Concatenare il frutto alla sua causa consiste, in questo caso, nello spingere l'uomo al bene e allontanarlo dal male.
Ogni pensiero, riflesso nello specchio divino, è un'azione: che tu sia stupido o intelligente, impara che a questo non v'è altro rimedio che la cancellazione del mentale.
Metti a profitto la vita coltivando la Via, senza divagare. Getta il guscio e cogli la polpa: questo ti occorre nella ricerca di lunga vita. Conserva limpida la tua coscienza, e assaggerai il sapore del burro fuso. Quando i buoni avranno attraversato i tre passi e colmato il mare nero, se ne andranno a cavallo di fenici e di gru. Per loro la tristezza si muterà in compassione, e raggiungeranno l'assoluta felicità.
Come si è visto, la pietà e la sincerità di Tripitaka erano tali che gli dèi non potevano che proteggerlo; gli spiriti degli alberi gli risparmiarono persino spine e rovi, che infatti a quel punto scomparvero dal suo cammino. I quattro pellegrini ripresero il viaggio a Occidente. Camminavano nella primavera:
Il cucchiaio dell'Orsa Maggiore rivolge il suo manico a est: tutto fiorisce e prospera. La terra verdeggia di piante ed erbe, ogni riva si ricopre di verdi fronde di salice. Peschi in fiore risalgono i pendii delle colline. L'umidità che evapora dai torrenti smorza i colori in una garza smeraldina.
Venti e piogge agitano i cuori. Il sole ravviva la bellezza dei fiori sbocciati. Le rondini recano nel becco fili di muschio.
La montagna assume i chiaroscuri della pittura di Wang Wei. La lingua degli uccelli è più dialettica del retore Jizi.
Ma nessuno è presente a godersi questi paesaggi profumati, salvo farfalle danzanti e api ronzanti.
Maestro e discepoli si compiacevano di calpestare l'erbetta, seguendo il cavallo che trotterellava pacificamente. Giunsero così ai piedi di una montagna alta fino al cielo. Tripitaka la indicò con il manico del suo frustino: "Consapevole del Vuoto, quanto sarà alta quella montagna? Si direbbe che arrivi a perforare il firmamento."
"Ricordate gli antichi versi? Alta del ciel la rocca, nessun monte la tocca" rispose Scimmiotto. "Può salire finché vuole, ma al cielo non arriva."
"Allora, perché i Monti Kunlun si chiamano pilastri del cielo?" obiettò Porcellino.
"Non te ne intendi" rispose Scimmiotto. "A nord ovest, dove sorgono i Kunlun, la volta del cielo è incompiuta. Quei monti si chiamano così perché turano la falla."
"Non raccontargli balle" intervenne ridendo Sabbioso. "Lui se le beve e poi le va a raccontare agli altri, come se fossero vere. Andiamo avanti. Sapremo quanto è alta la montagna quando l'avremo scalata."
Il bestione corse dietro a Sabbioso, un po' offeso e un po' ridendo. Giunsero in breve ai piedi del pendio e incominciarono l'ascesa.
Soffia il vento nella foresta, l'acqua ribolle in fondo al precipizio che gli uccelli non osano sorvolare: intimorisce persino gli dèi. Innumerevoli rupi a picco sui burroni, la strada svolta e serpeggia senza fine. Turbini di polvere si levano in siti inaccessibili. Lo sguardo esplora senza stancarsi quelle rocce dalle forme bizzarre.
Uccelli cantano sugli alberi, i cervi brucano i funghi, le scimmie saltano sui rami cogliendo pesche selvatiche.
Volpi e procioni vanno e vengono, saltano da una roccia all'altra; daini e camosci fanno brevi comparse nei luoghi impervi. Ruggisce la tigre, lupi grigi e leopardi maculati sbarrano la strada.
C'era di che terrorizzare Tripitaka; ma bastava che Scimmiotto brandisse il suo randello e lanciasse un grido per gettare il panico tra le fiere e farle fuggire. Salirono un colle e ne stavano discendendo verso un altopiano, quando videro, fra luci e brume iridate, un complesso di torri, terrazze e padiglioni da cui giungevano, attutiti dalla distanza, suoni di campane e di pietre sonore.
