Come si diceva, Scimmiotto balzò in aria brandendo la sua sbarra di ferro e gridò: "Da dove vieni, mostro perverso? Con quali criminose intenzioni?"
"Inchìnati al ricognitore di nostro signore il grande re Rivale del Pianeta Malefico, della Grotta dell'Unicorno sul Monte dell'Unicorno!" replicò la creatura con voce tonante. "Vengo per ordine suo a prendere due damigelle del palazzo, per impiegarle al servizio di madama Santo Palazzo d'Oro. E tu chi sei, per osare di interrogarmi?"
"Sono Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il Grande Santo Uguale al Cielo. Ho saputo che la vostra banda di diavoli perversi taglieggia e umilia il re, e ho deciso di ristabilire l'ordine. Mi stavo giusto chiedendo dove trovarvi: ed ecco che ti vieni a consegnare spontaneamente nelle mie mani."
Il mostro non seppe valutare chi aveva di fronte e puntò la lancia:
La sbarra è uno strumento divino per sondare gli oceani, la lancia non è che ferro di forgia umana, e perde forza fin dal primo contatto. Un diavoluccio qualsiasi osa affrontare l'immortale dell'unità suprema, e rischia l'annientamento.
In breve il ferro della lancia si spezzò.
Il mostro fu preso dal panico e corse via come una saetta. Scimmiotto lo lasciò perdere e ridiscese sul prato: "Maestro, maestà, venite su! La creatura malefica è scacciata."
Il monaco uscì dal rifugio sorreggendo il re: videro il cielo limpido, senza traccia di miasmi diabolici. Il re si avvicinò allora a una tavola, versò una coppa di vino e la offrì a Scimmiotto: "Lasciate che vi ringrazi senza indugio, divino monaco."
Scimmiotto la prese, ma in quel momento un ufficiale corse trafelato ad annunciare: "Un incendio è scoppiato alla porta ovest."
Invece di portare la coppa alle labbra, Scimmiotto la lanciò in aria colma com'era; l'oggetto d'oro ricadde a terra. Il re, confuso, si inchinò per scusarsi: "Mille scuse, divino monaco, dovete perdonarmi. Sono in torto. Avrei dovuto pregarvi di salire nella sala grande e porgervi i miei ringraziamenti nelle dovute forme; ma il vino era qui, a portata di mano, e io ve l'ho offerto senza riflettere. Certo è questo che volete rimproverare con il vostro gesto."
"No, no, il motivo è tutt'altro" rispose sorridendo Scimmiotto.
Ed ecco che vennero ad annunciare: "Che fortuna! Un improvviso rovescio di pioggia ha subito spento le fiamme dell'incendio. L'acqua ha inondato la strada, ma ha uno strano odore di vino."
"Vedete?" rise il Novizio. "L'incendio è stato provocato dal mostro che avevo messo in fuga; ho lanciato in aria la coppa perché il fuoco non ardesse il sobborgo ovest della città. Tutto qui."
Il re, strabiliato, voleva recarsi nella sala di stato, davanti al notaio, e ceder loro trono e regno. Ma Scimmiotto disse ridendo: "Non divaghiamo, ora mi occorre un'informazione. Il mostro che ho messo in fuga si diceva ricognitore del Rivale del Pianeta Malefico: sarà tornato a casa a riferire come sono andate le cose, ma non credo che il suo capo la manderà giù. Mobiliterà il suo esercito e lo porterà qui: la guerra, anche se vinta, reca alla gente molti danni e sofferenze. Vostra maestà, poi, ne sarebbe più terrorizzato che mai. Sarà più pratico portar la guerra in casa del nemico; ma non so in quale direzione e a quale distanza si trovi la sua residenza."
"Mi è capitato di mandare spie a raccogliere notizie. Il viaggio di andata e ritorno richiede cinquanta giorni: saranno tremila li, in direzione sud."
"Porcellino, Sabbioso!" gridò Scimmiotto. "Badate voi alle nostre cose; io vado e torno."
"Ma aspettate, divino monaco" insisteva il re. "Riposatevi per un giorno, e dateci il tempo di preparare le provviste per il viaggio. Vi procurerò il cavallo più veloce e il denaro necessario."
