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069 SCIMMIOTTO MEDICO · IN CUI IL MAESTRO DEL MENTALE PREPARA UN RIMEDIO NELLA NOTTE, E IL SOVRANO DURANTE IL BANCHETTO PARLA DI UN MOSTRO PERVERSO.

L'eunuco di servizio accompagnò Scimmiotto negli appartamenti privati. Davanti alla porta della camera da letto del re, il Novizio gli diede i tre fili d'oro con queste istruzioni: "Pregate la regina, o chi al momento l'assiste, di legarli al polso sinistro di sua maestà, nei punti detti pollice, passo e piede. Poi passatemi l'altro capo attraverso la finestra."

L'eunuco ubbidì. Scimmiotto prese il capo pollice fra pollice e indice, quello passo fra pollice e medio e quello piede fra pollice e anulare e regolò la propria respirazione; quindi esaminò i quattro umori, le cinque oppressioni, i sette sintomi esterni del polso e gli otto interni, senza trascurare le nove aspettative. Passò dal lieve al medio al pesante, e poi seguì l'ordine inverso; in questo modo fu in grado di distinguere l'origine del vuoto da quella del pieno. Chiese che i fili fossero legati al polso destro e ripeté il medesimo esame sistematico; alla fine, con una scossa, ricuperò i suoi peli.

Pronunciò la diagnosi con voce tonante: "Le pulsazioni pollice del polso sinistro di sua maestà sono forti e tese; quelle passo vischiose e languide; quelle piede cave e sommerse. Quelle del polso destro, al pollice sono fluttuanti e sfuggenti; al passo lente e nodose; al piede costanti e accelerate. Nell'ordine, il polso sinistro significa: vuoto interno e dolore al cuore, traspirazione e crampi, orina rossa e feci sanguinose. Il polso destro: nodosità interne e meridiani bloccati, ritenzione di liquidi, squilibrio fra pieno pesante e vuoto freddo. Ed ecco la diagnosi dell'augusto male: esso è dovuto all'ansia e alla paura, e il suo nome è la coppia di uccelli si è perduta."

Il re, dalla sua camera, raccolse tutta la voce che poteva e gridò: "Bravo, avete capito tutto. Sono proprio i disturbi di cui soffro. Ora andate a prepararmi un rimedio adatto."

Quando il grande santo ritornò nella sala d'udienza, si era già sparsa la notizia che il consulto aveva avuto successo. Tripitaka gli andò incontro a chiedere come si erano svolte le cose. "Ho sentito il polso e ho fatto la diagnosi" riferì Scimmiotto. "Adesso dovrò scombiccherare una terapia."

"Divino monaco, avete diagnosticato la coppia di uccelli si è perduta: che roba è?" chiesero timidamente i cortigiani.

"C'era una volta una coppia di uccelli" raccontò sorridendo Scimmiotto; "erano molto affezionati e volavano sempre insieme. Ma all'improvviso una bufera li separò: il maschio cerca la femmina e non la trova; la femmina cerca il maschio e non lo trova. Non è appunto: la coppia di uccelli si è perduta?"

Accademici e cortigiani applaudirono: "Questo divino monaco, che gran medico!" E non finivano più di lodarlo.

"Ora che avete diagnosticato il male" chiesero gli accademici, "quale terapia contate di applicare?"

"Non compilerò una ricetta, ma doserò gli ingredienti quando li avrò tutti davanti."

"Secondo i trattati, la farmacopea comprende ottocento sapori; mentre la patologia comprende quattrocento morbi. Non avrebbe senso utilizzare tutti i farmaci; tanto più che lo stesso malato non può essere afflitto da tutti i morbi nello stesso tempo. Come pensate di fare?"

"Dicevano gli antichi: non badare alle ricette, scegli il rimedio secondo il caso. Farò come ho detto: mi occorrono tutti i farmaci, e io li doserò secondo il caso."

I medici rinunciarono a discutere e mandarono gli uscieri da tutti gli erboristi e farmacisti della città, per raccogliere tutti i farmaci possibili e metterli a disposizione del Novizio.

