Raggiunto il bene, cessata ogni causa,
Giunge la fama ai quattro continenti.
Da luce di sapienza son condotti
Alla riva del cielo, dove nascono
Le nubi. Ivi seduti eternamente
Sopra i troni di diaspro, tutti i buddha
Li attendono. Spezzate il sogno umano
Della farfalla!(57) Cessate! Alla fine
Purificati d'ogni impurità,
Liberi da ogni angoscia ed inquietudine.
Si è narrato come Tripitaka e i suoi, spazzato l'immondo sentiero, poterono proseguire il loro lungo viaggio. Nell'avvicendarsi dei giorni, ritornò la stagione calda.
Mele granate si spaccano al sole,
Foglie di loto come grandi tazze
Verdazzurre, gli uccelli si nascondono
Tra le fronde dei salici. Il viandante
Cerca respiro agitando il ventaglio.
Giunsero in vista di una città circondata da mura e Tripitaka, tirando le redini, disse: "Discepoli, che città sarà quella?"
"Mi meraviglio, maestro" lo stuzzicò Scimmiotto. "La corte vi affida missioni ufficiali; ma voi, a quanto pare, non sapete nemmeno leggere."
"Io faccio il monaco fin dalla prima infanzia e ho studiato a fondo classici e sutra; come ti permetti di insinuare che non saprei leggere?"
"Eppure il nome della città è scritto in tre grandi caratteri sulla bandiera che si vede sventolare sulle mura. Se sapete leggere, perché non leggete?"
"Scimmia maligna!" si adirò Tripitaka. "Soffia il vento; chissà quanto sventola quella bandiera, ammesso che ci sia scritto qualcosa."
"Sono tutte scuse; io leggo benissimo."
"Maestro" intervennero Porcellino e Sabbioso, "non badate alle diavolerie del nostro condiscepolo. A questa distanza, si distinguono appena le mura e i fossati: niente di più piccolo."
"Invece si leggono tre caratteri: Regno di Viola Porpora."
"Dev'essere uno dei regni dell'Ovest in cui dobbiamo presentare il nostro passaporto" concluse Tripitaka.
"Si capisce" approvò Scimmiotto.
Giunti alla porta della città, Tripitaka smontò da cavallo e attraversarono il ponte. Quando ebbero superato la terza cinta, si resero conto di trovarsi in un'imponente capitale.
Alte torri e porte superbe, merli ben spaziati, il fossato ricco di acqua corrente, in un paesaggio di grandi montagne verso nord e verso sud.
Viali e mercati mostrano abbondanza di derrate e gran commercio. Le imbarcazioni fluviali portano giada e tesori da paesi lontani.
Gli edifici sono più ameni di una catena di colline, con palazzi alti fino al cielo.
La tripla cinta, sorvegliata severamente, garantisce pace e prosperità.
I passanti per le strade erano ben vestiti, dignitosi nel portamento, chiari nell'eloquio: un mondo per nulla inferiore alla Cina dei grandi Tang.
Lo strano aspetto dei tre discepoli (la bruttezza di Porcellino, la faccia tetra di Sabbioso, quella pelosa di Scimmiotto) distolse la gente dalle sue attività commerciali e indusse molti ad accalcarsi per guardarli.
"Non provocate incidenti!" gridava Tripitaka ai suoi. "Camminate a occhi bassi!"
Porcellino abbassava quel suo grugno a forma di ovario di loto, ficcandoselo in petto; Sabbioso non osava alzar gli occhi. Scimmiotto, invece, camminava guardandosi intorno curioso.
Chi si sapeva comportare dava un'occhiata e si allontanava. Ma non mancavano i balordi (per non parlare di una banda di monelli) che giravano specialmente intorno a Porcellino, lo burlavano rumorosamente e spinsero le manifestazioni di allegria fino a tirargli tegole e mattoni. Tripitaka sudava freddo e sibilava: "Niente incidenti, per carità!" Il bestione non osava alzare il naso.
Girato l'angolo della strada, giunsero davanti a un edificio con la scritta:
PUBBLICA CASA DI RITROVO
"Entriamo là dentro" propose Tripitaka.