"Vostra maestà parla come se quei tremila li dovessi percorrerli uno a uno, a passo di rachitico. Ma io conto di essere di ritorno prima che il vino si raffreddi nei bicchieri."
"Divino monaco, non vorrei essere indiscreto, ma vi prego di levarmi una curiosità. Come avete fatto, con la vostra nobilissima faccia - verbigrazia - di gibbone, a procurarvi tutte queste incredibili capacità?"
Scimmiotto rispose:
"Certo son scimmia, ma trovai la Via
Che senza risparmiarmi praticai.
Fornì la terra il focolare e il cielo
Fornì il tetto. Impiegando luna e sole,
yin e yang, acqua e fuoco, illuminai
I misteri. La Grande Orsa mi orienta
E seguendo il suo manico mi muovo.
Io lavoro al fornello, attizzo il fuoco,
Doso piombo e mercurio, so eseguire
Le procedure richieste dai cinque,
Armonizzare le quattro stagioni,
Richiamare i due soffi, le tre case
Raccogliere in un unico elisir.
Se le mie capriole vi stupiscono,
Considerate che le so eseguire
Grazie alla comprensione delle leggi
Di natura. Io supero d'un balzo
Il Guado delle Nubi Trascendenti
Come i Monti Taihang; mille catene
Di montagne, o di cento fiumi il corso,
Fossero larghi come lo Yangzi,
Non ferman la mia corsa: in un sol balzo
Diciottomila leghe ho superato."
Il re si beava nell'ascolto, e alla fine riempì nuovamente una coppa e gliela tese: "Che meraviglie divino monaco! Comunque il viaggio è lungo: bevete questa, vi darà ispirazione."
Ma il grande santo si apprestava a entrare in azione e non aveva più voglia di bere; perciò rispose: "Berrò al ritorno." E scomparve con un sibilo, lasciando tutti esterrefatti.
In breve giunse in vista di un'alta montagna, con la vetta che si perdeva nelle brume, vi atterrò e contemplò il paesaggio.
Innalza al cielo cime taglienti, affonda nella terra le sue vene minerali. La fitta pineta che la corona scherma il sole; le nuvole si impigliano fra le sue rocce. Pini sempre verdi attraverso le stagioni; rocce immutate attraverso i millenni. Nei boschi risuona il lamento del gibbone; pitoni mostruosi strisciano attraverso i torrenti. Chi vola cinguetta, chi affila le zanne ruggisce. Cervi e camosci si muovono in coppie, corvi e gazze di montagna volano in stormi. Infinite varietà di piante dànno spettacolo, le pesche celebrano il rinnovarsi della stagione.
Il luogo è inaccessibile e cela pericoli: un vero rifugio di immortali perversi.
Scimmiotto si strappò dalla contemplazione che lo incantava, e voleva mettersi in cerca di indizi di presenze diaboliche, quando vide scaturire da un anfratto un'immensa fiammata. Il cielo rosseggiava, e vi saliva una colonna di fumo malvagio ancor più orribile del fuoco:
Luce accecante circondata da miriadi di faville. Il fumo non è di fascine o di fornace; ha cinque colori: blu, rosso, bianco, nero e giallo. Sale ad affumicare i pilastri del portale sud del Cielo, a strinare le travi della Sala delle Nuvole Misteriose. Spiuma gli uccelli nel bosco, cuoce vivi gli animali nelle loro tane. Solo a vederlo, quel fumo feroce scoraggia ogni velleità di avvicinarsi e di affrontarne il padrone.
Il grande santo osservava preoccupato, quando vide scaturire un gran getto di sabbia, da oscurare il sole:
Crepitando ricopre la vasta terra come una pioggia fitta, fine polvere accecante e granelli come semi di sesamo che si accumulano colmando le vallate. Il cercatore di semplici perde di vista il suo compagno, il boscaiolo smarrisce la strada di casa. La vista si annebbia: non sapreste distinguere la perla più luminosa, nemmeno se la teneste in mano.
