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067 IL SENTIERO DEI CACHI MARCI · IN CUI LA NATURA MEDITANTE SI COMPIACE DEL SALVATAGGIO DI TUOLUO, E IL CUORE DELLA VIA SI PURIFICA SFUGGENDO ALLA CONTAMINAZIONE.

Lasciato il falso paradiso dell'Ovest, i quattro pellegrini proseguirono allegri per la loro strada. Un mese dopo, ormai nel cuore della primavera, si ritrovarono al crepuscolo fra boschi e giardini fioriti, mentre il cielo si incupiva e il vento sferzava la pioggia.

"Discepoli" disse Tripitaka tirando le redini, "si fa tardi e il tempo è cattivo: dove troveremo riparo?"

"Anche se non trovassimo alloggio per la notte" rispose ridendo Scimmiotto, "non ci mancano le risorse: alla peggio Porcellino raccoglierà erba per i giacigli e Sabbioso abbatterà qualche pino. Io mi candido come carpentiere: vi costruirò una capanna sul ciglio della strada, abbastanza comoda da trascorrervi un anno, se volessimo."

"Lascia stare, fratello" replicò Porcellino. "Questo non è il posto adatto: di sicuro è infestato da lupi e fiere, e magari ci bazzicano lamie e gnomi. C'è da guardarsi le spalle di giorno; figurati i rischi che si corrono di notte."

"Bestione mio" lo stuzzicò Scimmiotto, "ogni giorno che passa diventi più poltrone. Non per vantarmi: col mio bastone in mano, cadesse il cielo, mi sentirei di rimetterlo in sesto."

Mentre chiacchieravano, giunsero in vista di un villaggio. "Siamo a posto!" esclamò Scimmiotto. "Ecco là il nostro alloggio."

"Dove?" chiese il reverendo.

"Non vedete? Là, al margine di quel boschetto" fece il Novizio additando un'abitazione. "Chiederemo riparo per la notte e ripartiremo domattina."

Il reverendo spronò lieto il cavallo e ne smontò quando giunse al cancello del recinto, che era saldamente sbarrato. "Aprite! Aprite!" gridò Tripitaka bussando.

Venne ad aprire un vecchio appoggiato al bastone, vestito di tela greggia, con sandali di paglia e un turbante nero in capo: "Chi fa tutto questo chiasso?"

Tripitaka lo salutò inchinandosi e giungendo le mani sul petto: "Onorevole donatore, questo povero monaco, vostro servitore, è stato inviato dalle terre dell'Est in cerca dei sutra nel Paradiso dell'Ovest. Passando per il vostro stimato paese mentre scende la sera, mi permetto di formular voti perché ci diate riparo per la notte nella vostra nobile residenza. Oso sperare che non vi recheremo disturbo."

"Volete andare a ovest, bonzo? Non raggiungerete mai la vostra meta. Siete nella regione del paradiso minore dell'Ovest; quello maggiore è lontanissimo, e la strada è impraticabile. Non vi sarà facile nemmeno uscire da questa zona."

"Perché mai?"

"Trenta li a ovest del villaggio vi imbatterete nel Sentiero dei Cachi Marci e nel Monte delle Sette Perfezioni."

"Perché si chiama in quel modo?"

"Il nome è dovuto al fatto che il monte è coperto di alberi di cachi; è molto grande: per giungere alla pianura sull'altro versante bisogna percorrere ottocento li. Come dicono gli antichi, il cachi possiede appunto sette perfezioni: raggiunge un'età veneranda; ha la chioma ombrosa; gli uccelli non vi fanno il nido; i parassiti non lo attaccano; le sue foglie sono molto belle sotto la brina; i suoi frutti sono superbi; le sue fronde sono ricche e folte. La montagna è poco frequentata, perché la regione è molto vasta e gli abitanti sono sparsi. Perciò quando i frutti sono maturi nessuno li coglie; essi cadono sul sentiero incassato tra le rocce e vi restano a marcire. Sono una tale quantità che formano un enorme strato di fanghiglia e mandano un lezzo pestilenziale: in confronto, la puzza dei cessi sembra gradevole. Se per il momento non lo sentite, e solo perché fortunatamente sta soffiando vento di sud est."

