Sarete ricchi, felici, onorati
Secondo incarnazioni precedenti.
Voi tenetevi in guardia da bassezza:
La bontà e la lealtà daranno frutto.
La tracotanza sarà castigata
Presto o tardi: chiedetene al signore
Dell'Est. Perché castighi così duri?
Perché l'orgoglio che passa misura
Ogni norma sconvolge.
Come il racconto ci ha annunciato, il Grande Santo Uguale al Cielo fu trascinato dai soldati celesti ai piedi del palco delle esecuzioni capitali. Fu legato al palo dei vinti. Eppure, chi lo crederebbe? Sciabolato, bucato, lacerato, tritato, il suo corpo restava intatto. Indignata, la costellazione del Cucchiaio ordinò al dipartimento del fuoco di incenerirlo, ma non si riuscì nemmeno a scottarlo. I servizi del tuono si provarono a fulminarlo: non gli bruciarono un pelo. Granforzuto e i suoi colleghi lo riferirono a Sua Maestà: "Non sappiamo da dove venga questa invulnerabilità del grande santo. Sciabole, asce, fulmini non servono a niente; non siamo riusciti a fargli nemmeno una scalfittura."
"Che creatura impossibile! Che cosa si può fare di una creatura così impossibile?"
"Con tutto quello che ha mangiato!" fece notare Laozi l'altissimo. "Pesche di immortalità, ambrosia a bottiglioni, il mio elisir - cinque zucche che ne avevo preparato, cotto o crudo che fosse: tutta questa roba è passata nella sua pancia. Il fuoco del samâdhi l'ha forgiato in una massa di diamante, che niente può intaccare. Datelo a me: lo metterò a cuocere nel mio forno degli otto trigrammi, dove sarà esposto a temperature civili e militari. Quando avrò finito di preparare l'elisir di cinabro, lui non potrà che essere ridotto a un mucchietto di cenere."
A queste parole, l'Imperatore di Giada fece subito staccare Scimmiotto dal palo e lo fece consegnare dalle sei guardie e dai sei vigili a Laozi, che partì per eseguire l'ordine imperiale.
Intanto l'illustre santo Erlang aveva intascato la sua ricompensa: cento fiori d'oro, cento bottiglie di ambrosia, cento pillole di cinabro trasmutato, e poi perle e pietre preziose da dividersi con i suoi fratelli giurati. Erlang ringraziò e se ne tornò al Fiume delle Libagioni.
Giunto nel suo Palazzo del Paradiso dei Beati, Laozi slegò Scimmiotto, estrasse la roncola che gli perforava la clavicola e lo mise nel forno. Il taoista che lo sorvegliava e il fuochista si diedero da fare per alzare al massimo la temperatura. In effetti, gli otto trigrammi del forno corrispondono a distinti scompartimenti: Scimmiotto si infilò in quello chiamato Xun, il vento. Dove c'è vento, non c'è fuoco. C'era però molto fumo: Scimmiotto ne ebbe per sempre gli occhi arrossati e infiammati. Gliene sarebbe infatti rimasto un disturbo oculare cronico, che gli sarebbe valso l'epiteto di occhi di fuoco dalle pupille d'oro.
In verità i giorni e le notti passano in fretta. In men che non si dica trascorsero i quarantanove giorni, cioè sette volte sette giorni, occorrenti per completare l'igneo procedimento. Arrivò quindi il momento in cui si doveva aprire il forno per estrarne l'elisir.
Scimmiotto si fregava gli occhi e lacrimava abbondantemente, quando sentì un rumore in alto. Spalancò gli occhi e la luce lo accecò in modo insopportabile; saltò fuori dal forno, rovesciandolo con un fracasso spaventoso, e si diede alla fuga verso la porta. Gli addetti al forno restarono terrorizzati; le guardie si provarono a trattenerlo, ma vennero scagliate tutto intorno, come se una tigre dalla fronte bianca fosse stata presa da un attacco di epilessia, o un drago unicorno fosse diventato matto. A Laozi riuscì di acciuffarlo, ma ne ricevette uno spintone così rude che fece un capitombolo a culo in aria e testa sotto, e si ritrovò come una cipolla piantata nell'orto, mentre Scimmiotto infilava la porta. Trasse la sbarra miniaturizzata da dietro l'orecchio e la ingrandì in un baleno. Ancora una volta Scimmiotto seminava il peggior disordine in paradiso, senza darsi pensiero delle conseguenze. Colpiva con tal foga, che i nove luminari si tapparono in casa e i quattro grandi re celesti scomparvero dalla circolazione.