Lo spettacolo aveva il suo fascino, ma sabbia e fumo facevano starnutire. Scimmiotto dovette turarsi il naso e, con una scossa, si trasformò in falco. Mentre dal cielo scendeva in picchiata sul punto d'origine, fuoco, fumo e sabbia cessarono d'incanto. Scimmiotto riprese la propria forma e si avvicinò cautamente. Si udivano colpi regolari di gong. "Si direbbe che mi sia sbagliato e che mi stia avvicinando, non a un mostro, ma a un messo postale che percorre la strada maestra per consegnare corrispondenza. Andiamo a vedere."
Ed ecco effettivamente sulla strada un mostriciattolo che camminava spedito, con una bandiera gialla sulla spalla, il sacco della corrispondenza dietro la schiena e in mano un piccolo gong che batteva senza tregua. "Ecco l'origine del rumore" si disse Scimmiotto. "Vediamo quale specie di lettere vuole recapitare."
Il grande santo, con una scossa, si trasformò in una mosca e si posò discretamente sul sacco. Il mostriciattolo borbottava fra sé: "Il nostro re è proprio malvagio. Si è impadronito della regina di Viola Porpora ma, poiché non riesce a possederla, si vendica sulle ragazze che rapisce dal palazzo reale: ne ha già ammazzate quattro. Ne voleva altre, ma questa volta è caduto male: il ricognitore che ha inviato si è imbattuto in un certo Scimmiotto, e ha dovuto ritornare a mani vuote. Il mio padrone è furioso e mi invia a consegnare la dichiarazione di guerra. Di certo il re di quel paese, se non cede, finirà male e il suo regno cadrà nelle nostre mani. Ma il Cielo lo consentirà?"
Scimmiotto si disse: "Ecco un mostriciattolo non privo di scrupoli, che gli fanno onore. Ma vorrei saperne di più sul conto della regina. Intervistiamolo."
Si allontanò ronzando di una diecina di li e prese l'aspetto di un sacrestano taoista:
Con i capelli raccolti in due ciuffi,
E l'abito di toppe, regge in mano
Il suo pesce di legno, mentre un inno
Del Tao va canticchiando a mezza voce.
Quando, come per caso, si incrociarono, levò le mani per salutare e domandò: "Soldatino, dove vai? Quali documenti devi consegnare?"
Il mostro rese il saluto e rispose: "Porto una dichiarazione di guerra al paese di Viola Porpora."
"Quella tizia venuta da Viola Porpora ha poi finito per andare a letto con il gran re?"
"Nemmeno per sogno. Quando giunse da noi, un immortale le donò un abito nuziale di cinque colori. Quando lei lo indossò, il suo corpo si coprì di spine, pungenti e urticanti; il re non può nemmeno sfiorarla senza farsi male, altro che andarci a letto! Il nostro ricognitore, inviato a caccia di ragazze, è stato messo in fuga da un certo Scimmiotto. Perciò il re, furioso, mi manda a intimare la guerra, che comincerà domani."
"Mi dici che è d'umore furioso?"
"Certo. Dovresti andarlo a trovare e cantargli i tuoi inni, se ne conosci di distensivi e rasserenanti."
Scimmiotto si inchinò in segno di congedo e fece per riprendere la sua strada. Ma un impulso dal fondo oscuro dell'animo lo spinse a volgersi e a dare una randellata sulla testa del messaggero, che andò in pezzi spargendo il proprio contenuto sulla strada.
Il Novizio si pentì: "Sono andato troppo di furia. Prima dovevo chiedergli il suo nome." Si impadronì della dichiarazione di guerra e se la fece scivolare nella manica; bandiera e gong, li nascose nell'erba sul ciglio della via. Mentre trascinava il corpo per farlo scomparire, sentì un rumore metallico: proveniva da una targhetta d'avorio ricoperta d'oro, che il mostriciattolo portava alla cintura. C'era scritto: Messo di fiducia. Nome: Va e Vieni. Statura: piccola, circa 5 piedi. Segni particolari: faccia butterata, imberbe. Da portare sempre. Senza piastra di riconoscimento, è un impostore."