"Che ci andiamo a fare?" domandò Scimmiotto.
"Nella casa di ritrovo può entrare chiunque; non disturberemo nessuno e prenderemo un po' di riposo prima di recarci a corte. Appena presentato il passaporto, ce ne ripartiremo."
Porcellino alzò finalmente il naso, seminando il panico fra i suoi ammiratori; una diecina di loro cadde a terra. "Avete ragione, maestro: andiamo a chiuderci là dentro e mettiamoci al riparo da questo sciame di moscerini."
Entrarono dunque nella casa. I curiosi pian piano si dispersero.
Il direttore dell'albergo e il suo vice, che registravano le generalità dei visitatori e in quel momento stavano accogliendo alcuni funzionari, si stupirono del loro aspetto e chiesero: "Che specie di gente siete?"
"Questo povero monaco al vostro servizio" rispose Tripitaka giungendo le mani, "è stato mandato in cerca di scritture nel Paradiso dell'Ovest dall'imperatore dei grandi Tang dell'Est. Non osiamo passare in incognito dal vostro nobile paese senza far vistare il passaporto. Speriamo che ci concediate momentaneamente riparo nel vostro rispettabile yamen."
I due si rassettarono gli abiti, li ricevettero formalmente, fecero preparare le stanze per loro e diedero ordini in cucina perché fosse servito un pasto vegetariano. Mentre si recavano nelle stanze per gli ospiti, Scimmiotto commentò: "Che villanzoni! Avrebbero potuto riservarci la sala grande."
"Non siamo in Cina" osservò Tripitaka, "e del resto quelle persone stavano ricevendo dei funzionari di passaggio. Non ci dobbiamo stupire che non abbiano potuto assegnarci la sala grande."
"Si vede che io tengo alla forma più di voi" concluse Scimmiotto.
Un cameriere portò loro il cibo: una ciotola di riso, una di farina di grano, due manciate di verdura, quattro pezzetti di formaggio di soia, due focacce di glutine, un piatto di germogli essiccati di bambù e uno di orecchiette. Disse: "Potete cuocere il cibo nel forno che troverete nella stanza ovest; è pronto e pulito, basta accendere il fuoco."
"Scusate" domandò Tripitaka, "sapete se a quest'ora il re riceve in udienza?"
"Il re nostro signore sta appunto tenendo udienza, perché oggi è un giorno particolarmente fausto. Non lo faceva da parecchio tempo e, se doveste perdere l'occasione per presentare il vostro passaporto, chissà quanto dovreste aspettarne un'altra. Vi conviene affrettarvi."
"Consapevole del Vuoto" gridò subito Tripitaka, "pensa tu a cuocere il cibo. Io vado a corte a presentare i documenti. Quando ritornerò pranzeremo, e poi ripartiremo."
Porcellino gli porse le carte e il kasâya, che Tripitaka indossò per presentarsi con decoro; quindi uscì raccomandando che non andassero attorno a provocare scandali.
Quando giunse alla Torre delle Cinque Fenici - in vista di edifici, torri e terrazze di cui non si finirebbe mai di lodare il magnifico aspetto - si fece annunciare dall'ufficiale di servizio, che si recò ai piedi dei gradini di giada e disse: "C'è qui un monaco inviato in missione dai grandi Tang dell'Est per rendere omaggio al Buddha nel Monastero del Colpo di Tuono e chiedergli le scritture. Vorrebbe far vidimare il suo passaporto e attende la vostra convocazione."
Il re si rallegrò e disse: "Che caso fortunato! Una lunga malattia ci impedisce da tempo di svolgere le nostre funzioni. Stavamo appunto per bandire un appello ai medici, quando giunge nel nostro paese questo monaco eminente, che certo s'intenderà anche di medicina."
Tripitaka fu ricevuto con ogni cortesia. Dopo che si fu prosternato, il re lo fece salire nella Sala d'Oro, gli concesse di mettersi seduto e ordinò alla corte dei banchetti di preparare per lui un pranzo di magro. Tripitaka ringraziò cerimoniosamente e presentò le sue carte, che il sovrano lesse con molto interesse. Quindi chiese: "Maestro della legge, quanti sovrani si sono succeduti sul trono dei grandi Tang? E quanti saggi ministri li hanno assistiti? E perché l'imperatore, una volta ricuperata la salute, vi ha spedito tanto lontano a cercare le scritture?"
