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063 UN MOSTRO A NOVE TESTE · IN CUI I DUE MONACI SCENDONO NEL PALAZZO DEL DRAGO E STERMINANO I MOSTRI, E I SANTI RICUPERANO IL TESORO SOTTRATTO ELIMINANDO LA PERVERSITÀ.

Narra il racconto che il re del paese di Jisai e i suoi ministri, dal più piccolo al più grande, videro Scimmiotto e Porcellino montare sulle nubi, stringendo per la collottola i due mostri. Essi alzarono le braccia ed esclamarono: "Non sono storie! Abbiamo la fortuna di vedere con i nostri occhi che immortali e buddha viventi esistono davvero."

Quando scomparvero all'orizzonte, il re si rivolse rispettosamente a Tripitaka e Sabbioso per ringraziarli: "Con i miei occhi materiali e il mio corpo di comune mortale, mi rallegravo che i vostri eminenti discepoli avessero potuto catturare quei mostri. Ma non immaginavo che fossero immortali capaci di cavalcare l'aria."

"L'umile monaco che sono non possiede alcuno dei poteri che la legge può dare" rispose Tripitaka. "Ma per fortuna mi accompagnano questi tre giovani discepoli."

"Vostra maestà deve sapere" aggiunse Sabbioso, "che il mio condiscepolo anziano non è altri che il Grande Santo Uguale al Cielo. Ora si è convertito; ma quando provocò quei tremendi disordini in paradiso, tanto tempo fa, non bastò un esercito celeste di centomila soldati per catturarlo: il signore Laozi era allarmato, e l'Imperatore di Giada tremava di paura. Il mio secondo condiscepolo è stato Ammiraglio dei Canneti Celesti e ha comandato ottantamila marinai della Via Lattea, il fiume celeste. Solo io non ho i poteri del dharma; ma prima di ricevere l'ordinazione buddista, sono stato Capitano delle Cortine Arrotolate. Nelle altre cose saremo stupidi e incapaci, ma se si tratta di catturare mostri, legare lamie, arrestare briganti, buttare a calci il cielo in un pozzo, sollevare il mare o invertire il corso dei fiumi - in affari di questo genere ce la caviamo bene. Non parliamo poi di robetta, come cavalcare nuvole, provocar vento e pioggia, spostare montagne, o togliere la luna dal suo chiodo."

A sentire questi discorsi, il re raddoppiò la propria considerazione e volle far sedere Tripitaka al posto d'onore, chiamandolo "reverendo buddha", mentre trattava Sabbioso da pusa. Tutta la corte, civili e militari, andava in estasi. Ciascuno rendeva omaggio.

Intanto Scimmiotto e Porcellino andarono dritti filati al Lago dei Flutti Verdi sul Monte delle Rocce Caotiche. Il Novizio trasformò la sua sbarra in un coltello; con esso tagliò un orecchio al pesce nero e il labbro inferiore al pesce siluro. Poi disse: "Avvertite il re drago Ognissanti che è arrivato monsignor Scimmiotto, il Grande Santo Uguale al Cielo. Se vuol salvare la sua casa dalla distruzione, ci deve consegnare il tesoro della pagoda del Lampo d'Oro. Altrimenti devasterò il lago e farò tutti a pezzi, vecchi e giovani."

Le due creature furono gettate in acqua, legate com'erano; sul dolore delle mutilazioni prevaleva la gioia di ritornare a casa. "Perché siete tutti legati?" chiedevano tartarughe e granchi, allarmati. L'uno nascondeva l'orecchio mozzo, scuoteva la testa e agitava la coda; l'altro si copriva la bocca con la mano, saltellava e si batteva il petto. Corsero dentro il palazzo del drago, seguiti da un codazzo di creature acquatiche, e annunciarono: "Maestà, disgrazia!"

Il re, che stava bevendo in compagnia del genero Nove Teste, posò il bicchiere e chiese di che cosa si trattasse.