Scimmiotto si mise a ridere: "Ecco qua; il mio randello gli ha cambiato nome: ora si chiama Va e Non Torni Più." Fissò la targhetta alla propria cintura e stava per sbarazzarsi del corpo, quando, ripensando alla violenza del fuoco che aveva visto, cambiò idea. Preferì raccogliere il corpo e ritornare alla base per informare su come stavano le cose.
Fu così che ricomparve davanti alla Sala delle Campanelle d'Oro. Porcellino, che montava la guardia e lo vide arrivare con quel piccolo corpo in mano, si disse con invidia: "Se avessi saputo che il nemico era robetta del genere, sarei andato io a catturarlo e a prendermene il merito."
Scimmiotto gettò la preda sui gradini e Porcellino si precipitò a colpirla con il rastrello, gridando: "Eccolo sistemato, sei salvo."
"Che cosa dici, scemo?"
"Poche storie, il merito è mio e posso dimostrarlo: guarda se non ha in corpo i nove buchi del mio rastrello."
"Li avrà senz'altro, ma non vedi che è un corpo senza testa?"
"To', è vero, dove ha messo la testa? Ecco perché non si è mosso quando l'ho colpito."
"Dov'è il maestro?"
"Nella sala d'udienza, a colloquio con il re."
"Chiedigli se può uscire un momento."
Quando Tripitaka uscì, il Novizio gli fece scivolare nella manica la dichiarazione di guerra: "Tenete questo, maestro, e non mostratelo al re."
Ed ecco che comparve anche il sovrano, che usciva ad accoglierlo: "Ecco il nostro eroe. A che punto siamo con la cattura del mostro?"
"Lo vedete ai vostri piedi, ucciso dal vecchio Scimmiotto."
"È certo un mostro" constatò il re dopo averlo esaminato. "Ma non può essere Rivale del Pianeta Malefico. L'ho visto due volte: è un marcantonio alto diciotto piedi e largo come cinque colonne, con la faccia che brilla come l'oro e la voce potente come il tuono. Non ha niente in comune con questo nanerottolo."
"Vedo che vostra maestà se ne intende. In effetti non è lui" rispose Scimmiotto ridendo; "è soltanto il suo messaggero in cui mi sono imbattuto. L'ho portato qui come acconto, per gloriarmene un po'."
"Avete fatto bene" disse il re. "Nessuna delle mie spie mi aveva mai riportato niente di tangibile. Ma voi, divino monaco, alla prima uscita sapete già dove mettere le mani. La vostra bravura è indiscutibile; lasciate che faccia intiepidire il vino per festeggiare il vostro successo."
"Questo si può rimandare a un altro momento" disse Scimmiotto. "Volevo chiedervi se Santo Palazzo d'Oro, al momento di lasciarvi, vi ha dato qualche ricordo. Se così fosse, vorrei vederlo."
A questa domanda, il re sentì una fitta di dolore; senza riuscire a trattenere le lacrime, rispose:
"Mia moglie fu rapita di sorpresa:
Non ci fu il tempo di manifestare
L'infinito dolore, né mi diede
Un pegno od un sacchetto di profumi.
Non mi poté nemmeno salutare.
Di lei non mi rimane che il rimpianto."
"Maestà, consolatevi" insisté Scimmiotto, "ma pensateci bene. Se non vi ha lasciato un dono d'addio, ci sarà pure a palazzo qualche oggetto che amava in modo particolare. Ne avrei bisogno."
"A che cosa vi serve?"
"Ho constatato che quel mostro possiede eccezionali poteri magici. Ho visto il fuoco, il fumo e i getti di sabbia che è in grado di fare: non sarà facile ricondurlo alla ragione. Ma se ci riesco, o se comunque mi si presenta una buona occasione, la regina non mi conosce e potrebbe rifiutarsi di seguirmi. Ho bisogno di un contrassegno che lei riconosca, con la certezza che provenga da voi."
"Nel Palazzo Riflesso di Sole, nello spogliatoio della regina, c'è un paio di braccialetti che le piacevano molto e che portava sempre. Se non li aveva alla festa del Doppio Cinque, è solo perché in quella occasione si portano al polso i fili di cinque colori. Dovrebbero essere nella sua scatola dei gioielli. Io non sopporterei di vederli: mi ricorderebbero quanto era bella, temo che avrei una ricaduta nel mio male."