Il reverendo s'inchinò, giunse le mani e rispose: "Laggiù, nel paese del povero monaco vostro servitore,
Tre augusti ressero il mondo; cinque imperatori classificarono le relazioni fondamentali fra gli uomini.
Yao e Shun salirono legittimamente al trono, Yu e Tang pacificarono il popolo.
Ma Cheng e Zhou ebbero molti discendenti che divisero il territorio in molti regni indipendenti: i forti conculcavano i deboli.
Questi regni furono diciotto, separati da frontiere.
Quando si ridussero a dodici, ci fu un periodo di pace.
Ma presto ripresero ad armarsi e divorarsi fra loro.
Sette stati entrarono in competizione per l'egemonia. Alla fine si arresero a Qin.
Il cielo fece nascere il suo mortale nemico a Lu Pei.
Monti e fiumi pervennero allora nelle mani dei Han, che stabilirono le leggi.
Ai Han subentrarono i Sima, ma i Jin si divisero.
Vi furono al nord dodici signori; al sud Song, Qi, Liang e Chen.
Gli avi si successero finché l'unità fu ripristinata dai grandi Sui. Ma il despota inumano opprimeva il popolo.
Il nostro sovrano, della famiglia Li, diede all'impero il nome di Tang. Dopo Gaozu, regna oggi Shimin.
Limpido scorre il fiume, vasto si stende il mare, perché alta è la sua virtù, ampia la sua bontà.
Un drago divino, spirito delle acque della città di Chang'an, aveva ridotto la quantità di pioggia prescritta e doveva essere punito con la morte.
Egli sollecitò l'aiuto del nostro sovrano, che glielo promise. All'ora stabilita convocò il suo saggio ministro e lo impegnò in una partita a scacchi. Ma ciò non impedì che, a mezzogiorno preciso, il ministro decapitasse il drago in sogno."
A questo punto il re fece udire un gemito e chiese: "Maestro della legge, chi era quel saggio ministro?"
"Si chiamava Wei Zheng; era altrettanto competente nella geografia che nell'astronomia e nella scienza dello yin e dello yang. Grande era stato il suo contributo nella pacificazione del paese e nel consolidamento della dinastia. Il drago decapitato si appellò ai tribunali infernali per rottura di promessa. Perciò il nostro imperatore si ammalò di una malattia mortale, e Wei Zheng gli diede una lettera da consegnare, nell'altro mondo, al giudice Cui Jué della città di Fengdu. L'imperatore morì e, grazie alla previdenza di Wei Zheng, risuscitò tre giorni dopo. Infatti il giudice Cui, commosso dalla lettera, aveva alterato i registri aggiungendo vent'anni di vita. L'imperatore promosse per ringraziamento grandi cerimonie dell'acqua e della terra, e mi inviò dal Buddha a chiedere i tre panieri di sutra del Grande Veicolo: lo scopo è di ottenere la salvezza dei peccatori e di redimerli dai tormenti."
Il re sospirò e disse: "Il vostro grande paese ha davvero una corte celeste; il vostro sovrano può dire di essere assistito da saggi ministri. Io invece, benché una grave malattia mi tormenti da molto tempo, non ho nessuno fra i miei cortigiani che mi sappia guarire."
Il reverendo si azzardò a dargli un'occhiata, e vide che in effetti sua maestà aveva il volto cereo e scarnito, il corpo emaciato e l'aria depressa. Stava per fargli qualche domanda, quando vennero ad annunciare che il pranzo era pronto. Il re ordinò di servirlo nella Sala Colma di Profumi e di mettere in tavola anche per lui: "Pranzerò con il maestro della legge." Naturalmente Tripitaka gli manifestò la sua gratitudine.
Intanto, in albergo, i tre discepoli si occupavano anche loro del pasto. Scimmiotto invitò Sabbioso a preparare tè, riso e verdure.
"Per il tè e il riso non c'è problema" disse Sabbioso, "ma per la verdura non so come fare."