"Questo non è il posto adatto per fabbricare medicine" disse Scimmiotto. "Fatemi portare i farmaci e gli utensili per manipolarli alla Pubblica Casa di Ritrovo; potranno essere consegnati ai miei condiscepoli."

I medici reali ubbidirono e fecero consegnare in albergo tre libbre di ciascuno degli ottocento sapori della farmacopea, con aggiunta di mortai, pestelli, mattarelli, setacci, imbuti, colini e altri attrezzi del genere; ogni articolo fu esaminato e inventariato in un registro.

Quando il maestro si disponeva a ritornare in albergo con Scimmiotto, giunse l'ordine reale di farlo pernottare nel Padiglione Splendore della Cultura, e di tenervelo finché il re non avesse tratto beneficio dai rimedi che gli sarebbero stati somministrati. Sua maestà, non appena ristabilito, intendeva infatti ringraziarlo, vistare il suo passaporto e accompagnarlo.

"Discepolo" esclamò allarmatissimo Tripitaka, "come vedi mi tengono in ostaggio! Le tue cure mettono a rischio anche la mia pelle: sarà meglio che la terapia che vai a scombiccherare sia davvero efficace!"

"Maestro, voi godetevi il soggiorno in questo posto di lusso" esortò Scimmiotto, con la consueta serenità. "Sapete benissimo che me la cavo sempre."

Quel diavolo di un grande santo ritornò in albergo, dove Porcellino lo accolse ammiccando con aria saputa: "Eh, fratello, io ho capito tutto."

"Che cosa credi di aver capito?"

"Ti sei reso conto che la ricerca delle scritture non porta da nessuna parte, e hai deciso di stabilirti come commerciante in questo ricco paese. Ma non avevi i capitali per avviare l'attività, e hai inventato uno stratagemma per rifornire il tuo nuovo negozio di erborista."

"Negozio di erborista? Sei tutto scemo: non vedo l'ora di guarire il re, perché ce ne possiamo andare da questo posto."

"Ma scusa: qui ci sono ottocento prodotti per tre libbre ciascuno. Non vorrai curare un povero diavolo facendogli ingoiare duemilaquattrocento libbre di roba? Per quanti anni conti di trascinare la cura?"

Scimmiotto rise: "Si capisce che non sono necessarie tutte queste provviste. Me le sono fatte portare soltanto perché quei palloni gonfiati degli accademici locali non si possano raccapezzare sulla ricetta segreta che utilizzerò."

Mentre conversavano, il direttore e il suo vice vennero a inginocchiarsi per annunciare: "Preghiamo i monsignori divini monaci di voler favorire a tavola. Il pranzo è servito."

"Guarda, guarda!" motteggiò Scimmiotto. "Stamane ve l'eravate cavata con molto meno."

"All'arrivo delle vostre signorie" risposero i due arrossendo e prosternandosi, "la cecità dei vostri umili servitori impedì loro di riconoscere la vostra eminente dignità. Abbiamo saputo che siete una celebrità nel campo della medicina, che curate il nostro sovrano e che potreste acquistare metà del regno: in tal caso ci troveremmo forse fra i vostri sudditi. Questi omaggi sono il minimo che possiamo fare."

Scimmiotto apprezzò il discorsetto e andò a sedersi nella sala grande al posto d'onore, con Porcellino a sinistra e Sabbioso a destra. Mentre si serviva il pranzo, Sabbioso domandò: "Fratello, che ne è del maestro?"

"Il re se l'è tenuto in ostaggio" spiegò Scimmiotto. "Lo lascerà andare quando sarà guarito."

"Avrà tutto quello che gli serve?" chiese Sabbioso.

"Lo credo bene, è alloggiato nel palazzo reale. Mentre uscivo, era circondato da tre alti segretari che lo invitavano a recarsi nel Padiglione Splendore della Cultura."

"Certo se la passa meglio lui con i suoi alti segretari" commentò Porcellino, "che noi con questi osti pulciosi. Ma la cosa non mi guasta l'appetito."