"Non parliamone più. Spero che possiate separarvene e che qualcuno dei vostri me li possa consegnare; alla peggio, mi basterebbe di averne uno."
Il re diede l'incarico di prenderli a Santo Palazzo di Giada. Quando li ebbe in mano li baciò dicendo: "Mia dolcissima signora!" e li consegnò a Scimmiotto, che se li mise al polso.
Quel sacripante di un grande santo rifiutò il brindisi d'onore che gli veniva offerto e si catapultò senza altro indugio sul Monte dell'Unicorno. Mentre si muoveva nei pressi della grotta, udì un brusio, si nascose e osservò: l'ingresso era guardato, a dir poco, da cinquecento persone di ogni rango.
Eccoli schierati, con le armi che brillano al sole e le bandiere che sventolano: la schiera è fitta e minacciosa.
Tigri ed orsi si possono trasformare in generali e marescialli, da linci e leopardi si ricavano guerrieri di bel portamento. I lupi grigi sono ancor più feroci, e l'elefante glabro più valoroso.
L'astuta lepre e il daino malizioso si armano di spade e alabarde; il lungo serpente e il grosso pitone preferiscono sciabole ed archi.
L'orango, che è il più esperto nel linguaggio umano, dirige la battaglia e organizza il campo da vero esperto.
Quando li vide, il Novizio ritornò indietro; non che gli facessero paura, ma gli era venuta un'idea. Ritornò dove aveva ucciso il mostriciattolo e ricuperò la bandiera e il gong, si diede una scossa e prese l'aspetto di Va e Vieni. In quella forma, camminando a gran passi e battendo il gong, si presentò all'ingresso della grotta. L'orango lo apostrofò: "Tutto a posto, Va e Vieni?"
"Ho fatto."
"Sbrìgati. Il grande re ti aspetta nel Padiglione degli Scorticati."
Scimmiotto attraversò il portale e si inoltrò nelle alte sale racchiuse da pareti rocciose a strapiombo; vi crescevano piante e fiori rari, antichi cedri e pini alteri. In breve raggiunse il secondo ingresso e scorse un padiglione ottagonale in cui si aprivano otto finestre. Nel mezzo, su una poltrona ricoperta d'oro, troneggiava il re diavolo, di ripugnante aspetto:
Luce di diaspro intorno alla sua testa,
Aura di morte intorno alla figura.
Sporgono i denti aguzzi dalla bocca,
Lanciano i suoi capelli fuoco e fiamme.
Certi mustacchi duri come frecce,
Un ruvido pelame lo ricopre.
Sono gli occhi brillanti come sfere
Di rame, la statura fino al cielo
E una mazza di ferro è la sua arma.
Scimmiotto si tenne sulle sue, non diede nemmeno segno di averlo visto, e venne avanti battendo il gong.
"Eccoti qua" disse il re. Il falso messaggero non rispose.
"Va e Vieni!" lo chiamò il diavolo. Nessuna risposta. Allora il mostro scese dal trono e lo acciuffò per il bavero: "Si può sapere che cosa ti prende? Perché continui a battere il gong, come se fossi ancora sulla strada maestra, e non mi rispondi?"
"Giù le mani!" fece Scimmiotto, gettando a terra il gong. "Ve l'avevo detto che non ci volevo andare, ma voi avete insistito. C'era un esercito incredibile, uomini e cavalli schierati. Quando mi hanno visto, hanno gridato: "Dalli al mostro!" Mi hanno legato come un salame e mi hanno trascinato davanti al re. Lui ha detto: "Tagliategli la testa!" Per fortuna c'erano dei consiglieri che obiettavano: "È un ambasciatore, per il diritto internazionale non lo si può decapitare." Almeno ho salvato la pelle; si sono accontentati di portarmi davanti ai plotoni schierati e di darmi trenta frustate sul sedere. Questa è la risposta che vi fanno avere. Non credo che ci metteranno molto ad arrivare qui."
"Insomma, non mi rispondevi perché te la sei vista brutta."
"E anche perché ho il sedere tutto indolenzito."
"Quanti uomini e cavalli avranno?"