"Andate a vedere di che cosa si tratta" li esortò Tripitaka.
Scimmiotto osservò accuratamente, facendosi solecchio con la mano: che bei posti!
Preziosi edifici sacri, degni dei più illustri monasteri; ampia valle silenziosa, in cui si spande il profumo del cielo.
Pini azzurri, inzuppati di pioggia, stanno a guardia dei superbi padiglioni; bambù verde giada trattengono le nuvole intorno alla sala della predicazione. Il palazzo del drago brilla di luce iridata, mille colori fluttuano su quel terreno sacro. Balaustre vermiglie, portali di marmo, colonne dipinte e travi scolpite.
Dove si spiegano i sutra, sale l'incenso; dove viene rivelata la parola, brilla la luna dalle finestre. L'albero color cinabro risuona di cinguettii d'uccelli, alla sorgente sul bordo della roccia si abbeverano le gru.
Ovunque i fiori diffondono il fascino del Jetavana, le imposte si aprono sulla luce di Srâvastî. Da torri e terrazze prospicienti la montagna vibrano lunghi suoni, lenti e pesanti, di campane e di pietre sonore.
Le finestre si spalancano nella brezza, le cortine si arrotolano sulla lieve bruma. L'atmosfera monastica è improntata a quieta inattività, senza traccia di volgare impazienza.
È un territorio benedetto, su cui il mondo di polvere non ha presa; terra purificata, che invita all'ascesi della Via.
"Maestro" riferì Scimmiotto, "è un monastero; ma in quell'atmosfera di meditazione, che sembrerebbe così felice, c'è qualcosa di nefasto che non riesco a capire. L'aspetto sarebbe, nientemeno, quello del Monastero del Colpo di Tuono, ma non è nel posto giusto. Quando ci arriveremo, sarà meglio essere prudenti: non vorrei brutte sorprese."
"Se ha l'aspetto del Colpo di Tuono, non saremo per caso arrivati sul Monte degli Avvoltoi?" gridò Tripitaka. "Non deludere l'attesa del mio cuore sincero, non tardare la realizzazione dei miei voti."
"Nemmeno per sogno. Sono stato più volte sul Monte degli Avvoltoi, e non è questo."
"D'accordo; ma ciò non dimostra che laggiù non viva gente perbene" osservò Porcellino.
"Non perdiamo tempo a sospettare" disse Sabbioso. "La strada ci porta proprio là; quando saremo arrivati, vedremo di che cosa si tratta."
"Consapevole della Purezza ha ragione" concluse Scimmiotto.
Il reverendo frustò il cavallo per farlo correre. Quando giunse al portale lesse la scritta
MONASTERO DEL COLPO DI TUONO
e ne fu tanto sorpreso che cadde giù dal cavallo; rotolando per terra inveiva: "Maledetto macaco, tu mi vuoi morto! Siamo giunti alla meta, e me lo tenevi nascosto!"
"Maestro, non vi arrabbiate" rispose Scimmiotto sorridendo a denti stretti. "Prima di rimproverarmi, dovreste guardare meglio. Avete letto solo tre caratteri, ma la scritta ne contiene quattro."
Il reverendo si rialzò fremente di indignazione e rilesse; in effetti i segni erano quattro:
PICCOLO MONASTERO DEL COLPO DI TUONO
"Se è piccolo" borbottò Tripitaka, "ci sarà dentro un Buddha piccolo. Non penserai che tutti i tremila buddha di cui parlano le scritture abitino allo stesso indirizzo. Guanyin sta nei mari del Sud, Puxian sul Monte Emei, Wenshu sul Wutai. Anche qui vivrà un buddha, non so quale. Dice l'adagio: non c'è Buddha senza sutra, non c'è luogo senza tesori. Entriamo."
"Questo posto non mi dice niente di buono" insisté Scimmiotto. "Se mi date retta, non entrate; e se lo fate, non incolpate me di quello che vi accadrà."