Tripitaka se ne stava mogio e spaventato. Scimmiotto non si trattenne: "Vecchio rimbambito! Noi veniamo a chiederti ospitalità, e tu cerchi di farci paura. Se la tua baracca è troppo piccola per ospitarci, dillo, e ce ne andremo a dormire sotto un albero. Che bisogno hai di raccontarci frottole?"

Il vecchio guardò quella brutta faccia e per un momento restò interdetto; poi prese coraggio, gli puntò contro il bastone e grugnì: "Guardate quella faccia scarnita con il naso schiacciato, piena di peli fino agli occhi; quel brutto fantasma impestato. Osa mancarmi di rispetto, si permette di sbraitarmi contro. Se la prende con me: un vecchio!"

"Caro vecchio signore" riprese Scimmiotto con un sorriso a denti stretti, "voi non avete le pupille in mezzo agli occhi: mi date del fantasma impestato, e non vi rendete conto di chi sono io. I fisionomisti dicono: viso bizzarro è roccia che racchiude giada. Se uno giudica la gente dall'aspetto, può prendere delle grosse cantonate. Lo so che sono brutto, ma ho altre qualità."

"Tu chi sei? Di che qualità ti vanti, se è lecito saperlo?"

Scimmiotto si mise a ridere: "Io?

Vengo dall'Est; sul Monte Fiori e Frutti

Nacqui. Da buon maestro appresi l'arti

Marziali, a me ben note in ogni aspetto.

So rivoltare il mare, batter draghi,

Scacciare il sole e sollevar montagne.

Son specialista nella caccia ai diavoli.

Se occorre, sposto le costellazioni.

In cielo e in terra è temuta la scimmia

Che si sa trasformare in mille modi."

Il malumore del vecchio lasciò subito posto alla gioia. Divenne persino gentile, e s'inchinò dicendo: "Signori, vi prego, entrate nella mia umile capanna e mettetevi a vostro agio."

I quattro pellegrini fecero il loro ingresso con cavallo e bagagli. Rovi spinosi circondavano la corte e coprivano il muro in cui si apriva l'ingresso della cinta interna; superato il quale videro la casa, dal tetto di tegole a tre campate. Il vecchio li introdusse, spinse delle seggiole verso di loro e ordinò di servire il tè e di preparare il pranzo. Poco dopo si misero a tavola, dove furono serviti molti piatti: glutine di grano, formaggio di soia, patate dolci, radici bianche, senape, rape, riso profumato e zuppa piccante alla malva. Di che nutrire a sazietà maestro e discepoli.

Alla fine, Porcellino prese in disparte Scimmiotto e gli bisbigliò: "Perché credi che il vecchio ci abbia offerto questo festino, mentre all'inizio aveva l'aria di non volerci nemmeno ospitare?"

"Non mi pare che abbia fatto niente di speciale" rispose il Novizio. "Domani gli chiederò io di procurarci dieci specie di frutta e dieci di verdure."

"Sei un bello sfacciato! Devo ammettere che il tuo atteggiamento da sbruffone ci ha procurato una scorpacciata. Ma domani ce ne andremo: che cosa ci guadagnerai a essere di nuovo maltrattato?"

"Sta tranquillo, ci so fare più di quello che sembra."

Poiché ormai faceva buio, il vecchio fece portare le lampade.

"Potrei conoscere il vostro onorevole nome?" chiese inchinandosi il Novizio.

"Mi chiamo Li."

"Questo sarà dunque il villaggio dei Li."

"No, è il villaggio di Tuoluo, in cui vivono più di cinquecento famiglie. I patronimici sono tanti; io solo mi chiamo Li."

"Caro donatore Li, quale buona idea vi ha spinto a offrirci questo pranzo sontuoso?"

Il vecchio si alzò per dichiarare: "Avete detto di essere esperti nella caccia alle creature malefiche. Qui ce n'è una: se voleste darvi la pena di sbarazzarcene, sapremmo dimostrarvi la nostra gratitudine."

