mobili, che mi è capitato di incontrare tanto tempo fa, quando eravamo tutti giovani mostri di belle speranze. Mi converrà assumere l'aspetto di Porcellino: Scimmiotto sarà tanto fiero del suo successo, che non si terrà troppo in guardia. È il mio turno di mostrargli che anch'io so giocare qualche tiro birbone."

Le settantadue trasformazioni le conosceva anche il re diavolo, e nell'arte del duello non la cedeva a Scimmiotto; era soltanto più corpulento, e non aveva il suo mordente e la sua leggerezza. Nascose le spade di cui si era armato e, con una scossa, si trasformò nel sosia di Porcellino; quindi corse giù per la strada incontro al grande santo, gridando: "Ehi, fratello, eccomi qua!"

Scimmiotto era davvero soddisfatto di sé; e, come dicevano gli antichi, gatto che vince si crede tigre. Sentiva tanta fiducia nelle proprie capacità, che non pensava a guardarsi le spalle; così, alla vista del falso Porcellino, gridò: "Dove vai, fratellino?"

"Non tornavi mai" rispose il re diavolo, "e il maestro si preoccupava: temeva che il re toro ti avesse messo in difficoltà. Perciò mi ha mandato a cercarti per darti una mano."

"Nessun problema" replicò Scimmiotto ridendo. "Come puoi vedere, ho tutto quello che serve."

"Come hai fatto?"

"Con il toro abbiamo disputato un centinaio di riprese; ma poi lui se n'è andato a una festa in fondo a un lago. Io mi sono trasformato in granchio e l'ho seguito di nascosto, gli ho rubato la sua bestia dalle pupille d'oro, ho assunto il suo aspetto e sono ritornato alla Grotta del Banano. La Râksasî mi ha scambiato per il marito, e non ha opposto resistenza a farsi rubare il ventaglio."

"Ti sarai fatto una bella sudata. Chissà quanto sei stanco. Il ventaglio lo posso portare io."

Scimmiotto glielo consegnò senza sospetto.

Il re toro sapeva tutto del ventaglio: come lo ebbe in mano, fece il passo magico opportuno e lo ridusse alle dimensioni di una foglia di albicocco. Poi riprese il proprio aspetto e disse beffardo: "Non mi avevi riconosciuto, maledetto macaco?"

A Scimmiotto sfuggì un ruggito di dispetto: "Miseria! Caccio oche selvatiche da tanti anni, e ancora mi faccio beccare dagli uccellini." E si scatenò inferocito con la sua sbarra, mentre il re diavolo cercava di spazzarlo via a colpi di ventaglio. Ma il grande santo, benché non se ricordasse nemmeno, teneva ancora in tasca la pillola antivento; per quanto le sventagliate si moltiplicassero, non ci fu verso di smuoverlo. Il re diavolo dovette mettersi in bocca il suo tesoro e impugnare le spade. Si svolse a mezz'aria un duello all'ultimo sangue:

Il Grande Santo Uguale al Cielo e il re toro che semina confusione nel mondo si disputano con tutte le loro energie il ventaglio di foglie di banano. Ciò che il negligente Scimmiotto ha ottenuto con l'inganno, il re diavolo l'ha riavuto con l'astuzia. Il randello cerchiato d'oro non conosce pietà; le spade dalle lame azzurrine sono maneggiate con destrezza. Il grande santo sputa nuvole colorate, il re toro risponde con lampi luminosi. Si equivalgono per valore e per orgoglio, e dal furore digrignano i denti. Sollevano tanta terra e polvere da oscurare il cielo; dèi e diavoli si nascondono per proteggersi dalla sabbia che vola e dai sassi che rotolano. "Come hai osato imbrogliarmi?" "A morte chi inganna la moglie altrui! Qualunque magistrato ti condannerebbe alla pena capitale."

L'astuto Scimmiotto e il brutale re Granforzuto non pensano a negoziare, ma solo a uccidere. Le spade parano il randello che si abbatte: la minima disattenzione può inviare ciascuno dei due a comparire davanti al giudice dell'Inferno.

Lasciamoli combattere fra loro, considerato che sarebbe pericoloso cercare di separarli; e ritorniamo al monaco cinese, che se ne stava seduto sul ciglio della strada: il caldo lo soffocava, l'ansia lo rodeva, la sete lo tormentava. Si rivolse alla divinità locale: "Posso chiedervi, rispettabile divinità, quale abilità militare possiede questo re diavolo toro?"

"Ha grandi poteri magici e una tal forza da farne un avversario del livello del grande santo."

"Consapevole del Vuoto è un buon camminatore; sa percorrere in un momento duemila li, andata e ritorno. Come mai non è ancora qui, dopo un'intera giornata? Starà certo combattendo con quel re toro" concluse Tripitaka. Chiamò i discepoli: "Consapevole delle Proprie Capacità, Consapevole della Purezza, chi di voi vuol raggiungere il suo fratello maggiore? Se sta combattendo il nemico, avrà bisogno di aiuto. Dobbiamo far presto a ottenere quel ventaglio, se vogliamo liberarci dai nostri tormenti e ricuperare il tempo perduto."

