Si è narrato come i pellegrini rifiutarono oro e giada offerti in dono dal re di Jisai. Egli ordinò allora all'ufficiale di servizio di far confezionare per ciascuno di loro due abbigliamenti completi, uguali a quello che indossavano, e di fornire una provvista di cibi secchi. Dopo la restituzione dei documenti di viaggio, la partenza avvenne in pompa magna, con carri reali, corteo di funzionari, fanfara, i monaci del Monastero della Sottomissione dei Draghi e tutto il buon popolo di Jisai: i pellegrini furono accompagnati per un tratto di venti li, che i monaci allungarono di un'altra cinquantina. C'era chi voleva farsi praticante al loro servizio, e seguirli fino al Paradiso dell'Ovest.
Per liberarsi dagli ammiratori, il Novizio ricorse a un trucco: trasformò una manciata di peli in tigri feroci, che sbarrarono minacciose la strada. A questo punto i bonzi si scoraggiarono e non osarono proseguire. Mentre Scimmiotto invitava il maestro a spronare il suo cavallo, i monaci ritti sul bordo della strada piangevano e gridavano: "Graziosi e nobili signori, la sorte continua a perseguitarci, se voi rifiutate di aiutarci a conseguire la salvezza."
Per ogni evenienza, Scimmiotto ricuperò i suoi peli solo dopo un bel tratto di cammino lungo la strada maestra dell'Ovest.
Il ciclo delle stagioni proseguiva: presto l'inverno fu sostituito dalla primavera, temperata e propizia al cammino. La strada passava su una lunga cresta montuosa. Tripitaka tirò le redini per osservare il percorso: rovi spinosi e piante striscianti lo ricoprivano, tanto che della strada restavano ben poche tracce.
"Discepoli miei, come andremo avanti?" gridò il monaco cinese.
"Qualcosa non va?" chiese Scimmiotto.
"Non vedete? La strada scompare sotto cespugli spinosi: è un posto da serpenti, insetti e creature che strisciano. Non credo che sia facile da percorrere nemmeno per voi; ma come pensate che possa farcela il mio cavallo?"
"Non è un problema" disse Porcellino. "Se volete vi spiano il cammino; basta fare come quando si raccolgono sterpi per far fuoco. Nonché a cavallo, ci potrete passare anche in portantina, se vorrete."
"So che sei forte, ma non sappiamo quanto è lungo questo tratto di strada, e se le tue energie potranno venirne a capo."
"Vediamo" tagliò corto Scimmiotto. "Salgo a dare un'occhiata."
Balzò in alto e guardò: la distesa proseguiva a perdita d'occhio. Di certo
la terra vi scompariva fino ai confini del cielo; legno morto e legno nuovo, coperto di foglie novelle, la ricoprivano di un groviglio impenetrabile. Lo sguardo non ne vedeva la fine: sembrava una nuvola spessa, verde e nera, che stormiva nel vento e brillava nel sole.
Qua e là si vedevano alberi prigionieri: pini, cedri e bambù; e, più frequenti, susini, salici e gelsi. Le liane aggrediscono i vecchi alberi e ne allacciano i tronchi; formano come grandi stuoie e pannelli, qua e là colorati da fiori che diffondono nell'aria i loro profumi selvatici.
Chi non ha mai incontrato spine in vita sua? Ma non ne avrà mai viste tante quante se ne trovano sulla strada dell'Ovest.
Dopo aver osservato, il Novizio ritornò a terra: "Ce n'è parecchie."
"Dove arrivano?" domandò Tripitaka.
"La fine non si vede. Almeno a mille li."
"Allora siamo nei guai!" esclamò sgomento Tripitaka. "Come facciamo?"
"Non vi preoccupate" replicò Sabbioso ridendo. "Fate conto che sia un terreno da debbiare: daremo fuoco alla sterpaglia."
"Non dire scemenze" obiettò Porcellino. "Il debbio si fa nella decima luna, quando erba e piante sono secche. Non si può bruciare questa roba piena d'acqua, con foglie verdi e fiori sbocciati."
"Se poi prendesse fuoco, è una distesa troppo vasta per controllare un incendio: sarebbe pericoloso" aggiunse Scimmiotto.
