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062 LA PAGODA PROFANATA · PER NETTARE LO SPIRITO DA OGNI POLVERE BASTA SPAZZARE UNO STUPA, E COLTIVARSI PER INCATENARE I DIAVOLI E RITROVARE LA GIUSTA VIA.

Ogni minuto devi ricordare

Le pratiche pietose, ogni occasione

Raccogliere nel corso di cinque anni,

Per ciascuna delle ore che contengono:

L'acqua divina non inaridisca,

Né si riduca il lume della fiamma.

Quando acqua e fuoco sono in armonia,

Si concatenano i cinque elementi.

Se sono yin e yang in equilibrio,

Potrai salir la Torre delle Nuvole,

Montar sulla fenice nei Palazzi

Di Porpora, e inforcare la tua gru

Diretta verso l'isola Yingzhou.

Sono versi da cantare sul motivo di L'immortale in riva al fiume. Ci ricordano che i quattro pellegrini, Tripitaka e i discepoli, sentivano rinfrescata e purificata la loro natura, godendo l'equilibrio dell'acqua con il fuoco: acqua del prezioso ventaglio, che era puro yin, e fuoco della grande montagna. Occorsero più giorni per percorrere gli ottocento li su cui i monti si estendevano, ma il cammino verso occidente era sereno e sgombro da angosce.

Finiva l'autunno e incominciava l'inverno:

Cadono gli ultimi petali del crisantemo selvatico; il susino già predispone i germogli della prossima primavera. Tutti i villaggi hanno portato i raccolti al coperto; aleggia il profumo delle minestre cucinate in ogni capanna.

Attraverso i rami spogli della foresta si vedono le montagne lontane, il primo ghiaccio dei torrenti, le pareti delle gole fino al fondo.

È cessata ogni attività intorno ai bachi da seta. Regna la luna yin, la virtù dell'acqua è all'apogeo, la luce del sole rimane velata. Scendono i soffi della terra, salgono quelli dei cieli; non appare più l'arcobaleno, stagni e laghi sono spesso imprigionati dal ghiaccio. Fiori appassiti sul monte esaltano il verde dei pini e dei bambù irrigiditi dal gelo.

Dopo aver camminato parecchio tempo, si avvicinarono nuovamente a un abitato. Il monaco cinese tirò le redini e disse: "Consapevole del Vuoto, vedi quelle torri? Che posto sarà?"

Scimmiotto osservò e vide che si trattava di una città circondata da mura e da fossati.

La città d'oro ha forma di drago acciambellato, oppure di tigre accovacciata. Da ogni parte giungono carri coperti da ricchi baldacchini: mille ruote segnano le carreggiate porporine. Sui parapetti dei ponti di giada si allineano chimere scolpite, su piedistalli d'oro sono erette le statue dei saggi. È proprio la capitale di un continente divino, una metropoli di diaspro, vasto e stabile dominio; possa prosperare per mille anni!

I barbari vengono a rendere omaggio alla remota grazia sovrana, mari e monti si rivolgono verso il suo santo splendore. I viali e i regi mercati sono ordinati e puliti. Allegre canzoni risuonano nelle taverne e sulle torri fiorite. Dietro i palazzi, parchi con alberi di eterna primavera, che potrebbero accogliere il canto rivolto al sole dalle fenici multicolori.

"Maestro" rispose Scimmiotto, "questa è evidentemente la capitale di un regno."

"Una città cinta da mura sotto il cielo" osservò ridendo Porcellino, "può benissimo essere capoluogo di prefettura, oppure di sottoprefettura. Come fai a dire che è una capitale?"

"Non sai la differenza fra un capoluogo di prefettura e una capitale? Non vedi che ogni lato delle mura ha più di dieci porte e supera in lunghezza i cento li? Torri e terrazze sono tanto alte da perdersi nelle nuvole. Come spiegheresti queste meraviglie, se non fosse una capitale?"

"Tu te ne intendi, fratello" approvò Sabbioso; "è certo una residenza regia. Ma come si chiamerà?"

"Non vedo stele, né placche o insegne" replicò Scimmiotto. "Quando entreremo in città, lo chiederemo ai passanti."

Il reverendo frustò il cavallo e in breve giunsero alle porte. Attraversarono il ponte ed entrarono: nei viali e nei mercati regnavano l'abbondanza e la ricchezza; la prosperità si manifestava anche negli abiti della gente. Mentre passeggiavano, videro una decina di bonzi, che indossavano cenci miserandi, recavano al collo la canga e andavano mendicando di porta in porta.