"Mille grazie dell'incarico" rispose Scimmiotto con una riverenza.

"Guardatelo un po'!" esclamò Porcellino. "È sempre in cerca di guai. Basta che qualcuno gli parli di mostri, e subito lo festeggia come un parente."

"Saggio fratello, la mia riverenza significa consenso. L'affare è concluso, non occorre che il vecchio cerchi altri fornitori."

"Questa scimmia pensa solo a sé stessa" intervenne Tripitaka. "E se il mostro avesse poteri più grandi dei tuoi e tu non lo potessi catturare, non avresti forse mentito? E noi monaci non abbiamo fatto voto di non mentire mai?"

"Maestro" rispose ridendo Scimmiotto, "prima di rimproverarmi, aspettate di saperne di più."

"Che cosa vi occorre sapere?" chiese il vecchio.

"Il vostro nobile territorio è una grande regione pianeggiante e popolosa, non un angolo sperduto fra le montagne. Che specie di mostro si è azzardato a stabilirsi qui?"

"Dovete sapere" raccontò il vecchio, "che nel passato in effetti questo era il posto più quieto del mondo. Ma tre anni fa, nella terza luna, si alzò all'improvviso un gran colpo di vento. Noi eravamo occupati ciascuno negli affari suoi: chi trebbiava il grano, chi trapiantava il riso. Pensammo che fosse il maltempo. Invece era un mostro che ci rubò vacche e cavalli al pascolo, rapì montoni e maiali, ingoiò in un boccone oche e polli; e mangiò vive tutte le persone che incontrava sul suo cammino. Da quella volta il mostro è ritornato spesso a far preda. Reverendo, se ne siete capace, sbarazzateci di questa sciagura. Potrete contare sulla nostra gratitudine e sul nostro profondo rispetto."

"Non sarà tanto facile" obiettò Scimmiotto.

"Difficilissimo!" fece coro Porcellino. "Non se ne fa nulla. Non è roba per noi, poveri monaci vaganti, che chiediamo solo un riparo per la notte e domattina ce ne andremo."

"Siete i soliti monaci scrocconi" brontolò il vecchio. "Un momento fa spostavano le stelle e cacciavano i diavoli. Poi, visto che c'è bisogno di loro, non sanno più far niente."

"Vecchio mio" disse Scimmiotto, "bisognerebbe che la gente del posto fosse solidale."

"Che cosa vi fa pensare che non lo sia?"

"Sopportate il danno da tre anni in qua: chissà quante perdite avete subito. Eppure, in cinquecento famiglie, non siete stati capaci di mettere insieme cinquecento tael per far venire un buon esorcista."

"Magari fosse questione di soldi! Volete proprio farci morire di vergogna. Ogni famiglia ha speso i suoi quattro o cinque tael. Due anni fa avevamo trovato un monaco che doveva catturare il mostro, ma non ci riuscì."

"Raccontatemi il suo modo di procedere."

"Era un monaco del sangha e portava il kasâya. Prima recitò il sutra del Pavone e quello della Buona Legge. Bruciò incenso e agitò la campana. Il mostro si irritò, apparve nel villaggio, fra vento e nuvole, e venne a combattere il monaco. Quel bonzo sapeva solo chiacchierare. Quando il mostro se ne andò, lo lasciò a terra con la pelata spaccata nel mezzo, come un melone maturo."

"Ebbe il fatto suo" sghignazzò Scimmiotto.

"Lui ci perse la vita, che valeva poco; ma lasciò grossi debiti a noi. Dovemmo comprare la bara e pagare i funerali. Poi il suo discepolo volle essere risarcito: gli abbiamo dato un mucchio di soldi, ma ancor oggi non è contento e minaccia di farci causa."

"Fu l'unico tentativo?"

"L'anno scorso ci riprovammo con un prete taoista."

"Come andò?"