Si godettero la serata, e sul tardi Scimmiotto si fece portare olio da ardere e candele in quantità, per utilizzare la notte nella fabbricazione del rimedio per il re.

Era già mezzanotte e il silenzio regnava sulla città quando si misero al lavoro. Porcellino si spazientiva: "Fratello, non perdiamo tempo con le droghe; io ho sonno."

"Prendi un'oncia di rabarbaro e macinala fine" disse Scimmiotto.

"Il rabarbaro è freddo, amaro e non tossico" commentò Sabbioso; "va a fondo e non galleggia, decongestiona, distende e rasserena. Ma alla fine è un lassativo: non farà male a una persona in cattive condizioni di salute?"

"Tu ignori, saggio fratello" spiegava Scimmiotto, "che questa droga agevola la circolazione degli umori, e scioglie le concrezioni del caldo e del freddo nel ventre. Non criticare, lascia fare a me. Cercami un'oncia di croton, monda i grani, spremili per estrarre l'olio tossico, e poi macinali."

"Il croton è acre, caldo e tossico" considerava Sabbioso. "Dissolve i depositi induriti e sgombra polmoni e viscere dal freddo sommerso. Libera le ostruzioni e favorisce la circolazione di acqua e grani. È aggressivo come un guerriero: bisogna usarlo a ragion veduta."

"Tu non sai che inoltre decongestiona il cuore e l'idropisia. Preparalo; bisognerà accompagnarlo con un coadiuvante."

Quando le due droghe furono ben macinate, gli aiutanti chiesero: "Fratello, quante altre droghe ti serviranno?"

"Direi che basta così."

"Ma come!" s'indignò Porcellino. "Di duemilaquattrocento libbre, non usi che due once. Prendi in giro la gente!"

"Non rompere le scatole, saggio fratello" rispose Scimmiotto afferrando una coppa di porcellana decorata di fiori. "Prendi questa e riempila a metà di fuliggine raspata da quella vecchia pignatta."

"Che cosa te ne fai?"

"Mi serve per la medicina."

"Non ho mai visto usare quella porcheria come rimedio" esclamò Sabbioso.

"Il fatto è, ragazzi miei, che non vi intendete di farmacia. Si chiama brina di mille piante e cura tutte le malattie. Non lo sapevate?"

Il bestione raspò. Poi Scimmiotto gli tese una tazza e disse: "Non è finita. Riempi questa a metà di piscia di cavallo."

"Che cosa te ne fai?"

"Mi serve per confezionare le pillole."

"Dài, fratello, è uno scherzo!" rise Sabbioso. "La piscia di cavallo puzza: non si può metterla nelle medicine. Ho visto farmaci confezionati con i più vari materiali: pasta d'aceto, colla di riso, miele chiarificato, magari acqua pura. Ma piscia di cavallo! Un malato che l'annusi, vomiterà l'anima sua. Per di più l'accompagni con il rabarbaro e il croton: quel meschino butterà ciò che contiene da tutti i buchi. Non ci sarà da divertirsi."

"Ti sfuggono i particolari: non stiamo parlando di un cavallo qualsiasi. La verità è che userò piscia di drago dei mari occidentali: quella è un vero toccasana. Certo Porcellino deve trattarlo con accortezza ed essere paziente, altrimenti non ne verrà a capo."

Porcellino corse nella stalla e trovò la bestia che dormiva. Le tirò un calcio per svegliarla, le compresse la vescica e le mise sotto la tazza. Aspettò un bel pezzo, ma non usciva niente. Perciò ritornò da Scimmiotto e gli disse: "Invece di curare il re, farai bene a occuparti del cavallo. Quel pendaglio da forca è completamente all'asciutto, non c'è verso di cavarne una goccia."

Il Novizio rise: "Andiamo insieme." E Sabbioso: "Vengo a vedere anch'io."