"La notte scorsa, mentre eravamo di pattuglia, siamo stati catturati da Scimmiotto e dal monaco cinese. Stamane ci hanno trascinato all'udienza del re del paese, e ci hanno tagliato un orecchio e un labbro. Ci mandano a dire che vogliono in restituzione il tesoro della pagoda."

Il vecchio drago, a sentire che aveva da vedersela con il grande santo, fu preso dal panico. Si mise a tremare come una foglia e disse al genero: "Con chiunque altro si potrebbe studiare un piano per sbarazzarcene, ma con quello lì le cose si mettono male."

"Caro suocero, non temete" rispose il genero sorridendo. "Pratico le arti marziali fin da piccolo, e posso dire che ho imparato qualcosa. Fra i quattro mari, ho combattuto con fior di campioni: non sarà certo quel tizio a farmi paura. Voi aspettate qui, mentre lo vado a trovare: vedrete che, in capo a tre scontri, dovrà ripartire a coda bassa e non oserà più alzare gli occhi."

Il bravo mostro si armò di tutto punto e impugnò la sua arma preferita: uno spiedo con il manico coronato da una mezzaluna. Poi uscì dal palazzo a lunghi passi, salì alla superficie del lago e gridò: "Dov'è questo grande santo? Venga qui ad arrendersi!"

Scimmiotto e Porcellino lo osservavano dalla riva:

In capo l'elmo di argento scintillante, candido come neve; corazza doumou lustra come brina autunnale. Sopravveste di broccato a nuvole multicolori, stretta alla vita da una cintura ornata di corni di rinoceronte. Ha proprio l'aspetto di un pitone racchiuso in una crisalide d'oro. La mezzaluna nella sua mano riflette lampi di luce. I suoi stivali di cinghiale fendono i flutti.

Man mano che si avvicina ci si rende conto che la sua testa ha occhi da tutte le parti: essa guarda nelle otto direzioni. E possiede nove bocche: il grido che mandano all'unisono fa vibrare il cielo e monta, come volo di gru, sino alla nona sfera.

Non udendo risposta, ripeté: "Chi è il Grande Santo Uguale al Cielo?"

"Sono io" rispose Scimmiotto brandendo la sbarra di ferro.

"Da dove vieni? Come ti permetti di entrare nel paese di Jisai e atteggiarti a protettore di conventi, catturare i nostri capitani e spingere l'impudenza fino a sfidarmi sulla nostra montagna sacra?"

"Vuoi dire, banditello, che non conosci monsignor Scimmiotto? Vieni qui e apri bene le orecchie:

Fu patria di Scimmiotto la montagna

Di Fiori e Frutti. Divenne immortale

Ed il rango raggiunse di gran santo.

Quando turbò i territori del Cielo

Non bastarono a vincerlo gli dèi:

Dovettero invocare la potenza

E l'infinita sapienza del Buddha.

Sfidai anche lui, ma allora le sue mani

Divennero montagne e mi schiacciarono.

Fui prigioniero cinquecento anni

E liberato infine da Guanyin,

Perché di Tripitaka proteggessi

Il viaggio ad Occidente, e sconfiggessi

I sortilegi sparsi sul cammino.

Quando nel lungo viaggio siamo giunti

A Jisai, da quei monaci in disgrazia

Abbiamo udito come la pagoda

Perdette la sua luce. Nella notte

Abbiamo catturato i vostri pesci

E ascoltato le loro confessioni.

Tu fosti il ladro; il re drago e sua figlia

I tuoi complici. Fu pioggia di sangue

Ciò che ti consentì di sconsacrare

Il luogo sacro. Le testimonianze

Ripetute al sovrano han provocato

L'ordine di venirti ad arrestare.

Che t'importa il mio nome? Se vuoi uscirne

Salvo coi tuoi, devi restituire

Senza indugio il maltolto. Se rifiuti,

Finirà prosciugato il vostro lago."

Il genero del drago sorrise sdegnoso: "Se sei un monaco in cerca di sutra, perché cambi mestiere e vuoi fare l'investigatore? Va dal tuo Buddha a chiedere le scritture; che io mi dedichi o meno alla caccia di tesori, non è affar tuo."