Curiosa e valorosa scimmia, però! Lo testimonia anche la poesia che riportiamo:
Certo è un resto del caos originario
Nel cosmo, questa vita smisurata
Che i millenni non posson logorare.
Vita che sfugge alle reincarnazioni,
Disprezza i tre rifugi e i cinque freni.
Oppure quest'altra:
Al buon piacer di chi la tiene in mano
La sbarra è corta o lunga, ma possente,
Ed è veloce come un raggio di luce.
C'è anche quest'altra:
Corpo di scimmia come cuore d'uomo.
Irrequieto è lo spirito dell'uomo
Come una scimmia. E quella del racconto
Voleva esser davvero Uguale al Cielo.
Scimmia e cavallo son cuore e pensiero[_1]:
Difficile tenerli coordinati,
Ricondurli alla sola verità
Qual'è incarnata dal Beato Buddha.
Stavolta il re scimmia abbatteva la sua sbarra di ferro all'impazzata, a destra e a sinistra, senza sosta né discriminazione: niente lo fermava. Si aprì la strada fino alla Sala della Penetrazione Illuminante, si avvicinava a quella delle Nuvole Misteriose. Per fortuna era di turno Wang il perspicace, aiutante di campo del Vero Signore della Santità Soccorrevole. Vedendo il grande santo scatenato, tirò fuori il suo staffile di metallo e si fece avanti per sbarrargli la strada: "Dove vuoi andare, miserabile macaco? Sono qui io, non facciamo sciocchezze!"
Scimmiotto alzò la sbarra per colpire, senza altre spiegazioni, ma Wang gli oppose il manico dello staffile. Fu una bella mischia, davanti alla sala del sovrano degli dèi.
Fa il suo dovere il soldato leale,
Il ribelle conferma la sua fama
Deplorevole. Scontro memorando
Di cui l'esito è incerto. Se la sbarra
È brutale, veloce è lo staffile:
Sono entrambe armi magiche e provengono
Da divine armerie. La scimmia punta
Ad espugnare il Palazzo Polare,
L'altro difende il mondo cui appartiene.
Il duello si prolungava, ma intanto il Vero Signore della Santità Soccorrevole non aveva tardato a inviare un appello di emergenza ai servizi del tuono: trentasei guerrieri arrivarono tutti insieme, circondarono Scimmiotto e lo aggredirono da tutte le parti. Il grande santo non fece una piega, come se giocasse a scherma, parando davanti e di dietro, a destra e a sinistra. Quando gli ufficiali del tuono si provarono a far piovere colpi più tosti, di sciabole, lance, spade, alabarde, staffili, mazze ferrate, uncini, batacchi, martelli, asce, falci e picconi, lui trovò più pratico trasformarsi con una scossa, dotandosi di tre teste e sei braccia; moltiplicò le sbarre, impugnandone una per ogni coppia di mani, e si mise a girare alla velocità di un arcolaio. Avvicinati se puoi! È proprio vero:
Palla che rotola,
Fiamma che splende,
Inimitabile
Eternità.
Nulla lo tocca,
Fuoco né acqua,
Picca né sciabola
Lo ferirà.
Buddha o ribelle,
Il bene o il male
Egli può scegliere
Come vorrà.
Un guastafeste
Sempre mutevole.
Contro ogni sforzo,
Inafferrabile.
Gli dèi circondavano Scimmiotto, ma non si potevano avvicinare. I rumori del tumultuoso combattimento allarmarono l'Imperatore di Giada, che inviò a ovest il suo Ispettore Perspicace e il Vero Signore della Santità Soccorrevole, perché pregassero il venerabile Buddha di intervenire di persona a riportare il mostro sotto controllo.