Quando giunsero nella stalla, il cavallo apostrofò Scimmiotto: "Fratello maggiore, andiamoci piano con la mia orina. Sai benissimo che se facessi i miei bisogni mentre attraverso un corso d'acqua, al loro contatto i pesci diventerebbero draghi. Se ne annaffiassi l'erba della montagna, ci crescerebbe il fungo magico che dona longevità. Non penserai che distribuisca sconsideratamente i fatti miei in questo volgare mondo di polvere."

"Ragioniamo, fratello" rispose Scimmiotto. "Intanto qui non sei nel volgare mondo di polvere, ma in un esimio reame dell'Ovest; e non ti chiedo affatto di fare distribuzioni sconsiderate. Come dice il proverbio: molti peli fanno la pelliccia. Per guarire il re occorre la collaborazione di tutti noi, e d'altronde il buon nome ricadrà sull'intera comitiva. Se invece non riusciamo, non sarà facile uscire di qui."

"Va be', aspettate un momento" concluse il cavallo. Si spinse in avanti, si rattrappì all'indietro, strizzò gli occhi e strinse i denti tanto da farli scricchiolare; alla fine con grande sforzo riuscì a distillare qualche gocciolina.

"Che delinquente!" grugnì Porcellino. "Manco pisciasse oro liquido! Non potevi farne di più?"

Ma Scimmiotto disse: "La quantità può bastare, venite."

Ritornati in sala, impastarono gli ingredienti con l'orina e confezionarono tre pillole. "Sono troppo grosse, cari miei" si inquietò Scimmiotto.

"Non sono più grandi di una noce" obiettò Porcellino. "Toccassero a me, le ingoierei in un boccone."

Le chiusero dunque in una scatolina e durante il resto della notte presero un po' di riposo.

All'alba il re si adattò ad aprire l'udienza, benché non si sentisse bene. Invitò il monaco cinese presso di sé e spedì i suoi funzionari all'albergo, per presentare i suoi rispetti al divino monaco, il reverendo Scimmiotto, e sollecitare "la meravigliosa medicina". Il Novizio si fece portare la scatolina da Porcellino e gliela porse.

"Come si chiama?" domandarono gli inviati. "Lo chiediamo per poterne riferire a sua maestà."

"È cinabro d'oro nero in pillole."

"Lo credo che quell'oro è nero!" sghignazzava di nascosto Porcellino. "Con tutta la fuliggine che ho raspato dalla pignatta!"

"Quali sono le prescrizioni per l'assunzione delle pillole?"

"Possono essere accompagnate in due modi. Uno richiede sei diversi ingredienti."

"Quali sono?"

"Vediamo: peto di corvo in volo, piscia di carpa nel torrente in piena, cipria dal viso della Regina Madre d'Occidente, fuliggine del forno di Laozi, un frammento della berretta da notte dell'Imperatore di Giada e, per finire, cinque peli dai baffi di un drago nei guai. Accompagnata in questo modo, la medicina guarirà immediatamente il vostro re."

"Ahimè, sono ingredienti irreperibili in questo basso mondo. Possiamo conoscere l'altro modo?"

"L'altro modo consiste nell'ingoiare le pillole con l'aiuto di acqua senza origine."

Gli inviati risero: "Questo è decisamente più facile."

"Perché dite che è facile?"

"Basterà attingere acqua al pozzo o al fiume."

"Certo no: quell'acqua avrebbe origine dal pozzo o dal fiume. Dev'essere invece acqua del cielo, che non abbia toccato terra."

"Non è difficile nemmeno così: aspetteremo la pioggia e raccoglieremo acqua piovana."

Quando le pillole furono portate al sovrano ed egli fu informato, fece trasmettere ai maghi di corte dal ciambellano di servizio l'ordine di provocare la pioggia.

Intanto nell'albergo Scimmiotto diceva ai condiscepoli: "Mi sono fatto prendere la mano. La pioggia potrebbe farsi aspettare chissà quanto. Se vogliamo sbrigarci, sarà meglio aiutare questa gente."

"Che si fa?" chiese Porcellino.

"Tu mettiti alla mia sinistra e fammi da stella complementare; Sabbioso, a destra, sarà la costellazione di soccorso."