"Che cosa ti manca?"
"Non ho niente per condire: sale, olio, aceto, salsa..."
"Ho qualche soldo; diamolo a Porcellino perché vada a comprare queste cose."
Il bestione si voleva imboscare: "Non mi fido a uscire. Pare che io non sia abbastanza bello per la gente del posto. Se succedono guai, il maestro se la prenderà con me."
"Non vai mica a rubare, e nemmeno a chiedere l'elemosina. Compri in bottega quel che ti occorre, e lo paghi. Quali guai ne dovrebbero venire?"
"Non hai visto come si è spaventata la gente, prima che entrassimo qui? Varie persone sono cascate a terra dallo spavento: se andassi tra la folla del mercato, chissà che ecatombe farei."
"Che bisogno hai di andare al mercato? Non hai visto quante botteghe ci sono nella strada?"
"Il maestro diceva di camminare a occhi bassi, e io non ho visto niente."
"C'è una quantità di botteghe di vino, riso, farine; senza parlare delle mercerie, seterie, drogherie. Belle case da tè e molti ristoranti. Tagliatelle, focacce, pani cotti al vapore; e anche verdure, spezie, piatti pronti. E tutti quei dolci esotici, timballi, fritture, confetture al miele: una quantità incredibile di buone cose. Che ne dici? Potremmo uscire insieme."
Il bestione lo fissava e faceva le bave. Inghiottì la saliva, balzò su e dichiarò: "Fratello, d'accordo, stavolta offri tu. Quando avrò raggranellato qualche soldo, toccherà a me."
"Tu, Sabbioso, prepara il riso; noi ti porteremo il condimento" raccomandò Scimmiotto ridacchiando fra sé.
Sabbioso capì che Scimmiotto voleva burlarsi di Porcellino e stette al gioco: "Andate, comprate e non restate a becco asciutto."
Porcellino portò con sé una ciotola e un piatto. Il direttore dell'albergo domandò: "Dove andate, reverendi?"
"Vogliamo acquistare condimenti" rispose Scimmiotto.
"Seguite la strada verso ovest e girate all'altezza della Torre del Tamburo. Lì c'è l'emporio dei Zheng, dove troverete olio, sale, aceto, zenzero, pepe, tè. Tutto quello che volete."
Si presero per mano e si incamminarono. Ma davanti alle botteghe e ai ristoranti Scimmiotto tirava di lungo e non si fermava. "Fratello, per carità, fermiamoci!" si spazientiva Porcellino. "Non farmi passare davanti a questo ben di dio senza assaggiare niente."
Scimmiotto non intendeva fare acquisti, ma contava solo di divertirsi alle sue spalle; perciò diceva: "Non qui, saggio fratello. Andiamo avanti! Qui i prezzi sono troppo alti; ti manca il senso dell'economia. Cerchiamo una bottega più grande."
Ancora una volta la gente si spingeva per venirli a guardare. Quando giunsero alla Torre del Tamburo, una folla innumerevole, accalcata e vociferante, bloccava il traffico.
"Fratello, ci rinuncio" dichiarò Porcellino. "Fanno più baccano di prima e li credo propensi a dar la caccia ai bonzi. Finiremo per essere arrestati: che ne sarà di noi?"
"Balle! Fare il monaco non viola nessuna legge; perché ci dovrebbero arrestare? Andiamocene per i fatti nostri, a fare acquisti nella bottega dei Zheng."
"Nemmeno per sogno; non voglio guai! In mezzo a tutta questa gente, basta che mi càpiti di agitare un po' le orecchie perché ne caschino in terra parecchi. Se poi qualcuno non si rialza, sarà colpa mia e la faranno pagare a me."
"Allora fermati qui. Io vado a fare gli acquisti e ti porterò tagliatelle e focacce."
Il bestione tese al Novizio i suoi recipienti e si fermò faccia al muro, volgendo le spalle agli spettatori. Non si sarebbe girato per tutto l'oro del mondo.