"Sei un brigante ottuso. Si capisce che non devo niente al re, dal momento che non mangio il suo riso. Ma la contaminazione della pagoda e il furto hanno messo nei guai i bonzi del Monastero del Lampo d'Oro, che sono dei nostri: devo pur provvedere ad aiutarli."

"Se questo è il motivo per cui punti allo scontro, ricordati l'adagio: la guerra non ha pietà. Quando avrò alzato le mani su di te, non potrai sperare che mi fermi prima della fine. E alla fine tu sarai morto, e tanti saluti alla tua ricerca!"

"Brutta bestia!" gridò Scimmiotto preso dalla collera. "Come ti permetti tanta presunzione? Vieni qua a farti sculacciare dal tuo signore e maestro."

Il genero del drago parò freddamente il colpo con la sua mezzaluna. Sul Monte delle Rocce Caotiche incominciò una bella battaglia.

Scimmiotto ha promesso al re di catturare il diavolo, che ha privato la pagoda della sua luce e rubato il tesoro. Il vecchio drago è pieno di paura e tiene consiglio con i suoi; il genero Nove Teste decide di impegnarsi in una prova di forza. Il Grande Santo Uguale al Cielo leva con rabbia la sua sbarra cerchiata d'oro. I diciotto occhi delle nove teste mandano lampi in tutte le direzioni. Il Novizio, in un'aura di vapori di buon augurio, solleva mille libbre con braccia d'acciaio; la mezzaluna scintillante sostiene l'urto. "Smetti di fare l'odioso raddrizza-torti, che ficca il naso dappertutto!" L'altro risponde: "Ladro maledetto, vergògnati e restituisci il bottino, se vuoi che ti lasci in pace." Sbarra e spiedo cercano di prevalere l'una sull'altro, in una serie di scontri senza vincitore né vinto.

Dopo una trentina di scontri, mentre l'esito era incerto, Porcellino si stancò di fare da spettatore e si accostò al mostro abbattendo il suo rastrello.

La sorpresa era impossibile, perché quello aveva occhi dappertutto; manovrò dunque il suo spiedo in modo da opporne un'estremità alla sbarra di ferro e l'altra al rastrello. Dopo pochi assalti finì tuttavia per trovarsi in difficoltà, e si disimpegnò con una capriola nello spazio, dove riprese la sua forma originale. Bisogna dire che era molto brutto: una bestia a nove teste, schifosa da morire.

Il suo corpo è ricoperto di penne e piume, ha la taglia di una gigantesca tartaruga, un'apertura alare di dozzine di piedi e nove teste che escono da un solo collo. Il suo volo, dopo quello del roc, è il più potente che ci sia. Il suo grido è più acuto di quello delle gru degli immortali, e fa tremare il cielo. I lampi dorati degli occhi e l'aria fiera non hanno paragone in alcun altro volatile.

Porcellino ebbe un brivido di spavento: "Fratello, non avevo mai visto una creatura tanto brutta. Che incrocio bastardo può aver dato origine a quella cosa?"

"È proprio un animale raro e insolito. Fammelo acchiappare, che lo schiaccio" disse Scimmiotto.

Il grande santo balzò su una nuvola e mirò alla testa. Ma la bestia volò via di sghembo ad ali tese e scese veloce sulla montagna. Dal ventre le sbucò un'altra testa dalla gran bocca spalancata, rossa come una bacinella di sangue; calò su Porcellino, lo acciuffò e se lo portò via nel Lago dei Flutti Verdi. Giunto nel palazzo del drago gettò a terra Porcellino, riprese l'aspetto di guerriero e gridò: "Ragazzi, dove siete?"

Scampi, trote, carpe e perche corsero subito a frotte, in compagnia di tartarughe e crostacei assortiti: "L'abbiamo preso!" gridavano, facendo ressa intorno al prigioniero.

"Legate per bene questo bonzo" ordinò il genero del drago. "Adesso vendicheremo i nostri sottufficiali."