"La volpe piange la morte della lepre; sono malconci, ma solidali" sospirò Tripitaka. E ordinò: "Consapevole del Vuoto, chiedi loro perché sono ridotti in quello stato."

Scimmiotto gridò: "Ehi, bonzi, di quale monastero siete? Perché vi hanno condannati a portare la canga?"

"Monsignore" dissero i monaci cadendo in ginocchio, "ci hanno fatto torto. Siamo del Monastero del Lampo d'Oro."

"Dov'è questo monastero?"

"In fondo alla strada."

"Raccontateci il torto che vi hanno fatto" disse Scimmiotto guidandoli verso Tripitaka.

"Monsignori, non sappiamo niente di voi, benché abbiate un'aria familiare. Non osiamo rispondervi qui, in mezzo alla strada. Seguiteci nella nostra umile dimora, perché possiamo parlare liberamente."

"È giusto" disse Tripitaka. "Seguiamoli al loro monastero."

In breve giunsero all'ingresso, sopra il quale era scritto in sette caratteri d'oro:

MONASTERO DEL LAMPO D'ORO, PROTEZIONE DEL PAESE, FONDATO PER ORDINE DEL RE

Varcata la soglia, si offrì agli occhi dei visitatori un triste spettacolo:

Fredde le lampade da incenso nell'antica sala; sotto i porticati deserti il vento spinge qua e là foglie morte. La pagoda alta mille piedi, circondata dai pini, sale a sfiorare le nuvole. Nella corte crescono fiori selvatici, nessun ospite vi entra da molto tempo. Sotto le tettoie i ragni tessono indisturbati. Il tamburo è montato, la campana è appesa, ma invano: nessuno li suona. La polvere copre i colori degli affreschi. Vuoto il pulpito; la sala di meditazione ospita solo qualche uccellino in cerca di rifugio. Desolazione che strappa un sospiro scoraggiato, triste silenzio dell'abbandono. Il brucia profumi davanti al Buddha contiene solo ceneri vecchie e qualche petalo secco.

Tripitaka sentì una stretta al cuore e gli vennero le lacrime agli occhi. I monaci con la canga al collo spinsero la porta della sala principale, e vi introdussero il reverendo perché potesse pregare il Buddha. Tripitaka entrò, offrì incenso con la mente e si prosternò tre volte. Vennero poi accompagnati nella cella del superiore, dove videro uno strano spettacolo: sei o sette giovani monaci erano incatenati ai pilastri. Gli accompagnatori si prosternarono e chiesero: "Padri, i vostri volti sono diversi dai nostri; venite forse dal paese dei grandi Tang, nelle terre dell'Est?"

"Ecco dei bonzi che sanno arrangiarsi a indovinare senza bisogno di achillea" rispose ridendo Scimmiotto. "Le cose stanno come dite. Ma voi come lo avete capito?"

"Non siamo veggenti. Non possediamo altro che il dolore per l'ingiustizia che dobbiamo subire, senza che abbiamo avuto la possibilità di discolparci. Un giorno dopo l'altro, non possiamo far altro che invocare il Cielo e la Terra. Saremo riusciti a commuovere gli dèi di Sopra? Fatto sta che la notte scorsa abbiamo fatto tutti lo stesso sogno: stava per giungere un monaco cinese dalle terre dell'Est, a salvarci la vita e riparare i torti subiti. Perciò, reverendi, vi abbiamo riconosciuti."

Tripitaka, lieto della notizia, domandò: "Diteci qual'è il nome del paese e quali sono le vostre lagnanze."

"Padre" risposero i monaci inginocchiati, "il paese e la città si chiamano Jisai, che significa Gara di Offerte: è una delle contrade più importanti dell'Ovest. Un tempo i barbari dei quattro orienti le pagavano il tributo: a sud il regno di Yuetuo, Gobba di Luna; a nord Gaochang; a est il regno dei Liang dell'Ovest; a ovest il paese di Benbo. Ogni anno portavano le più belle giade e perle luminose, belle fanciulle e magnifici cavalli. Il riconoscimento come paese dominante era spontaneo, non dovuto a imprese militari."

"Evidentemente il vostro sovrano possiede la Via, e i vostri ufficiali civili e militari sono buoni e saggi" suppose Tripitaka.