Scimmiotto, facendosi strada tra la folla, vide che essa si era raccolta per leggere un proclama affisso alla porta della torre. Spinse anche lui per avvicinarsi, e i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro lessero quanto segue:
Da quando noi, sovrano del Paese di Viola Porpora, siamo saliti al trono, i quattro orienti sono pacificati e il popolo gode vita tranquilla. Ma negli ultimi tempi le preoccupazioni del governo ci hanno procurato una lunga malattia che ci inchioda a letto. Il reale collegio di medicina ci ha fornito molte eccellenti prescrizioni, ma il male risulta difficile da curare.
Bandiamo dunque questo appello a tutti i saggi letterati dell'universo, qualunque sia la loro provenienza: ogni esperto in medicina e farmacologia è urgentemente pregato di presentarsi per ristabilire la nostra real salute. Il primo segno di guarigione sarà premiato con metà del regno; questa non sarà vana promessa.
Scimmiotto si rallegrò: "Come dicevano gli antichi: mettiti per la strada, e la tua fortuna è già fatta per due terzi. Meno male che non siamo rimasti chiusi in albergo come poveri scemi. Non c'è più bisogno di fare acquisti. La ricerca delle scritture può aspettare: ora mi voglio divertire a fare il medico."
Il bravo Scimmiotto abbandonò a terra ciotola e piatto, si trasformò in un piovasco ventoso e si impadronì del proclama, staccandolo dalla porta. Tornò quindi dov'era rimasto Porcellino e lo trovò che si era addormentato appoggiato al muro. Invece di svegliarlo, gli fece scivolare in grembo il foglio del proclama e se ne ritornò in albergo.
La gente, alla vista del piovasco, era corsa a ripararsi. Quando la pioggia cessò, ritornarono sul posto e constatarono sorpresi che l'augusto proclama non c'era più.
L'affissione era avvenuta la mattina stessa, a opera di un corteo di dodici eunuchi di palazzo e di dodici ufficiali della guardia. Quella scomparsa dopo sole sei ore poteva determinare dure punizioni: tutti si misero a cercare intorno, tremanti e timorosi. Ed ecco che il foglio spuntava dal grembo di Porcellino: "Sei stato tu a staccare il proclama reale?"
Il bestione, svegliandosi, alzò il grugno e lo spianò su quella gente, che fece tre passi indietro inciampando. Ma quando Porcellino cercò di andarsene, i più audaci gli misero le mani addosso: "Fermo! Perché non vai a corte a guarire sua maestà? Sei stato tu a staccare il proclama?"
"L'avrà staccato vostra sorella, e penserà lei a guarire la maestà di vostra nonna" rispose Porcellino.
"Fa vedere che cosa tieni lì."
Porcellino abbassò gli occhi, si accorse del foglio e masticò fra i denti: "Quel macaco mi vuol morto." Stava per stracciarlo, ma la folla lo impedì: "Non si può distruggere un proclama del re! Se tu l'hai staccato, tu lo devi guarire: vieni subito con noi!"
"Siete matti, non sono stato io! Sarà stato il mio condiscepolo Scimmiotto, che me l'avrà gettato in grembo. Se volete vi porto da lui."
"Non cercare scuse. Dovremmo lasciare la corda della campana che già dondola, per aspettare che il fonditore ne fabbrichi una nuova. Il proclama lo avevi in mano tu e ora non ci porti da nessuno: noi porteremo te a corte, per amore o per forza."
La folla spingeva e tirava, ma Porcellino sembrava aver messo radici. Li avvertì: "Badate, non sapete con chi avete a che fare. Se mi fate arrabbiare, ve ne pentirete."
Lo scandalo del proclama staccato attirava altra gente. Due attempati eunuchi di corte si fecero avanti, accompagnati da guardie, e lo apostrofarono: "Da dove vieni, signor cocciuto, con quella faccia strana e quell'accento ridicolo?"
"Siamo gente dell'Est, inviati a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Il nostro capo è un maestro della legge, fratello dell'imperatore: è andato a corte a presentare il passaporto. Io passavo di qui con il mio condiscepolo anziano, diretti a far compere; quando ho visto tanta gente assembrata, non ho osato andare avanti. Dev'essere stato lui a strappare il manifesto e a gettarmelo in grembo; io non me n'ero nemmeno accorto."