Il grande santo danzò i passi dell'Orsa Maggiore, recitò un incantesimo e apparve in cielo una nuvola nera che si muoveva lentamente. Quando fu sulle loro teste, una voce dal cielo gridò: "Grande santo! Ecco Aoguang, drago dei mari orientali, ai vostri ordini."

"Mi dispiace di averti scomodato; mi occorrerebbe un po' di acqua piovana."

"Potevate dirmelo prima. Sapete come sono complicate queste cose. Il vostro umile drago non si è portato nessuna attrezzatura: vento, nubi, tuoni, fulmini..."

"Non occorrono queste cose, e di acqua ne basterebbe un sorso, tanto da consentire al re di questo posto di deglutire certe pillole."

"Se è per questo, basterà che starnuti una volta: potrete usare qualche goccia della mia saliva."

"Bravo, è più che sufficiente" approvò Scimmiotto.

Il re drago planò sul palazzo reale e, dalla nera nube, schizzò un getto di saliva. I cortigiani applaudirono: "Gioia inaudita, maestà! Ecco che il cielo ci manda in segno di favore una gentile pioggerella."

Il re decretò immediatamente: "Tutti i funzionari di qualsiasi rango, del palazzo interno e di quello esterno, si muniscano di vasi e vasetti e raccolgano quest'acqua divina per contribuire a ristabilire la mia salute."

Figuratevi la confusione: tutti i funzionari, le spose reali dei tre palazzi, le concubine delle sei corti, le tremila dame di compagnia e le ottocento affascinanti bellezze, con ciotole, vasi, coppe, bicchieri, piatti si indaffaravano intorno per raccogliere la breve pioggia. Dopo un po' il drago li abbandonò, prese congedo dal grande santo e se ne ritornò a casa sua.

Riuniti tutti i recipienti, si trovò che alcuni avevano raccolto un paio di gocce, altri quattro o cinque; alcuni erano completamente asciutti. Comunque ci fu di che riempire tre bicchieri, che furono posati come offerta sulla tavola reale.

Strana fragranza riempie quella sala,

Un insolito effluvio li delizia.

Il re si chiuse in camera sua e inghiottì una dopo l'altra le tre pillole, con l'aiuto dei tre bicchieri di acqua piovana. Alla fine la sua pancia fece udire un rumore tremendo ed egli dovette correre quattro o cinque volte di seguito a sedersi sul pitale. Poi si lasciò cadere spossato sul letto regale.

Due reali spose esaminarono il contenuto del pitale: fra varie porcherie, che forse è meglio non descrivere, trovarono un bolo che sembrava fatto di riso agglutinato. Esse annunciarono al re: "La causa del male è stata espulsa."

Il re volle bere un po' di acqua di riso e, pian piano, sentì allargarsi il petto e il sangue circolare con maggior vigore. Anche le sue gambe riprendevano forza: si alzò, indossò gli abiti da cerimonia e ritornò nella sala d'udienza: quando vide il monaco cinese, s'inchinò fino a terra. Il reverendo si prosternò immediatamente, ma il re lo aiutò ad alzarsi con le sue mani e disse a un segretario: "Prendete un cartoncino e scriveteci qualche formula del tipo: mi prosterno al vostro cospetto, eccetera. Dovete inoltre invitare qui i tre eminenti discepoli del maestro della legge. La corte dei banchetti deve aprire la grande sala est e preparare un pranzo di ringraziamento."

Tutti i funzionari corsero a eseguire, chi alla sala est, chi alle cucine: tutto fu pronto in un momento. Si sa: lo stato ha una tal forza che rovescia le montagne.

Alla vista dei messi che recavano l'invito reale, Porcellino diceva commosso a Scimmiotto: "Fratello, bisogna ammetterlo, è tutto merito tuo."

"Dice l'adagio: gloria d'un solo esalta la famiglia" commentò Sabbioso. "Ciascuno di noi ha fatto quello che poteva. Non ci rimane che goderci la festa."