"Ma come passeremo?" insisté Tripitaka.
"È semplice" disse Porcellino. "Non avete che da seguirmi."
Il bravo bestione fece un passo magico, recitò un incantesimo e si curvò in avanti gridando: "Cresci!" Subito prese una statura di venti tese, e il rastrello la lunghezza di una trentina. Lo impugnò dunque a due mani e si avviò a gran passi, spazzando la sterpaglia a destra e a sinistra: "Coraggio, maestro; venite!"
Tripitaka sferzò lieto il suo cavallo e lo seguì; dietro veniva Sabbioso con i bagagli, e Scimmiotto chiudeva il cammino. Camminarono per l'intera giornata, percorrendo più di cento li. A sera raggiunsero una radura in cui si rizzava una stele con tre grandi caratteri, seguiti da due colonne di caratteri più piccoli:
CRESTA DEI ROVI
PER OTTOCENTO LI, FOLTO DI SPINE:
POCA GENTE PERCORRE LE COLLINE.
Porcellino si mise a ridere: "Mancano un paio di versi. Lasciate che li aggiunga io:
Se Otto Divieti fa da battistrada,
Potete andare dovunque vi aggrada."
"Discepoli, quanto disturbo vi ho dato!" esclamò Tripitaka con voce allegra, smontando da cavallo. "Possiamo pernottare qui; ripartiremo all'alba."
"Non fermiamoci, maestro" esortò Porcellino. "Il cielo è ancora chiaro, noi siamo di buona lena: possiamo continuare anche tutta notte, per venire a capo di questo fottuto percorso."
Il reverendo non poteva che acconsentire.
Porcellino avanzava infaticabile, e il cavallo e gli altri dietro a lui; proseguirono tutta notte e il giorno seguente, finché cadde di nuovo la sera. Le folte sterpaglie spinose non davano segno di finire. A un certo punto si udirono stormire pini e bambù, e la strada sboccò in una spianata in mezzo alla quale si drizzava un vecchio tempio. La porta era circondata da cedri; peschi e susini rivaleggiavano in bellezza. Tripitaka scese da cavallo per ispezionare il posto.
Ai piedi della rupe, sulla riva
Del gelido ruscello, si rannicchia
Il vecchio tempio desolato. Intorno
Persin gli alberi son vecchi cadenti.
Di infinite stagioni sono i muschi
Che coprono i gradini. Intorno ai massi
Corrosi, dei bambù tristi si chinano
Senza canto d'uccelli. Si cancellano
I segni umani in quella solitudine,
Abbandonata anche dagli animali.
"Non mi piace questo posto" dichiarò Scimmiotto annusando l'aria. "Sarà meglio che non ci fermiamo a lungo."
"Hai torto, fratello" replicò Sabbioso. "Un posto come questo, abbandonato da tutti, non può ospitare nemmeno mostri o creature malefiche. Non c'è nulla da temere."
Aveva giusto finito di dirlo, che sibilò il vento e apparve un vecchio vestito modestamente, con un berretto quadrato, sandali di paglia e una canna in mano; lo seguiva un servo fantasma dalla faccia blu, la barba rossiccia e i denti sporgenti, che reggeva sul capo un vassoio di focacce. Il vecchio si inginocchiò: "Grande santo, sono l'umile divinità locale della Cresta dei Rovi. Ho saputo del vostro arrivo e vi ho fatto preparare queste focacce. È tutto ciò che posso offrirvi, venerati maestri, in questo luogo solitario dove non si trova nessuna abitazione umana."
Porcellino si fece avanti tutto contento per assaggiare le focacce, senza badare all'atteggiamento guardingo e ostile di Scimmiotto. Il quale gli gridò: "Non toccare niente! Questa persona non dice la verità." Poi si rivolse all'intruso: "Come ti è venuto in mente di venire a raccontare frescacce al vecchio Scimmiotto? Bada alla tua zucca!"
Fece per colpirlo, ma il vecchio si trasformò in un sinistro turbine di vento, che avvolse il reverendo e se lo portò via chissà dove. Il grande santo, colto di sorpresa, non sapeva che fare. Porcellino e Sabbioso si guardavano, pallidi di paura; persino il cavallo bianco nitriva spaventato. Tutti quanti si guardavano intorno smarriti e si muovevano come sonnambuli, senza scoprire alcuna traccia che potesse aiutarli.