"Con il daoshi? Arrivò con una tiara d'oro in testa, il vestito con il collare, acqua magica alla mano; batteva le sue tavolette per costringere gli dèi a catturare il mostro. Si alzò un uragano e venne avanti una forma di nebbia spessa e scura, che si gettò addosso al prete. Combatterono tutto il giorno; noi ci eravamo rintanati per lo spavento. Infine il cielo si schiarì e noi uscimmo a vedere. Trovammo il prete annegato nel torrente; quando lo tirammo su, non era altro che il cadavere di una gallina, tutto zuppo d'acqua."

Il Novizio si divertiva un mondo: "Un altro che ebbe il fatto suo."

"Anche questa volta ci furono un sacco di spese e di danni da risarcire."

"Non importa, non vi date pensiero. Questa sarà la volta buona."

"Se davvero siete capaci di liberarci, inviterò gli anziani del villaggio a firmare un contratto con voi: se riuscite, avrete come ricompensa la somma che chiederete, non un soldo di meno. Se non riuscite, saremo indenni da qualunque responsabilità: carta canta."

"Siete rimasti scottati due volte" esclamò ridendo Scimmiotto. "Ma state tranquillo: noi non siamo persone di quel tipo. Andate pure a chiamare gli anziani, se volete."

Il vecchio, tutto contento, mandò subito un garzone a invitare il vicino di destra e quello di sinistra, il cugino, il cognato, alcuni parenti e amici. Vennero otto o nove persone. Fatte le presentazioni, si parlò della cattura del mostro.

"Quale degli eminenti discepoli se ne incaricherà?" chiesero.

"Ci penserà l'umile bonzo che vedete" rispose Scimmiotto incrociando le mani.

"Non è possibile!" gridarono quelli. "Si tratta di una creatura gigantesca, fornita di grandi poteri; mentre questo reverendo è così piccolo e sparuto, che tutto intero non basterebbe a otturargli un dente."

"Non avete occhio, cari signori" replicò Scimmiotto con aria canzonatrice. "Sono piccolo, ma piuttosto robusto. Sono di quelli che hanno bevuto l'acqua della macina, e così hanno imparato a macinare."

Gli anziani si inchinarono: "Qual'è il vostro prezzo, reverendo?"

"Non parliamo di ricompense. Dice l'adagio: parli d'oro, e ti stordisci; dell'argento, e ti abbrutisci; di sapeche, e imputridisci. Siamo monaci cui importa accumulare solo meriti; i soldi non ci interessano."

"A quanto pare, siete proprio monaci eminenti che osservano i comandamenti. Ma non possiamo chiedervi di aiutarci senza corrispettivo. Noi viviamo delle risorse della terra. Poiché non volete denaro, se ci sbarazzate di quella bestia impura e liberate il paese, ogni famiglia vi darà due mu di buona terra. Ne metterete insieme mille mu e potrete costruirci un monastero, installarvi maestro e discepoli, e praticare la meditazione invece di andar vagabondi."

"Peggio che mai" disse Scimmiotto scoppiando a ridere. "Non parliamo di terra! Vorrebbe dire allevare cavalli, lavorare la campagna, mietere grano e fieno, coricarsi a notte avanzata e alzarsi all'alba. Ci sarebbe da crepare di noia."

"E allora che cosa possiamo darvi?"

"Per noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie, basterà una tazza di tè e un pasto di magro."

"Niente di più facile. E come contate di fare?"

"Quando quella bestia si farà vedere, l'acchiapperò."

"Ma è una creatura gigantesca! È alta dalla terra al cielo, arriva con l'uragano e riparte nella nebbia. Come vi avvicinerete a lei?"

"Non stiamo a discutere" rispose Scimmiotto ridendo. "Io cavalco vento e nuvole; per quanto grande sia, so il modo di metterla sotto."

Mentre conversavano, sibilò il vento. Gli anziani tremarono come foglie e balbettarono: "Questo bonzo ha sulla bocca il sale della maledizione. Parla del mostro, e subito compare."

Il vecchio Li aprì una porticina segreta e gridò ai parenti e a Tripitaka: "Presto, entrate nel rifugio, arriva il mostro!"

Nel panico generale, Porcellino e Sabbioso si avviavano con gli altri. Ma Scimmiotto li afferrò per il collo: "Siete matti? Vi dimenticate che i monaci non devono entrare nelle stanze interne delle case? Voi mi fate compagnia: si va nella corte a vedere di che cosa si tratta."