Ed ecco i tre compari giungere a corte, accolti da una folla di cortigiani che li condusse nella grande sala est. Vi trovarono il sovrano con i suoi segretari e il monaco cinese; quando si furono inchinati, fecero ingresso tutti gli altri invitati. Nel posto d'onore erano collocate quattro tavole talmente cariche di cibi, vegetariani e non, che superavano di almeno dieci volte quanto si potesse mai sognare di mangiare. Più in basso erano disposti quattro o cinquecento tavolini individuali, apparecchiati con molta eleganza.

Gli antichi dicevano: "Mille sapori dei piatti più rari, mille bicchieri di splendidi vini, crema preziosa di scelti formaggi, rosso broccato di sapide carni."

Tra la profusione di decorazioni e di frutti dal delizioso profumo lottano draghi e leoni di zucchero, torreggiano dolci a forma di fenice.

Il menu non vegetariano offre ogni carne: maiale, montone, pollo, oca, pesce, anitra. Le verdure vanno dai germogli di bambù, alla soia, alle orecchiette, ai boleti.

Grande abbondanza di odorosa pasticceria e di dolciumi colorati. Il tenero miglio giallo rivaleggia con il candido riso brillato. Ogni specie di zuppe, piccanti e delicate, in cui l'aspetto invitante accompagna il buon sapore.

Sovrano e sudditi alzano le coppe; i vasi di vino fanno il giro delle tavole.

Il re volle iniziare il banchetto con un brindisi in onore del monaco cinese, che rispose: "Il povero monaco vostro servitore non può bere bevande alcoliche."

"Ma questo è vino di magro, maestro della legge" insisté il sovrano. "Vi prego, vuotate almeno una coppa."

"Il primo comandamento della comunità dei monaci vieta il vino."

Il re si mostrò imbarazzato: "Quale altra possibilità mi lasciate di tributarvi onore?"

"I miei stupidi discepoli potrebbero vuotare la coppa al mio posto."

Il re, rasserenato, porse la coppa d'oro a Scimmiotto, che rivolse un saluto ai convitati e bevve di gusto. Era tanto brioso che il sovrano gli offrì una seconda coppa, e Scimmiotto vuotò anche quella d'un fiato.

"Mi pare che ci sia posto per una terza coppa" disse ridendo il re. E Scimmiotto non rifiutò.

"Che ne dite? In onore delle quattro stagioni" disse il re riempiendo la quarta.

Porcellino, con l'acquolina in bocca, si spazientiva nell'attesa del suo turno. Visto che il primo brindisi andava per le lunghe, non poté trattenersi dall'esclamare: "Maestà, ho dato una mano anch'io a preparare la medicina. Se sapeste quante difficoltà, con quel cavallo..."

Scimmiotto temette che parlasse troppo e gli passò la coppa; in effetti Porcellino la vuotò precipitosamente e si zittì.

"Il divino monaco parlava della medicina e di un cavallo; di quale cavallo si tratta?" volle sapere il re.

"Il mio condiscepolo ha la lingua troppo lunga" rispose Scimmiotto. "Se una ricetta funziona, lui non sa trattenersi dal raccontarla al mondo intero. Nella medicina che vostra maestà ha preso stamane sono state utilizzate capsule di aristolochia, le cosiddette sonagliere di cavallo."

Il re si rivolse ai suoi: "Che sapore hanno queste capsule? Qual'è la loro virtù medicinale?"

I medici del collegio reale risposero: "Maestà:

È un frutto amaro e freddo; non è tossico.

Molto efficace contro flegma ed asma.

Libera umori e scioglie concrezioni,

Dà sollievo alla tosse e mette in forze."

Il re sorrise: "Sissignore, proprio quello di cui avevo bisogno. Ancora una coppa, reverendo Porcellino." Questi, senza commento, ne bevve anche una terza. Poi fu la volta di Sabbioso, e infine tutti furono invitati a sedere.

Dopo che ebbero lungamente banchettato, il re fece riempire nuovamente un grande nappo e lo porse a Scimmiotto.