"Andrei volentieri a cercarlo" rispose Porcellino. "Ma si sta facendo tardi, e io non conosco la strada del Monte Mucchio di Tuoni."

"La conosco io" intervenne la divinità locale. "Ti posso accompagnare. Lasciamo qui il Capitano delle Cortine Arrotolate a tener compagnia al maestro."

"Vi stiamo procurando molti fastidi, rispettabile divinità" disse Tripitaka, contento della proposta. "Non finirò mai di ringraziarvi dell'aiuto che ci date."

Porcellino raccolse le energie, si strinse alla vita la tunica di broccato nero e impugnò il rastrello; insieme alla divinità locale, salirono su una nuvola e partirono verso l'est. Mentre viaggiavano udirono i rumori di un feroce scontro e il mugghiare di un gran turbine di vento. Si fermarono per rendersi conto della situazione, e riconobbero Scimmiotto e il re toro che combattevano.

"Ehi, Ammiraglio dei Canneti Celesti, che cosa aspetti a farti avanti?" gridò la divinità.

"Fratello, arrivo!" urlò Porcellino brandendo il rastrello.

"Grazie tante, ciccione mio, ma ormai l'operazione l'hai mandata all'aria."

"Mi ha spedito qui il maestro, ma io non conoscevo la strada, si è perso tempo a discutere e il tudi ha dovuto farmi da guida. Perciò sono in ritardo. In che modo avrei mandato all'aria le tue grandi manovre?"

"Non è per il ritardo. Questo toro è un vero stronzo. Ero riuscito a sottrarre il ventaglio alla Râksasî, ma lui ha preso il tuo aspetto e mi è venuto incontro; ero così contento di rivederti, che gliel'ho affidato e mi sono fatto fregare. Ed eccoci qui a pestarci di santa ragione. Perciò dico che hai mandato all'aria l'operazione."

Porcellino fu colto da una rabbia violenta: "Ti colga la peste, mucchio di marciume! Te la farò vedere io! Come osi imitare l'aspetto di tuo nonno, per imbrogliare il mio condiscepolo e seminar zizzania tra fratelli?"

E abbatté furioso il suo rastrello. Il re toro, dopo tanti attacchi di Scimmiotto, si sentiva stanco e temette di non poter sostenere anche la temibile arma di Porcellino; perciò volse le spalle e cercò scampo nella fuga. Ma la divinità dei Monti di Fuoco, alla testa delle sue truppe infernali, gli tagliò la ritirata e lo apostrofò: "Re Granforzuto, arrenditi! Non c'è dio che non protegga Tripitaka nella sua ricerca delle scritture, o cielo che non lo benedica. Lo conoscono i tre mondi, lo sostengono i dieci orienti. Va senza esitare a spegnere le fiamme con il tuo ventaglio, perché possa passare le montagne senza ostacolo e senza danno. Altrimenti il Cielo di Sopra ti condannerà e ti castigherà senza remissione."

"La tua richiesta, tudi, non è sensata. Quella scimmia maledetta ha catturato mio figlio, ha offeso la mia concubina, ha ingannato mia moglie e non ha perso occasione per comportarsi da infame nei miei riguardi. Lo odio tanto che me lo mangerei crudo, per ridurlo in merda e darlo da annusare ai cani. Non acconsentirò mai a prestargli il mio tesoro."

Mentre replicava, Porcellino gli fu addosso urlando: "Ruminante del malanno, tira fuori il ventaglio, se vuoi salvare la pelle!"

Per tutta risposta, il re toro si volse e lo fronteggiò con le sue spade; Scimmiotto corse a dare manforte. Fu una battaglia di rara violenza.

Uno spirito porco, un mostro toro e una scimmia che ha soggiornato in cielo: è nella natura del dhyâna di raffinarsi attraverso i conflitti, ma occorre che la terra si unisca alla causa primordiale.

I nove denti del rastrello sono aguzzi e pungenti, il filo delle spade preziose è diritto e tagliente, la sbarra di ferro controlla la situazione, la divinità locale contribuisce a formare la testa di cinabro. I tre combattono mostrando la loro abilità. Aggiogate il bue e crescerà il denaro; portate al forno il maiale e dominerete il soffio del legno. Come realizzare la Via, se lo spirito la abbandona? Per difendere l'anima bisogna legare la scimmia.

Armi di tre specie si urtano fra grida e richiami. Cadono rastrellate e fendenti feroci; la sbarra cerchiata d'oro non si agita invano. Lottano da oscurare le stelle e far impallidire la luna. Tutto il cielo si copre di gelide nubi.