"Se non ci dovesse vivere un Buddha, non mancherà almeno la sua statua: e io ho fatto voto di rendergli omaggio dovunque lo incontri. Che cosa mi dovrebbe accadere?"
Ordinò quindi a Porcellino di cercargli il suo kasâya, si mise in abito di cerimonia, cambiò il berretto ed entrò con passo risoluto. Ma dall'interno risuonò una voce, che gridava: "Monaco cinese venuto dalle terre dell'Est per rendere omaggio al nostro Buddha, come ti permetti quel piglio tracotante?"
Tripitaka si tuffò immediatamente in una prosternazione, Porcellino lo imitò e Sabbioso cadde in ginocchio. Scimmiotto li seguiva passo passo, tenendo il cavallo alla briglia, e non fece una piega. Attraversarono il secondo ingresso e videro la sala del Beato: ai piedi della sacra terrazza su cui la sala si apriva, erano schierati i cinquecento arhat, i tremila rivelatori, i quattro guardiani portatori di folgore, gli otto pusa, le bhiksuni, gli up[C2]âsaka e la folla innumerevole dei monaci e dei servi. Il reverendo e i suoi erano così impressionati da quella magnificenza, dall'incenso, dai profumi, i fiori, la magica atmosfera, che si prosternavano a ogni passo. Ma Scimmiotto non curvava la schiena e si guardava intorno.
Una voce dal trono di loto gridò: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto, perché non ti prosterni davanti al Beato?"
Il Novizio abbandonò la briglia e si fece avanti gridando a sua volta: "Bestie immonde! Non vi vergognate di contraffare in questo modo il luogo sacro e di usurpare il nome del Beato?"
Roteò la sua sbarra per colpire, quando dall'alto: bang! cadde una coppia di giganteschi cembali, che lo imprigionarono come l'imbottitura di un panino. Porcellino e Sabbioso, allarmatissimi, posero mano alle loro armi, ma tutta quella gente li circondò, li strinse e li malmenò, e alla fine li catturò; tutti e due, più Tripitaka, furono legati ben stretti.
In effetti, a fare da Buddha sul trono di loto stava un re diavolo, e la folla lì intorno era costituita dai suoi aiutanti. Quando videro che il finto aspetto celestiale non serviva più, lo abbandonarono e ripresero le usate facce da mostri. I tre prigionieri furono chiusi in una stanza sul retro; il cavallo fu portato nella scuderia e i bagagli dentro casa, insieme al kasâya e al berretto strappati a Tripitaka. Quanto a Scimmiotto, si guardarono bene dal levarlo dai cembali che lo imprigionavano: fu lasciato dov'era, con l'intenzione di aspettare qualche giorno, finché andasse a male. Allora gli altri pellegrini si sarebbero potuti cuocere tranquillamente al vapore, dentro l'apposita gabbia di ferro. In verità:
Solo l'acuta scimmia seppe vedere il vero.
Il segreto del dhyâna si fermò alle apparenze;
Donna gialla seguiva e non seppe vedere;
Madre del legno, stupida, diede retta ai compagni.
La natura è ingannata dalla perversità,
Il diavolo malvagio schernisce l'uomo pio.
La gran porta del male è agevole a imboccare
Assai più del pertugio d'ingresso nella Via.
Scimmiotto, stretto fra i cembali, si trovava immerso nella più nera oscurità e sudava come un dannato; per quanto spingesse, tirasse e battesse con la sua sbarra, non c'era verso di liberarsi. Fece il passo per crescere di statura oltre mille tese; i cembali crebbero con lui, senza aprire il minimo interstizio. Allora si ridusse più piccolo di un grano di senape: ma i cembali lo seguirono e divennero altrettanti minuscoli. Alitò sulla sbarra il suo fiato magico e la trasformò in una pertica; si strappò due peli dietro la nuca, e ne fece delle punte di trapano a forma di fiore di susino a cinque petali; montò i trapani in cima alla pertica, li applicò contro il metallo dei cembali e li fece ruotare un migliaio di volte. Le punte stridevano, ma non riuscivano a intaccare il metallo.