Intanto il vecchio depose gentilmente a terra Tripitaka presso una casa di pietra, avviluppata da brume e caligini, lo prese per mano e gli disse: "Santo monaco, non vi spaventate. Non siamo dei malfattori, tutt'altro: siamo gente animata da interessi letterari, silvani della Cresta dei Rovi. In questa bella notte di luna piena volevamo invitarvi a una riunione amichevole, per parlare di poesia e passare il tempo piacevolmente."
Il reverendo, che incominciava a riprendersi, spalancò gli occhi per osservare meglio il luogo:
Sotto cielo notturno nuvoloso
Si alza la residenza di immortali,
Luogo di sogno, dove trasmutare
Il corporeo elisir, o coltivare
Bambù svettanti e fiori di montagna.
Frequentano le gru la rupe azzurra,
Cantano le ranocchie nello stagno.
Meglio della montagna del Tiantai,
Rivale del Huashan quanto alla flora!
Se tu vuoi arare nubi o appender luna
Al suo gancio, non c'è posto più adatto.
Quel chiar di luna che puoi contemplare
Dalla finestra, allarga i tuoi pensieri
E li rende profondi come il mare.
Tripitaka passava in rassegna le bellezze del luogo: gli parve di non aver mai visto luna e stelle così lucenti. Si udì conversare: "Il signor Diciotto(47) ha persuaso il santo monaco a venirci a trovare" si diceva. Il reverendo vide tre vegliardi: uno molto distinto, con la testa candida come la brina; un altro un po' meno vecchio, con una crocchia di capelli verdi; un terzo di carnagione scura, dall'aria assente. Anche il loro abbigliamento era eterogeneo. Vennero tutti e tre a salutare Tripitaka.
"Di quali meriti potrò mai vantarmi, per osare di propormi all'attenzione di nobili immortali come voi?" diceva il reverendo, restituendo i saluti.
"Sappiamo che voi avete conseguito la Via da molto tempo" rispose sorridendo il signor Diciotto. "Abbiamo a lungo pregustato il piacere, che oggi godiamo, di incontrarvi. Se non siete geloso dei tesori della vostra sapienza, venite a sedervi e mettervi a vostro agio, in modo che anche noi impariamo i misteri del dhyâna della vera setta."
"Posso permettermi di chiedervi i vostri rispettabili nomi?" domandò Tripitaka inchinandosi.
"L'amico dalla testa bianca" rispose il signor Diciotto, "si chiama Rettitudine Solitaria, quello con i capelli verdi Vacuità Eterea, e l'ultimo, quello con l'aria svanita, Sfiora Nuvole. Il vostro umile servitore si chiama Frugale."
"Qual'è la vostra età?"
Rettitudine Solitaria rispose:
"Ho raggiunto mille anni. Tendo rami
Verdi e robusti verso il cielo; reco
Qualche segno del tempo, ma mi riesce
Di far sbocciare ancora molti fiori.
Può durar giovinezza anche da vecchi
Se si coltiva il Vero nella gioia.
Non è luogo di passo per gli uccelli
Ordinari, la selva solitaria
Dove viviamo lontani dal volgo."
Vacuità Eterea sorrise e prese la parola:
"Anche il mio tronco sfidò mille inverni
Levando in alto i rami. Nella notte
Ne piove la rugiada. Le radici
Che possiede detengono il segreto
Di lunga vita: con le gru ed i draghi
Vivere, star lontano dalla gente
E frequentare solo gli immortali."
Toccò quindi a Sfiora Nuvole:
"Ho sperperato mille autunni anch'io,
Che mi han scurito la vecchia carcassa.
Mi sono conservato estraniandomi
Dal mondo polveroso. I sette saggi
Son miei compagni di bevute; amici
In poesia i sei eccentrici. Oro e giada
Noi maneggiamo, non chincaglierie!"