Ricevuta l'ordinanza imperiale, i due inviati si recarono dritti al magnifico sito del Monte degli Avvoltoi e si presentarono davanti al Monastero del Colpo di Tuono. Pregarono i quattro divini guardiani armati di folgore e gli otto pusa di volerli annunciare. Questi salirono alla Terrazza dei Preziosi Fior di Loto per farlo sapere al Beato, che invitò i messaggeri a entrare. Essi fecero le tre prescritte riverenze e restarono rispettosamente ritti ai piedi della Terrazza. Il Beato chiese: "Che cosa spinge l'Imperatore di Giada a darvi la pena di farmi l'onore di questa visita?"
"Sul Monte di Fiori e Frutti nacque tempo fa una scimmia dedita alla magia e a gettare il mondo nel disordine con la sua banda di macachi. L'Imperatore di Giada le aveva concesso un decreto di pacificazione e le aveva conferito il titolo di equipuzio, ma la scimmia non lo trovò sufficiente, si ribellò e se ne andò. Il re celeste Li e il principe Nata non riuscirono a catturarla; perciò fu necessario cedere ancora e conferirle il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo, una carica senza emolumenti. Quando le si affidò la gestione del Frutteto delle Pesche di Immortalità, rubò la frutta; poi andò allo Stagno di Diaspro e rubò vino e cibo, gettando la festa nello scompiglio. Non ancora sazia, si intrufolò nel Palazzo dei Beati e rubò l'elisir di Laozi; infine lasciò il paradiso da ribelle. Questa volta l'Imperatore di Giada spedì centomila soldati celesti, ma non si riuscì a catturarla nemmeno così. Guanyin, per riparare all'inconveniente, raccomandò di valersi di Erlang e dei suoi fratelli giurati, che in effetti l'hanno inseguita attraverso molte trasformazioni. Finalmente Erlang ha potuto catturarla grazie all'anello di diamante che Laozi le aveva gettato in testa. Sua Maestà l'ha condannata alla decapitazione, ma non c'è stato verso di eseguire la condanna. Laozi ha chiesto allora l'autorizzazione a occuparsene e l'ha messa a cuocere nel suo forno alchemico. Ma quando lo si è aperto, dopo quarantanove giorni, la scimmia ne è balzata fuori, ha respinto le truppe celesti e si è introdotta nella Sala della Penetrazione Illuminante, minacciando quella delle Nuvole Misteriose. Wang il perspicace l'ha fermata e la sta combattendo duramente con l'aiuto di trentasei guerrieri del servizio del tuono; ma non è possibile impadronirsi di lei. La situazione è così tesa, che l'Imperatore di Giada sollecita un vostro personale intervento."
A questo discorso, il Beato disse ai suoi pusa: "Voialtri restate quieti e seduti nella Sala della Legge: niente deve alterare la vostra postura di meditazione. Io esco un momento per esorcizzare questo demonio e soccorrere il trono."
Il Buddha si fece seguire dai venerabili discepoli Ânanda e Kâsyapa, uscì dal monastero del Colpo di Tuono e stava giungendo alla porta della Sala delle Nuvole Misteriose quando sentì grida e baccano: erano i trentasei guerrieri che circondavano il grande santo. Il Buddha fece loro pervenire il seguente ordine: "Abbassino le armi, interrompano il combattimento e non ostacolino il grande santo, perché io possa interrogarlo sulla natura dei suoi poteri."
I guerrieri si ritirarono. Scimmiotto si rivolse al Buddha e gli gridò, arrogante e rabbioso: "Tu chi sei, impiccione, per interrompere il combattimento e pretendere di interrogarmi?"
"Sono il venerabile Sâkyamuni del mondo della beatitudine assoluta dell'Ovest" rispose il Buddha ridendo. "Salve, Buddha Amitâbha, sarei io. Ho saputo dei tuoi eccessi e delle tue ripetute sedizioni contro il Cielo. Ma non so da dove vieni, né come hai ottenuto il Tao, né perché scegli la violenza."
"Io sono" rispose Scimmiotto
"Nato dal cielo e dalla terra,
Scimmiotto del Monte dei Fiori,
Dimoravo in una grotta
E inseguivo il supremo Mistero.