"Fratello" protestò Porcellino, "a pagare il conto per scoprire di che cosa si tratta ha già provveduto questa gente. Se si alza il vento, arriva il mostro; non c'è altro da sapere. Se loro vanno a nascondersi, perché noi, che siamo degli estranei, ci dovremmo esporre?"

Ma Scimmiotto non lo ascoltava nemmeno; senza mollare la presa, se li portò tutti e due nella corte. Che vento soffiava!

Abbatte piante, riempie di terrore

Persino i lupi. Mette sottosopra

Mari e fiumi, sconvolge fin le rocce

Del Monte Hua, scuotendo l'universo.

I paesani si barricano in casa,

I ragazzi si coprono la testa.

Tutto il mondo è piombato nelle tenebre,

Cupe nubi ricoprono le stelle.

Porcellino si lasciò cadere tremante e infilò il grugno nel terriccio. Sabbioso non osava aprire gli occhi. Scimmiotto annusava l'aria, alla ricerca di elementi di giudizio. In breve l'uragano cessò e si videro nello spazio due deboli luci.

"Ragazzi, il vento ha smesso" disse Scimmiotto. "Tiratevi su e guardate."

Il bestione sollevò il grugno, ne scosse la terra e guardò in alto. Quando vide quelle luci, disse ridacchiando: "Sembra un tipo beneducato, questo mostro; dovremmo farcelo amico."

"Come fai a dirlo, se non si vede niente in questo buio pesto?" chiese Sabbioso.

"Ricordati il detto degli antichi: di notte cammina a lume di candela; senza candele, vattene a letto(56). Il mostro lo sa, e cammina a lume di candela."

"Non si tratta di candele; quelli sono occhi che brillano."

"Santo cielo!" esclamò il bestione rattrappito dalla paura, tanto che la sua statura scese di tre pollici. "Se ha occhi di quelle dimensioni, chissà com'è grande la bocca."

"Non siate fifoni, saggi fratelli" disse Scimmiotto. "Vado su a vedere chi è, e qual'è il suo umore."

"Fratello" balbettò Porcellino, "non dirgli che noi siamo qui."

Il bravo Scimmiotto balzò per aria con un sibilo, impugnando la sbarra di ferro, e gridò a squarciagola: "Arrivo! Eccomi qua."

Quando lo scorse, la creatura si mise a danzare agitando una lunga lancia. Il Novizio chiese: "Chi sei? Dove abiti?" Ma quello bilanciava la sua lancia e non faceva motto. Le domande furono ripetute, sempre senza risposta.

"Sembra sordomuto" si disse Scimmiotto ridendo fra sé. "Proviamo a tastarlo un po'."

Il mostro parava i colpi con la lancia e non mostrava la minima paura. Lo scontro continuò fino a mezzanotte senza vincitore né vinto. Porcellino e Sabbioso lo seguivano dalla corte dei Li: la creatura non mostrava alcuna velleità aggressiva; si limitava a parare la sbarra di Scimmiotto, che era costantemente a un pelo dalla sua testa.

"Sabbioso" disse Porcellino, "tu resta qui a far la guardia. Non sembra un mostro molto pericoloso. Io salgo un momento a dare una mano, altrimenti quella scimmia, come al solito, si prenderà tutto il merito."

Il bestione balzò sulle nuvole e cercò di colpire con il suo rastrello, ma il mostro gli oppose una seconda lancia. Quelle punte di lancia brillavano qua e là come lampi. Porcellino era ammirato: "Che tipo in gamba! Non è lo stile dietro la montagna, e neppure la treccia di seta. Non mi pare nemmeno lo stile dei Ma. Si potrebbe chiamare l'asta invisibile."

"Che cosa blateri, bestia? Non l'ho mai sentita, l'asta invisibile."

"Vedi anche tu che si serve soltanto delle punte delle lance. Le aste dove le ha nascoste?"