"I funzionari civili non sono affatto saggi, e quelli militari tutt'altro che buoni. Quanto al sovrano, non ha mai cercato la Via. Il motivo era la sacra pagoda del nostro monastero. Era costantemente avvolta da nubi di buon augurio che torreggiavano nel cielo; di notte, la sua aureola iridata si vedeva chiaramente da una distanza di diecimila li; di giorno, il suo soffio profumato si spandeva in tutti i paesi vicini. Perciò i barbari consideravano la nostra città divina e benedetta dal Cielo, e si inducevano a pagare il tributo. Ma tre anni fa, nella prima notte d'autunno, a mezzanotte, cadde una pioggia di sangue. L'indomani all'alba paura e scoraggiamento turbarono ogni focolare, invasero ogni cuore. I ministri, nei loro rapporti, confessavano di non capirci niente. Si ordinò ai preti taoisti di celebrare i loro servizi, e ai monaci buddisti di recitare sutra per impetrare perdono e aiuto dal cielo e dalla terra. Chi l'avrebbe mai detto? La nostra pagoda, contaminata, perse la sua aureola e nessun paese straniero offrì più il tributo. Il nostro sovrano voleva far guerra, ma i cortigiani lo dissuasero. Dissero che era colpa nostra, che i monaci del monastero avevano rubato il tesoro della pagoda, e questa era l'origine di tutti i guai. Il nostro ottuso sovrano non indagò oltre: ci fece arrestare da quei mandarini concussionari, che ci sottomisero a interrogatori e ci torturarono in tutti i modi. Quando questa storia è incominciata, abitavano qui tre generazioni di monaci: le prime due non hanno resistito a lungo, sono morti tutti. Ora tocca a noi rispondere del crimine, con canga e catene. Lo chiedo a voi, monsignore: come avremmo osato commettere un simile delitto? Speriamo che la commiserazione per i vostri colleghi vi faccia usare la vostra immensa compassione e la potenza della legge, per salvare le nostre misere vite."

Tripitaka scosse il capo sospirando: "Che oscura vicenda! Non sarà facile metterla in chiaro. È evidente che la corte non è governata come si deve; ma d'altra parte siete rimasti vittime di una calamità naturale. Dal momento che il Cielo aveva inviato quella pioggia di sangue, a essa era dovuta la contaminazione della vostra pagoda. Perché non faceste rapporto al sovrano, per prevenire le interpretazioni malevole?"

"Padre, noi non siamo che comuni mortali: come potevamo interpretare le intenzioni del Cielo? Non seppero farlo nemmeno gli anziani che allora ci reggevano; e noi non siamo che i sopravvissuti."

"Che ora è, Consapevole del Vuoto?" domandò Tripitaka.

"Circa le quattro del pomeriggio."

"Volevo recarmi a corte per presentare il passaporto; ma finché questa faccenda non mi è ben chiara, non mi sento in grado di parlarne al sovrano. Quando lasciai Chang'an, feci voto di bruciare incenso in ogni tempio che avessi incontrato sulla strada dell'Ovest, pregare il Buddha in ogni monastero e spazzare ogni stupa. Voi subite torti a causa di uno stupa. Mentre faccio le mie abluzioni, procuratemi una scopa. Entrerò nello stupa per nettarlo e indagare sulle circostanze e ragioni della sua contaminazione, che ha cagionato la scomparsa dell'alone luminoso. Quando ne sapremo di più, sarò in condizioni di difendervi davanti al re e di liberarvi dalle pene."

I bonzi con la canga corsero in cucina a prendere un coltello e lo offrirono a Porcellino: "Monsignore, usatelo per spezzare le catene dei monaci legati alle colonne, in modo che possano occuparsi della preparazione del pasto e dell'acqua calda per le abluzioni. Intanto noi andremo per la città a chiedere in elemosina una scopa nuova."

"Spezzare catene? È facile, e non servono né coltello né ascia" rispose ridendo Porcellino. "Ditelo al mio condiscepolo con la faccia pelosa: è uno scassinatore provetto, come ce n'è pochi."

Difatti Scimmiotto si avvicinò e usò la magia che scioglie le catene: gli bastò sfiorarle perché cadessero a terra. I giovani monaci si precipitarono in cucina, lavarono e strofinarono pentole e fornelli, e prepararono un pasto vegetariano.

Mentre Tripitaka cenava con i discepoli, scese la sera; con grande soddisfazione del reverendo, i bonzi con la canga ritornarono recando due scope. Restarono a chiacchierare, finché un monacello con una lanterna venne ad avvertire che il bagno era pronto. Ormai brillavano le stelle in cielo, e dalle torri di guardia i rulli di tamburo annunciavano la prima veglia. Era il momento in cui

Si leva un vento freddo, in mille case

Si accendono le lampade, si serrano

Le porte sulla strada. Nei mercati

Le merci son riposte e custodite.