"In effetti poco fa abbiamo visto un bonzo grassottello, di carnagione chiara, che si presentava a corte. Sarebbe quello il tuo maestro?"
"Appunto."
"E il tuo condiscepolo anziano dov'è?"
"Sarà ritornato in albergo. Ci siamo fermati alla Pubblica Casa di Ritrovo."
"Guardie" conclusero gli eunuchi, "per ora non lo arrestate. Controlliamo prima le sue dichiarazioni."
"Queste brave donne sì, che sanno come ci si comporta" approvò Porcellino.
"Stupido, non vedi che sono dignitari e non donne?" lo sgridarono le guardie.
"Vergognatevi" rispose ridendo Porcellino, "di capovolgere yin e yang in questo modo. Quelle sono due vecchie comari, altro che dignitari!"
"Non fare sarcasmi" tagliarono corto le guardie. "Facci vedere questo tuo condiscepolo."
Spinti e seguiti dalla folla, che ormai contava almeno cinquecento persone, si avviarono all'albergo. Sull'uscio Porcellino si fermò e disse: "Un momento, signori: vi devo avvertire che il mio condiscepolo non è un tipo alla mano come me. Lui prende ogni cosa maledettamente sul serio ed è irascibile. Se volete che vi riceva, vi consiglio di fargli la riverenza e di trattarlo da monsignor Scimmiotto."
"Se è davvero interessato al proclama ed è in grado di guarire il nostro sovrano" risposero gli eunuchi, "è destinato a ottenere metà del regno. Comunque, per prudenza, lo tratteremo con rispetto."
Scimmiotto stava appunto divertendo Sabbioso con il racconto del tiro che aveva giocato a Porcellino, quando questi entrò seguito da eunuchi e guardie e lo afferrò per il bavero: "Eccolo qui il vigliaccone che mi aveva promesso tagliatelle e focacce. Le ho aspettate un bel pezzo, ma tu ti sei limitato a mettermi negli impicci con quel proclama. È così che tratti tuo fratello?"
"Guarda, bestione, che devi aver fatto una bella confusione" sghignazzò Scimmiotto. "Io ti ho portato buone cose da mangiare, ma tu eri scomparso. E di quale proclama vai cianciando?"
"Ecco qui: senti un po' le guardie che erano di servizio sul posto."
Si fecero avanti gli eunuchi: "Monsignor Scimmiotto, oggi il destino sorride al nostro sovrano, perché vi manda da noi a esercitare il vostro eminente talento medico. Se riuscirete a guarirlo, acquisterete metà del regno."
Il Novizio si diede un contegno riservato, lesse il proclama che Porcellino gli tendeva e disse: "Suppongo che siate voi a sovrintendere a queste cose."
Gli eunuchi si prosternarono: "I vostri schiavi sono funzionari della corte interna, addetti alla direzione dei riti. E queste sono guardie in divisa di broccato."
"È vero: sono stato io a staccare questo appello ai medici, e a farvi guidare fin qui dal mio condiscepolo. Ricordate l'adagio: la vera medicina non è in vendita. Venga il vostro re a chiedermi ciò che gli serve. Per guarirlo mi basta tendere la mano."
Gli eunuchi si meravigliavano. "Non è possibile che avanzi queste incredibili pretese senza qualche fondamento. Qualcuno di noi resti qui a pregarlo in silenzio; gli altri andranno a corte a presentare rapporto."
Un eunuco e alcune guardie andarono a corte e si presentarono ai piedi del trono: "Maestà, vi annunciamo una rara fortuna."
Il re, che stava concludendo il colloquio con Tripitaka, chiese: "Quale fortuna?"
"I vostri schiavi hanno diffuso stamane l'appello ai medici, affiggendolo ai piedi della Torre del Tamburo; lo ha staccato un santo monaco, il reverendo Scimmiotto venuto dall'Est. In questo momento si trova nella pubblica casa di ritrovo e vorrebbe essere invitato di persona da vostra maestà. Guarisce con l'imposizione delle mani."
Il re si rivolse a Tripitaka: "Maestro della legge, parlatemi dei vostri eminenti discepoli."