Ho appreso trasformazioni
E come allungare la vita.
Trovo piccolo il mondo,
Trovo breve la vita.
Voglio viver nel Cielo infinito.
Si avvicendano i re: è il mio turno!
Che i potenti mi cedano il posto:
Osa solo l'eroe!"
Il Buddha rise: "Mio povero amico, non sei che una scimmia, anche se ti sei elevato fino allo spirito. Come puoi presumere di togliere il trono all'Imperatore di Giada? Non sai che lui vi si è preparato fin da bambino, e ha trascorso millesettecentocinquanta kalpa di severo apprendistato? Un kalpa comprende centoventinovemila anni: fa un po' il conto di quanto gli ci è voluto. E tu, che sei una bestia appena salita fino all'umanità, parli proprio da fanfarone. Che vergogna! Non è una prova di buon senso, e ti accorcerà la vita. Ripensaci, prima che sia troppo tardi, e smetti le insolenze! Temi invece la mano che potrebbe concludere in un istante il tuo destino; e allora sarebbe tanto peggio per la tua buona natura originaria."
"Anche se si è preparato fin da piccolo, non è un buon motivo perché resti sempre allo stesso posto. Lo dice anche il proverbio: Di essere sovrano ciascuno il turno avrà; ed entro l'anno prossimo il mio turno arriverà. Se sloggia e mi cede il palazzo, non pretendo altro. Ma se insiste, peggio per lui: continuerò a procurargli guai, non avrà mai pace."
"A parte i tuoi poteri di lunga vita e le tue trasformazioni, quali titoli avresti per occupare questo trono prezioso?"
"So tanti di quei trucchi! Settantadue trasformazioni, longevità di diecimila kalpa, capriola nelle nuvole (un salto da cento ottomila li!). Che cos'ha lui che io non ho?"
"Facciamo una scommessa. Dal momento che sai fare tante cose, ti riuscirà pure di saltar fuori dal palmo della mia mano destra. Se ci riesci vincerai, e non occorreranno armi né guerre: inviterò semplicemente l'Imperatore di Giada a venire a stare da me, e a cederti il suo palazzo. Se invece non sei capace di uscire dalla mia mano, ti accontenterai di ritornare nel mondo di Sotto a vivere la tua vita di essere perverso. In seguito, magari, potrai ritornare qui a presentare i tuoi reclami, ma solo quando ti sarai del tutto perfezionato spiritualmente, diciamo fra qualche altro kalpa."
Scimmiotto, ascoltandolo, sghignazzava fra sé: "Che scemo, questo Buddha! Faccio salti da cento ottomila li, e dovrei aver problemi a saltar fuori dal palmo della sua mano, che è meno di un piede quadrato." E chiese precipitosamente: "Lo hai detto e lo farai?"
"Si capisce" rispose il Buddha, e aprì la sua mano destra, che era grande come una foglia di loto.
Scimmiotto raccolse la sua sbarra, balzò sulla mano del Buddha e gridò: "Pronti, via!"
Si sarebbe detto che filasse alla velocità della luce. Ma gli occhi sapienti del Buddha lo vedevano girare in tondo come un mulino a vento, mentre credeva di avanzare. A un tratto Scimmiotto vide stagliarsi cinque colonne rosa, che si perdevano in alto nella bruma azzurrina. "Sarà la fine della strada" si disse. "È tempo di ritornare. Il Buddha dovrà ammetterlo: adesso tocca a me sedere sul trono nella Sala delle Nuvole Misteriose." Poi rifletté: "Calma. Converrà lasciare un segno del mio passaggio, in modo da evitare contestazioni."
Si strappò un pelo, ci soffiò sopra e ordinò: "Cambia!" Il pelo divenne un pennello imbevuto d'inchiostro. Allora Scimmiotto scrisse, in grandi caratteri, sulla colonna di mezzo:
IL GRANDE SANTO UGUALE AL CIELO È STATO QUI
Poi ricuperò il suo pelo. Infine, senza troppo rispetto, annaffiò della sua pipì di scimmia la base della prima colonna. Con una capriola fra le nuvole in direzione inversa ritornò al punto di partenza e, ritto sul palmo del Buddha, gli disse: "Andato e tornato. Adesso dì all'imperatore di levarsi dai piedi."