Scimmiotto si spaventò. Fece un altro passo magico e recitò l'incantesimo: "Om, ram, per il puro mondo della legge; qian, per le origini e per la virtù della lama."
Al richiamo, i rivelatori delle cinque direzioni, gli dèi del giorno e della notte e i diciotto difensori della dottrina si affollarono intorno ai cembali e domandarono: "Grande santo, che cosa vi serve?"
"Il mio maestro non ha voluto darmi retta" rispose Scimmiotto. "Se questa volta dovesse crepare, sarebbe tutta colpa sua. Per ora vorrei che trovaste il modo di aprire questi cembali per liberarmi: c'è buio pesto qui dentro, e fa un caldo soffocante. Quando sarò uscito, ci consulteremo sul da farsi."
Le divinità cercarono di allontanare i cembali l'uno dall'altro; ma sembravano saldati insieme, non si poté aprire nemmeno uno spiraglio.
Il rivelatore Testa d'Oro disse: "Mi chiedo di quale materiale sia fatta questa roba; i cembali formano un pezzo solo. L'umile divinità al vostro servizio non riesce a separarli."
"Anch'io, dall'interno, non ho combinato niente. Non c'è verso di smuoverli."
Il rivelatore distribuì le forze fra la protezione del monaco cinese, la sorveglianza dei cembali e il servizio di pattuglia nei dintorni, e se ne andò in cielo, alla Sala delle Nuvole Misteriose. Entrò d'urgenza, senza aspettare di essere convocato, e fece rapporto: "Maestà, sono uno dei rivelatori delle cinque direzioni che seguono il Grande Santo Uguale al Cielo nella sua missione di protezione del monaco cinese. La comitiva in viaggio verso occidente ha trovato sulla sua strada un Piccolo Monastero del Colpo di Tuono e c'è entrata, scambiandolo per quello vero; invece si trattava solo di una trappola per acchiappare i pellegrini. Il grande santo è rimasto chiuso fra due cembali, e non ha altra prospettiva che di perderci la vita. Tanto perché vostra maestà lo sappia."
"Le costellazioni delle ventotto case vadano subito a liberare i pellegrini, e catturino le creature malefiche che hanno teso la trappola."
Ed ecco le costellazioni precipitarsi al falso monastero, al seguito del rivelatore. Era la seconda veglia: i mostri, grandi e piccoli, erano andati a coricarsi, dopo aver ricevuto le lodi del loro capo per la cattura del monaco cinese. Le costellazioni si introdussero a passi felpati e sgattaiolarono fino ai cembali di Scimmiotto: "Grande santo, eccoci qua; siamo le ventotto case celesti, mandate espressamente dall'Imperatore di Giada per togliervi dai guai."
Lieto del loro arrivo, il Novizio chiese che spezzassero la sua prigione con i loro attrezzi. "Se battiamo su questi piatti metallici" risposero le costellazioni, "faremo un baccano d'inferno e sveglieremo tutti quanti. Sarà meglio che tentiamo di aprire un pertugio; appena vedete un filo di luce, fuggite!"
"Va bene" approvò Scimmiotto.
Si misero al lavoro: chi usava la lancia, chi la spada, o la sciabola, o l'ascia; e spingevano, tiravano, torcevano, raspavano: ma giunse la terza veglia senza che si vedesse alcun risultato. All'interno, Scimmiotto tendeva il collo, si contorceva, tastava qua e là; ma di spiragli non ne comparivano.
Kang, il drago del metallo, disse: "Portate pazienza, grande santo. Questo è un materiale speciale, chissà quali formule ci vogliono per aprirlo. Cercate, per piacere, un punto più sottile nella saldatura; cercherò di localizzarlo anch'io e ci infilerò la punta del mio corno. Se vi trasformate in modo adeguato, potrete uscire dal forellino."