Mentre la folla urlante dei mostri portava via Porcellino, il re drago venne a fare le sue congratulazioni: "Mi rallegro, saggio genero! Come hai fatto a catturarlo?" Ascoltato per filo e per segno il racconto della cattura, ordinò di preparare un banchetto per festeggiare la vittoria.

Scimmiotto, preoccupato per la cattura di Porcellino, si diceva: "Quel tizio è davvero pericoloso. Se ora ritorno a corte a informare il maestro, farò ridere il re alle mie spalle. Provocare un altro combattimento non è semplice: in acqua non me la cavo molto bene, e non ho più un appoggio. Sarà meglio che vada là sotto a vedere che cosa succede. Se troverò un'occasione favorevole, aiuterò Porcellino a fuggire e potremo riprendere le operazioni insieme."

Si trasformò in granchio, si tuffò nell'acqua e si recò all'ingresso del palazzo: conosceva la strada, che aveva già percorso all'inseguimento del re toro. Muovendo di sghembo le lunghe zampe si avventurò all'interno, e vide il vecchio drago e la bestia a nove teste che trincavano allegramente in famiglia. Scimmiotto si tenne alla larga dalla sala e scivolò nel portico di sinistra, dove una brigata di granchi e gamberetti si dava alla pazza gioia. Per un po' ascoltò le loro chiacchiere, per mettersi in grado di imitare il loro linguaggio, e infine chiese: "Quel bonzo dal grugno lungo che sua altezza ha catturato è già morto?"

"Non ancora. È legato come un salame nell'altro portico. Non senti come lagna?"

Alla prima occasione, Scimmiotto si diresse con discrezione al portico di destra, dove in effetti il bestione grugniva legato a una colonna. Il Novizio si avvicinò: "Otto Divieti, mi riconosci?"

"Eccome fratello! Hai visto dove sono finito?"

Scimmiotto si guardò attorno con circospezione, e constatò che nessuno badava a loro. Dunque si avvicinò e tranciò le corde con le sue chele. Ma Porcellino, invece di prendere il largo, diceva: "Fratello, mi hanno disarmato: come faccio?"

"Sai dove hanno messo il rastrello?"

"Il mostro l'ha portato con sé."

"Vai all'ingresso e aspettami là."

Porcellino scivolò via, mentre il granchio rampava verso la sala del banchetto. Vide il rastrello di Porcellino che luccicava in un angolo, appoggiato alla parete; si rese invisibile, lo andò ad afferrare e si allontanò verso l'ingresso: "Otto Divieti, ecco la tua arma."

Ritrovatosi in mano l'amato rastrello, il bestione propose: "Tu potresti ritornare in riva al lago. Da parte mia, farò irruzione nella sala e cercherò di catturare tutti quanti; se non ci riesco, batterò in ritirata e tu mi verrai in aiuto."

Scimmiotto approvò e gli raccomandò attenzione. "Non mi fanno mica paura" rispose Porcellino. "A combattere in acqua, mi trovo a mio agio."

Così l'uno tornò sulla riva e l'altro, serrata bene la cintura della tonaca, impugnò il rastrello a due mani e piombò in mezzo ai convitati lanciando grida di guerra. La gente acquatica se la diede a gambe da tutte le parti: "Catastrofe!"

Anche il vecchio drago, la bestia a nove teste e tutti i parenti, presi alla sprovvista, saltarono su e corsero a nascondersi. Il bestione passava su ogni cosa come una valanga: porte, tavoli, seggiole, stoviglie, ogni cosa andò a pezzi. Lo attestano i versi:

Madre del legno venne catturata

Dal mostro, ma la scimmia dello spirito

Presto la liberò. Nel suo furore

Rompe ogni cosa. Fugge il vecchio drago,

Con il genero, i figli ed i nipoti.

Porte e finestre vedono atterriti

Fatte a pezzi dal bruto col rastrello.

Spezzato il grande paravento di scaglie di tartaruga, polverizzati i graziosi rami di corallo. A questo punto Nove Teste mise al sicuro la sua principessa, impugnò lo spiedo con la mezzaluna e si fece avanti: "Porcello balordo, come osi scompigliare così la famiglia di mia moglie?"