Il re diavolo si batteva con indomabile coraggio, ma continuava a ritirarsi. La lotta proseguì per la notte intera; all'alba si trovarono davanti alla Grotta Toccanuvole del Monte Mucchio di Tuoni. Fra tutti e tre, con il contributo del tudi e delle sue truppe infernali, facevano un tal baccano che la principessa Viso di Giada balzò dal letto e ordinò alle cameriere di uscire a vedere che cataclisma fosse. Un mostriciattolo corse ad annunciarle: "Il nostro signore e padrone si sta battendo all'ultimo sangue con quel tizio di ieri, quello con la gola da duca del tuono. Ci sono anche un monaco con il grugno lungo e le orecchie larghe, il tudi dei Monti di Fuoco e parecchia altra gente."

La principessa ordinò a tutti gli ufficiali della guardia esterna di prendere le armi per soccorrere suo marito. Si riunì così un altro centinaio di combattenti, freschi e desiderosi di mostrare il loro valore. Agitavano lance e bastoni e gridavano in coro: "Maestà, veniamo di rinforzo per ordine della signora!"

"Venite al momento giusto, benvenuti" rispose il re toro soddisfatto.

I mostri si lanciarono all'attacco tutti insieme: Porcellino, sommerso dalla folla, dovette fuggire trascinando il suo rastrello; il grande santo si sottrasse all'accerchiamento con una capriola nelle nuvole; le milizie infernali si dispersero. Il toro vittorioso riunì i suoi mostri e rientrò nella grotta, di cui fece chiudere e barricare accuratamente le porte.

Scimmiotto imprecava: "Che pellaccia, questo bel tomo! Ci picchiamo da ieri pomeriggio: abbiamo incominciato verso le quattro e abbiamo continuato per tutta la notte. Eppure non sembra molto provato. E non avevamo proprio bisogno di trovarci fra i piedi i suoi mostriciattoli. Ora che si sono messi tutti al sicuro, bisogna decidere il da farsi."

"Ma fratello, ieri avevi lasciato il maestro verso le dieci del mattino: come mai hai incontrato il toro soltanto nel pomeriggio? Che cosa hai fatto in quelle cinque o sei ore?"

"Parecchie cose. Ad arrivare su questa montagna ho impiegato un istante. Qui ho incontrato la principessa Viso di Giada, ho bisticciato con lei e l'ho messa in fuga, ho litigato e combattuto con il re toro. Dopo un paio d'ore lui se n'è andato a un banchetto in fondo a un lago; io l'ho spiato in forma di granchio, gli ho rubato la cavalcatura e ho imitato il suo aspetto per recarmi alla grotta della Râksasî e sottrarle il ventaglio. Ho imparato come si fa a ingrandirlo, ma non ero capace di farlo rimpicciolire. Me lo sono messo in spalla così com'era e me ne sono andato. Ma il re toro ha preso il tuo aspetto e mi è venuto incontro. Il resto lo sai. Ecco come ho passato le sei ore."

"Come si dice: è il naufragio del battello carico di soia - parte pieno di zuppa e arriva pieno d'acqua. E adesso come la attraversiamo, quella montagna di fuoco? Ci converrà rinunciare al ventaglio e fare una deviazione, per lunga che possa essere" concluse Porcellino.

"Non gettate la spugna, Canneti Celesti! E voi, grande santo, non gli date retta e non perdete la pazienza. Fare una deviazione sarebbe passare dalla porta di servizio e non cogliere il frutto del lungo lavoro" obiettò il tudi. "Come dice la vecchia massima: la strada che ti porta alla meta, non la prendi in prestito. Come potreste fare una deviazione? Il vostro maestro vi aspetta sulla giusta e buona strada, e attende con ansia il vostro successo."

"Proprio così. Tu, bestione, non dire sciocchezze" esclamò convinto Scimmiotto. "Il tudi ha ragione. Dobbiamo mettercela tutta. Ho ancora tante risorse da impiegare. Da quando viaggiamo verso Occidente, non ho mai trovato un avversario del mio livello; questo re toro, in fondo, è anche lui una trasformazione della scimmia dello spirito. È tempo di risalire alla fonte: dobbiamo avere quel ventaglio prezioso. Con la sua fresca purezza estingueremo le fiamme, spezzeremo l'ostinazione del vuoto e vedremo in faccia il Buddha. A cose fatte, saliremo nel paradiso dell'assoluta felicità e ci sederemo tutti al banchetto del prossimo Buddha."

A questo discorso, anche Porcellino riprese fiducia e dichiarò energicamente: "D'accordo, d'accordo, andiamo avanti: chi ci potrà fermare? Le capacità del re toro contano poco: il legno nato sotto il segno del porco, hai, riporterà il toro alla terra. Dal segno shen nasce il metallo, che è la scimmia, innocua e piena di dolcezza. Bisognerà utilizzare le foglie di banano nell'idea dell'acqua, perché estinguendo le fiamme realizzino l'equilibrio della pace. Se ci diamo da fare giorno e notte, senza risparmiarci, saremo ripagati partecipando alla festa di Ullambana."