"Come volete che li contassi? Ero morto di paura. Erano una bella massa di gente, e bisognava vedere quante armi: archi, frecce, sciabole, lance, corazze, picche, alabarde, spade, partigiane, asce, mezzelune, elmi, scudi, usberghi, panciere, spiedi, mazze, tridenti, archibugi ed elmetti. Stivaloni, vesti imbottite, armati di fruste, mazzapicchi, palle di bronzo..."
Il re si mise a ridere: "Piantala con il tuo elenco! Con un soffio di fiamma farò piazza pulita di tutta quella robetta. Informa la signora Santo Palazzo d'Oro e dille di non preoccuparsi. Stamane piangeva tutte le sue lacrime, vedendomi deciso a partire per la guerra. Tu raccontale quante truppe ben armate hai visto, così la terremo buona per un po' di tempo."
"Bell'idea" pensò Scimmiotto fra sé.
Si diresse a una porticina e ne uscì, con la sicurezza di chi si muove in casa propria. Si trovò in vasti spiazzi circondati da grandi edifici, fra cui uno spiccava per le ricche decorazioni e il portale colorato: là abitava la dama Santo Palazzo d'Oro. Scimmiotto entrò e vide che il suo servizio era svolto da due schiere, una di spiriti volpi e l'altra di spiriti cerbiatte, tutte in aspetto di belle ragazze. La dama era seduta nel mezzo con il volto addolorato, appoggiava la guancia profumata a una mano e i suoi occhi erano gonfi di lacrime.
La sua bellezza era affascinante, ma non aveva il coraggio di ungere e pettinare i neri capelli dalle crocchie disfatte. Non portava gioielli, non aveva cipria né rossetto. Serrava la bocca in una smorfia di dolore, corrugava le sopracciglia di falena e versava lacrime dagli occhi stellanti.
Serrata nella rete da cui non poteva sfuggire, pensava sempre al re di Viola Porpora.
Sempre fu triste la sorte delle belle, condannate a tacere e a esporre il viso al vento dell'est.
Scimmiotto giunse le mani e disse: "Salve!"
"Brutto insolente!" s'indignò la dama. "Se penso che a Viola Porpora ministri e grandi protettori si prosternavano nella polvere, e non osavano alzare lo sguardo su di me! Questo entra e mi dice: salve! come se fossi una sguattera. Da dove esce questo zotico?"
Le cameriere spiegarono: "È un militare; calmate la vostra collera signora. Si chiama Va e Vieni, ed è il messo di fiducia che stamane ha consegnato la dichiarazione di guerra."
La regina chiese: "Dunque sei andato a Viola Porpora?"
"Certo. Sono entrato in città, ho visto il re e ho riportato la sua risposta."
"Tu hai visto il re! Che cosa diceva?"
"Fa preparativi militari e intende resistere. Comunque pensa sempre a voi, signora, e mi ha affidato un messaggio confidenziale per voi, che non potrei riferire in presenza di estranei."
Volpi e cerbiatte uscirono; Scimmiotto chiuse l'uscio, si passò la mano sul volto e riprese il proprio aspetto: "Signora, non temete. Sono uno dei bonzi dell'Est incaricati di recarsi dal Buddha dell'Ovest a chiedere le scritture. Il nostro maestro è Tripitaka; io mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto, e sono il suo discepolo anziano. Passando dal vostro paese, abbiamo visto un appello ai medici per curare la nevrastenia del re: sono stato io a guarirlo. Durante il banchetto di ringraziamento, sua maestà mi ha raccontato la vostra storia e, visto che so abbattere tigri e draghi, mi ha incaricato di liberarvi. Sono io che ho messo in fuga il ricognitore; il mostriciattolo di cui avevo preso l'aspetto l'ho incontrato per strada e ucciso. Questa grotta è ben vigilata; perciò ho dovuto prendere qualche precauzione per giungere sino a voi."
La dama restava silenziosa. Scimmiotto le tese i braccialetti: "Vi chiederete se mi potete credere; guardate questi."