Ormeggiate le barche, i pescatori

Si ritirano in casa. Ogni lavoro

È cessato; gli arnesi son riposti.

Si odono cantilene di fanciulli:

Ripeton la lezione per domani.

Uscito dal bagno, Tripitaka indossò una tunica a maniche corte, calzò stivali comodi, impugnò una scopa e disse ai monaci: "Prendete tranquillamente il vostro riposo. Io tornerò dopo aver spazzato lo stupa."

"Quella pagoda, contaminata dalla pioggia di sangue e ridotta al buio, potrebbe essere un ricettacolo di creature malefiche" obiettò Scimmiotto. "Se non avrete altro compagno che la brezza notturna, potrebbe succedervi qualcosa. Vi dispiace se vi faccio compagnia?"

"Mi sembra un'ottima idea."

Presero una scopa ciascuno e si recarono prima nella sala principale, dove accesero le lampade, bruciarono incenso e s'inchinarono al Buddha. Tripitaka pregò così: "Il vostro discepolo Chen Xuanzang, in missione per ricercare le scritture, è giunto al Monastero del Lampo d'Oro del paese di Jisai. I monaci lo hanno informato che il loro prezioso stupa è stato contaminato, e che il sovrano del paese li sospetta di averne rubato il tesoro. Per questo oscuro affare, hanno subito un'ingiusta condanna. Il vostro discepolo intende spazzare lo stupa in sincerità di cuore, nella speranza che il Buddha, nella sua onniscienza, gli voglia fornire senza indugio indizi per capire il motivo della contaminazione e per liberare gl'innocenti da ingiuste sofferenze."

Terminata la preghiera, entrarono nella pagoda e incominciarono a spazzarla, a partire dal piano terreno. Era proprio

una pagoda che saliva a sfiorare il cielo. Era detta Stupa di vetro a cinque colori, Picco delle reliquie di mille pezzi d'oro. Al suo interno la scala sale girando, stretta come una gabbia. Il globo d'oro sulla sommità si confronta con la luna; il tintinnio delle campanelle d'oro segnala la brezza che viene dal mare. Gli spioventi ammiccano alle stelle, la punta del tetto trattiene le nuvole. I primi sembrano rocce con strane punte tra fiori e fenici; la seconda si circonda di draghi di bruma.

Dalla cima, che sembra giungere al nono cielo, la vista si estende oltre mille li. Presso la porta di ogni piano c'è una lampada di vetro, ma è spenta e polverosa; sui parapetti di giada bianca ogni specie di bestiole volanti e striscianti ha ammucchiato le sue deiezioni. In mezzo allo stupa, davanti al trono del Buddha, non c'è più incenso. Le finestre destinate a dar luce alle statue delle divinità sono offuscate dalle ragnatele. I brucia profumi mandano solo puzza di ratto. Quanti infelici monaci hanno perso la vita per la misteriosa scomparsa del tesoro! Tripitaka spazza tutto energicamente, per riportare lo stupa allo splendore di un tempo.

Dopo aver spazzato un piano, Tripitaka saliva a quello superiore. Alla seconda veglia, quando giunse al settimo, incominciò a sentirsi stanco.

"Sedetevi un momento" gli disse Scimmiotto; "non ne potete più. Continuerò io."

"Quanti piani ha la pagoda?"

"Mi pare che siano tredici."

"Per adempiere il mio voto, li devo spazzare tutti" rispose Tripitaka, sforzandosi di dominare la stanchezza. Dopo altri tre piani, quando giunse al decimo, gambe e schiena gli dolevano tanto che lo fecero crollare: "Consapevole del Vuoto, spazza per me i piani che restano."

Scimmiotto si mise all'opera con grande rapidità. Quando fu al dodicesimo piano, udì qualcuno che conversava sul tetto.

"Che strano!" pensò. "Già non è un posto per far conversazione; e poi, a quest'ora di notte! Saranno certo creature malefiche: vediamo un po'."

Il re scimmia, senza far rumore, si infilò la scopa sotto il braccio, rialzò le falde della tonaca e scivolò fuori dall'uscio. Montato su una nuvola salì a vedere di che cosa si trattasse, e vide due mostri seduti al tredicesimo piano, che giocavano alla morra davanti a piatto, caraffa e bicchiere.

Scimmiotto tornò indietro, appoggiò la scopa e brandì la sua sbarra cerchiata d'oro. Poi si fece sull'uscio del tredicesimo piano gridando: "E bravi mostri! Dunque siete voi i ladri del tesoro!"