Così tutti quanti corsero all'attacco; sotto i loro colpi la porta della grotta cadde a pezzi. Il capo della guardia esterna, tremando come una foglia, si precipitò all'interno per annunciare: "Maestà, Scimmiotto ha forzato la porta con numerose truppe."

Il re toro stava aggiornando Viso di Giada sull'accaduto e sfogava a parole tutta l'animosità che sentiva contro Scimmiotto. Alla notizia che aveva buttato giù la porta, il suo furore non conobbe limiti: indossò precipitosamente l'armatura, afferrò il suo randello e uscì urlando: "Macaco maledetto! Chi credi di essere? Come ti permetti di fare questo chiasso e di rompermi la porta?"

"E tu, maledetta carcassa scorticata" urlava Porcellino di rimando, "chi credi di essere per misurarti con noi? Assaggia un po' il mio rastrello!"

"Balordo, sacco di segatura!" urlava il re toro. "Tu sei uno zero, mandami quella scimmia."

"Eccomi, ruminante abbrutito" tuonò Scimmiotto. "E dire che siamo stati fratelli giurati. Me ne vergogno; ormai siamo nemici e basta. Bada al mio randello!"

Il re toro fece fronte valorosamente. Fra i tre eroi si scatenò una mischia ancor più violenta della precedente. Che battaglia!

Sbarra e rastrello, alleati con la divinità che conduce le sue milizie infernali, assaltano l'antico animale sacrificale, che tutto solo si difende con potenza uguale al Cielo. Le tre armi fanno meraviglie. Nessuno vuol cedere: l'uno si dichiara avanguardia, l'altro antesignano.

Le milizie del tudi faticano a distinguere legno e terra in quella mischia tremenda.

"Perché non ci vuoi prestare il ventaglio?" chiedono i due. L'altro risponde: "E voi, perché avete ingannato mia moglie? Perché chiedete favori, quando devo ancora vendicare mio figlio e la mia concubina?"

Uno replica: "Attento, la mia sbarra ti leverà la pelle appena ti sfiorerà." L'altro aggiunge: "Tienti alla larga dai nove denti del mio rastrello, che ti faranno in corpo nove buchi grondanti di sangue." Ma il diavolo toro non dà segno di paura e leva alto il suo randello, in cerca del momento giusto per colpire. In quel va e vieni, mentre ciascuno soffia nebbie e caligini, le nubi strapazzate dal vento di burrasca gettano pioggia. Ciascuno combatte energicamente la sua dura battaglia, con il cuore pieno di odio. Colpo alto, colpo basso: le loro parate sono impeccabili.

I due fratelli uniscono gli sforzi contro un solo avversario. Combatterono dall'alba a mezzogiorno, finché il diavolo toro fu sconfitto e circondato.

Lottarono ancora senza risparmio per più di cento riprese. Porcellino approfittava della copertura di Scimmiotto per abbattere in continuazione il suo rastrello; benché nella sua ostinata stupidità ripetesse sempre lo stesso movimento, il re toro si sentì sopraffatto da quella pioggia di colpi, ruppe il contatto e cercò di ripararsi nella grotta. Ma il tudi e i suoi gli tagliavano la ritirata: "Dove vai, Granforzuto? Non vedi che siamo qui noi?"

Posto nell'impossibilità di ritirarsi, il toro si gettò di lato; ma vide Porcellino e Scimmiotto che accorrevano. Allora si tolse e gettò precipitosamente elmo, corazza e randello, e con una scossa si trasformò in cigno. In quella forma volò alto in cielo.

Scimmiotto, che aveva seguito le sue mosse, rise e disse: "Porcellino, indovina dov'è il vecchio toro."

Il bestione restò disorientato, e nemmeno il tudi si rendeva conto dell'accaduto: allungavano il collo a destra e a sinistra, frugando inutilmente con lo sguardo tutti gli angoli del Monte Mucchio di Tuoni.

"Perdete il vostro tempo. Guardate in alto" suggerì Scimmiotto additando il cielo.

"Si vede soltanto un cigno" replicò Porcellino.

"Ma è proprio lui, il vecchio toro in una delle sue più riuscite trasformazioni."

"E allora che si fa?" si inquietò il tudi.

"Voi due forzate l'ingresso della grotta, sterminate tutti i suoi mostri e distruggete ogni cosa da cima a fondo, in modo da tagliargli la ritirata. Intanto io gli darò una bella battaglia di trasformazioni" propose Scimmiotto.