"E tu, mostro brigante, come ti sei permesso di catturarmi? Sei tu che mi hai portato qui dentro. Se ora vuoi che me ne vada e rinunci alle ostilità, devi restituirmi il tesoro della pagoda."

Figuriamoci se il mostro era d'accordo: digrignò i denti e partì all'attacco. Il vecchio drago, ritornato in sé, fece armare figli e nipoti e li fece avanzare tutti insieme. Porcellino dovette rendersi conto che da solo non ce la faceva, e si disimpegnò per fuggire. In breve sbucò alla superficie del lago, inseguito da tutta la famiglia che saltava e capitombolava sul pelo dell'acqua.

Scimmiotto, in agguato, balzò subito su una nuvola e scese in picchiata agitando la sua sbarra: al primo colpo ridusse in poltiglia il cranio del vecchio drago. Povero infelice! Il suo sangue si allargava in una macchia rossa sulla superficie dell'acqua e il suo corpo andava alla deriva con tutte le scaglie scompigliate. Figli e nipoti furono presi dal panico e fuggirono. Il genero Nove Teste ricuperò il cadavere e si asserragliò nel palazzo.

Scimmiotto e Porcellino rinunciarono per il momento all'inseguimento e restarono sulla riva a confabulare. "Ho fatto un bel trambusto, in quella casa" assicurava Porcellino. "Non sapevano più dove nascondersi. Ma mentre me la prendevo con il genero, il suocero ha mandato tutti gli altri alla riscossa. Meno male che gli hai dato il fatto suo. Ora si occuperanno dei funerali, ma chissà per quanto tempo non ci sarà verso di farli uscire di casa. E intanto si fa tardi; che facciamo?"

"Non possiamo ritornare indietro senza ricuperare il tesoro. Si torna all'attacco."

L'indolenza del bestione lo induceva a cercare scuse per tergiversare; ma Scimmiotto insisteva: "Non perdiamo tempo. Tu ritorni ad attirarli fuori dal lago, e io picchio."

Mentre discutevano udirono un colpo di vento e videro avvicinarsi un cupo turbine di brume. Scimmiotto riconobbe l'illustre santo Erlang e i sei fratelli del Monte dei Susini, con cani e falconi. Avevano archi appesi alla cintura, daghe in pugno e recavano con sé la selvaggina catturata.

"Porcellino, ecco dei buoni amici! Cogliamo l'occasione: invitiamoli a darci una mano. Ora o mai più."

"Se sono amici, invitiamoli senz'altro."

"Mi sento un po' in imbarazzo: Erlang è quello che mi ha vinto. Va tu a salutarlo. Digli: 'Il grande santo è qui e vi manda i suoi omaggi'. Vedrai che si fermerà."

Porcellino ubbidì. Quando Erlang si sentì chiamare fece cenno ai suoi compagni di arrestare la loro corsa: "Dov'è il grande santo?"

"Attende i vostri ordini ai piedi della montagna."

"Fratelli" disse Erlang, "andate da lui e pregatelo di venire."

Kang, Zhang, Yao, Li, Guo e Zhi si fecero avanti e chiamarono: "Fratello Consapevole del Vuoto, il nostro fratello maggiore ti vuol vedere."

Scimmiotto uscì dall'ombra e salì con loro sulla vetta. Erlang lo abbracciò e gli disse: "Eccoti libero dalla tua lunga prova, entrato nell'ordine monastico e sul punto di compiere la tua missione e di salire sul trono di loto: mi congratulo con te."

"Ancora non lo merito" replicò Scimmiotto. "Non mi sono nemmeno sdebitato nei tuoi confronti. Certo, la mia prova è finita e da un pezzo viaggio verso l'Ovest; ma non so come andrà a finire. Al momento ci troviamo a Jisai, e stiamo aiutando certi monaci in disgrazia a catturare un diavolo che ha rubato un tesoro. Visto che la buona fortuna ti ha fatto passare di qui, oso chiederti di aiutarci. Non so se i tuoi impegni te lo consentano."