Le due creature, spaventate, balzarono in piedi e si provarono a bersagliare Scimmiotto con le loro stoviglie e a fuggir via. Ma lui bloccava il passaggio con la sua sbarra messa di traverso, e li strinse contro la parete. "Non tremate tanto!" diceva. "Non vi voglio ammazzare, perché mi dovete raccontare tutta la storia." "Pietà!" supplicavano loro. "Risparmiateci, noi non c'entriamo; il ladro non è qui."

Scimmiotto li acchiappò entrambi con una sola mano e li portò di peso al decimo piano. "Maestro, ecco qua i ladri di tesori" annunciò. Tripitaka, che si era addormentato, si svegliò di soprassalto e accolse con gioia la notizia: "Dove li hai presi?"

"Si divertivano a bere e giocare alla morra in cima alla pagoda" spiegò Scimmiotto, spingendosi davanti i mostri inginocchiati. "Ho sentito rumore e ho catturato questi uccellini senza colpo ferire. Sono stato gentile e attento a non rompergli il capino, solo perché non volevo rinunciare a divertirmi ascoltando la loro storia. Maestro, potete fargli l'interrogatorio, identificarli e scoprire dove si trova la refurtiva."

I mostri non facevano che tremare e ripetere: "Pietà, risparmiateci!"

Poi vennero le confessioni: "Ci ha mandati qui a ispezionare la pagoda il re drago Ognissanti, del Lago dei Flutti Verdi sul Monte delle Rocce Caotiche. Il mio compagno si chiama Benborba e io Baborben: lui è un pesce siluro, io un pesce nero. Il nostro drago Ognissanti ha una figlia, che anche lei si chiama Ognissanti ed è più bella della luna, colma di ogni talento. L'ha sposata il principe consorte Nove Teste, che dispone di immensi poteri magici. Qualche anno fa è venuto da queste parti in compagnia del re drago, e ha dato saggio dei suoi poteri facendo cadere una pioggia di sangue. Il sangue ha contaminato lo stupa e ha reso possibile di rubare le reliquie. Poi la principessa si è introdotta nel Cielo della Grande Rete e, davanti alla Sala delle Nuvole Misteriose, ha rubato l'angelica a nove foglie della Regina Madre d'Occidente. Il nostro compito è di custodire queste cose in fondo al lago, dove mandano una luce meravigliosa. In questi giorni si è sentito dire che doveva passare di qui un certo Scimmiotto Consapevole del Vuoto, in cerca di scritture nell'Ovest; questo tizio dispone di immensi poteri magici e, strada facendo, si dedica a raddrizzar torti. Ci mandano spesso qui di pattuglia, per intercettarlo e dare l'allarme, nel caso che arrivasse davvero."

Scimmiotto sogghignò: "Che infame sporcaccione! Ecco perché l'altro giorno aveva convitato il re diavolo toro. Ha raccolto tutta una banda di briganti, per commettere un misfatto dopo l'altro."

Mentre parlavano, spuntò Porcellino in compagnia di due o tre monaci muniti di lanterne: "Maestro, ora che avete pulito la pagoda, perché ve ne state a chiacchierare, invece di venire a letto?"

"Arrivi a buon punto" disse Scimmiotto. "Abbiamo saputo che il tesoro è stato rubato dal drago Ognissanti. Lo hanno confessato questi due mostriciattoli, che erano venuti qui a spiare il nostro arrivo e che ho colto con le mani nel sacco."

"Che mostri sono? Come si chiamano?"

"Sono pesci; si chiamano Benborba e Baborben."

"Benone: sono creature malefiche; hanno confessato; che cosa aspettiamo ad ammazzarli?" E Porcellino alzò il suo rastrello.

"Sta buono; non sei pratico. Conviene che li teniamo vivi: ci servono come testimoni davanti al re, e come informatori quando andremo a caccia dei ladri, per ricuperare il tesoro."

Il bestione abbassò la sua arma e tutti uscirono dalla pagoda. Le creature, saldamente afferrate l'una da Scimmiotto e l'altra da Porcellino, gridavano: "Fateci grazia!"

"Si pensava giusto di cucinare una bella zuppa di pesce fresco, per rimettere in sesto i nostri monaci dopo tutti i guai che voi gli avete procurato. Gli ingredienti migliori sono pesce siluro e pesce nero" li confortò Porcellino.

I giovani bonzi, tutti contenti, facevano strada al reverendo con le loro lanterne. Rientrati nella sala, corsero ad annunciare la buona notizia agli altri monaci: "Le cose si mettono bene! Rivedremo il cielo azzurro! Hanno catturato le creature malefiche che ci avevano rubato le reliquie."