Porcellino e il tudi seguirono il consiglio. Il grande santo ripose la sbarra cerchiata d'oro, fece un passo magico, recitò un incantesimo e con una scossa si trasformò in avvoltoio; con un gran colpo d'ali salì alto nel cielo, attraversò le nubi, e piombò sul cigno per serrare il collo fra gli artigli e beccare gli occhi. Ma il re toro se ne accorse in tempo; con un colpo d'ala, si trasformò in un grande astore e prese l'iniziativa dell'attacco. Il Novizio divenne una fenice nera, gran cacciatrice di astori; ma il toro si trasformò in gru bianca e si diresse verso mezzogiorno lanciando lunghi gridi.

Scimmiotto scosse le piume e con uno stridio imperioso si trasformò in una fenice color cinabro. Questo è il re degli uccelli: non c'è volatile che oserebbe mancargli di rispetto. La gru bianca prese terra in un angolo in ombra, ai piedi di una rupe, e si mutò in un daino muschiato, che brucava timidamente l'erba. Scimmiotto vide tutto, scese anche lui e si trasformò in una tigre affamata, coda ritta e artigli d'acciaio, pronta a scattare per far preda. Il re diavolo si dovette trasformare precipitosamente in un leopardo macchiettato d'oro. Si disponeva ad attaccare la tigre, quando questa scosse la testa e divenne un leone dagli occhi d'oro, ruggito di tuono, testa di bronzo, fronte di ferro, pronto a mangiarsi qualsiasi leopardo in un boccone. Allora il re toro si trasformò in un orso gigantesco e allargò le zampe per afferrare il leone. Ma il Novizio, con una capriola, divenne un elefante dalla proboscide lunga come il pitone, con zanne come grandi getti di bambù; e levò la proboscide per stritolare l'orso.

Il toro rise sarcastico, e non fece altro che assumere il proprio aspetto originale: quello di un grande bufalo bianco, dalla testa gibbosa come una catena di montagne e gli occhi lampeggianti. Le corna erano come pagode di ferro; i denti taglienti come lame. Dalla testa alla coda avrà misurato più di mille tese; ed era alto ottocento tese, dagli zoccoli alla sommità del dorso.

"E adesso che cosa mi farai, maledetto macaco?" gridò beffardo a Scimmiotto.

Quest'ultimo riprese anche lui il proprio aspetto, impugnò la sbarra, curvò la schiena e gridò: "Più grande!" La sua statura raggiunse diecimila tese: la testa come il Taishan, occhi come il sole e la luna, bocca come un lago di sangue, denti come battenti di portoni. Il toro cercava di incornarlo, e lui gli abbatté la sbarra sul capo. Fu una battaglia che portò terremoti fra i monti, spaventò il Cielo e scosse la terra. Lo attestano i versi:

La Via cresce d'un piede, cresce di mille tese

Il diavolo; ma, astuta, la scimmia dello spirito

Lo sa addomesticare. Per estinguer le fiamme

Si richiede la pura freschezza del ventaglio.

Mentre la donna gialla sostiene il suo maestro,

Madre del legno vuole fare piazza pulita.

Sono i cinque elementi condotti al giusto frutto

Quando, purificati, ritrovan l'armonia.

Quel gran dispiegamento di magici poteri allarmava tutti gli abitatori dello spazio: divinità di ogni specie, il rivelatore Testa d'Oro, i sei dèi delle tenebre e i sei del giorno, per non parlare degli otto difensori della legge. Tutti accerchiarono il re diavolo, che peraltro teneva duro senza dar segno di timore: guardatelo che rivolge le sue corna d'acciaio scintillante ora a destra, ora a sinistra; carica a sud e poi a nord, sferza nervoso i fianchi con la lunga coda coronata da un fiocco. Scimmiotto lo affronta, mentre le divinità lo attaccano sui fianchi. Messo alle strette, il toro riprende forma umana e questa volta corre a rifugiarsi nella Grotta del Banano. Il Novizio lo insegue con tutti gli dèi, ma il diavolo si chiude là dentro e non vuol saperne di uscire. Tutto il Monte delle Nuvole Turchese viene sottoposto a un rigoroso accerchiamento militare.

Mentre Scimmiotto e gli altri si apprestavano a forzare l'ingresso, udirono le grida di Porcellino e del tudi che sopraggiungevano con le loro milizie.

"Come sono andate le vostre operazioni nella grotta Toccanuvole?" chiese Scimmiotto.

"La moglie del vecchio toro" rispose ridendo Porcellino, "è inciampata nel mio rastrello. Quando ho spogliato il cadavere, ho visto che si trattava di uno zibetto muso di giada. Fra i mostri c'era di tutto un po': asini, muli, tori, vitelli, tassi, volpi, ratti, daini, capre, tigri, antilopi, cervi, e tanti altri ancora. Li abbiamo sterminati e abbiamo dato fuoco alla casa. Ma il tudi mi ha parlato di quest'altra residenza, e siamo venuti per distruggere anche questa."