"Magari sarà l'asta invisibile" concesse Scimmiotto. "Questa creatura non sa dire una parola. Penso che non sappia ancora prendere forma umana e sia dominata dagli umori infernali. Ho paura che, quando si leverà il sole e prevarrà l'influsso dello yang, correrà a nascondersi. Non dobbiamo farcela scappare."

"Hai ragione" approvò Porcellino.

Ripresero ad attaccare e continuarono per un pezzo, finché il cielo si rischiarò: a quel punto la creatura volse le spalle e fuggì. Scimmiotto e Porcellino si gettarono all'inseguimento, ma ben presto uno spaventoso fetore di corruzione li trattenne: era il Sentiero dei Cachi Marci.

"Chi è venuto qui a svuotare le sue latrine?" brontolò Porcellino. "C'è un puzzo insopportabile!"

"Bada al mostro! Sbrigati!" gridò Scimmiotto turandosi il naso.

La creatura stava scivolando sull'altro versante della montagna e riprendeva la sua vera forma: si trattava di un gigantesco pitone a scaglie rosse. Guardate:

Brillan negli occhi le stelle dell'alba,

Dalla bocca la bruma del mattino

Esce a gran fiotti, tra le file aguzze

Dei suoi denti d'acciaio. Grandi artigli

Incurvati e taglienti. Sopra il capo

Reca uno strano corno, come fosse

D'agata risplendente. Il lungo corpo

È maculato dalle scaglie rosse.

Quando lo vedi acciambellato al suolo

Ti sembra una coperta di broccato;

Quando vola nel cielo, arcobaleno.

Si riposa in quel lezzo insopportabile,

E rosse nubi intorno lo circondano.

Quanto è grosso? È un gigante, da nascondere

Il tuo compagno che è dall'altra parte.

Quanto è lungo? Il suo corpo, se disteso,

Da nord a sud traversa tutto il monte.

"Dunque si trattava di un serpentone" esclamò Porcellino. "Certo, per saziare quel corpaccio, non basterebbero cinquecento persone a pasto."

"Ecco spiegata l'asta invisibile: parava i colpi con la lingua bifida." aggiunse Scimmiotto. "La corsa lo ha spossato; approfittiamone per attaccarlo alle spalle."

Porcellino si fece avanti e menò un fendente con il suo rastrello. La creatura si precipitò in un buco del terreno, infilandosi a testa in giù. Porcellino lasciò cadere il rastrello, afferrò la lunga coda prima che scomparisse e tirò con tutte le sue forze: "L'ho preso, l'ho preso!". Ma, per quanto tirasse, non lo smuoveva di un dito.

"Dài, bestione, lascialo andare!" rise Scimmiotto. "Ci penso io. Non si dà la caccia ai serpenti tirandoli per la coda."

Porcellino lasciò la presa, e la coda scomparve nel buco.

"Lo tenevo in mano, tutto sommato ne avevo già catturato un bel pezzo" si lagnò Porcellino. "Adesso chi lo fa uscire da lì? Il gioco col serpente è finito."

"La bestia è grossa e il buco è stretto. Non si può rigirare, lì dentro: può solo andare avanti. Di sicuro ci sarà un'uscita: tu devi trovarla e bloccarla. Io intanto andrò all'assalto dell'ingresso principale."

Il bestione corse sull'altro versante della montagna, scoprì un buco e lo turò con il piede; mentre Scimmiotto, nel punto in cui il serpente era scomparso, scavava alacremente. Il serpente sbucò dalla tana con tanto slancio che colse Porcellino di sorpresa; e con un colpo di coda lo stese a terra dolorante. Scimmiotto, che non trovava nulla, corse dall'altra parte e gridò a Porcellino di mettersi all'inseguimento. Il bestione, vergognoso, si tirò su e si mise a battere colpi di rastrello tutto intorno sull'erba.

"Cosa fai?" gridò il Novizio ridendo come un matto. "Che ti prende? Il serpente se n'è andato."

"Seguo il detto: battere l'erba per scacciare il serpente."

"Sei un bel cretino. Sbrigati, lo dobbiamo inseguire."