"Portate dei ferri" ordinò Scimmiotto. "Forategli una scapola e incatenateli qui. Mentre dormiamo, dovrete fargli la guardia. Domani decideremo sul da farsi."

La guardia fu accuratissima.

All'alba, quando i pellegrini si svegliarono dal sonno, Tripitaka dichiarò: "Vado a corte con Consapevole del Vuoto, per presentare il passaporto." Si mise in abito da cerimonia, con il kasâya dai bordi di broccato e il cappello alla Vairocana, e si avviò accompagnato da Scimmiotto, che portava i documenti.

"Perché non porti con te anche questi due mostri ladroni?" domandò Porcellino.

"Vedrai che il re li farà convocare, quando gli avremo fatto rapporto."

Camminando verso il palazzo, videro una quantità di fenici rosse e di draghi gialli dipinti sugli archi vermigli della grande capitale. Tripitaka si presentò alla porta Splendore dell'Est e salutò l'alto ufficiale di servizio: "Posso importunare vostra grandezza, pregandola di voler annunciare un umile monaco, inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest? La speranza sarebbe di essere ricevuto in udienza per presentare il passaporto."

L'ufficiale si recò a rapporto ai piedi del trono: "Ci sono fuori due monaci di strano aspetto, vestiti in modo inconsueto, che si dicono incaricati dai Tang di cercare le scritture. Vorrebbero presentarsi a vostra maestà per mostrare il loro passaporto."

Il re ordinò di introdurli. A vedere Scimmiotto, che seguiva il reverendo, non ci fu uno degli ufficiali civili e militari che non trasalisse di spavento. Chi diceva che doveva essere una scimmia, chi affermava che aveva una faccia da duca del tuono. Ma erano tanto spauriti che non osavano fissarlo. Mentre il reverendo eseguiva il balletto delle riverenze che si usano davanti ai troni, il grande santo se ne stava dritto e impassibile, a braccia conserte.

"Il vostro servitore è un monaco inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est a salutare il Buddha al Monastero del Colpo di Tuono, in India. La nostra via passa per il vostro nobile paese, e noi non avremmo osato attraversarlo senza autorizzazione. Porto con me documenti di viaggio che vi prego di vistare, prima che riprendiamo il cammino."

Il re si rallegrò. Invitò il santo monaco a salire nella Sala delle Campanelle d'Oro e lo invitò a sedersi su uno sgabello, su cui fece posare un cuscino ricamato. Tripitaka salì e presentò le sue carte, prima di ringraziare del regio favore e di osare di sedersi.

Il re lesse e dichiarò: "Fortunato il tuo sovrano, che al bisogno ha potuto scegliere un monaco eminente da inviare al Buddha senza temere il lungo viaggio. I miei bonzi, qui, pensano solo a rubare, rovinare il paese e rovesciare il trono."

"Come sarebbe, rovinare il paese e rovesciare il trono?" chiese cautamente Tripitaka giungendo le mani.

"Il nostro è il paese dominante nei territori dell'Ovest; i barbari dei quattro orienti ci pagavano il tributo, per merito della pagoda d'oro del Monastero del Lampo d'Oro, che emetteva un alone di luce. Ma quei briganti di monaci hanno rubato il tesoro della pagoda: da tre anni l'alone di luce è scomparso, e i barbari non si fanno più vedere. Non vi so dire quanto sono indignato!"

"Maestà" replicò sorridendo Tripitaka, sempre a mani giunte, "deviare all'origine di un quarto di pelo porta fuori strada di mille leghe. Ieri sera, arrivando qui, ho incontrato una decina di monaci che portavano la canga. Quando ho chiesto di quale delitto fossero puniti, mi hanno risposto che erano stati ingiustamente condannati per questo affare. Mi sono recato al monastero e ho svolto accurate indagini. Ho scoperto che in effetti quei monaci non sono colpevoli: mentre spazzavo la pagoda, durante la notte, abbiamo catturato le creature malefiche responsabili del furto."

"E dove sono?" chiese sorpreso il re.

"I miei umili discepoli le tengono sotto scorta nel Monastero del Lampo d'Oro."

Il re fece subito recare la piastra d'oro, che ordinava alla guardia in divisa di broccato di recarsi senza indugio al monastero, per impadronirsi dei ladri e sottoporli a interrogatorio alla presenza del sovrano.

"Maestà" obiettò Tripitaka, "la guardia in divisa di broccato non se la caverà, senza l'aiuto del mio umile discepolo."