"Molto bene, saggio fratello; mi congratulo del tuo successo!" esclamò Scimmiotto. "Io non sono ancora riuscito a concludere. Il vecchio toro si era mutato in un bufalo di dimensioni incredibili, e io ho dovuto assumere la taglia dalla terra al cielo. Gli dèi hanno avuto la compiacenza di venire a darmi una mano e circondarlo; ma lui è riuscito a chiudersi là dentro."

"È quella la Grotta del Banano?"

"Appunto, è il posto dove abita la Râksasî."

"Non li lasceremo mica là dentro a pomiciare e crescere in età e saggezza" replicò vivamente Porcellino. "Che cosa aspettiamo a spaccare tutto, ammazzare quella stronza e prenderci il ventaglio?"

Il bravo bestione! Era talmente pieno di energia che, quando levò alto il rastrello e lo abbatté a tutta forza, l'intero fronte della rupe in cui si apriva la porta della grotta franò con enorme fracasso. La ragazza di servizio in portineria corse dentro spiritata: "Padre, qualcuno ha buttato giù la facciata di casa!"

Il re toro stava giusto riprendendo fiato, e raccontava alla Râksasî come aveva ricuperato il ventaglio e combattuto Scimmiotto. La notizia lo riempì di furore. Si tolse il tesoro dalla bocca e lo tese alla moglie, che gli disse con le lacrime agli occhi: "Maestà, diamo il ventaglio a quel macaco e liberiamocene."

"Non sia mai, signora; dove sfogherei la rabbia e il rancore? Statevene tranquilla, mentre io ritorno ad affrontarlo."

Il diavolo si armò di nuovo e scelse due spade preziose. Piombò su Porcellino che continuava a colpire i detriti dell'ingresso e, senza perdere tempo in chiacchiere, gli indirizzò un colpo al petto. Lui alzò il rastrello per proteggersi e indietreggiò di qualche passo. Seguendolo, il re toro si trovò di fronte Scimmiotto che roteava la sbarra: combattendo si alzarono sulle nubi in un vento di burrasca, sopra il Monte delle Nuvole Turchese circondato dagli dèi e dalle milizie del tudi. Che battaglia!

Il mondo si copre di nubi, la caligine avvolge l'universo. Mal vento sibila e rotola pietre; vento d'ira romba e solleva le onde dell'oceano. Il toro è invaso dal furore, determinato da un odio più profondo del mare, e vibra le lame affilate. Il Grande Santo Uguale al Cielo, come potete vedere, a caccia di gloria, dimentica l'amicizia di una volta.

Anche Porcellino dispiega la sua forza, e gli dèi si gettano sul toro per proteggere la legge. Lui combatte senza tregua, si copre a destra, para a sinistra, con inesausto vigore. La battaglia infuria al punto che gli uccelli si vanno a posare lontano e i pesci si rifugiano in acque profonde. Nell'universo oscurato singhiozzano gli dèi, piangono i fantasmi; il sole impallidisce inquietando i draghi e terrorizzando le tigri.

Il re toro resse alla disperata altri cinquanta attacchi, poi si vide perduto e fuggì verso nord. Subito lo intercettò il portatore di folgore Diffusione della Legge, dai grandi poteri, quello che risiede sulla rupe del Diavolo Segreto sul Monte Wutai. "Dove vai, toro?" gli chiese. "Il Buddha Sâkyamuni ci ha dato l'incarico di stendere reti e nasse per catturarti."

Non aveva finito di parlare che sbucarono di corsa Scimmiotto, Porcellino e tutta la folla degli dèi. Il toro, impaurito, fuggì verso sud. Questa volta fu fermato dal portatore di folgore Perfezione della Vittoria, che dispone dell'immenso potere della legge e abita la Grotta di Pura Freschezza del Monte Emei. "Dove vai? Il Buddha ha ordinato di arrestarti."

Il toro fu preso dal panico e si rivolse a est. Qui incontrò il portatore di folgore Grande Forza di Vaisramana, quello della rupe Gratta Orecchie sul Monte Sumeru. "Dove vai, vecchio toro? Ho l'ordine segreto del Beato di incarcerarti."

Il toro sentiva le gambe molli e il cuore gli batteva a precipizio. Si gettò verso ovest, ma urtò contro il portatore di folgore Eterna Dimora, il re onorato e imperituro delle cime dorate dei monti Kunlun. "Dove credi di andare, giovanotto? Io monto la guardia per ordine personale del Buddha, e non ti lascio certo passare!"

Era troppo tardi per i ripensamenti: il re toro si vedeva braccato da tutte le parti, senza via d'uscita dalla rete che lo imprigionava; e il rumore dei suoi inseguitori si faceva sempre più vicino. Montò su una nuvola e tentò la fuga verso l'alto.