Quanto a Frugale, concluse dicendo:
"Ho vissuto per più di mille anni,
Costante e puro. Da pioggia e rugiada
Cavo il mio nutrimento; dai misteri
Dell'universo la mia volontà;
Dalle stagioni e dai molti paesaggi
Della montagna i miei piaceri. Gli ospiti
Intrattengo nell'ombra della casa
A giocare agli scacchi, fare musica
Con il liuto e far lieti conversari."
Tripitaka si congratulò con loro: "Godete tutti e quattro di un'età ragguardevole. Il reverendo Frugale supera addirittura i mille anni! Non sarete per caso i quattro canuti vegliardi dei Han?"
"Ci volete proprio lusingare. Non siamo che quattro vecchi che vivono soli sulla montagna, e non abbiamo niente in comune con i nobili personaggi che dite. Possiamo permetterci di chiedervi la vostra età?"
Tripitaka giunse le mani, si inchinò e rispose:
"Votato alla disgrazia ancora prima
Di venire alla luce, quarant'anni
Or sono, giacqui abbandonato ai flutti
Finché sul Monte d'Oro fui salvato.
Passai tutta la vita a legger sutra
E pregare devoto il nostro Buddha.
Mentre per un incarico imperiale
Compio un viaggio a Occidente, questo incontro
Mi onora come fatto eccezionale."
I quattro vegliardi fecero un concerto di elogi: "Il santo monaco si è consacrato alla dottrina del Buddha fin dalla nascita. Per forza è un bonzo eminente, che possiede la Via! Poiché abbiamo la rara fortuna di parlarvi, ci permettete di sollecitare qualche notizia sulla legge e sulla meditazione, che ci conforti per il resto dei nostri giorni?"
Il reverendo, compunto, insegnava: "La meditazione è quiete, la legge è salvezza. Ma la quiete non basta alla salvezza, se non si raggiunge l'illuminazione; che si ottiene nettando lo spirito da ogni pensiero, liberandolo da ogni meschinità, abbandonando il mondo di polvere. La maggior felicità è di rinascere in corpo d'uomo nel Paese di Mezzo e aver modo di conoscere la giusta legge. La Via della perfetta virtù, senza nome né limiti(48), spazza via i sei sensi e le sei percezioni.
"La bodhi non nasce e non muore, non ha lacune e non può essere superata, ingloba l'illusione come la realtà, ma si disinteressa del sacro come del profano.
"Per percepire la verità occorrono pinze e martello dell'Origine primordiale; per capire la realtà bisogna cogliere il metodo del Buddha Sâkyamuni. Invia Senza Immagine(49) , calpesta il nirvana! Devi svegliare il risveglio e illuminare l'illuminazione, per ottenere la scintilla trascendente che copre la totalità. Lascia danzare la fiamma ardente che rischiara e percorre in lungo e in largo il mondo della legge! Tienti fermo nel recondito e nel sottile: la sola parola non basta a superare il passo misterioso. La nostra meditazione del grande risveglio praticato alle origini può essere perseguita solo da chi vi è destinato e lo vuole sinceramente."
I quattro vegliardi pendevano dalle sue labbra e dondolavano beatamente la testa. Alla fine ringraziarono inchinandosi rispettosamente: "Santo monaco, voi possedete davvero la base dell'illuminazione contenuta nel segreto della meditazione."
"Per quanto la meditazione sia quiete e la legge sia salvezza" obbiettò Sfiora Nuvole, "occorrono comunque la concentrazione dello spirito e la sincerità del cuore. Si ha un bel diventare immortali del grande risveglio(50); si può restare nondimeno sulla Via della non-vita. In questo i nostri misteri sono completamente diversi."
"La Via non è cosa ordinaria, perché unisce in sé sostanza e funzione. Quale diversità può sussistere?" replicò Tripitaka.