Attraversarono di gran corsa un crepaccio, e di colpo se lo trovarono di fronte, acciambellato ma con la testa eretta e la gola spalancata per ingoiarli. Porcellino, spaventato, si fermò; Scimmiotto continuò la corsa e finì dritto dentro la bocca spalancata. Il serpente lo inghiottì in un boccone, mentre Porcellino si disperava e si batteva il petto: "Ahimè, fratello, ti ha preso!"

Dal ventre della creatura, la voce soffocata di Scimmiotto gridò: "Non preoccuparti! Il gioco col serpente non è finito: ora gli faccio fare il ponte." In effetti il mostro curvò la schiena e assunse la forma dell'arcobaleno.

"L'aspetto del ponte ce l'ha" concesse Porcellino. "Ma vorrei sapere chi si arrischierebbe a salirci sopra."

"Adesso farà la barca. Guarda!" E mise di traverso la sua sbarra di ferro, spingendogli il ventre verso terra; con la testa drizzata, il povero mostro ricordava una chiatta fluviale.

"Sembra una barca, ma gli manca la vela" scherzò Porcellino.

"Fatti in là: glieli do io i mezzi di utilizzare il vento in poppa!" E gli puntò la sbarra di ferro nella schiena, allungandola di parecchie tese: sembrava l'albero maestro.

La povera bestia, straziata dal dolore, si mise a correre più del vento giù dalla montagna. Dopo una ventina di li, si afflosciò nella polvere: aveva esalato l'ultimo respiro. Porcellino, che le era corso dietro, ne approfittò per batterla ben bene con il rastrello.

Scimmiotto si aprì un passaggio nel fianco del mostro e sbucò all'aperto: "Non vedi che è morto? Perché lo picchi?"

"Fratello, non sapevi che battere i serpenti morti è una mia specialità?"

Riposero le armi, afferrarono il serpente per la coda e ripresero la via di casa.

Al villaggio di Tuoluo, il vecchio Li diceva a Tripitaka: "La notte è trascorsa e i vostri discepoli non si vedono. Di certo sono morti."

"Spero che la situazione non sia tanto grave. Andiamo a vedere."

In quel momento giunsero Scimmiotto e Porcellino, che si trascinavano dietro l'immenso pitone, gridando di fare largo. Tutti fecero festa; giovani e vecchi, uomini e donne, tutto il villaggio si venne a prosternare: "Signori, è proprio il mostro che ci perseguitava. Con la potenza della legge ci avete liberato dalla perversa creatura. Ora potremo vivere in pace."

Tutti manifestavano la loro gratitudine, invitavano i pellegrini nelle loro case e offrivano ricompense.

Maestro e discepoli furono trattenuti per sei o sette giorni, e riuscirono a ripartire solo insistendo con molta fermezza. Poiché non volevano denaro, tutti offrivano provviste e frutta, caricate su cavalli e muli. Dopo il banchetto di addio, li accompagnarono in corteo con bandierine e decorazioni; era un corteo di sette od ottocento persone.

Le manifestazioni di esultanza continuarono per un pezzo, finché si avvicinarono troppo al Sentiero dei Cachi Marci, perché si riuscisse a pensare ad altro che al fetore e alla sporcizia sparsa sul cammino. Tripitaka esclamò: "Consapevole del Vuoto, come faremo ad andare avanti in queste orribili condizioni?"

"Non sembra facile neanche a me" confessò Scimmiotto turandosi il naso.

Tripitaka si mise a piangere, ma il vecchio Li con i suoi compaesani cercò di confortarlo: "Non temete, reverendo; vi abbiamo accompagnato fin qui proprio per aiutarvi. Per ringraziarvi di averci liberati dal flagello che ci opprimeva, vi apriremo una nuova strada."

"Non mi sembra un'idea molto pratica, povero vecchietto" commentò ridendo il Novizio. "Avete detto che la montagna si estende per ottocento li: come pensate di aprire una strada così lunga? Non vi crederete l'impresa stradale di Yu il Grande! Questo è pane per i nostri denti, voi non ci riuscireste mai."