Scimmiotto cercò accuratamente. Scelsero il punto, la costellazione si miniaturizzò e applicò strenuamente tutta la forza che poteva - molte migliaia di libbre - al suo corno, ridotto a un ago sottilissimo. L'estremità della punta riuscì a penetrare. Usando la magia della legge, Kang fece ingrossare il corno, e poi lo rimpicciolì nuovamente; ma il metallo seguiva tutti i movimenti, serrando sempre saldamente la punta che lo aveva attraversato, senza aprire alcuno spiraglio.
Scimmiotto gridò: "Così non ce la facciamo. Mi dispiace, ma ti dovrò fare un lavoretto da dentista."
Il grande santo riprese i suoi trapani, perforò la punta del corno ricavandone una minuscola cavità e ci si infilò, dopo aver preso dimensioni molto minori di quelle di un grano di senape. Quindi gridò: "Ora estrai il corno!"
La costellazione dovette fare uno sforzo terribile; quando la punta del corno si sconficcò finalmente dai cembali, essa finì gambe all'aria e cadde per terra, dove restò seduta e affranta per un bel pezzo.
Scimmiotto sgusciò fuori dalla cavità, riprese le sue normali dimensioni e impugnò la sbarra con tutte le sue energie. Il colpo che abbatté sui cembali diede un clangore assordante, come se battesse un gong alto come una montagna. Che peccato! L'insigne strumento della casa del Buddha volò in mille pezzi.
Alle costellazioni e alle altre divinità presenti, quel rumore fece rizzare tutti i capelli che avevano in capo. I mostri, strappati dal sonno, corsero fuori come impazziti, infilandosi gli abiti, impugnando le armi, battendo i tamburi. Mentre l'alba spuntava, si riunirono ai piedi della terrazza e videro Scimmiotto e le costellazioni intorno ai resti dei cembali spezzati. Il loro capo gridò: "Ragazzi, chiudete le porte e non fate uscire nessuno!"
Scimmiotto balzò in cielo per riaccompagnare le costellazioni al loro posto. Intanto il re diavolo dovette ingoiare la rabbia che aveva in corpo: fece raccogliere i frammenti metallici, schierò le truppe per sbarrare le porte del monastero e si armò di tutto punto, impugnando un bastone corto e flessibile guarnito di denti di lupo. Quindi avanzò a sfidare Scimmiotto: "Un valoroso non se ne vola via. Vieni giù e accordami uno scontro in tre riprese."
Il Novizio non poté resistere al desiderio di esaminarlo da vicino e ridiscese; le costellazioni che erano con lui lo seguirono. L'avversario aveva
una capigliatura arruffata, trattenuta da un sottile cerchio d'oro. Occhi brillanti sotto biondi sopraccigli corrugati, naso pendente dalle larghe narici, grande bocca quadrata dai denti aguzzi.
Indossava una cotta di maglia metallica serrata alla vita da una cintura di seta; calzava morbidi stivali di cuoio e impugnava il suo bastone con denti di lupo.
Benché simile a un uomo, c'era nel suo aspetto qualcosa di ferino.
Scimmiotto brandì la sua sbarra e urlò: "Che specie di mostro sei? Dove hai preso l'impudenza di farti passare per il Buddha e di imitare il Colpo di Tuono?"
"Lo sapevo, macaco, che non mi conoscevi: altrimenti non avresti corso il rischio di violare il mio territorio. Questo è il piccolo paradiso dell'Ovest. L'ho avuto in dono dal cielo quando, dopo lunga pratica, ho conseguito il giusto frutto. Sono il buddha dei Sopraccigli Biondi; questa gente non lo sa, e mi chiama semplicemente mahârâja dei Sopraccigli Biondi. Da un pezzo ero informato del vostro viaggio e delle tue prodezze. Ho suscitato questo miraggio per attirarvi qui, perché mi voglio misurare con te. Se mi vinci vi lascerò andare; altrimenti vi ucciderò e andrò io dal Beato a chiedere le scritture, per acquistare il merito di riportarle in Cina."
"Sei un chiacchierone" commentò Scimmiotto con un sorriso beffardo. "Se la tua intenzione è di batterti, le parole sono inutili. In guardia!"