Sfiora Nuvole sorrise: "Noi siamo nati solidi e stabili, e abbiamo sostanza e funzione diversi da voi. Dobbiamo il nostro corpo al cielo e alla terra, e viviamo di pioggia e di rugiada. Non ci disturbano né il vento né la brina, attraverso i mesi e le stagioni. I nostri mille rami sfidano il tempo senza che appassisca una sola foglia. Il vuoto non ci riguarda, mentre voi andate a impigliarvi nelle parole sanscrite. La Via ha le sue radici in Cina: perché consumate i vostri sandali per andarla a cercare nell'Ovest? Mi chiedo che cosa pensate di trovare. Siete come il leone di pietra che decide di strapparsi le budella, o la volpe che consuma il molto che ha nell'ardente desiderio del poco che non ha. Trascurate i fondamenti della vostra natura nella pratica della meditazione e nella folle ricerca del frutto del Buddha. I vostri discorsi sono più contorti dei rovi che crescono da queste parti. Come si può seguire un maestro come voi? Come si può accettare il vostro punto di vista? Dovreste analizzare ciò che avete davanti agli occhi, perché nella quiete si trovano le sponde della vita: il secchio senza fondo porterà l'acqua, l'albero di ferro metterà fiori. Posate saldamente i piedi sulla cima dei Gioielli Sacri : avrete l'occasione di incontrare Mile(51)."
A queste parole Tripitaka voleva prosternarsi per prendere commiato, ma il signor Diciotto lo rialzò. Vacuità Eterea si mise a ridere: "Naturalmente il discorsetto di Sfiora Nuvole fa acqua da tutte le parti. Non bisogna badare troppo alle sue chiacchiere: non ve la prendete, santo monaco. La nostra intenzione era di approfittare del chiaro di luna per qualcosa di meglio di una conversazione religiosa: si pensava di passare il tempo a cantare, a recitare versi, a conversare allegramente."
"Se è questo che volete" disse sorridendo Sfiora Nuvole, "potremmo entrare a bere il tè nel nostro piccolo eremitaggio. Che ne dite?"
Il reverendo si inchinò per acconsentire, e si avviarono verso la casa di pietra, che recava sulla porta la scritta in tre grandi caratteri:
EREMO DEGLI IMMORTALI SILVESTRI
Quando furono entrati e si sedettero, apparve un servo fantasma dal corpo rosso che servì un piatto di pasticcini di funghi e tazze colme di tè caldo e profumato. Invitato a servirsi per primo, Tripitaka esitava per diffidenza, e si decise a ingoiare due bocconi solo quando ebbe visto che gli altri mangiavano allegramente e le tazze venivano riempite una seconda volta. Egli si teneva in guardia e sbirciava qua e là di sottecchi. Una luce filtrava, come chiar di luna, dalle decorazioni traforate che ornavano le pareti.
Acqua zampilla lieta al bordo della roccia,
Si diffonde nell'aria il profumo dei fiori.
È un ambiente elegante: non un grano di polvere.
Il reverendo finì per trovarsi a suo agio, e mormorò un verso:
"È la meditazione puro splendor di luna."
Frugale sorrise e propose un séguito:
"Il poema ispirato ricorda il cielo chiaro."
Rettitudine solitaria:
"Un verso ben riuscito assomiglia a un ricamo."
Vacuità Eterea:
"Produce il bello stile la perla senza macchia."
Sfiora Nuvole:
"Rivive la poesia, se abbandona gli orpelli."
Tripitaka disse: "Il vostro umile discepolo, preso dall'euforia, si è lasciato andare a balbettare un verso; ma è proprio come brandire l'ascia davanti al re dei falegnami. A giudicare da quello che sento, sono in compagnia di veri maestri di poesia."
"Lasciate stare" protestò Frugale; "non è il caso di scambiarci complimenti inutili. Il buon monaco porta a termine ciò che intraprende: poiché ci avete proposto il primo verso, a voi la conclusione."
"Non ne sono capace" confessò Tripitaka. "Sarei grato al signor Diciotto se provvedesse lui."
"Non cercate scuse! Non potete rifiutare di finire ciò che avete incominciato. Non siate tanto avaro dei vostri talenti!"
Tripitaka dovette adattarsi a recitare un distico conclusivo:
"Mentre sono chinato sul guanciale di brezza
Ed il tè è in infusione, mi godo primavera."
Il signor Diciotto applaudì: "Mi piace il guanciale di brezza!"
"Frugale" lo stuzzicò Rettitudine Solitaria, "si vede la tua competenza in fatto di poesia dalla tua propensione a rimasticare i versi altrui. Perché non proponi un altro giro?"