Quando li vide, essa pianse e si alzò dal suo seggio per inchinarsi davanti a lui: "Reverendo, se davvero riuscirete a liberarmi e a riportarmi nel mio paese, non lo dimenticherò mai; vi resterò grata anche quando sarò una vecchia sdentata."
"Ora mi serve un'informazione: sapete di quale tesoro si serva il padron di casa per produrre fuoco, fumo e sabbia?"
"Usa tre sonagli d'oro. Agitando il primo suscita fiamme devastatrici alte trecento tese; il secondo diffonde raffiche di fumo in grado di soffocare chiunque entro un raggio di trecento tese; il terzo, nello stesso raggio, acceca il mondo con la sabbia gialla. Fuoco e fumo sono il minor male; ma la sabbia è letale per chi ne respiri."
"Ho sperimentato queste cose, sono davvero terribili: sono riuscite a farmi starnutire due volte. Dove nasconde i sonagli?"
"Non li ripone, li tiene sempre con sé appesi alla cintura, anche quando dorme."
"Se davvero tenete a rivedere il regno di Viola Porpora e a ritrovare vostro marito, dovete fare uno sforzo. Abbandonate questo aspetto depresso e addolorato; dovete mostrarvi allegra e invitante, dovete sedurre il mostro. Al momento giusto gli chiederete di affidarvi i sonagli. Se riesco a rubarli, sarà facile vincerlo e riportarvi a casa."
La dama promise. Scimmiotto riprese l'aspetto di mostriciattolo, aprì l'uscio e richiamò le cameriere.
"Sbrigati, Va e Vieni" ordinò la regina. "Come ti ho detto, va nel padiglione anteriore da sua maestà, e invitalo a farmi visita. Ho molte cose da dirgli."
Il bravo Scimmiotto grugnì soddisfatto e corse al Padiglione degli Scorticati: "Maestà, la dama Santo Palazzo chiede di vedervi."
"Come mai oggi mi cerca, mentre di solito mi scaccia a male parole?" si meravigliò il re diavolo.
"È semplice. Le ho raccontato che a Viola Porpora il re non vuole più saperne di lei, e si è preso varie nuove mogli. A questo punto le è venuto in mente di rivolgersi a voi."
"Furbacchione, devo dire che sai renderti utile" esclamò contento il re diavolo. "Quando avrò conquistato il regno, ti nominerò gran ciambellano."
Scimmiotto ringraziò e lo seguì al palazzo della regina. La dama fece al diavolo lieta accoglienza e volle prenderlo per mano, ma lui esitò con manifesto imbarazzo: "Signora, non oso. Non so come ringraziarvi dei vostri segni di affetto, ma c'è qualcosa... Insomma, ricordo ancora con terrore il male che sentii alla mano l'unica volta che mi permisi di toccarvi."
"Prego vostra maestà di sedersi e di mettersi comodo. Parliamone, spiegherò tutto. Sono già trascorsi tre anni da quando vostra maestà mi ha fatto l'onore di scegliermi, ed è vero, da allora non abbiamo ancora condiviso il nostro letto. Il fatto è che solo ora mi appare chiaro che il destino, stabilito dalle nostre vite precedenti, vuole che siamo marito e moglie. Da parte mia sono pronta ad adeguarmici; ma non credevo che, a questo punto, poteste essere voi a tirarvi indietro. Non devo più essere un'estranea per voi; fra noi ci deve essere confidenza e intimità. Quand'ero regina di Viola Porpora, ogni tributo che venisse portato da paesi stranieri veniva esaminato dal re e poi affidato a me, che provvedevo alla sua custodia. Certo qui non ci sono oggetti di lusso; i vostri si vestono da selvaggi e si nutrono di sangue; non usate sete o perle, sui pavimenti e sulle pareti non si vedono che pelli di selvaggina. Ma infine qualcosa di prezioso lo avrete, qualche tesoro che non mi avete mostrato perché fra noi non c'era confidenza. Per esempio ho sentito parlare di certi sonagli che suppongo abbiano qualche valore, visto che li portate sempre con voi. Dateli a me: saranno custoditi con cura, e li avrete a disposizione ogni volta che vorrete. Marito e moglie fanno così. Altrimenti che cosa sarei per voi? Un'estranea?"