"Dov'è il vostro eminente discepolo?"

"Eccolo là, ai piedi dei gradini di giada" rispose Tripitaka additandolo.

Il re, sconvolto, gridò: "Com'è possibile che voi, così distinto, abbiate per discepolo un ceffo simile?"

Fu Scimmiotto a replicare ad alta voce: "Maestà, dall'aspetto è difficile giudicare tanto l'uomo, quanto la profondità del mare. Se volete servirvi soltanto di persone distinte, dovrete rinunciare a catturare mostri e ladri."

Il re rise: "Avete ragione, santo monaco. Al momento non mi servono concorsi di bellezza, ma la cattura dei briganti e il ricupero del tesoro della pagoda."

Mandò quindi l'ufficiale di servizio a preparare una vettura chiusa, e ordinò alle guardie di mettersi a disposizione del santo monaco.

Giunse subito un grande palanchino con il parasole giallo; la guardia fornì otto portatori e quattro battistrada per sgombrare il cammino che conduceva al monastero. La gente in città era già in attesa: nessuno voleva perdere lo spettacolo di Scimmiotto con i mostri prigionieri.

Porcellino e Sabbioso, quando sentirono gridare: "Fate largo!", pensarono che arrivassero inviati del re e gli andarono incontro: ma a troneggiare nel palanchino trovarono Scimmiotto.

"Hai ricuperato il posto che ti spetta" commentò ridendo Porcellino.

Scimmiotto saltò giù e lo acchiappò per il bavero: "Come sarebbe a dire?"

"Troneggiare sotto il baldacchino di seta gialla di un palanchino da otto portatori, è appunto roba da re scimmia. Tutto qui."

"Non prendermi in giro" brontolò Scimmiotto. E fece slegare i due mostri per portarli dal re.

"Fratello, lascia che venga anch'io" pregò Sabbioso.

"Devi sorvegliare i bagagli e il cavallo."

Intervennero i monaci con la canga: "Monsignori, andate tutti a ricevere i favori della corte. Penseremo noi a custodire le vostre cose."

"Va bene" acconsentì Scimmiotto. "Noi andiamo a fare rapporto; al ritorno vi libereremo."

Porcellino prese in custodia un mostro, e Sabbioso l'altro; Scimmiotto risalì sul palanchino. Le due creature furono condotte per le vie della città sotto buona scorta.

In breve giunsero ai piedi dei gradini di giada: "Ecco i mostri che hanno rubato il tesoro." Il re scese dal trono per esaminarli da vicino, in compagnia di Tripitaka e dei suoi ufficiali. Uno dei due aveva guance rotonde, scaglie nere, muso appuntito e denti aguzzi; l'altro, una gran pancia con la pelle liscia e lunghe barbe agli angoli della bocca. Avevano gambe e sapevano usarle, ma per il resto erano più pesci che uomini.

"Da dove venite, briganti?" chiese il re. "Da dove venite, voi mostri che avete violato il nostro territorio per rubare il nostro tesoro? Quando lo avete fatto? Come vi chiamate, chi sono i vostri complici? Confessate!"

Benché avessero il collo insanguinato, le due creature non davano segno di soffrire. Si inginocchiarono davanti al re e dissero: "Tre anni fa, il primo giorno della settima luna, il re drago Ognissanti portò i suoi a stabilirsi a sud est di questo paese, a un centinaio di li da questa città, in un lago detto dei Flutti Verdi sul Monte delle Rocce Caotiche. Quel re ha una figlia di grande fascino e bellezza, e l'ha data in moglie a Nove Teste, dai poteri ineguagliabili. È stato quest'ultimo, che conosceva le meraviglie della vostra pagoda, a organizzare il furto delle reliquie d'accordo con il re drago, dopo aver fatto cadere una pioggia di sangue. Ora esse illuminano notte e giorno il palazzo del drago. Anche la principessa è un'abile ladra, e ha sottratto la magica angelica della Regina Madre d'Occidente. Noi non siamo i colpevoli, ma semplici soldati della guardia del re drago. Siamo stati catturati la notte scorsa. Quanto abbiamo detto è vero, ed è tutto ciò che sappiamo."

"Se avete detto tutto, come mai non abbiamo sentito i vostri nomi?"

"Il mio nome è Benborba: sono un pesce siluro. Lui è un pesce nero e si chiama Baborben."

Il re ordinò alle guardie di metterli in cella e decretò: "I monaci del Monastero del Lampo d'Oro siano amnistiati e liberati da canga e catene. Il servizio competente prepari subito un banchetto nella Sala dell'Unicorno, per ringraziare il santo monaco della cattura dei ladri. Invitiamo i santi monaci a procedere anche all'arresto del capo banda."