"Non abbiamo impegni" rispose sorridendo Erlang. "Ritorniamo semplicemente da una partita di caccia. Mi fa piacere che ti rivolga a noi e non abbia dimenticato la nostra vecchia amicizia. Quando l'obiettivo è di catturare mostri, non mi tiro certo indietro. Di chi si tratta?"

"Gente che conosci: questo è il Monte delle Rocce Caotiche; ai suoi piedi si trova il Lago dei Flutti Verdi, in cui risiede il drago Ognissanti."

"Non mi pare che sia nel carattere del vecchio drago di dar noia alla gente" replicò Erlang sorpreso. "Vuoi dire che adesso va in giro a rubare tesori nei conventi?"

"Si è reso complice del genero, la Bestia con Nove Teste" precisò Scimmiotto. "Hanno provocato una pioggia di sangue a Jisai, per contaminare la pagoda del Monastero del Lampo d'Oro e rubarne le preziose reliquie. Il re del posto non ha capito niente, e se l'è presa con i monaci. Il mio maestro, che è un'anima misericordiosa, ha passato la notte a spazzare lo stupa, e mi ha dato l'occasione di catturare un paio di spioni che ci hanno raccontato tutto. Il re ci ha incaricato di arrestare i colpevoli. Nel primo scontro Nove Teste è riuscito a catturare Porcellino; nel secondo ho ammazzato il vecchio drago. Ora si sono chiusi in casa tutti quanti, e noi stavamo discutendo sul modo per farli uscire. Non sarà tanto facile; perciò mi sono permesso di disturbarti."

"Poiché già avete eliminato il vecchio drago, è il momento giusto per portare l'azione fino in fondo."

"Sì, certo" fece Porcellino; "ma ormai si fa tardi."

"Dicono gli strateghi: il momento dell'attacco dipende dall'opportunità, non dall'orologio" replicò Erlang. "L'ora tarda non è un'obiezione valida."

"Non c'è nemmeno una speciale urgenza, fratello" opinarono Kang, Yao, Guo e Zhi. "Quell'animale non scapperà, perché non vorrà abbandonare la moglie. Noi abbiamo per ospiti il nostro Scimmiotto e Porcellino Setole Rade, che è anche lui un collega; e abbiamo provviste e vino in abbondanza. Abbiamo tutto l'agio di accendere il fuoco, banchettare e fare quattro chiacchiere. Dopo una bella nottata trascorsa in allegria, all'alba daremo l'attacco."

"Mi arrendo, saggi fratelli" concluse Erlang; e ordinò al seguito di preparare il banchetto.

"Non vorrei deludere le vostre buone intenzioni. Noi ora siamo monaci" ricordò Scimmiotto, "e dobbiamo mangiare di magro."

"Tutto a posto: abbiamo ogni specie di frutta, e anche il nostro vino è di magro" precisò Erlang.

Gli amici levarono dunque le coppe al chiar di luna; il cielo forniva il padiglione, e il prato la tovaglia. In verità

Quanto è lunga la veglia solitaria,

Tanto è breve la notte in allegria.

Mentre il cielo schiariva Porcellino, con entusiasmo attizzato da molti bicchieri, dichiarò: "Ormai si fa giorno. Ora vado di sotto e li provoco al combattimento."

"Attento, ammiraglio" disse Erlang. "Basta attirarli allo scoperto: del resto ci incarichiamo noi."

"D'accordo, ho capito" rispose ridendo Porcellino.

Raccoglie le falde della tonaca, impugna il rastrello, si tuffa nell'acqua e in un momento è arrivato al palazzo in fondo al lago; qui si precipita all'interno lanciando grida di guerra.

Il figlio del drago, nell'abito a lutto di canapa grezza, vegliava il cadavere del padre. Genero e nipote preparavano il vino per il pranzo funebre. Ed ecco Porcellino che sbuca urlando all'improvviso, cala il pesante rastrello sul capo del figlio e lo stende morto con nove fori sanguinanti sulla fronte. Tutti corrono qua e là come impazziti; madama drago singhiozza: "Non bastava il marito, quel brutto grugno di bonzo mi ha ucciso anche il figlio!"