Il signor Diciotto non si fece pregare: "Vi proporrò un inizio, e voi dovrete proseguire riprendendo l'ultima parola.
Lungi da primavera, nella stagione morta,
Sol nubi in cielo e nebbie nell'aria ti puoi attendere."
Vacuità Eterea:
"Attendere l'amico, che si avanza nell'ombra."
Continuò Sfiora Nuvole:
"L'ombra delle colline dell'Ovest che percorro,
Benché un semplice cuore del Sud nel petto porti."
Rettitudine Solitaria aggiunse la sua:
"Porti sulle tue spalle gli attrezzi e il materiale
Che il mestiere richiede con cui campi la vita."
Il reverendo si profondeva in elogi: "Che bei versi, come sono commoventi! Benché manchi completamente di talento, posso provarmi anch'io ad aggiungere un distico?"
"Santo monaco, voi che siete colto e avete conseguito la Via, lasciate perdere questi giochi di società e proponete invece una poesia compiuta. Noi imiteremo il modello meglio che potremo."
Tripitaka recitò la seguente quartina(52):
"Sulla strada dell'Ovest, i sutra a ricercare,
Cammino senza tregua e un giorno arriverò.
Ambisco di recarmi il Buddha ad adorare
E la sua santa legge nell'Est riporterò."
I quattro vegliardi ascoltarono con attenzione e lodarono sperticatamente. Il signor Diciotto disse: "È certo temerario da parte mia, ma correrò il rischio di recitare versi che osano rimare con i vostri.
Frugale solitario sul monte a troneggiare
Mi tengo, e non c'è vento cui non resisterò.
Un'ambra millenaria lascio a terra colare
E l'intenso profumo al vento affiderò."
"Ma è bellissimo!" applaudì Vacuità Eterea. "Come confrontarsi con simili modelli? Propongo versi miei solo per non interrompere il giro.
Dentro le fitte fronde uccelli ad ospitare
Godo, e di bianca brina la fronte adornerò.
Svettante le stagioni continuo a dominare:
Pur nel gelo invernale io verde resterò."
"Le vostre quartine sono molto eleganti" constatò Sfiora Nuvole. "Vere borse di broccato che contengono i ricami più fini. Io sono privo di talento, ma la vostra ispirazione stimola anche il mio debole spirito. Bene: mi azzardo a recitare versi anch'io; spero che non ne riderete troppo.
Fine e di pelle liscia, nel folto ad elevare
Le mie braccia nel cielo sempre giovane sto.
I miei pregi, son pochi che li sanno apprezzare;
A chi stende le cronache, tavolette offrirò(53)."
"I vostri poemi" disse Tripitaka, "sono perle cadute dal becco della fenice, al disopra di ogni elogio. Vi sono infinitamente grato della calorosa ospitalità, ma a questo punto la notte è molto avanzata; inoltre non so dove siano rimasti ad aspettarmi i miei tre giovani discepoli. Devo congedarmi e andarli a cercare. Sareste così gentili da mostrarmi in quale direzione era il mio punto di partenza?"
"Santo monaco, non siate inquieto. Un'occasione straordinaria come questo incontro potrebbe non ripetersi per altri mille anni. E guardate che bel cielo! La notte profonda è rischiarata dalla luna scintillante. Mettetevi a vostro agio: in meno che non si dica giungerà l'alba. Allora vi accompagneremo oltre la cresta, e non mancherete certo di ritrovare i vostri eminenti discepoli."
Mentre chiacchieravano sopraggiunsero due servette in abito celeste, che reggevano lanterne di garza di seta rosa. Esse guidavano una immortale che giocherellava con un ramo fiorito di albicocco. Si profuse in sorrisi e salutò gentilmente tutti i presenti. Che aria aveva, questa fata?
Il suo incarnato, incorniciato dalla scura capigliatura, sfida ogni cosmetico. Gli occhi brillano di incontenibile vivacità sotto la linea perfetta delle sopracciglia di falena.
Indossa una gonna rosa pallido a fiori di susino multicolori, e sopra un lieve bolero color fiamma nel fumo. Scarpette a punte ricurve, adorne di becchi di fenici, e calze in broccato di seta di tinta pastello.