"Il povero monaco vostro servitore ha tre stupidi discepoli" rispose Tripitaka giungendo le mani.
"Chi di loro è pratico di medicina?"
"Per dire la verità, i miei discepoli sono gente rozza, che ha il compito di portar pesi, guadare torrenti e guidare la mia umile persona attraverso le montagne. Nei momenti pericolosi hanno abbattuto qualche diavolo o catturato qualche mostro, sottomesso draghi o ucciso tigri; ma non sanno fare altro. Di medicina non se ne intendono."
"Troppo modesto, maestro della legge! Fu sicuramente il cielo a mandarvi qui il giorno in cui eccezionalmente mi riusciva di tenere udienza. Se il vostro eminente discepolo non si intendesse di medicina, non avrebbe staccato l'avviso e non mi chiederebbe di andare ad accoglierlo personalmente. È certo capace di curare persone di stirpe reale." E ordinò: "Ministri, sono troppo debole per arrischiarmi a salire sul carro reale. Andate a mio nome dal reverendo Scimmiotto per insistere perché venga a farmi una visita medica. Trattatelo con rispetto, rivolgetevi a lui come reverendo e monaco divino, salutatelo come se fosse il vostro sovrano."
Ministri, eunuchi e guardie si recarono all'albergo, e si schierarono in ordine di rango per presentare i loro rispetti. Porcellino fu tanto impressionato, che si andò a nascondere in un bugigattolo; Sabbioso si ritirò in un angolo per non far notare la sua presenza. Il grande santo troneggiava impassibile al centro della stanza. Intanto Porcellino smoccolava indignato: "Guardate che ciurmatore è quel macaco! Lo vengono a omaggiare come se fosse chissà chi, e lui non fa una piega, non si alza nemmeno da sedere, il brutto cafone."
Dopo le cerimonie di saluto, i sopraggiunti dichiararono: "Ecco l'incarico che sua maestà ci ha dato presso il divino monaco, il reverendo Scimmiotto: noi, ministri del sovrano del paese di Viola Porpora, rendiamo rispettosamente nota la reale direttiva di impetrare una vostra visita a corte, per esaminare lo stato di salute del re."
Infine Scimmiotto si decise ad alzarsi: "Perché il malato non è venuto di persona?"
"Il nostro sovrano si sentiva troppo debole per salire sul carro reale; questo è il solo motivo per cui ha mandato noi a rappresentarlo."
"In tal caso, verrò con voi."
I funzionari civili e militari si avviarono per ordine di rango. Porcellino sibilò a Scimmiotto, che li seguiva: "Fratello, lasciaci fuori da questa storia!"
"D'accordo. Ma dovrete ricevere i farmaci che vi porteranno."
"Quali farmaci?"
"Qualunque farmaco vi venga presentato."
Il corteo giunse in breve a palazzo. I ministri entrarono per primi ad avvertire il re, che fece arrotolare le cortine di perle, volse intorno gli occhi di fenice dalle pupille di drago e domandò: "Chi di voi è il reverendo monaco Scimmiotto?"
"Il vecchio Scimmiotto sono io!" gridò il Novizio facendo un passo avanti.
Il re, spaventato dalla brutta faccia e dalla brusca risposta, si accasciò tremante sul trono; eunuchi e dame di servizio si precipitarono a portarlo via.
"Mi ha spaventato a morte" bisbigliava il re. Gli ufficiali non trattennero più le proprie critiche: "È un bonzo grossolano e sfacciato! Quella mossa di strappare dal muro il proclama reale è intollerabile!"
Scimmiotto sorrideva: "Signori, avete torto. Disprezzate la gente finché vi pare, ma intanto il vostro re sarà ancora malato fra mille anni."
"La vita non dura mille anni."
"Date tempo al tempo: da sovrano malato diventerà, dopo la morte, fantasma malato; e in seguito sarà un reincarnato malaticcio. Non vi pare che la cosa possa andare avanti mille anni?"
"Bonzo insolente! Come osi dire tante sciocchezze?"
"Non sono sciocchezze. Date retta:
Gli arcani sottili del medico esigono:
Vedere, ascoltare, tastare e raccogliere
L'anamnesi; il tutto va poi meditato.