Nello spazio avevano piantato le tende il re celeste Li Porta Pagoda e il principe ereditario Nata, seguiti dallo yaksa Pancia di Pesce e dal generale celeste Gigantesco: "Calma, fermo lì! L'Imperatore di Giada ordina di toglierti di mezzo."

Il re toro, messo alle strette, riprese l'aspetto di gran bufalo bianco e cercò di incornare il re celeste, che sguainò la sciabola. Intanto Scimmiotto arrivava di corsa.

Il principe Nata gli gridò: "Scusa tanto, grande santo, se non posso farti un inchino come si deve, inguainato come sono nella corazza. Ieri, con mio padre, abbiamo incontrato il Buddha, che è venuto in visita dall'Imperatore di Giada. Ha raccontato che Tripitaka era bloccato sui Monti di Fuoco e che tu incontravi qualche difficoltà a sottomettere questo re toro. L'Imperatore ci ha mandati in aiuto."

"Quel ragazzo ha una pratica di magia di tutto rispetto" osservò Scimmiotto. "Guarda che belle dimensioni è in grado di assumere."

"Non c'è problema" replicò il principe sorridendo. "Ora ti faccio vedere come si fa."

Gridò: "Trasformazione!" e si mutò in una creatura con tre teste e sei braccia; in questa forma balzò in groppa al toro e gli tagliò la testa con un colpo di spada. Ma quando rinfoderò l'arma, dal collo amputato spuntò un'altra testa con gli occhi fiammeggianti, che sputava dalla bocca un denso fumo nero. Per dieci volte Nata gli tagliò la testa, senza venirne a capo. Allora il principe applicò sulle corna la ruota di fuoco; si sparse un tal fuoco che la bestia muggiva impazzita, scuotendo la testa e agitando la coda. Cercava di trasformarsi in qualche modo per fuggire, ma il re Porta Pagoda glielo impediva con il riflesso dello specchio rivelatore dei mostri. Alla fine non gli restò che arrendersi gridando: "Non mi uccidete! Mi sottometto al Buddha!"

"Se tieni alla pelle" rispose Nata, "tira fuori quel ventaglio."

"Quello è nelle mani di mia moglie" rispose il re toro.

Allora Nata gli montò in groppa e utilizzò come redini la sua corda per legare mostri. Scimmiotto si incaricò di raccogliere e ordinare tutta quella massa di gente: portatori di folgore, dèi del giorno e della notte, guardiani protettori della fede, il re celeste Porta Pagoda, il generale Gigantesco, Porcellino, il tudi e milizie varie; correndo tutti alle costole del bufalo bianco, fecero ritorno alla Grotta del Banano.

"Signora!" gridò il toro. "Consegnate il ventaglio e salvatemi la vita!"

La Râksasî si tolse precipitosamente i gioielli e l'abito dai vivaci colori per vestirsi come una bhiksunî, ponendosi in capo una cuffia da suora taoista: in quella foggia uscì dalla grotta offrendo sulle mani tese il ventaglio di foglie di banano. Alla vista di tutte quelle divinità si prosternò e disse: "Spero che vorrete risparmiarci. Offro volentieri questo ventaglio a mio cognato Scimmiotto, e gli auguro ogni successo nelle sue imprese."

Il Novizio si fece avanti a prenderlo e poi, accompagnato in folla da tutti gli altri, montò sulle nuvole per ritornare a est.

Nel frattempo Tripitaka e Sabbioso erano rimasti sul ciglio della strada senza sapere come passare il tempo, ora passeggiando nervosamente e ora sedendosi a riposare, nell'attesa impaziente che la lunga assenza di Scimmiotto avesse fine. Ed ecco che finalmente il cielo si coprì di nuvole di buon augurio, che riempivano lo spazio con riflessi di vivaci colori: si avvicinava il corteo degli dèi.

"Consapevole della Purezza" chiamò spaventato il reverendo, "guarda lassù: che cosa vorrà dire tutta quella folla divina?"

"Guardate, maestro" rispose Sabbioso. "Ecco i quattro grandi portatori di folgore, il rivelatore Testa d'Oro, le sei divinità delle tenebre e le sei del giorno; quelli sono i guardiani protettori della dottrina; e ce ne sono altri. Quello che tira il bufalo con la corda è il terzo principe Nata. Quello con lo specchio è Li Porta Pagoda. Guardate, ecco il condiscepolo anziano, in compagnia di Porcellino e del tudi: ha in mano il ventaglio!"

Tripitaka pensò bene di vestirsi da cerimonia, infilando il kasâya e mettendosi in testa il berretto alla Vairocana, per accogliere le loro santità ed esprimere la sua gratitudine: "Quali meriti potrei mai vantare, per aver l'audacia di provocare la vostra discesa quaggiù?"

"Allegro, santo monaco!" esclamò un portatore di folgore. "Il vostro eminente compito è prossimo alla conclusione. Il Buddha ci ha mandati ad aiutarvi. Da parte vostra, non risparmiate gli sforzi e impegnatevi più che potete."