Al rumore, il genero corse a prendere il suo spiedo con la mezzaluna e venne all'attacco spalleggiato dal nipote. Porcellino parava i suoi colpi e si andava ritirando, finché apparvero sul pelo dell'acqua. Il grande santo e i sette fratelli si gettarono allora sul nipote del drago e lo fecero a pezzi.

Vista la brutta piega che prendeva la situazione, il genero fece una capriola per aria, riprese il suo aspetto di volatile e spiegò le ali; a larghi giri, incominciò a salire alto nel cielo. Erlang lo prese di mira con il suo arco d'oro, incoccando un dardo d'argento. La creatura raccolse le ali e scese in picchiata su di lui, nell'intento di morderlo; ma quando fu vicino al suolo e mise fuori la sua testa supplementare, uno dei levrieri fece un gran balzo e gliela strappò via, sgocciolante di sangue. La creatura, con alte strida di dolore, risalì in alto e fuggì in direzione del mare del Nord. Porcellino voleva inseguirla, ma Scimmiotto lo trattenne: "Lascia stare: non inseguire il nemico che fugge. Forse non sopravviverà al morso che gli ha dato il cane. Tu piuttosto vieni con me: prenderò il suo aspetto e ritornerò nel palazzo; tu fingerai di inseguirmi. Io andrò dalla principessa e cercherò di farmi consegnare il tesoro."

"Va be', non inseguiamolo" disse Erlang. "Però se sopravvive finirà per fare altri danni." In effetti ancor oggi esiste una bestia del malaugurio, che sanguina sempre e possiede nove teste(46).

Scimmiotto e Porcellino inscenarono l'inseguimento nelle acque del lago. Quando il primo giunse nel palazzo, la principessa Ognissanti gli chiese: "Che accade?"

"Il porco ha vinto e mi insegue! Non possiamo resistere qui dentro. Dammi il tesoro, che lo nasconda in un posto più sicuro."

Tanto grandi erano il pericolo e l'urgenza, che la principessa non ebbe il tempo di pensarci su. Corse a prendere un cofano dorato e lo consegnò al supposto marito: "Questo è il tesoro dei buddisti." Vi aggiunse una scatola di giada bianca: "Tieni anche la mia angelica magica. Io vado a impegnare il porco in battaglia per trattenerlo, mentre tu nascondi tutto quanto. Quando avrai fatto, mi verrai ad aiutare."

Il Novizio afferrò gli oggetti, si passò una mano sul volto e le chiese: "Che ne dici, continuo a sembrarti tuo marito?"

La principessa, infuriata, si slanciò per riprendergli le sue cose; ma Porcellino, sopraggiunto alle sue spalle, l'abbatté con un colpo di rastrello.

A questo punto non restava che madama drago. Mentre cercava di fuggire, Porcellino la raggiunse e stava per colpirla, quando Scimmiotto gridò: "Ferma! Sarà meglio che riportiamo con noi un testimone."

Perciò ritornarono sulla riva con la preda e con la prigioniera e annunciarono a Erlang: "Grazie al vostro possente aiuto, abbiamo ripulito il paese dai briganti e ricuperato la refurtiva."

"Cari fratelli, il fatto è che il re di questo paese ha una bella fortuna e la protezione del cielo, mentre le vostre capacità sono inesauribili. Io non c'entro davvero!"

"Fratello Scimmiotto" dissero i fratelli giurati, "visto che il lavoro è concluso, noi ce ne andiamo." E si lasciarono dopo molti saluti e complimenti.

Volando a bassa quota, Scimmiotto che portava i preziosi e Porcellino con la prigioniera giunsero in breve alla città. I monaci liberati li aspettavano alle porte e si prosternarono per salutarli, prima di accompagnarli a corte. Il re e il monaco cinese erano in conversazione nella sala d'udienza. Uno dei bonzi prese il coraggio a due mani e osò entrare per annunciare: "Maestà, i monsignori Scimmiotto e Porcellino hanno vinto i briganti e ricuperato il tesoro; eccoli che arrivano."