"Diabolica scimmia pisciona!" imprecò il Buddha. "Ma tu non sei mai uscito dal palmo della mia mano."
"Non lo sai? Sono arrivato in capo all'universo, dove cinque colonne rosa sostengono una bruma azzurrina. Ci ho anche lasciato un ricordino. Vieni a vedere."
"Non occorre andare a vedere da nessuna parte: china la testa e guarda."
Scimmiotto abbassò la testa e sbarrò i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro. Sul dito medio della mano era scritto:
IL GRANDE SANTO UGUALE AL CIELO È STATO QUI
D'altronde, dalla forcella formata dal pollice e dall'indice veniva un acre odore di pipì di scimmia. "Che storia è questa? Com'è possibile?" esclamava Scimmiotto fra sé. "Avevo scritto quelle parole su un pilastro del cielo; come fanno a trovarsi sul dito? Che specie di mago senza bisogno di achillea è mai questo? Non ci credo, non è possibile: bisogna che torni sul posto a vedere."
Il bravo Scimmiotto prese la rincorsa e stava per saltare quando il Buddha, con un manrovescio, lo gettò lontano, fuori dalle porte del paradiso. Le cinque dita si mutarono in una catena di cinque montagne, corrispondenti ai cinque elementi: metallo, legno, acqua, fuoco e terra. Esse si ripiegarono dolcemente ma pesantemente su di lui, e lo imprigionarono sotto le loro enormi masse. Gli dèi del tuono, Ânanda e Kâsyapa applaudirono, gridando: "Bene! Bravo!"
Da quando uscì dall'uovo e apprendeva saggezza,
Tendeva il suo volere verso scopi ambiziosi.
Se di tranquillità visse mille stagioni,
Infine in un sol giorno dissipò la sua vita.
Volle sfidare il Cielo mirando al primo posto,
Violò con noncuranza le cinque relazioni,
Ed i santi insultò. Quando la coppa è colma,
Una goccia è bastante per farla traboccare.
Ora nessuno sa quando avrà remissione.
Eliminata la scimmia perversa, il Buddha chiamò Ânanda e Kâsyapa per ritornare a casa. Ma gli corsero incontro due messaggeri che venivano dalla Sala delle Nuvole Misteriose: "Preghiamo il Beato di voler attendere un istante: la carrozza del nostro signore sta arrivando."
Il Buddha si volse e vide in effetti arrivare la Carrozza Imperiale a otto Colori, coperta da un baldacchino adorno di nove tesori luminosi. Rallegravano il corteo canti sublimi e una musica meravigliosa, si gettavano petali di fiori e si spargevano grandi flaconi di costoso profumo. L'Imperatore di Giada giunse davanti al Buddha e lo ringraziò: "Siamo debitori alla potenza della vostra Legge di aver soggiogato il mostro. Speriamo che ci farete l'onore di trattenervi, perché i nostri immortali possano festeggiarvi partecipando a un banchetto di ringraziamento."
"Il vostro umile vecchio monaco è venuto per ordine della vostra Venerabile Persona Celeste" rispose giungendo le mani il Buddha, che non osava rifiutare. "La potenza della nostra Legge non c'entra: il merito è dell'immensa buona fortuna che voi e i vostri dèi mi avete portato. Non ho certo titolo alla vostra riconoscenza."
L'Imperatore di Giada, attraverso i servizi del tuono, fece subito diramare gli inviti a partecipare a un'assemblea di ringraziamento in onore del Buddha. Furono invitati i tre puri, i quattro vetturini (come si chiamano popolarmente i quattro imperatori), i cinque anziani, i sei sorveglianti, i sette primordiali, gli otto poli, i nove luminari, i dieci ministeri, e migliaia e diecine di migliaia di santi e di perfetti.