Il re diavolo parò il primo colpo, e incominciò la battaglia.
Entrambi sono armati di bastone, ma quelle armi sono ben diverse: l'una, della casa del Buddha, è corta e flessibile; l'altra, dal fondo del mare, è lunga e rigida. Sono entrambi grandi esperti di trasformazioni: chi vincerà? Bastone con denti di lupo o sbarra cerchiata d'oro?
Lo scontro tra scimmia e diavolo, di equivalente forza e abilità, non nasce da un capriccio. Il saggio macaco, divenuto scimmia dello spirito, difende la legge; mentre la spudorata creatura, con le sue imposture, si fa beffe del cielo.
Sono entrambi furenti e spietati, decisi ad arrivare fino in fondo. Fumano da oscurare il sole, sputano nebbie da coprirne tutta la montagna. I bastoni mulinano senza requie: si scontrano per la vita e per la morte a causa di Tripitaka.
Dopo cinquanta scontri, l'esito era ancora incerto. I mostri avevano continuato a lanciare grida di incoraggiamento, battendo gong e tamburi e agitando bandiere. Ma a un tratto le truppe celesti si fecero avanti, gettarono un grido di guerra e circondarono i combattenti; la loro avanzata gelò il sangue nelle vene delle truppe diaboliche, che si zittirono.
Il vecchio diavolo, tuttavia, non se la diede per inteso. Mentre con una mano teneva tutti quanti in rispetto maneggiando il suo bastone, con l'altra levò dalla cintura un sacchetto di tela bianca e lo gettò in aria: si udì un sibilo, e Scimmiotto, le ventotto costellazioni e i rivelatori dei cinque orienti vi furono aspirati.
Quando il sacco fu pieno, il diavolo lo raccolse e se lo portò in casa, seguito dalla folla trionfante dei suoi mostriciattoli. Si fece portare cinquanta lunghezze di corde di canapa, aprì il sacco, ne cavò uno ad uno i prigionieri e li legò accuratamente: loro sentivano le ossa indolenzite, i muscoli pieni di crampi, la pelle molle e rugosa. Man mano che venivano legati, erano portati in un magazzino sul retro e gettati al suolo, uno sull'altro in un gran mucchio. Poi il re diavolo fece disporre un banchetto: si trincò allegramente dall'alba al tramonto, e infine si andò a dormire.
Nella notte che seguì, dentro la stanza dove tutti i prigionieri giacevano ammucchiati si udivano singhiozzi disperati. Scimmiotto riconobbe la voce di Tripitaka, che gemeva: "O Consapevole del Vuoto!
Non diedi retta, ed ora amaramente
Me ne pento. Ho portato a perdizione
Te nei cembali d'oro, e tutti noi
Legati qui come pacchi postali
Che, temo, non saranno mai inoltrati."
Scimmiotto si commosse: "Come al solito non mi ha dato retta al momento giusto, ma almeno gli dispiace e pensa anche a me. Approfitterò di questo momento tranquillo, in cui i mostri dormono e non badano a noi, per liberarlo."
Il grande santo si rimpicciolì, finché poté scivolare fuori dalle corde che lo legavano e si avvicinò al monaco cinese. Mormorò: "Maestro!"
Il reverendo riconobbe la voce ed esclamò: "Come hai potuto liberarti e venir qui?"
Scimmiotto lo aggiornò sottovoce sugli ultimi avvenimenti.
"Discepolo mio" gli disse Tripitaka confortato, "liberami subito! In futuro non sarò più testardo, ti darò sempre ascolto."
Scimmiotto si mise alacremente all'opera e sciolse i legami di tutta la compagnia. Poi andò a prendere il cavallo e li invitò a fuggire. Li accompagnò al portone e volle tornare indietro e raccogliere i bagagli.
"Dài più importanza alle cose che alle persone!" esclamò indignato Kang, il drago del metallo. "Hai liberato il tuo maestro: che ti importa dei bagagli?"