"Perché dici questo, Consapevole del Vuoto?" domandò Tripitaka scendendo dal cavallo.

"Aprire un'altra strada sarebbe più difficile che percorrere quella che c'è: non abbiamo alternative sensate. Il problema che mi pongo sono le risorse alimentari."

"Ma che cosa dite, reverendo?" si indignò il vecchio Li. "Come potete preoccuparvi di risorse alimentari, quando ci siamo qui noi a pensarci?"

"Se è così, ci dovreste preparare due moggi di riso, insieme a pane e gallette cotte al vapore in quantità. Il nostro bonzo dalle larghe orecchie si trasformerà in un maiale gigante e, quando avrà riempito il suo stomaco, ci spazzerà la via con il suo grugno. Noi gli daremo una mano e il maestro ci seguirà a cavallo: vedrete che procederemo spediti."

"Fratello" protestò Porcellino, "perché tutti gli altri se ne lavano le mani, e mi ci devo imbrattare io?"

"Consapevole delle Proprie Capacità" esortò Tripitaka, "devi pensare quanti meriti andranno sul tuo conto, se sarai capace di farci passare di qui."

"Caro maestro e cari donatori" dichiarò sorridendo Porcellino, "scherzi a parte: con le trasformazioni che so fare io, sarei costretto a tirarmi indietro solo se occorresse diventare piccolo, o leggero, o volare. Ma qui serve ingrossare, ed è la mia specialità: posso fare il bufalo, l'elefante, o addirittura la collina. Ma la mia pancia cresce in proporzione, e se non la riempio subito mi ammazza di languore."

"Ci pensiamo noi!" gridarono i paesani. "Ci siamo portati dietro le provviste per offrirvele al momento di separarci. È tutto pronto, e se non basterà ne prepareremo ancora."

Porcellino si levò la tonaca, appoggiò il rastrello e annunciò solennemente: "Al lavoro! Vedrete come so cavarmela, alle prese con le schifezze."

In effetti il bestione fece un passo magico, si diede una scossa e si trasformò in un gigantesco maiale. Eccolo qua:

Quant'è lungo il brutto grugno,

Quant'è grasso quel corpaccio

Ciccioluto in ogni dove!

La cotenna come ferro,

Quelle setole son spade,

Gli zamponi son colonne.

Impressiona la potenza

Dei grugniti, intercalati

Da gentil piagnucolio.

Dopo secoli che gli uomini

Allevar sanno i maiali,

Mai si vide un porcellone

Di una tale dimensione.

Scimmiotto fece subito disporre il cibo e il bestione, senza badare che cosa fosse crudo e che cosa cotto, inghiottì tutto quanto. Appena ebbe finito, incominciò a spazzare la strada con il grugno, mentre il maestro saliva a cavallo e Scimmiotto e Sabbioso si levavano le scarpe. Prima di muoversi, raccomandarono: "Dovreste spedirci lungo la strada altro riso, perché il nostro condiscepolo abbia la forza di continuare."

I paesani che erano venuti a cavallo o sul mulo (circa la metà) ritornarono di corsa al villaggio a preparare riso. Gli altri, venuti a piedi, restarono a guardare i pellegrini che si incamminavano.

Il villaggio distava dalla montagna una trentina di li. Quando il riso fu pronto, i paesani con le loro cavalcature dovettero inseguire a lungo i pellegrini, che camminavano svelti. Riuscirono a raggiungerli solo sul far del giorno: "Ehi, cercatori di scritture! Rallentate il passo, per piacere. Vi portiamo il riso."

In effetti Porcellino era in preda agli spasimi della fame. Si trovò davanti sette od otto moggi di cereali vari, e li ingoiò tutti quanti senza guardare che cosa fossero. A pancia piena, ricominciò a spazzare di buona lena.

I pellegrini ringraziarono e continuarono il cammino.

Scimmiotto abbatte diavoli,

Rimuove Porcellino

Spazzatura di secoli.

I sei coinvolgimenti

Oggi vengono rotti:

Gloria al trono di loto!

Se poi non sapete niente delle tappe successive e delle creature malefiche che le frequentavano, ascoltate il seguito.