Il re uscì loro incontro con Tripitaka e Sabbioso e li accolse con infiniti complimenti per le loro meravigliose imprese, ordinando di disporre un banchetto per dimostrare la sua gratitudine.

"Non offritegli da bere!" protestò Tripitaka. "Festeggeremo quando i miei umili discepoli avranno riportato il tesoro nella pagoda." E rivolto a Scimmiotto: "Come mai ci avete messo un giorno intero?"

Il Novizio raccontò tutti i particolari, con gran diletto degli ascoltatori.

"E questa madama drago sa parlare un linguaggio comprensibile?" chiese il re.

"Era moglie di drago" rispose Porcellino, "e madre dei suoi figli. Come potete pensare che non sappia parlare?"

"Dunque ci riferisca i fatti, per filo e per segno."

"Del furto, io non so niente. Fu un intrigo del genero con mio marito: sapevano delle reliquie buddiste che rendevano luminosa la pagoda, e se ne impadronirono con il trucco della pioggia di sangue."

"E l'angelica come è stata rubata?"

"Fu mia figlia, la principessa Ognissanti, che entrò di soppiatto nel Cielo della Grande Rete e rubò l'angelica a nove foglie. Serve a proteggere da ogni corruzione le reliquie con il suo soffio di immortalità, e a farle brillare per mille e mille anni. So che, se la si usa per spazzare il pavimento, si lascia dietro una scia di raggi luminosi con tutti i colori dell'arcobaleno. Ma ora che vi siete impadroniti di tutto e avete distrutto la mia famiglia, vi supplico, lasciatemi almeno la vita."

"E perché ti dovremmo risparmiare?" brontolò Porcellino.

"Era solo una parente dei colpevoli" considerò Scimmiotto. "Ti perdoneremo, a patto che ti dedichi in perpetuo a proteggere la pagoda."

"Bella morte non vale misera vita: farò come volete."

Il Novizio fece portare una catena e forò la scapola di madama drago. Dopo averla incatenata, si organizzò il ritorno del tesoro nello stupa.

Il re venne sul suo carro con Tripitaka, tenendolo per mano, seguito dagli ufficiali civili e militari. Entrarono nel monastero e salirono fino al tredicesimo piano della pagoda, dove collocarono le reliquie e misero l'angelica in un vaso. La luce di mille fuochi riprese a fluire nelle otto direzioni, per la comune edificazione dei vicini dei quattro orienti.

Quando ridiscesero, il re dichiarò: "Senza il reverendo buddha e i tre pusa qui presenti, non saremmo mai riusciti a mettere in chiaro questo difficile caso."

"Maestà" osservò Scimmiotto, "il nome della pagoda non è significativo, né adatto per cosa di lunga durata: il lampo non dura che un istante, e l'oro può essere fuso. Dopo tutta la pena che mi sono dato per voi, mi permetto di suggerire di intitolare il monastero alla sottomissione dei draghi, in modo da assicurarne il perpetuo ricordo."

Il suggerimento fu accolto e il re fece appendere, in luogo del vecchio, un nuovo cartello che recava la scritta:

MONASTERO DELLA SOTTOMISSIONE DEI DRAGHI,

PROTEZIONE DEL PAESE, FONDATO PER ORDINE DEL RE

Fece quindi preparare un banchetto e convocò i pittori, perché ritraessero le vere sembianze dei quattro pellegrini; i loro nomi furono scritti nella Torre delle Cinque Fenici. Il re accompagnò poi il monaco cinese e i discepoli nel suo carro con le campanelle, e volle offrire loro oro e giada; ma essi rifiutarono fermamente, e non vollero accettare nulla. È il caso di dirlo:

I diavoli abbattuti, ritornata la pace,

Ritorna anche la luce che rischiara la terra.

Se poi non siete informati del seguito del viaggio, non vi resta che continuare ad ascoltare.