I quattro grandi precettori celesti e i nove immortali ebbero l'ordine di spalancare i cancelli della Capitale di Giada, i portoni del Palazzo del Mistero Supremo e quelli degli Uffici dello Yang Penetrante. Il Buddha fu invitato ad assidersi su un alto palco ornato di sette tesori, mentre ciascuno prendeva posto secondo il suo rango e si servivano fegato di drago, midollo di fenice, succo di giada e pesche di immortalità.
Gli invitati si presentavano uno dopo l'altro, nella magnificenza del Vuoto Primordiale, fra stendardi e baldacchini allineati, le mani colme di rari tesori di perle scintillanti, di fiori esotici e di frutti di longevità, che venivano portati come offerte al Buddha. Tutti lo salutavano dicendo: "In riconoscenza della potenza infinita della Legge del Beato, che ha permesso di domare la scimmia perversa; in ringraziamento del banchetto offerto dal Sommo venerabile celeste. Preghiamo il Buddha di dare un nome a questa memorabile riunione."
"Se proprio dobbiamo dargliene uno" rispose il Buddha, cedendo all'insistenza degli dèi, "chiamiamola Grande Assemblea del Cielo Pacificato."
"Che nome ben scelto, Grande Assemblea del Cielo Pacificato!" approvarono a una voce le divinità.
Ciascuno prese posto per lo scambio delle coppe e dei fiori da infilare fra i capelli, mentre suonavano musiche allegre: fu proprio un magnifico banchetto. Lo attestano anche i versi:
La Festa delle Pesche fu turbata,
Ma l'Assemblea del Ciel Pacificato
Di tutte è la più splendida ed allegra:
È ricca di colori e dolci brezze
Di bei canti e di musiche divine.
All'assemblea, su effluvi profumati,
In pace rende omaggio l'universo.
La festa era al culmine, quando la regina madre portò una schiera di splendide ragazze, che si inchinavano al Buddha e si muovevano con grazia. La madre presentò i suoi rispetti e disse: "Devo alla vostra potente Legge se è stata incatenata quella scimmia perversa, che aveva sconvolto tutti i miei preparativi. Non ci è rimasto molto da offrire per celebrare una Grande Assemblea così bella, ma ecco le poche pesche che mi è riuscito di scovare nel frutteto." Erano pesche
Un po' rosse, un po' verdi, dal profumo inebriante,
Che le antiche radici hanno rese opulente
Raccogliendovi succhi per migliaia di anni.
Con le pesche più belle che trovate al mercato,
Anche se di Wuling, non c'è proprio confronto.
Dove trovare al mondo le tinte delicate,
Quelle vene violette, quel sapor zuccherino?
E poi cambiano i corpi e prolungano gli anni.
Non tutti han la fortuna di poterle assaggiare!
Il Buddha ringraziò a mani giunte. La regina madre fece allora cantare a danzare le ragazze, con grande piacere dell'assemblea, che non lesinava gli elogi. Erano
Di sottile fragranza onda su onda,
Profusione di petali e pistilli.
Portali d'oro, immensi tesori
E un'età senza fine, sempre giovani:
Vedi gli oceani trasformarsi in prati,
E poi prati in oceani nei millenni,
E tu osservi curioso e non ti scomodi.
Mentre le ragazze danzavano e si vuotavano le coppe, improvvisamente
Solletica le nari uno strano profumo,
Gli dèi posan le coppe in cornalina,
Levan gli occhi in attesa.
Appare un vecchio che esce dalle nuvole
E reca in mano il fungo dei chirurghi;
Porta una zucca piena di elisir.
Il suo nome nel libro dei celesti
È sbiadito dal tempo.
La sua grotta contiene cielo e terra,
Nel suo vaso distilla sole e luna.
Percorre il mondo con gioia serena
E si riposa nelle dieci isole.
È intervenuto a feste innumerevoli
Delle pesche immortali. Ha una gran testa
Sopra un piccolo corpo rinsecchito.
È la Stella Polare
Della Longevità.