Il re diavolo ridacchiò e si scusò: "Avete ragione, signora; non posso negare che i vostri rimproveri sono fondati. Ecco il mio tesoro: ve lo affido." E si sollevò gli abiti per cercare gli oggetti.
Scimmiotto se ne stava in un angolo con gli occhi ben aperti. Vide che il mostro sollevò due o tre strati di indumenti prima di arrivare ai sonagli, che teneva a contatto della pelle. Li staccò, li avvolse in una pelle di leopardo imbottita di fiocco di seta e li tese alla regina: "Vi sembreranno oggetti di poco pregio, ma vanno conservati con ogni cura, e soprattutto non si devono scuotere."
"Va bene" disse la dama prendendoli. "Li chiudo in questo cassetto della mia toilette: non li scuoterà nessuno." E chiamò: "Ragazze, servite il vino. Voglio celebrare questo felice incontro con il re vuotando molte coppe."
Le cameriere disposero sulla tavola frutta e verdure con piatti di cacciagione, e servirono vino di palma. La dama si occupava personalmente del re diavolo, con modi da ammaliatrice.
Intanto Scimmiotto si mise al lavoro: scivolò pian piano fino alla toilette, si impadronì dell'involto, riguadagnò cautamente la porta e si eclissò. Mentre passava davanti al Padiglione degli Scorticati si lasciò indurre dalla curiosità a svolgere la pelle di leopardo: c'era un sonaglio delle dimensioni di una tazza da tè, affiancato da altri due grossi come pugni. Incosciente del pericolo, per guardarli meglio li levò dal fiocco che li imbottiva. Subito ci fu un'esplosione, e fuoco fumo e sabbia sgorgarono incontenibili. In un attimo, un terribile incendio arse il padiglione.
I mostri di guardia, terrorizzati, diedero l'allarme. Il re diavolo corse fuori dal palazzo della regina e vide Va e Vieni con i suoi sonagli in mano. Urlò: "Schiavo maledetto! Che cosa fai con quella roba?" E alle guardie: "Prendetelo! Arrestatelo!"
Subito generali tigri, comandanti orsi, capitani leopardi, linci, elefanti, lupi, daini, lepri, pitoni e oranghi gli si precipitarono addosso. Scimmiotto lasciò cadere i sonagli, riprese il suo aspetto e si fece strada nella folla con la sbarra di ferro. Il diavolo si gettò a ricuperare il tesoro e ordinò: "Chiudete l'ingresso!"
Chi combatteva, chi correva a chiudere i battenti. Scimmiotto scelse di trasformarsi in moscerino, e si andò a posare su un tratto di parete al riparo dalle fiamme. Nessuno più lo vedeva; corsero ad annunciare: "Maestà, il brigante è scappato."
"L'avete visto uscire dal portone?"
"Veramente no; quello è chiuso e sbarrato."
"E allora cercate meglio" rispose il diavolo.
Lasciando ad alcuni il compito di attingere acqua per spegnere l'incendio, tutti gli altri si dedicarono alla ricerca, frugando dappertutto senza trovare traccia del fuggiasco.
"Chi sarà questo delinquente, così audace da venirmi a rubare il mio tesoro sotto il naso?" brontolava il diavolo adirato. "Meno male che non è riuscito a portarselo via. Sulla montagna, esposto al vento, chissà che disastro avrebbe combinato."
"Il fatto è che vostra maestà ha una fortuna più alta del cielo" disse un generale tigre.
"Sapete, maestà" disse un comandante orso, "chi doveva essere quel brigante? Di certo era Scimmiotto, lo stesso che ha messo in fuga il nostro ricognitore. Avrà incontrato per strada Va e Vieni, lo avrà ammazzato e avrà preso le sue cose e il suo aspetto."
"Penso che tu abbia ragione" approvò il re diavolo. E ordinò: "Ragazzi, continuate le ricerche e non lo lasciate assolutamente uscire di qui."
È il gioco del destino:
Dopo l'astuzia, manchi di accortezza.
Qui ti può salvar solo la prodezza.
Se in fin dei conti non avete idea di come il Novizio si cavò dai pasticci, verrete a saperlo ascoltando il seguito.