Nessun elemento si può trascurare.
Gli umori per primi si osservano: asciutto
Oppure essudante; il grasso ed il magro;
Vivace od ottuso. Secondo, ascoltare
Se chiara è la voce, se parla sensato
Oppure vaneggia. Si indaga per terzo
Sul corso del male, su cibo, bevande
E defecazioni. Il polso per quarto
Si deve tastare, e svolgere indagini
Se i suoi meridiani galleggian, s'immergono
O son capovolti. Ciascun dei passaggi
Non puoi trascurare, se vuoi risanare."
Un membro del collegio reale di medicina disse: "Le affermazioni di questo bonzo sono ineccepibili. Nemmeno un immortale potrebbe esercitare la medicina senza unire i quattro metodi: l'osservazione, l'ascolto, l'inchiesta e la sfigmologia."
I funzionari si arresero e trasmisero al re, attraverso il servizio intimo, il seguente messaggio: "Il reverendo desidera applicare i quattro metodi razionali per diagnosticare la malattia e prescrivere la cura."
Il sovrano, steso nel letto, ansimava: "Non voglio più vedere quel diavolo straniero. Ditegli di andar via."
Perciò il capo del servizio intimo uscì ad annunciare: "Monaco, il re ti ordina di andartene, perché non può sopportare la vista di un volto sconosciuto."
"Se non può sopportare la mia faccia" rispose Scimmiotto, "io sono capace di sentire il suo polso anche mediante un sistema di fili."
"Abbiamo sentito parlare di questa tecnica" dissero i funzionari, "ma non l'abbiamo mai vista all'opera. Fatelo sapere a sua maestà."
Il capo del servizio intimo andò ad annunciare: "Maestà, il reverendo Scimmiotto vi potrebbe sentire il polso con un sistema di fili, senza farsi vedere."
Il re pensò che era una novità, mai provata in tre anni di inutili interventi medici, e acconsentì.
Quando Scimmiotto entrò nella sala, il monaco cinese lo aggredì: "Brutto macaco, tu mi vuoi rovinare!"
"Che cosa vi viene in mente?" rispose sorridendo Scimmiotto. "Semmai sto lavorando per aumentare il vostro prestigio."
"Sono anni che stai con me, e non si è mai visto che ti intendessi di medicina" inveì Tripitaka. "Non sai dove stia di casa la farmacopea, non hai mai letto un rigo di opere di medicina: che cos'altro puoi fare, se non combinare un disastro?"
"Non siete al corrente, caro maestro" rispose imperturbabile Scimmiotto. "Conosco le virtù di parecchie piante medicinali. Dopo tutto, quello che conta è che abbia successo: se guarisco il re, tutto andrà bene. Se invece, poniamo, riuscissi solo ad ammazzarlo, non mi potrebbero accusare che di incompetenza: non è un reato passibile della pena capitale. Il re corre molti più rischi di noi. E adesso sedetevi e guardate come me la sbroglio con la sfigmologia."
"Ma non sai niente! Non hai mai visto le Semplici domande, né il Classico delle difficoltà, né la Farmacopea, né gli Arcani del polso. Non li sai commentare, non conosci nemmeno una formula. Tu parli a casaccio, e ci vieni a raccontare che sapresti misurare il polso con i fili!"
"Possiedo i fili adatti, anche se voi non li avete mai visti" rispose ridendo Scimmiotto. Si strappò tre peli dalla coda e li trasformò in tre fili d'oro lunghi ventiquattro piedi, come i ventiquattro soffi dell'anno. Quindi li tese a Tripitaka: "Vedete?"
"Reverendo" intervenne l'eunuco del servizio intimo, "per favore, rimandate le discussioni a un altro momento e venite negli appartamenti privati."
Scimmiotto si congedò da Tripitaka e seguì l'eunuco. È il caso di ricordarlo:
Il segreto del cuore guarisce una città,
Formula viscerale può dar l'eternità.
Se poi non conoscete né il male che sarà diagnosticato, né il rimedio che lo guarirà, ascoltate il seguito e ne saprete di più.