Arrivava appunto il Dio della Longevità. Salutò l'Imperatore di Giada e si presentò al Buddha per esprimergli la sua gratitudine: "Ero convinto che avremmo ricuperato la pace, quando ho saputo che Laozi si era portato quell'incredibile scimmia nel suo Palazzo del Paradiso dei Beati per trasmutarla. Non avrei mai creduto che riuscisse a sopravvivere. Per fortuna voi avete avuto la bontà di sottomettere quel mostro. Appena ho sentito di questo banchetto, sono venuto per testimoniarvi anch'io la nostra comune riconoscenza. Non ho altro da offrirvi che questo fungo dei chirurghi violetto, questa erba di diaspro, questa radice di loto smeraldino e questo cinabro d'oro."
Come dicono i versi:
Loto e cinabro offerti al saggio dei Sakya,
Il Beato, più antico delle sabbie del Gange.
I tre veicoli offrono gioia eterna
E lunga vita sana i nove gradi.
È il maestro che rifiuta di distinguere,
Domina il Cielo vuoto, patriarca dell'universo.
È nostra fonte di vita e di gioia,
Alto sedici piedi.
Il Buddha ricevette i ringraziamenti con piacere; il Dio della Longevità prese il suo posto a tavola e le coppe ricominciarono a girare. Arrivò poi l'Immortale dai Piedi Nudi, si prosternò davanti all'Imperatore di Giada e si rivolse al Buddha: "Vi siamo profondamente riconoscenti della potenza della legge, che vi ha consentito di vincere la scimmia perversa. Da parte mia non posso offrirvi, con i miei rispetti, che queste due pere e questi datteri."
Ne parlano i versi:
Datteri e pere profumate
Per il Beato Amitâbha.
Sopra l'incrollabile terrazza
Splende il suo trono di broccato
Dai mille fiori d'oro.
L'età del cielo e della terra,
Vasta felicità come l'oceano,
Longevità e felicità vi attendono
In calma beatitudine nell'Ovest.
Il Buddha ricambiò attestando la propria gratitudine, e affidò le offerte ad Ânanda e Kâsyapa; poi presentò all'Imperatore di Giada i propri ringraziamenti per l'ospitalità. Quando gli invitati si trovavano ormai un po' tutti beatamente sbronzi, l'ispettore Wang il Perspicace venne ad annunciare: "Il grande santo mette fuori la testa!"
"Non è grave, non c'è pericolo" disse il Buddha, ed estrasse dalla manica un nastro con sei caratteri d'oro: Om mani padme hûm. Lo tese ad Ânanda e gli raccomandò di fissarlo sulla cima della Montagna dei Cinque Elementi. La montagna si assestò e si radicò, i cinque elementi si fusero insieme saldamente, lasciando al prigioniero solo un minimo spazio per respirare e muovere di poco il capo e le braccia. Ânanda ritornò ad annunciare che il lavoro era compiuto.
Allora il Buddha prese congedo dall'Imperatore di Giada e dagli altri dèi, e lasciò il Cielo in compagnia dei due discepoli. Cedendo a un moto di compassione, recitò un incantesimo per convocare la divinità del luogo. La incaricò di sorvegliare la Montagna dei Cinque Elementi con l'aiuto dei rivelatori dei cinque orienti; quando il mostro avesse fame gli avrebbero dato pillole di ferro, e per la sete sugo di bronzo fuso. Compiuto il tempo della penitenza, qualcuno sarebbe venuto a liberarlo. Così sia!
La scimmia perversa al Cielo ribelle
La mano del Buddha ha infine sconfitto.
Può ber solo bronzo, si nutre di ferro,
A cui non può aggiunger né miele né sale.
Il cielo la stritola, ma non la distrugge.
Se mai il suo valore potrà dimostrare,
Obbedirà al Buddha con cuore fedele.
Ci sono anche altri versi:
Fiera del suo potere, venuto il suo momento,
Ha usato delle proprie perverse facoltà
Per introdursi a forza dentro il mondo celeste
E compiere ogni specie di furto e iniquità.
Il vaso è traboccato, ha dovuto pagare.
Ma la buona radice mai non viene tagliata:
Dalla mano del Buddha finirà per sfuggire,
Se attende con pazienza fino al tempo dei Tang.
Se poi non sapete anno, mese e giorno in cui la sua penitenza cesserà, continuate ad ascoltare.