Il servizio dei banchetti fece subito servire piatti di magro e non. Il re invitò i pellegrini a prendere posto nella Sala dell'Unicorno e chiese loro: "Quali sono i vostri rispettabili nomi?"

"L'umile monaco vostro servitore" rispose a mani giunte Tripitaka, "ha il nome di famiglia Chen, e in religione si chiama Xuanzang. Il nostro sovrano mi ha accordato il nome di Tang e l'umile soprannome di Tripitaka."

"E i vostri eminenti discepoli?"

"Non hanno nomi di famiglia" rispose il monaco cinese. "Il primo si chiama Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il secondo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità e l'ultimo Sabbioso Consapevole della Purezza: sono nomi che ha dato loro la pusa Guanyin dei mari del Sud. Essi mi onorano del titolo di maestro, e io li chiamo correntemente Novizio, Otto Divieti e Bonzo."

Esaurientemente informato, il re invitò Tripitaka a sedersi al posto d'onore, con Scimmiotto alla sinistra, seguito da Porcellino e da Sabbioso. Mangiarono frutta, verdure e riso, bevendo tè, come si conveniva a un pasto di magro; mentre il re, seduto di fronte a loro, consumava un pasto con carni. Un centinaio di ufficiali civili e militari si sedettero più in basso, dopo avere ringraziato il sovrano del privilegio loro accordato. I discepoli si scusarono con il maestro, prima di sedersi ai loro posti. Poiché Tripitaka non beveva, furono loro a rispondere ai brindisi del re. Intanto strumenti a fiato e a corde suonavano armoniosamente, sotto l'egida del competente servizio musiche.

Porcellino, la bocca sempre spalancata, ingoiava tutto con appetito da tigre e voracità da lupo, come potete immaginare: in breve spazzolò la tavola di ogni traccia di frutta e verdura. Si portò un supplemento di zuppa e di riso, e lui fece scomparire anche quello. Mai che rifiutasse di vuotare una coppa, qualunque bevanda ci fosse dentro. Il festino proseguì lietamente fino al pomeriggio avanzato.

A Tripitaka che lo ringraziava della sua munificenza, il re disse: "Non è che l'espressione della nostra gratitudine per la cattura delle creature malefiche." E ordinò ai suoi: "Proseguiamo il banchetto nel palazzo Jianzhang, dove pregheremo i santi monaci di formulare un piano per la cattura del capo dei briganti e per il ricupero del tesoro."

"Se è per questo, non datevi altro disturbo" replicò Tripitaka. "Permetteteci di congedarci e di andare senz'altro a catturare quei mostri."

Il re non ne volle sapere, e insisté perché si recassero nel palazzo Jianzhang e ricominciassero il banchetto daccapo.

"Chi di voi guiderà le truppe che sottometteranno i mostri e arresteranno i briganti?" chiese il re levando la coppa.

"Daremo l'incarico al primo discepolo Scimmiotto" rispose Tripitaka. Il grande santo giunse le mani in segno di assenso.

"Reverendo Scimmiotto" chiese il re, "quanti uomini e cavalli vi occorrono? Quando volete partire?"

Porcellino non si trattenne dall'intervenire ruvidamente: "Che ce ne facciamo di uomini e cavalli? Che differenza fa un'ora o l'altra? Quando avremo finito di sbafare e non avremo più sete partiremo, e ritorneremo qui quando li avremo messi nel sacco."

"Sei pieno di zelo, Porcellino!" esclamò lieto Tripitaka.

"Facciamo così" propose Scimmiotto: "lasciamo qui Sabbioso a far compagnia al maestro, e noi due andiamo insieme."

"Se non vi occorrono uomini né cavalli, reverendi" insisté il re, "avrete magari bisogno di armi?"

"Non ci servono le armi che usate voi" rispose ridendo Porcellino. "Abbiamo con noi tutto quello che serve."

Allora il re prese un grande calice per vuotarlo in onore della spedizione.

"Io non bevo più" annunciò Scimmiotto. "Per favore, fate portar qui dalle guardie quei due mostri: ne avremo bisogno come informatori."

Il re diede l'ordine, e in breve tutti e due, tenendo quelle creature per la collottola, montarono sulle nubi e volarono via verso sud est. Proprio così.

Quando il re li vide volare,

Capì con chi aveva a che fare.

Se poi non sapete come avvenne la cattura, ascoltate il seguito.