"Non è vero che dia più importanza alle cose; gli abiti e la ciotola delle elemosine servono appunto alle persone. Nelle sacche ci sono i nostri documenti, il kasâya e la ciotola d'oro; questi ultimi sono doni del Buddha: non voglio certo lasciarli per strada."
"Vai, fratello" disse Porcellino. "Noi ci incamminiamo e ti aspetteremo lungo il cammino."
Le costellazioni circondarono il monaco cinese e, utilizzando tutte insieme la magia del rapimento, lo sollevarono con un colpo di vento e lo portarono a qualche distanza oltre il recinto. I pellegrini e i loro accompagnatori scesero il pendio della montagna e, quando giunsero al piano, si fermarono per aspettare Scimmiotto.
Era circa mezzanotte, quando Scimmiotto si avviò per introdursi a passi felpati nel monastero. Tutte le porte erano chiuse, e anche le finestre (come poté constatare arrampicandosi al primo piano) erano accuratamente serrate. Non era il caso di forzarle, per non far rumore. Si trasformò quindi in topo di immortali o, come volgarmente si chiama, in pipistrello. Che aspetto aveva? chiederete.
Un capino appuntito
Con occhietti brillanti
Proprio da topolino.
Ma le grandi ali nere
Battono nella notte
A caccia di zanzare.
Un interstizio fra le tegole e le sporgenze delle travi gli consentì di entrare. Esplorò l'edificio volando sopra le porte, finché scorse qualcosa che baluginava in un abbaino al secondo piano; non era lampada né candela, non aveva il colore delle braci, e non era intermittente com'è il lume delle lucciole. Battendo le ali, si avvicinò a vedere: ed ecco i bagagli. La luce veniva dal kasâya, messo nella sacca senza ripiegarlo e che in parte ne sporgeva; la emettevano agate, coralli, reliquie e perle fosforescenti che lo adornavano.
Scimmiotto riprese il suo aspetto e si caricò tutto sulle spalle. Nella furia, tuttavia, non si assicurò che i bagagli fossero ben legati; così, mentre si muoveva, caddero con un tonfo sul pavimento. Ahimè, ci mancava anche questa! Il vecchio diavolo si svegliò di soprassalto e balzò dal letto gridando: "Attenti, c'è qualcuno in casa!" Tutti si alzavano, accendevano lampade e torce, parlavano, giravano qua e là, esploravano ogni angolo. Qualcuno venne a dire: "Il monaco cinese è scappato!" E un altro: "Sono scappati anche il Novizio e tutti quanti!"
"Bloccate tutte le porte! Emergenza! Bisogna catturarli!"
Scimmiotto non aveva nessuna voglia di restare di nuovo impigliato nella rete: fece una capriola e balzò dalla finestra. Ma dovette abbandonare i bagagli.
Per quanto si cercasse, non si trovò traccia né del monaco cinese né degli altri prigionieri fuggiti. Alla fine, mentre sorgeva l'alba, il mostro uscì alla testa delle sue truppe impugnando il suo bastone, e presto vide le costellazioni, i rivelatori e tutti gli altri, installati ai piedi della montagna e circondati da nuvole di buon augurio.
Tutti sanno quali sono le ventotto case celesti: Kang drago del metallo, Nü pipistrello della terra, Fang coniglio del sole, Xin volpe della luna, Wei tigre del fuoco, Ji leopardo dell'acqua, Dou unicorno del bosco, Niu toro del metallo, Di tasso della terra, Xu ratto del sole, Wei rondine della luna, Shi porco del fuoco, Bi porcospino dell'acqua, Kui lupo del bosco, Lou cane del metallo, Wei maiale della terra, Mao gallo del sole, Bi corvo della luna, Zu scimmia del fuoco, Shen gibbone dell'acqua, Jing iena del bosco, Gui montone del metallo, Liu daino della terra, Xing cavallo del sole, Zhang cervo della luna, Yi serpente del fuoco, Zhen verme dell'acqua e Jué caimano del bosco.