Tripitaka si profuse in prosternazioni e offerte di obbedienza.

Scimmiotto, senza perdere tempo, si fece avanti sui Monti di Fuoco e agitò energicamente il ventaglio: le fiamme si spensero e in breve scomparvero anche i bagliori delle braci. Allora il Novizio diede allegramente un altro colpo di ventaglio, e soffiò una fresca brezza. Al terzo colpo il cielo si coprì di nuvole e cadde una sottile pioggerella. Lo testimoniano i versi:

Monti di Fuoco su ottocento leghe,

Celebri in ogni parte della terra.

Non matura il cinabro quando bruciano

Cinque passioni, è turbata la Via

Se ardono i tre passi. Quel ventaglio

Porta pioggia e freschezza, con l'aiuto

Della corte del Cielo. È reso innocuo,

Nelle mani del Buddha, il grande bufalo.

Unendo fuoco ed acqua ottieni pace.

Tripitaka, liberato dalla grande calura e dall'ansia, si sentiva il cuore leggero e lo spirito sereno. Tutte le varie divinità ricevettero i dovuti ringraziamenti e ritornarono alle loro sedi. Il re celeste e suo figlio condussero il bufalo nel territorio del Buddha. Non rimase che il tudi, che custodiva la Râksasî.

"Ora vattene, Râksasî" disse Scimmiotto.

"Spero che avrete la bontà di restituirmi il ventaglio" rispose lei inginocchiandosi.

"Brutta puttana!" urlò Porcellino. "Non sai a chi stai parlando? Non ti basta che ti abbiamo lasciato viva? Adesso vuoi anche il ventaglio! Una volta passate le montagne, lo venderemo per un bel po' di soldi e ci compreremo un visibilio di ghiottonerie. Figuriamoci se ci siamo dati tanto da fare per restituirlo a te. Lévati dai piedi, non vedi che piove?"

"Grande santo, voi avevate promesso di restituirmelo dopo avere spento le fiamme" ricordò la Râksasî, restando inginocchiata. "Mi dispiace per tutto quello che è successo. Tutto è cominciato perché non mi sentivo bene ed ero di malumore. La Via dell'umanità la coltivavamo anche noi, benché non fossimo giunti al giusto frutto. Ma ora che sono stata testimone del ritorno del vero corpo all'Ovest, non sarei nemmeno capace di ritornare ad agire sconsideratamente. Se mi accordaste il ventaglio, incomincerei una nuova vita di pratiche pietose, in modo da far maturare un nuovo destino."

"Grande santo" intervenne la divinità locale, "questa donna è esperta nell'arte di spegnere le fiamme ed estirpare il fuoco alla radice. Se gli rendete il ventaglio, anche l'umile divinità che sono potrà vivere tranquilla, soccorrere i fedeli e godere le loro offerte. Mi fareste proprio una grazia."

"I contadini di qui" ricordò Scimmiotto, "mi avevano spiegato che, spente le fiamme con il ventaglio, restava solo il tempo per produrre un raccolto; poi le fiamme si riaccendevano. Come si fa a estinguerle definitivamente?"

"Basta agitare il ventaglio quarantanove volte di seguito" rispose la Râksasî. "Allora le fiamme non si riaccenderanno mai più."

Scimmiotto afferrò il ventaglio e lo agitò quarantanove volte in direzione delle cime dei monti. La pioggia divenne torrenziale, ma il ventaglio era tanto preciso che faceva cadere la pioggia solo dove covava il fuoco. Maestro e discepoli, che si tenevano sulla strada, rimasero sotto il cielo limpido e non si bagnarono affatto. Passarono la notte sul posto, e il mattino successivo caricarono i bagagli.

A questo punto Scimmiotto chiamò la Râksasî e le consegnò il ventaglio. "Ecco qua" le disse. "Non voglio che si dica che manco di parola. Riportalo sulla tua montagna e non provocare più incidenti. Ti sei pur perfezionata abbastanza da arrivare alla forma umana; è per questo che ti lascio andare."

Quando la Râksasî lo ebbe in mano, recitò l'incantesimo per ridurlo alle dimensioni di una foglia di albicocco e se lo ripose in bocca. Poi ringraziò le loro santità e si ritirò. Avrebbe in seguito condotto una vita molto appartata e conseguito il giusto frutto, tanto da meritare perpetua memoria nei sutra del canestro.

La marcia riprese sul suolo rinfrescato dalla pioggia e gradevolmente inumidito. È il caso di dirlo:

Kan e Li fan l'unione primordiale,

Consentono acqua e fuoco in equilibrio

Il compimento della grande Via.

Se poi non sapete quanti altri anni occorsero perché potessero ritornare nelle terre dell'Est, ascoltate il seguito.