"Non vi disturbate, maestà. Vi prometto di fare la mia parte a ogni giro di bicchieri, e di non dire mai di no."

"Ho verso di voi un debito più grande di una montagna, divino monaco. Non vi ringrazierò mai abbastanza. Questa malinconia di cui soffrivo da anni, voi l'avete dissipata con un solo intervento."

"Mi sono reso conto" rispose Scimmiotto, "che i disturbi di vostra maestà erano dovuti alla malinconia; ma ancora non so che cosa vi angosciasse."

"Dicevano gli antichi: i panni sporchi si lavano in famiglia. Ma al nostro benefattore posso raccontare di che cosa si trattava, a patto che non ne rida."

"Non mi permetterei mai. Raccontate, sono curioso."

"Voi che avete attraversato tanti paesi ne avrete apprese le usanze, e saprete che di solito le regine portano dei nomi particolari."

"Certo. Di solito si chiamano: Palazzo Principale, Palazzo dell'Est e Palazzo dell'Ovest."

"Da noi è un po' diverso. I nomi sono: Santo Palazzo d'Oro per la sposa principale, Santo Palazzo di Giada per l'est, e Santo Palazzo d'Argento per l'ovest. Ma ora abbiamo soltanto Giada e Argento."

"Dov'è finita Santo Palazzo d'Oro?"

"Mi è scomparsa tre anni fa" disse il re sciogliendosi in lacrime.

"Come andarono le cose?"

"Era la festa del Doppio Cinque, ed eravamo andati con le regine al Padiglione dei Melograni per mangiare i dolci di riso, adornarci di rami di artemisia, bere vino con acoro e orpimento, e guardare le gare delle barche drago. All'improvviso scoppiò un uragano e apparve un mostro: dichiarò di chiamarsi Rivale del Pianeta Malefico, di abitare nella Grotta dell'Unicorno del Monte dell'Unicorno e di essere in cerca di una moglie. Aveva saputo che Santo Palazzo d'Oro era molto bella e mi ingiunse di consegnargliela. Se avessi rifiutato, avrebbe divorato me, i cortigiani e tutta la popolazione. Mi mise addosso una tale angoscia che spinsi fuori dal padiglione la mia moglie principale, e il vento se la portò via. Temo che il riso agglutinato che stamane mi è uscito dal ventre sia quello dei dolci che stavo mangiando, bloccato là dentro dalla paura. E il dolore, il tormento e il mal di ventre non mi hanno più abbandonato per questi tre anni, finché le vostre meravigliose pillole mi hanno fatto ritrovare la gioia di vivere."

Scimmiotto, molto interessato, vuotò una coppa di vino e disse: "Immagino quante pene avrete sofferto. Mi chiedo se oggi il ritorno di Santo Palazzo d'Oro vi farebbe piacere."

"Ma io continuo giorno e notte a pensare a lei!" esclamò il re, ricominciando a piangere.

"Che ne direste se abbattessi quella creatura malefica?"

Il sovrano si inginocchiò: "Se fate questo e mi restituite la regina, lascerò la città con mogli e concubine, e vi cederò il trono."

Porcellino scoppiò in una risata: "Mi pare che questo re non abbia il senso delle proporzioni. A causa di una donna, arriva a inginocchiarsi davanti a un bonzo e si dice disposto a rinunciare al regno."

Scimmiotto aiutò il re ad alzarsi e chiese: "Avete più rivisto quel mostro?"

"Compare un paio di volte l'anno, e ogni volta si porta via una coppia di dame per il servizio della regina."

"Non temete queste visite frequenti?"

"Certo che le temo; non si sa mai quali possano essere le sue intenzioni. L'anno scorso ho fatto costruire un rifugio anti-mostro; quando il sibilo del vento annuncia il suo arrivo, mi chiudo là dentro con le due regine che mi restano e con le nove concubine."

"Potrei vedere il rifugio?"

Il re si alzò da tavola e prese Scimmiotto per mano; tutti i convitati si alzarono per seguirli.

"Fratello" gridò Porcellino, "non dài prova di buon senso. Disturbi il banchetto e abbandoni un ottimo vino, solo per andare in giro a curiosare."