Ha il magico fascino delle ragazze dei monti Tiantai, e gareggia con la bellezza di Daji, la famosa favorita.
I vecchi, inchinandosi a loro volta, le chiesero: "A che dobbiamo il piacere della vostra visita, gentile fata dell'albicocco?"
"Ho saputo che avevate in programma una gara poetica con un ospite di qualità. Posso chiedervi di presentarmelo?"
"Eccolo qui" rispose il signor Diciotto indicando Tripitaka.
Il monaco cinese si inchinò in silenzio.
"Presto, servite il tè!" ordinò la bella signora. Alle sue spalle emersero dall'ombra altre due cameriere in abito giallo, che recavano un grande vassoio rosso laccato su cui erano disposte sei tazze della porcellana più sottile e ogni specie di frutta rara; da una grande teiera di rame damaschinato di ferro bianco si diffondeva un intenso profumo. La signora versò il tè nelle tazze, rivelando dita sottili e delicate come cipolline di primavera. Servì per primo Tripitaka, poi i quattro vegliardi, e infine riempì una tazza per sé, per tener loro compagnia.
"Perché non vi sedete, gentile fata dell'albicocco?" le disse Vacuità Eterea. Solo dopo l'invito ardì di mettersi seduta. Bevuto il tè, s'inchinò e chiese: "Sareste tanto gentili da riferirmi qualcuno dei bei versi che vi siete scambiati?"
"Le nostre sono composizioni di gente di campagna" rispose Sfiora Nuvole. "Ma il santo monaco è davvero degno di questa età d'oro della poesia dei Tang: merita i più alti elogi."
"Siate generosi, fate ascoltare anche me."
I quattro vecchi ripeterono i versi del reverendo, e anche il suo discorso sulla meditazione.
"Sono maldestra e dovrei star zitta" replicò la donna sorridendo, "ma non sono capace di lasciare senza risposta versi così belli. Permettete che tenti di rimare sul modello dell'ultimo poema." E recitò:
"L'imperatore Wu mi volle un dì cantare,
Tanta grazia e dolcezza nel mio seno trovò.
Un pulpito a Confucio pur seppi procurare(54).
Se son troppo matura, marmellata farò."
I vecchi lodavano i versi e se li ripetevano, la signora sorrideva e si schermiva, mormorando timidamente: "Sono tanto confusa! Ma il santo monaco non vorrebbe comporre altri dei suoi versi così sottili e ingegnosi?" E si avvicinava sempre più a Tripitaka, si strofinava contro di lui, finché giunse a sollecitarlo espressamente: "Mio dolce amico senza pari, cogli la notte propizia, divèrtiti! Che cosa vogliamo aspettare? La vita è breve: quando troverai un'altra occasione come questa?"
"Santo monaco" perorava il signor Diciotto, "non potete che essere lusingato dai teneri sentimenti che vi dimostra la nostra cara fata. Se non le diceste di sì, sarebbe un delitto contro il buon gusto."
"Il nostro santo monaco è un uomo di grande reputazione" intervenne Rettitudine Solitaria. "Naturalmente deve salvare la forma, e noi non possiamo insistere perché la trascuri. Sfiora Nuvole e il signor Diciotto possono fare da intermediari, io e Vacuità Eterea saremo i testimoni; così sarà un matrimonio come si deve."
Tripitaka divenne rosso paonazzo e balzò in piedi: "Siete una banda di pervertiti, e cercate vergognosamente di sedurmi. Passi che si stia a conversare della Via e dei suoi misteri; ma non penserete di incastrarmi con questa signorina?"
I quattro vecchi guardavano spaventati il reverendo e si mordevano le dita per l'imbarazzo. Ma si fece avanti il servitore fantasma dal corpo rosso e urlò: "Bonzo meschino, non capisci l'onore che ti facciamo! Cos'è che non va nella nostra signorina? È bella, sa comporre versi, è abile in ogni lavoro di casa. È semplicemente perfetta, e tu non la puoi rifiutare. Penserò io a presiedere al matrimonio."
Tripitaka divenne pallido come un morto, ricadde seduto e non diede più segno di comprendere qualsiasi cosa gli dicessero. Il fantasma concluse: "Maledetto bonzo, adesso fai il sordo. Ho una gran voglia di metterti le mani addosso: e se lo faccio, altro che prender moglie! La tua carriera, caro mio, finisce qui."