Quando il re diavolo vide quelle divinità tutte insieme, gridò con una risata sarcastica: "Dove credevate di scappare?". Emise un soffio, e in un attimo fece apparire quattro o cinquemila mostri dagli aspetti più vari, uno più robusto dell'altro.
"Fratelli, ecco le creature malefiche che ci vengono addosso!" avvertì la costellazione Jué caimano del bosco. Si scatenò una mischia tremenda; solo Tripitaka e il suo cavallo bianco restavano inoperosi ai margini di quel bailamme. Che battaglia!
Che può fare natura, in sé dolce e pacifica, contro la perversa malignità del demonio che la tormenta? Nessuno stratagemma può evitare tante sofferenze. Gli dèi e i santi portano aiuto. Se Madre del legno mostra qualche incertezza, Donna gialla combatte decisa.
Nella mischia che spaventa il cielo e fa tremare la terra, si stendono le reti. Là si agitano le bandiere e si gettano grida di guerra; qui risuonano i gong e rullano i tamburi. Lance e sciabole si oppongono in ranghi serrati; un soffio mortale sibila sulle masse contrapposte delle spade e delle alabarde. Che possono fare i soldati celesti contro il brutale valore delle truppe dei mostri? Nubi d'angoscia nascondono sole e luna, una caligine crudele si stende sul paesaggio. Lotta accanita intorno a Tripitaka che vuole recarsi dal Buddha.
Le truppe del mostro combattevano con crescente ferocia e la battaglia era indecisa, quando risuonò il grido di Scimmiotto: "Eccomi qua!"
Porcellino gli chiese: "Dove sono i bagagli?"
"Non me ne parlare; per poco non ci ho rimesso la pelle."
"Non state a chiacchierare, voialtri; venite a menar le mani!" intervenne Sabbioso.
Mentre gli dèi erano stretti in difesa, accerchiati dai mostri, il re diavolo venne ad attaccare i tre condiscepoli. Essi sostennero i suoi assalti fino a sera, ma senza riuscire a vincerlo. La battaglia durò finché l'astro del giorno tramontò dietro la montagna e quello della notte si levò dall'est.
Vista l'ora tarda, il mostro fischiò per far ritirare le sue truppe e portò la mano alla cintura. Scimmiotto si accorse che afferrava il suo sacchetto bianco.
"Via! Si mette male!" gridò il Novizio. E fece un balzo fino al nono cielo.
Porcellino, Sabbioso e tutti gli altri non compresero in tempo l'avvertimento, e si trovarono di nuovo tutti quanti aspirati; solo Scimmiotto era riuscito a fuggire. Il re diavolo ritornò al monastero con i suoi, e ancora una volta fece portare corde per legare i prigionieri. Tripitaka, Porcellino e Sabbioso furono appesi a una trave; il cavallo bianco fu legato nella scuderia. Gli dèi furono stipati dentro la fornace dei mattoni, che venne accuratamente tappata.
Scimmiotto aveva osservato i movimenti dall'alto, e ridiscese dal cielo sulla cima della montagna. Digrignava i denti e versava lacrime: "Maestro!" si lamentava. "Quante dovete averne combinate nelle vostre esistenze anteriori, per trovarvi in questa vita a incappare nei malvagi a ogni passo! Come fare a cavarvi da tutti questi guai?"
Restò a lungo a sospirare, prima di ritrovare la calma dello spirito e di mettersi a riflettere: "Mi chiedo che cosa sia quel sacchetto dalle straordinarie capacità. Per combatterlo devo chiedere altri aiuti, ma non voglio farmi rimproverare dall'Imperatore di Giada, che ha già mandato le costellazioni. Mi rivolgerò a Zhenwu, il reverendo Ammazza Diavoli del Monte Wudang: chiederò a lui di venire a liberare il maestro da questa prova."
È il caso di ricordarlo:
Via incompiuta:
Si disperdon la scimmia ed il cavallo.
Spirito senza controllo:
Tutti i cinque elementi si avvizziscono.
Se poi non sapete, in fin dei conti, come andò a finire, ascoltate il seguito.