Il re capì quali erano le preoccupazioni di Porcellino, e si fece portar dietro un paio di tavole, con cibi vegetariani e vino. Il bestione non ebbe più niente da ridire e invitò ridendo il maestro e Sabbioso: "Venite, trasferiamoci."

Il corteo dei convitati si avviò verso il parco reale. Non c'erano edifici in vista, e Scimmiotto chiese: "Dov'è dunque questo rifugio?"

Proprio allora due eunuchi si avvicinarono a due leve laccate di rosso infisse nel terreno e le spostarono: subito si aprì fra l'erba un'ampia botola rettangolare.

"Là sotto, a una profondità di nove tese" spiegò il re, "sono state scavate nove camere. Lampade alimentate da quattro grandi giare d'olio chiaro ardono continuamente. Quando ci siamo nascosti, i cortigiani richiudono il passaggio e ne cancellano ogni traccia."

"Non credo che il mostro ce l'abbia con voi" commentò Scimmiotto; "altrimenti questi mezzi non basterebbero a proteggervi."

Mentre parlava soffiò da sud un vento d'uragano, che sollevava terra e polvere. "Il bonzo del malanno deve avere il sale sulle labbra" gridarono risentiti i cortigiani. "Nomina il mostro, ed eccolo qui."

Tutti si dispersero; il re e Tripitaka scesero nel buco aperto ai loro piedi, e Porcellino e Sabbioso cercarono di seguirli. "Fermi lì!" esclamò Scimmiotto afferrandoli per le braccia. "Fratellini, non vi spaventerete per così poco. Facciamo conoscenza con questa creatura, e vediamo che tipo è."

"Balle!" protestò Porcellino. "Tutti scappano. Perché noi dobbiamo restar qui come scemi a reggere il moccolo?" Ma i tentativi di liberarsi dalla ferrea stretta di Scimmiotto furono vani. Ed ecco comparire il mostro:

Che corpo spaventoso, lungo come la fame!

Occhi come fanali, orecchie da elefante

E le zanne d'acciaio aguzze come chiodi.

Le sopracciglia rosse come un arco di fiamma.

Il gran naso protende narici come truogoli.

Crescono sul suo mento pelacci aggrovigliati,

Rossi sopra pellaccia corrugata e verdastra.

Concludon le zampone certe manacce blu

Con artigli taglienti che stringono uno spiedo.

Il vestito consiste in pelle di leopardo,

Piedi nudi, arruffato: è il diavolo in persona.

"Sabbioso, avevi mai incontrato questo bel tomo?" domandò Scimmiotto.

"Non mi pare di conoscerlo."

"E tu, Porcellino?"

"Di sicuro non abbiamo mai mangiato alla stessa tavola."

"Mi ricorda qualcuno" suggerì Scimmiotto. "Assomiglia a quella brutta faccia del portinaio al servizio di Picco dell'Est Uguale al Cielo."

"Non credo proprio che sia lui" negò recisamente Porcellino.

"Come fai a escluderlo?"

"Sarebbe un fantasma, e nessun fantasma si fa vedere in giro la mattina; girano solo la notte, o almeno non prima del crepuscolo. E poi non è da fantasmi cavalcar nuvole. Di vento ne sa fare anche un fantasma, ma è un refolo gelato, non un uragano come questo. Stiamo ai fatti: sarà Rivale del Pianeta Malefico."

"Bravo!" sghignazzò Scimmiotto. "Certe volte sai ragionare anche tu. Restate qui, che vado a intervistarlo e ad aggiustare la faccenda della moglie del re."

"Vai dove ti pare" rispose Porcellino, "purché non ci coinvolga."

Scimmiotto non si degnò di rispondere e balzò per aria. Così vanno le cose:

Inizia la salvezza

Con una guarigione.

Senza amore né odio

Si difende la via.

Se in fin dei conti non avete idea della contesa che ne seguì e della liberazione della bella, ascoltate il seguito che vi racconterà tutto.