Il reverendo pensava ai suoi discepoli: chissà dov'erano andati a finire e se avrebbero potuto aiutarlo. Sul suo viso impietrito corsero due lacrime. La donna gli sorrideva e lo accarezzava; trasse dalla manica un fazzolettino di seta profumato di miele e gli asciugò gli occhi dicendo: "Non ti preoccupare, dolce amico! Mescoliamo i nostri profumi, diamoci ai piaceri dell'amore! Ti divertirai!"
Con un singulto di disperazione, il reverendo balzò di nuovo in piedi e corse via. Tutti lo inseguirono, lo afferravano per la tonaca, lo tiravano di qua e di là e facevano un gran baccano.
A un tratto si sentì gridare: "Maestro! Dove siete? Che cos'è questo chiasso?" Infatti i discepoli, che erano infaticabilmente andati alla sua ricerca per tutta la notte, su e giù fra spine e sterpi, nella nebbia e nella guazza, percorrendo l'intera Cresta dei Rovi da un capo all'altro, erano infine giunti nel posto giusto.
I vecchi, il servo fantasma, la donna e le sue cameriere: tutti quanti scomparvero in un lampo. Ed ecco i discepoli che gli venivano incontro e chiedevano: "Maestro, come avete fatto ad arrivare fin qui?"
"Discepoli miei!" sospirò Tripitaka aggrappandosi a Scimmiotto. "Quante pene vi ho dato! Mi ha portato qui il vecchio che abbiamo incontrato ieri sera, che si era presentato come tudi e che tu, mio caro, volevi abbattere. Mi ha portato in una compagnia di certi vecchi che mi trattavano da 'santo monaco', avevano una conversazione colta e si dilettavano di poesia. Fino a mezzanotte abbiamo composto versi a gara; poi si è unita a noi una bella donna, che verseggiava anche lei al lume delle lanterne e mi chiamava 'dolce amico'. Le sono piaciuto e mi voleva portare a letto. Quando ho rifiutato, mi hanno perseguitato con le loro proposte di matrimonio; sono fuggito, ma mi hanno inseguito, e stavamo litigando quando voi siete sopraggiunti. Il timore del vostro intervento, o forse lo spuntare dell'alba, li ha fatti scomparire."
Esplorarono il posto e scoprirono la scritta EREMO DEGLI IMMORTALI SILVESTRI incisa nella roccia. "Eravamo proprio qui" confermò Tripitaka.
Scimmiotto, che scrutava attentamente tutto attorno, notò un immenso ginepro, un vecchio cipresso, un antico pino e un folto bambù. Dietro a loro si vedeva un acero rosso. A breve distanza verso la parete rocciosa stava un vecchio albicocco, circondato da due susini invernali e da due cinnamomi.
"Avete scoperto la bella brigata?" chiese ridendo Scimmiotto.
"Non ancora" rispose Porcellino.
"Eccoli qua: erano gli spiriti di questi alberi."
"Tu come lo sai?"
"Il signor Diciotto era il pino, Rettitudine Solitaria il cipresso, Vacuità Eterea il ginepro e Sfiora Nuvole il bambù. Quanto al servitore rosso, era l'acero. Ed ecco lì la fata albicocco, con le sue cameriere."
Porcellino, senza perder tempo, corse avanti e abbatté susini, cinnamomi, albicocco e acero a colpi di rastrello e di grugno: in effetti dalle loro radici uscivano gocce di sangue fresco. Tripitaka lo volle trattenere: "Consapevole delle Proprie Capacità, non far loro del male! In fondo non mi hanno fatto niente, benché fossero fantasmi. Lasciamoli perdere e riprendiamo la nostra strada."
"Maestro" insisté Scimmiotto, "non è il caso di risparmiarli: finirebbero per diventare creature malefiche e combinerebbero un sacco di guai."
Il bestione sradicò anche pino, cipresso, ginepro e bambù, e poi invitò il maestro a rimontare a cavallo. Ripresero così il cammino sulla strada maestra dell'Ovest.
Se poi non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il seguito.